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Huawei investirà più di 3 miliardi di dollari in Italia

 

Huawei investirà 3,1 miliardi di dollari in Italia fra il 2019 e il 2021 di cui due terzi in acquisto di forniture da partner locali. L’annuncio di Thomas Miao, dato in occasione di un incontro con la stampa al Castello Sforzesco, segue di pochi mesi l’apertura del nuovo quartier generale italiano. L’amministratore delegato in Italia del colosso cinese ha annunciato un investimenti 1,2 miliardi di dollari in marketing e 52 milioni in ricerca e sviluppo con la creazione di tremila posti di lavoro: mille diretti e duemila indiretti.

“Solo da Stm (azienda che produce semiconduttori e componenti elettronici, ndr) abbiamo realizzato acquisti per 290 milioni e vogliamo crescere”, ha detto  Miao, convinto che in Italia l’azienda non avrà problemi derivanti da quelli innescati dal bando imposto dagli Stati Uniti, la cui sospensione scadrà il 19 agosto. Miao, ha citato le “politiche trasparenti e aperte” del governo: “Abbiamo un approccio sostenibile alla catena di forniture, con un piano A e un piano B: non importa se avremo le forniture americane, riusciremo comunque a garantire l’equipaggiamento”. Anche con i partner italiani è “business as usual”, ha aggiunto.

In ogni caso “aspettiamo buone notizie e speriamo di poter finalmente applicare il piano A perché il piano B è pensato per il peggior scenario e nessuno vuole lo scenario peggiore”.  “Voglio chiedere regole trasparenti, efficienti e giuste per il golden power sul 5G” ha detto, “Ora si applica solo ai fornitori non europei. Dovrebbe essere applicato a tutti perché la tecnologia è neutrale. Deve essere collegato a tutti gli attori per essere sicuri di avere dal primo giorno una rete sicura e affidabile. E’ una necessità per il Paese essere pronto prima del lancio”, ha aggiunto, spiegando che le regole sul tema non sono chiare e citando l’estensione del periodo di approvazione dei fornitori che “non rappresenta una semplificazione”.

Italia e Cina sono complementari dal punto di vista economico e saranno sempre più vicine, ha ancora detto Miao, “Sono due Paesi che da un punto di vista economico sono ben accoppiati. L’Italia ha bisogno della Cina e la Cina ha bisogno dell’Italia: da un punto di vista commerciale sono molto ottimista”. 

Huawei ha anche annunciato una collaborazione con l’Università di Pavia, con cui realizzerà il Microelectronics Innovation Lab, con un investimento di 1,7 milioni di dollari. II laboratorio sarà operativo a partire da settembre e impiegherà una quindicina di ricercatori, incluso personale di Huawei, presso locali all’interno dell’Università. “Il nuovo laboratorio opererà nel campo della microelettronica e delle tecnologie ad alta frequenza. Nello specifico, il Lab pavese, sotto la guida del professor Rinaldo Castello, si focalizzerà inizialmente sulla ricerca per lo sviluppo di nuove generazioni di dispositivi per applicazioni ottiche coerenti e non coerenti nelle tecnologie Cmos (Complementary Metal-Oxide Semiconductor) e FmFET (Fm-shaped Field Effect Transistor), con l’obiettivo di estendere, nel corso dei prossimi tre cinque anni, la ricerca all’innovazione tecnologica nel campo dei semiconduttori per applicazioni wireless nel contesto del 5G”, spiega una nota.

“Questa collaborazione con l’Università di Pavia è un’ulteriore conferma della centralità dell’Italia nella strategia globale di Huawei”, ha commentato Miao. “Vogliamo fornire nuove opportunità per favorire l’attrattività dell’Italia e frenare la cosiddetta ‘fuga dei cervelli’ che ha contribuito alla creazione del divario digitale oggi esistente con gli altri Paesi dell’Unione Europea”. 

Agi

Uber decolla a New York per vedere dall’alto il futuro dei taxi volanti

Non sono ancora i taxi volanti, ma per la prima volta Uber si stacca da terra. Il 9 luglio ha inaugurato Uber Copter, il servizio che collega Manhattan con l’aeroporto JFK: otto minuti di volo per coprire circa 25 chilometri con un elicottero, prenotato con l’app.

Un servizio “fedeltà”

Il trasporto urbano via cielo non è ancora arrivato a New York. L’elicottero collega solo due punti prestabiliti, attraverso due punti di decollo e atterraggio tradizionali. Tradizionale è anche il mezzo, un elicottero che non ha nulla a che vedere con i velivoli candidati a diventare i taxi del cielo. Quello che Uber Copter fa è appiccicare il proprio marchio sui servizi offerti da una compagnia di voli charter, Heliflite. Che così viene inclusa nell’applicazione accanto alle automobili.

Non tutti gli utenti di Uber, però, possono viaggiare sugli elicotteri. È concesso solo a quelli di “rango” più elevato, cioè quelli che si sono conquistati un profilo “Platinum” e “Diamond”. Come? Lo scorso novembre, la compagnia ha lanciato Uber Rewards: funziona più o meno come una raccolta punti. Solo che anziché regalare pirofile ai clienti, offre incentivi e buoni. Si accumulano punti ogni volta che si usano i servizi di Uber. Uno per ogni dollaro speso in quelli più popolari (le consegne a domicilio di Eats e i viaggi in condivisine di Pool), due per le corse in auto (UberX, UberXL o Select), tre se si scelgono le vetture di pregio (Black e Black Suv). Prima di poter salire sull’elicottero, servono almeno 2500 punti. Non pochi. Vuol dire aver speso, ad esempio, mille dollari su vetture base e 500 dollari in cibo a domicilio.  

Meglio esplorare che incassare

Le tariffe sono di 200-250 dollari a persona. In fondo non molto se si considera che un viaggio in taxi (che dura più di un’ora) costa circa 70 dollari e uno sulle vetture Uber va dai 70 ai 110 dollari. I biglietti non hanno certo prezzi popolari, ma – assieme al meccanismo di selezione all’entrata che passa da Rewards – svelano quale sia l’intenzione di Uber: guadagnare, adesso, non è importante; quello che conta è sollevarsi da terra e guardare New York dall’alto, in attesa che arrivino i taxi volanti.

I test cittadini inizieranno nel 2020 (a Los Angeles, Dallas e Melbourne) e dovranno incasellarsi in un quadro di regole tutto nuovo. Quello degli elicotteri non lo è: ci sono già alcune società che offrono voli charter a Manhattan, come Blade (non a caso conosciuta come “la Uber degli elicotteri”). Fa la stessa cosa di Copter, a prezzi simili: permette agli utenti di cercare e prenotare un posto a bordo, appoggiandosi (come fa Uber con Heliglite) ad altre società.

Ha fatto parlare di sé a maggio, quando un velivolo di un suo partner, Zip Aviation, si è schiantato nell’Hudson. Blade si è affrettato a dire che, in quel momento, l’elicottero non era impiegato in una corsa della compagnia. A bordo c’era solo il pilota, che si è salvato senza riportare ferite gravi. A giugno, però, dopo un altro incidente (questa volta fatale) di un elicottero dell’American Continental Properties, il sindaco di New York Bill de Blasio ha posto il problema del traffico aereo nella città.  

Il futuro in tre dimensioni

L’avvertimento di de Blasio non ha fermato Uber. Né i suoi futuri concorrenti. A giugno Voom, società di proprietà di Airbus con un servizio simile a Copter, ha rivelato che inizierà a operare negli Stati Uniti dal prossimo autunno. Fino a ora ha volato solo in America Latina. Non sono ancora note le città su cui atterrerà, ma Voom sembra agguerrita. Ha spiegato a Fast Company che i prezzi saranno “competitivi con le alternative via terra” e che il programma prevede di toccare 25 città in tutto il mondo entro il 2025.

Nel frattempo, Uber dovrebbe aver già lanciato Air, cioè i suoi taxi volanti veri e propri: elettrici e a decollo verticale, collegheranno diversi punti della città. La compagnia prevede di fornire questo servizio “a prezzi accessibili entro il 2023”. Servirà scegliere e testare i velivoli, costruire stazioni e mediare sulle regole. La strada però è tracciata: il ceo di Uber Dara Khosrowshahi ha più volte ripetuto che entro dieci anni le auto costituiranno meno del 50% del business.

Merito di bici e monopattini elettrici, dei servizi di logistica e (appunto) dei taxi volanti. Perché, come ha detto Khosrowshahi durante la conferenza parigina Viva Tech del 2018, “il trasporto del futuro sarà elettrico, condiviso e tridimensionale”. Avanti, indietro, in alto.  

Agi

Gli assegni scaduti li incassa lo Stato. In 9 anni 630 milioni, scrive Repubblica

In 9 anni lo Stato italiano ha portato a casa 634 milioni di euro grazie agli assegni non incassati dai beneficiari. È quanto emerge dalla Relazione diffusa dai magistrati contabili lo scorso 27 giugno. Si tratta di titoli di credito, spesso utilizzati come cauzione o deposito in diverse tipologie di transazione.

Dal 2007, scrive il quotidiano Repubblica, una legge prevede che i conti correnti non movimentati per dieci anni, le polizze vita non riscosse, così come gli assegni circolari non incassati entro tre anni, finiscano nelle casse dello Stato. Stando alla Relazione, 320.346.684 euro – meno della metà del totale – sono entrati da polizze non riscosse dai beneficiari, specialmente famigliari ignari dei contratti di assicurazione stipulati dai loro congiunti.

A prevalere però sono gli assegni circolari in cui ordinante e beneficiario coincidono. È il caso – si spiega – di casi in cui si sceglie di fatto di ritirare dal proprio conto corrente delle somme che non si vuole figurino sul proprio conto, ad esempio per ottenere un Isee più basso, o più generalmente per tenere le somme nascoste e non “aggredibili” ad esempio in caso di riscossione.

Più o meno come ritirare i propri risparmi e nasconderli in banconote sotto il  materasso o in una cassetta di sicurezza. Con la differenza però che le banconote occupano spazio, e quindi richiedono un luogo dove essere nascoste, ma anche però che mantengono inalterato il loro valore. L’assegno circolare invece dopo tre anni “scade”: e così molti, ignari, perdono la disponibilità dei propri fondi.

La legge, spiega ancora Repubblica, imporrebbe agli intermediari, cioè alle banche, entro 180 giorni dallo scattare della “dormienza”, l’obbligo di informare i titolari con una raccomandata all’ultimo indirizzo conosciuto ma a distanza di anni, o in caso di morte, le banche si trincerano dietro la difficoltà tecnica di effettuare la ricerca e spesso la prescrizione finisce per essere disattesa.

Agi

Come è messa l’Italia quanto a emissioni di gas-serra. Un rapporto

Seppure con differenze tra gli Stati membri, l’Unione europea è riuscita a ridurre del 20% le emissioni di gas serra che però nel mondo sono complessivamente cresciute del 57,5%. È uno dei dati del dossier di AGI/Openpolis “Clima e ambiente 2020” che scatta una fotografia sugli obiettivi energetici che l’Europa si è prefissa di raggiungere entro il 2020 per contribuire ad arginare il cambiamento climatico. Uno sforzo in cui l’Italia è indietro (anche se ha fatto progressi) mentre altri Paesi europei, come Malta, invece di ridurre le emissioni le hanno aumentate privilegiando la crescita del Pil, che si è irrobustita.

L’Unione Europea ha raggiunto l’obiettivo sulla riduzione dei gas serra

DESCRIZIONE: L’obiettivo della strategia Europa 2020 sulla riduzione dei gas serra del 20% è stato raggiunto, dall’Unione Europea nel suo complesso, nel 2014.

DA SAPERE: L’indice per le emissioni di gas a effetto serra fa riferimento al protocollo di Kyoto e considera come base di partenza che le emissioni di ogni paese, nel 1990, siano pari a 100.

 

L’Europa

L’Europa ha cercato di ridurre le emissioni di gas serra del 20% rispetto ai livelli del 1990. L’obiettivo è stato raggiunto – dall’Unione nel suo complesso – nel 2014, quando le emissioni sono diminuite del 22,48% (21,66% nel 2017) rispetto al ’90. Ma le differenze tra i vari Stati membri sono significative. Soltanto 15 hanno realmente raggiunto l’obiettivo. In alcune aree le emissioni sono come detto persino aumentate: Austria, Malta, Irlanda, Spagna, Portogallo e Cipro.

L’Italia, insieme alla Francia, non ha ancora raggiunto il risultato sperato e voluto: dal 1990 al 2017 le emissioni di gas serra sono diminuite del 15,92%. Il Regno Unito le ha abbassate del 37,6%. Questo dato può essere inquadrato nel processo degli ultimi decenni che ha visto i Paesi più avanzati passare da un’economia industriale ad una basata prevalentemente sul terziario avanzato. Da segnalare che la Gran Bretagna ha recentemente annunciato l’ambizioso obiettivo di eliminare completamente le emissioni di gas serra entro il 2050.

I 6 Paesi con le minori emissioni di gas serra appartengono tutti all’Europa dell’Est: Lituania, Lettonia, Romania, Estonia e Slovacchia. Andando poi a considerare il dato rispetto alla popolazione, è il Lussemburgo il Paese con le maggiori emissioni pro capite (nel 2016). Lussemburgo che è allo stesso tempo il Paese che ha ridotto maggiormente le emissioni pro capite tra il 2005 e il 2016, seguito da Regno Unito, Irlanda, Grecia, Danimarca e Belgio.

 

Il resto del mondo

Peggiore è la situazione nel resto del mondo dove le emissioni di CO2 risultanti dalla combustione dei carburanti tra il 1990 e il 2015 sono aumentate del 57,5%. A contribuire a questa crescita sono stati soprattutto i paesi emergenti, come la Cina.

Aumentano le emissioni di CO2 nel mondo

DESCRIZIONE: A partire dagli anni ’90 sono diminuite le emissioni di CO2 in Unione Europea, mentre nel resto del mondo sono aumentate.

DA SAPERE: Il dato considera le emissioni di CO2 derivanti dalla combustione dal 1990 al 2015.

Andando ad analizzare le emissioni di CO2 per la combustione di carburanti a livello pro capite emerge che una persona negli Stati Uniti produce mediamente oltre il doppio delle emissioni rispetto a una persona dell’Unione Europea. In entrambi i casi le emissioni pro capite sono diminuite rispetto al 1990, ma non è così ovunque: il dato è peggiorato in molti Paesi in via di sviluppo, come India, Indonesia, Brasile e Cina, ma anche in Arabia Saudita, Corea del Sud e, seppur di poco, in Canada e in Giappone.

 

La Svezia supera il 50% di energie rinnovabili

DESCRIZIONE: Il paese più virtuoso è sicuramente la Svezia, che arriva ben al 54,5% di fonti di energia rinnovabile. Seguono la Finlandia (41%) e la Lettonia (39%).

DA SAPERE: Il dato indica la quota di energia rinnovabile sul consumo finale di energia.

 

L’Italia

Quadro a luci e ombre per l’Italia. Sul fronte delle emissioni, il nostro Paese non ha ancora raggiunto l’obiettivo. Dal 1990 al 2017 le emissioni di gas serra sono diminuite ‘solo’ del 15,92%. Nel nostro Paese, spiega il rapporto Agi-Openpolis, le emissioni di gas serra sono costantemente aumentate dalla seconda metà degli anni ’90 fino al 2005. Analogamente, rispetto a quanto avvenuto nel resto dell’Unione, a seguito della crisi economica c’è stato un crollo nelle emissioni, seguito da una lieve risalita nel 2010.

Successivamente il dato è sceso in maniera costante fino al 2014. Nel 2015 la nostra performance è leggermente peggiorata, e nel 2016 non avevamo ancora raggiunto il nostro livello più basso di emissioni, registrato nel 2014. Rispetto ai paesi Ue membri del G7, siamo lo Stato che ha diminuito maggiormente il livello di emissioni a partire dal 2008. Tuttavia, né noi, né la Francia, abbiamo raggiunto l’obiettivo che prevedeva una riduzione delle emissioni del 20%.

L’Italia non ha ancora raggiunto l’obiettivo UE sulle emissioni di gas serra

DESCRIZIONE: I paesi più virtuosi appartengono all’Europa dell’est. In Austria, Malta, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro, al contrario, le emissioni sono addirittura aumentate.

DA SAPERE: L’indice per le emissioni di gas a effetto serra fa riferimento al protocollo di Kyoto e considera come base di partenza che le emissioni di ogni paese, nel 1990, siano pari a 100.

 

Per quanto riguarda le rinnovabili (leggi in basso), l’obiettivo di Europa 2020 prevede che entro il 2020 la quota di energia prodotta da tali fonti sul consumo totale di energia arrivi al 20%. L’Unione è riuscita a raddoppiare questa percentuale rispetto al 2004 (8,53%) ma nel 2017 ancora non ha raggiunto l’obiettivo, essendosi fermata al 17,52%. Anche l’Italia non raggiunge l’obiettivo, ma supera di quasi un punto percentuale la media Ue: 18,27% la percentuale nel 2017.

 

Rispetto al 2014, in Italia aumentano le emissioni di gas serra

DESCRIZIONE: Il nostro paese è sistematicamente riuscito a diminuire le emissioni di gas serra a partire dal 2011 fino al 2014. Tuttavia, nel 2015 la nostra performance è leggermente peggiorata.

DA SAPERE: L’indice per le emissioni di gas a effetto serra fa riferimento al protocollo di Kyoto e considera come base di partenza che le emissioni di ogni paese, nel 1990, siano pari a 100.

 

Tra i paesi del Ue del G7 è l’Italia, in termini assoluti, la più virtuosa, ed è l’unica ad aver raggiunto il proprio target. C’è da ricordare tuttavia che per facilitare il percorso verso gli obiettivi di Europa 2020, i target generali sono stati tradotti da ogni paese Ue in target nazionali. In Italia il ricorso alle energie rinnovabili è molto aumentato tra il 2011 e il 2012, raggiungendo l’obiettivo nazionale, pari a una quota del 17% già nel 2014.

L’Italia è tra i paesi Ue del G7 che hanno diminuito maggiormente le emissioni di gas serra

DESCRIZIONE: Tutti i paesi Ue appartenenti al G7 hanno diminuito le proprie emissioni di gas serra rispetto al 2008. È Regno Unito ad avere, al 2017, il livello di emissioni più basso.

DA SAPERE: L’indice per le emissioni di gas a effetto serra fa riferimento al protocollo di Kyoto e considera come base di partenza che le emissioni di ogni paese, nel 1990, siano pari a 100.

 

Rinnovabili

Sul fronte delle rinnovabili l’Unione è riuscita a raddoppiare la percentuale di energia verde rispetto al 2004 (8,53%) ma nel 2017 ancora non ha raggiunto l’obiettivo, essendosi fermata al 17,52%.

L’aumento della quota di rinnovabili è dovuto soprattutto agli sviluppi tecnologici e all’abbassamento dei costi dei sistemi di produzione. Le misure politiche che più hanno incentivato il settore sono state sovvenzioni, crediti d’imposta e il conto energia, il programma europeo per incentivare la produzione di elettricità da fonte solare.

 

L’Italia è l’unico paese Ue del G7 ad aver raggiunto l’obiettivo sulle rinnovabili

DESCRIZIONE: Tra i paesi del Ue del G7 è l’Italia, in termini assoluti, la più virtuosa, ed è l’unica ad aver raggiunto il proprio obiettivo nazionale.

DA SAPERE: Il dato indica la quota di energia rinnovabile sul consumo finale di energia.

 

La maggior parte dell’energia rinnovabile in Europa proviene da biocarburanti solidi, liquidi e gassosi, che sono utilizzati soprattutto per riscaldamento, produzione di energia elettrica e trasporti. Anche se complessivamente l’obiettivo sulle rinnovabili non è stato raggiunto, tutti i Paesi dell’Unione hanno incrementato la percentuale di rinnovabili tra il 2004 e il 2017 e 15 hanno raddoppiato la loro quota (anche se talvolta partendo da un utilizzo molto basso).

Il Paese più virtuoso è la Svezia, che arriva ben al 54,5% di fonti di energia rinnovabile. Segue, in seconda posizione, un altro Paese del Nord Europa, la Finlandia, con il 41% di rinnovabili, e in terza la Lettonia (39%). Quarto posto per la Danimarca (35%) e quinto per l’Austria (32%).

Agi

Per il Movimento la revoca delle concessioni ad Autostrade è un dovere morale 

“Il Ponte Morandi è stato definitivamente demolito e presto comincerà l’opera di ricostruzione, ma l’obiettivo fondamentale, oggi come ieri, è fare giustizia: lo dobbiamo alle persone che hanno perso la vita, ai loro familiari, ai cittadini che ci danno fiducia ogni giorno”. Comincia così il duro post che il Blog delle Stelle con cui i pentastellati tornano ad invocare come “dovere morale” lo stop alle concessioni pubbliche alla società Autostrade per l’Italia (Aspi).

“Per fare giustizia – si legge – occorre punire chi ha consentito che in un Paese come l’Italia un ponte crollasse in testa a 43 persone, uccidendole. Dal punto di vista penale ci penserà la magistratura, ma dal punto di vista politico lo deve fare il governo. E lo farà, perché a Genova è stata la mancanza di manutenzione ad uccidere. Lo ripetiamo forte e chiaro, a scanso di equivoci”.

Quindi l’indice accusatorio dei 5 stelle punta al “sistema Benetton” e alla “convenzione vergogna” garantita alla società Autostrade dai partiti del passato. “Aspi – si ricorda – ha incassato circa 9,5 miliardi di euro di utili da quando si chiama Autostrade per l’Italia. Se invece si considerano i conti dal 1999, quando è stata privatizzata la gestione della grande rete stradale, la società ha guadagnato oltre 10 miliardi. La gran parte dei quali affluiti sotto forma di dividendi nella holding Atlantia, che li ha utilizzati per remunerare i suoi soci e finanziare l’attività di diversificazione della società”.

“E gli investimenti? I numeri – prosegue il j’accuse – dicono che negli ultimi anni i profitti sono cresciuti, ma gli investimenti sono calati. Il ministero dei Trasporti ha fatto sapere che nel 2016 Autostrade ha incassato 3,1 miliardi con 624 milioni di utile al netto delle tasse grazie anche all’aumento dei pedaggi. Al casello il prezzo è salito in 10 anni del 30%. Lo stesso non si può dire per la manutenzione. Le cifre che tutti i gestori (non solo Autostrade per l’Italia) hanno speso in investimenti sono calate e anche la manutenzione di base è scesa in un anno del 7%. E sapete quanto ha speso Aspi per la manutenzione strutturale del Ponte Morandi? 23 mila euro annui. Nulla. Prima della privatizzazione del 1999, invece, si spendevano 1,3 milioni di euro tutti gli anni sullo stesso Ponte (fonte Commissione ispettiva Ministero dei Trasporti sulle ragioni del crollo). Questa è la tragica differenza tra una gestione attenta agli interessi dei cittadini e una gestione finalizzata esclusivamente al profitto privato”.

Per i 5 stelle Aspi ha quindi “lucrato guadagni incredibili da convenzioni blindate per legge, che garantivano i seguenti vantaggi:

  1. Il ritorno al costo medio ponderato del capitale oltre il 10% lordo, corrispondente ad una rendita del 7-8% netto a fronte di rendimenti dei titoli di Stato intorno al 2-3%. Ritorni di capitale altissimi, fuori mercato;
  2. Condizioni capestro nel caso in cui si volesse revocare anticipatamente la concessione, con l’obbligo per lo Stato di risarcire al concessionario i presunti profitti che avrebbe percepito fino alla fine della concessione (nel caso di Aspi fino al 2038);
  3. Extra profitti sui dati del traffico: nei piani finanziari i concessionari tenevano basse le previsioni di traffico per poter giustificare aumenti di tariffa e quando il volume di traffico reale si dimostrava superiore alle previsioni i ricavi tornavano solo in piccola parte in un fondo speciale, mentre la maggior parte veniva intascata dai concessionari;
  4. Scarsi controlli da parte del concedente del Ministero per quanto riguarda la manutenzione: i controlli venivano fatti spesso e volentieri senza andare a provare sul campo le condizioni delle autostrade.  

Il Ministero “si fidava” delle carte del Concessionario; Vantaggi tanto più odiosi tenendo conto che la rete autostradale e’ un monopolio naturale, cioe’ una infrastruttura che per sua natura non rientra nelle logiche della concorrenza e del libero mercato, perché a livello di costi è conveniente che se ne occupi un solo attore. Regalare un monopolio naturale ad un privato e’ un delitto, ma farlo alle condizioni folli appena ricordate è anche peggio”.

Secondo i pentastellati “dobbiamo mettere fine a tutto questo, e in questo anno di governo abbiamo già iniziato a correggere alcune distorsioni, bloccando ad esempio gli aumenti ai caselli autostradali fino a giugno. Ora tutti i concessionari, compresa Autostrade per l’Italia, hanno deciso che fino al 15 settembre non scatteranno i rincari previsti dal primo luglio. Quando lo Stato torna a farsi sentire i privati si adeguano, se non vogliono pagare dazio”.

“Ma – si sottolinea – nel caso di Autostrade il sacrosanto stop agli aumenti delle tariffe non puo’ bastare. Come governo abbiamo il dovere di sottrarre le autostrade italiane dalle mani di chi ha guadagnato cifre mostruose senza investire adeguatamente nella manutenzione e nella sicurezza dei cittadini. Lo stop alla concessione pubblica e’ un dovere morale”.

Agi

Di Maio: “Se mettiamo Atlantia dentro Alitalia mettiamo in difficoltà anche la linea aerea”

“Se mettiamo Atlantia dentro Alitalia mettiamo in difficoltà anche la linea aerea”. Lo ha detto il vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio. Dichiarazioni che hanno provocato l’immediata reazione del gruppo. “Le dichiarazioni odierne del vice presidente Di Maio perturbano l’andamento del titolo Atlantia in Borsa, anticipando la presunta conclusione di un procedimento amministrativo che il ministro Toninelli ha affermato solo ieri ‘essere ancora in corso’, e determinano gravi danni reputazionali per la società” afferma una nota del gruppo. 

“La società – prosegue la nota – si riserva di attivare ogni azione e iniziativa legale a tutela dei propri interessi, dei dipendenti, degli azionisti, dei bondholders e degli stakeholders tutti. Si ricorda che, sulla base del contratto di concessione in essere, ogni ipotesi di revoca – ove mai ne venissero accertati i presupposti – richiederebbe il previo pagamento del valore della concessione stessa, nei termini contrattualmente previsti e approvati per legge”.
 

Agi

Alitalia: differito al 26 luglio lo sciopero del personale navigante

La FNTA, Federazione che riunisce piloti e assistenti di volo di ANPAC, ANPAV e ANP – rende noto che le tre sigle hanno accolto l’invito del ministero dei Trasporti a differire al 26 luglio lo sciopero originariamente previsto per domani. “L’incontro convocato per il 3 luglio dal ministro Luigi Di Maio è certamente un segnale positivo, al momento purtroppo, pur riconoscendo l’impegno delle parti coinvolte al rilancio e allo sviluppo della compagnia di Bandiera, non sono emersi elementi rilevanti tali da revocare definitivamente l’azione di protesta”, sottolinea Fnta, che si dice “pronta ad affrontare, in modo costruttivo e nell’interesse del personale navigante, questa delicata fase di trattative con proposte concrete sia di carattere industriale che contrattuale. Nella piena consapevolezza che il rispetto dell’utenza e della mobilità siano fondamentali in un Paese come il nostro, anche a forte vocazione turistica, è necessario ribadire che le tempistiche per risolvere con successo la crisi Alitalia sono compresse e che le basi, per creare quel sistema virtuoso a cui si fa riferimento da tempo, vadano gettate nel breve periodo”.

Agi

Racheli (Saipem): in Kuwait progetto pilota digitalizzazione drilling

“La digitalizzazione, insieme alla standardizzazione delle competenze del personale operativo e la cooperazione e gestione multi-equipaggio, è il futuro del drilling. Combinati tra loro questi elementi hanno un effetto più che positivo in un’ambiente rischioso e complesso come una piattaforma di perforazione apportando una riduzione del rischio”.

A dirlo è Francesco Racheli, coo della divisione Drilling onshore di Saipem, durante il suo intervento al World drilling conference & exhibition 2019 organizzato da Iadc (International association of drilling contractors) e tenutasi oggi a Milano.

“Gli esempi che ci vengono dall’industria dell’aviazione, dove le cabine di comando sono ambienti altrettanto rischiosi e complessi”, ha aggiunto il manager, “possono apportare grossi benefici in termini di sicurezza al settore del  drilling. Saipem ha, infatti, recentemente lanciato un progetto pilota in Kuwait per la digitalizzazione delle sue operazioni di perforazione. Il progetto implica benefici quali il miglioramento dei tempi morti invisibili, la sicurezza, la manutenzione preventiva e l’automazione. Tali benefici sono applicabili in futuro su tutta la flotta”.

Il drilling onshore, ha detto ancora Racheli, “è un’attività strategica per Saipem in un’ottica di innovazione e di diversificazione geografica e di business: l’obiettivo è sviluppare tutto il potenziale dei nostri sistemi di perforazione espandendoci in alcune attività adiacenti all’O&G, come quelle non convenzionali e geotermiche. Le acquisizioni più significative del primo trimestre del 2019, che dimostrano la dinamicità del settore”, ha concluso, “sono relative a nuove commesse che verranno realizzate in Bolivia e in Arabia Saudita e a estensioni di lavori già in corso in Arabia Saudita, Perù, Marocco e Romania”.

Agi

Il salto triplo dell’Africa tra innovazione digitale, svolta “green” e cooperazione

A Nairobi in Kenya nascono nuovi quartieri adibiti (come l’hub di Konza Technopolis) a ospitare startup, servizi digitali per la gestione della connessione a banda larga e nuovi modelli per un approccio più ampio e diffuso delle fonti rinnovabili. È la Silicon Savannah, il fiorente panorama tecnologico del Kenya. Se ne discute alla Summer School “Energy Management e Digital Innovation per lo Sviluppo Sostenibile in Africa Subsahariana” organizzata dalla Fondazione Eni Enrico Mattei (FEEM) insieme al Politecnico di Bari, che prenderà il via il prossimo 24 giugno proprio nel capoluogo pugliese.

Il programma prevede interventi di docenti tra cui Giulio Sapelli, Veronica Ronchi, e Manfred Hafner di FEEM; Mario Citelli e Vito Albino del Politecnico di Bari, Mario Giro dell’Università per Stranieri di Perugia. A loro si affiancheranno anche due tra le principali protagoniste di questa rivoluzione digitale e rinnovabile: Funké Michaels dell’Università di Nairobi e Ruth Ndegwa del Kenya Climate Innovation Centre.

Giovane, istruita e sana: benvenuti nell’Africa Sub-Sahariana

I ricercatori della Fondazione Eni Enrico Mattei ci spiegano che l’Africa Sub-Sahariana è in una posizione unica per trarre vantaggio dall’economia digitale: è giovane (il cosiddetto ‘dividendo demografico’ contribuisce all’incremento del PIL); meglio educata che in passato (l’alfabetizzazione è quasi ovunque al 70%); più ricca (il tasso di povertà estrema è calato dal 56 al 35 percento dal 1990); e vi è un rischio minore di contrarre Aids e malaria (tra il 2000 ed il 2012 la mortalità per malaria è calata del 50%). Un terzo della popolazione è in possesso di un telefono cellulare, i sistemi di moneta elettronica (e-mobile systems) sono in rapida espansione (si veda il successo di M-Pesa in Kenya), e una rete di start-up ispirato alla Silicon Valley si sta velocemente sviluppando, con 200 centri d’innovazione già esistenti e finanziamenti in crescita letteralmente esponenziale”.

Questo slancio di innovazione è trainato dalla tecnologia, che attira investimenti da ogni parte del mondo. Per rendersi conto dell’attenzione che c’è verso questa regione, basta vedere il programma della Nairobi Innovation Week che è in programma per la prima metà di giugno. Tra gli ospiti dell’evento, investitori internazionali e manager delle principali compagnie mondiali di smartphone e di servizi digitali. Anche giganti come Google hanno voluto contribuire alla crescita digitale del Kenya con un programma molto particolare: mandare in volo palloni aerostatici fino a 20 km di altezza per diffondere il segnale Internet anche nelle aree più remote del paese.

Il Kenya è capofila nell’innovazione digitale in Africa

“In questi ultimi 5-10 anni – spiega Mario Citelli, che è uno dei coordinatori della Summer School organizzata dalla Fondazione Eni Enrico Mattei – il Kenya ha conosciuto un vero e proprio boom dei dati sulla penetrazione delle infrastrutture di rete che è stato favorito proprio dalle condizioni preesistenti di grande arretratezza”. Due i fattori chiave: una rete prevalentemente aerea e una scarsa penetrazione sul territorio con indici tra i più bassi al mondo. “Non si è dovuto praticamente scavare per implementare le nuove reti e in più la diffusione del mobile ha fatto il resto”, aggiunge Citelli.

I dati, presentati dalla Communications Authority of Kenya parlano di un tasso di penetrazione in costante crescita che ha ormai raggiunto l’88,1% della popolazione. Sono questi i numeri che hanno sostenuto e sostengono progetti come la Silicon Savannah, il distretto tecnologico realizzato nel distretto di Kanza a una sessantina di chilometri da Nairobi sulla strada per Mombasa, principale porto commerciale del paese. Le ricadute, per tutta l’area Sub-Sahariana di questo nuovo ecosistema economico sono davvero tante e non riguardano solo il Kenya.

Funkè Michaels nel corso di una Lecture promossa dalla Fondazione Eni Enrico Mattei  a giugno 2018, ha spiegato: “Quando Calestous Juma, professore dell’Università di Harvard, parlò delle ricadute positive dell’innovazione tecnologica sulla geografia africana, pensava alla Kenyan Tech Valley e al suo impatto sul mercato nigeriano. Riuscì a prevedere quello che fino a poco tempo prima era considerato un evento improbabile: il sodalizio tra le app e i sistemi sviluppati dai kenyoti e il fiuto nigeriano per gli affari. Nelle imprese indigene come la Cellulant (Kenya e Nigeria), il progetto per la diffusione dei fertilizzanti ha permesso a un numero maggiore di contadini di accedere alle sovvenzioni per questi prodotti, incrementando la produttività agricola dei rispettivi Paesi. Adesso gli agricoltori sanno che è possibile definire dei calendari digitali per la semina e accedere ai sussidi per i fertilizzanti. Ora ci si deve assicurare che i progressi fatti siano mantenuti. Attraverso le piattaforme di cross-learning e le opportunità di partenariati regionali, l’Africa si sta rapidamente preparando a sfruttare queste opportunità di formazione”.

Modelli errati sono quelli europei e del mondo occidentale

Nel corso della Summer School, Funkè Michaels, esperta di temi legati allo sviluppo, parlerà più nello specifico proprio di come le nuove tecnologie digitali stiano favorendo cambiamenti sostanziali nelle società africane. “La digitalizzazione non ha raggiunto le comunità rurali africane allo stesso tempo e con la stessa velocità e risultati. Per questo non possiamo basare la nostra osservazione solo sulle cifre perché la nostra popolazione non ha le stesse abitudini degli utenti come in Europa, per esempio. Non solo anche le statistiche ci dicono poco se pensiamo al fatto che molto spesso un singolo smartphone o un laptop possono essere usati da diversi utenti anche commerciali. In questo contesto diventa difficile basare l’incidenza e la distribuzione esclusivamente sui numeri. Tuttavia le storie di successo sono molte: la Mpesa del Kenya è conosciuta in tutto il mondo; e la digitalizzazione agricola della Nigeria ha portato a un database di agricoltori rurali che aiuta nella diffusione di informazioni e input agricoli come fertilizzanti. In Tanzania gli abitanti delle zone rurali stanno imparando a proteggere l’ambiente e a salvare gli alberi utilizzando le informazioni agricole fornite digitalmente per aumentare la produzione e la resa per metro. Sta succedendo in tutta l’Africa: la facilità di comunicazione e la disponibilità di informazioni continueranno ad essere un catalizzatore per l’innovazione e la crescita”.

È però in Kenya che questa rivoluzione sta assumendo forme e strutture più solide, anche grazie a una attenta e costante azione di sostegno da parte del governo locale e di investitori privati, anche stranieri. “Il Kenya è un laboratorio, ma lo è tutta l’Africa, dove si sperimentano nuove forme di organizzazione del territorio, dell’economia, della società; con processi accelerati visto che l’evoluzione post-coloniale non ha ancora creato significative e consistenti strutture intermedie sul modello occidentale. Quelle già presenti mantengono un alto grado di flessibilità, favorendo il cambiamento, anche con la formazione in molti casi di comunità funzionali che cercano di utilizzare positivamente nuovi e vecchi strumenti a loro disposizione”, dice ancora Mario Citelli. Questo processo spiega anche il successo e l’ampia diffusione dei nuovi strumenti digitali, come per esempio, M-Pesa, un sistema di pagamento in cui M sta per mobile, pesa per danaro in swahili, strumento per la circolazione di denaro, pagamenti e prestiti, attraverso telefono mobile e smartphone, che si appoggia a una rete di telecomunicazioni mobili.

“L’applicazione M-pesa – racconta Citelli – è il risultato di un’attività condotta da un ente di ricerca e sviluppo britannico, il Department for International Developmant (DFID), che nel 2002 registrò la diffusione informale del telefono in Africa orientale per anticipare e sostenere pagamenti. Nel 2005 viene affidata a Vodafone, attraverso la sua consociata Keniana Safaricom, la realizzazione di un’esperienza pilota, sfruttando un software realizzato da uno studente della Moi University, keniano. Nel 2007 l’applicazione viene lanciata come strumento di pagamento diffuso, con una gestione tecnica delegata a IBM e successivamente a Huawei. Negli anni successivi il servizio è lanciato anche in altri Paesi: Tanzania, Afghanistan, India, Romania e Albania. In Kenya il servizio è ora utilizzato da circa 22 milioni di persone (su 48 milioni di abitanti del Paese), a cui va aggiunta un’altra percentuale di persone che si avvale di servizi simili, avviati da altre compagnie telefoniche, competitor di Vodafone/Safaricom. Servizio che permette di depositare e ritirare denaro, trasferirlo tra utenti, pagare bollette e fatture; regolamentato per quanto riguarda l’identità degli utilizzatori, ma assolutamente al di fuori del sistema bancario. Nel 2008 un gruppo di banche operanti in Kenya tentò, attraverso azioni di lobbing, di fermare l’evoluzione del servizio, senza successo”.

Innovazione fondamentale per lo sviluppo di agricoltura ed energy mix

Un aspetto su cui le innovazioni digitali potranno fornire un ulteriore contributo è quello critico dell’accesso all’energia, soprattutto quella rinnovabile, uno dei cardini dell’Agenda per la Sostenibilità delle nazioni Unite e anche uno dei temi della Summer School organizzata dalla Fondazione Eni Enrico Mattei. I ricercatori della Fondazione spiegano che per sostenere queste nuove dinamiche, la regione sta registrando un cospicuo aumento di investimenti nell’energia pulita e proseguendo su questa strada potrebbe emanciparsi dalla sua dipendenza energetica, che da sempre costituisce uno dei principali ostacoli al suo sviluppo. Il futuro energetico dell’Africa passa inevitabilmente per le fonti rinnovabili. Meno del 25% delle abitazioni dell’Africa Sub-sahariana ha oggi accesso all’elettricità, appena il 10 per cento nelle aree rurali. Come risposta, i governi cercano una soluzione nelle energie rinnovabili, fissando obiettivi sempre più ambiziosi e investendo in tecnologie solari, eoliche e geotermiche. Secondo l’Agenzia internazionale delle energie rinnovabili (Irena), la quota di energia da rinnovabili in Africa potrà passare, in media, dal 17 del 2009 al 50% nel 2030.

Un esempio di come le tecnologie digitali possono sostenere la crescita e la migliore e più efficace distribuzione dell’energia è il progetto realizzato da Giacomo Falchetta, ricercatore FEEM che collabora al Future Energy Program coordinato da Manfred Hafner, che ha sviluppato un progetto, basato su Google Earth Engine, che incrocia dati satellitari, geografici e demografici per mostrare come si è diffusa l’elettrificazione in Africa Subsahariana dal 2014 a oggi. Questo dataset può essere utilizzato in molti ambiti: per esempio verificare quali sono i modi più efficienti per portare l’accesso all’elettricità oppure capire meglio come indirizzare gli investimenti per lo sviluppo o tenere traccia del SDG 7 Agenda 2030, per potenziali usi futuri concreti.

Il problema, infatti, non è verificare se il Sudafrica ha un tasso di accesso all’energia intorno all’85-90% e che il Malawi si attesta intorno al 25, perché questi dati sono molto semplici da reperire anche in modo tradizionale. Una domanda invece a cui è molto difficile rispondere è che a fronte dell’85% di persone che in Sudafrica hanno accesso all’energia ce n’è un 15% che non ce l’ha: questo dato riguarda diversi milioni di persone. Ma dove sono queste persone? Grazie alla mappatura è possibile avere un’idea più precisa in merito.

Agi

Il piano di Salvini per fare la Flat Tax ed evitare la procedura di infrazione

Mantenere nella prossima legge di Bilancio solo una quota dei 23 miliardi necessari per la copertura delle clausole di salvaguardia dell’Iva e trasferire il grosso della cifra sugli anni successivi. È uno dei progetti a cui starebbe lavorando il governo. È soprattutto la Lega a spingere su questa prospettiva. Certo, l’ipotesi sarebbe percorribile se la Ue decidesse di concedere come lo scorso anno una quota di flessibilità ma una volta evitata la procedura di infrazione, si potrebbe andare verso questa direzione.

Il punto di caduta nel governo non è solo il modo in cui Roma debba rispondere a Bruxelles sulla procedura di infrazione aperta nei confronti dell’Italia per disavanzo eccessivo. Si sta già discutendo sulla prossima manovra da approntare. Del resto è stato lo stesso presidente del Consiglio a sottolineare che occorre parlarne subito, facendo intendere che non è possibile realizzarla in deficit.

Alle domande dei cronisti in merito Salvini ha glissato. Flat tax in deficit? “Io voglio tagliare le tasse, il piano è pronto. Ne parlerò con gli alleati”, ha tagliato corto il ministro dell’Interno che in serata ha riunito i ministri proprio per discutere sui provvedimenti economici. “Mi aspetto fatti”, ha detto anche in serata al Tg2.

Secondo il partito di via Bellerio la manovra si aggirerebbe intorno ai 35 miliardi. E punterebbe tutta su un piano di investimenti e riduzione delle tasse. “Non si capisce perché l’Europa dovrebbe bocciarla. Su quella dell’anno scorso c’erano delle riserve legate al reddito di cittadinanza, ma su questa non possono dire nulla”, mette le mani avanti un ‘big’ del partito di via Bellerio.

 

Il punto centrale della manovra per Salvini è la flat tax. Il responsabile dell’Economia, Giovanni Tria, non è convinto delle coperture. La priorità ora è scongiurare la procedura d’infrazione e ogni discussione sulle cifre legate a misure fiscali è prematura, a partire dalle coperture per la flat tax, sottolinea fonti del Mef.

Ma dal Carroccio la tesi è diversa: si tratterebbe di reperire 10 miliardi, il resto verrebbe dalla ridefinizione degli sconti fiscali e dagli 80 euro previsti dal governo Renzi. La platea della flat tax – sempre secondo quanto apprende l’Agi – coprirebbe i nuclei familiari sotto i 50 mila euro di reddito e sotto i 26 mila per i redditi singoli. La Lega punta anche sul taglio del cuneo fiscale, prevedendo circa 4 miliardi.

Nel vertice economico a Palazzo Chigi si è deciso di istituire sette tavoli sui vari aspetti della manovra: dalla flat tax al Sud, dalle ‘tax expenditure’ alle privatizzazioni. Salvini vorrebbe usare una parte dei risparmi derivanti dal reddito di cittadinanza e da quota 100 (si parla di circa tre miliardi) anche per la flat tax. Una linea non condivisa nell’esecutivo.

Il titolare dell’Interno ha spiegato di non volere “atteggiamenti alla Monti“. Sia il vicepremier leghista che Di Maio non intendono dare il via libera ad una manovra lacrime e sangue. “Deve essere espansiva, bisogna puntare al taglio delle tasse”, è la posizione sulla quale concordano il ministro dell’Interno e il responsabile dello Sviluppo e del Lavoro. Ma è una posizione che si scontra con la tesi espressa più volte dal ministro dell’Economia e dal premier Conte che non intendono mettere a repentaglio i conti pubblici. 

Agi