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Boccia sprona i politici: “Servono scelte coraggiose, no a facili promesse”

L’Italia per avere una crescita duratura deve “agire”, “non rincorrere facili promesse e recuperare il senso dell’impegno e del sacrificio”: lo afferma il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, nel suo intervento all’assemblea 2019. Servono decisioni “coraggiose”: “siamo mossi dalla visione di un Paese migliore, da costruire con il coraggio delle scelte di oggi”, spiega. E “dalla consapevolezza che possiamo farcela anche grazie ai tanti punti di forza di un’industria larga : manifatturiera, delle costruzioni, dei servizi, della cultura e del turismo”.

In parole povere: più lavoro, meno debito, più crescita e un piano shock per le grandi infrastrutture e le piccole opere “destinate a mettere in sicurezza suolo, ponti, scuole e ammodernare strade”.

Più crescita e meno debito sono “precondizioni per raggiungere più lavoro, a partire dai giovani, la vera priorità nazionale europea”. 

Serve infatti ­“un grande piano di inclusione dei giovani che offra loro la possibilità di crescita professionale adeguata alla competenze”.

Infine è necessario “ridurre il carico fiscale a vantaggio dei lavoratori per aumentare i salari, migliorare il potere d’acquisto e stimolare per questa via la domanda interna oggi particolarmente depressa”.

Agi

“Esiste una Teoria per ridare un’anima al capitalismo. È stata scritta molti anni fa”

“Il problema è sempre quello: salvare il capitalismo da se stesso”. Il libretto è sottile, più un pamphlet che un trattato, e le pagine hanno preso col tempo un tono di colore che dà sul paglierino. Sul frontespizio il simbolo della casa editrice: un lupo. “L’editore era il marito di Virginia Woolf, Leonard. Si conoscevano dai tempi di Cambridge”, racconta Giorgio La Malfa, anche lui uscito da Cambridge, ma sessant’anni dopo i fatti. 

The End of Lassez-faire, il libro che sfoglia con cura (è un pezzo ormai raro) è solo uno dei tremila volumi della sezione economica della fondazione dedicata a suo padre Ugo, partigiano azionista, segretario del Partito Repubblicano. Uno dei padri laici dell’Italia democratica.

Libri ovunque, nella sede della Fondazione Ugo La Malfa: un bel contrasto con la politica dell’urlo che si è venuta imponendo negli anni, fatta di scarsa riflessione e intensa adrenalina, problemi complessi e soluzioni semplici.

Semplici solo apparentemente, se non addirittura impraticabili. E i dilemmi di un capitalismo che ha portato alla crisi del 2008, senza generare gli anticorpi necessari ad impedire il suo ripetersi, restano tutti insoluti.

Anche per questo La Malfa, con il suo inglese parlato come una lingua madre e la sua profonda conoscenza dei processi dell’economia, riporta all’attenzione di politici e intellettuali gli insegnamenti di un grande padre dimenticato del Novecento. Si tratta di quel John Maynard Keynes che tratteggiò, profeta allora ascoltato, la riforma del capitalismo puro e duro.

Ne scaturì il “Trentennio d’oro” delle economie occidentali, dal ’45 al ’75: ricchezza creata e distribuita, conquiste sociali, vittoria sul modello marxista del socialismo reale. Che tempi.

Oggi gli scritti più importanti di Keynes, fra cui la Teoria generale dell’ocupazione dell’interesse e della moneta, tornano in Italia raccolti in un volume de I Meridiani Mondadori. Lo ha curato lo stesso La Malfa: oltre ai testi (valorizzati da una traduzione che rende giustizia al bell’inglese dell’originale) si possono sfogliare un approfondito saggio introduttivo ed una ricca annotazione dei testi di La Malfa e di Giovanni Farese.

“La ragione di fondo che ha portato alla pubblicazione di questo libro è duplice”, spiega La Malfa all’Agi, “Da una parte si tratta di dare ai giovani studiosi e intellettuali italiani un’opera dotata di un adeguato apparato critico. Dall’altra c’è un’esigenza di carattere politico. Di Keynes si deve tornare a valorizzare la visione complessiva dell’uomo, all’interno della quale proponeva soluzioni per i problemi dell’economia e della società. Era sì un economista, e di formazione era un matematico. Ma mentre si laureava in matematica studiava la filosofia. Non è un caso”.

Si direbbe il contrario dell’iperspecializzazione in voga adesso. Quasi una figura rinascimentale che riesce ad andare oltre i presunti dogmi della propria materia. 

“Giovedì prossimo verrà presentato questo volume all’Accademia dei Lincei. Ci sarà anche il Presidente della Repubblica. E questo mi fa molto piacere, è una presenza che ha un significato preciso rispetto al messaggio non solo economico ma anche sociale del pensiero di Keynes”.

Mattarella fin dall’inizio del settennato ha sottolineato l’idea della responsabilità sociale dell’impresa.

“Il punto di fondo del pensiero keynesiano è il rifiuto del fondamento utilitaristico dell’economia. Si può costruire una vera teoria economica sul concetto dell’uomo come puro homo economicus, ma si rischia di trascurare degli aspetti essenziali. L’economia, diceva Keynes, non è una scienza naturale, ma morale. Insomma: è parente dell’etica”.

E il capitalismo?

“Il capitalismo è una macchina molto efficiente, ma non efficiente in modo assoluto. Ha bisogno di un volante per essere indirizzato, per essere corretto nei suoi eccessi e nelle sue insufficienze. Non garantisce necessariamente la piena occupazione e la giustizia sociale, ad iniziare dai redditi. Spesso genera la stortura di redditi molto alti per pochi e molto bassi per molti. Senza considerare la disoccupazione”.

Una teoria quasi degna di Marx, che parlava dell’accumulazione di ricchezze sempre maggiori in un numero sempre minore di mani. Tutte mani capitaliste.

“In realtà Keynes conosce poco Marx e ne dà un giudizio sommariamente negativo. Conosce, però, e capisce bene Russia”.

La Russia comunista?

“Keynes, che nella prima parte della vita era stato omosessuale, a un certo punto conosce Lydia Lopokova, una bellissima ballerina classica dei Ballets Russes di Sergej Djagilev, la sposa e con lei visita e conosce a fondo la Russia”. 

Potenza dell’amore. E che impressione ha della Russia?

“Keynes ricostruisce bene due aspetti essenziali del comunismo: la sua totale inefficienza in termini economici pratici e la sua formidabile capacità di attrarre quanti, a partire dalle classi operaie, hanno di che lamentarsi del capitalismo. E dice: o troviamo il modo per rendere efficiente il capitalismo o l’attuazione del comunismo sarà irresistibile. Lo scriverà anche a Franklin Delano Roosevelt, poco dopo la sua elezione alla Casa Bianca: “Se lei dovesse fallire, in tutto il mondo sarà gravemente pregiudicato il cambiamento su basi razionali e in campo rimarranno a scontrarsi solo l’ortodossia e la rivoluzione”.

Roosevelt non fallì, per fortuna. Anzi, indicò la strada ad una intera generazione di politici del dopoguerra, anche in Italia.

“In Italia tutti i partiti del secondo dopoguerra sono keynesiani: democristiani, repubblicani, socialisti …  Tutti vogliono dare un’anima al capitalismo. Fanfani vara il piano casa all’interno di un progetto di società ben preciso, e anche per non far scivolare i meno abbienti verso il comunismo. Ora quello che deve emergere, anche da questo libro, è l’ispirazione politica del pensiero keynesiano, incentrata su un’idea ben precisa: come salvare il capitalismo da se stesso”.

Una volta il pericolo era che gli esclusi scivolassero verso il comunismo. Oggi si direbbe che il rischio è quello del populismo che invoca la propria sovranità sul bilancio dello Stato.

“A mio giudizio è lecito fare una spesa pubblica in deficit, ma per delle buone ragioni, cioè per degli investimenti. Ma non lo si può fare solo per ottenere due voti. Esiste anche un’altra lettera di Keynes, questa volta ad Hayek: in realtà la stima reciproca dei due era molto maggiore di quanto non si pensi. Keynes aveva appena finito di leggere “La strada per la schiavitù” di Hayek, e gli scriveva di essere d’accordo con lui sui pericoli della spesa pubblica: chi somministra alla società la medicina dell’intervento deve avere la cautela che hai tu”.

Comunque una posizione ben lontana dal reaganismo e dal thatcherismo. O dall’adorazione del pareggio di bilancio fine a se stesso.

“Anche chi in passato sosteneva l’austerità a tutti i costi adesso riconosce che quella cura non è servita a bloccare il debito pubblico. Questo è un punto.  Ma questo non costituisce una giustificazione per la dissipazione delle risorse pubbliche. Come in tutte le cose, bisogna avere capacità di discernimento”.

 Certo, in questi anni la sinistra ha molto ridotto la sua critica al capitalismo

“Oggi la più forte voce critica riguardo gli automatismi del mercato è rappresentata dal mondo cattolico. Una volta era il socialismo, ora non lo è più. Ho visto con molto interesse questa iniziativa di Papa Bergoglio, che ha convocato ad Assisi per una tre giorni, il prossimo anno, il mondo dell’economia e dell’impresa per dare un nuovo volto alla materia. Se venissi invitato ci andrei con grandissimo piacere a parlare di questi problemi.  La Chiesa una volta poteva apparire come portatrice di un rifiuto del capitalismo. Nel mondo contemporaneo, per l’appunto, si tratta di dargli un’anima”.

Colpisce, in Keynes, questa comunanza di sensibilità tra la cultura laica e quella cattolica o comunque religiosa.

“Nella biografia di Keynes ho ricordato che lui da parte di madre discendeva da una famiglia di predicatori battisti, usciti quindi dalla Chiesa Anglicana perché ispirati ad una visione più severa del cristianesimo. Lui non era credente, ma mantenne probabilmente un’impronta di questo tipo. Quanto alla madre, era una figura di grande spessore: il primo sindaco donna di Cambridge. Il cammino della modernità segue molte strade”.

E Giorgio La Malfa torna a sfogliare La fine del Lasseiz-faire. Un’idea, quella dell’“Arricchitevi!” di Guizot, che pare appartenere ad un mondo vecchio e lontano. O comunque non più in grado di rassicurare l’uomo contemporaneo.

Agi

Si ricomincia a parlare di un matrimonio tra Unicredit e Commerzbank

Dopo la vendita di circa metà della quota che aveva in Fineco tornano a farsi vive le voci di un interesse di Unicredit per Commerzbank. E, a sostanziare le indiscrezioni, arrivano anche i nomi degli advisor della banca guidata da Jean Pierre Mustier, che preferisce non commentare le indiscrezioni e i rumors di mercato, per poi, su richiesta della Consob, dover smentire di aver firmato “alcun mandato relativo a possibili operazioni di mercato”.

Secondo quanto riporta Reuters da Londra, la banca italiana avrebbe dato mandato a Lazard e JPMorgan di assisterla nel caso decidesse di presentare un’offerta sull’istituto tedesco dopo che sono saltate le trattative fra quest’ultimo e Deutsche Bank. La settimana scorsa, presentando i risultati, Mustier ha ribadito per l’ennesima volta di vedere difficili fusioni fra banche, soprattutto transfrontaliere e che il gruppo è impegnato a portare a termine gli obiettivi del proprio piano, Trasform 2019, che è su base organica, mentre prepara la nuova strategia, che sarà svelata a dicembre.

Al tempo stesso analisti e investitori continuano a interrogarsi su quelli che potrebbero essere gli obiettivi del gruppo, che, oltre alla vendita del 17% di Fineco, ha annunciato una serie di misure, fra cui la riduzione del portafoglio di titoli governativi italiani e un’evoluzione dell’organizzazione del gruppo per aumentare le opzioni e la flessibilità, specialmente sul fronte del costo del funding.

I dubbi dei mercati

Di sicuro i mercati non mostrano di gradire l’incertezza da questo punto di vista: se diverse analisi hanno sottolineato come un’operazione fra Unicredit, che in Germania è presente con la controllata Hvb, e Commerzbank abbia potenzialmente più senso di una fra quest’ultima e Deutsche Bank, al tempo stesso ogni volta che si diffonde la voce di questo interesse il titolo in Borsa soffre. Ad inizio aprile, quando si era diffusa l’indiscrezione, aveva lasciato sul terreno lo 0,66% a fronte di un andamento positivo dei bancari, mentre martedì ha perso l’1,69% dopo essere sprofondata a – 3,5% circa in pochi minuti appena si è diffusa la notizia.

Decisamente diverso l’andamento per la banca tedesca, che è immediatamente scattata al rialzo. Fra i due gruppi infatti è quello italiano ad avere una redditività maggiore e fra gli analisti in particolar modo desta perplessità l’idea che l’operazione possa essere finanziata in parte con il derivato della vendita della quota di Fineco, la cui marginalità è ancora superiore. Da segnalare infine che fra gli advisor individuati, secondo Reuters, per Lazard ci sarebbe Joerg Asmussen, ex viceministro delle Finanze tedesco, che potrebbe facilitare i rapporti con il governo di Berlino, che in Commerzbank ha una quota del 15% e che di fatto dovra’ dare il proprio placet all’operazione.

Agi

Per un giornale guadagnare con Internet è possibile. Cosa insegna il caso del Guardian

La crisi dei giornali tradizionali innescata dal boom di Internet e dalla vasta disponibilità di informazione presente in rete porta con sè un gigantesco paradosso. Da una parte non c’è mai stata tanta domanda di informazioni, e quindi di lavoro giornalistico, come oggi. Dall’altra queste informazioni il pubblico è abituato ad averle gratis e, se si trova di fronte a un ‘paywall‘ (ovvero un contenuto online riservato agli abbonati), ha a disposizione parecchie alternative gratuite. La conseguenza è una competizione al ribasso dove il crollo degli utili degli editori si traduce in un taglio del costo del lavoro, il che va a detrimento della qualità dei contenuti disponibili sul web. 

I limiti del ‘paywall’

Trovare un modello di business sostenibile e compatibile con la rivoluzione digitale è da tre o quattro lustri il problema che attanaglia tutti gli editori. Il meccanismo del ‘paywall’ ha rivelato presto i suoi limiti. In primo luogo perché il presupposto è spingere chi non vuole spendere soldi per il cartaceo a investirli per leggere lo stesso articolo su un dispositivo, senza quindi offrire un contenuto originale e pensato su misura per la rete. In secondo luogo perché sono davvero poche le testate così prestigiose e così insostituibili da poter sperare di avere una sufficiente base strutturale di lettori online a pagamento. I primi esempi che vengono in mente sono i grandi quotidiani finanziari, come il Wall Street Journal e il Financial Times, che limitano peraltro al massimo gli articoli consultabili gratuitamente. 

Un caso unico

La notizia è che un giornale che è riuscito a trovare questo modello di business, senza ricorrere al paywall, c’è. È il britannico The Guardian, che ha annunciato di aver chiuso l’anno fiscale 2018-2019 con un utile operativo (ovvero il denaro guadagnato solo con l’attività editoriale, al netto di altre voci come, ad esempio, investimenti finanziari o immobiliari) di 800 mila sterline, dopo vent’anni di bilanci in rosso, con perdite definite “sostanziali”. 

Un risultato che è ancora più sorprendente se si va ad analizzare il bilancio nel dettaglio. Oltre la metà del fatturato, il 55%, viene generato dal sito, un traguardo che solo il Financial Times e pochissime altre testate possono vantare (Il 60% del fatturato del New York Times arriva ancora dal cartaceo). E le entrate pubblicitarie contano solo per l’8% del totale. Come detto, inoltre, i paywall non ci sono: tutta l’edizione online del Guardian è consultabile gratis. E allora? Alla fine di ogni articolo del Guardian trovate questo box.

Un libero invito a donare (con la possibilità di una sottoscrizione fissa e periodica) al quale hanno aderito abbastanza lettori da costituire oggi il 47% del fatturato. Un caso unico. Talmente unico da essere molto difficilmente replicabile. Per più di una ragione. 

Le ragioni di un successo

Prima di tutto, il Guardian è scritto in inglese, oggi lingua universale, e ha un’edizione internazionale distinta da quella britannica e pensata per i lettori residenti fuori dal Regno Unito, che costituiscono circa i due terzi del totale. Un obiettivo al quale Handelsblatt o Yomiuri Shinbun non possono certo aspirare. El Pais e Le Monde, che invece scelgono di offrire in abbonamento una versione digitale del cartaceo, comprensiva di supplementi, potrebbero forse provarci. Lo spagnolo si parla in quasi tutta l’America Latina e il francese in mezza Africa. Ma l’inglese è un’altra cosa.

La questione della barriere linguistiche spiega però solo una piccola parte dell’unicità del caso del Guardian. Ad aver reso, sovente a ragione, l’opinione pubblica diffidente nei confronti della stampa sono gli interessi che muovono i proprietari delle testate, raramente editori puri o privi di simpatie politiche.

Il Guardian, invece, può dirsi indipendente senza il timore di suscitare ironie, può permettersi davvero di affermare che “nessuno revisiona il nostro direttore”. La proprietà è di un trust che dal 1936 ne garantisce l’indipendenza. L’altra storica voce progressista della stampa britannica, The Independent (altro caso interessante: ha chiuso l’edizione cartacea e vive solo con l’online), nell’azionariato ha persino i sauditi

La lezione che vale per tutti

Ciò non vuol dire che The Guardian non abbia una linea politica: nato contiguo ai liberali, è poi diventato una testata di sinistra. Le critiche che i laburisti ricevono dal Guardian sono spesso però ancora più virulente di quelle che giungono dai quotidiani conservatori. Un altro aspetto da non sottovalutare, poi, è che The Guardian ha saputo fare autocritica dopo essere in parte caduto anch’esso, ai tempi dell’elezione di Trump, nel gioco della polarizzazione dove ogni elettore di destra finiva per essere infilato da molte testate liberal nel “cesto dei deplorevoli” di clintoniana memoria e, qualsiasi problema geopolitico sorgesse, era sempre e comunque colpa di Putin

Oggi, invece, anche il nazionalista più acceso difficilmente potrà negare che la serie di articoli sul fenomeno populista pubblicata nei recenti mesi o le inchieste di Tobias Jones dedicate all’estrema destra italiana sono tra i contributi più approfonditi e obiettivi mai pubblicati sull’argomento. Contributi che sono solo un piccolo risvolto di un’altra scommessa vinta.

Viene spesso detto che in rete la soglia d’attenzione è bassissima e che dopo 30 righe quasi tutti gli utenti vengono distratti da altro. Esiste però un altro tipo di lettore, quello che vuole i longform (formato che viene considerato improponibile sul web ed è invece tra i fiori all’occhiello della nuova strategia del Guardian), vuole contenuti che siano davvero di qualità, vuole percepire che dietro quel pezzo ci sia un lavoro strenuo di ricerca, documentazione e revisione, non un copia e incolla distratto e raffazzonato.

In poche parole, il lettore vuole vedere che il giornalista di turno ha lavorato, si è sforzato e lo ha fatto senza le direttive di un padrone. In tal caso, è persino disposto a pagarlo sua sponte. Ed è quest’ultima la lezione del Guardian che vale davvero per tutto il settore. 

@cicciorusso_agi

Agi

Le novità che Google porterà nelle case (e sugli smartphone)

Doveva essere il giorno del Pixel 3A, lo smartphone economico di Google. Ed è arrivato. Ma nella conferenza I/O a rubare l’occhio sono alcune funzioni che arriveranno presto: accorgimenti sulla privacy (Maps in incognito) e un’assistente digitale che – se le dimostrazioni viste sul palco saranno confermate alla prova pratica – sembra davvero fare un salto notevole.

Pixel 3A, lo smartphone economico

Lo smartphone economico di Google si chiama Pixel 3A. Ed è disponibile sia in versione standard (da 5,6 pollici) che in quella XL (da 6 pollici). Ampiamente anticipato dalle indiscrezioni, il 3A segue la tendenza di questo 2019: i grandi marchi, alle prese con un mercato asfittico, affiancano ai top di gamma dispositivi di fascia media. I nuovi Pixel tagliano parecchio il prezzo rispetto ai fratelli maggiori: 399 euro per il 3A e 479 euro il 3A XL.

La disponibilità è immediata anche in Italia. Il design è quello tipico dei Pixel, con una scocca, a due toni, disponibile in tre colori: nero, bianco e viola tenue. Batteria da 3700 mAh per il 3A XL e da 3000 mAh per il 3A. La promessa è di 30 ore con una singola ricarica e 7 ore con una ricarica rapida da 15 minuti. Salvo le dimensioni, i display sono identici per tecnologia (Oled) e definizione. Uguale è anche la memoria RAM (4GB) e lo spazio di archiviazione (64GB). Google si è molto concentrato sulle fotocamere. Quella principale è da 12 MP e quella frontale da 8 MP. La qualità non sta tanto nell’hardware quanto nei correttivi dell’intelligenza artificiale, che dovrebbe permettere di avere risultati simili ai Pixel 3 anche se a un prezzo più abbordabile.

La nuova famiglia Nest

Alla voce hardware, i Pixel 3A non sono stati la sola novità. Google ha presentato Nest Hub Max, il nuovo smart speaker con display. “Nest” è il marchio che Mountain View ha comprato nel 2014 per 3,2 miliardi di dollari. In questi anni ha sviluppato una gamma di oggetti connessi che va dalle videocamere ai termostati. Adesso diventa l’etichetta di tutti i dispositivi rivolti alla smart home, a sottolineare la continuità dell’ambiente domestico. Nest Hub Max è simile al Google Hub presentato lo scorso anno (che cambia nome in Nest Hub, scende di prezzo a 129 dollari e arriva anche in Italia), ma ha nuove funzioni e un display più grande, da 10 pollici. Costa 249 dollari. Oltre alla voce, il dispositivo risponde anche ad alcuni gesti. Ad esempio basterà alzare la mano e rivolgersi verso lo schermo per fermare la musica. Hub Max si propone anche come dispositivo connesso per tenere d’occhio la casa quando l’utente è altrove (è uno degli effetti del rapporto più stretto con gli altri dispositivi della famiglia Nest). Se invece si vuole disattivare l’obiettivo e silenziare il microfono, Google ha introdotto un interruttore fisico, sul retro.

Sul nuovo smart speaker ci sarà Voice Match (che permette di riconoscere la voce del singolo utente per offrirgli un’esperienza personalizzata) ma anche Face Match: stesso obiettivo (calendario, promemoria e contenuti personalizzati, distinti ad esempio tra moglie e marito) ma attraverso i riconoscimento del volto.

L’intelligenza artificiale naviga al posto tuo

Nel corso delle conferenze tecnologiche gli ululati sono un classico. E, diciamo la verità, si sprecano spesso e volentieri per novità che non rivoluzioneranno certo il mondo. Quando però Google ha offerto una dimostrazione del suo “nuovo” assistente digitale, che arriverà in autunno, gli ululati hanno lasciato spazio a un autentico “oooh” di sorpresa. Effettivamente, il test è stato impressionante. Una manager di Google ha parlato al proprio smartphone con un linguaggio del tutto naturale, dando istruzioni una in fila all’altra, rapidamente, senza anteporre ogni volta il comando di attivazione “Ok Google”. Risultato: Google Assistant rispondeva alle istruzioni saltando da un’applicazione all’altra. In una manciata di secondi, ha scritto un messaggio, fatto un preventivo di viaggio su Lyft, selezionato una foto (la manager ha chiesto di cercare le immagini scattate al parco di Yellowstone che ritraevano un animale) e spedito l’immagine.

Secondo Big G, il nuovo assistente digitale è 10 volte più veloce ed è stato “compresso”, occupando così meno spazio sul telefono nonostante prestazioni superiori. L’altro “oooh” è arrivato per un’altra dimostrazione. Ve lo ricordate Duplex? Nella I/O 2018 era stato la star assoluta: l’intelligenza artificiale, praticamente indistinguibile dalla voce umana, chiamava un ristorante e prenotava un tavolo al posto dell’utente. Adesso sarà sempre più integrato con Google Assistant: Big G porta infatti Duplex sul web. Cosa significa? In sostanza è l’intelligenza artificiale a navigare al posto dell’utente, compilando le pagine con le informazioni richieste. La funzione sarà disponibile entro la fine dell’anno negli Stati Uniti e nel Regno Unito, per noleggiare auto e comprare biglietti del cinema. Se l’utente dice “prenota un’auto per il prossimo viaggio”, Duplex attinge dai dati necessari (contenuti nell’account di Google, Gmail, Chrome e Calendario) e li usa per completare la prenotazione. Un segretario digitale nello smartphone, che sa molto di noi e scrive, sceglie, clicca.

So fast, you might’ve missed it. Running on-device, the next generation Google Assistant makes it easier to multitask across apps—so things like looking up answers, and finding and sharing a photo are faster than ever. #io19 pic.twitter.com/qXwIMbFIz5

— Google (@Google) May 7, 2019

Maps in incognito e privacy

Entro l’anno, Google lancerà la modalità “in incognito” su Maps. Funziona come quella disponibile sui principali browser web: non vengono registrati destinazioni e percorsi. Un’accortezza che arriva dopo le polemiche dei mesi scorsi, legate a una gestione poco trasparente della cronologia delle posizioni. La modalità in incognito arriverà anche su Chrome per mobile e Youtube. Non è solo una questione di riservatezza (sul mio smartphone non resta traccia delle mie destinazioni e dei siti che ho frequentato). Con la modalità in incognito, Google avrà meno dati legati a un account, usati per costruire i suggerimenti delle ricerche (ad esempio la colonna destra dei prossimi video Youtube) ma anche le pubblicità personalizzata che compare in base alla navigazione. Nel corso della conferenza, il ceo di Google Sundar Pichai ha puntato molto sulla privacy, anticipando una nuova sezione dedicata e facilmente raggiungibile: se si sta navigando con il proprio account Google, basterà cliccare sulla foto del profilo per accedervi. La sezione raccoglie le impostazioni in un’unica stanza digitale. L’utente avrà quindi a disposizione alcune opzioni sulla “concessione” dei propri dati e sul tempo limite oltre il quale a Google non è più permesso conservarli.

Android Q: il nuovo sistema operativo

Android Q è la decima versione del sistema operativo. Numero tondo, che Big G ha voluto festeggiare svelando che il robottino verde è attivo su 2,5 miliardi di dispositivi. Come da tradizione, la I/O ha battezzato la versione beta (provvisoria) del prossimo sistema operativo. Oltre a guardare al 5G, è progettato per supportare il potenziale dei dispositivi pieghevoli: renderà più semplice il multitasking (cioè il lavoro con più app aperte) e permetterà di giocare o scrivere “in continuità” se il dispositivo (come il Galaxy Fold) ha due schermi.

In sostanza, se l’utente ha un’app aperta sul display esterno, non ci sarà alcuna interruzione quando deciderà spiegare lo smartphone per passare a quello interno. Una delle novità che più hanno catturato la platea è stata Live Caption, una funzione pensata soprattutto per i non udenti. È un sistema di trascrizione simultanea, che trasforma in lettere qualsiasi video (compresi quelli girati con il proprio telefono), podcast e file multimediali. Funziona anche senza connessione Internet, perché a trascrivere è l’intelligenza artificiale interna allo smartphone. L’intervallo tra voce e parola scritta è praticamente nullo. Android Q avrà una sezione dedicata alla privacy più chiara. E una dedicata alla gestione della geo-localizzazione.

Tra le altre cose, l’utente riceverà una notifica quando un’app in background (attiva, ma non usata in quel momento) sta utilizzando la sua posizione e potrà decidere se continuare o meno a condividerla. Il sistema operativo amplia le funzioni che permettono di controllare il tempo trascorso sul telefono. Ci sarà una modalità “Dark” (con sfondi scuri, per ragioni estetiche ma anche per risparmiare la batteria) e “Focus”: se attivata consente di disabilitare le applicazioni che distraggono. Stai studiando e vuoi evitare Instagram e Facebook ma mantenere attivo Whatsapp? Bastano un paio di mosse, senza silenziare le app una per una né bloccarle tutte. Aumentano le opzioni per i genitori che vogliano imporre vincoli ai figli: su Android Q si potrà impostare un tempo limite per ogni applicazione.

Google, le ricerche si fanno in realtà aumentata

Google interviene sui suoi risultati di ricerca: quando si cercheranno informazioni o termini, sarà disponibile l’opzione “Copertura completa”. È una possibilità già presente su Google News: raccoglie gli articoli in primo piano, i video su quella notizia e la cronologia degli aggiornamenti. Tra i risultati ci saranno anche i podcast e le animazioni in 3D. L’utente sta cercando informazioni sull’apparato scheletrico? Google metterà a disposizione uno scheletro in tre dimensioni, che grazie alla realtà aumentata può essere “posizionato” sulla propria scrivania. Stesso discorso per gli articoli d’abbigliamento: se cerco le scarpe di una marca, avrò a disposizione un’animazione tridimensionale per osservarle da ogni angolazione e – puntando il telefono – vedere come potrebbero calzare ai miei piedi.

L’AI per far parlare chi non può farlo

Questa non è una funzione che vedremo su Android, non subito almeno. Ma il progetto Euphonia, presentato sul palco da Google, è una di quelle applicazioni “buone” dell’intelligenza artificiale. Il riconoscimento vocale, grazie al quale noi parliamo e i dispositivi scrivono o ci rispondono, sta ormai entrando nell’alveo della normalità, facendoci dimenticare che dietro c’è una tecnologia estremamente complessa: un software deve conoscere il significato delle parole, capire modi di dire, comprendere i suoni in lingue e accenti diversi. Il progetto Euphonia prova a fare la stessa cosa, provando però a “tradurre” piccoli cenni, versi, pronunce distorte. Sarebbe un aiuto per chi ha subito un ictus, malati di Sla, sclerosi multipla o Parkinson. In sostanza, l’obiettivo è fare quello che fanno i programmi di trascrizione automatica. Ma partendo da un’altra “materia prima”.

Uno dei casi presentati da Google è quello di Dimitri Kanevsky, un ricercatore di Mountain View: nato in Russia, ha imparato l’inglese dopo essere diventato sordo da bambino. Il suo lessico è impeccabile, la sua pronuncia difficoltosa. Google ha sviluppato un sistema di trascrizione in tempo reale personalizzato. L’intelligenza artificiale conosce la “lingua” di Dimitri e la trasferisce sul display di uno smartphone in inglese corretto. Steve Saling è affetto da Sla e non riesce più a parlare. Euphonia ha tradotto minimi cenni del volto in risposte verbali e suoni (sì, no, esultanza o disappunto) che rendono più immediate le reazioni rispetto alla tastiera che “clicca” con gli occhi. In altri casi di Sla, i ricercatori hanno tradotto dei mugolii in comandi per accedere e spegnere la luce o attivare dispositivi.

Agi

Unicredit abbandonerà Facebook e Instagram dal primo giugno

“Valorizzare i canali digitali proprietari per garantire un dialogo riservato e di alta qualità. In linea con questo impegno, Unicredit annuncia che a partire dal 1 giugno non sarà più su Facebook, Messenger e Instagram”. Quattro righe sulla pagina Facebook dell’Istituto per un annuncio che fa notizia. La prima banca italiana per attivi totali (25 milioni di clienti e attività in 18 Paesi del mondo) rinuncia completamente a due social network e alla piattaforma di messaggistica Messenger (tutti canali che fanno capo al gruppo di Menlo Park) per concentrare la comunicazione della propria attività sui propri mezzi digitali, il sito Internet, in primo luogo, ma anche email, telefono e chat.

 

 

Alcuni mesi fa l’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier aveva preso già le distanze dal social di Mark Zuckerberg, colpito nell’inverno 2018 dallo scandalo Cambridge Analytica. “Prendiamo le questioni di business ed etica molto seriamente”, aveva dichiarato allora Mustier, “e abbiamo interrotto ogni interazione con Facebook perché non riteniamo che Facebook si stia comportando in modo appropriato ed etico. Unicredit come gruppo non sta utilizzando Facebook per ordine del Ceo e non lo utilizzerà fino a quando non avra’ un comportamento etico appropriato”.

Un disamore profondo e meditato per il social più utilizzato al mondo che produsse già a marzo 2018 una interruzione degli investimenti pubblicitari di Unicredit su questa piattaforma (Facebook in Italia conta 31 milioni di iscritti). E che ora, dopo poco più di un anno, ha convinto i vertici a rinunciare definitivamente (e in tutti i Paesi dove la banca opera) alla pagina e al profilo Instagram. Al momento non si hanno notizie di un disimpegno su Twitter e Linkedin. 

Agi

L’Italia è fuori dalla recessione o no? Come leggono i giornali i dati dell’Istat

“Italia fuori dalla recessione” titola deciso dalla metà della prima pagina il Corriere della Sera. “Fine recessione, torna la crescita” registra Il Fatto Quotidiano. “Risale il Pil, ma la ripresa è lontana” avverte più cauto Il Messaggero della Capitale. “Pil +0,2% in tre mesi (metà dell’eurozona). Crescono gli occupati” la butta più sul paragone Il Sole 24 Ore. “Non è più recessione ma per Pil e lavoro solo una miniripresa” smonta la Repubblica. “Ma non c’era la crisi economica? Il Pil torna a crescere dello 0,2%” la butta un po’ sull’ironia Libero, per il quale “il 2019 inizia bene”. I dati sono certificati dall’Istat.

Le tessere da mettere a posto nel puzzle della ripresa, secondo Fubini

“L’Italia è fuori dalla recessione, l’area euro non la rischia più, ma restano tante tessere da mettere a posto nel puzzle di una ripresa ancora illeggibile” osserva Federico Fubini dalle colonne del Corriere della Sera sotto il titolo “La spinta dell’export”. Ed è “come se gli stessi italiani che hanno trovato un lavoro in questo ultimo mese o dall’inizio dell’anno non credessero ai propri occhi”, chiosa l’editorialista.

“I segnali più recenti dal mondo del lavoro sono chiaramente buoni, dopo una perdita di 120 mila posti coincisa con i primi mesi del governo giallo-verde fino a dicembre. Tuttora gli occupati restano sotto i livelli di maggio scorso, ma i 60 mila che si sono aggiunti solo a marzo sembrano averlo fatto nel modo migliore: concentrati molto più fra i nuovi dipendenti a tempo indeterminato (più 44 mila occupati) che fra quelli a termine (più duemila); concentrati nelle fasce dei giovanissimi (più 51 mila fino ai 24 anni), dei giovani (più 18 mila fra i 25 e i 34 anni), che negli adulti (solo più quattromila fra i 35 e il 49 anni), mentre fra i più che cinquantenni si registrano perdite di posti (meno 14 mila)” .

“Poi però iniziano i rebus dell’economia più debole d’Europa – va più a fondo nell’analisi Fubini – rimasta quasi ferma nell’ultimo anno. Il più vistoso riguarda il fatto che questo aumento di posti apparentemente buoni, non precari, per ora non produce ottimismo fra le famiglie. Mese dopo mese la fiducia dei consumatori continua a scendere — anche in aprile — e ormai è ai minimi da due anni. È come se dietro i nuovi contratti non ci fossero tante ore di lavoro quante ne servirebbero a molti italiani per portare a casa un salario da tempo pieno”.

Infine, “l’enigma più profondo, sui motori che hanno portato l’Italia fuori dalla recessione. Dove sono? L’Istat parla di ‘contributo negativo della componente nazionale’ — consumi, investimenti e scorte di magazzino —e di ‘apporto positivo della componente estera netta’, come se fosse stato l’export a tirare i l Paese fuori dalle secche”.

Un segnale positivo per tutti, ma con cautela, scrive Di Vico

“Un segnale positivo per tutti” è il titolo del commento di Dario Di Vico sul Corriere, che però già nell’occhiello avverte il lettore: “Ma serve cautela”.  “Vanno dunque salutati con favore i due risultati resi noti ieri dall’Istat – scrive Di Vico –, il +0,2% del primo trimestre ‘19 del Pil e un aumento di 60 mila occupati concentrati per lo più nella fascia giovanile under 24” anche se “non esiste una somma algebrica dei due dati ma si può pensare che il rimbalzo del primo trimestre testimoni comunque la tenuta della nostra manifattura dentro però uno scenario che potrebbe cambiare già nel secondo trimestre. Ad alimentare questo tipo di considerazioni pessimistiche concorrono, oltre al ristagno della domanda interna, il basso ritmo degli investimenti per la digitalizzazione, la sovracapacità di un settore-chiave come il grande commercio, le difficoltà del mondo dell’automotive a individuare tempi e modalità della transizione all’elettrico”.

Per Cerasa (Il Foglio) resta un anno tutt’altro che ‘bellissimo’

Il Foglio, per la firma del direttore Claudio Cerasa, rileva che “sotto molti punti di vista, nonostante l’entusiasmo del governo, i dati offerti ieri dall’Istat rispetto alla crescita dei primi tre mesi dell’anno (+0,2) ci ricordano ancora una volta che l’anno bellissimo immaginato dal premier Giuseppe Conte sta dando ogni giorno prova di essere un anno non solo brutto ma anche preoccupante. Le difficoltà economiche patite oggi dall’Italia (che ha scampato la recessione ma non si è allontanata di molto dalla crescita zero, registrando una crescita nel primo trimestre della metà rispetto alla media dell’Eurozona, che la fa essere ancora il fanalino d’Europa) non sono paragonabili a quelle registrate nell’autunno di otto anni fa ma giorno dopo giorno la traiettoria imboccata dal governo del cambiamento ricorda per alcuni versi i mesi che precedettero la crisi del 2011”, quella che portò al governo Monti, il quale nel colloquio con Il Foglio, lancia una frecciatina all’esecutivo gialloverde dicendo che “purtroppo il governo ha torto. Il suo contributo alla recessione o alla crescita zero l’ha dato, eccome” in questi mesi recenti. E che “altro che crescita, l’Italia sta uscendo silenziosamente dall’Ue e dall’euro” osserva il senatore a vita. 

Il Sole ricorda che l’Italia è ancora lontana dai Paesi più dinamici

Dunque, situazione “meglio delle attese – secondo il Sole 24 Ore – ma con la distanza consueta dalle più vivaci dinamiche di crescita europee”. “Così è andata – prosegue l’organo confindustriale – per l’economia nazionale nei primi tre mesi dell’anno. Il dato Istat diffuso ieri sul Pil (+0,2% in termini congiunturali; +0,1% sull’anno, variazione che coincide con la crescita acquisita) fotografa il ‘moderato recupero’ che chiude la parentesi di recessione tecnica del secondo semestre 2018. La valutazione flash si basa come al solido soprattutto sui maggiori dati disponibili sul lato dell’offerta ed è coerente con il netto recupero della produzione industriale registrata in gennaio e febbraio, cui si aggiungono ‘contributi positivi sia del settore agricolo, sia del terziario’”.

Per Repubblica non c’è niente da festeggiare

“In realtà, basta leggere il comunicato dell’Istat – fredda qualsiasi tipo di entusiasmo, ancorché flebile, la Repubblica – per capire che non c’è granché da festeggiare. Non solo perché l’incremento del prodotto interno è così risicato da risultare quasi irrilevante, e certamente insufficiente per invertire la tendenza alla crescita del rapporto debito-Pil (proprio ieri il Centro Studi Confindustria ha pubblicato un’infografica che dimostra come il rapporto debito-Pil, che negli altri Paesi è in costante ridimensionamento, in Italia è cresciuto in media di 1,5 punti all’anno negli ultimi cinque, principalmente a causa della debolezza della crescita)”. Anche perché, analizza e confronta, “il più 0,2 per cento italiano nel primo trimestre si confronta con il più 0,3 della Francia (più 1,1% anno su anno), con il più 0,7% della Spagna e con una stima di più 0,4% della media dell’Eurozona. La crescita italiana, dunque, è dimezzata rispetto a quella dei nostri partner europei”.

Il Foglio intervista il presidente dell’Istat

A Il Foglio che gli chiede (e contesta) come possano esserci crescita e nuovi posti di lavoro se non aumenta la produttività, il neopresidente dell’Istat Gian Carlo Biangiardo risponde: “Il quadro complessivo è quello di un’economia vitale, seppure esposta alle perturbazioni del ciclo internazionale, e con un gap di crescita rispetto alla media dell’area dell’euro che sembra permanere sia nelle fasi di flessione sia in quelle di recupero dei livelli di attività produttiva. Anche le recenti vicende congiunturali confermano un’elevata capacità del settore industriale di intercettare le opportunità offerte dal contesto globale. Al tempo stesso affiorano dinamiche di crescita relativamente lente in quei settori dei servizi più dipendenti dalla domanda interna. Molti dei nostri limiti sembrano riconducibili a una struttura dimensionale delle imprese ancora eccessivamente bassa e frammentata, con conseguenze negative sull’efficienza del sistema produttivo e sulla crescita della produttività, con problemi di sottoutilizzo del capitale umano”.

Agi

Pochi giorni per salvare Alitalia. Ma Di Maio è ottimista

A pochi giorni dalla scadenza del 30 aprile, termine per la presentazione delle offerte per ‘salvare’ Alitalia, il vicepremier Luigi Di Maio interviene per rassicurare: ce la metteremo tutta per rilanciarla e trovare una “soluzione strutturale”. “Stanno arrivando offerte di altri privati, anche se non ancora formalizzate”, garantisce il ministro, che chiede però “rispetto”, di fronte a retroscena e rumors che non aiutano: “Sono ore decisive, ce la possiamo fare, basta solo rispettare questo momento delicato”.

In lungo post su Facebook Di Maio scrive: “Non nego che siano ore importanti per questa azienda e ce la metteremo tutta per rilanciarla. Spero di essere l’ultimo ministro che se ne occupa. Voglio semplicemente dire due cose ai passeggeri, ai dipendenti e agli italiani: la prima è che il nostro obiettivo è un giusto rilancio, non un semplice salvataggio. Stiamo creando tutti i presupposti affinché questa operazione possa finalmente invertire la rotta societaria e “aggiustare” i disastri che sono stati creati con decenni di scelte politiche folli e di accozzaglie che hanno spolpato la nostra compagnia di bandiera”.

I presupposti, aggiunge il ministro, li sanno tutti: “Una presenza massiccia dello Stato nella newco come garanzia affinché il piano industriale sia coerente e competitivo, con la partecipazione diretta del ministero dell’Economia e delle Finanze e di Ferrovie dello Stato nella compagine societaria. Grazie alla adesione al progetto di Delta Airlines potremo creare quindi un vettore dei trasporti gomma/rotaia/aereo che sarebbe un unicum ed un’eccellenza a livello internazionale”. 

“Non ho incontrato nessuno per parlare dei dossier”

Per completare questa operazione, che, sottolinea Di Maio, “resta di mercato, stanno arrivando le offerte di altri privati, che andranno a comporre il 100% della società. Tutte offerte – tra cui quelle di alcuni concessionari autostradali – di cui apprendiamo per ora solo a mezzo stampa e che non sono state ancora formalizzate. Il gran vociare che si sta facendo è proprio su questo ultimo aspetto e tengo a precisare che non ho incontrato nessuno per parlare del dossier, né pregato nessuno a riguardo”. Di Maio smentisce così definitivamente le indiscrezioni circolate venerdì di un suo incontro con il Gruppo Toto per un’eventuale discesa in campo.

L’opposizione scende in campo e accusa il governo. Fonti del Pd attaccano: “Di Maio sostiene che passa spesso il proprio tempo sui voli Alitalia, tra le nuvole. Peccato che non abbia avuto ancora occasione di presentare un Piano industriale di rilancio della compagnia. L’ultima cosa che serve ad Alitalia è una riedizione dei ‘capitani coraggiosi’ in salsa gialloverde”. Mariastella Gelmini, presidente dei deputati di Forza Italia, parla di “volo cieco” e afferma: “La vicenda Alitalia rischia di diventare l’ennesimo simbolo dell’incapacità di questo governo di chiudere qualsivoglia dossier nelle sue mani”.

L’ipotesi Toto

Diverse testate, a partire da Repubblica, avevano individuato il possibile partner nell’ex patron di Air One il quale, secondo le indiscrezioni, potrebbe arrivare al 30% del capitale, coprendo il vuoto lasciato dal clamoroso ritiro di EasyJet

Secondo il quotidiano romano, il primo contatto concreto c’era stato a fine marzo, durante il viaggio di Luigi Di Maio a New York e Washington. “Da quel momento”, scrive, “il dialogo è andato sempre più avanti. E ora è a un passo dalla formalizzazione dell’intesa. Il socio italiano in grado di chiudere il cerchio di Alitalia è Riccardo Toto. Proprio uno degli esponenti della holding che in passato si era impegnato con alterni risultati nel settore dell’aerotrasporto”.

Il problema starebbe nelle tempistiche troppo strette. Toto, o chi per lui, dovrebbe formalizzare un’offerta entro martedì. Appare quindi probabile (e in questo senso andrebbero lette le smentite da più parti giunte ieri, come scrive il Sole 24 Ore, un rinvio del termine per presentare le offerte. Anche perché un partner solo in più potrebbe non essere sufficiente, giacché le adesioni per la ‘nuova Alitalia’ sono al momento ferme al 60% (30% Fs, 15% il ministero delle Finanze e 15% l’americana Delta Airlines).

Si è fatto spesso in questi giorni il nome di Atlantia, in alternativa o in partnership con lo stesso Toto a seconda dei rumor. Non sarebbe però una strada semplice da percorrere: sono ancora fresche le tensioni tra il governo e la holding dei Benetton che controlla Autostrade in seguito alla vicenda del Ponte Morandi. Come ultima spiaggia, infine, il nome è sempre quello: Lufthansa, ipotesi che sarebbe vista con favore soprattutto dalla Lega

Agi

A Taranto il governo tenta il rilancio del Contratto di Sviluppo. La città prepara la protesta  

Cinque ministri (Di Maio, Lezzi, Grillo, Costa e Bonisoli) attesi oggi a Taranto mercoledì 24 per riavviare l’operazione rilancio della città, ancora stretta dalla questione Ilva. Ma dal 24 aprile al 4 maggio la protesta contro quella che è stata l’Ilva ed ora si chiama ArcelorMittal, avrà un’impennata attraverso tre distinti momenti.

Tre momenti caldi

Il primo: l’arrivo del ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, oggi sarà in Prefettura per presiedere il riavvio del tavolo del Contratto istituzionale di sviluppo ed incontrare le associazioni ambientaliste.

Il secondo: il concerto del 1° Maggio, promosso dal movimento “Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti”, che da anni rivendica la chiusura dell’acciaieria e delle fonti inquinanti.

Infine il terzo: la manifestazione del 4 maggio all’esterno della fabbrica, con arrivo a Taranto di movimenti e associazioni da tutta Italia, dal titolo “Ancora Vivi”.

Anche se la sua posizione non è da mettere in relazione con chi contesta Di Maio e l’M5s, è molto critico verso ArcelorMittal anche il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci.

“ArcelorMittal Italia – rileva il sindaco – ha fatto fin qui per Taranto troppo poco e lo ha fatto molto male”. Melucci sostiene: dall’azienda “mi aspettavo davvero di più”. E sottolinea che “il credito é esaurito” a cinque mesi dal loro ingresso in fabbrica al posto dei commissari dell’amministrazione straordinaria Ilva.

La presenza di Di Maio era attesa già da fine settembre scorso, quando al Mise venne firmato l’accordo per Il passaggio dell’Ilva ad ArcelorMittal.  Sebbene il vice premier sia responsabile dello Sviluppo economico e venga a Taranto per rifare il punto sul Contratto di sviluppo (lo strumento messo in pista dal precedente Governo per investire in infrastrutture, bonifiche ambientali, porto, sanità, recupero della città vecchia e riqualificazione urbana), il tema del siderurgico, con tutte le sue implicazioni, è comunque all’ordine del giorno.

Anzitutto perché l’arrivo di Di Maio a Taranto avviene dopo il Consiglio dei ministri di ieri,  quello che è stato convocato con all’ordine del giorno il decreto “Crescita”.  

Un provvedimento considerato delicato a Taranto per via della progressiva abolizione dell’immunità penale che una legge del 2015 ha concesso ai commissari Ilva, loro delegati e agli acquirenti della fabbrica (in quest’ultimo caso ArcelorMittal) solo relativamente alle condotte per l’attuazione del piano di risanamento ambientale.

Da tempo l’area ambientalista, ma anche il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, rivendicano l’abolizione dell’immunità penale, e il fatto che sia stata mantenuta col passaggio dell’Ilva ad Arcelor Mittal ha acceso le proteste.

Delusione

Proteste che si sono concentrate proprio sul Movimento 5 Stelle che, secondo l’accusa, nella campagna elettorale di un anno fa aveva promesso non la soppressione dell’immunità, ma addirittura la chiusura dell’Ilva per far spazio alla riconversione economica.

Il 24 aprile, a partire dalle 10, i movimenti Giustizia per Taranto, Taranto Respira, Tamburi Combattenti, Flm Cub e Tutta mia la Città, manifesteranno davanti alla Prefettura, “contro le politiche di Di Maio e di tutto il governo giallo-verde”.

“Dopo quasi un anno di ipocrisia, tradimenti, bugie e latitanza, il 24 aprile – sostengono i movimenti – il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, sarà finalmente a Taranto. Ci preme sottolineare che, come associazioni, movimenti e comitati ascoltati a Roma durante le audizioni al Mise lo scorso giugno per la questione Ilva, abbiamo fornito a Di Maio, ed al Governo tutto, dati, valutazioni e possibili soluzioni per una riconversione ecologica della nostra economia che passi necessariamente dalla chiusura delle fonti inquinanti, con la riqualificazione ed il reimpiego delle maestranze in opere di risanamento del territorio”.

E “oggi – si prosegue -, in piena campagna elettorale per le europee, Di Maio pensa di venire a Taranto a raccontare nuove bugie”.

Questi movimenti, un anno fa, hanno votato Cinque Stelle proprio per gli impegni sull’ex Ilva e poi hanno accusato l’M5s di “tradimento”.

Non meno forte la critica all’M5s rinnovata dai “Liberi e Pensanti” in occasione del prossimo concerto del 1° Maggio (sul palco, tra gli altri, Max Gazzè, Elio e Malika Ayane).

Anche in questo caso si tratta di un movimento che un anno fa era molto vicino ai pentastellati. Due loro esponenti sono stati eletti in Consiglio comunale a Taranto ma per la vicenda ArcelorMittal hanno poi abbandonato l’M5s dichiarandosi indipendenti, mentre l’ex candidato sindaco Francesco Nevoli si è dimesso da consigliere comunale.

“Un anno dopo la proposta avanzata dal comitato – sostengono i “Liberi e Pensanti” alla vigilia dell’evento del 1° Maggio – di creare un Accordo di Programma, che così come accaduto a Genova avrebbe potuto cambiare le sorti di Taranto e di tutta la Puglia, non è possibile non registrare le promesse disattese di chi sposò quel progetto ma che oggi, pur essendo al governo del Paese, persegue progetti industriali opposti per la città e il suo siderurgico. Quell’insieme di azioni economiche e legislative nate dal lavoro coordinato di associazioni e cittadini è stato dimenticato il giorno dopo le elezioni politiche. Una consuetudine a cui i tarantini sono stati abituati”.

Infine, il 4 maggio sono attesi a Taranto tutti i movimenti e le realtà che dalla Tav al Tap al Muos in Sicilia hanno fatto della protesta il loro punto forte. “Noi vogliamo vivere” si legge sul volantino che alle 14 del 4 maggio partirà da piazza Gesù Divin Lavoratore, nel rione Tamburi – il quartiere vicino all’acciaieria -, per portarsi davanti ad ArcelorMittal.

Un contratto da rilanciare

Per “l’Ilva di Taranto, ora ArcelorMittal – si legge nell’appello nazionale -, vecchie e nuove forze politiche si sono costruite una falsa identità, tradendo le promesse fatte nelle solite campagne elettorali e riciclandosi a nuovi tutori ambientali”.

Ora l’obiettivo del presidio del 4 maggio è rendere “la questione Ilva molto di più di una battaglia ambientalista”. I promotori del 4 maggio, infine, nelle notti del Giovedi e Venerdi Santo, ma anche la mattina del Sabato Santo, hanno issato striscioni di protesta (restando però in silenzio) in occasione del passaggio delle processioni dell’Addolorata e dei Misteri. “Traditi con la nostra croce a carico – si leggeva su uno di essi -: anche Taranto vuole risorgere”.

I cinque ministri saranno oggi a Taranto, in Prefettura, a partire dalle 10.30. SI tratterà di procedere al riavvio del tavolo del Contratto istituzionale di sviluppo (Cis) previsto da una legge del 2015 con l’obiettivo di aiutare l’area a superare la crisi Ilva.

Oltre al vice premier e ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, sono annunciate a Taranto anche le presenze dei ministri Barbara Lezzi (Sud), Giulia Grillo (Salute), Sergio Costa (Ambiente) e Alberto Bonisoli (Beni culturali).

Il Contratto di sviluppo, infatti, si muove su un’ampia gamma di interventi che vanno dal potenziamento delle apparecchiature diagnostiche e sanitarie alla riqualificazione urbana, dalle bonifiche ambientali al recupero della città vecchia. Il che implica le competenze di più ministeri. Si parlerà anche di Ilva, ora ArcelorMittal, con Di Maio che incontrerà le associazioni ambientaliste. Alle 17.30 in Prefettura conferenza stampa conclusiva.

Negli incontri preliminari a Roma, avvenuti nei giorni scorsi a Roma, il Comune di Taranto ha già portato le sue proposte per il Contratto istituzionale.

Nella riformulazione del Contratto, il Comune chiede l’inserimento di Taranto nella “Via della Seta”, l’autonomia piena del polo universitario decentrato dall’Università di Bari, l’utilizzo turistico e culturale dell’isola di San Pa­olo in Mar Grande, che appartiene alla Marina Militare, la trasformazione in museo della Garibaldi quando sarà dismessa dal ruolo operativo nella squadra navale della Marina. Queste proposte sono contenute negli indirizzi che il sindaco Melucci ha presentato al ministero dello Sviluppo economico nella riunione a Roma dell’8 aprile.

Si tratta, spiega il sindaco nel documento, di un aggiornamento della visione disegnata dall’amministrazione comunale rispetto a quanto già previsto dal Cis.

Un aggiornamento per il triennio 2019-22 rispetto a quanto stabilito nel 2015. Nel documento presentato al ministero, il sindaco fa riferimento anche “alle tecnologie applicate alla conservazione ed al ripristino am­bientale” nonché “alla filiera marittima, turistica e dell’aerospazio”.

Il sindaco chiede anche di “dare impulso alle bonifiche straordinarie e, soprattutto, a dare soluzione, una volta per tutte, alle pendenze giudiziarie, alle compensazioni ai residenti dei quartieri più esposti, alla valutazione preventiva di impatto sulla salute dei cittadini, al riposizionamento dell’immagine stessa di Taranto secondo i principi del moderno marketing territo­riale”.

Soggetto attuatore del Cis Taranto è Invitalia, che fa capo al Mef. Invitalia si è occupata in particolare del concorso internazionale di idee per il recupero e la valorizzazione della citta vecchia di Taranto, dell’analisi di fattibilità per la valorizzazione turistica e culturale dell’Arsenale militare, realizzato in collaborazione con i ministeri della Difesa e dei Beni culturali, delle azioni di accelerazione per alcuni interventi, tra cui la realizzazione del nuovo ospedale “San Cataldo” di Taranto, per la quale Invitalia è stata attivata dalla Regione Puglia-Asl Taranto come Centrale di Committenza.

Il Contratto di sviluppo per l’area di Taranto (compresi anche i Comuni di Statte, Crispiano, Massafra e Montemesola), inizialmente stipulato per 33 interventi, ne comprende oggi 39 per un valore di 1.007 milioni di euro (+16,5% rispetto alla dotazione finanziaria iniziale). Invitalia ha fornito anche un quadro riassuntivo ad oggi del Cis.

Che comprende: 10 interventi conclusi per un valore di 92,3 milioni di euro; 9 interventi in realizzazione per un valore di 452 milioni di euro; 10 interventi in progettazione per un valore di 357 milioni di euro e 10 interventi in riprogrammazione per un valore di 105 milioni di euro.

Agi

Sono le onde del mare la nuova frontiera delle energie rinnovabili

Eni, Cdp, Fincantieri e Terna insieme per lo sviluppo di impianti di produzione di energia da moto ondoso su scala industriale. L’amministratori delegato di Cassa depositi e prestiti Fabrizio Palermo, l’ad di Fincantieri Giuseppe Bono, quello di Terna Luigi Ferraris e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, hanno firmato, nella sede Eni all’Eur di Roma, un accordo non vincolante per lo sviluppo e la realizzazione su scala industriale di impianti di produzione di energia dalle onde del mare.

L’accordo ha lo scopo di unire le competenze di ciascuna società al fine di trasformare il progetto pilota Inertial Sea Wave Energy Converter (Iswec), l’innovativo sistema di produzione di energia dal moto ondoso installato da Eni nell’offshore di Ravenna e attualmente in produzione, in un progetto realizzabile su scala industriale e quindi di immediata applicazione e utilizzo.

Secondo i termini dell’accordo, Eni (che controlla Agi al 100%) metterà a disposizione del gruppo di lavoro congiunto i risultati dell’impianto pilota Iswec, sviluppato in sinergia con il Politecnico di Torino e lo spin-off Wave for Energy e fornirà il proprio know-how tecnologico, industriale e commerciale, oltre a rendere disponibili le opportunità logistiche e tecnologiche dei propri impianti offshore.

“L’accordo di oggi – ha commentato l’ad di Eni, Claudio Descalzi – rappresenta un importante passo in avanti verso la realizzazione su scala industriale di un nuovo sistema di produzione di energia rinnovabile dal moto ondoso. Questa intesa si inserisce nel nostro piano strategico di decarbonizzazione e nasce dal forte focus di Eni nella ricerca, sviluppo e applicazione di nuove tecnologie, finalizzate non solo a rendere più efficienti processi operativi convenzionali ma che ci spingono anche a creare nuovi segmenti di business nell’ambito energetico. La collaborazione con tre eccellenze italiane, quali Cdp, Terna e Fincantieri, consentirà di mettere a fattor comune le grandi competenze esistenti e di accelerare il processo di sviluppo e industrializzazione di questa tecnologia, con l’obiettivo di esplorare insieme possibili progetti su larga scala anche all’estero”. 

Cdp promuoverà il progetto con le pubbliche amministrazioni e le istituzioni coinvolte e, inoltre, metterà a disposizione le proprie competenze economico-finanziarie, anche al fine di valutare le più adeguate forme di supporto finanziario dell’iniziativa.  L’ad Fabrizio Palermo: “Il Piano Industriale di Cdp è fortemente orientato allo sviluppo sostenibile, in linea con i grandi trend globali e gli Obiettivi di Sviluppo sostenibile definiti dall’Agenda 2030 dell’Onu. Il progetto, quindi, è coerente con la nostra strategia e, insieme a partner come Eni, Fincantieri e Terna, potremo contribuire in modo concreto allo sviluppo di una tecnologia italiana innovativa e alla diffusione delle fonti di generazione rinnovabile, a beneficio del Paese e della collettività”. 

Fincantieri offrirà da parte sua le competenze industriali e tecniche tipiche delle realizzazioni navali per l’ottimizzazione delle fasi di progettazione esecutiva, costruzione e installazione delle unità di produzione. Ha spiegato l’ad Giuseppe Bono: “Siamo onorati di partecipare a un progetto di questa portata con partner come Eni, Terna e Cdp. Fincantieri è costantemente impegnata nel miglioramento dei sistemi navali che garantiscono il massimo rispetto dell’ambiente e questo accordo, che porterà all’industrializzazione di una soluzione per generare energia pulita dalla stessa forza del mare, ci appassiona e ci rende fiduciosi per la capacità tutta italiana di guardare al futuro”.      

Terna contribuirà invece a sviluppare gli studi relativi alle migliori modalità di connessione e integrazione del sistema di produzione di energia con la rete elettrica, ivi inclusa l’integrazione con i sistemi ibridi composti da generazione convenzionale, impianti di produzione fotovoltaici e sistemi di stoccaggio. “Con questo accordo quadro – spiega l’amministratore delegato di Terna, Luigi Ferraris – Terna investe nell’innovazione sostenibile al servizio della transizione energetica, nella forte convinzione che le competenze distintive del gruppo possano contribuire all’abilitazione di nuove fonti rinnovabili in grado di rendere il sistema elettrico sempre più efficiente e sostenibile”. 

In una prima fase, l’accordo prevede l’ingegnerizzazione della costruzione, installazione e manutenzione dell’Iswec. Questa fase porterà alla progettazione e alla realizzazione entro il 2020 di una prima installazione industriale collegata a un sito di produzione offshore Eni. Parallelamente, si valuterà l’estensione della tecnologia su ulteriori siti in Italia, in particolare in prossimità delle isole minori, con la realizzazione di impianti di taglia industriale per fornitura di energia elettrica completamente rinnovabile.

Le caratteristiche innovative del sistema Iswec possono consentire di superare i vincoli che hanno fin qui limitato un diffuso sfruttamento delle tecnologie di conversione dell’energia del moto ondoso.

Gli impianti di generazione di energia da moto ondoso potranno fornire un contributo rilevante non solo ai processi di decarbonizzazione in ambito offshore ma anche e più in generale a supporto della sostenibilità dei sistemi di produzione di energia elettrica e della diversificazione delle fonti rinnovabili.  L’intesa potrà essere oggetto di successivi accordi vincolanti che le parti definiranno nel rispetto della normativa applicabile ivi inclusa quella in materia di operazioni tra parti correlate. 

Agi