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Dire che gli iPhone resistono all’acqua non è proprio vero. E l’Antitrust multa Apple

Agi – L’authority per la Concorrenza ha sanzionato per 10 milioni di euro Apple International e Apple Italia per due distinte pratiche commerciali scorrette. La prima – spiega una nota dell’Antitrust – riguarda la diffusione di messaggi promozionali di diversi modelli di iPhone – iPhone 8, iPhone 8 Plus, iPhone XR, iPhone XS, iPhone XS Max, iPhone 11, iPhone 11pro e iPhone 11 pro Max – in cui veniva esaltata, per ciascuno dei prodotti pubblicizzati, la caratteristica di risultare resistenti all’acqua per una profondità massima variabile tra 4 metri e 1 metro a seconda dei modelli e fino a 30 minuti.

Secondo l’Autorità, però, nei messaggi non si chiariva che questa proprietà è riscontrabile solo in presenza di specifiche condizioni, per esempio durante specifici e controllati test di laboratorio con utilizzo di acqua statica e pura, e non nelle normali condizioni d’uso dei dispositivi da parte dei consumatori.

“La contestuale indicazione del disclaimer ‘La garanzia non copre i danni provocati da liquidi’, dati gli enfatici vanti pubblicitari di resistenza all’acqua – fa notare l’Autorità – è stata ritenuta idonea a ingannare i consumatori non chiarendo a quale tipo di garanzia si riferisse (garanzia convenzionale o garanzia legale), né è stata ritenuta in grado di contestualizzare in maniera adeguata le condizioni e le limitazioni dei claim assertivi di resistenza all’acqua”.

L’Antitrust ha inoltre ritenuto idoneo a integrare una pratica commerciale aggressiva il rifiuto da parte di Apple, nella fase post-vendita, di prestare assistenza in garanzia quando quei modelli di iPhone risultavano danneggiati a causa dell’introduzione di acqua o di altri liquidi, ostacolando in tal modo l’esercizio dei diritti ad essi riconosciuti dalla legge in materia di garanzia ossia dal Codice del Consumo. (AGI)Ing

Agi

Nuovo colpo alla fiducia di imprese e famiglie europee

AGI – L’aumento dei contagi da Covid e la conseguente stretta delle misure per arginare la seconda ondata del virus continuano a pesare sulla fiducia di consumatori e imprese. E l’assaggio di ripresa avuto a inizio autunno sembra ora allontanarsi.

I dati di oggi sull’Italia riflettono quelli di ieri di Germania e Francia, cui si aggiunge l’indice elaborato dall’Ifo su un’indagine mensile a 9.000 aziende tedesche, con il lapidario e inequivocabile commento del direttore dell’istituto Clemens Fuest: “La seconda ondata di coronavirus ha interrotto la ripresa economica in Germania”. Sulla stessa linea le osservazioni dell’Istat: “Il peggioramento dell’emergenza sanitaria ha influenzato la fiducia sia delle imprese sia dei consumatori”. 

Italia, cala la fiducia a novembre 

L’Istat stima a novembre una diminuzione sia dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 101,7 a 98,1) sia dell’indice composito del clima di fiducia delle imprese, che cade da 92,2 a 82,8 per effetto soprattutto del forte peggioramento dei servizi di mercato.

Tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori sono in calo anche se con intensità differenziate. Il clima economico e il clima futuro registrano le flessioni maggiori, passando, rispettivamente, da 87,2 a 79,3 e da 104,0 a 98,8. Il clima personale scende da 106,4 a 104,7 e quello corrente diminuisce da 99,9 a 97,4. 

“Il peggioramento dell’emergenza sanitaria ha influenzato la fiducia sia delle imprese sia dei consumatori”: è il commento dell’Istat al calo della fiducia in entrambi i comparti a novembre. “Con riferimento alle imprese, l’impatto negativo è ampio per il settore dei servizi, dove si registrano giudizi estremamente negativi e una caduta delle aspettative, soprattutto nel comparto turistico”.

“Per l’industria e il commercio al dettaglio l’effetto è più contenuto. Per quanto attiene ai consumatori, la situazione emergenziale ha influito sulle opinioni relative alla situazione economica del Paese, ivi compresa la disoccupazione, che sono in deciso peggioramento rispetto al mese scorso”, aggiunge

Guardando alle imprese, aggiunge l’Istat, il peggioramento della fiducia è diffuso a tutti i settori: l’industria e il commercio al dettaglio registrano cali più contenuti mentre si evidenzia un crollo dell’indice relativo ai servizi di mercato. In particolare, nel settore manifatturiero l’indice scende da 94,7 a 90,2 e nelle costruzioni cala da 142,5 a 136,8.  Nel commercio al dettaglio l’indice diminuisce da 98,9 a 95,2 mentre nei servizi di mercato cade da 87,5 a 74,7.    

Germania, giù la fiducia di imprese e consumatori

La fiducia degli imprenditori tedeschi si è nuovamente indebolita a novembre a causa delle nuove restrizioni contro la seconda ondata di Covid-19, che hanno frenato fortemente la ripresa economica del Paese. L‘indice Ifo, elaborato su un’indagine mensile a 9.000 aziende tedesche, perde 1,8 punti a 90,7 punti in un mese.

“La seconda ondata di coronavirus ha interrotto la ripresa economica in Germania”, sintetizza Clemens Fuest, presidente dell’Ifo. L’indicatore aveva già perso 0,7 punti a ottobre, concludendo un rialzo ininterrotto da aprile.

È di ieri il dato sulla fiducia dei consumatori a dicembre: l’istituto Gfk stima un indicatore a -6,7 punti, in calo di 3,5 punti rispetto a novembre a sua volta rivisto a -3,2 punti dai calcolo dell’istituto indipendente. Gli analisti si aspettavano un arretramento più contenuto a – 5 punti. Solo una notevole riduzione dei contagi e una rimozione delle restrizioni potranno riportare “più ottimismo” commenta una nota dell’istituto.

Francia, fiducia consumatori ai minimi da due anni 

Anche i consumatori francesi sono più pessimisti a novembre. Secondo quanto reso noto dall’Insee, la fiducia a novembre è calata a quota 90, ai minimi dal dicembre del 2018, cioè dalla cosiddetta crisi dei Gilet gialli.  Rispetto a ottobre, l’indice calcolato dall’Insee perde 4 punti e scende a 90, al di sotto dei 94 punti attesi dagli analisti e della media di lungo termine di 100 punti.   

Oggi l’Insee ha rivisto al rialzo il rimbalzo dell’economia francese nel terzo trimestre, con il Pil che mostra un aumento del 18,7% contro il 18,2% stimato in precedenza. Tuttavia la crescita resta “del 3,9% al di sotto del livello del terzo trimestre 2019”, fanno notare dall’Istituto nazionale di statistica, che spiega la nuova lettura alla luce di una rivalutazione dei consumi delle famiglie e degli investimenti nei servizi. 

Agi

Le mosse della Yellen, rebus ripresa e stimoli incerti 

AGI – Il futuro segretario al Tesoro Usa, Janet Yellen dovrà innanzitutto fare i conti con una ripresa che negli Usa sta perdendo slancio per il mancato accordo al Congresso sui nuovi stimoli all’economia. Se confermata dal Senato la Yellen, secondo il Wall Street Journal, dovrà perciò svolgere un ruolo chiave per sbloccare questa impasse. I parlamentari sono divisi sulla quantità di aiuti di cui l’economia ha bisogno.

 I repubblicani del Senato, preoccupati per i deficit di bilancio record, hanno proposto un pacchetto da 650 miliardi di dollari destinato alle imprese più colpite, inclusi ristoranti e compagnie aeree. I dem invece invece spingono per per una misura ben più consistente da 2.200 miliardi di dollari, che includa aiuti per i governi statali e locali, i lavoratori senza lavoro e una strategia nazionale per i test sul coronavirus.  La Yellen ritiene insomma che un brusco freno alla spesa pubblica possa far rallentare la ripresa, come successe nella  recessione del 2007-09. 

Prima mossa: rilanciare i prestiti di emergenza Fed

La Yellen, 74 anni, è stata governatrice della Fed dal 1994 al 1997 e alla fine degli anni ’90 è stata presidente del Consiglio dei consulenti economici della Casa Bianca. Inoltre è stata presidente della Fed di San Francisco dal 2004 al 2010, vicepresidente della Fed dal 2010 al 2014, insieme all’allora presidente Ben Bernanke. E dal 2014 al 2018 il presidente Barack Obama l’ha scelta per guidare la Fed.

Non c’è nessuno con più esperienza per aiutare a tirare fuori l’economia dal fosso”, ha detto  il senatore Ron Wyden dell’Oregon, il democratico che presiede la commissione finanziaria. Una delle sue prime decisioni potrebbe essere se rilanciare diverse linee di prestito di emergenza che il Tesoro ha stabilito quest’anno con la Fed per aiutare a sostenere i mercati del credito. Steven Mnuchin, segretario al Tesoro di Trump, ha detto la scorsa settimana che i programmi scadranno alla fine dell’anno, nonostante le obiezioni della Fed.

La squadra di transizione dell’amministrazione Biden ha criticato la decisione. “Il coordinamento politico e monetario potrebbe diventare ancora più importante in un’era in cui i tassi di interesse a breve termine sono vicini allo zero, privando la Fed di uno strumento chiave”, ha detto al Wsj Mark Sobel, ex vice segretario del Tesoro per la politica monetaria e finanziaria internazionale. “Questo migliorerà il dialogo silenzioso che esiste tra la Fed e il Tesoro”, ha aggiunto.

La Yellen ha già svolto quel ruolo come presidente della Fed, quando si è incontrata regolarmente a colazione con l’allora segretario al Tesoro Jack Lew e successivamente con il signor Mnuchin, che ha mantenuto la tradizione con Jerome Powell, l’attuale presidente. 

Seconda mossa: la ripresa delle relazioni con la Cina

Il secondo passo della Yellen sarà il ruolo che svolgerà per rafforzare le relazioni con i partner economici statunitensi in tutto il mondo e in particolare le relazioni con la Cina, la seconda economia al mondo, con la quale l’amministrazione è entrata in rotta di colliisione. Larry Summers, ex segretario al Tesoro durante l’amministrazione Clinton, ha detto che il Tesoro di Biden dovrà enfatizzare l’impegno internazionale e aiutare a coordinare una risposta globale alla crisi economica, inclusa la ricerca di impegni da parte dei paesi per stimolare la domanda, fornire nuovo sostegno ai mercati emergenti ed evitare misure protezionistiche.

“È probabile che l’eredità del prossimo segretario risieda più sulla scena internazionale che altrove“, ha sostenuto in una recente discussione con il Peterson Institute for International Economics. La signora Yellen supervisionerà anche le sanzioni internazionali, la regolamentazione finanziaria e la gestione del debito pubblico di 21.000 miliardi di dollari.

Senza controllo Senato difficile passi aumento tasse

A meno che i Democratici non riescano a prendere il controllo del Senato vincendo a gennaio due ballottaggi in Georgia, è improbabile, secondo il Wsj, che l’amministrazione Biden ottenga l’approvazione del Congresso per il suo programma di  aumenti delle tasse sulle società e sui ricchi. Tuttavia, i democratici si aspettano che il Tesoro rivisiti molte delle leggi varate dall’amministrazione Trump che hanno implementato i tagli fiscali del 2017.

Ciò potrebbe significare un’inversione delle attuali leggi che consentono ad alcune multinazionali di abbassare le tasse statunitensi sulle entrate realizzate all’estero. Tuttavia il Tesoro può spingere l’Internal Revenue Service a concentrarsi maggiormente sulle imprese e sui ricchi e meno sui beneficiari di redditi bassi. a basso reddito del credito d’imposta sul reddito da lavoro. per far ciò occorrerbbe però una formazione di alto livello dei revisori pubblici e, secondo il Wsj, è difficile che l’amministrazione Biden possa realizzare ciò senza adeguati finanziamenti sostenuti dal Congresso. 

 

Agi

L’ Italia rischia una nuova recessione alla fine del 2020. L’allarme di Confindustria

AGI – A fine 2020 l’Italia rischia una seconda recessione a causa della pandemia di coronavirus. È l’allarme lanciato dal Centro Studi di Confindustria nella Congiuntura Flash.

Le recenti misure restrittive per arginare l’epidemia inducono il Csc a stimare che nel IV trimestre si avrà di nuovo un Pil in calo. L’impatto sull’economia italiana dovrebbe essere contenuto rispetto al crollo nel I e II (-17,8%), dato che molti settori produttivi restano aperti. Ciò avviene subito dopo il forte rimbalzo nel III (+16,1%), che aveva riportato l’attività al -4,5% dai livelli pre-Covid.

 Anche la crescita dell’Eurozona frena. Dopo il rimbalzo del Pil nel III trimestre (+12,6%), si è avuta una frenata a ottobre: il pmi composito è sulla soglia neutrale di 50 e il sentiment è fermo lontano dalla media storica. Ciò – spiega il Csc – è sintesi di dinamiche divergenti: negativa per i servizi, dove è atteso un ulteriore calo di domanda, per le nuove restrizioni; buona per l’industria, che è sostenuta da un ricco portafoglio ordini. In Germania l’impennata della produzione industriale ha alzato di 5 punti l’utilizzo degli impianti. 

L’analisi mette anche in evidenza come il tasso sovrano in Italia sia rimasto basso (0,66% medio il Btp decennale a novembre), “nonostante qualche volatilità”. Anche lo spread sulla Germania ha tenuto, sui bassi valori di ottobre (+1,23%). Una buona notizia rispetto al balzo di marzo, quando l’Italia era percepita come più rischiosa.

Risalita stoppata per l’industria nel iv trimestre

Secondo Confindustria, la produzione già a settembre-ottobre ha visto interrompersi il suo rapido recupero, sui livelli pre-Covid: ciò potrebbe preludere a una nuova, moderata, caduta nel IV trimestre.

Gli indicatori segnalano fino a ottobre una tenuta della domanda interna, dopo il rimbalzo nei mesi estivi. Gli ordini interni dei produttori di beni di consumo sono risaliti a -28,3 (-34,4 nel III trimestre), quelli dei produttori di beni strumentali a -31,4 (da -42,8). La fiducia delle famiglie però diminuisce, con forte calo delle attese sull’economia: ciò alimenta la propensione al risparmio. L’Icc segnala in ottobre un -8,1% annuo dei consumi: i dati peggiori sono per turismo, servizi per il tempo libero, trasporti. 

L’occupazione si è di nuovo appiattita a settembre, dopo la risalita temporanea a luglio-agosto. La disoccupazione sembra ripuntare verso il basso, come a marzo-aprile, per la contrazione della forza lavoro. Il IV trimestre anche per l’occupazione si preannuncia in negativo. 

A settembre, poi, la dinamica del credito alle imprese ha accelerato ulteriormente (+6,8% annuo, da -1,0% a gennaio), per sopperire alla carenza di liquidità. I prestiti con garanzie pubbliche hanno superato i 110 miliardi a novembre (dati Task Force). Per il centro studi di Confindustria ciò peserà sul debito bancario (da 16,5% a 18,9% del passivo) e sugli oneri finanziari, riducendo le risorse per investimenti. 

Peggiorano i servizi, perdite del turismo vicine 70%

Il rischio di una nuova recessione per l’Italia nel IV trimestre riguarda soprattutto i servizi, con il turismo che subirà nuovamente perdite vicine al 70%. Il Pmi nei servizi (Purchasing Managers’ Index) segnala un ulteriore arretramento già in ottobre (46,7 da 48,8), con domanda indebolita dopo il recupero parziale del settore turistico fino ad agosto, a fine anno in vari segmenti le perdite saranno ancora vicine al 70% (stime Federturismo). 

La pandemia minaccia un secondo stop agli scambi

Con la seconda ondata della pandemia di Covid, il Csc prevede un nuovo stop del commercio mondiale a fine 2020. Il recupero del commercio mondiale (-3,5% in agosto su fine 2019) è atteso proseguire qualche mese, ai massimi le spedizioni di container a settembre, sopra 50 gli ordini esteri globali in ottobre (Pmi). Ma con l’aggravarsi dei contagi si rischia il blocco. 

Sul fronte delle esportazioni, Csc rileva che l’export di beni è rimbalzato del 30,3% nel III trimestre (-3,2% dai valori di febbraio), con il recupero che ha riguardato tutti i principali tipi di beni e, con ritmi diversi, i maggiori mercati. Le indicazioni a inizio IV trimestre erano positive: in risalita gli ordini manifatturieri esteri. Tuttavia, sottolinea, le probabilità di una nuova caduta a fine anno sono alte, a causa della pandemia, specie nelle voci legate al turismo. 

Agi

Il Covid travolge lusso, negozi e auto, tiene solo l’alimentare

AGI – La pandemia di coronavirus ha travolto (e in parte lo sta ancora facendo con la seconda ondata) interi settori commerciali: dalle vendite al dettaglio di beni non alimentari al mercato del lusso, passando per le automobili. A resistere sembra essere solo il segmento alimentare, mentre sul fronte della distribuzione il ‘re’ indiscusso in questa difficile fase resta l’e-commerce.  

Con il Natale che si avvicina e l’aumento della curva dei contagi da Covid che riesuma lo spettro del lockdown totale, la Confesercenti lancia l’allarme contro la ‘concorrenza sleale’ dei giganti del web, mentre la seconda ondata del virus ‘chiude’ oltre 190.000 imprese del commercio. “Se continua così fino a Natale, il web sottrarrà ai negozi oltre 4 miliardi di euro di vendite, servono regole per riequilibrare concorrenza”, è il monito della Confederazione. 

Condivide la preoccupazione il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che in videocollegamento con l’assemblea Fipe Confcommercio, afferma:”Penso che un’alterazione delle abitudini di vita dei cittadini potrebbe arrivare dal fatto che si sta facendo grande ricorso agli acquisti online. Questo puo’ ridefinire alcune filiere economiche. Dobbiamo mantenere in equilibrio il settore commerciale, altrimenti sarà difficile intervenire dopo”.

A dare una dimensione numerica alla crisi del commercio è l’Istat, che in un’audizione alla Camera spiega come nei primi nove mesi dell’anno l’unico settore a resistere sia stato quello alimentare, con le vendite che si attestano al +3%, a fronte di un crollo delle vendite di beni non alimentari, che registrano un calo complessivo del 13,5%. “Tra le forme distributive – fa notare il direttore centrale per gli studi e la valorizzazione tematica nell’area delle statistiche economiche, Gian Paolo Oneto – solo il commercio elettronico presenta risultati positivi con una crescita continua che ha condotto ad un aumento del 29,2% nell’arco dei nove mesi”.

Non va bene neanche al mercato dei beni di lusso: il calo del 2020 sarà senza precedenti (tra -20% e -22%), dice il Worldwide Market Monitor 2020 di Altagamma-Bain & Company, con una flessione prevista intorno al 23% per i beni di lusso personali a 217 miliardi di euro (scenario di base) che potrebbe scendere fino a -25% nello scenario peggiore.   

Prosegue poi il periodo ‘nero’ del mercato dell’auto, attestato sempre oggi dai dati sulle immatricolazioni in Europa. Dopo la prima crescita dell’anno a settembre (+1,1%), infatti, a ottobre le vendite di auto nuove tornano in rosso con un calo del 7,1% su ottobre 2019, ma con un calo molto più pesante nei primi dieci mesi dell’anno (-27,3%). Tanto che il Centro studi Promotor mette in allerta sul rischio di avere “cifre catastrofiche” oltre che per fine anno anche per il 2021.

Confesercenti: il web sottrae ai negozi oltre 4 miliardi    

“Altro che Black Friday – sottolinea la confederazione che rappresenta oltre 350mila pmi del commercio, del turismo e dell’industria – novembre e dicembre rischiano di essere dei mesi ‘neri’ per il commercio. La seconda ondata ha infatti ‘chiuso’ del tutto oltre 190 mila negozi nelle regioni rosse, a cui si aggiungono altre 68 mila attività in Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna cui è stato imposto lo stop di domenica e almeno altri 50mila negozi nelle gallerie commerciali per cui il divieto di apertura, invece, si estende a tutto il weekend”.

Una chiusura di massa, osserva Confesercenti, che di fatto “rende impossibile ai negozi partecipare ai vari Black Friday e Black Weekend, con grande vantaggio dell’online: a causa delle restrizioni nei canali di vendita fisici, in occasione della promozione circa 700 milioni di euro verranno travasati dai negozi reali a quelli sul web”. Inoltre, se le restrizioni dovessero continuare fino alla fine dell’anno, “il web potrebbe strappare ai negozi reali fino ad ulteriori 3,5 miliardi di euro di spesa dei consumatori per i regali e per l’acquisto di beni per la casa e la famiglia”, è l’allarme. 

Istat: -191.000 occupati nel commercio     

Nel corso della sua audizione in Commissione Attività produttive della Camera, il direttore centrale Dvse Istat segnala come nei primi 9 mesi dell’anno le vendite dei negozi non alimentari abbiano registrato un calo complessivo del 13,5%, mentre quelle dei beni alimentari si attestano al +3%. “Tra le forme distributive, solo il commercio elettronico presenta risultati positivi con una crescita continua che ha condotto ad un aumento del 29,2% nell’arco dei nove mesi”, ha affermato l’esperto. Che dà anche i numeri sull’occupazione nel settore: nel secondo trimestre dell’anno gli occupati nel commercio sono diminuiti del 5,8%, con una flessione di circa 191 mila unità rispetto all’anno precedente, “un calo quasi doppio rispetto a quello osservato per il complesso dell’occupazione (pari al 3,6%)”, osserva Oneto, che segnala come in particolare i lavoratori indipendenti del commercio siano crollati del 9,3% e gli autonomi senza dipendenti del 12,7%. Gli occupati ultracinquantenni, che rappresentano circa un terzo della manodopera del settore, sono calati dell’1,6%, a fronte di una diminuzione dell’8,7% per i 35-49enni (che rappresentano il 40,3% dell’occupazione) e di un calo del 6,4% per occupati più giovani (con meno di 35 anni e che pesano per il 26,8%).

Cade anche il lusso: nel 2020 calo vendite fino a -25%     

Anche il mercato globale del lusso subisce nel 2020 un calo senza precedenti (tra -20% e -22%) con una flessione prevista intorno al 23% per i beni di lusso personali a 217 miliardi di euro (scenario di base) che potrebbe scendere fino a -25% in quello che potrebbe essere lo scenario peggiore. Per il 2021 è prevista una ripresa di circa il 14% di media per il lusso personale, ma per un rimbalzo ai livelli del 2019 bisognerà attendere la fine del 2022.

Il Worldwide Market Monitor 2020 di Altagamma-Bain & Company e l’Altagamma Consensus 2021 mostrano come il calo del 50% nel secondo trimestre sia “il minimo mai raggiunto in questo mercato”. E sebbene il tred sia in recupero nel terzo trimestre, resta “l’incertezza sulla chiusura dell’anno durante la stagione natalizia, legata all’evoluzione della seconda ondata del virus e ad eventuali ulteriori restrizioni e chiusure a livello nazionale”.     

La stima per il 2021 è di una crescita a doppia cifra in tutti i comparti mediamente del 14%, con il rialzo maggiore per la pelletteria (+16%), per cui si prevede un sostanziale ritorno ai livelli 2019, seguita da cosmetica (+15%), abbigliamento e calzature (+14%), gioielli e orologi (+12%). Questi ultimi due comparti sono i più colpiti quest’anno (-30%) a fronte di un calo più contenuto per gli accessori (scarpe -12% e le borse -18%) e la gioielleria (-15%). 

Vendite auto in europa -7,1% a ottobre, -27,3% primi 10 mesi     

Le vendite di auto in Europa (Ue+Efta+Gb) registrano un calo del 7,1% a ottobre rispetto allo stesso mese di un anno fa. Il dato segna un’inversione di tendenza rispetto al +1,1% di settembre, che era stato il primo segnale positivo del mercato da otto mesi a questa parte. Le vendite, come rileva l’Acea, l’associazione dei costruttori europei, si attestano a 1.129.163 unità. Dall’inizio dell’anno le immatricolazioni sono state di 9.696.928 unità (-27,3%). In Italia le vendite a ottobre sono scese dello 0,2% a 156.958 unità e nei primi 10 mesi dell’anno sono calate del 30,9% a 1.123.194 unità.     

In controtendenza Fca, che a ottobre ha venduto in Europa (Ue+Efta+Gb) 70.172 nuove auto, il 3,2% in più rispetto allo stesso mese del 2019. La sua quota di mercato è salita dal 5,6% al 6,2%. Dall’inizio dell’anno, le vendite del gruppo si sono attestate a 560.202 unità, in calo del 30,8% sullo stesso periodo dell’anno scorso. La quota di mercato è scesa dal 6,1% al 5,8%.     

“In questa situazione le previsioni per l’ultimo scorcio del 2020 e per il 2021 non possono essere che catastrofiche”, afferma Gian Primo Quagliano, presidente del Centro Studi Promotor. E spiega: “È quindi essenziale che dal Parlamento venga la proposta di un pacchetto per l’auto da inserire nella Legge di Bilancio e che questo pacchetto sia adeguato all’importanza del comparto che, con il suo indotto, vale in Italia il 12% del Pil”.

Agi

L’Inps assicura, “le prestazioni non sono a rischio”

AGI – L’emergenza Covid ha richiesto da inizio anno risposte straordinarie, che hanno impegnato l’Inps in attività di sostegno al Paese che non hanno precedenti ma non ci sono pericoli per l’erogazione delle prestazioni. Lo assicura l’istituto in una nota in cui spiega che “l’equilibrio dei conti non è in discussione ed ogni aggravio generato dall’eccezionalità del periodo viene costantemente monitorato e ha garanzia di copertura nel complessivo controllo dei conti pubblici e nelle manovre di Governo e Parlamento”. “Il deficit particolare di questo anno, che segue un 2019 dai conti in attivo, non mette a rischio nè le future prestazioni, nè la validità delle misure a sostegno di cittadini e imprese”.

La rassicurazione di Boeri

Se il debito pubblico è sostenibile lo è sicuramente anche il bilancio dell’Inps”, ha affermato Tito Boeri, ex presidente dell’Istituto pensionistico, in un’intervista a La Stampa. A suo avviso è”fuorviante” guardare solo alla passività dell’ente che ha guidato dal 2014 al 2019: “Non significa nulla, perché molte delle spese vengono poi coperte dai trasferimenti dello Stato” ed è sempre possibile fare operazioni per appianare le perdite. Con la crisi innescata dal Covid “abbiamo avuto uno choc economico terribile, con una riduzione molto forte dei contributi che ha portato a questa situazione”, ha sottolineato Boeri. 

 

Agi

Il lockdown mette a rischio quasi mezzo milione di piccole e medie imprese

AGI – Sono 460.000 le piccole imprese italiane (con meno di 10 addetti e sotto i 500.000 euro di fatturato) a rischio chiusura a causa dell’epidemia: l’11,5% del totale, capace di un fatturato complessivo di 80 miliardi di euro e di impiegare un milione lavoratori. È quanto emerge dal ‘Secondo Barometro Censis-Commercialisti sull’andamento dell’economia italiana’, realizzato in collaborazione con il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili.

Secondo il rapporto, a causa delle conseguenze del lockdown per arginare la pandemia da Covid-19 potrebbe sparire il doppio delle microimprese che sono morte tra il 2008 e il 2019, come conseguenza della grande crisi. “Sarebbe un doloroso addio ai nostri piccoli imprenditori vittime di una strage annunciata, con gravi ricadute sulla crescita: è in pericolo il meglio del motore antico del modello di sviluppo italiano”, si legge in una nota del Censis.

Il 29% dei commercialisti coinvolti nella ricerca rileva che più della metà delle microimprese clienti ha almeno dimezzato il proprio fatturato (il dato scende al 21,2% nel caso dei commercialisti che si occupano di imprese medio-grandi). Sono quindi 370.000 le piccole imprese che hanno subito un crollo di più della metà dei ricavi.

Inoltre, il 32,5% dei commercialisti registra in più della metà della clientela una perdita di liquidità superiore al 50% nell’ultimo anno (il dato scende al 26,2% tra i commercialisti che seguono imprese di maggiori dimensioni). Sono cioè 415.000 le piccole imprese che oggi dispongono di meno della metà della liquidità di un anno fa.

Le misure pubbliche adottate durante l’emergenza ottengono una valutazione tra luci e ombre da parte dei commercialisti. Il sostegno alle imprese (moratoria sui mutui, garanzie statali sui prestiti) viene giudicato positivamente dal 45,2%, in modo negativo dal 34%. Gli aiuti al lavoro (divieto di licenziamento, ricorso alla Cassa integrazione in deroga) sono promossi dal 43,4%, bocciati dal 34,9%. Il sostegno alle famiglie (bonus babysitter, congedi parentali, Reddito di emergenza) è visto con favore dal 36,6%, mentre il 37,5% ne dà un giudizio negativo.

La sospensione dei versamenti fiscali e contributivi per le imprese più penalizzate è valutato bene dal 33,3%, male dal 46,9%. Per i commercialisti lo sforzo statuale nel supportare gli operatori economici e i lavoratori durante il blocco di mercati e imprese va apprezzato, ma non basta.

Per evitare la moria di piccole imprese, secondo i commercialisti bisogna intervenire agendo su quello che non ha funzionato. Il 79,9% dei commercialisti auspica più chiarezza nei testi normativi, il 76,7% chiede tempestività nei chiarimenti sulle prassi amministrative, il 70,7% molti meno adempimenti, il 67,2% una migliore distribuzione delle risorse pubbliche tra i beneficiari, il 61,1% una più efficace combinazione delle misure adottate, il 58,4% un taglio netto dei tempi necessari per l’effettiva erogazione degli aiuti economici, il 49,9% ritiene necessari stanziamenti economici più consistenti.

Se gli strumenti di sussidio per i diversi beneficiari vengono promossi, viene però bocciata l’effettiva applicazione delle misure a causa dei detriti burocratici che rallentano tutto. Secondo i dati raccolti dai commercialisti occorre snellire gli adempimenti burocratici e i passaggi formali per rendere gli interventi più efficaci. Per i commercialisti è in corso uno smottamento continuato dell’economia. Per il 41% bisogna essere pronti a tutto perché tutto può succedere.

Il 27,6% sottolinea l’ansia pervasiva provocata dalla nuova ondata di contagi. Come in un videogioco con tante scelte possibili e altrettanti finali: appare così il destino delle imprese italiane, tra virus, restrizioni e burocrazia che non funziona. Per il 40,7% dei commercialisti ci vorrà molto tempo per uscire dalla crisi, il 26,9% ritiene che occorre adattarsi subito alle nuove condizioni o non ci sarà crescita, il 24,2% pensa che molti settori vitali siano ancora in difficoltà. 

Agi

Borse europee e petrolio in rally 

AGI – Le Borse europee mettono il turbo dopo la notizia dell’efficacia al 90% del vaccino di Pfizer e Biontech in via di sperimentazione. A Londra l’Ftse 100 guadagna il 5,82%, a Parigi il Cac 40 sale del 7,54%. A Francoforte il Dax avanza del 6,86%. A Madrid l’Ibex segna +9,22. A Milano l’Ftse Mib segna +6,08%.

Anche il prezzo del petrolio va in rally e guadagna oltre l’8%. Il Wti sale del 8,35% a 40,24 dollari e il Brent avanza del 7,98% a 42,60 dollari. 

Agi

Con il ‘car sharing’ si risparmia fino a 935 euro l’anno. Lo dice uno studio dell’Aci

AGI – La paura del Covid spinge gli italiani verso un uso ancora più massiccio dell’automobile privata, che costa mediamente 3.926 euro l’anno tra acquisto, carburante, tasse e spese di esercizio. E senza alternative adeguate dal sistema di trasporto pubblico e dal car sharing, le famiglie vedono crescere la spesa per gli gli spostamenti: secondo la Fondazione Filippo Caracciolo di Aci, che ha presentato alla Luiss di Roma uno studio sulla mobilità condivisa nelle città italiane, ogni spostamento urbano costa mediamente 4,5 euro in scooter sharing, 7,2 euro con un’auto condivisa e 11,9 euro in taxi. Un esborso elevato se rapportato con quello del trasporto pubblico (bus/metropolitana), pari a 1,5 euro.

Lo studio è frutto di un lavoro di analisi, nel quale i ricercatori della Fondazione hanno effettuato svariati test sulle strade della Capitale. Oltre ai risultati raccolti sul campo, la ricerca contiene dati inediti forniti dagli operatori della mobilità condivisa o estratti dal Pubblico Registro Automobilistico, dalle risultanze delle scatole nere dei veicoli e dalle statistiche Aci-Istat sugli incidenti stradali.

La Fondazione Caracciolo evidenzia anche i costi indiretti delle inefficienze della mobilità che si ripercuotono sulle tasche delle famiglie: se taxi e scooter sharing sono i più rapidi per muoversi in città (velocità media per entrambi di circa 19 km/h), l’auto condivisa sconta una perdita di competitività nella ricerca di parcheggio, che può arrivare a superare il 30% del tempo complessivo di viaggio, mentre il mezzo pubblico è penalizzato da un’attesa media alla fermata di 20 minuti.

Confrontando i costi di spostamento tra chi si muove esclusivamente con l’auto propria e chi invece in forma plurimodale (autobus, con veicoli in sharing e a noleggio e taxi) la Fondazione Caracciolo evidenzia che l’automobile di proprietà risulta la soluzione meno cara solo per chi percorre più di 8.000 km ogni anno in ambito urbano ed extraurbano.

La convenienza dei sistemi di sharing puo’ cambiare considerevolmente in presenza di adeguate politiche pubbliche. In uno scenario futuro di promozione della mobilità sostenibile, a fronte della riduzione dei costi di car sharing di almeno il 15% (legata alla minore perdita di tempo per la disponibilità di parcheggi riservati) e all’abbattimento del 10% della durata delle corse in taxi (derivante da un aumento delle corsie preferenziali o dalla riduzione della congestione), le alternative all’auto privata risulterebbero più convenienti per una percorrenza complessiva annuale inferiore a 11.000 km annui.

Quantificando tali benefici, il ricorso alla mobilità condivisa farebbe risparmiare alle famiglie ogni anno tra i 390 e i 935 euro rispetto all’utilizzo dell’auto propria. “La convivenza fra i vecchi e nuovi abitanti delle strade – afferma Giuseppina Fusco, presidente della Fondazione Filippo Caracciolo e vice presidente dell’Automobile Club d’Italia – dovrà essere accompagnata da un’equilibrata regolamentazione da parte del legislatore nazionale e delle amministrazioni locali, chiamati oggi, più che mai, ad uno sforzo straordinario teso a ricreare le nuove basi della mobilità post Covid.

La capacità di rinnovare in chiave tecnologica il trasporto pubblico, rendendolo sempre più connesso e facendolo convivere in modo sinergico con soluzioni su misura di trasporto privato e in sharing, rappresenta la vera sfida per rendere le nostre città moderne metropoli, in grado di soddisfare esigenze di spostamento sempre più flessibili, con soluzioni che risultino al tempo stesso sostenibili, accessibili e sicure”.

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Frena il mercato dell’auto a ottobre, bene Fca (+12,5%)

Brusca frenata del mercato dell’auto a ottobre, con le immatricolazioni che calano dello 0,18% a 156.981 rispetto allo stesso mese del 2019. Nei primi 10 mesi del 2020 le vendite, profondamente influenzate dal lockdown, si sono attestate a 1.122.998 unità, in riduzione del 30,91% rispetto al 1.625.494 unità dello stesso periodo del 2019.

Ottobre però sorride a Fca, che batte nettamente il mercato. Il gruppo ha immatricolato complessivamente 37.936 autovetture, con un incremento del 12,57% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. La quota di mercato sale quindi al 24,17% dal 21,43%. Nei primi 10 mesi, le vendite di Fca sono state pari a 265.064 unità, in calo del 31,51% rispetto allo stesso periodo del 2019. La quota del gruppo cala al 23,60% dal 23,81%.

Il dettaglio dei marchi invece vede gli ottimi risultati ottenuti da Fiat e Jeep, con valori di crescita sensibilmente migliori rispetto alla media del mercato. Fiat nel mese registra quasi 25.400 vetture – il 17,9% in più in confronto al 2019 – e ottiene una quota del 16,2%, in crescita rispetto allo stesso mese di un anno fa di 2,5 punti percentuali. 

Per quanto riguarda Jeep, in ottobre il marchio registra quasi 6.300 vetture, il 15,2% in più in confronto allo stesso mese del 2019, per una quota del 4%, in crescita di 0,5 punti percentuali. Lancia immatricola oltre 4.700 auto per una quota al 3%. Alfa Romeo immatricola 1.600 veicoli e ottiene una quota dell’1%. 

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