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Le interruzioni delle forniture dalla Libia fanno salire i prezzi del petrolio

AGI – Le interruzioni alla produzione di greggio in Libia hanno spinto al rialzo le quotazioni nonostante l’incremento di produzione dell’Opec+ e i timori di un rallentamento della domanda globale a causa della recessione. Venerdì, primo giorno di contrattazioni di luglio, il Brent ha guadagnato il 2,38% chiudendo a 111,6 dollari al barile mentre il Wti è salito del 2,52% a 108,4 dollari

Secondo quanto riportato dai media, venerdì sera alcuni manifestanti hanno preso d’assalto l’edificio del Parlamento libico nella citta’ orientale di Tobruk per protestare contro il peggioramento delle condizioni di vita e della situazione politica nel Paese, dove due governi si contendono il potere da marzo. I manifestanti sono entrati nell’edificio e lo hanno messo a soqquadro. 

Giovedì la National Oil Corporation (Noc) libica ha dichiarato lo stato di forza maggiore nei porti di Es Sider e Ras Lanuf e nel giacimento petrolifero di El Feel.

La forza maggiore è ancora in vigore nei porti di Brega e Zueitina, ha evidenziato Noc. La produzione ha visto un forte calo, con esportazioni giornaliere comprese tra 365.000 e 409.000 barili al giorno, una diminuzione di 865.000 barili al giorno rispetto alla produzione in “circostanze normali”, ha proseguito Noc. 

La Noc ha dichiarato lo stato di forza maggiore, come riferisce The Libya Observer, nei vari siti produttivi dopo che è scaduto l’ultimatum di 72 ore che la società aveva dato agli occupanti degli impianti produttivi. A seguito delle chiusure il paese perderà oltre 16 miliardi di dinari libici (oltre 3 miliardi di euro). I porti di Brega e Zueitina, sono occupati dagli uomini di Haftar e il governo di Bashagha si rifiuta di riaprire i campi.

Questa situazione sta provocando molti disagi tra la popolazione a causa delle interruzioni di elettricità nell’area costiera del paese, visto che la situazione ha fermato il flusso di gas naturale che alimenta le centrali elettriche di Zuetina, North Bengasi e Sarir .

Oltre alla Libia, tra le cause dei rialzi delle quotazioni bisogna aggiungere lo sciopero dei lavoratori del settore oil&gas in Norvegia che partirà il 5 luglio e, secondo calcoli della Rueters, potrebbe ridurre la produzione complessiva di petrolio del paese di circa l’8%, (circa 320.000 barili di petrolio equivalente al giorno) a meno che non venga trovato un accordo dell’ultim’ora sulle richieste salariali. 

C’è poi il terzo fattore che riguarda l’Ecuador dove il governo e i leader dei gruppi indigeni sembra abbiano raggiunto un accordo per porre fine alle proteste durate più di due settimane e che hanno portato allo stop di circa 250.000 barili al giorno.


Le interruzioni delle forniture dalla Libia fanno salire i prezzi del petrolio

Emergenza gas, l’Argentina punta tutto su ‘vaca muerta’

AGI – Un altro paradosso dell’Argentina è che nonostante possa disporre delle enormi risorse di Vaca Muerta nel Sud est (provincia di Neuquèn), il secondo più grande giacimento di gas da scisto al mondo, dipende ancora fortemente dalle importazioni di energia. Questo perché mancano le infrastrutture per i gasdotti e i terminali LNG per esportare quello che viene chiamato oro ‘blu’.

Eppure, come qualche settimana fa ha scritto il Financial Times, il paese sudamericano potrebbe diventare player fondamentale nel mercato internazionale di gas naturale liquefatto, proprio ora che il bando alla Russia sta dando vita a una nuova mappa energetica globale.

Per questo motivo, il presidente dell’Argentina, Alberto Fernandez, sta spingendo attori stranieri per realizzare un progetto di trasporto e di liquefazione del gas, che darebbe una spinta notevole alla disastrata economia argentina. Ne ha parlato, a margine del G7, anche con il premier italiano. Lo stesso Draghi ha riferito ai giornalisti che con il presidente “abbiamo parlato delle relazioni che uniscono i due Paesi, che sono di lunga data. Mi ha illustrato un progetto di trasporto e liquefazione di gas in Argentina” e “lo esamineremo e vedremo se ci sono le condizioni per proseguire”.

‘Vaca Muerta’ che in spagnolo significa “vacca morta” (scoperta nel 1931 dal geologo americano Charles Edwin Weaver) deve questa curiosa denominazione perché su uno dei suoi lati, vicino a Zapala, c’è una catena montuosa che ha lo stesso nome, ma secondo altri, è perché se la si guarda da una mappa, proietta la sagoma di una mucca sdraiata.

Occupa una superficie di 36.000 km quadrati, ossia l’equivalente del territorio della Svizzera o dei Paesi Bassi e ha proprietà geologiche tali da esser paragonate all’Eagle Ford statunitense contenendo risorse estraibili pari a 16 miliardi di barili di petrolio e 308 mila miliardi di piedi cubi di gas naturale.

La sua produzione di petrolio non convenzionale ha raggiunto il suo livello record a settembre scorso con 180.000 barili al giorno, il che ha comportato un aumento annuo del 53%, su un totale di 532.000 bpd a livello nazionale in Argentina.

Numeri incredibili se si pensa che il paese utilizza solo il 50% della capacità del giacimento e solo il 10% è sfruttato per la commercializzazione e che quest’anno l’Argentina importerà gas per circa 7 miliardi di dollari sebbene le riserve di Vaca Muerta siano equivalenti a sei volte tutto il gas di cui ha bisogno nei prossimi 20 anni.

Al contrario, con politiche appropriate, le entrate dell’Argentina – che è uno dei quattro Paesi al mondo che producono questo tipo di idrocarburi, insieme a Stati Uniti, Canada e Cina – potrebbero superare i 30 miliardi di dollari all’anno di export. Solo che il suo sfruttamento ha incontrato negli ultimi anni diversi ostacoli, da ultimo anche le limitazioni interne di valuta estera decise dalla banca centrale.

Il governo di Buenos Aires sta puntando quindi tutto sulla costruzione di un nuovo gasdotto ‘Nèstor Kirchner’ (in onore dell’ex presidente) che, con i suoi 563 chilometri, da Vaca Muerta porterebbe il gas fino al centro e di là al nord del paese. Un obiettivo ambizioso che il paese, soffocato dai debiti e sull’orlo del collasso economico, non può intraprendere da solo. Ed invece per Fernàndez, Vaca Muerta rappresenta “una riserva della quale il mondo ha bisogno in questo momento”, e che potrebbe attrarre decine di migliaia di miliardi di dollari di investimenti.

Per il Financial Times, c’è assoluta necessità di un nuovo quadro normativo a sostegno degli investitori. Intanto, il governo ha acconsentito ad un accesso più facile alla valuta estera per le imprese energetiche che potranno ora importare attrezzature specialistiche per lo sviluppo, in particolare per il fracking.

Ma lo sviluppo di Vaca Muerta richiede un progetto a più lungo termine con investimenti annuali tra i 7 e gli 8 miliardi di dollari, oltre a quelli necessari per il trasporto. Attualmente la compagnia nazionale YPF detiene il 42% dell’area, Gas y Petròleo del Neuquèn S.A. (società statale della provincia di Neuquèn) il 12%, mentre il restante 46% è distribuito tra altre società, tra cui ExxonMobil, Pan American Energy, Petronas, Pluspetrol, Shell, Tecpetrol e Wintershall.

Quando a causa della pandemia, è crollato il prezzo del petrolio i lavori di fracking si sono interrotti in quanto per essere redditizia tale attività richiede un prezzo elevato del barile dell’oro nero. Nell’aprile 2020 il governo aveva fissato un prezzo minimo del barile sul mercato locale, superiore a quello internazionale, per garantire l’attivita’ del settore. Si è andati avanti fino a novembre, ma poi i lavori si sono interrotti a causa della corsa senza freni del prezzo dell’oro nero. 


Emergenza gas, l’Argentina punta tutto su ‘vaca muerta’

La Russia sull’orlo del default, scadono pagamenti bond

AGI – La Russia è a rischio default, con pochi segnali di pagamento da parte degli investitori che detengono le sue obbligazioni internazionali. Sarebbe il primo default della nazione dal 1998.

Si tratta di 100 milioni di dollari di interessi su due obbligazioni, una denominata in dollari e una in euro in scadenza nel 2026 e nel 2036. Mosca doveva pagare i due bond il 27 maggio, ma era stato concesso un periodo ‘di grazia’ di 30 giorni che scade appunto oggi.

La Russia ha faticato a mantenere i pagamenti sui 40 miliardi di dollari di obbligazioni in circolazione dall’invasione dell’Ucraina il 24 febbraio. L’attacco ha infatti provocato ampie sanzioni che hanno di fatto tagliato fuori il Paese dal sistema finanziario globale e reso i suoi beni intoccabili per molti investitori.

Il Cremlino ha ripetutamente affermato che non ci sono motivi per un default della Russia, ma che non è in grado di inviare denaro agli obbligazionisti a causa delle sanzioni, accusando l’Occidente di cercare di spingerla a un default artificiale.

Gli sforzi del Paese per evitare quello che sarebbe il suo primo default su obbligazioni internazionali dalla rivoluzione bolscevica di oltre un secolo fa, hanno incontrato un ostacolo insormontabile quando l’Office of Foreign Assets Control (Ofac) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha di fatto bloccato Mosca dall’effettuare pagamenti a fine maggio.

“Da marzo pensavamo che un default russo fosse probabilmente inevitabile, e la domanda era solo quando”, ha dichiarato a Reuters Dennis Hranitzky, responsabile del contenzioso sovrano presso lo studio legale Quinn Emanuel. L’Ofac è intervenuta per rispondere a questa domanda e il default è ormai alle porte”.

“Sebbene un default formale sarebbe in gran parte simbolico, dato che la Russia non può contrarre prestiti internazionali al momento e non ne ha bisogno grazie ai ricchi introiti di petrolio e gas, il ‘marchio’ probabilmente aumenterebbe i suoi costi di prestito in futuro”, si spiega. E comunque sarebbe un duro colpo al prestigio della nazione.

Il ministero delle Finanze russo ha dichiarato di aver effettuato i pagamenti al suo National Settlement Depository (NSD) onshore in euro e dollari, aggiungendo di aver adempiuto agli obblighi. Tuttavia, è improbabile che i fondi arrivino a molti detentori internazionali. 

Per molti obbligazionisti, il mancato ricevimento in tempo del denaro dovuto sui propri conti costituisce un inadempimento. Non essendo stata specificata una scadenza precisa nel prospetto informativo, gli avvocati sostengono che la Russia potrebbe avere tempo fino alla fine del giorno lavorativo successivo per pagare gli obbligazionisti. 


La Russia sull’orlo del default, scadono pagamenti bond

Il piano di Amazon per assumere 3.000 persone in Italia entro l’anno

AGI – Amazon assumerà tremila persone a tempo indeterminario in Italia entro l’anno. Il ‘Piano Italia’ del colosso dell’ecommerce porterà così la forza lavoro complessiva dai 14.000 dipendenti del 2021 a oltre 17.000, in più di 50 sedi in tutta Italia.

“Sono orgogliosa di confermare il nostro impegno nel supportare l’economia italiana”, dichiara Mariangela Marseglia, VP Country Manager di Amazon.it e Amazon.es. “Amazon è diventata una delle più grandi creatrici di posti di lavoro in Italia, offrendo all’interno dell’azienda, in tutto il Paese, opportunità professionali stabili e ben remunerate. È particolarmente importante sottolineare che si tratta di lavori di qualità, come certificato nel 2021 e confermato nel 2022 dal Top Employers Institute, che premia la qualità dei luoghi di lavoro, le opportunità formative e i piani di carriera offerti ai lavoratori in Italia”.

Secondo uno studio di The European House – Ambrosetti che analizza le grandi aziende in Italia, Amazon è la realtà privata che ha creato più posti di lavoro in Italia negli ultimi 10 anni. In media, dall’avvio delle attività in Italia nel 2010, ogni settimana Amazon ha creato più di 26 posti di lavoro a tempo indeterminato. 5.000 contratti a tempo indeterminato sono nel Centro e Sud Italia.

Nel 2021 la retribuzione iniziale ammontava a 1.680 euro al mese, l’8% in più rispetto alla retribuzione standard fissata dal Contratto nazionale per il settore dei trasporti e della logistica, inoltre i dipendenti ricevono un pacchetto di benefit tra cui sconti su Amazon.it e un’assicurazione integrativa contro gli infortuni e il programma Career Choice, che fornisce ai dipendenti finanziamenti gratuiti per la formazione professionale e le tasse scolastiche fino a un valore di 8.000 euro.

“Dal 2010 Amazon ha investito oltre 8,7 miliardi di euro in Italia per la propria crescita e per supportare la digitalizzazione del Paese” aggiunge Lorenzo Barbo, responsabile di Amazon Italia Logistica. “Investimenti che hanno generato nuovi posti di lavoro di qualità che stanno contribuendo alla crescita dell’Italia. L’aumento dei posti di lavoro va di pari passo con la crescita della nostra rete logistica: poche settimane fa è infatti entrato in attività un nuovo centro di distribuzione ad Ardea, area metropolitana di Roma, in cui creeremo 200 posti di lavoro entro tre anni. Inoltre, sempre entro l’anno apriremo il nostro primo centro di distribuzione in Abruzzo, a San Salvo, in cui saranno creati 1.000 nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato entro tre anni dall’avvio dell’operatività”

L’azienda è alla ricerca di lavoratori nello sviluppo di software, nel marketing, nella finanza o nell’attività di ricerca sulle tecnologie del futuro, così come nel prelievo e nella spedizione delle merci. La gamma delle qualifiche vanno da Hardware Integration Engineer – Advanced Technologies a Product Support Engineer all’interno del team Amazon Robotics Global Safety and Support (GSS).


Il piano di Amazon per assumere 3.000 persone in Italia entro l’anno

A Washington qualcuno è convinto che la recessione non sia inevitabile

AGI – Il segretario al Tesoro statunitense, Janet Yellen, sostiene che una recessione negli Stati Uniti non sia “inevitabile”. Pochi giorni dopo l’aumento dei tassi di interesse da parte della Fed, che ha sollevato i timori della prospettiva di una possibile contrazione economica, la Yellen ha parlato in un’intervista con la Abc, argomentando che si aspetta “l’economia rallenti” mentre passa ad una “crescita lenta”.

L’ipotesi di una recessione negli Stati Uniti prende corpo dopo la storica decisione di mercoledì della banca centrale di alzare di tre quarti di punto i tassi di riferimento, nel tentativo di frenare l’inflazione galoppante.

“Il presidente della Fed Powell ha affermato che il suo obiettivo è ridurre l’inflazione mantenendo un mercato del lavoro forte. Ci vorranno abilità e fortuna, ma credo che sia possibile”, spiega il segretario al Tesoro, definendo “inaccettabile” il livello raggiunto dall’inflazione. 

La titolare dei conti federali statunitensi ritiene che l’aumento dei prezzi sia legato in parte all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. “Le cause sono globali, non locali – ha sostenuto – ed è improbabile che questi fattori diminuiscano immediatamente”. Soprattutto Yellen sottolinea: “La priorità del presidente Biden è ridurlo”.

Un passaggio dell’intervista è dedicato anche ad alcuni dazi alla Cina ereditati dall’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump. Secondo Yellen “non avevano alcun senso strategico” e ha aggiunto che il presidente Joe Biden li sta esaminando come un modo per ridurre l’inflazione.


A Washington qualcuno è convinto che la recessione non sia inevitabile

La minaccia della Russia: dal prossimo autunno gli europei avranno problemi con il gas

AGI – Mosca non esclude problemi per l’Europa con la questione delle forniture di gas per l’autunno, inverno di quest’anno. Lo ha detto il vicepremier russo, Aleksandr Novak, parlando dal Forum economico di San Pietroburgo. “Agli europei serve stoccare nei depositi sotterranei 45-50 miliardi di metri cubi di gas”, ha aggiunto.

La Russia ha già dimezzato le forniture di gas all’Italia e i flussi verso la Francia dalla Germania sono stati interrotti dal 15 giugno.

 “A fronte di una richiesta giornaliera di gas da parte di Eni pari a circa 63 milioni di metri cubi, Gazprom ha comunicato che fornirà solo il 50% di quanto richiesto (con quantità effettive consegnate pressoché invariate rispetto ieri)”, comunica Eni.

Il prezzo del gas vira in calo. All’hub di riferimento europeo Ttf i future, dopo essere balzati a 133,5 euro per megawattora, sono scambiati a 123,81 euro per megawattora (-1,10%).

I mercati erano già tesi dopo il calo della capacità degli Stati Uniti di esportare gas in Europa a seguito dell’esplosione in un importante terminal di esportazione in Texas

L’operatore di gasdotti francese GRTgaz, citando gli effetti della riduzione delle consegne russe, ha detto che “rimane vigile per il prossimo inverno e invita gli spedizionieri a continuare a riempire il più possibile i loro impianti di stoccaggio nazionali”, ha affermato in una nota l’operatore di rete, unità del principale fornitore di gas francese Engie.

“Dal 15 giugno, GRTgaz ha notato un’interruzione del flusso fisico tra Francia e Germania. Questo flusso è stato circa 60 GWh/giorno (gigawattora al giorno) all’inizio del 2022, che è solo il 10% della capacità del punto d’interconnessione”, ha proseguito.

GRTgaz ha ribadito che per l’estate non vede rischi per l’approvvigionamento di gas per la Francia, perché i flussi in entrata più bassi dalla Germania sono compensati dalle maggiori importazioni dalla Spagna e dall’aumento delle capacità nei terminal del metano.

Le scorte di gas strategiche della Francia al momento sono piene del 56%, ha aggiunto il gestore della rete, affermando che questo valore è superiore al 50% del normale in questo periodo dell’anno.


La minaccia della Russia: dal prossimo autunno gli europei avranno problemi con il gas

Morning Bell: martedì incerto per i mercati in attesa della Fed

AGI – Si prospetta un martedì incerto per i mercati dopo un lunedì nero e in attesa domani di una ‘bollente’ riunione della Fed.

A raggelare le attese, la scorsa settimana, hanno contribuito le comunicazioni della Bce e l’andamento dei prezzi al consumo negli Usa, mentre domani la Fed potrebbe decidere un incremento dei tassi di 50 punti base, o addirittura di 75 punti.

E di qui a fine anno i mercati ora prezzano il Fed fund al 3,4% dall’attuale forchetta tra lo 0,75% e l’1%.

Intanto in Asia i listini restano in rosso, mentre i future a Wall Street e in Europa provano il rimbalzo, dopo che ieri a New York lo S&P 500 ha perso quasi il 4% ed è entrato nella fase ‘Orso’ essendo calato del 20% dai massimi del 3 gennaio, mentre la curva dei rendimenti dei Treasury si è brevemente invertita per la prima volta da aprile, un segnale che sui mercati è considerato l’anticamera di una recessione, che potrebbe arrivare nel prossimo anno o nel 2024.

Ad alimentare le preoccupazioni per la crescita globale contribuisce anche l’emergenza Covid in Cina, dove c’è il rischio di nuovi lockdown.

La Borsa di Tokyo cala di un punto e mezzo percentuale, mentre quella di Shanghai perde circa l’1% e Hong Kong arretra.

“Alta inflazione, crescita rallentata e tassi in rialzo sono dannose per l’azionario” commentano in una nota gli analisti di Anz.

In rialzo di oltre un punto percentuale i future a Wall Street, dopo il tonfo di ieri, con il Nasdaq giù del 4,68% e il Dow Jones a -2,79%.

Pesanti le mega cap, con Apple che ha perso il 3,83%, Microsoft il 4,24%, Alphabet il 4,29%, Amazon il 5,45%. A rotoli anche l’obbligazionario, con il rendimento del Treasury a 10 anni salito fino al 3,44%, il livello più alto dal 2011, mentre quello a 2 anni, che è il tasso che più ricalca le aspettative sui tassi di interesse, avanza al 3,22%.

In Europa I future sull’EuroSotoxx 50 crescono di circa mezzo punto percentuale, dopo che ieri Milano ha chiuso a -2,79%, bruciando circa 10,2 miliardi di euro di capitalizzazione.

Allarme rosso anche sul fronte obbligazionario, dopo che la Bce la settimana scorsa si è mostrata più ‘falco’ del previsto, preannunciando un aumento di 25 punti base a luglio e 50 a settembre senza indicare uno scudo salva-spread. Ieri il differenziale tra il Btp e in Bund è volato a 248 punti, con il rendimento del decennale balzato sopra il 4%, sui massimi da dicembre 2013, mentre il Bund a 10 anni ha toccato l’1,6%, il top dal 2014.

“La stagflazione è uno scenario possibile” ha avvertito il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner, mentre Julian Howard, direttore degli investimenti del fondo Gam è stato altrettanto pessimista per l’altra sponda dell’Atlantico: “Penso che con un’inflazione come questa, la Fed sarà costretta a spingere forte sui tassi e che questo causerà un rallentamento economico”.

“A breve termine – aggiunge – si mette male per gli investitori, che non hanno nessun posto dove rifugiarsi, a parte il cash, almeno per ora”. Intanto sui mercati valutari non c’è attesa solo per la Fed, ma anche per la Boe di giovedì e per la Boj di venerdì. La sterlina è crollata dell’1,3% e vale meno di 1,22 dollari, depressa dalle preoccupazioni per l’economia del Regno Unito. Lo yen ha toccato un minimo da 24 anni intorno a quota 135 sul dollaro e l’euro resta debole non molto sopra 1,04 dollari.

In picchiata il Bitcoin che crolla del 20%, sotto 22.000 dollari e, più in generale perde il 50% del suo valore dal picco del 2021, mentre Ethereum è giù del 65%. A scatenare la fibrillazione degli investitori la scelta di Celsius, la principale società statunitense di prestito del settore, che ha congelato prelievi e trasferimenti citando condizioni “estreme”. Piatto il prezzo del petrolio in Asia, che comunque viaggia su livelli molto elevati per i timori sulle riduzioni dei rifornimenti e sulla tenuta della domanda cinese.

Il Wti e il Brent sono rispettivamente sopra 120 e sopra 122 dollari al barile. Oggi in Germania escono i dati finali sull’inflazione di maggio e quelli dell’indice Zew a giugno. Negli Usa saranno pubblicati i prezzi alla produzione di maggio.

A Ginevra, fino a domani, il Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, tiene il suo primo incontro interministeriale da quasi cinque anni, in una fase in cui il commercio mondiale è in forte rallentamento per via della guerra in Ucraina. Lo ha sottolineato anche Mario Draghi, intervenendo alla riunione interministeriale dell’Ocse: “I nostri sforzi per prevenire una crisi alimentare devono partire dai porti ucraini del Mar Nero. Dobbiamo sbloccare milioni di tonnellate di cereali bloccati lì a causa del conflitto. Gli sforzi di mediazione delle Nazioni Unite sono passi significativi e penso, purtroppo, gli unici”. 

Domani la palla passa alla Fed, poi a Boe e Boj

Domani toccherà alla Fed fare le sue mosse. La banca centrale Usa ha già aumentato i tassi di interesse di tre quarti di punto percentuale quest’anno, avvantaggiandosi sulla Bce. A giugno e luglio i mercati davano per scontato due rialzi dei tassi di mezzo punto percentuale l’uno e un altro, sempre dello 0,50% a settembre. Tuttavia l’impennata all’8,6% dell’inflazione Usa a maggio rimescola un po’ le carte e ora, secondo diverse banche Usa, la Fed potrebbe innalzare fin da giugno o luglio i tassi allo 0,75%.

Bloomberg stima al 50% le probabilità che questo accada a luglio. Intanto di qui a fine anno i mercati ora prezzano il Fed fund al 3,4% dall’attuale forchetta tra lo 0,75% e l’1%, mentre Goldman prevede tre rialzi dei tassi Fed di 50 punti base a giugno, luglio e settembre e due aumenti di 25 punti base a dicembre e gennaio. L’impatto negativo che dei rialzi dei tassi così aggressivi potranno avere sulla crescita, rallentandola, in questa fase sembra interessare relativamente la Fed, che è tutta concentrata sulla riduzione dell’inflazione.

“Questa è la priorità – commenta Cesarano – in questa fase non c’è tempo per pensare alla crescita”. Inoltre mercoledì sono attesi anche i dot plot, quei puntini che prevedono i futuri movimenti dei tassi Fed. In particolare i riflettori saranno puntati sul tasso medio a lungo termine della Federal Reserve, che oggi è al 2,40% e che potrebbe essere rialzato. Con i previsti tre rialzi consecutivi di mezzo punto percentuale, la forbice del Fed Fund a settembre salirebbe tra il 2,25% e il 2,50%, attestandosi quindi già a settembre al livello di equilibrio.

Dopo la Fed, giovedì la Banca d’Inghilterra dovrebbe alzare i tassi di altri 25 punti base, o anche di 50 punti base, per tenere a bada un’inflazione che corre al ritmo più veloce degli ultimi quarant’anni, coi prezzi al consumo, che nel Regno Unito sono aumentati del 9% su base annua ad aprile, più di quattro volte l’obiettivo. La Boe ha già gradualmente rialzato i tassi, portandoli all’1% in quattro mosse consecutive da dicembre scorso. E venerdì la Boj continuerà nella sua solitaria battaglia accomodante, andando controcorrente rispetto a tutte le altre banche centrali globali e continuando così a sacrificare lo yen, che è ai minimi da 20 anni sul dollaro.

Ue: valutiamo ripresa procedura infrazione contro Gb

Intanto l’Ue fa sapere che “non rinegozierà il Protocollo” per l’Irlanda del Nord con il Regno Unito sottoscritto negli accordi per il post Brexit. Lo ha dichiarato il vice presidente della Commissione europea, Maros Sefcovic, in merito alla decisione del governo del Regno Unito di presentare una legge che disapplica unilateralmente gli elementi fondamentali del Protocollo. La Commissione valuterà ora “la possibilità di continuare la procedura d’infrazione avviata contro il governo del Regno Unito nel marzo 2021”.

Blackrock estende diritto di voto in assemblea ai clienti

Il più grande gestore patrimoniale del mondo, ha dichiarato lunedì che i clienti che possiedono quasi la metà dei suoi 4,9 trilioni di dollari di asset di indici azionari sono ora liberi di controllare il modo in cui vengono espressi i voti alle assemblee annuali delle società in cui investono i loro fondi.

La mossa segna un’espansione del programma ‘Voting Choice’ di BlackRock, lanciato lo scorso ottobre dalla società con sede a New York, che gestisce circa 10.000 miliardi di dollari di asset, e che mira ad offrire ai clienti istituzionali più voce in capitolo sui temi che stanno loro a cuore. Il programma arriva in un periodo tumultuoso per il gestore patrimoniale, che si trova ad affrontare critiche negli Stati Uniti e altrove per il modo in cui vota per conto dei clienti su temi quali il cambiamento climatico, la diversità e la retribuzione dei dirigenti.

“Il programma Voting Choice di BlackRock è una novità assoluta nel settore, ma lo consideriamo solo un inizio”, ha dichiarato Salim Ramji, Global Head of iShares and Index Investments in un comunicato. “La nostra ambizione è quella di rendere la scelta di voto conveniente ed efficiente per tutti gli investitori, e stiamo lavorando con i responsabili politici e i partecipanti al settore in tutto il mondo per estendere la scelta di voto per i nostri clienti”. 

India, l’economia mette il turbo ma crea pochi posti di lavoro veri

Per il Fmi l’economia indiana è prevista in crescita dell’8,1% quest’anno e del 6,9% nel 2013, dopo il +8,9% dell’anno scorso. Un numero crescente di indiani guadagna da vivere nel è stato colpito negli ultimi mesi da un’elevata inflazione, soprattutto nei prezzi dei prodotti alimentari. Per il New York Times, si tratta del ritmo di crescita più alto del mondo.

L’export è ai massimi storici. I profitti delle società quotate in borsa sono raddoppiati. I consumi post-pandemici della classe media in auto, immobili, intrattenimento e vacanze non sono mai stati così alti.

Tuttavia, come è tipico dell’India, i benefici di questi voraci consumi non vanno oltre il limite circoscritto della classe media, la cui dimensione è piuttosto modesta poiché oscilla tra il 10% e il 30% della popolazione.

E questo perché buona parte della classe media indiana verrebbe considerata povera nei Paesi avanzati, visto che solo un indiano su 45 possiede un’auto e che per 9 indiani su 10 l’ultimo modello dell’iPhone costa l’equivalente di sei mesi di stipendio. Inoltre, secondo il New York Times, l’alta crescita del Pil non si sta ancora traducendo nella creazione di posti di lavoro sufficienti ad assorbire le ondate di giovani istruiti che entrano ogni anno in India nella forza lavoro.

E questo sia perché, come rileva Oxfam, la pandemia ha ingrandito la divisione tra ricchi e poveri, gettando decine di milioni di indiani nella povertà, sia perché un gran numero di indiani, pari secondo le stime più attendibili oscilla tra il 40% e il 70% della forza lavoro, si guadagna da vivere nel settore informale, una zona grigia composta da ambulanti, precari, contadini stagionali, che negli ultimi mesi è stata colpita da un’elevata inflazione, legata soprattutto all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. 


Morning Bell: martedì incerto per i mercati in attesa della Fed

Brunetta e la riforma che piace tanto ai produttori di vino

AGI – “Abbiamo bisogno di un sistema semplificato”, ha sottolineato il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta nel ricordare che oltre ad essere ministro, da dieci anni è egli stesso un produttore di vino. Per poi sottolineare una richiesta che, in particolare, sta molto a cuore al settore: “Cercherò di portare a casa questa riforma entro l’autunno, perché non è accettabile dover compilare due volte i moduli con le stesse dichiarazioni di vendemmia”. Il contesto in cui il ministro della Pa ha fatto questa promessa e assunto questo impegno con il settore vitivinicolo è quello dell’Assemblea generale di Federvini, che si è svolta a Roma lo scorso 8 giugno.

Ma Brunetta non s’è fermato qui: ha parlato anche di controlli in cantina, per dire che la proposta è quella che si basa su di un modello comportamentale cooperativo: “Ben vengano i controlli, ma non come sistema vessatorio. Per questo è importante poterli programmare, in modo che non creino problemi durante le fasi di lavoro”, ha specificato Brunetta, che s’è poi concentrato sull’abolizione del contrassegno sui prodotti destinati al mercato nazionale, ciò che chiama in causa anche l’Agenzia delle entrate. Una volta verificata la fattibilità, si dovrebbe prevedere la possibilità di digitalizzare completamente anche i dati delle aziende.

Le affermazioni del ministro sono di fatto in linea con le richieste avanzate da Federvini, che da tempo sollecita lo snellimento degli oneri burocratici e gli incentivi di natura fiscale, con l’obiettivo di migliorare la competitività delle aziende italiane, in particolare sul mercato estero, specie ora che è in corso il conflitto russo-ucraino con le sue ricadute sui prezzi e sui rincari che fanno del presente un momento di grande incertezza.

Infatti, proprio in forza dei diversi sistemi fiscali, al momento per una cantina diventa complicato poter spedire il vino direttamente al consumatore finale al di fuori dall’Italia, salvo avere un rappresentante fiscale all’interno di ogni mercato di destinazione. Per questo le semplificazioni diventano indispensabili. A partire dal completamento, in Europa dell’armonizzazione del mercato interno sulle vendite a distanza, oggi rese difficoltose dagli adempimenti burocratici in essere che rendono davvero complicato il commercio elettronico dei nostri prodotti. “Oggi non è più possibile precludersi un canale nuovo sempre più forte, per motivi legati alla burocrazia”, è stato più volte sottolineato nel corso degli interventi alle assise Federvini.

Una particolare attenzione è stata dedicata ai meccanismi inflattivi che, secondo una ricerca ad hoc condotta dall’Osservatorio Federvini, in collaborazione con Nomisma e Tradelab, “fa scendere i consumi interni”. Nel tracciare lo scenario dei consumi domestici, la ricerca sottolinea come i mesi che verranno non saranno affatto facili, proprio per il conflitto russo-ucraino che ha dato la spinta ad un fenomeno inflazionistico già in corso, con rincari che riguardano un po’ tutti i segmenti: petrolio, energia elettrica, fertilizzanti e materie secche.


Brunetta e la riforma che piace tanto ai produttori di vino

Descalzi: “Con la fusione a confinamento magnetico avremo energia a bassissimo costo”

AGI – Il futuro è qui: in termini energetici “il 2030 è praticamente dopodomani”, esordisce l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi. E mentre si discute di sicurezza delle fonti di approvvigionamento, di cambiamento climatico e di decarbonizzazione, la svolta potrebbe essere davvero dietro l’angolo. Ci credono gli studiosi del MIT, ci credono i rappresentanti del Congresso, ci credono magnati del calibro di Bill Gates e ci crede l’Eni che è il principale azionista di questo innovativo progetto messo a punto dal Commonwealth Fusion System e che riguarda la realizzazione entro il 2030 di un reattore pilota per produrre energia pulita a bassissimo costo.

“Abbiamo lavorato con il team del CFS negli ultimi anni perché abbiamo riconosciuto che il loro lavoro è in grado di trasformare il panorama energetico”, ha spiegato Descalzi alla stampa italiana al termine della sua missione negli Stati Uniti dove la tappa più importante è stata proprio la visita allo stabilimento alle porte di Boston. “È una vera rivoluzione”, ha detto senza mezzi termini il manager, spiegando in parole semplici il carattere innovativo del progetto.

Si parla di fusione che, al contrario della fissione, è un processo più pulito e più sicuro perché non produce scorie pericolose: si combinano gli isotopi dell’idrogeno che si fondono a temperature elevatissime (circa dieci volte quella del Sole) e che vanno poi confinati tramite campi magnetici. Dal vapore si produce energia: “È quindi un’energia che scaturisce dall’acqua, anche pesante, e per questo motivo non comporta la necessità di disporre di un fabbisogno idrico ingente“, ha proseguito Descalzi.

In un momento in cui le principali economie del Pianeta stanno facendo i conti, dal punto di vista energetico, con gli effetti del conflitto ucraino, questo modo di fare energia pulita potrebbe determinare nuovi equilibri geopolitici. “Assistiamo ora a rapporti di forza tra chi produce energia e chi non ce l’ha – ha spiegato Descalzi – ma potrebbero essere presto superati perché tutti i Paesi potrebbero produrre elettricità a bassissimo costo grazie al fatto che hanno a disposizione acqua pesante a volontà”.

Nel frattempo che l’impianto diventi operativo, Descalzi ha spiegato che si sta lavorando a un prototipo pilota in scala già per il 2025. L’iniziativa negli States assume ancora più significato nel momento attuale: la guerra ucraina sta infatti facendo capire alle grandi potenze della Terra il valore strategico della sicurezza energetica, mentre la corsa dei prezzi impone nuove decisioni a tutela dei consumatori e delle imprese.

A questo proposito, Descalzi ha ribadito la necessità di imporre a livello europeo un tetto al prezzo del gas. “Senza una valida ragione, abbiamo ora un prezzo del gas che è più alto di 6-7 volte rispetto a quello che avevamo nel 2019”, ha sottolineato il manager precisando che in effetti “non c’è un problema di flussi, ma di prezzi. Per questo bisogna intervenire”.

Il prossimo inverno che potrebbe quindi “non essere facile”, si porrà un problema “non di flussi, ma di prezzi in quanto i volumi ci saranno ma le bollette potrebbero essere pesanti per le aziende e per i consumatori a causa delle tensioni speculative presenti nel mercato”.

Per questo motivo, “il governo Draghi fa bene a insistere”. Per quanto riguarda le fonti di approvvigionamento, l’ad di Eni ha ricordato che è raggiungibile l’obiettivo di non dipendere dal gas russo e che sarà possibile ottenere questo risultato entro il 2025. “Nei paesi dove abbiamo investito, abbiamo prodotto gas e quel gas è nostro”, ha sottolineato spiegando che si tratta ora di portare tali scorte in Europa e soprattutto in Italia che “ha la priorità”.

Anche gli investitori si rendono conto che la sicurezza energetica è un tema fondamentale: ad esempio, ha sottolineato Descalzi, “l’attenzione degli azionisti americani è tutta concentrata su questo punto mentre fino al giugno 2021, il 90% delle loro domande riguardavano invece la transizione. C’è stato una U-turn, un’inversione a U. Ci chiedono se riusciamo a fare investimenti e se abbiamo riserve ma noi – ha concluso – siamo visti bene perché abbiamo fatto un sacco di esplorazioni e abbiamo trovato molto“. Ma ora è tempo di produrre energia con altre innovative tecnologie. Con la mente rivolta a Boston, appunto.


Descalzi: “Con la fusione a confinamento magnetico avremo energia a bassissimo costo”