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La grande corsa per diventare navigator

Anpal servizi ha pubblicato il bando per la selezione dei 3.000 navigator, le figure “per facilitare l’incontro tra i beneficiari del programma del reddito di cittadinanza e i datori di lavoro, i servizi per il lavoro e i servizi di integrazione sociale”. Nell’avviso si illustra anche la ripartizione territoriale per un totale di 2.980 posizioni: al top la Campania con 471 unità (di cui 274 solo a Napoli), seguita dalla Sicilia con 429 (primeggia Palermo, con 125).

Il Navigator sarà la figura centrale dell’assistenza tecnica fornita da Anpal Servizi ai Centri per l’impiego, selezionata e formata per supportarne i servizi e per integrarsi nel nuovo contesto caratterizzato dall’introduzione del Reddito di cittadinanza, per il quale l’obiettivo è di assicurare assistenza tecnica ai Cpi, valorizzando le politiche attive regionali, anche in una logica di case management da integrare e da implementare con le metodologie e tecniche innovative che saranno adottate per il reddito di cittadinanza.

L’incarico di collaborazione avrà durata fino al 30 aprile 2021 e un compenso lordo annuo pari a euro 27.338,76 oltre euro 300 lordi mensili a titolo di rimborso forfettario delle spese per l’espletamento dell’incarico, quali spese di viaggio, vitto e alloggio. 

Ecco nel dettaglio il fabbisogno di navigator per Regione e principali province:

ABRUZZO 54: il maggior numero a Chieti (15), seguita da l’Aquila e Teramo (14).

BASILICATA 31: 19 a Potenza, 12 a Matera.

CALABRIA 170: 60 a Cosenza, 30 a Catanzaro.

CAMPANIA 471: 274 a Napoli, 80 a Caserta, 77 a Salerno.

EMILIA ROMAGNA 165: 40 a Bologna, 25 a Modena, 18 a Parma e Reggio Emilia.

FRIULI VENEZIA GIULIA 46: 21 a Udine, 10 a Trieste.

LAZIO 273: 195 a Roma, 30 a Latina e 21 a Frosinone.

LIGURIA 66: 39 a Genova, 10 a Savona.

LOMBARDIA 329: 76 a Milano, 50 a Brescia, 38 a Bergamo.

MARCHE 55: 17 ad Ancona, 13 a Pesaro-Urbino, 11 a Macerata.

MOLISE 13: 10 a Campobasso.

PIEMONTE 176: 107 a Torino, 16 ad Alessandria e Cuneo.

PUGLIA 248: 78 a Bari, 45 a Lecce, 35 a Taranto.

SARDEGNA 121: 41 a Cagliari, 31 Sud Sardegna, 25 a Sassari.

SICILIA 429: 125 a Palermo, 100 a Catania, 45 a Messina.

TOSCANA 152: 40 a Firenze, 18 a Pisa, 16 a Livorno e Lucca.

UMBRIA 33: 24 a Perugia, 9 a Terni.

VAL D’AOSTA 6.

VENETO 142: 32 a Verona, 27 a Venezia, 25 a Padova.

Alle 16 di giovedì 18 aprile, a sei ore dall’apertura dell’avviso, erano già 3.415 i candidati per i 3 mila posti da Navigator. Lo riferisce l’Anpal, ricordando che le candidature possono essere inviate entro e non oltre le ore 12.00 dell’8 maggio prossimo. 

Come funziona la prova di selezione

Un test a risposta multipla di carattere psicoattitudinale, di cultura generale e tecnico professionale: 100 domande e un tempo di 100 minuti per rispondere. In questo consiste la prova di selezione per i 3.000 navigator. La prova è valutata in centesimi e per superarla si deve ottenere il punteggio minimo di 60/100. Si tratta – si legge sul bando di selezione pubblicato sul sito di Anpal servizi – di un test con domanda a risposta multipla costituito da 100 domande così ripartite:

  • 10 quesiti di cultura generale,
  • 10 quesiti psicoattitudinali,
  • 10 quesiti di logica,
  • 10 quesiti di informatica,
  • 10 quesiti sui modelli e strumenti di intervento di politica del lavoro,
  • 10 quesiti sul reddito di cittadinanza, 10 quesiti sulla disciplina dei contratti di lavoro,
  • 10 quesiti sul sistema di istruzione e formazione,
  • 10 quesiti sulla regolamentazione del mercato del lavoro,
  • 10 quesiti di economia aziendale”.

Il tempo complessivo a disposizione è di 100 minuti: “In considerazione della necessità di svolgere più sessioni d’esame e al fine di preservare la par condicio, la trasparenza, l’imparzialità e il buon andamento della selezione, saranno predisposte prove d’esame distinte ed equivalenti per ciascuna sessione. Le domande che compongono le prove saranno estratte da un archivio di quesiti predisposti da un soggetto qualificato appositamente incaricato. Ciascun questionario sarà riprodotto con modalità casuale nell’ordine delle domande e delle risposte, in modo che ciascun candidato disponga di un questionario diverso”.

Al termine di ciascuna sessione d’esame, prosegue l’avviso, si procede in forma anonima e automatica alla correzione delle prove dei candidati e al calcolo dei relativi punteggio. Le operazioni di abbinamento avverranno alla presenza della Commissione di vigilanza e di cinque candidati.

Il punteggio totale di ciascun candidato viene ottenuto valutando le risposte fornite come segue: 1 punto per ogni risposta esatta; 0 punti per ogni risposta non data e -0,4 punti per ogni risposta errata e per ogni multirisposta.

Superano la prova i candidati che abbiano ottenuto il punteggio minimo di 60/100. Risultano vincitori i primi in graduatoria per ogni provincia in ordine di punteggio, “fino alla concorrenza delle posizioni disponibili. In caso di parità verrà preferito il candidato con il miglior voto di laurea. In caso di ulteriore parità verrà preferito il candidato piu’ giovane di età”.

I candidati idonei ma non risultati vincitori, potranno essere chiamati, sempre in ordine di graduatoria, a soddisfare eventuali fabbisogni anche per la copertura di posizioni non coperte all’interno di province limitrofe a quella per la quale hanno presentato la candidatura. Le graduatorie provinciali verranno pubblicate all’indirizzo web http://selezionenavigator.anpalservizi.it, oltre che sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali www.lavoro.gov.it e sul sito dell’Anpal www.anpal.gov.it, entro 7 giorni dalla conclusione dell’ultima sessione d’esame.

Agi

Amazon nel mirino dell’Antitrust: avviata indagine per abuso di posizione dominante

L’Antitrust ha avviato un’istruttoria nei confronti di cinque società del gruppo Amazon per accertare un presunto abuso di posizione dominante nel marketplace e-commerce e nei servizi di logistica. “Nella riunione del 10 aprile 2019 l’Autorità ha deliberato l’avvio di un procedimento istruttorio nei confronti di cinque società del gruppo Amazon: Amazon Services Europe, Amazon Europe Core, Amazon Eu, Amazon Italia Services e Amazon Italia Logistica, per accertare un presunto abuso di posizione dominante”, si legge in una nota.

Agi

La Cina sta usando le tecnologie di riconoscimento facciale per sorvegliare gli Uiguri

La Cina sta utilizzando il riconoscimento facciale per sorvegliare uno specifico gruppo etnico, la minoranza degli Uiguri. Lo rivela un’inchiesta del New York Times. Né la tecnologia né la possibilità di usarla nei sistemi di sorveglianza sono una novità. Ma se in occidente il controllo su base etnica è stato indicato come un effetto collaterale, in Cina è un obiettivo dichiarato.

Le fonti del giornale statunitense spiegano che, in alcune aree, vengono effettuate 500.000 scansioni del viso al mese. “Se in un quartiere dove vive di solito un uiguro ne vengono rilevati sei, scatta immediatamente un allarme”. Si tratta del primo esempio noto di un governo che usa di proposito l’intelligenza artificiale per profilare la popolazione in base all’etnia.

Il sistema intercetta i volti degli uiguri e ne traccia i movimenti in città come Hangzhou, Wenzhou e Sanmenxia. A partire dal 2018, “quasi due dozzine di dipartimenti di polizia, in 16 diverse province” hanno richiesto l’utilizzo del riconoscimento facciale. Le autorità che lo utilizzano parlano apertamente di “identificazione delle minoranze”. Anche se, secondo i testimoni del Nyt, dietro questa espressione si nasconderebbe esclusivamente la sorveglianza degli uiguri.

Per far funzionare gli algoritmi, l’intelligenza artificiale viene nutrita con gli archivi di pregiudicati e di chi ha fatto uso di sostanze stupefacenti. Dietro la fornitura del riconoscimento facciale ci sono alcune startup cinesi, come Yitu, Megvii, SenseTime e CloudWalk, che valgono oltre un miliardo di dollari ciascuna.

Il loro valore è aumentato grazie alle politiche di Pechino (dopo i programmi di investimento nel settore) e al supporto di alcuni grandi investitori occidentali. Fidelity International e Qualcomm Ventures hanno puntato su SenseTime e Sequoia su Yitu. Lo sviluppo del riconoscimento facciale non è certo un’esclusiva cinese. Amazon, tra le altre, sta esplorando la stessa strada con il servizio Rekognition.

Il sistema, sperimento sul campo negli Stati Uniti, è stato però molto discusso per le possibili derive sul controllo etnico, per la sua fallibilità (troppi, ancora, i “falsi positivi”) e per alcune distorsioni (è meno efficace sui volti di donne e persone di colore). Amazon e altre società hanno però sottolineato l’efficacia per la sicurezza pubblica, negando un utilizzo su base razziale. Quello che negli Stati Uniti e in Europa è un timore, in Cina è una realtà.

Agi

La sanità vale il triplo degli smartphone e potrebbe essere il futuro di Apple

Il ceo Tim Cook lo ha detto: “Il più grande contributo che Apple può dare all’umanità riguarda la salute”. Non parlava solo di soldi, ma pare ormai chiaro che nuovi servizi sanitari farebbero bene non solo agli utenti ma anche alle casse della Mela.

Un’analisi di Morgan Stanley, diffusa da Bloomberg, ipotizza che Apple trarrà da servizi e prodotti legati alla salute un fatturato tra i 15 e i 313 miliardi di dollari entro il 2027. L’escursione è massiccia e racconta quanto il mercato sia giovane e quanto dipenda da Cupertino decidere di cogliere o meno le opportunità che propone. Un’altra analisi, firmata da Loop Ventures lo scorso marzo, parlava già di “roadmap” di Apple verso la sanità.

In un momento complicato per i dispositivi mobili, spiega Morgan Stanley, “l’assistenza sanitaria ha un mercato potenziale tre volte più grande rispetto a quello globale degli smartphone”. Un mercato che, in più, ha una serie di vantaggi rispetto a quello degli smartphone. Primo: non teme saturazione e, anzi, in una popolazione sempre più anziana, tenderà a crescere. Secondo: come altri servizi, non ha forti oscillazioni stagionali (la cura della salute non arriva solo a Natale). Terzo: Apple è in una posizione di vantaggio rispetto ad altre società tecnologiche, soprattutto grazie ai suoi dispositivi indossabili.

Il ruolo di Apple Watch e AirPods

Oggi il segmento wearable rappresenta il 5% del fatturato di Apple. Loop Ventures stima che arriverà all’8% entro cinque anni. Gli Apple Watch venduti dal loro esordio, nel 2015, sarebbero circa 67 milioni, per l’85% ancora in uso. Probabilmente l’orologio non arriverà mai alla diffusione dell’iPhone (900 milioni di unità attualmente attive), ma basterebbe un progresso più contenuto per avere un impatto notevole. Loop Ventures stima che le unità in circolazione potrebbero quadruplicarsi. E questo farebbe bene alle casse, con 35 miliardi di vendite annuali.

In gioco però non c’è solo la vendita diretta, ma molto di più. I dispositivi indossabili, muniti di sensori sempre più sofisticati, costituirebbero la piattaforma con cui distribuire i propri servizi sanitari. Oggi l’Apple Watch ha già un elettrocardiografo integrato. Morgan Stanley suggerisce infatti di sviluppare sistemi in grado di rilevare, anche con gli AirPods, pressione sanguigna, livello di glucosio, monitoraggio del sonno. Le due analisi concordano quindi sul ruolo centrale di Apple Watch e AirPods, leader nei mercati degli orologi tecnologici e degli auricolari senza fili. Sono le sentinelle dei servizi finanziari che verranno.

Primi mattoni di un nuovo ecosistema

Per Morgan Stanley, Cupertino ha già piazzato i “primi mattoni” di un “nuovo ecosistema”. E vista la sua posizione attuale, potrebbe fare con la sanità quello che ha fatto con iTunes nel settore musicale o con l’App Store nei servizi mobile. La domanda, a questo punto, è: come trasformare le potenzialità in fatturato? Una parte, che con il tempo dovrebbe diventare sempre più marginale, arriverà dalle vendite dei dispositivi. Il resto da una gamma di servizi, tra i quali un abbonamento pagato dagli utenti o, più probabilmente, da medici, cliniche e compagnie assicurative. Secondo Loop Venture, potrebbe cosare circa 10 dollari al mese, che Apple riceve per aggregare, monitorare e studiare i dati raccolti da Watch e AirPods.

Con i nuovi servizi, sottolinea Morgan Stanley, i dispositivi potrebbero non solo essere venduti direttamente, ma diventare un accessorio coperto dai professionisti della salute. Già oggi, ad esempio, alcune compagnie scontano le polizze e regalano uno smartwatch se i clienti accettano di indossarlo. Il loro ragionamento è questo: conosco i tuoi dati e capisco prima i fattori di rischio. Tu vivi più a lungo, io personalizzo la tua polizza e sborso meno.

Certo, ci sono problemi di privacy fondamentali. Ma avere un dispositivo che monitori gli utenti, consenta di dialogare a distanza con i medici e favorisca interventi tempestivi potrebbe ridurrebbe le spese sanitarie, visto che la cura costa più della prevenzione. Il settore è così ghiotto che Morgan Stanley prevede che Apple possa presto acquisire una società specializzate nel settore sanitario.

Agi

Quanto stanno investendo gli Stati Uniti nel 5G?

L’amministrazione Trump ha annunciato venerdì i suoi piani per accelerare l’installazione di reti 5G, compresa la promessa di miliardi di dollari per dare alle aree rurali l’accesso più remoto alle comunicazioni mobili ultraveloci.

“La nuova rete 5G migliorerà la vita degli americani in molti modi”, ha detto alla Casa Bianca il capo della Federal Communications Regulatory Agency (Fcc), Ajit Pai.

La Fcc ha annunciato delle aste per queste nuove reti e ha promesso un fondo da 20,4 miliardi di dollari per dotare, nel decennio, di reti rurali ad alta velocità che, a causa della vastità del territorio degli Stati Uniti, Uniti, hanno ridotto o nessun accesso a Internet.

“Dall’agricoltura di precisione alle reti di trasporto intelligenti alla telemedicina e altro ancora, vogliamo che gli americani siano i primi a trarre vantaggio da questa nuova rivoluzione digitale, proteggendo nel contempo i nostri innovatori e i nostri cittadini. E non vogliamo che gli americani che fanno la campagna restino ai margini”, ha detto Pai.

Con la sua consueta tendenza all’iperbole, il presidente degli Stati Uniti ha detto di volere “il prima possibile il 5G, e anche il 6G”. Non si sa se sia ambizione o la riproposizione del “punto, due punti!” di Totò e Peppino, ma di sicuro Donald Trump si è schierato: “Le nuove reti sono più potente, più veloci e più intelligenti dello standard attuale. Le aziende americane devono intensificare i loro sforzi. Non c’è motivo per cui dovremmo essere in ritardo”.

Non lo dice, ma il “ritardo” è, prima di tutto, nei confronti della Cina. Il 5G, oltre a essere un gigantesco propulsore per l’economia del Paese, è anche l’ennesimo campo di gara con Pechino. Due eccellenti motivi per accelerare.

Le nazioni leader

Sfruttare le potenzialità del 5G vorrebbe dire 391 miliardi di dollari e 1,8 milioni di posti di lavoro in cinque anni. È la stima fatta da Analysis Group in un rapporto della Ctia, l’associazione americana che rappresenta il settore delle comunicazioni wireless. L’indagine certifica il progresso degli Stati Uniti. La Ctia, miscelando diversi parametri (progetti pilota, copertura, infrastrutture, applicazioni) arriva a una classifica dei Paesi meglio piazzati nello sviluppo del 5G. Nel 2017, gli Usa erano al terzo posto, alle spalle di Cina e Corea del Sud. Nella nuova graduatoria (che vede l’Italia al quinto posto, primo tra europei accanto alla Gran Bretagna), ha scavalcato Seul e ha affiancato proprio la Cina. Quarto il Giappone.

Leggi anche: Lo speciale Agi sul 5G

“Il miglioramento nel ranking degli Stati Uniti – afferma il rapporto – è attribuibile agli investimenti significativi dell’industria wireless americana nelle reti 5G e all’azione del governo”. Gli Usa sembrano più pronti nella messa a terra dei servizi. Cioè nella capacità di fornirli a imprese e utenti. La Cina ha invece un “significativo vantaggio infrastrutturale”, con 14 “celle” (le stazioni che coprono un’area) ogni 10.000 abitanti e 5 ogni 10 miglia quadrate. Gli Stati Uniti si fermano rispettivamente a 4,7 e 0,4. L’infrastruttura cinese è quindi molto più capillare. È (anche) alla luce di questo testa a testa che va osservata la questione Huawei, le pressioni di Washington sui Paesi alleati da una parte e la dura difesa di Pechino (oltre che del gruppo di Shenzen).

Verizon, 5G già aperto ai clienti

Verizon offre già alcuni servizi 5G al pubblico. 5G Home consente di connettere ad alta velocità la propria casa in alcune aree di Houston, Sacramento, Indianapolis e Los Angeles. Per chi è già un cliente mobile di Verizon, costa 50 dollari al mese (non esistono ancora pacchetti annuali). Non ha un tetto di dati e promette di essere 20 volte più veloce rispetto alle più diffuse connessioni 4G Lte. La velocità più frequente, al momento, è di 300 Mbps, ma in alcune zone si toccano i 940 Mbps.

Verizon ha promesso di allargare il perimetro dell’offerta, per raggiungere 30 citta entro la fine del 2019. Ma – al momento – c’è un problema: sono ancora pochissimi i dispositivi, fissi o mobili, che possono sfruttare il 5G. Ecco perché l’espansione sarà, con tutta probabilità, rimandata alla seconda metà dell’anno. Nel frattempo, però, l’operatore ha fatto un altro passo: dal 3 aprile offre ai clienti, per la prima volta, un piano wireless per dispositivi mobili, a Minneapolis e Chicago.

Se le reti ci sono, anche in questo caso, quello che manca sono gli smartphone. Per sfruttare il 5G, infatti, serve essere in un’area delle due città coperte e avere un Motorola Z3, l’unico a oggi compatibile e sul mercato. Presto ne arriveranno altri,come il Galaxy S10 5G e il V50 ThinQ di LG. Vista la scarsa presenza di dispositivi, nella vita di tutti i giorni non ci sarà una rivoluzione, neppure a Minneapolis e Chicago. Così come non cambia nulla nel conto economico di Verizon. Il ceo Hans Vestberg, ha spiegato a Cnbc che non si aspetta di vedere un impatto significativo sul bilancio fino al 2021. È però un traguardo, simbolico e non solo, importante: i clienti possono pagare (10 dollari aggiuntivi al proprio abbonamento) per avere il 5G nelle mani.

Tra nuove reti e fusioni

AT&T, altro grande operatore Usa, ha già detto che intende avere una copertura 5G nazionale entro il 2020. Ha già varato servizi 5G in 12 città americane: Houston, Dallas, Atlanta, Waco, Charlotte, Raleigh, Oklahoma City, Jacksonville, Louisville, New Orleans, Indianapolis e San Antonio. Ma è un’offerta circoscritta ad alcune imprese e a una ristretta cerchia di clienti. Non è quindi libera come quella di Verizon, anche se un piano simile dovrebbe arrivare nel 2019.

Alla corsa partecipano anche gli altri due big del mercato, che potrebbero accelerare se le autorità americane approveranno la loro fusione. T-Mobile e Sprint si sono già accordare un anno fa, ma il via libera non è ancora arrivato. Nessuna delle due ha aperto un servizio pronto all’uso. T-Mobile copre già una trentina di città, tra le quali Los Angeles, New York e Las Vegas. Ma non è accessibile ai clienti, perché la rete non è ancora compatibile con alcun dispositivo. Dovrebbe esserlo nella seconda metà del 2019. La compagnia prevede di coprire due terzi della popolazione americana con una velocità di 100 Mpbs entro il 2021.

Le reti 5G di Sprint dovrebbero invece aprire al pubblico a maggio, in alcuni luoghi come aeroporti e impianti sportivi, in città come Atlanta, Chicago, Dallas. Poco dopo dovrebbero aggiungersi Houston, Los Angeles, New York City, Phoenix e Washington. Tutto questo con un’occhio alla fusione. Il 7 marzo, l’amministratore delegato di T-Mobile Usa, John Legere, ha affermato che un nuovo soggetto forte (cioè il gruppo che risulterebbe dalla fusione) permetterebbe di offrire connessioni ultraveloci casalinghe anche nelle aree rurali (che ospitano il 45% della popolazione) e – grazie a una maggiore concorrenza –consentirebbe agli americani di risparmiare 13 miliardi di dollari entro il 2024.    

Agi

“Sue politiche rallentano tutta l’Eurozona”. ​Il Fondo monetario taglia le stime del Pil italiano 

Il Fondo monetario internazionale (Fmi) taglia le stime del Pil italiano per il 2019 allo 0,1% dallo 0,6% dell’aggiornamento di gennaio e dall’1% di ottobre 2018. È quanto si legge nel World Economic Outlook in cui si evidenzia che la crescita nel 2018 si è attestata allo 0,9% e sarà allo stesso livello anche nel 2020 (invariata rispetto all’upgrade di gennaio e al Weo di ottobre). Secondo l’Fmi, l’Italia è tra le cause del rallentamento dell’Eurozona.

“Le incertezze sulla politica di bilancio, lo spread elevato e il rallentamento degli investimenti” in Italia sono tra i fattori che “hanno rallentato, oltre le attese” l’economia dell’area euro, scrivono gli analisti del Fondo.Il deficit dovrebbe attestarsi al 2,6% nel 2018, per aumentare al 2,9% quest’anno e tornare al 2,6% nel 2020 mentre il tasso di disoccupazione salirà al 10,7% quest’anno (dal 10,6% del 2018) per scendere al 10,5% nel 2020. L’inflazione dovrebbe diminuire allo 0,8% (dall’1,2% del 2018) per poi risalire all’1,2% nel 2020. Il Pil pro capite corretto per il potere d’acquisto sarà negativo quest’anno (-0,3%) per poi risalire nel 2020 (0,9%) e assestarsi allo 0,7% nel 2024. 

Agi

Crescita al palo e debito in salita. I numeri del Def

Crescita vicina allo zero e debito in salita. È un quadro pieno di incognite quello delineato dal Documento di economia e finanza varato dal governo (ovvero, il documento che pone le basi per la prossima legge di bilancio), al termine di un lungo braccio di ferro che ha visto al centro le stime di crescita, la flat tax e lo stop all’aumento dell’Iva. 

Alla fine, nel giorno in cui anche il Fondo monetario internazionale ha tagliato le stime di crescita per l’Italia (0,1% nel 2019), è prevalsa la linea più prudente e realistica del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, bersaglio di nuove tensioni, durante la riunione del Cdm, attorno alle ipotesi di flat tax promosse dalla Lega e la loro compatibilità con il blocco delle clausole di salvaguardia dell’Iva. Il Pil programmatico per il 2019 è fissato allo 0,2% ma M5s e Lega hanno spinto fino all’ultimo per alzare l’asticella fino almeno allo 0,3-0,4%. Negli anni successivi la crescita dovrebbe attestarsi allo 0,7% nel triennio 2020-2022.

“Nessuna nuova tassa e nessuna manovra correttiva”, ha assicurato il governo in una nota stringata al termine della riunione, che si è conclusa senza la consueta conferenza stampa, e in cui si sottolinea che “il Documento di economia e finanza conferma i programmi di governo della legge di bilancio e il rispetto degli obiettivi fissati dalla Commissione Ue”. 

Il deficit, nello scenario programmatico, sale al 2,4% del Pil nel 2019 per poi avviare un percorso di graduale riduzione che dovrebbe portarlo all’1,5% nel 2022. Il deficit strutturale dovrebbe scendere dall’1,6% del Pil di quest’anno allo 0,8% nel 2022, convergendo verso il pareggio strutturale. In salita il debito che si attesterà al 132,6% nel 2019, al 131,3% nel 2020 e 130,2% nel 2021. 

Numeri che non sono in linea con quanto auspicato dai due partiti di maggioranza ma che prendono atto della reale situazione del Paese, ha tenuto a sottolineare la Lega, e che “non mettono in discussione il programma di governo che sarà attuato, anche se – fanno notare fonti governative del partito di Matteo Salvini – a questo punto la realizzazione del contratto richiederà piu’ tempo”. 

Il nodo della flat tax

I margini stretti di finanza pubblica limitano il raggio d’azione dell’esecutivo e rischiano di acuire le tensione all’interno della maggioranza. Al centro del lungo vertice che ha preceduto la riunione lampo del Consiglio dei ministri, iniziato con dure ore di ritardo, la flat tax, cavallo di battaglia leghista, tornato alla ribalta per l’urgenza politica dettata dalle elezioni europee alle porte. La Lega ha spinto fino all’ultimo per dare un segnale subito e ‘blindare’ l’operazione nel Def. “La flat tax si farà”, ha assicurato Matteo Salvini al termine della riunione sottolineando che la tassa unica è citata nel documento “in due passaggi”. 

Dal canto suo, il leader M5s Di Maio ha voluto sottolineare che la flat tax inserita nel Def è “indirizzata al ceto medio” e “non solo ai ricchi” rivendicando che “vince il buonsenso”. Nella versione post Cdm del Def, il riferimento alla flat tax sarebbe abbastanza generico: spariscono le ipotesi dei due scaglioni di aliquote al 15 e al 20% contenute in una prima bozza. 

Alla fine la sintesi politica ha portato a introdurre un’indicazione di massima alla “azione di riforma fiscale in progressiva attuazione di un sistema di flat tax come componente importante di un modello di crescita più bilanciato”. Il governo. ha spiegato il Mef in una nota, “intende continuare il processo di riforma delle imposte sui redditi in chiave flat tax andando a incidere in particolare sull’imposizione a carico dei ceti medi”.

Altro nodo gli oltre 23 miliardi di clausole di salvaguardia da disinnescare, oggetto di un confronto acceso tra i ministri del Movimento 5 stelle e il titolare del Tesoro Tria nella riunione di governo. I pentastellati, secondo quanto viene riferito, avrebbero chiesto garanzie sullo stop all’aumento dell’Iva nel 2020 e 2021 spingendo anche perché fosse esplicitato che il governo non farà ricorso a nuove tasse. “Non ci sarà alcun aumento dell’Iva”, ha assicurato anche Salvini.

Agi

Unicredit terzo incomodo nella fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank

Come un fiume carsico, torna a riaffacciarsi per Unicredit l’ipotesi di un’operazione con Commerzbank, la seconda banca tedesca, che attualmente sta trattando una fusione con Deutsche Bank. A rilanciare questa prospettiva, che i mercati hanno accolto con una certa freddezza (il titolo Unicredit a Piazza Affari ha perso lo 0,66% giovedì e venerdì lo 0,69% a fronte di un andamento generalmente positivo dei bancari), è stato il Financial Times, secondo cui se l’operazione fra i due istituti tedeschi fallisse, la banca guidata da Jean Pierre Mustier potrebbe tornare a farsi avanti, riprendendo gli abboccamenti che c’erano stati nel 2017.

Presentando il bilancio al 31 dicembre, tuttavia, l’ad di Unicredit aveva detto a chiare lettere che, anche su un orizzonte temporale più lungo del piano Transform 2019 che è su base organica, non vedeva operazioni europee per la banca negli anni immediatamente successivi, ovvero in quelli che saranno affrontati nel nuovo piano, che sarà presentato a Londra questo dicembre. Proprio in vista di questo appuntamento il manager francese ha rivoluzionato la prima linea della banca, eliminando la figura del direttore generale e costruendo un team di otto manager che, oltre a lavorare al nuovo piano, avranno anche il compito di metterlo in atto.

Non è un mistero che più volte, negli ultimi anni, Mustier abbia valutato operazioni straordinarie: nel 2017 guardò proprio a Commerbank, mentre lo scorso anno è stato il caso SocGen a tenere banco. A impedire che quest’ultima opzione venisse approfondita fu anche l’evoluzione della situazione politico-economica dopo le elezioni dello scorso 4 marzo, con le tensioni sull’asse Roma-Parigi e con l’impennata dello spread che tanto ha pesato sulle quotazioni degli istituti bancari italiani, rendendo più complicata un’operazione che già di suo presentava tutti i problemi di un’integrazione bancaria trasfrontaliera. 

Nel caso di Commerzbank, invece, va considerato che Unicredit ha già una presenza significativa in Germania. Lo scorso autunno, poi, circolarono indiscrezioni che parlavano di un piano di separazione delle attività italiane di Unicredit da quelle tedesche ed europee.
Anche nell’ipotesi di una fusione con Commerzbank secondo lo schema riportato dal FT ci sarebbe in qualche modo una separazione, visto che l’istituto manterrebbe la sede a Milano e la nuova entità tedesca rimarrebbe invece quotata a Francoforte.

Cosa dicono gli analisti

“Da un punto di vista industriale l’operazione con Unicredit avrebbe più senso di una fusione con Deutsche Bank”, notano gli analisti di Mediobanca, che tuttavia sottolineano come l’articolo del FT sia “più un modo di mettere pressione ai cda” dei due gruppi tedeschi, che dovrebbero prendere una decisione sul tema a stretto giro. Già nel 2017 le avances di Unicredit furono respinte dalla politica tedesca che, sottolineano ancora da piazzetta Cuccia, “anche oggi sarebbe un attore chiave vista la quota del 15% che il governo di Berlino detiene in Commerzbank”.

Rispetto ad allora, inoltre, lo spread fra carta italiana e carta tedesca è di 100 punti più alto, cosa che “verosimilmente rende la situazione politica ancora meno benevolente verso una fusione” di questo tipo. Anche gli analisti di Equita sono dubbiosi. “Siamo molto scettici su operazioni di M&A trasfrontaliere (nel settore bancario, ndr). Avremmo perplessità dal punto di vista operativo: Commerzbank ha una redditività che è la metà di quella di Unicredit”, notano fra le altre cose, indicando la necessità di trovare ampie sinergie per rendere vantaggiosa la mossa e rimarcando come siano difficili da ottenere.

Di certo, con il titolo a circa 12 euro, Mustier sente la pressione dei soci, a partire dai fondi internazionali che hanno sottoscritto l’aumento, per cercare di guidare la risalita del titolo. Stando da sola, prosegue il report di Equita, “Unicredit ha un potenziale di crescita”, che potrebbe concretizzarsi attraverso la pulizia di bilancio facendo risalire le quotazioni nel medio termine. 

Agi

“Il reddito di cittadinanza può finire come la social card di Tremonti”

Il reddito di cittadinanza “è una straordinaria occasione per ripensare le politiche attive del lavoro. È però ad altissimo rischio lo scivolamento verso una social card di tremontiana memoria: l’abbiamo già vista e l’abbiamo già vista fallire più volte”. Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, riconosce alla misura bandiera del Movimento 5 Stelle il merito di rappresentare un’opportunità. Come anche un rischio.

Può “modernizzare la macchina amministrativa” che supporta chi è in cerca di occupazione, ma l’averla presentata “come una misura ibrida, un po’ lavoro e un po’ contrasto alla povertà ha creato grande confusione”.

Pochi benefici per l’economia

Intervistato dall’Agi, De Rita sottolinea: “L’aver presentato lo strumento come una tesserina di plastica è oggettivamente un errore“, come il “non aver immaginato investimenti sulle piattaforme digitali, che sono il cardine di tutta la misura ma dovranno essere realizzate senza oneri aggiuntivi di finanza pubblica e quindi sempre secondo lo stesso schema di una digitalizzazione ormai collassata”.

Mette in guardia De Rita: “Questo espone di nuovo a un alto rischio di scivolamento verso una misura solo di assistenzialismo. Se è così, non è cambiato nulla e i problemi che c’erano prima restano inalterati”.

“Bene per chi riceve questi soldi – osserva – ma l’economia italiana ne trae pochissimo o nulla. E soprattutto non abbiamo costruito niente per il futuro e lasciamo le strutture per il supporto alla ricerca del lavoro nello stesso punto in cui le abbiamo trovate”.

La complessità, per il segretario generale del Censis, sta nel trasformare l’impegno politico in fatti amministrativi: “Se le risorse che metti in campo non servono a radicare un modo diverso di funzionamento dell’amministrazione non hai fatto niente”.

“Il tema non è ‘tanti o pochi soldi’, ma il fatto che tutte queste risorse sono pura elargizione caritatevole e non orientate a una modernizzazione della macchina amministrativa che dovrebbe funzionare da supporto”.

Questo, secondo De Rita, è il vero spreco: “Non nell’avere pagato tanto o poco, ma nell’aver perso l’ennesima occasione di modernizzazione della macchina amministrativa e dei relativi sistemi informativi”.

Presto per giudicare, ma al momento sono in pochi

A un mese dal via alle domande per accedere al reddito, per De Rita è comunque “prematuro” dare una valutazione completa e precisa, perché è “un percorso complesso e un sistema particolarmente articolato” proprio per la sua doppia valenza (“da una parte è una politica attiva del lavoro, dall’altra è una misura di inclusione sociale”).

Ma considerando i numeri, afferma De Rita, 850.000 domande presentate nel primo mese “sono oggettivamente poche”, perché “la relazione tecnica parlava di un milione e 250.000 famiglie potenzialmente beneficiarie e quindi ci si aspettava che almeno per la domanda se ne presentassero ben di più”.

Tenendo conto poi, prosegue nel ragionamento, che secondo i dati Istat ci sono oltre 5 milioni di persone che vivono in regime di povertà assoluta di cui un milione 850.000 nuclei familiari, “era ragionevole aspettarsi un’adesione alla domanda più alta”.

A questi numeri De Rita aggiunge “i 2,7 milioni di persone che cercano lavoro, quindi un’altra platea”.

Due i fenomeni che secondo De Rita si annidano dietro all’esiguo numero di richiedenti: il primo è insito alla complessità della misura, “che prevede tutta una serie di requisiti ed è molto articolata: presentare la domanda appare facile ma in realtà non lo è – spiega – quindi i potenziali beneficiari si sono messi alla finestra e hanno pensato ‘Fammi aspettare per vedere quali sono le implicazioni'”.

“Doveva essere una misura per i giovani”

Il secondo fenomeno viene etichettato dall’esperto come “una buona dose di cinismo”. E osserva: “C’è chi la ritiene la stessa misura già stata messa in campo con la social card e il reddito d’inclusione e quindi pensa: ‘È una misura di bassa portata che dà qualche euro, si può sempre aderire. Aspettiamo e vediamo”.

Emblematica  “la polemica sui navigator” e “il fatto che se si va ai centri per l’impiego nessuno è in grado di risponderti”.

Il vero problema, torna a ribadire, è che “le famose piattaforme digitali che dovevano essere alla base di tutto non sono ancora partite e i sistemi informativi che dovevano consentire una gestione di tutto l’iter (e quindi del ‘patto per il lavoro’ e del ‘patto per l’inclusione sociale’) sono ancora al primissimo stadio”.

Quindi, tira le fila, una parte di chi ha diritto e non si è fatto avanti pensa: “Tutto sommato quella che appariva una misura di riforma strutturale dell’accesso al lavoro diventa semplicemente una sorta di elargizione caritatevole, come tale sono cinico e aspetto di capire”.

Il dato che colpisce De Rita è quell’8% di giovani che – secondo le cifre del ministero – ha presentato domanda: “È una misura che dovrebbe orientare al lavoro – precisa – il 46% delle persone che cerca lavoro in Italia ha meno di 34 anni, quindi ragionevolmente ci saremmo aspettati grosso modo 3 su 10, o 4 su 10 e non 1 su 10. Era una misura naturalmente orientata verso i giovani come politica del lavoro e la riforma dei centri impiego avrebbe dovuto vedere una loro amplissima partecipazione. E questo dai primi numeri non si vede”.

 

Agi

Cosa si stanno giocando gli editori di giornali con Apple News+

Da Adamo ed Eva a Biancaneve, la mela è il simbolo della tentazione. E spesso ha portato guai. Apple ha fatto un’offerta agli editori: entrare in News+, una Netflix dei giornali in cui gli utenti pagano un abbonamento per avere accesso a oltre 300 tra settimanali e mensili, quotidiani (tra cui Los Angeles Times e Wall Street Journal) e contenuti di testate online (tra cui TechCrunch e Vox). Dalle parti di Cupertino hanno tante buonissime ragioni per farlo. Non è invece ancora chiaro se sia un affare per gli editori. In molti, però, ci credono: secondo il New York Times (uno di quelli che ha detto di no), News+ avrebbe raccolto 200.000 iscrizioni nelle 48 ore successive all’evento di lancio, tenutosi il 25 marzo.  

Cosa ci guadagna Apple

I pro per Apple sono solari. News+ è un servizio che apre a un flusso di entrate tutto nuovo. È quello che serve alla Mela per far lievitare (assieme alla piattaforma di streaming Tv+ e all’abbonamento per videogiochi Arcade) i servizi, unico antidoto alla dipendenza da iPhone. I servizi non sono solo fonte di incassi freschi: sono più redditizi perché hanno margini più ampi dei prodotti; e sono costanti, perché non oscillano con le stagioni (al contrario degli smartphone, che decollano nell’ultimo trimestre dell’anno, tra cyber monday e feste di Natale).

 

Tim Cook (foto Afp)

Dal punto di vista finanziario, poi, la spartizione degli incassi (metà dell’abbonamento resta a Cupertino, l’altra metà viene distribuita agli editori) sembra davvero molto conveniente. L’altro vantaggio di Apple è rinsaldare il proprio ecosistema. Cupertino sa che l’iPhone, anche se dovesse riprendere quota, non guadagnerà fette di mercato. La concorrenza di prodotti efficienti a un prezzo inferiore, specie in alcuni mercati in via di sviluppo, è troppo forte. La società deve allora diventare una “boutique”. E per farlo non bastano i dispositivi più fascinosi del globo ma occorrono servizi esclusivi: Tv+, Arcade, Card e News+. L’obiettivo è far sì che l’ecosistema valga più della somma delle sue parti.

La scommessa degli editori

Il vantaggio per gli editori è, sostanzialmente, uno: accedere a un pubblico potenziale di oltre un miliardo di persone. Cioè raggiungere chiunque abbia un dispositivo Apple. Un’opportunità unica, che molti hanno deciso di afferrare, nonostante condizioni economiche (il fifty-fifty con la società guidata da Tim Cook) obiettivamente penalizzanti. La grande scommessa dei giornali è questa: raggiungere una platea nuova, che – ormai sono convinti – non riuscirebbero a conquistare altrimenti. La speranza è arrotondare anche in un altro modo: i contenuti (che non sono copie esatte di quelli cartacei ma versioni prodotte per News+, almeno per i giornali di spicco) hanno link che portano fuori dall’app, al sito della testata. Traffico fresco.

Gli editori non riceveranno dati e non ci saranno “tracciatori” che seguiranno i lettori altrove. Ma potranno comunque ricavare alcune informazioni e pubblicare sull’app offerte dei propri prodotti, come le newsletter. L’equilibrio, tra una cosa e l’altra, non è semplice. Il primo rischio riguarda la possibile erosione dei propri abbonati. Perché un utente dovrebbe pagare 39 dollari al mese (tanto costa un abbonamento al Wall Street Journal) quando per 9,99 dollari può avere quello e molto altro? Un lettore è un lettore, ma un abbonato diretto non vale quanto uno di News+: paga un prezzo più alto, che finisce tutto o quasi nelle casse dell’editore. Un abbonamento diretto è quindi molto più redditizio, non solo in termini economici ma anche di dati: indirizzi e informazioni che, con News+ di mezzo, non saranno fruibili.

Wsj e New Yorker: in cerca di equilibrio

I giornali entrati nella scuderia Apple devono quindi cercare di modulare un’offerta tale da conquistare nuovi lettori senza far migrare quelli attuali. È un po’ come offrire un all you can eat sperando che i clienti più esigenti continuino a ordinare alla carta. Le testate più prestigiose, forti di un maggiore potere negoziale, hanno spiegato che i propri contenuti non saranno tutte su News+.

Il Wall Street Journal – ha svelato la Cnn – affiderà all’applicazione “una selezione di notizie di interesse generale”. Tradotto: ci saranno articoli, video e interviste che non riguardano il vero valore aggiunto del giornale, cioè le notizie sui mercati finanziari. Per avere quelle o si va in edicola o ci si abbona. L’approccio è chiaro: tentiamo di guadagnare in modo nuovo da un pubblico nuovo perché siamo convinti che i lettori più affezionati sono disposti a spendere di più.

Cupertino, quartiere generale di Apple (Foto Afp)

 

Anche il ceo del New Yoker, Michael Luo, ha esposto le proprie ragioni in 13 tweet: brevi messaggi che spiegano quanto sia forte la consapevolezza che il patto con Apple sia un rischio, ritenuto però necessario. Luo ha sottolineato che “il miglior modo per accedere a tutti i contenuti è abbonarsi” al giornale e non a News+. Nell’all you can eat Apple sono inclusi il settimanale cartaceo (integrale), ma solo alcuni dei “10-15 pezzi che pubblichiamo online ogni giorno”. È convinto che “l’esperienza di lettura dell’edizione stampata è difficile da battere”. Due tweet, più di altri, chiariscono motivazioni e dubbi: “Siamo molto interessati ad ampliare la platea dei nostri lettori e speriamo che Apple News+ ci aiuti a farlo”. “Ma se vuoi supportare il nostro giornalismo, il modo migliore per farlo è abbonarsi” al New Yorker e solo al New Yorker. Insomma: ci è toccato farlo perché le alternative sono poche, sappiamo bene che potrebbe essere un problema.

Cosa si stanno giocando i giornali

Il rischio, per i giornali, non è solo economico. Ha a che fare con l’indipendenza. Ogni testata continuerà ad avere un proprio editore e una propria redazione, certo. Ma tra sé e i lettori avrà un intermediario: Apple. Il rapporto diventa meno diretto, anche per una questione tecnica. News+ raccomanda contenuti in base agli interessi dell’abbonato, mettendo insieme un giornale e un suo concorrente. L’esperienza di lettura diventa un mosaico. È più fedifraga: salta definitivamente quel “patto” tra giornale e lettore, perché a garantire e consigliare è Apple. Ed è sempre Apple a orientare la lettura. Nessun algoritmo è neutrale e non lo sarà neppure quello di News+, che promette comunque di fare abbondante uso di personale umano.

Privilegerà gli articoli ad alto impatto visivo o le notizie brevi, gli argomenti leggeri o quelli che contano davvero? Tra tanti dubbi, c’è una certezza: gli editori stanno cedendo parte della propria sovranità. Si appoggiano a una piattaforma che potrebbe diventare talmente potente da rendersi necessaria. A quel punto, i giornali sarebbero molto esposti alle scelte di Apple. Non è fanta-editoria: è già successo. I giornali hanno cavalcato Facebook perché dal social network arrivava traffico, da giocarsi con gli inserzionisti. Peccato che molti siti d’informazioni siano finiti nei guai quando il social network ha deciso di modificare l’algoritmo penalizzando le pagine per premiare le “interazioni autentiche”. Risultato: meno visibilità sulle bacheche, meno utenti che cliccano sui post, meno lettori sul sito.

Il caso di News+ è diverso perché si parla di un abbonamento, ma il precedente di Facebook racconta quanto sia rischioso affidarsi a una piattaforma tecnologica esterna. Soprattutto se il rapporto è di subordinazione. Oggi e per un bel po’ di tempo ancora (forse per sempre) News+ sarà una frazione marginale del giro d’affari di Apple. Modificare il servizio, ritoccarlo, rivoluzionarlo, cambiare prezzi e condizioni (come ha fatto Netflix) sarebbe quindi una mossa quasi indolore. Alla quale i giornali, che hanno margini assai più sottili, sarebbero praticamente costretti ad accodarsi.

Ma è colpa di Apple?

Sia chiaro però: mica Apple è il diavolo. Se ha avuto il potere di imporsi è per merito suo e demerito altrui. Ha le cassa piene e oltre un miliardo di utenti che usano i suoi prodotti. Dall’altra parte ci sono gli editori, che adesso si ritrova ad aggrapparsi a un salvagente calato da un’astronave perché non sono riusciti a costruirsi una scialuppa di salvataggio. Chi ha detto “no” lo ha fatto perché ha puntato per tempo su abbonamenti ed edizioni digitali: New York Times e Washington Post. Il Times ha raggiunto i 4 milioni di abbonamenti (3 dei quali digitali), che nell’ultimo trimestre 2018 sono cresciuti a un ritmo che non si vedeva dall’elezione di Donald Trump. Il giornale dice di aver ricevuto “forti pressioni da Apple”. Ma si è negato per avere “una relazione diretta” con i lettori: l’app, ha spiegato il ceo Mark Thompson, “confonde diverse fonti di notizie in miscele superficialmente attraenti”. 

Il Post (che alle spalle ha Jeff Bezos) ha oltre 1,5 milioni di abbonati per l’edizione digitale. E ha detto no perché l’obiettivo è “aumentare la base di abbonati”. Il Wall Street Journal, che di abbonati ne ha 1,7 milioni, sta invece tentando di trovare la giusta alchimia puntando sul suo essere un giornale specializzato. Una carta che Times e Post, generalisti, non potevano giocarsi. Tutti gli altri, come spiega il quotidiano di Washington, sono editori o troppo piccoli o “che hanno appena iniziato a costruire un business digitale”. Un modo gentile per dire che sono in ritardo. Hanno deciso di mordere la mela, sperando che non sia avvelenata.       

Agi