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Nel 2021 quasi un italiano su due ha smesso di andare fisicamente in banca  

AGI – La strada della digitalizzazione nel settore bancario, anche a seguito della situazione creatasi con il Covid-19, sembra segnata: ne sono una conferma il 45% degli italiani che nel 2021 hanno diminuito o cessato il rapporto fisico con la filiale a favore di mobile e home banking rispetto al 2019. Percentuali che salgono al 50% e al 47% se si considerano rispettivamente le fasce d’età 18-29 anni e 30-44 anni.

Lo rivela l’Osservatorio Hybrid Lifestyle di Nomisma in collaborazione con CRIF, secondo cui gli italiani detengono la propria liquidità principalmente in un unico istituto di credito. In Italia ci sono circa 47,7 milioni di correntisti (fonte: Banca d’Italia), più della metà dei rispondenti ha rapporti con un unico istituto di credito (66%).

Gli italiani che hanno rapporti con più di un istituto di credito sono prevalentemente uomini e appartengono alla fascia d’età 30-44 anni. Secondo lo studio, il 68% degli italiani bancarizzati preferisce l’utilizzo del mobile banking (da smartphone) rispetto agli altri canali di contatto con l’istituto di credito. Un fenomeno che interessa maggiormente gli uomini (70% vs 66% donne) e le fasce d’età dei più giovani (74% tra i 18 e i 29 anni, 73% tra i 30 e i 44 anni).

Il 56% degli italiani preferisce l’uso dell’home banking (da pc) rispetto agli altri canali, si tratta in particolare dei “meno giovani” della fascia d’età 55-65 anni che hanno saputo trasformare una necessità in una virtù (63%).

Oltre alla propensione e alla intensità di utilizzo a cambiare è stata anche l’esperienza digitale: per il 64% è migliorata la fruizione dei servizi bancari online – quota di soddisfazione che sale al 68% tra coloro che hanno rapporti con più di un istituto.

Per un utente su 3, l’esperienza digitale, favorita dall’attuale situazione pandemica, è diventata elemento fondante della relazione in quanto fattore positivo in grado di rafforzare il livello di fiducia con il proprio istituto di credito, soprattutto tra coloro che hanno rapporti con più banche.

La trasformazione digitale e le mutate esigenze dei clienti – sempre più esigenti e smart – rappresentano una sfida – fa notare l’indagine – ma anche una grande opportunità per incrementare la loyalty e quindi una relazione di lungo periodo.

Per il 66% degli italiani l’elemento che maggiormente aiuterebbe ad incrementare la soddisfazione nei confronti del proprio istituti di credito è la gestione del conto corrente e delle operazioni semplice ed intuitiva. A richiederlo sono principalmente le donne (70% vs 62% uomini) e la fascia d’età dei meno giovani (55-65 anni 78% vs 18-29 anni 59%) che hanno approcciato la trasformazione digitale come “non nativi”.

Una gestione del conto intuitiva deriva da una interfaccia web altrettanto semplice, richiesta dal 40% degli italiani, ma anche sicura (38%). 

Importante è anche la visione complessiva del patrimonio da poter tenere sempre cotto controllo (34% scelta a risposta multipla), elemento riconosciuto particolarmente di valore dalla fascia d’età 30-44 (41%).
Nella stessa area di interesse rientrano quei servizi in grado di facilitare la gestione dell’economia familiare, come l’analisi delle spese, con la categorizzazione per tipologia merceologica, grafici di trend (27%) – 36% per i più giovani tra i 18 e i 29 anni – e la possibilità di collegare i conti correnti posseduti presso altri istituti, per visualizzare il patrimonio totale (26%).

Esigenze lato domanda che trovano sempre più un riscontro nell’offerta di alcuni istituti di credito che danno un servizio di aggregazione di conti con un livello di sicurezza elevato, nel pieno rispetto degli standard previsti dalla direttiva europea PSD2 in ambito open banking.

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Nel 2021 quasi un italiano su due ha smesso di andare fisicamente in banca  

Entro il 2025 l’e-commerce di vino aumenterà del 66%

AGI – Nei prossimi quattro anni, cioè entro il 2025, il giro d’affari complessivo dell’e-commerce del vino e delle bevande alcoliche dovrebbe raggiungere i 42 miliardi di dollari, con un incremento del 66%. È la proiezione che fa l’Iwsr, l’istituto londinese di ricerche di mercato di settore che conferma il trend positivo del prodotto in questa particolare congiuntura economica contrassegnata dal dilagare della pandemia da Covid-19 e dalla sua variante Omicron.

Concentrata su un target di sedici mercati (Australia, Brasile, Canada, Cina, Colombia, Francia, Germania, Italia, Giappone, Messico, Olanda, Nigeria, Sud Africa, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti), la ricerca ha evidenziato nel 2019 una crescita del segmento dell’online del 12% (periodo pre-pandemia), del 43% nel 2020 (fase acuta della pandemia) e prevede che entro quattro anni, appunto, rappresenterà il 6% del mercato globale degli alcolici. Una quota che risulta essere triplicata rispetto al 2% registrato nel 2018.

Tra i mercati più performanti, da segnalare quello degli Stati Uniti, per i quali l’Iwsr prevede un tasso di crescita annuo pari al 20%, e che porterà gli Usa ad essere il più importante mercato globale per gli alcolici online. Di poco sotto, rispetto agli States, sarà il contributo della Cina, che in ogni caso è una delle piazze più grandi, che oggi vale circa il 33% del commercio online di alcolici.

Quella dell’e-commerce per il vino è ormai una tendenza consolidata e in forte ascesa, complice la situazione pandemica che limita di gran lunga i movimenti. Attraverso i siti specializzati di vendita online è possibile fare acquisti di grossi quantitativi di bottiglie usufruendo anche di considerevoli sconti. Iscrivendosi, le newsletter dedicate propongono anche offerte settimanali suddivise per aziende, marche e casse di vino.

Ma ci sono per esempio anche siti presso i quali è possibile acquistare persino una sola bottiglia, poco prima della cena con consegna a domicilio, purché in un raggio chilometrico accessibile.

A tale proposito, la ricerca evidenzia come per il settore del vino il mercato dell’online sia suddiviso in due macro categorie costituite da un consumatore più avveduto e per questo anche in età più avanzata che cerca prodotti che abbiano una loro convenienza e appartenenti a brand più conosciuti, sia sulle piattaforme di vendita online quali possono essere enoteche e siti specializzati, e un consumatore in giovane età, più smaliziato e tendenzialmente moderno, che fa uso dell’online per ordinare alcolici di fascia premium tramite le app per cellulari con tempi di consegna piuttosto ridotti.


Entro il 2025 l’e-commerce di vino aumenterà del 66%

Via libera dal Cdm alla riforma contro il telemarketing selvaggio

AGI – È stata approvata dal Consiglio dei ministri la riforma del registro pubblico delle opposizioni al telemarketing selvaggio proposta dal Ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti che semplifica le procedure che permettono ai cittadini di revocare i consensi alle chiamate promozionali o all’invio di materiale pubblicitario indesiderato, estendendone l’applicazione anche ai cellulari oltre che ai numeri telefonici fissi e alla posta cartacea.

“Sono soddisfatto perché abbiamo approvato un’altra riforma importante molto attesa dai cittadini che hanno il diritto veder tutelata la loro privacy da attività promozionali invasive. Con questo strumento si punta finalmente a regolamentare un fenomeno che è diventato inaccettabile”, dichiara il ministro Giorgetti. 

Si tratta di un servizio pubblico e gratuito per tutti i cittadini che una volta iscritti negli elenchi del registro non potranno più essere contattati dall’operatore di telemarketing, a meno che quest’ultimo non abbia ottenuto specifico consenso all’utilizzo dei dati successivamente alla data di iscrizione oppure nell’ambito di un contratto in essere o cessato da non più di trenta giorni. 

Il provvedimento, che ha recepito nel corso del suo iter normativo i pareri e le osservazioni espressi da tutte le istituzioni e amministrazioni coinvolte, diventerà operativo con decreto del Presidente della Repubblica e la successiva pubblicazione in Gazzetta ufficiale.

In seguito il Ministero dello Sviluppo economico avvierà anche una campagna informativa rivolta a tutti i cittadini per far conoscere le procedure di attivazione dello strumento.


Via libera dal Cdm alla riforma contro il telemarketing selvaggio

Promotor: “Le prospettive del mercato dell’auto per il 2022 rimarranno sfavorevoli”

AGI – Per il 2022 le prospettive per il mercato dell’auto rimarranno decisamente sfavorevoli “perché la pandemia morde più di quello che si pensasse e perché la crisi dei microchip sembra destinata a non trovare soluzioni in tempi brevi”: lo dichiara Gian Primo Quagliano, presidente del Centro Studi Promotor, commentando un 2021 ‘da dimenticare’ per il mercato aeuropeo dell’auto (25,5% sul 2019), con le vendite di auto ancora molto lontane dai livelli pre-apandemia.

Oggi la difussione dei dati definitivi  da parte di Acea sull’andamento delle vendite di autovetture nel 2021 in Europa Occidentale (UE+Efta+UK), ricorda il centro studi bolognese, ha fatto emergere un quadro fortemente negativo.

L’impatto del coronavirus sul mercato dell’auto dell’Europa Occidentale è stato  “devastate e, dopo il crollo del 2020 in cui la pandemia aveva prodotto lockdown molto pesanti, nel 2021 non vi è stato nessun recupero, anzi, le immatricolazioni hanno fatto registrare un nuovo calo sul 2020″. 

Il mancato recupero del 2021 è dovuto in parte anche alle difficoltà di reperimento di componenti essenziali per la fabbricazione di autoveicoli, come i microchip.

Al crollo della domanda generato dalla pandemia e dagli effetti che ha determinato sul piano economico e sociale si sono aggiunti, quindi, anche problemi di fornitura in quanto la carenza di microchip ha causato fermate produttive in molte fabbriche di automobili.

La crisi ha colpito tutti i mercati nazionali dell’area che nel 2021, rispetto al 2019, sono tutti in calo con la sola eccezione di quelli, molto piccoli, di Islanda e Norvegia. Non si sono certo salvati i cinque maggiori mercati, cioè quelli di Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna che assorbono il 70% delle immatricolazioni dell’area.

Il risultato peggiore lo ha fatto registrare la Spagna che nel 2021 rispetto al 2019 accusa un calo del 31,7%, seguita a ruota dal Regno Unito (-28,7%), dalla Germania (-27,3%), dalla Francia (-25,1%) e dall’Italia (-23,9%).

“Il risultato lievemente meno negativo del nostro paese – spiega Promotor – è dovuto al fatto che, sia pure con molti limiti, abbiamo varato un sistema di incentivi che alla prova dei fatti si è rivelato più efficace dei sostegni adottati negli altri paesi. Va anche segnalato che nella maggior parte dei mercati dell’Europa Occidentale vi è una sensibile crescita della quota delle auto elettriche. Ovunque si segnala però l’assoluta necessità di interventi pubblici per sviluppare le infrastrutture di ricarica, la cui carenza è attualmente la principale remora all’affermarsi della mobilità elettrica”.

 


Promotor: “Le prospettive del mercato dell’auto per il 2022 rimarranno sfavorevoli”

Le Pmi pagano di più elettricità e gas rispetto alle grandi aziende. L’analisi della Cgia 

AGI – “Il caro energia sta colpendo indistintamente tutte le nostre imprese, anche se le piccole, ben prima degli aumenti boom registrati negli ultimi mesi, subiscono un trattamento di ‘sfavore’ rispetto alle grandi realtà produttive”. Questa è la posizione presa dalla Cgia di Mestre.

Secondo gli ultimi dati Eurostat relativi al primo semestre 2021, infatti, le piccole aziende pagano l’energia elettrica il 75,6% e il gas addirittura il 133,5% in più delle grandi. “Questo differenziale, a scapito dei piccoli, colpisce anche le realtà di pari dimensioni presenti nel resto d’Europa, sebbene negli altri Paesi questo gap sia più contenuto del nostro”.

“Se ancora ce ne fosse bisogno, questa è un’ulteriore dimostrazione che il nostro Paese non è a misura di piccole imprese. Sebbene queste ultime costituiscono oltre il 99% delle aziende presenti in Italia, diano lavoro ad oltre il 60 per cento degli addetti del settore privato e siano la componente caratterizzante il made in Italy nel mondo, continuano ad essere ingiustificatamente discriminate”, spiega l’analisi della Cgia.

Ormai si lavora di notte

In questa prima settimana di rientro dopo le vacanze natalizie, ad esempio, molte di queste realtà hanno deciso di introdurre o di potenziare il turno di notte per abbattere i costi energetici. Pertanto, tra assenze legate al Covid e la necessità di rimodulare il ciclo produttivo per tagliare il costo delle bollette, non sono poche le attività che hanno organici ridotti all’osso e grosse difficoltà a garantire processi produttivi efficienti.

Le misure introdotte dal governo 

Per abbattere i costi delle bollette di luce e gas il Governo Draghi a messo a punto una serie di interventi che sono entrati in vigore nella seconda parte del 2021, per un importo complessivo pari a 8,5 miliardi di euro. I principali sono:

  1. La conferma dell’azzeramento degli oneri generali di sistema applicato alle utenze elettriche domestiche e alle utenze non domestiche in bassa tensione, per altri usi, con potenza disponibile fino a 16,5 kW e la sostanziale riduzione degli oneri per le restanti utenze elettriche non domestiche;
  2. Per tutte le utenze la riduzione dell’Iva al 5% del il gas naturale;
  3. L’annullamento, già previsto nel quarto trimestre 2021, degli oneri di sistema per il gas naturale, per tutte le utenze, domestiche e non domestiche;
  4. Il potenziamento del bonus applicato ai clienti domestici del settore elettrico e del gas naturale in condizione economicamente svantaggiata ed ai clienti domestici in gravi condizioni di salute.

I piccoli sono più penalizzati

In merito alle tariffe dell’energia elettrica, ad aver aumentato lo storico differenziale tra piccole e grandi imprese ha contribuito l’entrata in vigore, dal primo gennaio 2018, della riforma degli energivori. L’effetto prodotto da questa novità legislativa, che prevede un costo agevolato dell’energia elettrica per le grandi industrie, di fatto ha azzerato a queste ultime la voce ‘Oneri e Imposte’, ridistribuendola a carico di tutte le altre categorie di imprese escluse dalle agevolazioni, spiega la Cgia. 

È altresì vero che a seguito delle misure messe in campo dal Governo Draghi nella seconda parte del 2021, questo gap si è leggermente ridotto. Per quanto concerne il gas, invece, il divario tariffario è riconducibile al fatto che tutte le grandi imprese ricevono dai fornitori delle offerte personalizzate con un prezzo stabilito su misura e sulla base delle proprie necessità.

Pertanto, in sede di trattativa, il peso dei consumi è determinante per ‘strapparè al fornitore una tariffa molto vantaggiosa. Possibilità che, ovviamente, alle piccole imprese è preclusa. Va altresì ricordato che nel mercato libero le offerte di prezzo possono interessare solo la componente energia; le altre voci di spesa – come le spese di trasporto, gli oneri di sistema, la gestione del contatore etc. – sono stabilite periodicamente dall’Autorità per l’Energia e sono uguali per tutti i fornitori.

Anche in Europa le Pmi pagano di più

Concentrando l’attenzione solo sulle piccole imprese, dal confronto con le realtà produttive europee di pari dimensione emerge che in Italia i costi energetici sono tra i più elevati. Tra tutti i paesi dell’Area euro, infatti, solo rispetto alla Germania le nostre imprese pagano meno (del 12,6%).

Rispetto alla media europea, invece, i nostri piccoli imprenditori pagano mediamente il 15% in più. Quando si analizza il costo del gas, invece, tra i Paesi dell’Area euro le Pmi italiane sono al terzo posto (dopo Finlandia e Portogallo) per la tariffa più elevata. Se, come riportato più sopra, quella mediamente applicata nel nostro Paese per ogni MWh (Iva esclusa) consumati è pari a 53,7 euro, registriamo una variazione di prezzo rispetto alla media dei paesi che utilizzano la moneta unica del +7,6%.

L’incidenza delle imposte è al top

Assieme all’andamento del costo della materia prima, in Italia la componente fiscale è l’altra voce che contribuisce in maniera determinante ad innalzare il costo delle tariffe. Sempre nel primo semestre 2021, per la bolletta elettrica, ad esempio, in riferimento alle piccole imprese il 40,7% del costo totale è riconducibile a tasse e oneri: la media dell’Area euro, invece, è del 35,7%.

Per quella del gas, invece, se in Italia l’incidenza percentuale della tassazione sul costo totale a carico delle piccole aziende è del 27%, nell’Area euro si attesta attorno al 25%. “Come segnalavamo più sopra, va comunque ricordato che a seguito delle misure messe in campo dal Governo Draghi, l’incidenza del peso del fisco sul costo complessivo delle tariffe energetiche è leggermente diminuito”, conclude la Cgia.  


Le Pmi pagano di più elettricità e gas rispetto alle grandi aziende. L’analisi della Cgia 

Le grandi città sono quelle che soffrono di più per l’assenza di turisti per Covid

AGI – Nel 2021 le grandi città e i comuni a vocazione montana sono quelli che registrano le maggior perdite a livello di presenze turistiche. Lo rileva l’Istat in un report sul movimento turistico in Italia nei primo nove mesi dello scorso anno. La categoria “grandi città” (composta dai 12 comuni italiani con più di 250mila abitanti), che nell’anno precedente la pandemia aveva registrato circa un quinto delle presenze dell’intero territorio nazionale, subisce la maggiore riduzione della domanda rispetto allo stesso periodo del 2019 (-71% contro -38,4% della media nazionale) ma recupera leggermente nel confronto con il 2020 (+3,0% le presenze).

Le difficoltà delle grandi città si confermano anche in estate, quando registrano una flessione delle presenze dei clienti residenti pari a circa -18% rispetto allo stesso trimestre del 2019.

Tra i territori più colpiti vi sono poi i comuni con un turismo a vocazione prevalentemente montana (-42,1%), a causa, come già evidenziato, della mancata stagione invernale. Questi stessi comuni avevano mostrato nel 2020 una maggiore capacità di tenuta. 

Rispetto allo stesso periodo del 2019, cali meno intensi sono stati registrati dai comuni a vocazione lacuale (-21,8%) e dai comuni a vocazione marittima (-25,0%) che recuperano ampiamente nel confronto con i primi nove mesi del 2020 (rispettivamente +80,8% e +36,3%). I comuni a vocazione culturale, storica, artistica e paesaggistica registrano invece una flessione pari al 35% rispetto allo stesso periodo del 2019 e un recupero del 33,2% sul 2020.

Focalizzando l’attenzione sui clienti residenti nel periodo estivo (la componente più rilevante nell’estate 2021), emerge la loro preferenza per i comuni a vocazione culturale, storica, artistica e paesaggistica (+26,5% ad agosto 2021 su agosto 2019), verso i comuni montani, che nel trimestre estivo registrano un recupero rispetto all’inesistente stagione invernale e vedono un aumento sia ad agosto (+6,5%) sia a settembre (+23,7%) e verso le località del turismo lacuale (+17,5% ad agosto e +37,8% a settembre rispetto agli stessi mesi del 2019).

Come nel 2020, anche nell’estate del 2021 la scelta degli italiani si è orientata verso destinazioni presumibilmente meno affollate, a discapito delle destinazioni estive più tradizionali come le località balneari. I comuni a vocazione marittima chiudono infatti il trimestre estivo con un -5,6% rispetto allo stesso trimestre del 2019.


Le grandi città sono quelle che soffrono di più per l’assenza di turisti per Covid

Per gli economisti Omicron non spaventa e l’Italia resta in testa nella ripresa

AGI – L’economia si presenta alla partenza del 2022 in “forma smagliante” ma i Paesi dovranno affrontare “l’odissea nelle vere sfide” (transizione energetica e digitale, declino demografico, mondo multipolare) orfani delle politiche più espansive che, durante la sua storia millenaria, l’umanità abbia mai messo in campo in tempi di pace. Questa l’analisi di Fabrizio Galimberti e Luca Paolazzi, che su Firstonline tracciano il quadro della situazione e provano a immaginare cosa accadrà nei prossimi mesi.

Secondo i due economisti, l’Italia sta bruciando le tappe della chiusura del buco di attività economica causata dalla pandemia: ciò avverrà già nel trimestre in corso, sincronicamente con la Germania, in leggero ritardo rispetto alla Francia ma un anno prima della Spagna. “Merito, indubbiamente, della politica iperespansiva del Governo che ha lasciato briglie sciolte alle imprese italiche di esprimere la capacità di servire i mercati esteri (aumento di quote) e interni”. (AGI)Ing

Paolazzi e Galimberti azzardano una profezia: “quest’anno di grazia del 2022 sarà l’ultimo della pandemia, che diventerà una strisciante malattia endemica, un pò come l’influenza o la varicella. E la ripresa dell’economia continuerà senza serie scalfitture“.

La previsione è basata essenzialmente sul fatto che, “in questa sfida all’ultimo anticorpo fra il Sars-CoV-19 e la medicina moderna, vincerà quest’ultima. Gli anticorpi da vaccini, con un assist dagli anticorpi dei guariti post-Omicron, circoscriveranno la pandemia e il virus, con la più gran parte della popolazione ormai immune, non troverà più spazio per diffondersi”. Poichè però resta il pericolo di nuove varianti, è assolutamente necessario aiutare i Paesi poveri a vaccinarsi: “non è un atto di carità, è una misura indispensabile per proteggere noi e loro”. Intanto però l’Omicron ha mostrato lievi conseguenze sull’attività economica. 

Sul fronte dell’inflazione, “il momento della verità è arrivato”, sostengono i due esperti e “d’ora in avanti la dinamica dei prezzi comincerà a calare”. Per quanto riguarda la dinamica salariale, quel che conta – affermano – è il Clup (costo del lavoro per unità di prodotto) che “non sta registrando un andamento da allarme rosso”. “Inoltre, il confronto annuo porta già dal mese in corso ad affievolire l’impatto del rincaro delle materie prime sulla dinamica (non sul livello) dei prezzi. Infine, le forze di fondo esercitano una discreta pressione al ribasso dei listini. La concorrenza è accentuata dalla rivoluzione digitale.

E l’erosione del potere d’acquisto dovuto allo scalino all’insù dei prezzi nell’ultimo anno sta inducendo molti produttori a offrire sconti come forma di marketing. Della serie: la mentalità inflazionistica non abita qui”. Alle “Cassandre che paventano, per l’Italia, la stretta prossima ventura della Bce, il chiudersi dell’ombrello della Qe, e la reazione dei mercati che si accorgono che l’Italia ha un alto debito pubblico” Paolazzi e Galimberti replicano: “Niente paura: i tassi reali rimarranno al di sotto del tasso di crescita dell’economia e il debito continuerà a essere sostenibile“.


Per gli economisti Omicron non spaventa e l’Italia resta in testa nella ripresa

Multe milionarie per Google e Facebook in Francia per i cookie

AGI – L’agenzia francese per la protezione dei dati ha multato Google e Facebook rispettivamente per 150 milioni di euro e 60 milioni di euro per i loro “cookies”, i tracciatori informatici che vengono usati per scopi pubblicitari. I 150 milioni di euro (circa 165 milioni di dollari) inflitti a Google rappresentano la più grande multa finora in Francia per la società, che è già stata multata per altri 100 milioni di euro nel dicembre 2020 a causa degli stessi motivi.

La Commission Nationale de l’Informatique et des Liberte’s (CNIL) “ha scoperto che i siti facebook.com, google.fr e youtube.com non permettono” di rifiutare i cookies “altrettanto semplicemente” come quando l’utente sceglie di accettarli.

Facebook e Google (che possiede YouTube) hanno tre mesi di tempo per correggere questo squilibrio dannoso per l’utente, pena il pagamento di altri 100.000 euro per ogni giorno di ritardo, ha aggiunto la commissione francese.

Google ha detto che avrebbe cambiato la sua politica in seguito alla nuova multa: “Ci impegniamo ad attuare ulteriori cambiamenti, così come a lavorare attivamente con la CNIL in risposta alla sua decisione, in conformità con la direttiva ePrivacy”, ha detto il gigante statunitense. I cookie sono piccoli file che rilevano i siti visitati dagli utenti di Internet, che vengono poi indirizzati con messaggi pubblicitari presumibilmente personalizzati. Questo tracciamento è regolarmente denunciato dalle associazioni di consumatori e dagli utenti di Internet.

Nel 2018, l’Unione europea ha adottato un regolamento sui dati personali con regole più severe. Quando gli utenti aprono un sito web, ricevono un avviso per autorizzare specificamente l’uso dei cookie, per modificarne parzialmente l’uso o semplicemente per non accettarli. Ma la CNIL francese critica che è difficile rifiutare completamente l’uso dei cookies. “I siti facebook.com, google.fr e youtube.com offrono un pulsante che permette di accettare immediatamente i cookie”, mentre per rifiutarli completamente, spiega, “sono necessari diversi clic”. 


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L’indice Pmi manifatturiero Italiano a dicembre resta positivo a 62 punti

AGI – L’indice Pmi manifatturiero di dicembre dell’Italia resta ampiamente positivo ma scende a 62 punti dai 62,8 di novembre, che costituivano il massimo storico. L’indice è superiore al consensus che era di 61,5. 

Il settore manifatturiero italiano ha continuato a registrare un’altra forte crescita mensile. Lo rileva l’istituto Ihs Markit comunicando il dato di dicembre, che rimane in buon miglioramento anche se in calo rispetto al massimo storico di novembre.

“È il diciottesimo mese consecutivo di miglioramento dello stato di salute del settore, che in generale è stato rapido ed ha segnato nel quarto trimestre la media PMI più alta dall’inizio della raccolta dati nel 1997 – afferma il rapporto – la forte prestazione di dicembre è stata ancora una volta provocata dall’espansione della produzione manifatturiera e dei nuovi ordini. La prima, con un forte rallentamento della crescita da novembre, è pur rimasta elevata e maggiore di quella di settembre e ottobre.

Allo stesso tempo, il tasso di espansione dei nuovi ordini è stato il quarto più veloce dell’indagine, diminuendo a dicembre molto lentamente rispetto al mese precedente e rimanendo più veloce di quello della produzione. Le aziende campione hanno attribuito l’ultima crescita alla forte domanda da parte dei clienti. Anche le esportazioni sono aumentate a dicembre, con un tasso di espansione rapido, ma il più lento in tre mesi”.

Lewis Cooper, Economist di IHS Markit, analizzando gli ultimi dati dell’indagine ha dichiarato: “Il settore manifatturiero italiano ha concluso il trimestre finale del 2021 con un’altra ottima prestazione. Il Pmi è rimasto vicino al valore record assoluto di novembre a causa di un’altra rapida crescita della produzione e dei nuovi ordini, anche se con tassi di espansione mensili in leggero rallentamento.

Ciò detto, la pressione sulla capacità è risultata ancora una volta senza precedenti, con le aziende che fanno fatica ad affrontare il forte ritmo delle vendite e le attuali difficoltà della catena di distribuzione.

Il livello occupazionale di conseguenza è aumentato notevolmente. La carenza di materiale e il crescente costo dei trasporti si sono riversati sui costi di acquisto che sono aumentati ulteriormente e notevolmente, con le aziende che hanno aumentato i loro prezzi di vendita ad un livello quasi record. Detto ciò, il tasso di inflazione è rallentato da novembre, indicando a fine anno una diminuzione della pressione.

Nonostante la forte prestazione, le imprese manifatturiere italiane hanno moderato la loro previsione riguardo alla produzione dell’anno prossimo.

I livelli di ottimismo hanno raggiunto il valore più debole da aprile 2020 e alcune aziende che hanno segnalato preoccupazioni in merito al Covid-19, alla pressione sui prezzi e ai disagi sulla catena di distribuzione. Detto questo, con l’avvicinarsi del 2022, il settore rimane in una posizione molto forte, con pochi segnali di diminuzioni significative dell’impeto di crescita”. 

Indice Pmi Eurozona dicembre scende a 58 punti

L’indice Pmi dell’Eurozona è sceso a 58 punti a dicembre rispetto ai 58,4 punti di novembre, confermando il consensus che lo vedeva a 58 punti.

Un dato che per gli analisti resta comunque positivo e che mostra come l’attività economia europea stia continuando a dare segnali di ripresa, con le fabbriche che hanno approfittato dell’allentamento delle strozzature della catena di approvvigionamento e una maggiore facilità di accesso alle materie prime. 


L’indice Pmi manifatturiero Italiano a dicembre resta positivo a 62 punti