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L’inverno dell’economia sta arrivando. Il mondo prepara la catapulta del denaro 

L’inverno dell’economa mondiale sta arrivando e i generali preparano la catapulta del denaro.

Lo fa la Germania, dove il ministro delle Finanze, il socialdemocratico Olaf Scholz, si dice pronto a erogare fino a 50 miliardi di euro di stimoli qualora si dovessero registrare ulteriori segnali di rallentamento. La reclama con forza Donald Trump che torna a twittare contro “l’orrenda mancanza di visione di Jerome Powell e della Fed” e chiede un taglio di 100 punti base dei tassi sui Fed Funds accompagnato da un’operazione di quantitative easing. La prepara la Cina che, messa in stallo dalla guerra commerciale e dai disordini di Hong Kong, annuncia una riforma del suo tasso di prestito primario per abbassare i costi di finanziamento per le imprese.

Le Borse incassano e si rinvigoriscono con una sessione fortemente positiva dopo due settimane a tinte rosso cupo. Una nuova ondata di stimoli sembra sul punto di riversarsi sui mercati che reagiscono con un’ondata di acquisti. Il punto è se la sola liquidità basterà a sciogliere i nodi che hanno portato il mondo sull’orlo di un nuovo inverno.

La guerra dei dazi, il rischio di una hard Brexit, le tensioni geopolitiche, la montagna di bond a tassi negativi sono lì a suggerire che i problemi sono strutturali e che spesso soltanto l’esplosione della crisi riesce a portare un nuovo modo di pensare. “I sistemi falliscono ed è in quello spazio che qualcosa di nuovo e di migliore accade”, osserva Steen Jakobsen, capo economista e responsabile dell’investimento alla Saxo Bank, in un’intervista a Dow Jones newswires.

E se in Europa la Bundesbank ammette che l’economia tedesca potrebbe entrare ufficialmente in recessione già alla fine dell’estate, spetta ancora una volta agli Stati Uniti farsi locomotiva del prodotto globale. Per questo l’attesa per l’intervento che Jerome Powell farà venerdì a Jackson Hole cresce di ora in ora. Tra gli investitori si scommette che il presidente della Fed non mancherà di fornire indicazioni sulla futura politica monetaria e di aprire a un nuovo taglio del costo del denaro. Probabilmente di 25 punti base, anche se alcuni sperano in un maggior coraggio.

Ma è soprattutto l’analisi che Powell porterà all’attenzione del simposio di esperti riuniti in Wyoming che risulterà decisiva. Se il presidente della Fed si mostrasse eccessivamente ‘colomba’ accrescerebbe i timori sullo stato di salute dell’economia, se invece scegliesse di indossare gli abiti del ‘falco’ potrebbe mandare in tilt i listini. E l’avvitamento di una crisi finanziaria con il rallentamento dell’economia potrebbe avere conseguenze a quel punto davvero imprevedibili.

Agi

Le banche centrali alla prova della crisi. Cosa c’è in ballo a Jackson Hole

Dal 22 al 24 agosto i banchieri centrali di tutto il mondo si riuniranno a Jackson Hole, nel Wyoming, per il tradizionale appuntamento che da 35 anni serve a fare il punto sul futuro dell’economia mondiale. Fed, Bce, Boe e Boj fin dallo scorso luglio si sono messe il casco da pompiere e si dicono pronte a spegnere l’incendio, quindi a mettere in campo tutte le strategie possibili contro il rallentamento dell’economia globale.

Tra fine luglio e agosto i timori di recessione sono cresciuti, estendendosi a macchia di leopardo in tutto il globo e in Europa. Dalla contrazione del Pil della Germania all’inversione negli Usa della curva dei rendimenti a dieci e due anni, si sono accese molte spie rosse. Il simposio sarà una tappa intermedia in vista dei futuri appuntamenti: i partecipanti saranno ansiosi di ottenere nuovi indizi da Jerome Powell sul pensiero del Fomc in vista della riunione di metà settembre. 

La Bce a settembre riarmerà il bazooka

A fine ottobre Mario Draghi terminerà il suo mandato e lascerà il testimone alla francese Christine Lagarde. A sorpresa il 15 agosto il presidente della Banca di Finlandia, Olli Rehn, uno dei ‘falchi’ del consiglio direttivo della Bce, ha giocato d’anticipo, facendo sapere che l’istituto di Francoforte riprenderà in mano il bazooka fin dalla prossima riunione del 12 settembre, varando un piano di stimoli molto più sostanzioso di quello atteso dai mercati.

Le misure allo studio sono diverse e sicuramente quelle di maggiore impatto sui mercati riguarderanno i nuovi tagli dei tassi di interesse e l’avvio di un Qe2 (potrebbe ammontare a 50 miliardi), cioè un nuovo programma di acquisto titoli, che farebbe seguito al Qe1 ritirato alla fine dello scorso anno. L’altra novità, molto attesa dai mercati, riguarda le modifiche di alcuni limiti del precedente piano di acquisti (il limite del 33%, riferito ai titoli con vita residua da 1 e 30 anni dovrebbe essere alzato intorno al 50%).

Cosa farà la Fed sui tassi?

Lo scorso 31 luglio la Federal Reserve, dopo 10 anni di pausa, ha ripreso a tagliare i tassi Usa, che ora sono tra il 2% e il 2,25%. Sul futuro però Jerome Powell non è stato chiaro: prima afferma che quello deciso a fine luglio “non è l’inizio di una lunga serie di tagli” ma rappresenta “un aggiustamento di metà ciclo economico”. Poi corregge il tiro: “Permettetemi di essere chiaro. Ho detto che non è l’inizio di una lunga serie di tagli dei tassi. Non ho detto che è solo uno o qualcosa del genere”, spiega. Insomma prima chiude e poi apre a più tagli dei tassi Usa, che probabilmente quest’anno saranno altri due. Ma secondo gli esperti l’unica chiave per evitare il peggio è annunciare una tregua tariffaria con la Cina: anche un taglio di altri 50 punti base non sarebbe sufficiente a contrastare una spirale discendente del commercio e del caos valutario, dicono gli economisti. 

La Bank of England taglia le stime

La riunione della Bank of England del 1 agosto ha confermato le attese del mercato, lasciando i tassi fermi allo 0,75%. La Boe ha anche tagliato le stime di crescita: si stima un aumento del Pil dell’1,3% nel 2019 e nel 2020, contro un +1,5% e +1,6% precedente. Da agosto 2018, il costo del denaro nel Regno Unito è stabile. La politica monetaria della Banca d’Inghilterra è strettamente legata allo scenario della Brexit. Nel caso in cui il 31 di ottobre dovesse palesarsi una ‘hard Brexit’ la Boe sarà costretta a intervenire pesantemente a sostegno dell’economia britannica, con un ampliamento del Qe.

La Banca del Giappone rimane ultra-accomodante

Lo scorso 30 luglio la Banca centrale del Giappone ha rinnovato la sua politica monetaria molto accomodante e ha lasciato i tassi d’interesse invariati, nonostante la debolezza dell’inflazione e le tensioni commerciali con gli Usa. La Banca del Giappone non dovrebbe rivedere la sua politica già oggi ultra-accomodante, piuttosto, secondo gli esperti, l’Istituto di Tokyo potrebbe mettere in atto altre opzioni, come riaccelerare gli acquisti di obbligazioni. 

Agi

Dopo il fatto in casa, ecco il derivato di serie: cosa sapere su Emui 10 di Huawei

Due prodotti, la stessa filosofia. Dopo aver presentato il sistema operativo fatto in casa (HarmonyOS), Huawei ha lanciato la sua nuova versione di Android: Emui 10. Non è certo una sorpresa: il gruppo ha ribadito più volte che la collaborazione con Google (di cui Emui è figlio) è l’opzione preferita, tanto che HarmonyOS rivolge per il momento lo sguardo altrove (smart speaker e smartwatch).

Due strade, lo stesso orizzonte

In attesa che il quadro si schiarisca, Huawei procede lungo due tracce parallele. Non si toccano ma sono molto simili, come gli slogan con cui sono stati presentati i due sistemi operativi. Se HarmonyOS doveva rispondere a “un’esperienza intelligente su tutti i dispositivi e in ogni scenario”, la nuova versione di Emui punta a “permettere una ‘smart live’ in ogni scenario”. Praticamente la stessa cosa. Che sia un sistema operativo fatto in casa o derivato di Android, l’obiettivo di Huawei non cambia: si punta a far dialogare con meno attrito possibile più dispositivi. Il gruppo ha sottolineato in una nota che il futuro sarà caratterizzato da dispositivi intelligenti diversi e, di conseguenza, le loro applicazioni sono destinate a intersecarsi, se non a fondersi: “Gli utenti devono avere la stessa esperienza e l’accesso allo stesso servizio con qualsiasi dispositivo, indipendentemente da dove si trovino. Di conseguenza, gli sviluppatori devono affrontare grandi sfide nell’adattamento multi-dispositivo”.

Arriva la modalità “dark”

Oltre ai ritocchi grafici tipici di ogni nuova versione, la funzione che forse fa meglio cogliere questo aspetto riguarda chiamate e videochiamate, che potranno essere effettuate non solo da smartphone ma anche dagli altoparlanti intelligenti. Tra le funzionalità che ambiscono a un maggiore dialogo tra dispositivi c’è il mirroring. In pratica, quello che compare sul display dello smartphone sarà utilizzabile come fosse un pc, tramite collegamento wireless. Arriva, sull’onda della tendenza che la sta portando ovunque, anche la modalità “dark”, cioè scura per le ore notturne e per far riposare gli occhi. In attesa di testare il sistema operativo con mano, Emui 10 promette di essere più veloce rispetto al suo predecessore e di avere un consumo energetico inferiore. La versione beta sarà testata su P30 e P30 Pro dall’8 settembre. I primi smartphone Huawei ad arrivare in commercio con la nuova versione definitiva saranno i nuovi dispositivi della gamma Mate.

Un messaggio a Google (e a Trump)

La presentazione di Emui 10 è stata anche l’occasione per diffondere alcuni numeri: il sistema operativo di Huawei derivato da Android ha 500 milioni di utenti attivi ogni giorno, in 216 Paesi e in 77 lingue. Le statistiche mostrano tassi di aggiornamento del 79% per di Emui 8.0 e dell’84% per Emui 9.0. Gli utenti che aggiorneranno con la versione 10 dovrebbero essere circa 150 milioni. Informazioni come queste non sono un’anomalia. Nel contesto in cui vengono pronunciate, però, potrebbero essere un messaggio. Mezzo miliardo di utenti attivi vuol dire (al netto delle metriche differenti) avere un bella fetta dei 2,5 miliardi di dispositivi su cui gira Android (dato reso pubblico da Google lo scorso maggio). Non è un messaggio ostile, anche perché il nemico non è Mountain View (che dalla rottura con Huawei ci perderebbe). Il gruppo di Shenzhen ha parlato di “atteggiamento cooperativo e aperto”. Due aggettivi che si rivolgono agli sviluppatori, ma vanno dritti negli Stati Uniti.  

Agi

Le Borse europee scommettono sul bazooka della Bce 

La prospettiva di un nuovo e robusto intervento della Bce a settembre spinge verso l’alto le borse europee che chiudono l’ultima seduta della settimana in deciso rialzo. Tra fine luglio e agosto si sono accese diverse spie rosse e i timori di recessione sono cresciuti, estendendosi a macchia di leopardo in tutto il globo e in particolare in Europa.

E allora il governatore della Banca di Finlandia, Olli Rehn, uno dei ‘falchi’ del consiglio direttivo della Bce, decide di giocare d’anticipo e fa sapere che l’istituto di Francoforte potrebbe riprendere in mano il bazooka fin dalla prossima riunione del 12 settembre, varando un piano di stimoli molto più sostanzioso di quello atteso dai mercati.

Secondo Rehn, le prospettive sulla crescita economica in Europa si sono deteriorate negli ultimi due mesi e questo peggioramento “giustifica un’ulteriore azione di politica monetaria, e questo è quanto intendiamo fare a settembre“. Le misure allo studio sono diverse e sicuramente quelle di maggiore impatto sui mercati riguarderanno i nuovi tagli dei tassi di interesse e l’avvio di un Qe2, cioè un nuovo programma di acquisto titoli, che farebbe seguito al Qe1 ritirato alla fine dello scorso anno.

Solo indiscrezioni per il momento ma che, intanto, portano Milano (Ftse Mib +1,4%) a essere la migliore davanti a Francoforte che ha registrato un progresso dell’1,31% a 11.562,74 punti. Il Cac 40 di Parigi ha guadagnato l’1,22% a 5.300,79 punti e l’Ftse 100 di Londra è salito dello 0,71% a 7.117,15 punti.

Lo spread tra Btp e Bund chiude a 209 punti, in lieve rialzo rispetto ai 204 dell’apertura ma in calo contro i 216 punti della chiusura di mercoledì scorso. Il tasso del decennale si attesta all’1,411%.

Buona partenza anche di Wall Stret che, sulla scia del buon andamento di mercati Ue, prosegue il suo trend di recupero dopo un’apertura in rialzo visti i buoni dati sulle vendite al dettaglio di ieri. A New York si attendono segnali per un taglio dei tassi di interesse e la prossima settimana. Durante il meeting dei banchieri centrali i fari saranno tutti puntati su ciò che farà Jerome Powell dopo le settimane di pressing sulla Fed da parte del presidente statunitense Donald Trump per un taglio dei tassi Usa.

Nei giorni scorsi si era registrata un’inversione della curva dei rendimenti, con il tasso del titolo biennale che aveva superato quello del decennale. Un fenomeno atipico che non si verificava dal 2007 e considerato una spia di un peggioramento del clima di fiducia nel breve termine, nonché un’avvisaglia di recessione.

Secondo un rapporto di Standard and Poor’s, l’economia americana ha una possibilita’ su tre di scivolare nella recessione nei prossimi 12 mesi. In base alle valutazioni dell’agenzia di rating la probabilità si pone ora al 30-35%, un livello superiore al 25-30% previsto precedentemente. “L’imprevedibilità – sottolinea l’agenzia – sul fronte commerciale e un persistente debole contesto industriale globale sono le ragioni principali per l’allerta”.

I timori di un rallentamento pesano anche sul fronte del petrolio. L’Opec, infatti, ha tagliato le previsioni di crescita della domanda per il 2019 a 1,1 milioni di barili al giorno, una cifra che equivale a un taglio di soli 40.000 barili al giorno. Si tratta della seconda riduzione in tre mesi motivata dai timori di un rallentamento della crescita economica globale e dalle incertezze derivanti dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

Agi

“Vi racconto cosa vuol dire investire in una società di Elon Musk”

Chi ha investito nelle società di Elon Musk deve badare alle prospettive, ai fondamentali finanziari e a quelli delle proprie coronarie. “È un genio, anche se alcune sue uscite possono essere non adeguate”. Marco Valta sa cosa vuol dire perché ha puntato su Space X. Come ha fatto anche con Lime, AirBnB, la fintech Revolut, Snap prima che si quotasse.

Da BravoAvia ad AirBnB

Laureato in economia e commercio, un master a Berkeley, Valta è partito da imprenditore, fondando BravoAvia e vendendola a Bravofly. Poi è passato agli investimenti, puntando su circa 80 società e realizzato 17 exit negli ultimi sei anni. Ha creato un portafoglio fatto di early stage (cioè di investimenti su startup ai primissimi passi) e round più maturi. I primi sono più rischiosi, ma hanno ritorni potenzialmente molto maggiori. “Serve più intuito”. I secondi tendono ad avere rischio minore, ma richiedono una “quota d’ingresso” più onerosa, come quella sborsata per entrare in AirBnB quattro anni fa. In entrambi i casi, “sono fondamentali il network e il passaparola”.

Space X: investire su Elon Musk

Il miliardario americano, specie quando si è parlato di Tesla, ha regalato agli investitori gioie e sudori freddi. È stato più cauto, fino a ora, su Space X: “Se si guardano i pro e i contro di una società di Musk – spiega Valta – credo lui possa essere inserito in entrambi. È l’imprenditore più geniale del nostro tempo ma implica anche degli inconvenienti”. Non solo per le sue uscite social poco ortodosse o per le promesse che sparano in alto. Un investitore, spiega Valta, deve chiedersi: “E se succedesse qualcosa a Musk?”.

In società così legate alla figura di chi le guida, “perdere la sua vision potrebbe essere un fattore di rischio”. Meglio, allora, scavare e andare oltre Musk. “Ho puntato su Space X perché credo nel progetto. Ho avuto modo di conoscere ex founder di Paypal e altri investitori che stavano scommettendo sulla società e mi hanno fatto appassionare. I manager stanno costruendo un’azienda che si basi su diversi canali di revenue (dall’esplorazione spaziale ai satelliti) e si autosostenga”.

Lime e il futuro dei monopattini

Tra le scommesse di Valta in corso c’è quella in Lime, una delle società – assieme a Bird – che ha smosso il mercato dei monopattini elettrici in condivisione. Da Uber a Lyft fino a Ford: sono molte le società accorse per intercettare la spinta di quelli che in Usa chiamano “scooter”. Settore ad alto potenziale o bolla? “Credo che ci sarà una regolamentazione, perché i monopattini non possono essere lasciati ovunque. Dal punto di vista del business, mi spaventa il fatto che non c’è bisogno di grossi asset. Chiunque oggi raccolga capitale può lanciare una flotta con il suo software e arrivare sulle strade. Diventerà un gioco di acquisizioni. Reggerà chi si muoverà in modo più veloce, mentre chi non raccoglierà capitale sparirà”.

Da Snapchat ai nuovi social privati

Un altro investimento, più maturo, di Valta è stato quello in Snap, la società che ha portato in borsa Snapchat. Arrivata a Wall Street con promesse esorbitanti, dopo un’Ipo trionfale è colata a picco, un po’ per l’incapacità di generare profitti e un po’ perché Instagram e Facebook hanno importato la sua principale innovazione: i messaggi a scomparsa, le Storie. Valta ha evitato il tracollo post-Ipo perché ha venduto prima. “Da investitore il rischio del mercato non rientra nelle nostre competenze. Quando una società si quota o viene acquisita, creiamo liquidità”. Snap, quindi, è stato un affare: “Abbiamo realizzato un ottimo ritorno”.

Oggi il mercato è tornato a scommettere sul social guidato da Evan Spiegel, non si sa se più attratto da un conto economico non più così rosso o ingolosito dal prezzo di saldo. Snapchat è stato schiacciato da Zuckerberg, ma Valta è convinto che “ci sarà altro che farà diventare vecchio anche Instagram. Se me lo avessero chiesto quattro o cinque anni fa non avrei rinunciato a Facebook, oggi credo che potrei farlo. Zuckerberg ha detto che i social saranno sempre più ‘privati’. E questo vuol dire meno condivisione. È ancora presto per dire se diventeranno dei trend, ma negli Usa ci sono app che vogliono creare delle piccole community, costituite dai propri familiari o da un gruppo di amici”.

La presenza di un attore dominante, come Facebook nei social, non sarebbe un limite per un investitore. Tutt’altro. In un panorama in cui poche grandi società si espandono fino a includere settori lontani da quello originario (basti pensare ad Amazon con il food delivery o AirBnB con i viaggi), ci sono “grandi opportunità, perché – sottolinea Valta – se crei un servizio fatto bene e specifico che possa essere integrato, per le grandi società è meno costoso comprarlo che svilupparlo internamente. Anche perché non si acquisisce solo il servizio, ma anche le competenze, il team e gli utenti”.  

Investire è (anche) questione d’età

Metà del portafoglio di Valta è investito negli Stati Uniti e circa un terzo in Europa. Due universi che restano distanti: “In Silicon Valley c’è una propensione al rischio diversa. Il mercato statunitense è gigantesco, con una sola lingua e un marketing unico fatto per cinquanta Stati. Trovi fondi e startup che ti propongono moltissimi servizi, ci sono distretti dove trovi le professionalità capaci di farle crescere. La controparte è nei costi e nella maggiore concorrenza. Dal punto di vista delle competenze, ad esempio, l’Italia è uno dei mercati più interessanti”.

La distanza non è solo questione di risorse: “Spesso si vedono idee anche molto buone che però devono scontrarsi con la dimensione del mercato. Se è destinato solo all’Italia, quanto potrà crescere? Questo limita tantissimo gli investimenti”. Nel nostro Paese, poi, si aggiunge un altro fattore: “Credo ci sia una grossa differenza generazionale”, afferma Valta, che è un under 40. “Chi oggi ha le mani sul capitale appartiene a una generazione che, nella maggior parte dei casi, non ha propensione sufficiente a investire nel digitale. Se poi non lo fa in maniera professionale, c’è il rischio di essere attratti da chi fa un pitch migliore anche se sotto non c’è sostanza. È vero che il digital ti permette di scalare più velocemente, ma bisogna pur sempre creare un’azienda”.

Le nuove tendenze

La sfida di un investitore, come sempre, è quella di intercettare le tendenze prima che si consolidino. Quali sono quelle all’orizzonte? “Computer vision e realtà aumentata saranno un grosso trend”, afferma Valta. “Oggi se guardiamo le applicazioni di mappe, vengono fatte in 2D. Siamo ancora dei punti sulla cartina. Ci sarà una grossa innovazione con l’utilizzo della fotocamera che permetterà di collocarti in un luogo con la realtà aumentata in 3D. Oppure potrò fotografare delle scarpe e vedere subito il link per comprarle. L’altro grande trend è tutto quello che è analisi dei dati. È fondamentale per ogni azienda. Sapere cosa vuole un consumatore e cosa posso offrirgli permette di canalizzare tutto in modo vincente”.

Agi

“Il giudizio di Fitch era atteso. Fare più attenzione a quelli di Moody e S&P”

Ci sono vari fattori che muoveranno il mercato finanziario italiano nei prossimi mesi. Legge di Bilancio, evoluzione della crisi politica, guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e le decisioni della Bce che a settembre dovrebbe varare un nuovo piano di quantitative easing. Lo afferma Antonio Cesarano Chief Global Strategist di Intermonte Sim.

Sulla decisione di Fitch di venerdì l’analista spiega che era tutto previsto: “Fitch ha lasciato invariato rating e outlook sull’Italia, tagliando le previsioni sul Pil 2019 dallo 0,4% allo 0,1%” mentre lo scenario futuro “dipenderà molto dalla evoluzione della crisi politica ovvero da quanto stabile sarà il governo in prospettiva”.

La decisione era attesa, evidenzia Cesarano in un colloquio con l’Agi, perché “ancora non sono stati avviati i lavori sulla legge di bilancio. Da tenere molto più sotto osservazione i giudizi delle altre due agenzie di rating. La più severa, Moody’s, che si esprimerà il 6 settembre e ci tiene all’ultimo livello dell’investment grade (Baa3), con outlook stabile e ancora di più Standard & Poor il cui rating sull’Italia è BBB, come Fitch, due livelli sopra l’investment grade, con outlook negativo che si esprimerà il prossimo 25 ottobre in una fase molto più avanzata della legge di bilancio e anche della fase politica italiana potendosi esprimere in maniera piu’ compiuta”.

Sull’apertura e sull’andamento di Piazza Affari lunedì prossimo, quindi, la decisione di ieri di Fitch avrà “un impatto limitato. La conferma era attesa. Sarebbe stata una notizia se avesse fatto una modifica. È andato come era il consensus. Bisognerà vedere il quadro di incertezza politica che oggi è alto. Bisognerà valutare l’esito finale della crisi di governo e questo potrebbe dare adito a un ulteriore allargamento dello spread“, ovvero tra Btp e Bund.

Per l’analista di Intermonte Sim c’è un aspetto positivo a favore dell’Italia: “Tutto questo si sta verificando mentre a livello internazionale la tensione tra Usa e Cina prosegue, con colpi a ripetizione da una parte e dall’altra, e questo sta provocando acquisti di Treasury e Bund, ovvero l’altra parte dello spread”. Tutto questo, “da un lato aggrava l’allargamento dello spread, perché il Bund tedesco resta molto forte, dall’altro tende a spingere i tassi in giù e quindi, rende quelli italiani difficili da lasciare, da vendere. Perché nel mondo non ci sono rendimenti apprezzabili per tutto quello che sta accadendo”.  

Agi

Tutte le misure a rischio a causa della crisi di governo

Dall’Assestamento di bilancio, che insieme al dl “salva conti” rientra nel piano del governo per evitare la procedura d’infrazione europea, al salario minimo, fino all’ultimo decreto legge con le tutele sui rider, il sostegno alle aziende in crisi e lo stop all’immunità per gli attuali gestori dell’ex Ilva, approvato dal Consiglio dei ministri “salvo intese” nei giorni scorsi. Questi sono alcuni dei provvedimenti rimasti “appesi” che rischiano di saltare con la crisi di governo.

DDL ASSESTAMENTO

Un provvedimento chiave, rimasto in sospeso, è il disegno di legge sull’assestamento di bilancio che, insieme al decreto ‘salva conti’, già approvato dalle Camere, riduce di 7,6 miliardi il deficit rispetto alle previsioni del Def di aprile. Il via libera del Consiglio dei Ministri è arrivato il 1 luglio. Essendo un disegno di legge non ha una scadenza, ma poiché le misure si inseriscono all’interno della trattativa con Bruxelles, il Parlamento dovrà varare il testo il prima possibile.

L’Aula del Senato ha approvato il Rendiconto 2018 e l’Assestamento 2019 il 23 luglio senza modifiche rispetto al testo presentato dal Governo. Il ddl è passato ora all’esame della Camera per il via libera definitivo ed è atteso in Aula da lunedì 16 settembre.

SALARIO MINIMO

In stand-by da mesi, in commissione Lavoro del Senato, il ddl sull’introduzione del salario minimo, cavallo di battaglia dei 5 Stelle, da sempre terreno di scontro tra M5s e Lega. L’approdo nell’Aula di Palazzo Madama è più volte slittato a causa del mancato accordo politico tra le forze di maggioranza. La proposta grillina contro cui si sono schierate tutte le parti sociali, tranne i sindacati autonomi e di base, è stata frenata dalla Lega che teme contraccolpi per il mondo produttivo, soprattutto in termini di aumento del costo del lavoro.

Secondo quanto prevede il Ddl, che la senatrice 5S Nunzia Catalfo ha presentato a luglio del 2018 e modificato nel corso dell’iter parlamentare, il trattamento economico minimo orario previsto dal contratto collettivo nazionale non può essere inferiore ai 9 euro lordi. Il salario minimo a 9 euro determinerebbe un maggiore costo del lavoro stimato in una forchetta tra i 4,3 miliardi stimati dall’Istat e i 6,7 miliardi stimati dell’Inapp (ex Isfol). La Lega ha sempre contestato la misura ritenendola dannosa per le imprese. Il tema è stato oggetto anche dei tavoli con le parti sociali convocati da Matteo Salvini al Viminale nelle scorse settimane.

DL IMPRESE

Approvato dal Consiglio dei ministri nella formula “salva intese”, il decreto doveva essere pubblicato in Gazzetta ufficiale il 28 agosto per poi essere convertito in legge dalle Camere. Ma il testo deve essere ancora approvato definitivamente dal governo e sottoposto alla Ragioneria dello Stato per la bollinatura. Successivamente dovrà essere inviato al Capo dello Stato per la promulgazione. Altrimenti queste norme resteranno solo sulla carta.

Il provvedimento prevede tutele per i rider: dall’introduzione dell’assicurazione obbligatoria Inail contro infortuni e malattie al mix di cottimo e paga oraria come trattamento economico. La retribuzione base oraria sarà riconosciuta a patto che, per ogni ora lavorata, il lavoratore accetti almeno una chiamata. Nel decreto trovano spazio anche le norme per salvare l’impianto napoletano della Whirlpool, la proroga della cassa integrazione per la Blutec di Termini Imerese, il sostegno alla riduzione dei costi dell’energia per l’ex Alcoa di Portovesme, disposizioni per l’area di crisi di Isernia, modifiche all’ indennità di disoccupazione per i co.co.co, ampliamento delle tutele in favore degli iscritti alla gestione separata e la stabilizzazione dei precari di Anpal servizi. Nonché lo stop all’immunità penale, civile e amministrativa per ArcelorMittal che avrà alcune tutele legali a tempo strettamente vincolate al rispetto del piano ambientale nell’ex Ilva.

CHIUSURE DOMENICALI

Tra i provvedimenti in stand-by che rischiano di non ottenere mai il disco verde del Parlamento anche la proposta di legge per le chiusure domenicali dei negozi, altro cavallo di battaglia M5s. Il ddl è fermo in commissione Attività produttive della Camera. All’origine dello stop ci sarebbe il fatto che l’opportunità di tenere chiusi gli esercizi commerciali di domenica è considerato un tema molto divisivo nel Paese.

GOLDEN POWER

Si è arenato l’iter parlamentare del dl golden power, licenziato dal Consiglio dei ministri l’11 luglio. Il provvedimento, che scade il 9 settembre, rafforza i poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e del 5G. Il governo nel corso dell’esame in commissione Finanze del Senato ha annunciato che non intende insistere per la conversione in legge visto che in Consiglio dei ministri il 19 luglio è stato approvato un disegno di legge per disciplinare in modo più organico la materia della sicurezza informatica nazionale. L’esame in Commissione e’ stato pertanto rinviato. 

Agi

È morto Fabrizio Saccomanni, presidente di Unicredit 

Fabrizio Saccomanni è morto oggi, giovedì 8 agosto, all’età di 76 anni. Ex ministro dell’Economia nel governo Letta, dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014, dal 13 aprile scorso era presidente di Unicredit. Il 2 ottobre 2006 è stato nominato direttore generale della Banca d’Italia, carica alla quale è stato riconfermato nel luglio del 2012 con l’incarico nel governo. Saccomanni aveva partecipato ieri alla conferenza stampa in occasione della semestrale di Unicredit.

Agi

La guerra dei dazi e la svalutazione dello yuan affondano le Borse mondiali 

La guerra dei dazi affonda le Borse europee che chiudono in profondo rosso sulla scia di Wall Street e bruciano 180 miliardi di euro. Il listino Usa viaggia con pesanti perdite: attualmente il Dow Jones arretra del 2,25%, lo S&p del 2,36% e il Nasdaq il 3,07%. A picco le piazze asiatiche anche per le proteste a Hong Kong.

A inasprire le tensioni oggi si è aggiunto un nuovo tassello: lo yuan precipita ai minimi da 11 anni. La moneta cinese tocca per la prima volta dal 2008 la fatidica soglia delle 7 unità per un dollaro: un elemento di novità che rischia di trasformare la guerra commerciale sino-americana in una guerra di valute. Non si è fatta dunque attendere la risposta cinese alle mosse di Trump.

Il deprezzamento dello yuan non sfugge al presidente Usa che sollecita nuovamente la Fed a tagliare i tassi di interesse per sostenere il dollaro. Su Twitter, Trump scrive: “La Cina ha abbassato il prezzo della loro valuta ad un minimo storico. Si chiama manipolazione della valuta. Stai ascoltando, Federal Reserve? Questa è una grave violazione che indebolirà notevolmente la Cina nel tempo!”.

A Trump replica la banca centrale cinese che smentisce di aver voluto manipolare la sua moneta. In realtà la decisione delle autorità di Pechino mira ad aiutare le imprese esportatrici, penalizzate dalla guerra dei dazi. Tuttavia la svalutazione è un’arma a doppio taglio e rischia di mettere in difficoltà le imprese cinesi indebitate in dollari. Inoltre uno yuan troppo debole rischia di innescare una fuga di capitali dalla Cina e pertanto è uno strumento che va dosato con cura.

I listini del vecchio continente terminano in forte calo: l’Eurostoxx 600, che racchiude le più grandi aziende quotate in Europa, ha perso il 2,2%, con 180 miliardi di capitalizzazione in fumo in una sola seduta; flessione più limitata a Milano, che brucia circa 7 miliardi. A Parigi il Cac 40 perde il 2,19% a 5.241,55 punti. A Londra l’Ftse 100 cede il 2,47% e scende a 7.223,85 punti. Il Dax di Francoforte lascia sul campo l’1,80% a 11.658,51 punti. A Milano l’Ftse Mib cala dell’1,3% a 20.773 punti.

Immediata la corsa ai beni rifugio. Le quotazioni dell’oro stanno salendo a ritmo incalzante. Il metallo nobile aumenta del 2% e secondo gli analisti, la domanda è destinata a crescere. Anche il tasso dei Treasury Usa a 10 anni scende ai minimi dal novembre 2016 e l’inversione della curva dei rendimenti dei T-Bond (il rafforzamento dei tassi dei titoli a tre mesi che superano quelli dei Treasury a 10 anni), considerato un chiaro segnale di recessione, cresce ai massimi dall’aprile 2007. Anche il prezzo del petrolio è in netto calo a New York, per effetto dell’escalation della guerra dei dazi.

Agi