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Da metà gennaio dazi per 3 miliardi su pasta, vino e olio italiani

Sono pronti a scattare nuovi dazi Usa su prodotti base della dieta mediterranea con la conclusione il 13 gennaio della procedura di consultazione avviata dal Dipartimento del Commercio (USTR) sulla nuova lista allargata dei prodotti europei da colpire che si allunga tra l’altro a vino, olio e pasta Made in Italy oltre ad alcuni tipi di biscotti e caffè esportati negli Stati Uniti per un valore complessivo di circa 3 miliardi.

È quanto emerge da una analisi della Coldiretti in occasione della scadenza del termine fissato dal Federal Register nell’ambito della disputa nel settore aereonautico che coinvolge l’americana Boeing e l’europea Airbus dopo che il Wto ha autorizzato gli Usa ad applicare un limite massimo di 7,5 miliardi di dollari delle sanzioni alla Ue.

Con la nuova black list Trump – sottolinea la Coldiretti – minaccia di aumentare i dazi fino al 100% in valore e di estenderli a prodotti simbolo del Made in Italy, a quasi tre mesi dall’entrata in vigore il 18 ottobre 2019 dei dazi aggiuntivi del 25% che hanno colpito per un valore di mezzo miliardo di euro prodotti italiani come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.

La nuova lista ora interessa i 2/3 del valore dell’export del Made in Italy agroalimentare in Usa che è risultato pari al 4,5 miliardi in crescita del 13% nei primi nove mesi del 2019, secondo l’analisi della Coldiretti. Il vino – precisa la Coldiretti – con un valore delle esportazioni di quasi 1,5 miliardi di euro in aumento del 5% nel 2019 è il prodotto agroalimentare italiano più venduto negli States mentre le esportazioni di olio di oliva sono state pari a 436 milioni anch’esse in aumento del 5% nel 2019 ma a rischio è anche la pasta con 305 milioni di valore delle esportazioni con un aumento record del 19% nel 2019 secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat relativi ai primi nove mesi dell’anno.

Gli Stati Uniti – continua la Coldiretti – sono il principale consumatore mondiale di vino e l’Italia è il loro primo fornitore con gli americani che apprezzano tra l’altro il prosecco, il pinot grigio, il lambrusco e il chianti che a differenza dei vini francesi erano scampati alla prima black list scattata ad ottobre 2019.

Se entrassero in vigore dazi del 100% ad valorem sul vino italiano una bottiglia di prosecco venduta in media oggi al dettaglio in Usa a 10 dollari ne verrebbe a costare 15, con una rilevante perdita di competitività rispetto alle produzioni non colpite. Allo stesso modo si era salvato anche l’olio di oliva Made in Italy anche perché – riferisce la Coldiretti – la proposta dei dazi aveva sollevato le critiche della North American Olive Oil Association (NAOOA) che aveva avviato l’iniziativa “Non tassate la nostra salute” per chiedere al Dipartimento Usa al commercio estero (USTR) di escludere l’olio d’oliva europeo dalla lista di prodotti colpiti.

Nella petizione si sottolinea che l’olio d’oliva è uno degli alimenti più salutari tanto che la stessa Food and Drug Administration statunitense (FDA) lo ha riconosciuto come un alimento benefico per la salute cardiovascolare, oltre che componente principale della dieta mediterranea che, se fosse seguita secondo studi scientifici, comporterebbe un risparmio di 20 miliardi dollari in trattamento per molti disturbi oltre alle malattie cardiache, tra cui cancro, diabete e demenza.

Ora però con la pubblicazione della nuova black list Trump sembra aver ignorato fino ad ora le sollecitazioni dall’interno e dall’esterno degli Usa e mette a rischio – denuncia la Coldiretti – il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari e sul terzo a livello generale dopo Germania e Francia.

“Una eventualità devastante per il Made in Italy agroalimentare contro la quale la Coldiretti si è immediatamente attivata all’indomani dell’avvio della procedura lo scorso 12 dicembre con un serrato confronto a livello nazionale, comunitario ed internazionale per scongiurare una deriva dannosa per gli stessi consumatori americani per i quali sarebbe più caro garantirsi cibi di alta qualità importanti per la salute come dimostra con l’iscrizione della dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanita’ dell’Unesco il 16 novembre 2010” ha affermato Ettore Prandini il presidente della Coldiretti che in vista della missione della prossima settimana a Washington è in costante contatto con il Commissario UE al Commercio Phil Hogan per sensibilizzarlo sull’importanza della difesa di un settore strategico per l’UE che sta pagando un conto elevatissimo per dispute commerciali che nulla dovrebbero avere a che vedere con il comparto agricolo.

“L’Unione Europea ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che come ritorsione ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari, come i formaggi, che e’ costato al Made in Italy oltre un miliardo in cinque anni ed e’ ora paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato, con pesanti ipoteche sul nostro export negli Usa” ha concluso Prandini nel sottolineare che “per l’Italia al danno si aggiunge la beffa poiché il nostro Paese si ritrova ad essere punito dai dazi Usa nonostante la disputa tra Boeing e Airbus, causa scatenante della guerra commerciale, sia essenzialmente un progetto franco-tedesco al quale si sono aggiunti Spagna ed Gran Bretagna”.

Agi

Trump ha imposto nuovi dazi su 300 miliardi di merci cinesi 

Gli Stati Uniti si preparano a tassare praticamente tutte le importazioni cinesi sul proprio mercato. A sorpresa il presidente americano, Donald Trump, ha fatto cadere la scure: ha annunciato l’imposizione di nuovi dazi del 10% sulle importazioni di beni cinesi per un valore di 300 miliardi di dollari a partire dal primo settembre. E’ l’ultima salve di una battaglia crescente che dura da più di un anno tra le due maggiori economie mondiali. L’annuncio è stato una doccia fredda per mercati: a Wall Street gli indici azionari hanno subito virato in negativo ed il Dow Jones è precipitato di 300 punti, il prezzo del petrolio è crollato a New York e chiuso in calo del 7,9%.

Gli Usa già tassano al 25% circa 250 miliardi di beni cinesi, soprattutto materiali e componenti industriali. I nuovi dazi potrebbero colpire i consumatori statunitensi piu’ duramente, colpendo merci come IPhone e prodotti elettrici di largo consumo, giocattoli, scarpe da ginnastica.

Trump, che ha minacciato che i nuovi dazi potrebbero addirittura salire ulteriormente al 25%, ha accusato Pechino di non aver mantenuto due promesse: acquistare prodotti agricoli dagli Usa (la soia, soprattutto, che gli consente di mantenere il consenso elettorale tra gli agricoltori americani) e di non aver arginato l’esportazione del fentanyl, il potente oppiaceo che semina vittime negli Stati Uniti. La Cina “aveva accettato di acquistare prodotti agricoli dagli Stati Uniti in grande quantità, ma non lo ha fatto. Inoltre, il mio amico presidente Xi ha detto che avrebbe interrotto la vendita di fentanyl negli Stati Uniti. Questo non è mai accaduto e gli americani continuano a morire”.

Trump aggiunto comunque che le parti riprendereanno un “dialogo positivo”. L’annuncio è arrivato dopo che la ‘due giorni’ di colloqui a Shanghai tra le delegazioni cinese e americana, il primo faccia a faccia dopo la tregua siglata al G20. I colloqui si sono conclusi senza risultati concreti anche se Casa Bianca aveva parlato di incontri “costruttivi”. Non è chiaro che cosa abbia indotto Trump, che negli ultimi mesi e’ oscillato tra ottimismo e minacce di ulteriore escalation, a indurire la sua posizione: l’annuncio però è arrivato dopo che in mattinata il presidente aveva ricevuto il rapporto del segretario al Tesoro, Steven Mnuchin e del rappresentante commerciale, Robert Lighthizer, sui loro incontri a Shanghai.

Già a maggio Trump aveva scioccato i mercati aumentando le tariffe al 25% (dal 10%) su $ 200 miliardi di beni cinesi. La Cina aveva reagito con ritorsioni e le tensioni che ne erano derivate hanno anche influenzato la banca centrale americana, la Federal Reserve, che mercoledì ha tagliato i tassi di interesse per la prima volta in un decennio. I negoziati, che sono in un vicolo cieco da maggio, riprenderanno a settembre. 

Agi

Huawei investirà più di 3 miliardi di dollari in Italia

 

Huawei investirà 3,1 miliardi di dollari in Italia fra il 2019 e il 2021 di cui due terzi in acquisto di forniture da partner locali. L’annuncio di Thomas Miao, dato in occasione di un incontro con la stampa al Castello Sforzesco, segue di pochi mesi l’apertura del nuovo quartier generale italiano. L’amministratore delegato in Italia del colosso cinese ha annunciato un investimenti 1,2 miliardi di dollari in marketing e 52 milioni in ricerca e sviluppo con la creazione di tremila posti di lavoro: mille diretti e duemila indiretti.

“Solo da Stm (azienda che produce semiconduttori e componenti elettronici, ndr) abbiamo realizzato acquisti per 290 milioni e vogliamo crescere”, ha detto  Miao, convinto che in Italia l’azienda non avrà problemi derivanti da quelli innescati dal bando imposto dagli Stati Uniti, la cui sospensione scadrà il 19 agosto. Miao, ha citato le “politiche trasparenti e aperte” del governo: “Abbiamo un approccio sostenibile alla catena di forniture, con un piano A e un piano B: non importa se avremo le forniture americane, riusciremo comunque a garantire l’equipaggiamento”. Anche con i partner italiani è “business as usual”, ha aggiunto.

In ogni caso “aspettiamo buone notizie e speriamo di poter finalmente applicare il piano A perché il piano B è pensato per il peggior scenario e nessuno vuole lo scenario peggiore”.  “Voglio chiedere regole trasparenti, efficienti e giuste per il golden power sul 5G” ha detto, “Ora si applica solo ai fornitori non europei. Dovrebbe essere applicato a tutti perché la tecnologia è neutrale. Deve essere collegato a tutti gli attori per essere sicuri di avere dal primo giorno una rete sicura e affidabile. E’ una necessità per il Paese essere pronto prima del lancio”, ha aggiunto, spiegando che le regole sul tema non sono chiare e citando l’estensione del periodo di approvazione dei fornitori che “non rappresenta una semplificazione”.

Italia e Cina sono complementari dal punto di vista economico e saranno sempre più vicine, ha ancora detto Miao, “Sono due Paesi che da un punto di vista economico sono ben accoppiati. L’Italia ha bisogno della Cina e la Cina ha bisogno dell’Italia: da un punto di vista commerciale sono molto ottimista”. 

Huawei ha anche annunciato una collaborazione con l’Università di Pavia, con cui realizzerà il Microelectronics Innovation Lab, con un investimento di 1,7 milioni di dollari. II laboratorio sarà operativo a partire da settembre e impiegherà una quindicina di ricercatori, incluso personale di Huawei, presso locali all’interno dell’Università. “Il nuovo laboratorio opererà nel campo della microelettronica e delle tecnologie ad alta frequenza. Nello specifico, il Lab pavese, sotto la guida del professor Rinaldo Castello, si focalizzerà inizialmente sulla ricerca per lo sviluppo di nuove generazioni di dispositivi per applicazioni ottiche coerenti e non coerenti nelle tecnologie Cmos (Complementary Metal-Oxide Semiconductor) e FmFET (Fm-shaped Field Effect Transistor), con l’obiettivo di estendere, nel corso dei prossimi tre cinque anni, la ricerca all’innovazione tecnologica nel campo dei semiconduttori per applicazioni wireless nel contesto del 5G”, spiega una nota.

“Questa collaborazione con l’Università di Pavia è un’ulteriore conferma della centralità dell’Italia nella strategia globale di Huawei”, ha commentato Miao. “Vogliamo fornire nuove opportunità per favorire l’attrattività dell’Italia e frenare la cosiddetta ‘fuga dei cervelli’ che ha contribuito alla creazione del divario digitale oggi esistente con gli altri Paesi dell’Unione Europea”. 

Agi

Una fusione da 65 miliardi nel settore delle biotecnologie

Bristol-Myers Squibb ha annunciato l'acquisto di Celgene, una delle maggiori società biotech statunitensi, per 74 miliardi di dollari in contanti e azioni, circa 65 miliardi di euro. Al termine dell'operazione, informa una nota, gli azionisti di Bristol-Myers Squibb deterranno il 69% della nuova societaà mentre a quelli di Celgene farà capo il restante 31%. Gli azionisti di Celgene riceveranno un'azione Bristol-Myers Squibb e 50 dollari cash per ogni titolo in loro possesso, con un premio del 53,7% sul valore di Borsa. 

Celgene è una società biofarmaceutica americana, con sede nel New Jersey e attività in diversi paesi. Ha circa 7.000 addetti e nel 2017 ha fatturato oltre 13 miliardi di dollari, producendo utili per 2,5 miliardi. Negli ultimi anni è stata protagonista di una crescita notevole in termini di prodotti. Il focus della compagnia è sui trattamenti di vari tumori del sangue, tra cui il mieloma multiplo. È inoltre una società farmaceutica completamente integrata, nel senso che tutto lo sviluppo di una nuova medicina, dalla scoperta alla produzione, dalla conduzione dei clinical trials al marketing, viene svolto internamente. Negli ultimi anni è stata protagonista di diverse acquisizioni di più piccole aziende biotecnologiche: tra queste Signal Pharmaceuticals nel 2001 e Abraxis BioScience nel 2010. 

I pionieri dell'immunoterapia

Bristol-Myers è un colosso che ha aperto la strada all'immunoterapia del cancro con il suo Yervoy e più tardi con Opdivo, ma è stato messo sotto pressione dal Keytruda, il trattamento rivale della Merck, che cura il cancro al polmone, il più redditizio mercato dell'oncologia. L'accordo creerà una società incentrata su nove trattamenti, che rappresentano più di un miliardo di vendite annuali e assicura una potenziale crescita significativa nell'oncologia, nell'immunologia e nelle malattie infiammatorie e cardiovascolari. 

Agi News

Una startup da 3 miliardi sta facendo vincere alla Cina la partita dell’intelligenza artificiale

Se il predominio cinese nell’intelligenza artificiale è sempre più tangibile lo si deve anche a una start up di Hong Kong specializzata nel riconoscimento facciale: si chiama Sense Time. Nata nel 2014 dall’idea di un ambizioso professore universitario, Tang Xiaoou, è stato però un suo ex allievo, Xu Li, 40 anni, a lanciarla due anni dopo, diventandone Ceo.

Ha appena ricevuto un finanziamento di 600 milioni da una cordata di investitori (tra cui Temasek e Suning) guidata da Alibaba, raggiungendo così il valore di 3 miliardi di dollari; pochissime società statunitensi riescono a valere tanto basandosi quasi unicamente sul riconoscimento facciale, che in Cina ha conosciuto un vero boom. La società gode anche del sostegno di altri investitori, tra cui il colosso americano dei processori, Qualcomm, e il gigante cinese del real estate, Dalian Wanda. Ha clienti in tutto il mondo (oltre 400) e si sta espandendo in altri settori, come il deep learning e la guida autonomia, scrive il Financial Times.

Il cliente più grande? Ovvio: il governo cinese (30% del portfolio, scrive Quartz), che punta a trasformare l’AI in una industria da 150 miliardi di dollari entro il 2030, e dal quale Sense Time ha ottenuto pieno accesso ai dati dei cittadini. Non c’è solo questo: la Cina ha già assunto una posizione dominante nel mercato mondiale della videosorveglianza, e sta conducendo vari esperimenti che utilizzano il riconoscimento facciale per tracciare ogni movimento della popolazione. Dei giorni scorsi la notizia dell’arresto di un uomo sospettato di reati economici individuato dalle forze dell’ordine durante un concerto pop a Nanchang, nella Cina sudorientale, in mezzo a 50mila persone.

In Cina si contano già 176 milioni telecamere di sicurezze, con un incremento annuale del 13% dal 2012 al 2017; un dato che fa impallidire il 3% che ne scandisce la crescita a livello globale.

Sense Time, che in comune con i suoi principali rivali, Megvii e Yitu, ha l’altissimo valore di mercato, non è l’unica società ad avere avviato sperimentazioni con le forze di polizia. Nel febbraio scorso, in occasione del consueto esodo di massa per i festeggiamenti del Capodanno lunare, la polizia ferroviaria di Zhengzhou (capoluogo della provincia dello Henan) arrestò sette ricercati e altri 26 truffatori in possesso di falsi documenti. Sugli occhiali degli agenti era stata montata una mini telecamera in grado di realizzare uno screening di massa quasi perfetto. Il dispositivo era stato realizzato da LLVision Technology Co.

Il ministero per la Pubblica Sicurezza nel 2015 ha lanciato un piano che punta a creare un sistema in grado di collegare in pochissimi secondi il volto di ciascun cittadino con la foto identificativa: un database utilizzato per motivi di sicurezza ma le cui immaginabili conseguenze in termini di privacy per i cittadini ha già sollevato molti dubbi.

Nella corsa a immagazzinare i dati degli utenti, inestimabile tesoro da usare in vari ambiti, dalle campagne pubblicitarie al sistema di credito sociale, il programma di rating che assegna un voto alle attività online dei cittadini e delle imprese, Alibaba, Tencent e Baidu da tempo trasferiscono alle forze dell'ordine le tracce elettroniche degli utenti, dalle chat agli acquisti online.

Il riconoscimento facciale – tema caldo in questi giorni con l’arrivo della controversa tecnologia su Facebook in Europa – sta rivoluzionando anche altri settori, dal retail banking ai pagamenti online.

Pochi cinesi hanno probabilmente sentito parlare di Sense Time. Che però di loro sa tutto. Se entri al negozio di Suning, il colosso dell’elettronica cinese (quello che ha comprato l’Inter), è possibile che una telecamera di sicurezza stia registrando ogni tuo movimento: dentro c’è un software di Sense Time.

Se apri Rong360, un’app molto popolare in Cina che serve a farsi prestare soldi da altra gente (il cosiddetto “peer-to-peer lending”: un sistema di crowdfunding individuale che sopperisce alla carenza del credito finanziario), ti verrà chiesto di fare login con il riconoscimento facciale.

Chi lo sviluppa? Sense Time. Potrebbe poi venirti voglia di farti un video e mandarlo agli amici utilizzando Snow, app simile a Snachap, indossando occhiali per la realtà aumentata – fatti da Sense Time. Dalle prigioni ai grandi magazzini, Xu Li corteggia pubblico e privato (tra i suoi clienti figura anche Walmart).

Mentre continuano le schermaglie commerciali tra le due principali economie del mondo (stando a un rapporto di Rhodium Group, gli investimenti diretti cinesi negli Stati Uniti sono calati del 35% nel 2017; flessione da imputare in parte ai controlli delle autorità di Pechino sul movimento di capitali, ma soprattutto alle attività di interdizione esercitate dall’agenzia Usa sugli investimenti esteri: Cfius), uno dei settori nei quali Washington teme di perdere l’egemonia è proprio l’intelligenza artificiale.

Il rivale asiatico potrebbe avere già vinto, a partire dal settore militare. L’innovazione è il terreno in cui si consuma uno scontro più ampio: la Cina ha già scavalcato il Giappone come seconda potenza al mondo per brevetti internazionali, e l’Onu prevede il sorpasso sugli Usa in tre anni. Donald Trump, per sabotare le ambizioni del presidente cinese Xi Jinping, ha lanciato una dura rappresaglia contro i prodotti tecnologici. Il bersaglio è il Piano Made in China 2025, il programma di innovazione manifatturiera del gigante asiatico. Pechino ha risposto con controdazi che colpiscono la base elettorale del presidente americano. 

Agi News

Mobike è stata venduta per 2,7 miliardi 

La società cinese Meituan Dianping ha acquisito la startup di bike sharing Mobike​. La cifra dell'operazione non è ufficiale, ma secondo TechCrunch dovrebbe essere di 2,7 miliardi di dollari.
Meituan Dianping è una società che offre diversi servizi digitali (dall'e-commerce alle consegne di cibo a domicilio), è in forte crescita ed è valutata intorno ai 30 miliardi di dollari. Nell'ottobre 2017 ha ricevuto un mega-round da 4 miliardi. Mobike continuerà a operare con un proprio marchio.

L'operazione segna un'ulteriore manovra nel bike sharing cinese, che dopo una fase di disordinata espansione si sta coagulando attorno a due protagonisti: Mobike e Ofo. Dietro ai quali però ci sono gruppo ben più grandi. L'affare Meituan Dianping-Mobike avvantaggia infatti Tencent, che è già azionista di entrambe le società. E si contrappone agli investimenti di Alibaba, che invece ha puntato su Ofo (la startup delle bici gialle approdata, come Mobike, anche in Italia). Il gruppo fondato da Jack Ma ha guidato un round da 866 milioni di dollari il 13 marzo e uno da 700 milioni lo scorso luglio.

Il bike sharing cinese, per quanto giovane, sta quindi attirando i capitali delle grandi società. Ofo​, fondata nel 2014, ha raccolto 2,7 miliardi di dollari. E Mobile (fondata nel 2015) ne aveva ottenuto 928 milioni prima dell'acquisizione da parte di Meituan Dianping.

Agi News

Storia di Yoox, l’ex startup italiana che oggi vale 5,3 miliardi

5 ottobre 2015. Alle 9.00 del mattino la campanella di Piazza Affari suona il primo vero trionfo della digital economy italiana. In elegante abito scuro e volto visibilmente emozionato, Federico Marchetti, fondatore e amministratore delegato di Yoox, fa debuttare in Borsa la newco nata dopo la fusione con Net-A-Porter. Si chiama Ynap, un colosso dell'e-commerce capace di generare un volume d'affari da 2 miliardi l'anno e che adesso Richemont ha deciso di acquistare offrendo 38 euro per azione. 

Quel 5 ottobre, l'intero palazzo della Borsa fu addobbato con un fiocco nero. Come un enorme pacco regalo nel cuore di Milano. Era un po' il regalo che Yoox faceva all'intero settore della moda italiana, portandola online. E alcuni dei personaggi più influenti della moda italiana erano lì. Riuniti sul parterre (anche questo nero) che copriva le scale di Piazza Affari, salutano l'evento tra gli altri Renzo Rosso (Diesel), Lapo Elkann (Italia Independent) e il numero uno di Borsa Italiana Raffaele Jerusalemi.

"Quando ho fondato la mia startup ho ragionato sul fatto che L'Italia è il primo produttore di prodotti di alta moda, e il terzo consumatore al mondo. Ho cercato di portarla online", aveva detto allora ai cronisti Marchetti. E ci è riuscito. Perchè da allora, quando dopo la quotazione raggiunse un valore di 3,8 miliardi, Yoox divento ufficialmente il primo (e unico) unicorno italiano, ovvero una tech company con una valutazione superiore a un miliardo. Difficile crederlo, ma Yoox era una startup, anche se al tempo in cui di startup non si parlava molto, almeno in Italia. 

L'inizio, vero, in un garage

Dietro Yoox ci sono tutti i classici elementi della storia di una startup. E a guardarli bene si possono leggere tutti i passi, e gli eventi, che servono per crearne una di successo, e cosa oggi manca alle nuove digital company per fare lo stesso.

Partiamo da un'icona. La più classica di tutte: il garage. È davvero il posto da cui tutto è partito per Yoox. Un garage a Casalecchio di Reno, Bologna, dove Marchetti (che in realtà è nato 49 anni fa a Ravenna), ha lanciato Yoox.

Siamo alla fine del 1999 quando Federico Marchetti, allora trentenne, decide di lasciare il suo lavoro per fare un'azienda sua. Una laurea alla Bocconi, un master alla Columbia University, e poi la scelta di diventare imprenditore in proprio mentre collassava la net economy con lo scoppio della bolla dotcom che l'ha gonfiata. Proprio mentre i venture di allora, così propensi a finanziare qualsiasi tipo di startup che si occupasse di internet, chiudevano i rubinetti. 

 Marchetti per partire cerca i primi contatti sulle pagine gialle. "Allora Google non era ancora così usato per cercare numeri e contatti di persone", scherza. E gli capita sotto gli occhi il nome di Elserino Piol, l'uomo d'affari "geniale e ruvido" che ha finanziato imprese come Vitaminic, Click.it, ma soprattutto Tiscali con i due fondi legati di Kiwi. Il padre del venture italiano, per alcuni il "vero padre dell'Internet in Italia". In sintesi, l'uomo che più è stato in grado di far diventare business veri le più grandi innovazioni tecnologiche italiane.
 

Il primo finanziamento: 3 miliardi. Nasce Yoox, un nome particolare

 

Piol dà a Marchetti 3 miliardi di lire per cominciare. Una cifra enorme, quasi impossibile da racimolare oggi per qualsiasi startup nostrana che al massimo per iniziare può ambire a 100.000 euro. Ma nemmeno allora era così frequente. Però a Marchetti capita il colpaccio. "Tre miliardi sono tanti", ha detto in un'intervista a Repubblica nel 2014, "ma nemmeno troppi. In Gran Bretagna o in Germania i finanziamenti sfondano il tetto dei 10 milioni, è così che si fa crescere una startup. Non si fa un matrimonio coi fichi secchi". 

La società nasce a marzo 2000. Il nome è un pò sofisticato, ma per Marchetti era tra le cose nemmeno da discutere. La Y e la X sono in simboli che in medicina rappresentano l'uomo e la donna. In mezzo due "O" che sono la lettera più simile allo "0" che sta per il dna. Yoox nel nome vuole collegarsi al mondo maschile e femminile della moda, con un dna che la leghi a internet.

Aprono i battenti il 21 marzo, il primo giorno di primavera. La loro primavera. "La prima commessa? In Olanda, perchè Yoox nasce già con un respiro internazionale. La ricordo ancora è arrivata il 21 di giugno dello stesso anno", tre mesi dopo. Era il primo giorno d'estate. E ogni anno festeggiano il compleanno di Yoox il primo giorno d'estate con una mega festa con tutti i dipendenti, "la vera forza di Yoox".
 

Il Mago di Oz della moda italiana

In ufficio pare che chiamino Marchetti il Mago di Oz. Si impone, ha un carattere molto forte e un pò è temuto dai dipendenti, ma chi lo conosce bene sa che non c'è nulla da temere. è uno che deve prendere le decisioni. E non è mai facile farlo.

Yoox cresce. Conquista i giornali di mezzo mondo, è tra le più forti digital company europee. Il fatturato aumenta di anno in anno, con una progressione che una startup deve avere. Nove anni dopo è un colosso e sbarca in Borsa. La società all'inizio era di Marchetti per il 9,8%, mentre il 70% era in mano ai fondi Kiwi, con un 20% in possesso di altri investitori. Il 2009 è l'anno dell'Ipo al segmento Star della Borsa Italiana: le azioni valevano 4,3 euro per una valutazione di circa 95 milioni.

Negli anni successivi i fondi di venture hanno ridotto gradualmente la loro presenza nell'azionariato. Il flottante (le azioni scambiate in Norsa) fino al 2014 rappresentavano l'80% dell'intero pacchetto azionario. Wired Uk nota la sua storia e gli dedica una copertina riuscitissima. "Fashion goes Tech" (il fashion diventa tech), titolava il magazine su una sua immagine in giacca e cravatta con un cipiglio da uomo d'affari, ma con l'aria ancora scanzonata dello startupper.

Nel 2015 un'altra primavera. A fine marzo nasce la Yoox Net-a-porter dalla fusione tra la società del "ragazzo" di Ravenna (oggi 49 anni) con un altro colosso dell'ecommerce, Net-a-Porter. Nella nuova società il 50% delle quote erano in mano a Yoox, il resto a Richemont. La newco valeva 1,3 miliardi. Ma alla guida rimane Marchetti, mentre il capo di Net-a-Porter Natalie Massenet diventa presidente.

Richemont lancia l'Opa, valuta l'azienda 5,3 miliardi

Il 22 gennaio l'ultimo atto: Compagnie financiere de Richemont annuncia il lancio di un'Opa totalitaria su Yoox Net-A-Porter a un prezzo di 38 euro per azione. Il gruppo è già azionista di maggioranza relativa con una quota del 24,97%. Il prezzo rappresenta un premio del 25,6% rispetto alla chiusura di borsa di venerdì e del 27% rispetto al prezzo medio ponderato nei 3 mesi precedenti e sarà interamente pagato in contanti. Il 100% significherà per Marchetti e primi investitori l'exit, probabilmente definitiva. Che potrebbe magari significare l'inizio di una nuova avventura imprenditoriale.

L'esborso massimo per Richemont nel caso di adesione completa all'Opa lanciata su Yoox sarà di 5,7 miliardi di euro. L'offerta riguarda il 75,03% del capitale, vale a dire 68,463 milioni di azioni, più ulteriori 2,328 milioni di azioni che Yoox potrebbe emettere al servizio delle stock option per manager e dipendenti, ed eventualmente altre 2 milioni di azioni da emettere nel caso di un cambio di controllo.

Federico Marchetti si è impegnato ad apportare all'offerta tutte le azioni ordinarie di Yoox di cui è titolare, pari al 5,7% del capitale, oltre a tutte quelle che acquisirà prima della data di avvio dell'offerta. Il patto parasociale tra Richemont e Marchetti si risolvera' per mutuo consenso. L'offerta è finalizzata alla revoca del titolo dalla quotazione di borsa, che potrà derivare dal raggiungimento di una quota di almeno il 90% di Yoox o dalla fusione tra questa e Rlg Italia, la società veicolo di Richemont che lancerà l'offerta. 

Agi News

Lo stato del digitale in Italia: 5,5 miliardi di spese, risultati zero o quasi. Un’inchiesta

La trasformazione digitale della Pubblica amministrazione per ora non ci sarà. Mancano persone competenti, i progetti sono portati avanti con ritardi inaccettabili, spesso non vengono nemmeno finiti, e quelli portati a termine spesso non producono alcun beneficio ai cittadini.

È la fotografia emersa da un’indagine della Commissione parlamentare di inchiesta sul livello di digitalizzazione e innovazione della pubblica amministrazione e sugli investimenti nel settore delle tecnologie: 160 pagine da cui emerge una situazione si assoluta arretratezza dell’Italia digitale, fatta di ritardi, sprechi e disservizi che hanno come unica conseguenza lo “scarsissimo utilizzo dei servizi online da parte dei cittadini”, che mostrano un basso gradimento di quanto fatto finora. La Commissione era composta da 20 parlamentari, guidati dal presidente Paolo Coppola (Pd), e due vice: Federico D’Incà (M5S) e Mara Mucci (gruppo misto). A colloquio con Agi, Coppola spiega: "Hanno la testa nel secolo scorso. Chi ha potere decisionale non capisce il digitale. E ne ostacola l'applicazione". 

5.5miliardi di spesa, pochissimi risultati

“Dai lavori della Commissione non si può desumere che la spesa ICT sia eccessiva (5,5 miliardi calcolati, 85 euro per ogni cittadino, ndr), ma sicuramente emerge una scarsa capacità di controllo della qualità della spesa, soprattutto per quanto riguarda i sistemi informativi e l’impatto che dovrebbero produrre, sia in termini di risparmi, sia in termini di miglioramento della qualità dei servizi, che non viene quasi mai misurato”.

Non solo: “La mancanza di adeguate competenze interne impedisce alla PA di contrattare adeguatamente con i fornitori, di progettare correttamente le soluzioni necessarie, di scrivere bandi di gara che selezionino il prodotto o il servizio più adeguato e aperto a nuove implementazioni e, infine, di controllare efficacemente lo sviluppo e la realizzazione delle soluzioni informatiche”. Questo comporta che “si portano avanti i progetti, spesso con ritardi inaccettabili, ma anche quando sono conclusi sembra che non abbiano portato nessun miglioramento sostanziale e si passa quindi al progetto successivo, in un circolo vizioso”. Ma è solo una delle criticità emerse.

Le principali criticità emerse

Anagrafe digitale: ritardi ed errori 

“Il progetto dell’Anagrafe nazionale della popolazione residente ha sofferto problemi di scarse competenze tecnologiche lato ministero dell’Interno e manageriali lato sia ministero sia Sogei (la controllata dell’Economia che si occupa dei servizi informatici della pubblica amministrazione, ndr)”. A fronte di una spesa consistente: “23 milioni di euro stanziati non sono stati sufficienti a portare a compimento il progetto a causa di ritardi anche nella definizione dei decreti attuativi, errori nella perimetrazione dettata dalla legge inizialmente troppo limitata all’anagrafe e non estesa allo stato civile, scarso coinvolgimento degli stakeholder nella fase di progetto e realizzazione”.

Il caso dell’anagrafe è quello che ha portato la Commissione ad evidenziare un’idea “coercitiva della digitalizzazione” che ha “sottovalutato la complessità del dominio portando a ritardi che hanno sicuramente comportato sprechi in quanto parte della cifra stanziata ha dovuto essere utilizzata per continuare a mantenere in esercizio per un tempo maggiore di quello preventivato il vecchio sistema”. Fino a quando tutto non è passato in mano al team digitale del Commissario straordinario Diego Piacentini che, si legge, “ha apportato le necessarie competenze manageriali”. 

Sistema informativo agricolo: un caso simbolo di scarsa competenza

Una delle inchieste che hanno maggiormente impegnato la commissione è stata quella della Sian, il Sistema informativo agricolo nazionale che assicura i servizi necessari alla gestione delle politiche comunitarie. “Rispetto al Sian le criticità maggiori emerse riguardano l’eccessivo sbilanciamento delle competenze tecnologiche presenti nei fornitori e quasi totalmente assenti nella parte pubblica con la conseguente sostanziale impossibilità di controllo di qualità e di adeguato dimensionamento della spesa”, si legge nella relazione della Commissione.

La scelta della pubblica amministrazione di affidare la gestione del servizio “ad un misto di pubblico e privato” ha portato “ad un sistema inefficace in cui la qualità del servizio non è sufficiente”. Oggetto di inchieste giornalistiche, per Sian è stato programmato un software la cui complessità “rende impossibile valutare se funzioni o meno”. Ma emergono comunque criticità come “duplicazione dei dati” e “problemi dell’interfaccia web tra cui l’apertura di centinaia di pop-up e log-in sumultanei”. Sian è “un esempio paradigmatico di una serie di errori nella gestione della spesa ICT”: la Commissione “si è trovata di fronte ad un caso in cui la carenza di competenze tecniche dal lato della committente pubblica ha portato l’amministrazione ad affidarsi completamente alle dipendenze del fornitore”. 

2 milioni di sprechi per 'oroscopi e servizi erotici'

Chiamate ai call center, oroscopi, giochi e servizi erotici sono una fonte di spreco per la pubblica amministrazione. I servizi Ict offerti, infatti, vengono utilizzati per servizi che caricano sullo Stato “spese aggiuntive”. La Commissione ha ottenuto da Tim una stima: gli sprechi ammontano a 8,3 milioni di euro. Monitorando queste spese tra aprile e giugno, la Commissione ha potuto accertare in cosa consistono. Tra le voci più consistenti c'è quella per i servizi di call center di compagnie telefoniche, banche e imprese di trasporti. Ma ci sono anche spese per “intrattenimento premium”, cioè “servizi interattivi” (spesso via sms) su notizie, oroscopi, giochi, informazione sportiva e servizi erotici per adulti. Spesa: 428 mila euro in tre mesi. 
 

L'intervista: "Corruzione e paura: perché i burocrati italiani non vogliono il digitale"
 

La relazione parla di servizi “inutili”: “Il quadro emerso certifica uno spreco di risorse pubbliche. Per evitare un tale spreco di denaro pubblico, sarebbe necessario ed opportuno prevedere, all’interno delle convenzioni con i gestori di telefonia, il blocco automatico dei servizi aggiuntivi descritti per i contratti con la Pubblica Amministrazione. Il fatto che le Pubbliche Amministrazioni non abbiano bloccato negli anni l’uso di questi servizi è una indicazione chiara della mancanza di controlli sugli addebiti in fattura”.

Errori innumerevoli nella banca dati dei contratti pubblici. È inutilizzabile

Da quanto emerge dall’inchiesta, il filone d’indagine sulla Banca Dati Contratti Pubblici dell’Anac, autorità nazionale anticorruzione, non ha potuto produrre alcun risultato. Il motivo è che sono stati immessi male, tanto da renderla inutile. “Le analisi delle tipologie di gara, della distribuzione dei fornitori, dei tempi medi di aggiudicazione, degli scostamenti tra bandito e aggiudicato, del numero di partecipanti, che potrebbero essere ottimi strumenti di controllo tesi a verificare l’esistenza di schemi corruttivi, non possono essere utilizzati.

Gli errori presenti nella banca dati sono innumerevoli” e dall’indagine emerge che “l’intero processo di acquisizione dei dati è estremamente inefficiente e inefficace”. Un esempio? “I dati vengono immessi più volte, in tempi diversi, senza un vero controllo in fase di inserimento, con il personale di Anac impiegato nel faticoso, quanto poco utile, compito di controllare a posteriori i dati e chiedere le correzioni o integrazioni necessarie, rendendo tutto il processo uno spreco di tempo, e quindi di denaro pubblico”. 

Altro che digitale, il pubblico è ancora il regno della carta

La digitalizzazione della PA viaggia “a due velocità”. Da una parte si assiste a un progresso dei servizi a contatto con i cittadini. Dall'altra c'è un grave ritardo nella gestione dei processi interni, ancora troppo dipendenti dalla carta. La relazione sottolinea alcuni elementi positivi: “I siti web delle amministrazioni tendono ad offrire contenuti sempre più uniformi e standardizzati”, c'è “impegno nel favorire gli open data”, e alcuni servizi come la fatturazione elettronica sono sempre più diffusi. Dietro le quinte, però, “le amministrazioni palesano gravi criticità, ritardi, resistenze ed inadempienze”, afferma la Commissione.

La PA “si affida ancora troppo alla carta”. Un esempio citato racconta più di mille numeri: due ministeri hanno risposto alle domande della Commissione sullo stato di digitalizzazione “facendo pervenire un documento cartaceo contenuto in una busta, trasportata e consegnata per mezzo di un motociclista”. Se dai ministeri si va nei comuni, la situazione è simile: l’86% prevede ancora dei procedimenti che hanno bisogno di timbri, firme e sigle a margine. E solo il 26% dei servizi è accessibile attraverso Spid. Ci sono quindi forti resistenze, nonostante l'80% dei municipi affermi che ha risparmiato grazie alla digitalizzazione.

Nalla Pa lavorano 32mila dipendenti sull'Ict, eppure servono competenze

Nonostante la Commissione di inchiesta parlamentare sulla digitalizzazione abbia evidenziato la mancanza di competenze nella PA, secondo le stime del Piano triennale dei costi per l’informatica nella Pubblica Amministrazione redatto dall’Agid sarebbero 32 mila i dipendenti pubblici che lavorano nel campo dell’ICT, ai quali si aggiungono altri 10 mila dipendenti delle società in house centrali e locali. Il piano stima anche l’esistenza di circa

  • 11.000 data center delle pubbliche amministrazioni,
  • 25 mila siti web e circa
  • 160 mila basi dati, sui quali si appoggiano oltre 200 mila applicazioni. 

Alla frammentazione si aggiunge un altro problema: “Dalla seduta della Commissione del 14 dicembre 2016 è emerso come si tenda ad esternalizzare molto, con la conseguenza di incrementare la difficoltà nell’effettuare investimenti mirati e necessari”. Un freno che cozza la spending review: “La razionalizzazione dei costi- afferma la Commissione – risulta molto più semplice quando si rielaborano i processi in chiave digitale”. 

67 audizioni, un terabyte di dati raccolti: "Servono profili adeguati"

Il lavoro di indagine è durato un anno: 67 audizioni tra istituzioni e società di consulenza e un terabyte di documenti analizzati che inchiodano la macchina statale, la cui maggiore criticità è quella di disporre di un personale inadeguato al compito di digitalizzare il Paese. Nel testo si legge che la Pa “non può più procrastinare un adeguamento delle competenze del personale dirigenziale” sia attraverso un “massiccio investimento in formazione, sia attraverso una ineludibile immissione di nuovo personale soprattutto a livelli apicali”.

Dunque, prima di tutto, nella pubblica amministrazione mancano le figure necessarie alla digitalizzazione del Paese. Eppure la normativa italiana prevedeva queste figure già dal 1993, e, andando ancora più indietro, nel 1981 il Cnel parlava dell’informatica come “strumento di riforma di una pubblica amministrazione che voglia essere moderna e produttiva”. Trentasei anni dopo, la nostra macchina burocratica manca ancora di queste figure. Ma cambiare il passo della digitalizzazione dell’Italia non passa soltanto dal fornire la PA di nuove figure, meglio formate. 

Le soluzioni: rafforzare l'Agid e cambiare mentalità

Una seconda indicazione riguarda “il rafforzamento dell’Agenzia per l’Italia digitale, sia dal punto di vista finanziario, sia da quello della dotazione organica” perché secondo la Commissione “non riesca a svolgere tutte le sue funzioni” rispetto alla “vigilanza e controllo sul rispetto delle norme del Codice dell’amministrazione digitale”. Ma molto passa anche da una revisione delle linee guida per la fornitura dei sistemi informativi “che preveda studi di fattibilità e progettazione prima della messa a bando della realizzazione, in modo da specificare meglio gli obiettivi di digitalizzazione e gli indicatori di risultato del progetto”. Un cambiamento culturale profondo, che passi dalla logica “al massimo ribasso sul costo” ad una logica di prodotto, “con opportune metriche di qualità”.

@arcangelorociola

 

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Nelle banche italiane ‘dormono’ miliardi di euro: 5 cose da sapere per svegliarli (e non perderli)

Dimenticarsi di avere dei soldi in banca e perderli definitivamente. Sembra un incubo, eppure è possibile, secondo la legge italiana. Comunemente si chiamano conti dormienti, ma in realtà non si tratta solo di conti correnti. Possono essere libretti di risparmio, azioni, obbligazioni o titoli di stato, finiti nelle casse dello Stato perché semplicemente nessuno li ha toccati per dieci anni. Il modo di recuperare i soldi in teoria c’è, ma la gran parte delle persone non lo sa. Secondo la ricostruzione di Repubblica, grazie ai conti dormienti, lo Stato ha messo da parte negli ultimi dieci anni un tesoretto di oltre due miliardi di euro.

Risorse smarrite dai cittadini che vengono ridestinate per indennizzare i risparmiatori vittime di frodi finanziarie. Ecco come funziona:

Quali conti possono diventare dormienti?

Con il D.P.R. n. 116 del 22 giugno 2007, è previsto che diventino dormienti i depositi di somme di denaro e di strumenti finanziari in custodia ed amministrazione; i contratti di assicurazione in tutti i casi in cui l'assicuratore si impegni al pagamento di una rendita o di un capitale al beneficiario ad una data prefissata. In ciascuno di questi casi il valore deve essere superiore ai cento euro.

Dove vanno a finire i soldi?

Trascorso il periodo di tempo di 10 anni, l'Istituto che custodisce il fondo è tenuto a inviare all’ultimo indirizzo conosciuto del titolare del rapporto un invito a impartire disposizioni entro il termine di 180 giorni dalla data della ricezione. In parole povere, a “svegliare” il deposito. Trascorsi i 180 giorni il denaro diventa disponibile per essere versato in un Fondo del Ministero dell’Economia e delle Finanze creato ad hoc.

Perché i soldi possono sparire?

Alcuni casi particolari potrebbero determinare la perdita del fondo. Per esempio, se il titolare fosse deceduto, la banca non sarebbe tenuta a comunicare agli eredi il decorrere dei dieci anni previsti dalla legge. Le banche in realtà poterebbero anche non conoscere l’identità degli eredi del titolare di un conto corrente. La raccomandata in ogni caso arriverà “all’ultimo indirizzo conosciuto”. Devono essere gli eredi a comunicare alla banca loro diritto di subentrare come titolari del conto.

Soldi persi per sempre?

In realtà no. Il titolare del deposito drenato dal Ministero può fare domanda, entro dieci anni, alla Consap, una controllata del Tesoro creata apposta per gestire le restituzioni a chi ne ha diritto.              

 

 

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In arrivo tra 20 giorni 20 miliardi di rimborsi Irpef per… 21 milioni di italiani 

Una bella notizia per 21 milioni di italiani: tra la fine di questo mese e l'inio di settembre incasseranno circa 20 miliardi di euro (19 miliardi 604.410) di rimborsi irpef 2016. Lo rende noto la società UHY Italy, che ha effettuato un'analisi sulle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche. Secondo questa ricerca il l'importo medio che sarà restituito si aggira intorno ai 950 euro a persona. La stessa UHY Italy informa in una nota che "Negli ultimi 5 anni i crediti Irpef sono passati dai 15,5 miliardi per il 2011 ai 19,6 del 2015 (+26%), fino ai 20 miliardi stimati per il 2016. In totale nel quinquennio 2011-2015 i contribuenti hanno recuperato oltre 90 miliardi di imposte pagate in eccesso. L'importo medio restituito è salito da 850 euro del 2011 a 940 del 2015. La platea dei creditori e salita da 18,2 milioni per il 2011 a 20,8 per il 2015. Le somme derivano in gran parte da oneri deducibili (spese mediche, interessi su mutui per la casa, polizze vita e infortuni, etc) e dal bonus per la ristrutturazione".

Scrive Repubblica: "Quello che arriva è dunque un bonus sempre più "pesante", se così si può dire: non bisogna infatti dimenticare che si tratta pur sempre di cifre che sono state trattenute dalle buste paga, ma in eccesso rispetto a quanto dovuto al conteggio complessivo di redditi e deduzioni. Si tratta dunque di "soldi dei contribuenti" che tornano a loro. Ma non si può negare che, dopo averli visti svanire dall'assegno di fine, fa piacere vederli ritornare, tutti insieme, in un periodo dell'anno magari complicato perché coincide con il rientro dalle ferie che potrebbero aver asciugato il conto corrente di molti".

Dal Giornale di Sicilia: "Il rimborso nella gran parte dei casi transita attraverso il datore di lavoro o l'ente che eroga la pensione. Il pagamento perciò avviene fra luglio e settembre. 'Il notevole peso delle imposte ha spinto i contribuenti diventare molto più scrupolosi. Conservano scontrini e documenti e si informano sulle agevolazioni – osserva Mario Rendina, partner UHY Italy – ed una spinta decisiva è venuta dalla immediatezza dei rimborsi rispetto al passato, in cui occorrevano anni per recuperare le tasse pagate in più'. I contribuenti che chiudono le dichiarazioni a debito sono invece sono 5,3 milioni, per un importo dovuto di oltre 7 miliardi di euro (1.370 euro a testa). Il credito fiscale medio più alto spetta ai contribuenti del Trentino Alto Adige: 1.340 euro a testa in provincia di Bolzano e 1.160 in provincia di Trento".

Una buona notizia, che era seguita ad un'altra meno buona, e che ha riguardato i ritardi registrati da molti lavoratori dipendenti e pensionati che non hanno trovato nella busta paga di inizio agosto e nel cedolino della pensione i suddetti rimborsi irpef. 

 

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