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Come vanno le cose all’Ilva due mesi e mezzo dopo l’arrivo degli indiani

In due giorni, con altrettante mosse, Arcelor Mittal ha disinnescato due “mine” che rischiavano di creare qualche intralcio al cammino della nuova società che dall’1 novembre sta gestendo gli impianti già gruppo Ilva.

La prima riguarda l’aver ottenuto la revoca dello sciopero che Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb avevano indetto per lunedì prossimo, a partire dalle 7, per 24 ore. E sarebbe stato il primo sciopero per un’azienda da poco subentrata alla guida della più grande acciaieria europea. 

La seconda consiste nell’aver frenato il disagio economico, e le relative proteste, di quanti ieri mattina intorno a mezzogiorno, visualizzando il cedolino della retribuzione di dicembre, accreditata oggi sul conto corrente, hanno trovato un’amara sorpresa: la busta paga dell’ultimo mese dell’anno era decisamente più leggera rispetto a quella di mesi precedenti, colpa dei conguagli fiscali ma, soprattutto, delle addizionali locali, regionale e comunale.

Lo sciopero disinnescato

Lo sciopero di lunedì 14 gennaio era stato proclamato contro la polifunzionalità. Ovvero contro la decisione di Arcelor Mittal di trasferire temporaneamente, previa formazione professionale, un gruppo di lavoratori (una cinquantina dice l’azienda) all’interno della fabbrica, tra le manutenzioni e l’acciaieria, che è poi, quest’ultima, l’area dove gli stessi operano.

I sindacati sono insorti: Arcelor Mittal non può fare questo unilateralmente. Se c’è un problema, una fermata di impianti o un rallentamento di produzione, ne parliamo insieme e insieme troviamo una soluzione condivisa. Oltretutto, avevano detto i sindacati, Arcelor Mittal si ricordi che non ha ancora centrato i numeri relativi alle assunzioni così come previste dall’accordo al Mise: 10.700 assunti da Ilva in amministrazione straordinaria.

La trattativa con l’azienda ha appianato i contrasti. La polifunzionalità chiesta da Arcelor Mittal a fronte di casi specifici anche per non tenere il personale inattivo, resta sul tavolo ma farà parte, da ora in poi, di una procedura concordata e condivisa. Obiettivo delle parti, “poter approdare, sulla scorta di quanto realizzato è verificato, ad una specifica intesa sulla materia”.

Lo strappo tra i sindacati e con l'azienda

Nel frattempo, Arcelor Mittal ha confermato il target dei 10.700 assunti totali. Lo sciopero lunedì 14 gennaio non si farà, quindi, ma è strappo tra le sigle metalmeccaniche e tra l’azienda e l’Usb. Questo sindacato non ha accettato l’accordo, denuncerà l’azienda alla Magistratura per comportamento antisindacale e dichiara che “se Arcelor Mittal pensa che il lavoratore Ilva può ricoprire qualsiasi ruolo e mansione, non solo sminuisce la professionalità del lavoratore ma, cosa più importante, non facilità il reintegro dei lavoratori non assunti”.

Per le addizionali e le tasse che hanno falcidiato la busta paga, invece, i sindacati erano in allarme già da qualche giorno tant’è che avevano chiesto ad Ilva in amministrazione straordinaria – in quanto con dicembre ha erogato l’ultima busta paga, mentre da gennaio la competenza è tutta del nuovo gestore – di effettuare una rateizzazione. Ma la richiesta non si è rivelata possibile per due ragioni.

La prima normativa: una norma prevede che le imposte locali si paghino nell’anno successivo alla maturazione e l’Agenzia delle Entrate  prescrive che il datore di lavoro trattenga le imposte nell’ultimo stipendio in modo che possa subito versarle all’Agenzia delle Entrate. L’altra è oggettiva: nel gruppo si è nel pieno della transizione tra Ilva in amministrazione straordinaria e Arcelor Mittal, che dall’1 gennaio, finiti i due mesi di distacco dall’as, ha assunto il personale che aveva selezionato a fine ottobre.

La questione con il fisco

La soluzione trovata dall’azienda, e proposta ai sindacati, è quindi quella di offrire un anticipo di 500 euro a valere sulla busta paga di gennaio in pagamento il 12 febbraio, la prima dell’era Mittal. L’anticipo sarà fatto su richiesta individuale, riguarderà coloro che hanno percepito oggi meno di 800 euro, e avverrà con un bonifico successivo.

La richiesta dell’anticipo va fatta ad Arcelor Mittal attraverso gli uffici del personale presenti in ogni area dello stabilimento. Chi riceverà l’anticipo di 500 euro se lo vedrà poi detratto nella busta paga di gennaio. Ma quella retribuzione, pur con 500 euro in meno, non avrà – al contrario di quella presa oggi – l’aggravio delle tasse di fine anno e quindi la decurtazione sarà tutto sommato più sostenibile.

Appianati i primi ostacoli di inizio d’anno, Arcelor Mittal può quindi affrontare la partenza del 2019. A giorni è in arrivo a Taranto il primo carico di semilavorati dallo stabilimento francese di Fos. L’aiuto esterno serve a sostenere la produzione del siderurgico, oggi bassa (meno di 5 milioni di tonnellate annue) e al di sotto delle potenzialità dello stabilimento per i vincoli ambientali, in modo che possa “viaggiare” su 6 milioni di tonnellate di acciaio l’anno. Che sono anche la soglia fissata dall’Autorizzazione integrata ambientale sin quando non si completa la bonifica. 

Agi News

Borse europee aprono in rialzo dopo accordo Usa-Messico, Milano +0,06%

Le Borse europee aprono in rialzo dopo l'accordo commerciale tra Stati Uniti e Messico per una ridefinizione del Nafta, l’area di libero scambio nordamericana che comprende anche il Canada. L'intesa prevede revisioni ogni sei anni, in cui possono essere aggiunte estensioni di altri sedici anni, se le parti concordano. Il presidente Trump ha parlato ieri di "grande giorno per il commercio", definendolo "un accordo veramente buono per entrambi i Paesi".
    A Parigi il Cac 40 avanza dello 0,19% a 5.489,51 punti, a Londra l'indice Ftse 100 dello 0,77% a 7.635,77 punti e a Francoforte il Dax guadagna lo 0,32% a a 12.578,65 punti. L'indice Ftse Mib di piazza Affari esordisce a +0,06% a 20.811 punti

Agi News

Dopo la polemica sul Dl Dignità, il M5s vuole “fare pulizia” al Mef

80.000 posti di lavoro in dieci anni, ovvero 8.000 all'anno dal 2019 in poi. Sono i posti di lavoro a tempo determinato che verrebbero persi con il Dl Dignità in seguito alla stretta sui contratti a termine prevista dal testo che con l'obiettivo di combattere il precariato, limita da 36 a 24 mesi il tempo massimo di proroga per i contratti a termine.

I numeri sono contenuti nella relazione tecnica allegata al decreto, redatta dalla Ragioneria generale dello Stato, e hanno causato la levata di scudi di Pd e Forza Italia. 

Il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, però non ci sta. Il Movimento 5 stelle sul Dl dignità si gioca tantissimo, anche politicamente: è una grande occasione per arginare il protagonismo di Matteo Salvini con un provvedimento che ricordi a tutti quegli elettori con un'estrazione di sinistra (i quali magari non hanno digerito sempre benissimo l'alleanza con la Lega) che la loro fiducia è ben riposta. Il vicepremier ha affrontato la questione in una diretta Facebook, utilizzando parole piuttosto dure.

"Quel numero per me non significa assolutamente nulla"

"Leggo sui giornali che il decreto farebbe perdere ottantamila posti di lavoro, non sta da nessuna parte. C’è un altro numero, ottomila, perché nella relazione c’è scritto che questo decreto farà perdere ottomila posti di lavoro in un anno". Gli ottantamila posti di lavoro sarebbero però quelli persi in dieci anni quindi il numero è giusto. "Quel numero, che per me non significa assolutamente nulla, è apparso nella relazione tecnica al decreto la notte prima che si inviasse al presidente della Repubblica. Non è una cosa che hanno messo i miei ministeri, non hanno chiesto i miei ministeri, e soprattutto non è una cosa che hanno chiesto i ministri della Repubblica", prosegue il ministro, affermando che il Dl "ha contro lobby di tutti i tipi". "Ci tengo a dirvi che quel numero è apparso la notte prima che il dl venisse inviato al Quirinale", ribadisce, "non è un numero messo dal governo". Anche qui c'entrano le lobby?

"Nella relazione che accompagna ogni decreto legge, e quindi anche il decreto entrato in vigore oggi, che viene redatta dalla Ragioneria generale dello Stato, si legge chiaramente che 80 mila contratti a tempo determinato superano la durata massima di 24 mesi introdotta dal decreto legge", spiega il Sole 24 Ore, "e quindi tecnicamente sono in contrasto con il nuovo quadro normativo, cioé a rischio. La stessa relazione tecnica, poco più avanti, non lascia dubbi: «numero di soggetti che non trova altra occupazione dopo 24 mesi pari al 10% degli 80.000 di cui sopra (8.000)» l’anno. Nella tabella viene poi specificato che 3.300 non ritroveranno lavoro quest’anno (visto che il decreto è entrato in vigore il 14 luglio) e altri 8 mila l’anno non lo ritroveranno dal 2019 al 2028. Pertanto è vero che nella relazione tecnica non si stima l’effetto positivo che le nuove norme dovrebbero portare, ma è anche vero che al momento non sono previsti incentivi per stabilizzare i contratti a termine a rischio". Incentivi che Di Maio ha promesso ma sui quali non ci sono ancora dettagli che possano permettere di correggere la stima.

L'irritazione aumenta dopo il chiarimento del Mef

Un chiarimento arriva da fonti del Ministero dell'Economia, le quali ricordano che "le relazioni tecniche ai provvedimenti vengono consegnate dalle amministrazioni proponenti assieme al provvedimento e che nello specifico tale stima era già stata inserita nella relazione tecnica consegnata al dicastero". Stima peraltro, ricordano le stesse fonti, che è frutto di un'elaborazione dell'Inps. Quando un provvedimento viene presentato, da parte sua la Ragioneria dello Stato prende atto dei dati riportati nella relazione tecnica per valutare oneri e copertura. 

"Sono sbalordito dal fatto che il Mef abbia reagito in quel modo", replica Di Maio da Matera, "non è la parte politica ad aver inserito in relazione quei numeri, non si tratta di un decreto per ridurre posti ma per ridurre precarietà, ci sono tante lobby che ci si stanno scagliando contro, chiedo quindi al Paese ed ai cittadini una scelta di campo sul decreto dignità: bisogna capire se stare dalla parte delle lobby o delle persone".

"Fare pulizia"

Per riassumere, quel numero che secondo Di Maio "è apparso la notte prima che si inviasse al presidente della Repubblica" era già inserito nella Relazione presentata allo stesso dicastero. Un 'busillis' che fa registrare irritazione nel Movimento, nel quale, a quanto apprendiamo da fonti interne al partito, ci sarebbe la volontà di 'fare pulizia' sia alla Ragioneria dello Stato sia al Mef per avere persone di fiducia e non di chi rema contro.

Agi News

Come sta messo il Milan dopo un anno di proprietà cinese?

Un anno fa Fininvest cedeva il 99,93% di AC Milan alla Rossoneri Sport Investments Luxembourg di Li Yonghong. Per comprare il club calcistico, e depositare nello studio “Gianni Origoni & Partners” l’ultima tranche di 370 milioni dei 740 totali, Li, rimasto solo, senza cordata, e inviso al governo cinese, aveva accettato un prestito di 303 milioni dal fondo americano Elliott.

Era il 13 aprile 2017. Fu festa grande per i tifosi rossoneri, che dopo un travagliato closing, tra la difficoltà di Li di versare le caparre da conti offshore a causa, diceva lui, del blocco cinese sull’esportazione di capitali, e i dubbi crescenti sulla solidità del suo patrimonio finanziario, quel giorno tirarono un sospiro di sollievo. “Inizia un nuovo capitolo”, aveva esultato Li. “Subito in Champions, faremo un mercato importante", gli aveva fatto eco l’ad Marco Fassone.

Da quel giorno Li, 49 anni, una moglie e due figlie, si è dissolto nel nulla. A caccia di nuovi finanziamenti.

I dubbi sulla consistenza del suo patrimonio non sono ancora stati fugati, ma in un anno di profonde ristrutturazioni una cosa è certa: la squadra ha riconquistato il cuore dei tifosi. A loro Li dedica una lettera aperta in occasione del primo anniversario della nuova proprietà, pubblicata sul sito ufficiale del club, in cui Li ribadisce la determinazione a rispettare gli impegni finanziari e a far tornare grande la squadra. Nella versione originale in cinese, due le parole lasciate volutamente in italiano all'ultimo rigo: "Forza Milan".

Entro ottobre il misterioso uomo d'affari, dalla solidità patrimoniale sempre più oscura, dovrà rifinanziare il debito: 120 milioni della società rossonera, 183 della Rossoneri Lux, a cui si aggiungono gli interessi (11,5%). Se Li fallisce, il Milan passa nelle mani dell’hedge fund americano. Una eventualità che sembra sempre più vicina: il contratto firmato con Elliott stabilisce che l’escussione del pegno sulle azioni del Milan potrebbe scattare anche prima della scadenza, qualora non venissero rispettati alcuni impegni, per esempio gli aumenti di capitale.

Gli accordi stipulati con Elliott, inoltre, prevedono un nuovo aumento di capitale di 38 mila euro entro giugno. Li fino ad oggi è sempre riuscito a rispettarli, seppur con qualche ritardo: il primo anticipo da 11 milioni (richiesto all’azionista per esigenze di cassa, come gli stipendi) è infine arrivato nelle casse rossonere la settimana scorsa, senza risonanza mediatica:  “Al Milan fa notizia la normalità”, è stata la battuta filtrata dal club. Le ultime due scadenze sono previste per fine maggio e fine giugno.

Le prossime scadenze del Milan

Entro il 16-20 aprile, l’Uefa aspetta dal Milan la documentazione completa sull’avvenuto rifinanziamento (di recente Fassone si sarebbe recato più volte a Londra per chiudere la questione). Li aveva già avuto problemi con il primo aumento di capitale: a Hong Kong ha avuto difficoltà a rifondere un prestito di 8,3 milioni di dollari (circa 7 milioni di euro), scaduto il 28 febbraio scorso, che è stato trasferito alla moglie a un tasso del 24%. Rossoneri Sport Investment Co. Limited, una delle numerose società che compongono la complessa scatola societaria facente capo a Li,  aveva chiesto e ottenuto la proroga del prestito da parte dell’azienda creditrice Teamway International Group Holding (precedentemente nota con il nome di Jin Bao), tra i cui azionisti risulta esserci il marito dell’attrice Zhao Wei, che era stata giurata al festival di Venezia del 2016. 

Non solo: dopo le polemiche per il no della Uefa al voluntary agreement, ora l’ad Fassone – scrive la Gazzetta – è pronto a presentare nuovi piani, sperando di incassare un giudizio positivo a Nyon e un patteggiamento con sanzioni meno severe, contando sul miglioramento dei conti, soprattutto riguardo la semestrale (il più buono degli ultimi 10 anni: chiuso con un rosso di 22.3 milioni euro contro i 39.4 dell’anno precedente e con 106 milioni di utili contro i precedenti 102), la crescita dei ricavi da stadio (1,2 milioni di biglietti venduti) e di quelli per i diritti tv, la conquista della finale di Coppa Italia. Sullo sfondo, Elliott è già garanzia di continuità aziendale.

I dati positivi della semestrale

Plauso per la gestione Fassone. Passato in mani cinesi, il Milan ha saldato gran parte dei debiti con le banche ereditati dall’amministrazione Fininvest, grazie al bond da 73 milioni di Elliott, e investito 240 milioni per rinnovare la squadra, alzando così il valore di mercato del club e la passione dei tifosi, scrive il Giorno. Ma tentenna il business plan, che puntava alla qualificazione alla Champions League, obiettivo che oggi risulta irraggiungibile, e alla ricerca di nuovi sponsor asiatici con il progetto commerciale Milan China, che tuttavia non sembra decollare (la stampa cinese non ne parla se non riprendendo articoli a mezzo stampa italiana).

Li alla disperata ricerca di soldi

Li Yonghong, da qui alla prossima estate dovrà rispettare una serie di impegni finanziari. Per farlo è costretto a cercare nuovi soldi. 

Il Milan non rischia il fallimento, sottolinea Carlo Festa nel suo blog Insider sul Sole 24 Ore, ma l’azionista è a rischio default. Il 21 marzo scorso la procura di Milano ha aperto un’inchiesta, per ora senza ipotesi di reato né indagati, sulla vendita del club rossonero all'imprenditore cinese. Nelle stesse ore il tribunale di Shenzhen, nel sud della Cina, avviava le procedure per il fallimento della cassaforte dell'imprenditore cinese, la Jie Ande, azionista del gruppo quotato in Borsa Zhongfu, sulla quale pendeva da tempo una richiesta di liquidazione per bancarotta da parte della Banca di Canton (lo abbiamo spiegato qui), assestando un nuovo duro colpo alla già provata credibilità finanziaria del patron del Milan. “Notizie false, tutto è sano. Voglio riportare il club al top", aveva dichiarato in un raro video messaggio Li dopo l’inchiesta di Gabanelli, che anticipava la bancarotta della società la cui proprietà viene a lui ricondotta.

Quanto ha investito 

Ai 740 milioni per l’acquisto del club rossonero, calcola Gazzetta, vanno aggiunti i 90 per ripianare le perdite della stagione 2016-17 e altri 81 quest’anno, di cui dieci di rifinanziamento e 71 di aumento di capitale complessivo.

Quanti sono i debiti

Una massa enorme: ai 303 milioni da restituire a Elliott si sommano i 7 milioni da ridare alla Teamway.

Il patrimonio

Li, poco conosciuto in Cina, è noto per le colossali truffe da cui è uscito sempre illeso e per le operazioni di trading in Borsa (comprava e rivendeva aziende in breve tempo), realizzate quasi sempre con società intestate a prestanome di cui talvolta risulta come socio. Ne è un esempio Sino Europe Sport (SES), la holding creata ad hoc per l’acquisizione del Milan, sostituita nello sprint finale da Rossoneri Lux, e che faceva capo a Chen Huanshan: sconosciuto uomo d’affari a cui risultavano intestate altre due società allo stesso indirizzo di SES, rivelatosi in seguito un professionista al fianco di Li nei “raid finanziari”, scrive Festa.

Il caso più recente riguarda proprio la Jie Ande, che farebbe capo a un certo Liu Jinzhong (刘锦钟).  Nell’atto di costituzione non compare mai il nome di Li Yonghong (李勇鸿), noto per l’uso di prestanome nella complessa scatola societaria a lui riferita; anche per questo motivo – come abbiamo spiegato più volte – risulta poco conosciuto in Cina. Per la stampa cinese, Liu è la testa di legno dietro cui si cela l’identità di Li. Registrata con un capitale di 6,5 milioni di euro, Jie Ande è il principale azionista con l’11,4% di Zhuhai Zhongfu, quotata alla Borsa di Shenzhen con un valore di 3.73 miliardi di yuan (400 milioni di euro), il cui presidente è lo stesso Liu.  Zhuhai Zhongfu, interpellato a febbraio dal Meiri Jinji Xinwen (Daily Economy News, 每日经济新闻)ha smentito qualsiasi collegamento tra Liu Jinzhong e Li Yonghong.

Proprio ieri, mercoledì 11 aprile, si è riunito il decimo Cda di Zhongfu, che ha promosso Liu Jinzhong a presidente e Zhang Haibin a vice presidente. Nessun riferimento diretto al destino di Jie Ande e al congelamento della quota (corrispondente a 60 milioni di euro) che, stando al Meiri Jinji Xinwen, è seguito alla notizia del fallimento. Se fosse confermato il ruolo di Li nella holding, il patron del Milan avrebbe un serio problema di liquidità.

Svelata l'identità di Liu Jinzhong

Non solo: il gruppo pubblica per la prima il curriculum di Liu Jinzhong, che da oggi non può più essere considerato un personaggio sconosciuto. Nato nel 1971, laurea all’Università di Shenzhen, dal 1994 al 2015 ha lavorato per diverse società, tra cui viene citata anche la Jie Ande (relegata dunque al passato: un modo indiretto per dichiararla morta); dal marzo del 2015, ha ricoperto l’incarico di direttore di Zhongfu e vicepresidente del Cda. Il nuovo direttore nonché vice-presidente di Zhongfu, è Zhang Haibin, che, a giudicare dal cv, ha fatto una carriera fulminante: classe 1964, è passato dalla carica di general manager a quella di direttore nell’arco di un anno. Anche Zhang ha lavorato in passato per la Jie Ande.

La controversa società, che per alcune fonti cinesi è una scatola vuota non più collegata a Li, inizialmente esibita nel suo cv ufficiale da cui poi era scomparsa, in realtà è sempre stata indicata come la holding personale di Li tra le attività presentate a Fininvest come garanzia di solidità finanziaria; lo dimostra il documento anticipato dal Sole 24 Ore. Il patrimonio di Li, che risulta proprietario di beni immobiliari, società di packaging, e miniere di fosfati (proprietà smentita dal New York Times), è sempre stato stimato intorno al 500-600 milioni di euro. Il patron del Milan, un imprenditore cinese come molti, vuole lasciare un segno, diventare qualcuno. I soldi continuano ad arrivare in Italia, ma la sua ambizione potrebbe costare molto cara.

Ha collaborato Wang Jing

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Agi News

Secondo l’Ocse chi comincia a lavorare oggi andrà in pensione dopo i 71 anni. L’analisi

In Italia, a chi entra oggi nel mercato del lavoro, la flessibilità per accompagnare l'uscita dal lavoro "sarà offerta solo dopo i 67 anni". Chi ha iniziato a lavorare in Italia nel 2016 a 20 anni, in base alla legge che lega l'età pensionabile alle aspettative di vita, andrà in pensione a 71,2 anni, contro i 74 anni della Danimarca e i 71 dell'Olanda. In Irlanda e Finlandia andrà in pensione a 68 anni, mentre in tutti gli altri Paesi Ocse l'età pensionabile sarà raggiunta prima. È quanto emerge dal rapporto Ocse 'Pension at Glance', come si legge sul Quotidiano Nazionale.

Attualmente l'età pensionabile in Italia è di 66,6 anni, ma salirà a 67 anni a partire dal 2019 proprio in base all'ultima revisione sulle aspettative di vita dell'Istat. L'organizzazione di Parigi invita invece tutti i governi a introdurre più flessibilità in vista dell'accesso alla pensione. In particolare, secondo l'Ocse, per alcuni paesi questa necessità "diventa urgente". 

L'Ocse rileva che nei 35 Paesi membri dell'organizzazione solo Italia, Danimarca, Finlandia, Olanda Portogallo e Slovacchia hanno introdotto il calcolo dell'aspettativa di vita nella legislazione previdenziale e che questo aumenterà l'età pensionabile in media di 1,5 anni per gli uomini e di 2,1 anni per le donne. Lo scrive anche Il Sole 24 Ore.

L'Ocse evidenzia anche che il tasso di sostituzione, cioè la percentuale di stipendio medio accumulato nel corso di una vita lavorativa che va a formare la pensione, nei 35 Paesi Ocse è attualmente del 63%, mentre il Italia sale al 93,2%, contro un minimo del 29% in Gran Bretagna e un massimo del 102% in Turchia. Ocse evidenzia che negli ultimi due anni il passo delle riforme previdenziali nei 35 Paesi membri ha "rallentato" e che gli interventi sono stati "meno ampi". Ciò è avvenuto perchè il "miglioramento delle finanze pubbliche ha diminuito le pressioni" sulla necessità di rivedere i parametri per accedere alla pensione.

"In alcuni Paesi – si legge nel rapporto – in un contesto di invecchiamento della popolazione e di incombente riduzione del lavoro, questa necessità diventa urgente. Solo così le politiche previdenziali possono rispondere alle domande di flessibilità senza mettere a repentaglio la sicurezza economica degli anziani".  Nel rapporto l'Ocse evidenzia che "quasi i due terzi dei cittadini dell'Ue" chiedono più part time e di unire pensioni parziali e lavoro, piuttosto che andare definitivamente in pensione. Tuttavia i tassi di adozione di queste richieste sono "relativamente bassi".

In Europa, secondo l'Ocse, "circa il 10% delle persone tra i 60 e i 69 anni combina lavoro e pensione" e nei Paesi Ocse "circa il 50% dei lavoratori sopra i 65 anni lavoro part time". "Questi livelli sono stati stabili negli ultimi 15 anni" si legge nel rapporto Ocse.  La spesa previdenziale nei 35 Paesi dell'Ocse è aumentata del 2,5% a partire dal 1990. è quanto si legge nel rapporto Ocse sulle pensioni. In Italia la spesa per le pensioni è già oltre il 15%, anche se "le prospettive di lungo termine sono migliorate e il ritmo della spese già anticipate è notevolmente diminuito".

 

Agi News

Dopo il caos voli, Ryanair vede cadere una testa eccellente

Era nell'azienda da trent'anni ed era arrivato, nel 2014, fino alla poltrona di direttore operativo. Sulla carta, il responsabile delle turnazioni errate che hanno costretto Ryanair a cancellare 20 mila voli da qui all'estate, lasciando a terra 700 mila passeggeri, era però lui, Michael Hickey. Le dimissioni sono state comunicate dalla compagnia low-cost tramite una nota e il successore verrà scelto nei prossimi giorni. Una selezione che coinvolgerà lo stesso Hickey, rimasto, per ora, nell'organigramma con un ruolo di consulenza. Il numero uno Michael O' Leary, nondimeno, si è assunto di fronte agli azionisti la responsabilità di una vicenda che ha avuto un dirompente effetto collaterale: fornire ai piloti l'occasione giusta per rivendicare migliori condizioni contrattuali. La testa di Hickey, che era responsabile della gestione dei piloti e del personale di terra, è quindi un ulteriore segnale di apertura nei confronti dei dipendenti il giorno dopo le scuse rivolte loro da O' Leary.

La lettera di O' Leary

L'amministratore delegato di Ryanair ha inviato ai 4.200 piloti della compagnia low cost una lettera per cercare di ricucire lo strappo di fine settembre, quando, durante la riunione annuale della compagnia a Dublino, li accusò "di darsi troppa importanza e di essere pieni di sè". In un passaggio della missiva, riportata dall'Irish Independent, O'Leary offre aumenti di stipendio e bonus fedeltà, oltre a promettere migliori prospettive di lavoro e di carriera. "Se state pensando di unirvi a compagnie aeree concorrenti – scrive – vi invito a rimanere con Ryanair per un futuro più brillante per voi e per le vostre famiglie". E ancora: "Sottolineo (come faccio sempre) che i piloti di Ryanair sono i migliori, lavorano duramente, sono bene addestrati ed estremamente professionali. Sono fiero della vostra abilità ed esperienza, che vi porta a operare in moltissimi aeroporti", anche in contesti difficili come "le cattive condizioni meteo".

L'ad si scusa poi per i cambiamenti in corso nella compagnia che hanno causato i disagi nel sistema dei turni e delle ferie, costringendo la compagnia a cancellare oltre 20.000 voli che hanno lasciato a terra 800.000 passeggeri. E quelle critiche così dure? Il manager giura che "erano rivolte ai piloti delle compagnie aeree concorrenti e ai loro sindacati", che "sfruttano ogni occasione per criticare e denigrare Ryanair, i nostri piloti, la nostra sicurezza, la nostra performance operativa e il nostro modello di business che ha avuto successo per trent'anni".

C'è veramente un esodo da Ryanair?

Il fronte aperto dai piloti ha portato decine di loro ad abbandonare il vettore irlandese per la concorrenza, in particolare la Norwegian Air Shuttle, che ha aperto nuove frontiere del volo low cost lanciando rotte tra gli Usa e l'Europa a prezzi stracciati. Ryanair nega però che l'ondata di dimissioni abbia causato una carenza di personale. L'azienda, si legge su Business Insider, ha comunicato che quest'anno i piloti che hanno lasciato l'incarico sono 260 su 4.200. I nuovi assunti dallo scorso gennaio sarebbero però 822, 210 dei quali solo negli ultimi tre mesi. Le scuse di O'Leary, nondimeno, non sarebbero sufficienti.

Per i piloti le scuse non bastano

Dalle informazioni raccolte dal Corriere della Sera "appare evidente come ci siano diverse delle 86 basi — in tutta Europa — dove le proposte del vettore non abbiano avuto l’esito sperato dai vertici. Tanto che molti comandanti e primi ufficiali avrebbero chiesto l’aiuto dei sindacati storici dei piloti — gli irlandesi di Ialpa, i britannici di Balpa e persino gli statunitensi di Apa — per cercare di capire come muoversi nel nuovo contesto. Non a caso proprio quelli di Balpa (che sta per British Airline Pilots’ Association) un giorno dopo la lettera di O’Leary hanno raccontato gli umori dei piloti di Ryanair.

"Le reazioni alla lettera di O’Leary suggeriscono che l’ad non ha ancora capito il punto della questione», dichiara Brian Sutton, segretario generale di Balpa. «Comandanti e primi ufficiali da tutte le basi nel Regno Unito ci hanno detto che bastano delle scuse di rito per zittirli. Ci rivelano che pretendono rispetto e che gli Erc vengano riconosciuti come veri organi di rappresentanza. Finché Ryanair non riconosce queste cose continuerà ad avere problemi con i propri piloti".

Agi News

Euro: frena in apertura, giu’ anche yen dopo rally

(AGI) – Roma, 27 mar. – I mercati cercano di scrollarsi di dosso il pessimismo che li ha presi dopo lo stop negli Usa a Donald Trump sull’Obamacare e il biglietto verde rifiata. L’euro passa di mano a 1,0855 dollari, dopo essere salito al top da 4 mesi sopra quota 1,09. Euro/yen a 120,14 e dollaro/yen in ripresa a 110,72 dopo un minimo da novembre di 110,12. (AGI)

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Agi News

Mps, cosa succede dopo l’intervento dello Stato

Roma – Con il fallimento dell'aumento di capitale di Mps e il successivo intervento dello Stato, si apre una fase nuova per Monte dei Paschi di Siena. I problemi, però, restano quelli vecchi: un capitale insufficiente e un cumulo di prestiti deteriorati da smaltire. Problemi che spetterà al governo risolvere, sotto l'attenta supervisione della Ue.

La ricapitalizzazione e le garanzie per la liquidità

Il primo passo è la ricapitalizzazione "precauzionale" e "temporanea" dell'istituto tramite denaro pubblico (prevista dall'articolo 32 comma 4 della direttiva comunitaria BRRD) che dovrà avvenire entro il 31 dicembre. Non è ancora noto quanti dei 20 miliardi stanziati dal governo, alle prese con diverse crisi bancarie, verranno utilizzati per Mps. Non è pertanto possibile al momento stimare a quanto salirà la partecipazione dello Stato nell'azionariato della banca, attualmente al 4%. Secondo le stime della banca d'investimento Equita, la ricapitalizzazione pubblica ammonterebbe a 4 miliardi: lo Stato avrebbe una quota del 62% e gli investitori istituzionali controllerebbero il 38%. Nell'immediato, ancora prima della ricapitalizzazione, potrebbero essere inoltre attivate garanzie pubbliche su emissioni di liquidità, per attutire gli effetti della fuga di correntisti. Lo scorso luglio, l'Italia ha avuto l'autorizzazione dalla Ue di attivarne fino a 150 miliardi di euro. 

I prossimi passi

  1. Ricapitalizzazione con il denaro pubblico
  2. Cancellazione della conversioni volontarie delle obbligazioni subordinate 
  3. Conversione di tutte le obbligazioni subordinate
  4. Rimborso 
    • Integrale per i piccoli risparmiatori
    • Burden sharing per gli investitori istituzionali
  5. Nuovo piano industriale redatto dal governo 
  6. Dossier sugli esuberi e delle filiali da chiudere
  7. Cessione delle sofferenze

La conversione dei bond e il nodo del 'misselling'

Una volta avviata la ricapitalizzazione precauzionale, verranno cancellate le conversioni volontarie delle obbligazioni subordinate avvenute durante il tentato aumento di capitale privato. Si procederà quindi alla conversione forzata di tutte le obbligazioni subordinate. Gli investitori istituzionali dovranno sopportare perdite in virtù del criterio del 'burden sharing'. Per i circa 40 mila piccoli risparmiatori ci sarà invece il rimborso integrale sulla base della presunzione che tutti loro abbiano acquistato i bond senza conoscerne i rischi reali. Dovrà essere però la Commissione Europea a suffragare l'ipotesi che si sia trattato di "misselling", ovvero di vendita irregolare, in tutti i casi, così da giustificare il rimborso integrale. Da Bruxelles c'è già stata un'apertura in questo senso.

Il nuovo piano industriale 

Assunto il controllo di fatto di Montepaschi, il governo dovrà stendere un nuovo piano industriale, che dovrà essere sottoposto al vaglio della Bce. Lo Stato dovrà quindi riprendere in esame i dossier sugli esuberi, stimati a quota 2.600 dal precedente piano, e delle filiali da chiudere, al momento 500. Non sono previsti cambi ai vertici (l'ad Marco Morelli ha detto "il mio impegno continua con ancora più energia"), dato che quelli attuali sono stati nominati con il pieno sostegno di Palazzo Chigi e ministreo dell'Economia. I manager guadagneranno però un po' meno, dovendosi adeguare a quanto previsto per le retribuzioni dei dirigenti pubblici.

La cessione delle sofferenze

Il punto cruciale del nuovo piano industriale sarà però la cessione ad altri operatori dei 27,7 miliardi di sofferenze il cui deconsolidamento è stato chiesto dalla Bce. La tabella di marcia indicante tempi e modalità dell'operazione dovrà comunque essere stesa il mese prossimo. Lo Stato interverrebbe con l'emissione di 'Gacs', garanzie sulle cartolarizzazioni delle sofferenze, che verrebbero applicate alle tranche senior, ovvero quelle considerate più sicure. Atlante aveva dichiarato di essere disponibile a realizzare il piano di cartolarizzazione degli npl, peraltro già sostanzialmente definito nel prezzo e in tutte le sue fasi di implementazione, senza senior bridge financing, anche qualora ci fosse un intervento dello Stato nel capitale. Una volta riportati i conti di Mps in linea con i requisiti, si aprirà un altro delicatissimo capitolo: la ricerca di un investitore che rilevi le quote in mano allo Stato.

Agi News

Euro: risale a 1,0452 dollari, dopo minimo da 14 anni

Roma – L'euro risale a 1,0451 dollari, dopo aver toccato ieri a New York un minimo dal gennaio 2003 (quasi 14 anni) a 1,0367 dollari. Per la prima volta dal 2002 si torna a parlare di parita' tra euro e dollaro. Decisive le mosse della Fed di mercoledi' sera, che hanno messo il turbo al biglietto verde. La Fed ha rialzato di un quarto di punto i tassi Usa. E' il secondo aumento in dieci anni e per il 2017 sono previsti tre aumenti, piu' dei due gia' messi in conto. Le aspettative di inflazione negli Usa sono in rialzo, meno in Europa, dove i prezzi restano bassi, seppure in moderata crescita. Lo yen guadagna qualcosa a 118,11 sul dollaro, dopo essere sceso al minimo da 10 mesi, sulla scia della Fed. L'aumento del costo del denaro deciso dalla Fed, peraltro atteso, si aggiuge al rafforzamento del dollaro iniziato dai primi di novembre, dopo la vittoria di Donald Trump negli Usa. Il presidente eletto promette tagli delle tasse e un forte aumento della spesa infrastrutturale, cioe' misure pro-cicliche destinate far aumentare l'inflazione. Oltre al dollaro anche Wall Street viaggia a livelli record sulla scia della Tramponomics. In Europa il trend non e' altrettanto positivo, frenato dalle incertezze politiche: Brexit, vittoria di Trump e esito del referendum in Italia. In Messico il peso, in forte deprezzamento sul biglietto verde, e' salito dell'1,7% dopo che la banca centrale ha annunciato il secondo ritocco al rialzo in un mese sui tassi. (AGI) .

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Cosa succederà a Mps dopo il no della Bce

Roma – Nubi nere sul futuro del Monte dei Paschi di Siena, la più antica banca del mondo, che si trova in grosse difficoltà. Secondo fonti finanziarie, la Bce avrebbe respinto la richiesta di una proroga al 20 gennaio per il completamento dell'aumento di capitale privato fissato a fine anno. Intanto il titolo è crollato in borsa, per poi tornare in contrattazione con un ribasso dell'11,4% a 19,30 euro.

Al termine della riunione del Consiglio di amministrazione, la banca ha fatto sapere "di non aver ricevuto alcuna comunicazione da parte della Banca Centrale Europea, a seguito della richiesta di proroga dei termini" e di voler proseguire "tutte le attività propedeutiche al completamento della operazione di aumento di capitale". 

Ecco che cosa può succedere.

  • Il Piano A: il Qatar non si sfila  – A mettere a rischio l'aumento di capitale da 5 miliardi che dovrà essere chiuso entro il 31 dicembre è lo sfilarsi del fondo sovrano del Qatar, uno dei maggiori del mondo, che da solo avrebbe dovuto contribuire con un'iniezione da un miliardo e ora ci starebbe ripensando per via delle incognite aperte dalle dimissioni del premier Matteo Renzi. Formalmente, il Paese arabo non si è ancora tirato indietro. In molti sostengono, però, che già nei giorni scorsi si sia assistito a un pressing preventivo di Jp Morgan, architetto e maggiore advisor dell'operazione, sul fondo di Doha perché non faccia marcia indietro. Se il Qatar non fosse più della partita, verrebbe infatti meno la garanzia del consorzio di banche d'affari coinvolte nell'operazione, il che renderebbe inevitabile un intervento dello Stato.
     
  • Il Piano B: la nazionalizzazione – In teoria, le norme europee sul "bail-in" non consentono più di salvare una banca con fondi pubblici. In concreto, esiste una strada per aggirare l'ostacolo, ovvero l'articolo 32 della direttiva Ue sulle banche, che consente un aumento di capitale pubblico "precauzionale" per le banche che, come nel caso di Mps, non abbiano superato gli 'stress test' della Bce (simulazioni che valutano se un istituto abbia capitale sufficiente a resistere a eventuali shock sistemici) ma non siano insolventi. In questo caso l'intervento dello Stato dovrebbe limitarsi a coprire solo l'ammanco risultato dagli stress test.

Perché Mps è nei guai 

 

  • Il nodo dei bond subordinati – Il governo avrebbe già pronto il decreto per il salvataggio di Mps. Sul come sarà attuato, girano diverse ipotesi. Il nodo è costituito dai bond subordinati in mano ai piccoli risparmiatori, gli stessi titoli che causarono gravi perdite agli obbligazionisti retail delle quattro banche popolari salvate quasi un anno fa nel quadro delle regole del 'bail-in', che scaricano sui creditori i costi di un salvataggio. Alla conversione di 4,3 miliardi di obbligazioni subordinate in azioni della banca lanciata nei giorni scorsi hanno infatti aderito investitori istituzionali per 1,028 miliardi, mentre i piccoli risparmiatori, che ne detengono per oltre 2 miliardi (ovvero circa la metà dei titoli dei quali era stata offerta la conversione), sono rimasti alla finestra. L'ipotesi sul tavolo è una conversione forzosa di tali obbligazioni e a un intervento dello Stato per coprire l'altro miliardo mancante all'appello, operazione che farebbe salire dal 4% al 20% la quota di Mps in mano pubblica. In questo caso, il governo studierebbe una sorta di "indennizzo" per gli investitori retail. Un'altra possibilita', forse più complessa dal punto di vista tecnico e autorizzativo, vedrebbe invece lo Stato rastrellare direttamente tutte le obbligazioni subordinate. In entrambi i casi, si possono fare solo ipotesi su come ciò avverrebbe dal punto di vista tecnico. E' invece stato escluso da fonti sia governative che comunitarie la possibilità di un ricorso a un prestito erogato dal fondo salva-Stati europeo Esm. 

 

Per approfondire:

Le regole sul bail inhttps://www.bancaditalia.it/media/approfondimenti/2015/gestione-crisi-bancarie/index.html

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