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Sono crollati i prestiti delle banche alle imprese italiane

Chiudono ancora i rubinetti le banche italiane: sono crollati di 51 miliardi di euro i prestiti alle aziende italiane negli ultimi 12 mesi. Lo stock di finanziamenti alle imprese societarie è sceso di 46 miliardi da 696 miliardi a 650 miliardi, mentre sono diminuiti di quasi 6 miliardi i crediti alle imprese familiari, da 83 a 77 miliardi (-7%). In leggera crescita i prestiti alle famiglie di 9 miliardi da 536 miliardi a 545 miliardi. Questi i dati principali del rapporto mensile sul credito del Centro studi di Unimpresa, secondo cui le sofferenze nette sono calate di 8 miliardi a quota 32 miliardi.

“Purtroppo le banche italiane, anche negli ultimi 12 mesi, hanno confermato la tendenza ad aver messo in secondo piano – se non abbandonato – l’attività tradizionale ovvero finanziare la cosiddetta economia reale”, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Andrea D’Angelo. “Adesso ci preoccupa la prospettiva di tassi negativi sui depositi che potrebbe aumentare significativamente il costo dei rapporti con le banche. Il nostro sistema economico non è ancora pronto a utilizzare alternative a quella bancaria”, aggiunge D’Angelo.

Secondo il Centro studi dell’associazione, che ha rielaborato i dati della Banca d’Italia, da agosto 2018 ad agosto 2019, lo stock di prestiti a famiglie e imprese è diminuito complessivamente di 43 miliardi di euro (sul risultato incidono anche le cartolarizzazioni, cioè la cessione di crediti malati) da 1.324 miliardi a 1.281 miliardi (-3,3%).

Sul dato negativo pesa il calo dei finanziamenti alle aziende, sia alle imprese familiari (meno 5 miliardi, con un calo del 7% da 83 miliardi a 77 miliardi ) sia alle imprese societarie (meno 46 miliardi, con un calo del 6% da 696 miliardi a 650 miliardi). Le aziende complessivamente hanno subito un taglio di 51 miliardi di euro.

Sono leggermente cresciuti, invece, i prestiti alle famiglie di 9 miliardi (mutui e credito al consumo) in lieve aumento dell’1,7% da 536 miliardi a 545 miliardi. La pulizia dei bilanci dai crediti deteriorati è proseguita con la solita velocità registrata negli ultimi tre, quattro anni: le sofferenze lorde (che nel 2014-2015 avevano superato quota 200 miliardi di euro) sono ulteriormente diminuite, negli ultimi 12 mesi, di 38 miliardi passando da 126 a 87 miliardi (-30%).

Le sofferenze nette (quelle coperte da garanzie reali) sono scese di 8 miliardi da 40 miliardi a 32 miliardi (-20%). Per quanto riguarda la raccolta, le banche hanno assistito a una crescita del 6% complessiva delle somme detenute sui loro depositi da tutte le categorie di clienti: in totale, sui depositi (ad agosto scorso) risultano 1.481 miliardi in aumento di 91 miliardi (più 6%) rispetto ai 1.390 miliardi di agosto 2018.

I conti correnti sono oggetto di forte attenzione dopo l’annuncio di un importante gruppo bancario intenzionato ad applicare tassi negativi sui saldi superiori a 100.000 euro, con l’obiettivo dichiarato di trasferire con maggiore efficacia le decisioni di politica monetaria della Banca centrale europea; sui conti correnti sono depositati ben 1.168 miliardi da parte della clientela bancaria, un dato in crescita di 88 miliardi (più 8%) in un solo anno (ad agosto il totale si era fermato a 1.079 miliardi).

Il calo dello spread ha reso meno rischioso investire nel debito pubblico italiano, ragion per cui le banche ne hanno approfittato per aumentare la sottoscrizione di bot e btp. Gli istituti hanno comprato massicciamente sia sul mercato secondario le obbligazioni del Tesoro già in circolazione sia sottoscrivendo le nuove emissioni alle aste: nell’ultimo anno, il totale dei titoli di Stato italiani detenuti dalle banche del nostro Paese è saliti di 36 miliardi (più 10%) da 372 miliardi a 409 miliardi.

Agi

Il traffico aereo continua a salire. Ma non riempie le casse delle compagnie 

Gli aerei si riempiono, le casse non sempre. Il trasporto aereo continua a ospitare sempre più passeggeri, ma deve ancora fare i conti con bilanci precari, specie se si appartiene a quella che la International Air Transport Association (Iata) definisce “la coda lunga” del mercato europeo. Cioè quell’insieme di compagnie alle spalle delle “big four”: Iag, Air France-KLM, Lufthansa e Ryanair.

Alitalia, agosto positivo

Di questa coda lunga fa parte anche Alitalia, reduce da un agosto in crescita. I ricavi da traffico di passeggeri sono aumentati del 2,5% rispetto allo stesso mese del 2018. Anche allargando il perimetro ai primi otto mesi dell’anno, il progresso si attesta al 2%. Il numero dei passeggeri fa un piccolo passo avanti: +0,4%, superando i 2 milioni di viaggiatori.

L’incasso cresce quindi più dei passeggeri. Il motivo è dovuto soprattutto ai risultati dei collegamenti di lungo raggio: +5,4%. Sono saliti a bordo di un volo Alitalia per andare lontano 288.667 passeggeri. Mai così tanti da dieci anni. Ne beneficiano i ricavi, cresciuti del 4,3% nel lungo raggio (+4,7% nei primi otto mesi dell’anno).

Una conferma, in questa direzione, arriva anche da Assaeroporti, l’associazione che riunisce i gestori degli scali. A luglio, i passeggeri su voli nazionali sono aumentati solo dello 0,4%. In quelli internazionali (dei quali il lungo raggio è una componente) c’è invece un balzo del 5%.

Il settore rallenta

L’ultimo rapporto della Iata, relativo a luglio, indica un aumento del traffico globale, seppure con un ritmo in frenata rispetto a giugno. Ecco perché si parla di un “inizio morbido” per la stagione estiva, la più ricca dell’anno. La metrica con cui viene misurato il traffico (la Rpk, cioè il numero di passeggeri per ogni chilometro di volo) è cresciuta del 3,6%, meno del 5,1% del mese precedente. Colpa, spiega il rapporto, anche della crescita debole di molte regioni (che pesa sui viaggi) e sulle incognite legate alle tensioni internazionali.

Pagano, in particolare, i voli internazionali delle compagnie aeree europee. Brexit e crescita economica modesta anche della locomotiva tedesca sono tra le cause di un Rpk cresciuto a luglio del 3,3%, il passo avanti più corto dalla metà del 2016.

Il paradosso europeo

Il quadro è complesso e, come ha spiegato la Iata in un commento all’andamento del primo trimestre dell’anno, in apparenza contraddittorio: “Il settore aereo in Europa è stato raramente così redditizio come lo è oggi, eppure negli ultimi due anni numerose compagnie aeree sono fallite”. La spiegazione è nell’impatto delle “big four”: i loro risultati pesano sulle statistiche di settore, che irrobustendo medie che (come spesso accade) raccontano solo una parte della storia. “Più della metà dei profitti del settore aereo europeo – afferma la Iata – è generata da Ryanair (sebbene si trovi ora ad affrontare nuove sfide in termini di costi), Iag, Air France-KLM e Lufthansa”.

Alle loro spalle, c’è una “lunga coda di compagnie aeree” che “genera performance finanziaria molto più frammentate rispetto, ad esempio, al trasporto aereo nordamericano. Le quattro grandi d’Europa hanno generato rendimenti per gli investitori comparabile con le principali compagnie aeree del Nord America” e “un margine operativo medio del 6%, che è eccellente rispetto agli standard storici”. Tra il 1994 e il 2014, infatti, la media era poco oltre il 2%. Ma il dato, continua il rapporto, lievita proprio grazie alle big four.

La compagnia europea mediana (cioè quella che si trova a metà strada tra la migliore e la peggiore) ha risultati decisamente meno brillanti di quanto non lasci intendere la media di settore. Ecco spiegati i fallimenti in un momento di buoni profitti e incremento dei passeggeri. Per chi fa parte della coda lunga in Europa, competere è più difficile che altrove. Perché deve far fronte a un ambiente più frammentato, con “intensa concorrenza”, “economie indebolite” e costi elevati che rendono “il 2019 un anno difficile”.

L’estate delle “big four”

A luglio (mese a cui si riferiscono i dati più recenti) le compagnie aeree del gruppo Lufthansa hanno ospitato 14,6 milioni di passeggeri, con un incremento del 2,5% rispetto all’anno precedente. Segno più anche per le vendite, in crescita del 3,1%. Per l’intero 2019, il gruppo si aspetta una crescita “a una cifra percentuale”. Ad agosto gli aerei di AirFrance-Klm hanno ospitato il 2,3% di passeggeri in più anno su anno. Il traffico (sempre misurato in passeggeri per ogni chilometro di volo) è cresciuto del 2,1%.

Questa leggere discrepanza è probabilmente dovuta a un dato coerente con l’analisi di Iata e in controtendenza con Alitalia: il traffico sui voli di lungo raggio è cresciuto dello 0,8%, molto meno del medio-corto (+2,7%). Motivo: a una buona performance verso il Nord America si contrappone un deciso calo di Africa, Medio Oriente, Caraibi e Oceano Indiano. Cresce in modo vigoroso il traffico di Iag (il gruppo di British Airway, Aerlingus e Iberia) ad agosto: +6,6%, grazie soprattutto a Caraibi, America Latina e voli interni, ma con passi avanti in tutte le aree dove opera.

Ryanair, infine, deve fare i conti con un aumento dei costi che continua ad assottigliare i margini. La compagnia irlandese trasporta sempre più passeggeri: ad agosto sono stati 14,9 milioni, l’8% in più rispetto al 2018. E il load factor (cioè il rapporto tra posti disponibili e biglietti comprati) è arrivato al 97%. Manca poco al tutto esaurito. Il traffico del trimestre chiuso a giugno è aumentato dell’11%, anche grazie alle tariffe tagliate del 6%.

Un sacrificio compensato dai cosiddetti acquisti “ancillari” (cioè, in sostanza, tutto quello che non è biglietto). Grazie a priorità e profumi a bordo – quindi – la media di spesa per passeggero (55 dollari) è rimasta costante. Risultato: anche se salire su Ryanair costa meno, il fatturato è cresciuto allo stesso ritmo del traffico: +11%. Non è bastato, però, a bilanciare i costi, lievitati a causa del carburante e dell’incorporazione del vettore Lauda. Ecco perché i profitti sono calati del 21%, mantenendosi però su livelli notevoli: 243 milioni di euro. 

Agi

Per il Movimento la revoca delle concessioni ad Autostrade è un dovere morale 

“Il Ponte Morandi è stato definitivamente demolito e presto comincerà l’opera di ricostruzione, ma l’obiettivo fondamentale, oggi come ieri, è fare giustizia: lo dobbiamo alle persone che hanno perso la vita, ai loro familiari, ai cittadini che ci danno fiducia ogni giorno”. Comincia così il duro post che il Blog delle Stelle con cui i pentastellati tornano ad invocare come “dovere morale” lo stop alle concessioni pubbliche alla società Autostrade per l’Italia (Aspi).

“Per fare giustizia – si legge – occorre punire chi ha consentito che in un Paese come l’Italia un ponte crollasse in testa a 43 persone, uccidendole. Dal punto di vista penale ci penserà la magistratura, ma dal punto di vista politico lo deve fare il governo. E lo farà, perché a Genova è stata la mancanza di manutenzione ad uccidere. Lo ripetiamo forte e chiaro, a scanso di equivoci”.

Quindi l’indice accusatorio dei 5 stelle punta al “sistema Benetton” e alla “convenzione vergogna” garantita alla società Autostrade dai partiti del passato. “Aspi – si ricorda – ha incassato circa 9,5 miliardi di euro di utili da quando si chiama Autostrade per l’Italia. Se invece si considerano i conti dal 1999, quando è stata privatizzata la gestione della grande rete stradale, la società ha guadagnato oltre 10 miliardi. La gran parte dei quali affluiti sotto forma di dividendi nella holding Atlantia, che li ha utilizzati per remunerare i suoi soci e finanziare l’attività di diversificazione della società”.

“E gli investimenti? I numeri – prosegue il j’accuse – dicono che negli ultimi anni i profitti sono cresciuti, ma gli investimenti sono calati. Il ministero dei Trasporti ha fatto sapere che nel 2016 Autostrade ha incassato 3,1 miliardi con 624 milioni di utile al netto delle tasse grazie anche all’aumento dei pedaggi. Al casello il prezzo è salito in 10 anni del 30%. Lo stesso non si può dire per la manutenzione. Le cifre che tutti i gestori (non solo Autostrade per l’Italia) hanno speso in investimenti sono calate e anche la manutenzione di base è scesa in un anno del 7%. E sapete quanto ha speso Aspi per la manutenzione strutturale del Ponte Morandi? 23 mila euro annui. Nulla. Prima della privatizzazione del 1999, invece, si spendevano 1,3 milioni di euro tutti gli anni sullo stesso Ponte (fonte Commissione ispettiva Ministero dei Trasporti sulle ragioni del crollo). Questa è la tragica differenza tra una gestione attenta agli interessi dei cittadini e una gestione finalizzata esclusivamente al profitto privato”.

Per i 5 stelle Aspi ha quindi “lucrato guadagni incredibili da convenzioni blindate per legge, che garantivano i seguenti vantaggi:

  1. Il ritorno al costo medio ponderato del capitale oltre il 10% lordo, corrispondente ad una rendita del 7-8% netto a fronte di rendimenti dei titoli di Stato intorno al 2-3%. Ritorni di capitale altissimi, fuori mercato;
  2. Condizioni capestro nel caso in cui si volesse revocare anticipatamente la concessione, con l’obbligo per lo Stato di risarcire al concessionario i presunti profitti che avrebbe percepito fino alla fine della concessione (nel caso di Aspi fino al 2038);
  3. Extra profitti sui dati del traffico: nei piani finanziari i concessionari tenevano basse le previsioni di traffico per poter giustificare aumenti di tariffa e quando il volume di traffico reale si dimostrava superiore alle previsioni i ricavi tornavano solo in piccola parte in un fondo speciale, mentre la maggior parte veniva intascata dai concessionari;
  4. Scarsi controlli da parte del concedente del Ministero per quanto riguarda la manutenzione: i controlli venivano fatti spesso e volentieri senza andare a provare sul campo le condizioni delle autostrade.  

Il Ministero “si fidava” delle carte del Concessionario; Vantaggi tanto più odiosi tenendo conto che la rete autostradale e’ un monopolio naturale, cioe’ una infrastruttura che per sua natura non rientra nelle logiche della concorrenza e del libero mercato, perché a livello di costi è conveniente che se ne occupi un solo attore. Regalare un monopolio naturale ad un privato e’ un delitto, ma farlo alle condizioni folli appena ricordate è anche peggio”.

Secondo i pentastellati “dobbiamo mettere fine a tutto questo, e in questo anno di governo abbiamo già iniziato a correggere alcune distorsioni, bloccando ad esempio gli aumenti ai caselli autostradali fino a giugno. Ora tutti i concessionari, compresa Autostrade per l’Italia, hanno deciso che fino al 15 settembre non scatteranno i rincari previsti dal primo luglio. Quando lo Stato torna a farsi sentire i privati si adeguano, se non vogliono pagare dazio”.

“Ma – si sottolinea – nel caso di Autostrade il sacrosanto stop agli aumenti delle tariffe non puo’ bastare. Come governo abbiamo il dovere di sottrarre le autostrade italiane dalle mani di chi ha guadagnato cifre mostruose senza investire adeguatamente nella manutenzione e nella sicurezza dei cittadini. Lo stop alla concessione pubblica e’ un dovere morale”.

Agi

Salvini accusa il M5s di aver bloccato una soluzione al problema delle grandi navi a Venezia 

Matteo Salvini ha criticato M5s sulle grandi navi a Venezia, sostenendo che hanno bloccato la possibile soluzione del problema. “Mi risulta che una soluzione” per evitare problemi come quello dell’incidente tra le navi a Venezia “fosse stata elaborata e condivisa già dall’anno scorso”, ha detto il vicepremier leghista in un comizio a Tivoli, “predisponendo l’allargamento di un canale e una parte delle navi a Porto Marghera”. “Ma tutto ciò”, ha aggiunto, “è bloccato da mesi perché è arrivato un ‘no’ da un ministero romano, e non è un ministero della Lega”. “Sono stufo dei no”, aggiunge, “perché con i no l’Italia va a fondo. Facciamo che da giugno ricominciano i sì”.

Il Movimento 5 Stelle intanto assicura che “presto” arriverà una soluzione sul tema dell’attraversamento della laguna di Venezia da parte delle navi da crociera, una delle quali ha oggi investito un battello turistico. E arriverà proprio dai suoi ministeri. “Le grandi navi devono stare alla larga dal canale della Giudecca: lo abbiamo sempre sostenuto e ci stiamo lavorando con i ministri Costa, Bonisoli e Toninelli (titolari, rispettivamente, dei dicasteri Ambiente, Beni culturali e Trasporti, ndr). Presto sarà messa in campo una soluzione in grado di evitare questo enorme e continuo pericolo per i delicati equilibri di Venezia. Non possiamo mettere a rischio un patrimonio culturale e ambientale così importante per assecondare una pratica che può tranquillamente essere modificata senza arrecare alcun danno al turismo”. Lo affermano i deputati e i senatori 5 Stelle in commissione Ambiente.

Agi

Sono le onde del mare la nuova frontiera delle energie rinnovabili

Eni, Cdp, Fincantieri e Terna insieme per lo sviluppo di impianti di produzione di energia da moto ondoso su scala industriale. L’amministratori delegato di Cassa depositi e prestiti Fabrizio Palermo, l’ad di Fincantieri Giuseppe Bono, quello di Terna Luigi Ferraris e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, hanno firmato, nella sede Eni all’Eur di Roma, un accordo non vincolante per lo sviluppo e la realizzazione su scala industriale di impianti di produzione di energia dalle onde del mare.

L’accordo ha lo scopo di unire le competenze di ciascuna società al fine di trasformare il progetto pilota Inertial Sea Wave Energy Converter (Iswec), l’innovativo sistema di produzione di energia dal moto ondoso installato da Eni nell’offshore di Ravenna e attualmente in produzione, in un progetto realizzabile su scala industriale e quindi di immediata applicazione e utilizzo.

Secondo i termini dell’accordo, Eni (che controlla Agi al 100%) metterà a disposizione del gruppo di lavoro congiunto i risultati dell’impianto pilota Iswec, sviluppato in sinergia con il Politecnico di Torino e lo spin-off Wave for Energy e fornirà il proprio know-how tecnologico, industriale e commerciale, oltre a rendere disponibili le opportunità logistiche e tecnologiche dei propri impianti offshore.

“L’accordo di oggi – ha commentato l’ad di Eni, Claudio Descalzi – rappresenta un importante passo in avanti verso la realizzazione su scala industriale di un nuovo sistema di produzione di energia rinnovabile dal moto ondoso. Questa intesa si inserisce nel nostro piano strategico di decarbonizzazione e nasce dal forte focus di Eni nella ricerca, sviluppo e applicazione di nuove tecnologie, finalizzate non solo a rendere più efficienti processi operativi convenzionali ma che ci spingono anche a creare nuovi segmenti di business nell’ambito energetico. La collaborazione con tre eccellenze italiane, quali Cdp, Terna e Fincantieri, consentirà di mettere a fattor comune le grandi competenze esistenti e di accelerare il processo di sviluppo e industrializzazione di questa tecnologia, con l’obiettivo di esplorare insieme possibili progetti su larga scala anche all’estero”. 

Cdp promuoverà il progetto con le pubbliche amministrazioni e le istituzioni coinvolte e, inoltre, metterà a disposizione le proprie competenze economico-finanziarie, anche al fine di valutare le più adeguate forme di supporto finanziario dell’iniziativa.  L’ad Fabrizio Palermo: “Il Piano Industriale di Cdp è fortemente orientato allo sviluppo sostenibile, in linea con i grandi trend globali e gli Obiettivi di Sviluppo sostenibile definiti dall’Agenda 2030 dell’Onu. Il progetto, quindi, è coerente con la nostra strategia e, insieme a partner come Eni, Fincantieri e Terna, potremo contribuire in modo concreto allo sviluppo di una tecnologia italiana innovativa e alla diffusione delle fonti di generazione rinnovabile, a beneficio del Paese e della collettività”. 

Fincantieri offrirà da parte sua le competenze industriali e tecniche tipiche delle realizzazioni navali per l’ottimizzazione delle fasi di progettazione esecutiva, costruzione e installazione delle unità di produzione. Ha spiegato l’ad Giuseppe Bono: “Siamo onorati di partecipare a un progetto di questa portata con partner come Eni, Terna e Cdp. Fincantieri è costantemente impegnata nel miglioramento dei sistemi navali che garantiscono il massimo rispetto dell’ambiente e questo accordo, che porterà all’industrializzazione di una soluzione per generare energia pulita dalla stessa forza del mare, ci appassiona e ci rende fiduciosi per la capacità tutta italiana di guardare al futuro”.      

Terna contribuirà invece a sviluppare gli studi relativi alle migliori modalità di connessione e integrazione del sistema di produzione di energia con la rete elettrica, ivi inclusa l’integrazione con i sistemi ibridi composti da generazione convenzionale, impianti di produzione fotovoltaici e sistemi di stoccaggio. “Con questo accordo quadro – spiega l’amministratore delegato di Terna, Luigi Ferraris – Terna investe nell’innovazione sostenibile al servizio della transizione energetica, nella forte convinzione che le competenze distintive del gruppo possano contribuire all’abilitazione di nuove fonti rinnovabili in grado di rendere il sistema elettrico sempre più efficiente e sostenibile”. 

In una prima fase, l’accordo prevede l’ingegnerizzazione della costruzione, installazione e manutenzione dell’Iswec. Questa fase porterà alla progettazione e alla realizzazione entro il 2020 di una prima installazione industriale collegata a un sito di produzione offshore Eni. Parallelamente, si valuterà l’estensione della tecnologia su ulteriori siti in Italia, in particolare in prossimità delle isole minori, con la realizzazione di impianti di taglia industriale per fornitura di energia elettrica completamente rinnovabile.

Le caratteristiche innovative del sistema Iswec possono consentire di superare i vincoli che hanno fin qui limitato un diffuso sfruttamento delle tecnologie di conversione dell’energia del moto ondoso.

Gli impianti di generazione di energia da moto ondoso potranno fornire un contributo rilevante non solo ai processi di decarbonizzazione in ambito offshore ma anche e più in generale a supporto della sostenibilità dei sistemi di produzione di energia elettrica e della diversificazione delle fonti rinnovabili.  L’intesa potrà essere oggetto di successivi accordi vincolanti che le parti definiranno nel rispetto della normativa applicabile ivi inclusa quella in materia di operazioni tra parti correlate. 

Agi

Una fusione da 65 miliardi nel settore delle biotecnologie

Bristol-Myers Squibb ha annunciato l'acquisto di Celgene, una delle maggiori società biotech statunitensi, per 74 miliardi di dollari in contanti e azioni, circa 65 miliardi di euro. Al termine dell'operazione, informa una nota, gli azionisti di Bristol-Myers Squibb deterranno il 69% della nuova societaà mentre a quelli di Celgene farà capo il restante 31%. Gli azionisti di Celgene riceveranno un'azione Bristol-Myers Squibb e 50 dollari cash per ogni titolo in loro possesso, con un premio del 53,7% sul valore di Borsa. 

Celgene è una società biofarmaceutica americana, con sede nel New Jersey e attività in diversi paesi. Ha circa 7.000 addetti e nel 2017 ha fatturato oltre 13 miliardi di dollari, producendo utili per 2,5 miliardi. Negli ultimi anni è stata protagonista di una crescita notevole in termini di prodotti. Il focus della compagnia è sui trattamenti di vari tumori del sangue, tra cui il mieloma multiplo. È inoltre una società farmaceutica completamente integrata, nel senso che tutto lo sviluppo di una nuova medicina, dalla scoperta alla produzione, dalla conduzione dei clinical trials al marketing, viene svolto internamente. Negli ultimi anni è stata protagonista di diverse acquisizioni di più piccole aziende biotecnologiche: tra queste Signal Pharmaceuticals nel 2001 e Abraxis BioScience nel 2010. 

I pionieri dell'immunoterapia

Bristol-Myers è un colosso che ha aperto la strada all'immunoterapia del cancro con il suo Yervoy e più tardi con Opdivo, ma è stato messo sotto pressione dal Keytruda, il trattamento rivale della Merck, che cura il cancro al polmone, il più redditizio mercato dell'oncologia. L'accordo creerà una società incentrata su nove trattamenti, che rappresentano più di un miliardo di vendite annuali e assicura una potenziale crescita significativa nell'oncologia, nell'immunologia e nelle malattie infiammatorie e cardiovascolari. 

Agi News

La mappa delle proteste contro la manovra

Il gennaio 2019 si preannuncia come un mese di mobilitazioni contro la manovra. Molte categorie sono già scese in campo e altre sono sul piede di guerra per i provvedimenti contenuti nella legge di bilancio che si appresta ad avere il via libera definitivo della Camera.

Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo hanno annunciato l'apertura di una stagione di mobilitazione e di lotta nelle categorie e sui territori che culminerà con una grande manifestazione nazionale unitaria a gennaio (anche se ancora non è stata stabilita una data) contro un provvedimento che "condanna il Paese al declino e alla definitiva rottura del suo tessuto sociale e produttivo". Furlan al congresso generale del sindacato di via Po ha definito il 2019 "un anno caldo" senza risposte da parte dell'esecutivo.

Il Pd protesta stamattina davanti a Montecitorio, mentre il 12 gennaio sarà nelle piazze e nelle strade di tutto il Paese per spiegare nel merito la "follia di questa manovra che farà danni gravi al futuro dell'Italia". I pensionati scendono in campo oggi nelle piazze e prefetture di tutto il Paese contro il taglio della rivalutazione delle pensioni. La Pubblica amministrazione è in mobilitazione per lo slittamento al 15 novembre 2019 delle assunzioni nelle amministrazioni centrali. Infine i medici sciopereranno due giorni: il 25 gennaio e il mese successivo in una data da stabilirsi. Ieri, intanto, hanno già manifestato gli Ncc definendo incostituzionale il decreto "imposto" dal governo e chiedendo "l'intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella". Tra le tante proteste ad esprimere soddisfazione invece i balneari per la proroga per i prossimi 15 anni delle concessioni demaniali marittime in atto e in scadenza il 31 dicembre 2020. Si evita così la messa la bando nel 2020 degli stabilimenti come previsto dalla direttiva Bolkestein. 

Ecco nel dettaglio il calendario e le motivazioni delle proteste:

Manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil a gennaio

Cgil, Cisl e Uil, hanno definito la legge di Bilancio "sbagliata, miope, recessiva, taglia ulteriormente su crescita e sviluppo, lavoro e pensioni, coesione e investimenti produttivi, negando al Paese, e in particolare alle sue aree più deboli, una prospettiva di rilancio economico e sociale" . Inoltre il maxiemendamento "per le modalità della sua approvazione, rappresenta una grave lesione alla democrazia parlamentare" e "le risorse per gli investimenti – già limitate – sono drasticamente ridotte, bloccando così gli interventi in infrastrutture materiali e sociali – a partire da sanità e istruzione – necessaria leva per la creazione di lavoro, la crescita e la coesione sociale territoriale".

"Si fa cassa con il taglio dell'adeguamento all'inflazione per le pensioni sopra i 1.522 euro lordi al mese, il blocco delle assunzioni nella Pa fino a novembre e le risorse – insufficienti – per il rinnovo dei contratti pubblici", proseguono le tre sigle, "nessuna risposta sugli ammortizzatori e neppure sul versante fiscale per lavoratori e pensionati dove invece si sceglie di introdurre la flat tax e nuovi condoni. Una legge di bilancio che colloca per il 2020 e 2021 sulle spalle degli italiani un debito di oltre 50 miliardi in virtù delle clausole di salvaguardia, vincolando così anche per il futuro qualunque spazio per interventi espansivi che facciano ripartire il paese".

Pensionati in piazza in tutta Italia 

I sindacati dei pensionati Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp-Uil sono scesi in piazza in tutta Italia dal 28 dicembre per protestare contro la decisione del governo di tagliare la rivalutazione delle pensioni. Si prevede la revisione del sistema di indicizzazione degli assegni a partire da quelli da 1.500 euro riducendone così il potere d'acquisto. "Il governo – hanno affermato i segretari generali di Spi, Fnp e Uilp Ivan Pedretti, Gigi Bonfanti e Romano Bellissima – usa i pensionati italiani come un bancomat. È una decisione scellerata e insopportabile, ancora una volta si mettono le mani nelle tasche di chi ha lavorato duramente per una vita".

I sindacati PA contro il rinvio delle assunzioni

Fp Cgil, Cisl Fp, Uil Fpl e Uil Pa hanno definito il rinvio delle assunzioni per le amministrazioni centrali al 15 novembre 2019 "un segnale grave che ancora una volta penalizza la Pubblica amministrazione. Il governo ha costruito la sua propaganda proprio sulle assunzioni e ora fa marcia indietro". "Il governo nel corso di questi mesi – hanno affermato i sindacati – ha fatto molta propaganda sulle assunzioni nella pubblica amministrazione e ora, a dispetto di un ddl che ha voluto chiamare 'concretezza', fa un passo indietro negando se stesso".

Il 12 gennaio il Pd nelle piazze italiane

"Domani alla Camera ci sarà il voto finale sulla legge di stabilità. Noi saremo ovviamente in Aula per fare opposizione a una manovra indecente, fatta da un governo indecente", ha scritto su Facebook Matteo Orfini, presidente del Pd. "Questa volta però vi chiediamo di dare battaglia insieme e di venire davanti alla Camera. Per testimoniare con la vostra presenza che c'è un'Italia che combatte e che non si arrende alle peggiori destre al governo del paese. Vi aspettiamo, sabato mattina alle 11 a Montecitorio. Il 12 gennaio il Pd sarà invece nelle piazze e nelle strade di tutto il Paese "per spiegare nel merito la follia di questa manovra che farà danni gravi al futuro dell'Italia". 

Mobilitazione continua per studenti e ricercatori

Gli studenti e i ricercatori precari di Link-Coordinamento universitario hanno espresso "contrarietà" al maxiemendamento alla manovra e, in particolare, al "congelamento delle assunzioni nelle università e al taglio pesante sul diritto allo studio. Sarà l'ennesimo colpo ad un settore su cui neanche questo governo dimostrerà alcun 'cambiamento'", con "30 milioni di euro in meno per il diritto allo studio e complessivamente 100 milioni in meno per l'università". Il rischio che "le regioni non anticipino i 30 milioni mancanti per coprire tutte le borse di studio, venendo meno la certezza che tali soldi arrivino dallo Stato – scrivono in una nota – metterebbe realmente e seriamente in difficoltà migliaia di studenti, molti dei quali senza il sostegno della borsa non riuscirebbero a proseguire il proprio percorso di studio".

Due giorni di sciopero per i medici

La prima giornata di sciopero, il 25 gennaio, è stata proclamata da Anaao Assomed – Cimo – Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn – Fvm Federazione Veterinari e Medici – Fassid – Cisl Medici – Fesmed -Anpo-Ascoti-Fials Medici – Uil Fpl Coordinamento Nazionale delle Aree Contrattuali Medica, Veterinaria Sanitaria.

La seconda giornata di stop sarà proclamata entro la prima settimana di febbraio dall'Aaroi-Emac (Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani – Emergenza Area Critica) che mira a concentrare particolarmente nella seconda data, la protesta dei medici che elettivamente rappresenta. "La protesta – hanno sottolineato i sindacati – si rende necessaria a fronte delle deludenti risposte alle richieste: un finanziamento del Fondo Sanitario Nazionale 2019 che preveda le risorse indispensabili per garantire i nuovi Lea ai cittadini e per onorare i contratti di lavoro scaduti da 10 anni. È intollerabile mettere in competizione il diritto alla cura dei cittadini e quello ad un dignitoso contratto di lavoro per i professionisti". 

Agi News

Dieci previsioni tecnologiche per il 2019 (tra cui il ritorno delle stampanti 3D)

Intelligenza artificiale più democratica, Cina più forte, maggiordomi digitali in piena espansione, così come 5G e eSport. Sono alcune delle dieci previsioni tecnologiche di Deloitte per il 2019.

Intelligenza artificiale più democratica

L'Intelligenza artificiale uscirà dalla nicchia degli esperti per arrivare – prevede Deloitte – “ovunque”. Le aziende accelereranno ulteriormente l'adozione di soluzioni che incrociano AI e cloud. Il 70% delle società sfrutterà applicazioni di questo tipo. Una percentuale che arriverà all'87% nel 2020. “Fino a ora – afferma il rapporto – i vantaggi dell'intelligenza artificiale si sono concentrati nelle mani dei giganti della tecnologia, con grandi risorse finanziarie, solida infrastruttura IT e capitale umano altamente specializzato. Grazie al cloud, “aumenterà l'efficienza e ci saranno migliori ritorni sugli investimenti”. In altre parole: l'AI sarà più sostenibile dal punto di vista economico, favorendo così un'espansione che va oltre il perimetro dei pionieri.

Smart speaker poliglotti

Gli smart speaker, gli altoparlanti intelligenti integrati con gli assistenti digitali, hanno avuto una crescita enorme nel 2018 (+187%). Si è trattato però di vendite ottenute quasi esclusivamente nei Paesi di lingua inglese. Il 2019 sarà l'anno della consacrazione globale. Nel 2019 il mercato degli smart speaker varrà 7 miliardi di dollari, con 164 milioni di unità vendute a un prezzo medio di 43 dollari. Un salto del 63% rispetto a quest'anno, quando le unità dovrebbero essere 98 milioni e l'incasso di 4,3 miliardi. Se queste previsioni saranno confermate, i maggiordomi digitali saranno i dispositivi connessi con il più rapido tasso di crescita al mondo: tra 12 mesi ce se saranno 250 milioni in circolazione. Per Deloitte, gli smart speaker, nel lungo termine saranno il principale punto di contatto tra uomo e digitale.

L'esordio del 5G

Arrivano le reti di nuova generazione. Se nel 2018 ci sono stati i primi test, il 2019 sarà l'anno dei primi contatti con il pubblico. Le potenzialità di crescita sono enormi, come dimostrano i milioni investiti dagli operatori di tutto il mondo. Secondo Deloitte, in 25 (circa un terzo di chi sta sperimentando la tecnologia) riusciranno a lanciare servizi 5G. Un numero che dovrebbe raddoppiare nel 2020. Nel 2019 sarà venduto un milione di smartphone 5G. È solo l'antipasto del 2020, quando diventeranno 15-20 milioni. “Non accadrà da un giorno all'altro – afferma il rapporto – ma il 5G cambierà profondamente le nostre interazioni ed esperienze. Una buona notizia per gli utenti, che richiedono prestazioni migliori e un maggiore accesso ai contenuti”. Il 5G offrirà “velocità più elevate e bassa latenza”, consentendo nuove applicazioni in diversi settori, “dalla realtà aumentata all'intrattenimento, dalla medicina alle smart city”.

Cina leader della connettività

Lo stiamo vedendo in questi giorni con il caso Huawei. La connettività del futuro è un affare non solo industriale ma anche geopolitico. Secondo Deloitte, la Cina non avrà rivali nel medio termine. Sarà il leader mondiale nelle reti di telecomunicazione già nel 2019. Ed è probabile che il divario con gli altri Paesi si amplierà nel medio termine. Merito della combinazione tra leadership tecnologica e presenza della base utenti più ampi al mondo. Due fattori che rivoluzioneranno i modelli di business tradizionali, dal retail al settore bancario fino all'intelligenza artificiale.

Esport, si fa sul serio

Leghe professionistiche, diritti di trasmissione, biglietti, merchandising: gli eSport (le competizioni di videogiochi) si stanno consolidando. E continueranno a crescere nel 2019. Nel Nord America l'espansione dovrebbe essere del 35%. I videogiochi sono un'attività di massa, capace di attrarre un pubblico molto giovane e appassionato. Riusciranno i media tradizionali – si chiede Deloitte – ad attrarli? Alcuni, come Espn e Abc, si stanno provando. Ma non basta una trasmissione classica: serve garantire un'esperienza immersiva.

Sport in tv, “un'isola felice”

Lo streaming e sta erodendo il tempo passato davanti all tv, soprattutto tra i più giovani. Tuttavia, c'è un prodotto che regge meglio degli altri: lo sport. Deloitte lo definisce “un'isola relativamente felice” in un contesto che soffre la concorrenza di altri canali. Perché? La passione dei tifosi, certo. Ma secondo il rapporto c'è di più: sport in tv e scommesse si spingono l'un l'altro. Circa il 40% degli americani tra i 25 e i 34 anni scommettono sugli sport. Tra quelli che guardano le partite in televisione, la quota sale attorno al 75%.

La resilienza della Radio

Molte volte la radio è stata data per morta. Ma né la tv né il web sono riusciti a ucciderla. Deloitte sottolinea, al contrario, il suo buono stato di salute. Nel 2019 produrrà un giro d'affari di 40 miliardi di dollari, in crescita dell'1% rispetto al 2018. L'85% della popolazione nei Paesi sviluppati ascolta la radio almeno una volta alla settimana. E sono 3 miliardi le persone le che lo fanno in tutto il mondo, per una media di 90 minuti al giorno. La nota più interessante riguarda però la capacità di raggiungere un pubblico giovane: ascolta la radio il 90% della popolazione tra i 18 e i 34 anni.

La stampa 3D accelera

Qualche anno fa sembrava a crescere in maniera istantanea. Non è stato così. Ma adesso la stampa 3D sarebbe pronta per una nuova accelerazione. Le vendite di stampanti, materiali e servizi dovrebbero raggiungere i 2,7 miliardi di dollari nel 2019 e toccare i 3 miliardi nel 2020. A supportare il settore ci sono i perfezionamenti tecnologici e la disponibilità di nuovi materiali “stampabili”, soprattutto metalli (anche se la plastica resta predominante). La maturazione, spiega Deloitte, non passerebbe da una sostituzione dei metodi di produzione tradizionali con la stampa in 3D. È più probabile un sistema misto, forse meno rivoluzionario ma più efficiente.

Alla scoperta del quantum computing

Il 2019 sarà un anno di “valutazione”. Deloitte smorza gli entusiasmi sull'applicazione della meccanica quantistica ai computer. È probabile che si arrivi a un super-calcolatore, ma il quantum computing non è fatto per entrare nei nostri portatili. E, anche nel caso in cui venissero sciolti gli attuali nodi teorici, non ci saranno applicazioni pragmatiche immediate. I computer quantistici non sostituiranno quindi quelli dedicati agli utenti. È possibile che il loro giro d'affari arrivi sarà paragonabile a quello dei supercomputer attuali: circa 50 miliardi di dollari. I prossimi dieci anni saranno l'epoca dei pionieri. Le prime applicazioni commerciali potrebbero arrivare negli anni '30. Con dispositivi molto voluminosi e costosi.

L'indipendenza tecnologica cinese

La Cina espanderà le sue capacità tecnologica, soprattutto nel settore dei semiconduttori. Il comparto crescerà del 25% e toccherà i 120 miliardi di dollari. Si specializzerà in chip per l'intelligenza artificiale. E qui torna la geopolitica. Secondo Deloitte la Cina viaggia verso “l'indipendenza dei semiconduttori”. In altre parole: il Paese sarà l'unico in grado di produrre le componenti di un dispositivo in casa. E di reggere, in alcuni settori, solo grazie alla forte domande del mercato interno. Leva enormi su cui gli Stati Uniti non possono contare.

Agi News

La nuova giornata nera delle criptovalute

Non sembra conoscere freni la crisi delle criptovalute. Nel corso dell'ultima giornata, il settore è stato interessato da un'improvvisa ondata di vendite che ha portato il prezzo del Bitcoin a un minimo di seduta di 3.750 dollari, la quotazione più bassa dal settembre 2017. Si tratta di una flessione giornaliera pari al 15%.

La criptovaluta più scambiata al mondo ha poi recuperato riportandosi poco sotto quota 4.000 dollari. In deciso arretramento anche Ethereum, sceso del 20% poco sopra i 100 dollari, e Litecoin, calato sotto i 30 dollari.
Delle 100 principali criptovalute, solo 8 hanno segnato un rialzo, spiega TechCrunch, mentre tutte le altre accumulavano perdite medie tra il 13% e il 14%.

Quali sono le ragioni del crollo?

Il nuovo tonfo arriva al termine di un mese di forti perdite. Solo tre settimane fa il valore del Bitcoin si era stabilizzato intorno ai 6.000 dollari. All'inizio dell'anno valeva 20.000 dollari. Si è trattato di una vera doccia fredda per gli operatori, i quali avevano sperato che la tendenza al ribasso delle ultime settimane si sarebbe fermata prima di infrangere la barriera psicologica dei 4.000 dollari e ora temono un crollo sotto quota 3.000.

Le ragioni dell'ondata di vendite appaiono in parte legate alle continue indiscrezioni, non confermate, su un imminente stretta della Cina sulle piattaforme di scambio cinesi. A rendere instabile il comparto è inoltre lo scontro in corso tra il gruppo leader del mercato, Btc.com, e Bitcoin Cash, che sta sottraendo al primo 'minatori', ovvero parte della potenza di calcolo necessaria a 'estrarre' la criptovaluta. 

Agi News

La grande crisi delle caramelle 

Sono tempi amari per i dolci. Le caramelle sono le vittime di un consumo più attento alla salute e agli zuccheri. Tra diete e sostenibilità, neppure Halloween sembra poterle salvare. Ci riusciranno le startup? È quello che si è chiesto un'analisi di CBInsights.

Lo scorso gennaio un gigante come Nestle ha venduto la sua divisione “caramelle” all'italiana Ferrero. E sempre più di rado i gruppi alimentari nominano la parola “candy” nelle conferenze con cui presentano agli investitori le proprie trimestrali. Le menzioni erano circa 60 alla fine del 2014 e sono calate a 30 nel secondo trimestre 2018.

Non sembra essere una coincidenza ma una tendenza: parlare di caramelle non sta bene perché hanno una cattiva reputazione. Anche nel mondo delle giovani imprese innovative, chi produce dolci fa più facica: dal 2015 a oggi, le startup del settore hanno raccolto 479 milioni di dollari, meno della metà di quanto non abbiano ottenuto le colleghe che si occupano di caffè nel solo 2018. Eppure, proprio queste imprese stanno provando a ridare slancio, con ingredienti più salutari, filiere più sostenibili e nuove tecnologie e strategie di marketing.

La sostenibilità vende bene

Si punta sulla fantasia: meno sullo zucchero, più ingredienti esotici e abbinamenti inconsueti per creare dolci “premium”. È il caso, ad esempio, di Tcho: ha sede a Berkeley, California. Produce (tra le altre) barrette al te matcha, peperoncino e cannella e persino alla pretzel. E distingue il cioccolato come in una degustazione di vini, con note “fruttate”, “agrumate” o “floreali”. Conta anche raccontare in modo diverso e garantire una produzione non solo più sana ma anche più equilibrata. Secondo Nielsen, le vendite di cioccolato sono aumentate del 3%. Ma il fatturato dei prodotti che si propongono come più attenti all'ambiente hanno fatto un balzo del 22%, quelli che usano solo ingredienti naturali del 16% e quelli da commercio equo del 10%. Theo è nata a Seattle e, oltre a cercare nuovi gusti (quinoa e riso nero, sidro) garantisce che i produttori abbiano la loro parte. Anche Alter Eco ha una filosofia simile: compra solo da produttori medio-piccoli e lavora la materia prima il meno possibile.

Dolce senza sensi di colpa

CBInsights individua anche un'altra possibile strategia: puntare su dolci “guilt-free”, cioè non tanto “senza zucchero” ma “senza sensi di colpa”. Sono caramelle e snack che usano altro per addolcire i prodotti e si rivolgono a chi ha particolari esigenze alimentari. La statunitense Unreal, ad esempio, certifica tutta la propria filiera come vegana, senza glutine, priva di prodotti artificiali e di ogm. Anche Smart Sweets esclude gli organismi geneticamente modificati, usa poco zucchero solo coloranti naturali. Non produce cioccolato ma caramelle gommose. Rau Chocolate propone invece bevande senza latte e con pochi grassi. Una sorta di spremuta di cacao, con un nuovo metodo di produzione che riduce o esclude gli zuccheri e punta su altri elementi nutritivi, come minerali e antiossidanti.

La lingua è un laboratorio

Si va a caccia di nuovi ingredienti che possano sostituire lo zucchero. Rau Chocolate è una delle società che ha iniziato a utilizzare il “monk fruit”, un frutto di origine asiatico con un grande potere dolcificante ma senza lo stesso apporto di calorie. La stevia è ormai sempre più diffusa, tanto da essere adottata anche da Coca-Cola. MycoTechnology, startup sostenuta dagli investimenti di Kellogg, ha scoperto dei funghi capaci di inibire alcuni sapori, come l'amaro. In questo modo esaltano la dolcezza, correggendo il gusto senza aggiungere calorie. A marzo Nestle ha lanciato i primi prodotti che adottano“una nuova struttura dello zucchero”. È fatto con cristalli “vuoti”, che lasciano sulla lingua un sapore simile ma sono più leggeri. Dietro il tentativo di salvare le caramelle, quindi, non c'è solo una differente lista della spesa. Ci sono diverse prospettive commerciali, nuove esigenze dei consumatori, ricerca e metodi produttivi innovativi.  

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