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Nel 2020 la spesa delle famiglie è calata del 4% 

AGI – Nel 2019 la stima della spesa media mensile delle famiglie italiane è di 2.560 euro mensili in valori correnti, sostanzialmente invariata rispetto al 2018 (-0,4%) e sempre lontana dai livelli del 2011 (2.640 euro mensili), cui avevano fatto seguito due anni di forte contrazione non recuperata negli anni successivi. Lo rileva l’Istat in un report dedicato, sottolineando che le stime preliminari del primo trimestre 2020 “mostrano che le misure di contenimento della diffusione del Covid-19 hanno prodotto un calo di circa il 4% della spesa media mensile rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”. In particolare, la marcata riduzione dell’offerta e della domanda commerciale al dettaglio ha determinato una flessione delle spese diverse da quelle per prodotti alimentari e per l’abitazione di oltre il 12% rispetto al primo trimestre 2019.

Il gap della spesa tra Nord e Sud è di 740 euro 

Nel 2019, anche se in lieve attenuazione, restano ampi i divari territoriali sul fronte delle spese per i consumi delle famiglie, rileva l’Istat, spiegando che nel Nord-ovest si spendono circa 740 euro in più (800 nel 2018) rispetto a Sud e Isole.

I livelli di spesa più elevati, e superiori alla media nazionale, continuano a registrarsi nel Nord-ovest (2.810 euro), nel Nord-est (2.790) e nel Centro (2.754 euro); più bassi, e inferiori alla media nazionale, nelle Isole (2.071 euro) e nel Sud (2.068 euro). Nel Sud e nelle Isole, dove le disponibilità economiche sono generalmente minori, a pesare di più sulla spesa delle famiglie sono le voci destinate al soddisfacimento dei bisogni primari quali, ad esempio, quelle per Alimentari e bevande analcoliche: rispetto alla media nazionale (18,1%), questa quota di spesa pesa il 23,3% nel Sud e il 21,4% nelle Isole mentre si ferma al 15,9% nel Nord-est. Nel Sud si registra tradizionalmente anche la quota di spesa più elevata per Bevande alcoliche e tabacchi rispetto al resto del Paese (mediamente pari, tra il 2014 e il 2019, al 2,2%, contro l’1,8% a livello nazionale); tuttavia, nel 2019 questa spesa scende nel Sud da 48 a 45 euro mensili (-6,8% rispetto al 2018), fondamentalmente a causa del calo della spesa per sigarette, che passa da 27 a 24 euro mensili, segnando dunque una contrazione del 9,8% rispetto all’anno precedente.

Le regioni più care

Le regioni con la spesa media mensile più elevata nel 2019 sono Trentino-Alto Adige (2.992 euro), Lombardia (2.965 euro) e Toscana (2.922); in particolare, nel Trentino-Alto Adige si registra, rispetto al resto del Paese, la quota di spesa più alta destinata a Servizi ricettivi e di ristorazione (6,8%; la media nazionale è 5,1%). Puglia e Calabria sono le regioni con la spesa più contenuta, rispettivamente 1.996 e 1.999 euro mensili, quasi mille euro in meno del Trentino-Alto Adige. In Puglia si osserva la quota più bassa destinata a Ricreazione, spettacoli e cultura (3,2%, contro una media nazionale del 5,0%) e in Calabria la quota più alta per Alimentari e bevande analcoliche (25,0%).

In città si spende di più

I livelli e la composizione della spesa variano a seconda della tipologia del comune di residenza. Anche nel 2019, nei comuni centro di area metropolitana le famiglie spendono di più: 2.909 euro mensili, +328 euro rispetto alle famiglie residenti nei comuni periferici delle aree metropolitane e in quelli con almeno 50mila abitanti (cioè il 12,7% in più, nel 2018 era l’8,6%) e +466 euro rispetto alle famiglie residenti nei comuni fino a 50mila abitanti che non appartengono alla cerchia periferica delle aree metropolitane (il 19,1% in più, nel 2018 era il 17,0%). Rispetto al 2018, i divari tra i comuni centro delle aree metropolitane e tutti gli altri comuni si sono dunque leggermente ampliati. Nei comuni centro di area metropolitana si registra anche nel 2019 la quota di spesa più bassa destinata ad Alimentari e bevande analcoliche (15,2%, contro il 19,2% dei comuni fino a 50mila abitanti che non appartengono alla cerchia periferica delle aree metropolitane); lo stesso vale per le quote di spesa destinate ad Abbigliamento e calzature (rispettivamente 3,7% e 4,8%) e Trasporti (9,3% contro 12,1%).

Al contrario, nei comuni centro di area metropolitana si registrano le quote più elevate di spesa per Abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili (40,5%, molto sopra il dato medio nazionale, contro il 32,9% dei comuni fino a 50mila abitanti che non appartengono alla cerchia periferica delle aree metropolitane) e per Servizi ricettivi e di ristorazione (rispettivamente 5,4% e 4,9%). Le quote di spesa destinate alle altre tipologie di beni e servizi non registrano, invece, particolari differenze al variare del tipo di comune di residenza. 

Agi

Allarme di Confcommercio: il 28% delle imprese che ha riaperto è a rischio chiusura

Per il 28% delle imprese che hanno riaperto, rimane elevato il rischio di chiudere definitivamente a causa delle difficili condizioni di mercato, dell’eccesso di tasse e burocrazia, della carenza di liquidità: è quanto emerge da un’indagine di Confcommercio, in collaborazione con Swg, svolta sulle prime due settimane di riapertura per le imprese dei settori ristorazione e bar, abbigliamento, altre attività del commercio al dettaglio e dei servizi.

Delle quasi 800 mila imprese del commercio e dei servizi di mercato che sono potute ripartire, a due settimane esatte dalla Fase2, l’82% ha riaperto l’attività, il 94% nell’abbigliamento e calzature, l’86% in altre attività del commercio e dei servizi e solo il 73% dei bar e ristoranti, a conferma delle gravi difficoltà delle imprese impegnate nei consumi fuori casa; tra le misure di sostegno ottenute, il 44% delle imprese ha beneficiato di indennizzi, come il bonus di 600 euro, ma è ancora estremamente bassa la quota di chi ha ottenuto prestiti garantiti o fruito della cassa integrazione; e oltre la metà delle imprese stima una perdita di ricavi che va dal 50 fino ad oltre il 70%.

Il rischio dei prestiti per le piccole aziende

Infatti, rileva Confcommercio, solo due quinti delle micro-imprese presenta addetti e, quindi, solo questa frazione avrebbe avuto necessità della CIG in deroga. Letto in questi termini il dato del sondaggio appare verosimile (49% accede alla misura e l’ha ottenuta oppure deve ancora ottenerla). Specularmente, il ricorso a ulteriori prestiti è prevedibilmente piuttosto rarefatto.

Le imprese di minori dimensioni, avendo perso per oltre 2 mesi quasi il 100% del fatturato non hanno convenienza a contrarre ulteriori prestiti i quali andrebbero ripagati con un reddito futuro la cui formazione appare oggi molto incerta. è logico aspettarsi che un eventuale maggiore sostegno attraverso gli indennizzi possa spingere anche a un maggiore ricorso ai prestiti con garanzia pubblica, perchè risulterebbe meglio compensata la perdita fino ad oggi subita. Purtroppo, le valutazioni conclusive sono fortemente negative.

Fin qui, nell’esplorazione delle due indagini, svolte a distanza di una settimana, emerge una significativa oscillazione dei giudizi tra la voglia di tornare a fare business e percezioni piuttosto cupe sull’andamento dei ricavi, prosegue l’indagine, il tutto condito da un esplicito orientamento delle imprese volto a smussare l’impatto delle difficoltà e dei problemi.

Ma se nella prima settimana solo il 6% degli intervistati indicava un’elevata probabilità di chiusura dell’azienda, nella seconda ondata di interviste, a fronte di un ragionamento più articolato, il 28% degli intervistati afferma che, in assenza di un miglioramento delle attuali condizioni di business, valuterà la definitiva chiusura dell’azienda nei prossimi mesi. A corroborare questa suggestione, dice Confcommercio, intervengono i timori che nel prossimo futuro si dovrà comunque richiedere un prestito (50% del campione), non si sarà in grado di pagare i fornitori (40%) nè di sostenere le spese fisse (43%).

Il dilemma dell’equilibrio economico da mantenere

Emerge, quindi, con sufficiente nitidezza, uno dei più rilevanti problemi per le singole imprese e per l’economia italiana nel complesso: la vera questione non è riaprire subito o dopo un breve periodo di sperimentazione, bensì la capacità, la possibilità, di restare aperti, cioè di raggiungere un equilibrio economico soddisfacente (assieme a un flusso di cassa che permetta di sostenere almeno i costi fissi). Sotto il profilo macroeconomico, il peggio è certamente passato. Tuttavia, avverte Confcommercio, per molte imprese, concentrate in pochi settori a cominciare dalla filiera turistica, le sfide per la sopravvivenza si combatteranno nei prossimi mesi.

I dati dell’indagine, riporta un comunicato, riferiti ad un universo di 759mila imprese (prevalentemente micro-imprese fino a 9 addetti), indicano come sia senz’altro favorevole la circostanza che le aperture crescano dalla prima alla seconda settimana, ma costituisce un segnale negativo, invece, che il 18% delle imprese che potevano riaprire non l’abbia ancora fatto (tab. 1); questa percentuale sale al 27% nell’area bar e ristoranti, un dato che testimonia una conclamata patologia da cui non siamo affatto usciti.

I motivi della mancata riapertura riguardano soprattutto l’adeguamento dei locali ai protocolli di sicurezza sanitaria. In generale, prosegue Confcommercio, tra le imprese che hanno riaperto, la gestione dei protocolli di igienizzazione-sanificazione e la riorganizzazione degli spazi di lavoro sono state condotte con successo e senza particolari difficoltà, sebbene nella seconda settimana emerga qualche problema aggiuntivo rispetto alla settimana precedente, a conferma dell’impressione che la voglia di riaprire implichi, in qualche caso, una comprensibile sottovalutazione di alcune difficoltà.

Un giro d’affari ‘ampiamente insufficiente’

Le dolenti note emergono dall’autovalutazione degli intervistati sul giro d’affari, si legge: già nella prima settimana la media dei giudizi si collocava largamente al di sotto della sufficienza. Nella settimana successiva questi timori si confermano: il 68% degli imprenditori dichiara che i ricavi delle prime due settimane sono inferiori alle aspettative, quando già le aspettative stesse erano piuttosto basse. La stima delle perdite di ricavo rispetto ai periodi “normali” per oltre il 60% del campione è superiore al 50%, con un’accentuazione dei giudizi negativi nell’area dei bar e della ristorazione, segmento dove si concentrano maggiormente perdite anche fino al 70%.

L’accesso ai provvedimenti di sostegno riflette le problematiche delle micro-imprese durante il lockdown. Gli indennizzi (come il bonus dei 600 euro) sono ovviamente i più diffusi e ne avrebbe fruito già il 44% delle imprese del totale campione. La cassa integrazione appare, invece, sottoutilizzata in ragione della distribuzione delle imprese per numero di addetti schiacciata verso le ditte individuali.

Agi

A gennaio in aumento la fiducia dei consumatori, giù quella delle imprese 

Migliora a gennaio l’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 110,8 a 111,8) mentre per le imprese si registra un calo (da 100,7 a 99,2). Lo rileva l’Istat. Per i consumatori, il clima di fiducia recupera completamente la flessione registrata a novembre 2019 riportandosi sul livello dello scorso ottobre. L’aumento è dovuto ad un diffuso miglioramento di tutte le componenti. Per quanto riguarda le imprese, l’indice composito del clima di fiducia diminuisce, riportandosi sul livello dello scorso novembre, sintesi di un miglioramento nell’industria e di un peggioramento nei servizi e nel commercio al dettaglio. Nel dettaglio, spiega l’Istat, tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori mostrano una tendenza al rialzo: il clima economico registra un incremento da 120,9 a 123,8, il clima personale cresce da 106,8 a 108,4, il clima corrente aumenta da 108,8 a 110,7 e quello futuro passa da 112,3 a 114,7.

Con riferimento alle imprese, nell’industria si registra un complessivo miglioramento mentre per i servizi emergono segnali di incertezza. In particolare, nel settore manifatturiero l’indice aumenta da 99,3 a 99,9 e cresce in modo deciso nelle costruzioni (da 140,1 a 142,7); nei servizi la fiducia diminuisce (l’indice passa da 102,2 a 99,5), cosi’ come nel commercio al dettaglio, dove l’indice cala da 110,6 a 106,6. Per quanto attiene alle componenti dell’indice di fiducia, nell’industria manifatturiera migliorano sia i giudizi sugli ordini sia le aspettative di produzione mentre le scorte di prodotti finiti sono giudicate in accumulo. Nelle costruzioni, l’evoluzione positiva dell’indice e’ trainata dal miglioramento delle attese sull’occupazione. Nei servizi di mercato e nel commercio al dettaglio il calo dell’indice riflette una dinamica negativa di tutte le componenti. In quest’ultimo comparto, si assiste ad un diffuso peggioramento dei giudizi sulle vendite in entrambi i circuiti distributivi analizzati (grande distribuzione e distribuzione tradizionale) mentre le relative aspettative sono in calo solo nella grande distribuzione.

Agi

Come sarà il 2020 delle borse europee?

I mercati azionari europei chiudono il 2019 al top da un decennio ma, secondo gli analisti, gli investitori devono stare attenti al prossimo anno. L’economia europea continua a rallentare e mostra segnali contrastanti. I record di Wall Street e l’ormai prossima firma della fase uno dell’accordo tra Cina e Usa stanno trainando i listini europei verso l’alto anche in quest’ultima parte del 2019.

L’indice Stoxx Europe 600, che comprende le azioni del Regno Unito, venerdì guadagnava lo 0,39% e si appresta a chiudere l’anno in rialzo del 23%, mentre il Dax di Francoforte, nonostante il Pil della Germania stia continuamente sull’orlo della recessione, senza però mai esserci entrato, è in crescita del 26% quest’anno, al top da sei anni.

“Per un investitore statunitense – spiega a MarketWatch Andrea Cicione, global strategist di TS Lombard – l’Europa sta recuperando in questo momento, il che è positivo, quindi ci sono opportunitaàa breve termine, ma a lungo termine il trend europeo sarà legato a doppio filo a quello della crescita economica. Pertanto, gli investitori dovranno essere agilmente e pronti a uscire dalla regione il prossimo anno se la ripresa risulterà in calo”. Poi Cicione, con una sorta di post scriptum, avverte: “Non bisogna fare troppo affidamento sui governi europei per allontanare la regione da una crisi nel 2020”.

Uno dei motivi per cui l’analista vede buone opportunità a breve termine è perché la crescita degli utili europei nel 2019è stata peggiore di quella degli Stati Uniti, quindi le aspettative sono basse e le valutazioni sono piu’ ragionevoli. Andrew Milligan, global strategist di Standard Life Investments, guardando al futuro, punta piu’ sulle azioni statunitensi che su quelle europee, poich[, secondo lui, l’Europa rimane un luogo in cui occorre selezionare attentamente le azioni.

Perché ciò cambi, secondo Milligan occorrerebbe che le aziende del settore finanziario funzionassero meglio e servirebbero dei segnali che la Banca centrale europea e le politiche di bilancio nazionali promuovessero maggiormente l’attività economica e che si verificasse un aumento della domanda dei mercati emergenti. “Se vedessimo forti stimoli di bilancio in Europa, che è un segnale che probabilmente vedremo più nel 2021 che nel 2020, saremmo più ottimisti. E lo stesso avverrebbe se arrivasse un maggiore stimolo dalla Cina a sostegno dell’industria automobilistica tedesca”. 

Agi

Sono crollati i prestiti delle banche alle imprese italiane

Chiudono ancora i rubinetti le banche italiane: sono crollati di 51 miliardi di euro i prestiti alle aziende italiane negli ultimi 12 mesi. Lo stock di finanziamenti alle imprese societarie è sceso di 46 miliardi da 696 miliardi a 650 miliardi, mentre sono diminuiti di quasi 6 miliardi i crediti alle imprese familiari, da 83 a 77 miliardi (-7%). In leggera crescita i prestiti alle famiglie di 9 miliardi da 536 miliardi a 545 miliardi. Questi i dati principali del rapporto mensile sul credito del Centro studi di Unimpresa, secondo cui le sofferenze nette sono calate di 8 miliardi a quota 32 miliardi.

“Purtroppo le banche italiane, anche negli ultimi 12 mesi, hanno confermato la tendenza ad aver messo in secondo piano – se non abbandonato – l’attività tradizionale ovvero finanziare la cosiddetta economia reale”, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Andrea D’Angelo. “Adesso ci preoccupa la prospettiva di tassi negativi sui depositi che potrebbe aumentare significativamente il costo dei rapporti con le banche. Il nostro sistema economico non è ancora pronto a utilizzare alternative a quella bancaria”, aggiunge D’Angelo.

Secondo il Centro studi dell’associazione, che ha rielaborato i dati della Banca d’Italia, da agosto 2018 ad agosto 2019, lo stock di prestiti a famiglie e imprese è diminuito complessivamente di 43 miliardi di euro (sul risultato incidono anche le cartolarizzazioni, cioè la cessione di crediti malati) da 1.324 miliardi a 1.281 miliardi (-3,3%).

Sul dato negativo pesa il calo dei finanziamenti alle aziende, sia alle imprese familiari (meno 5 miliardi, con un calo del 7% da 83 miliardi a 77 miliardi ) sia alle imprese societarie (meno 46 miliardi, con un calo del 6% da 696 miliardi a 650 miliardi). Le aziende complessivamente hanno subito un taglio di 51 miliardi di euro.

Sono leggermente cresciuti, invece, i prestiti alle famiglie di 9 miliardi (mutui e credito al consumo) in lieve aumento dell’1,7% da 536 miliardi a 545 miliardi. La pulizia dei bilanci dai crediti deteriorati è proseguita con la solita velocità registrata negli ultimi tre, quattro anni: le sofferenze lorde (che nel 2014-2015 avevano superato quota 200 miliardi di euro) sono ulteriormente diminuite, negli ultimi 12 mesi, di 38 miliardi passando da 126 a 87 miliardi (-30%).

Le sofferenze nette (quelle coperte da garanzie reali) sono scese di 8 miliardi da 40 miliardi a 32 miliardi (-20%). Per quanto riguarda la raccolta, le banche hanno assistito a una crescita del 6% complessiva delle somme detenute sui loro depositi da tutte le categorie di clienti: in totale, sui depositi (ad agosto scorso) risultano 1.481 miliardi in aumento di 91 miliardi (più 6%) rispetto ai 1.390 miliardi di agosto 2018.

I conti correnti sono oggetto di forte attenzione dopo l’annuncio di un importante gruppo bancario intenzionato ad applicare tassi negativi sui saldi superiori a 100.000 euro, con l’obiettivo dichiarato di trasferire con maggiore efficacia le decisioni di politica monetaria della Banca centrale europea; sui conti correnti sono depositati ben 1.168 miliardi da parte della clientela bancaria, un dato in crescita di 88 miliardi (più 8%) in un solo anno (ad agosto il totale si era fermato a 1.079 miliardi).

Il calo dello spread ha reso meno rischioso investire nel debito pubblico italiano, ragion per cui le banche ne hanno approfittato per aumentare la sottoscrizione di bot e btp. Gli istituti hanno comprato massicciamente sia sul mercato secondario le obbligazioni del Tesoro già in circolazione sia sottoscrivendo le nuove emissioni alle aste: nell’ultimo anno, il totale dei titoli di Stato italiani detenuti dalle banche del nostro Paese è saliti di 36 miliardi (più 10%) da 372 miliardi a 409 miliardi.

Agi

Il traffico aereo continua a salire. Ma non riempie le casse delle compagnie 

Gli aerei si riempiono, le casse non sempre. Il trasporto aereo continua a ospitare sempre più passeggeri, ma deve ancora fare i conti con bilanci precari, specie se si appartiene a quella che la International Air Transport Association (Iata) definisce “la coda lunga” del mercato europeo. Cioè quell’insieme di compagnie alle spalle delle “big four”: Iag, Air France-KLM, Lufthansa e Ryanair.

Alitalia, agosto positivo

Di questa coda lunga fa parte anche Alitalia, reduce da un agosto in crescita. I ricavi da traffico di passeggeri sono aumentati del 2,5% rispetto allo stesso mese del 2018. Anche allargando il perimetro ai primi otto mesi dell’anno, il progresso si attesta al 2%. Il numero dei passeggeri fa un piccolo passo avanti: +0,4%, superando i 2 milioni di viaggiatori.

L’incasso cresce quindi più dei passeggeri. Il motivo è dovuto soprattutto ai risultati dei collegamenti di lungo raggio: +5,4%. Sono saliti a bordo di un volo Alitalia per andare lontano 288.667 passeggeri. Mai così tanti da dieci anni. Ne beneficiano i ricavi, cresciuti del 4,3% nel lungo raggio (+4,7% nei primi otto mesi dell’anno).

Una conferma, in questa direzione, arriva anche da Assaeroporti, l’associazione che riunisce i gestori degli scali. A luglio, i passeggeri su voli nazionali sono aumentati solo dello 0,4%. In quelli internazionali (dei quali il lungo raggio è una componente) c’è invece un balzo del 5%.

Il settore rallenta

L’ultimo rapporto della Iata, relativo a luglio, indica un aumento del traffico globale, seppure con un ritmo in frenata rispetto a giugno. Ecco perché si parla di un “inizio morbido” per la stagione estiva, la più ricca dell’anno. La metrica con cui viene misurato il traffico (la Rpk, cioè il numero di passeggeri per ogni chilometro di volo) è cresciuta del 3,6%, meno del 5,1% del mese precedente. Colpa, spiega il rapporto, anche della crescita debole di molte regioni (che pesa sui viaggi) e sulle incognite legate alle tensioni internazionali.

Pagano, in particolare, i voli internazionali delle compagnie aeree europee. Brexit e crescita economica modesta anche della locomotiva tedesca sono tra le cause di un Rpk cresciuto a luglio del 3,3%, il passo avanti più corto dalla metà del 2016.

Il paradosso europeo

Il quadro è complesso e, come ha spiegato la Iata in un commento all’andamento del primo trimestre dell’anno, in apparenza contraddittorio: “Il settore aereo in Europa è stato raramente così redditizio come lo è oggi, eppure negli ultimi due anni numerose compagnie aeree sono fallite”. La spiegazione è nell’impatto delle “big four”: i loro risultati pesano sulle statistiche di settore, che irrobustendo medie che (come spesso accade) raccontano solo una parte della storia. “Più della metà dei profitti del settore aereo europeo – afferma la Iata – è generata da Ryanair (sebbene si trovi ora ad affrontare nuove sfide in termini di costi), Iag, Air France-KLM e Lufthansa”.

Alle loro spalle, c’è una “lunga coda di compagnie aeree” che “genera performance finanziaria molto più frammentate rispetto, ad esempio, al trasporto aereo nordamericano. Le quattro grandi d’Europa hanno generato rendimenti per gli investitori comparabile con le principali compagnie aeree del Nord America” e “un margine operativo medio del 6%, che è eccellente rispetto agli standard storici”. Tra il 1994 e il 2014, infatti, la media era poco oltre il 2%. Ma il dato, continua il rapporto, lievita proprio grazie alle big four.

La compagnia europea mediana (cioè quella che si trova a metà strada tra la migliore e la peggiore) ha risultati decisamente meno brillanti di quanto non lasci intendere la media di settore. Ecco spiegati i fallimenti in un momento di buoni profitti e incremento dei passeggeri. Per chi fa parte della coda lunga in Europa, competere è più difficile che altrove. Perché deve far fronte a un ambiente più frammentato, con “intensa concorrenza”, “economie indebolite” e costi elevati che rendono “il 2019 un anno difficile”.

L’estate delle “big four”

A luglio (mese a cui si riferiscono i dati più recenti) le compagnie aeree del gruppo Lufthansa hanno ospitato 14,6 milioni di passeggeri, con un incremento del 2,5% rispetto all’anno precedente. Segno più anche per le vendite, in crescita del 3,1%. Per l’intero 2019, il gruppo si aspetta una crescita “a una cifra percentuale”. Ad agosto gli aerei di AirFrance-Klm hanno ospitato il 2,3% di passeggeri in più anno su anno. Il traffico (sempre misurato in passeggeri per ogni chilometro di volo) è cresciuto del 2,1%.

Questa leggere discrepanza è probabilmente dovuta a un dato coerente con l’analisi di Iata e in controtendenza con Alitalia: il traffico sui voli di lungo raggio è cresciuto dello 0,8%, molto meno del medio-corto (+2,7%). Motivo: a una buona performance verso il Nord America si contrappone un deciso calo di Africa, Medio Oriente, Caraibi e Oceano Indiano. Cresce in modo vigoroso il traffico di Iag (il gruppo di British Airway, Aerlingus e Iberia) ad agosto: +6,6%, grazie soprattutto a Caraibi, America Latina e voli interni, ma con passi avanti in tutte le aree dove opera.

Ryanair, infine, deve fare i conti con un aumento dei costi che continua ad assottigliare i margini. La compagnia irlandese trasporta sempre più passeggeri: ad agosto sono stati 14,9 milioni, l’8% in più rispetto al 2018. E il load factor (cioè il rapporto tra posti disponibili e biglietti comprati) è arrivato al 97%. Manca poco al tutto esaurito. Il traffico del trimestre chiuso a giugno è aumentato dell’11%, anche grazie alle tariffe tagliate del 6%.

Un sacrificio compensato dai cosiddetti acquisti “ancillari” (cioè, in sostanza, tutto quello che non è biglietto). Grazie a priorità e profumi a bordo – quindi – la media di spesa per passeggero (55 dollari) è rimasta costante. Risultato: anche se salire su Ryanair costa meno, il fatturato è cresciuto allo stesso ritmo del traffico: +11%. Non è bastato, però, a bilanciare i costi, lievitati a causa del carburante e dell’incorporazione del vettore Lauda. Ecco perché i profitti sono calati del 21%, mantenendosi però su livelli notevoli: 243 milioni di euro. 

Agi

Per il Movimento la revoca delle concessioni ad Autostrade è un dovere morale 

“Il Ponte Morandi è stato definitivamente demolito e presto comincerà l’opera di ricostruzione, ma l’obiettivo fondamentale, oggi come ieri, è fare giustizia: lo dobbiamo alle persone che hanno perso la vita, ai loro familiari, ai cittadini che ci danno fiducia ogni giorno”. Comincia così il duro post che il Blog delle Stelle con cui i pentastellati tornano ad invocare come “dovere morale” lo stop alle concessioni pubbliche alla società Autostrade per l’Italia (Aspi).

“Per fare giustizia – si legge – occorre punire chi ha consentito che in un Paese come l’Italia un ponte crollasse in testa a 43 persone, uccidendole. Dal punto di vista penale ci penserà la magistratura, ma dal punto di vista politico lo deve fare il governo. E lo farà, perché a Genova è stata la mancanza di manutenzione ad uccidere. Lo ripetiamo forte e chiaro, a scanso di equivoci”.

Quindi l’indice accusatorio dei 5 stelle punta al “sistema Benetton” e alla “convenzione vergogna” garantita alla società Autostrade dai partiti del passato. “Aspi – si ricorda – ha incassato circa 9,5 miliardi di euro di utili da quando si chiama Autostrade per l’Italia. Se invece si considerano i conti dal 1999, quando è stata privatizzata la gestione della grande rete stradale, la società ha guadagnato oltre 10 miliardi. La gran parte dei quali affluiti sotto forma di dividendi nella holding Atlantia, che li ha utilizzati per remunerare i suoi soci e finanziare l’attività di diversificazione della società”.

“E gli investimenti? I numeri – prosegue il j’accuse – dicono che negli ultimi anni i profitti sono cresciuti, ma gli investimenti sono calati. Il ministero dei Trasporti ha fatto sapere che nel 2016 Autostrade ha incassato 3,1 miliardi con 624 milioni di utile al netto delle tasse grazie anche all’aumento dei pedaggi. Al casello il prezzo è salito in 10 anni del 30%. Lo stesso non si può dire per la manutenzione. Le cifre che tutti i gestori (non solo Autostrade per l’Italia) hanno speso in investimenti sono calate e anche la manutenzione di base è scesa in un anno del 7%. E sapete quanto ha speso Aspi per la manutenzione strutturale del Ponte Morandi? 23 mila euro annui. Nulla. Prima della privatizzazione del 1999, invece, si spendevano 1,3 milioni di euro tutti gli anni sullo stesso Ponte (fonte Commissione ispettiva Ministero dei Trasporti sulle ragioni del crollo). Questa è la tragica differenza tra una gestione attenta agli interessi dei cittadini e una gestione finalizzata esclusivamente al profitto privato”.

Per i 5 stelle Aspi ha quindi “lucrato guadagni incredibili da convenzioni blindate per legge, che garantivano i seguenti vantaggi:

  1. Il ritorno al costo medio ponderato del capitale oltre il 10% lordo, corrispondente ad una rendita del 7-8% netto a fronte di rendimenti dei titoli di Stato intorno al 2-3%. Ritorni di capitale altissimi, fuori mercato;
  2. Condizioni capestro nel caso in cui si volesse revocare anticipatamente la concessione, con l’obbligo per lo Stato di risarcire al concessionario i presunti profitti che avrebbe percepito fino alla fine della concessione (nel caso di Aspi fino al 2038);
  3. Extra profitti sui dati del traffico: nei piani finanziari i concessionari tenevano basse le previsioni di traffico per poter giustificare aumenti di tariffa e quando il volume di traffico reale si dimostrava superiore alle previsioni i ricavi tornavano solo in piccola parte in un fondo speciale, mentre la maggior parte veniva intascata dai concessionari;
  4. Scarsi controlli da parte del concedente del Ministero per quanto riguarda la manutenzione: i controlli venivano fatti spesso e volentieri senza andare a provare sul campo le condizioni delle autostrade.  

Il Ministero “si fidava” delle carte del Concessionario; Vantaggi tanto più odiosi tenendo conto che la rete autostradale e’ un monopolio naturale, cioe’ una infrastruttura che per sua natura non rientra nelle logiche della concorrenza e del libero mercato, perché a livello di costi è conveniente che se ne occupi un solo attore. Regalare un monopolio naturale ad un privato e’ un delitto, ma farlo alle condizioni folli appena ricordate è anche peggio”.

Secondo i pentastellati “dobbiamo mettere fine a tutto questo, e in questo anno di governo abbiamo già iniziato a correggere alcune distorsioni, bloccando ad esempio gli aumenti ai caselli autostradali fino a giugno. Ora tutti i concessionari, compresa Autostrade per l’Italia, hanno deciso che fino al 15 settembre non scatteranno i rincari previsti dal primo luglio. Quando lo Stato torna a farsi sentire i privati si adeguano, se non vogliono pagare dazio”.

“Ma – si sottolinea – nel caso di Autostrade il sacrosanto stop agli aumenti delle tariffe non puo’ bastare. Come governo abbiamo il dovere di sottrarre le autostrade italiane dalle mani di chi ha guadagnato cifre mostruose senza investire adeguatamente nella manutenzione e nella sicurezza dei cittadini. Lo stop alla concessione pubblica e’ un dovere morale”.

Agi

Salvini accusa il M5s di aver bloccato una soluzione al problema delle grandi navi a Venezia 

Matteo Salvini ha criticato M5s sulle grandi navi a Venezia, sostenendo che hanno bloccato la possibile soluzione del problema. “Mi risulta che una soluzione” per evitare problemi come quello dell’incidente tra le navi a Venezia “fosse stata elaborata e condivisa già dall’anno scorso”, ha detto il vicepremier leghista in un comizio a Tivoli, “predisponendo l’allargamento di un canale e una parte delle navi a Porto Marghera”. “Ma tutto ciò”, ha aggiunto, “è bloccato da mesi perché è arrivato un ‘no’ da un ministero romano, e non è un ministero della Lega”. “Sono stufo dei no”, aggiunge, “perché con i no l’Italia va a fondo. Facciamo che da giugno ricominciano i sì”.

Il Movimento 5 Stelle intanto assicura che “presto” arriverà una soluzione sul tema dell’attraversamento della laguna di Venezia da parte delle navi da crociera, una delle quali ha oggi investito un battello turistico. E arriverà proprio dai suoi ministeri. “Le grandi navi devono stare alla larga dal canale della Giudecca: lo abbiamo sempre sostenuto e ci stiamo lavorando con i ministri Costa, Bonisoli e Toninelli (titolari, rispettivamente, dei dicasteri Ambiente, Beni culturali e Trasporti, ndr). Presto sarà messa in campo una soluzione in grado di evitare questo enorme e continuo pericolo per i delicati equilibri di Venezia. Non possiamo mettere a rischio un patrimonio culturale e ambientale così importante per assecondare una pratica che può tranquillamente essere modificata senza arrecare alcun danno al turismo”. Lo affermano i deputati e i senatori 5 Stelle in commissione Ambiente.

Agi

Sono le onde del mare la nuova frontiera delle energie rinnovabili

Eni, Cdp, Fincantieri e Terna insieme per lo sviluppo di impianti di produzione di energia da moto ondoso su scala industriale. L’amministratori delegato di Cassa depositi e prestiti Fabrizio Palermo, l’ad di Fincantieri Giuseppe Bono, quello di Terna Luigi Ferraris e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, hanno firmato, nella sede Eni all’Eur di Roma, un accordo non vincolante per lo sviluppo e la realizzazione su scala industriale di impianti di produzione di energia dalle onde del mare.

L’accordo ha lo scopo di unire le competenze di ciascuna società al fine di trasformare il progetto pilota Inertial Sea Wave Energy Converter (Iswec), l’innovativo sistema di produzione di energia dal moto ondoso installato da Eni nell’offshore di Ravenna e attualmente in produzione, in un progetto realizzabile su scala industriale e quindi di immediata applicazione e utilizzo.

Secondo i termini dell’accordo, Eni (che controlla Agi al 100%) metterà a disposizione del gruppo di lavoro congiunto i risultati dell’impianto pilota Iswec, sviluppato in sinergia con il Politecnico di Torino e lo spin-off Wave for Energy e fornirà il proprio know-how tecnologico, industriale e commerciale, oltre a rendere disponibili le opportunità logistiche e tecnologiche dei propri impianti offshore.

“L’accordo di oggi – ha commentato l’ad di Eni, Claudio Descalzi – rappresenta un importante passo in avanti verso la realizzazione su scala industriale di un nuovo sistema di produzione di energia rinnovabile dal moto ondoso. Questa intesa si inserisce nel nostro piano strategico di decarbonizzazione e nasce dal forte focus di Eni nella ricerca, sviluppo e applicazione di nuove tecnologie, finalizzate non solo a rendere più efficienti processi operativi convenzionali ma che ci spingono anche a creare nuovi segmenti di business nell’ambito energetico. La collaborazione con tre eccellenze italiane, quali Cdp, Terna e Fincantieri, consentirà di mettere a fattor comune le grandi competenze esistenti e di accelerare il processo di sviluppo e industrializzazione di questa tecnologia, con l’obiettivo di esplorare insieme possibili progetti su larga scala anche all’estero”. 

Cdp promuoverà il progetto con le pubbliche amministrazioni e le istituzioni coinvolte e, inoltre, metterà a disposizione le proprie competenze economico-finanziarie, anche al fine di valutare le più adeguate forme di supporto finanziario dell’iniziativa.  L’ad Fabrizio Palermo: “Il Piano Industriale di Cdp è fortemente orientato allo sviluppo sostenibile, in linea con i grandi trend globali e gli Obiettivi di Sviluppo sostenibile definiti dall’Agenda 2030 dell’Onu. Il progetto, quindi, è coerente con la nostra strategia e, insieme a partner come Eni, Fincantieri e Terna, potremo contribuire in modo concreto allo sviluppo di una tecnologia italiana innovativa e alla diffusione delle fonti di generazione rinnovabile, a beneficio del Paese e della collettività”. 

Fincantieri offrirà da parte sua le competenze industriali e tecniche tipiche delle realizzazioni navali per l’ottimizzazione delle fasi di progettazione esecutiva, costruzione e installazione delle unità di produzione. Ha spiegato l’ad Giuseppe Bono: “Siamo onorati di partecipare a un progetto di questa portata con partner come Eni, Terna e Cdp. Fincantieri è costantemente impegnata nel miglioramento dei sistemi navali che garantiscono il massimo rispetto dell’ambiente e questo accordo, che porterà all’industrializzazione di una soluzione per generare energia pulita dalla stessa forza del mare, ci appassiona e ci rende fiduciosi per la capacità tutta italiana di guardare al futuro”.      

Terna contribuirà invece a sviluppare gli studi relativi alle migliori modalità di connessione e integrazione del sistema di produzione di energia con la rete elettrica, ivi inclusa l’integrazione con i sistemi ibridi composti da generazione convenzionale, impianti di produzione fotovoltaici e sistemi di stoccaggio. “Con questo accordo quadro – spiega l’amministratore delegato di Terna, Luigi Ferraris – Terna investe nell’innovazione sostenibile al servizio della transizione energetica, nella forte convinzione che le competenze distintive del gruppo possano contribuire all’abilitazione di nuove fonti rinnovabili in grado di rendere il sistema elettrico sempre più efficiente e sostenibile”. 

In una prima fase, l’accordo prevede l’ingegnerizzazione della costruzione, installazione e manutenzione dell’Iswec. Questa fase porterà alla progettazione e alla realizzazione entro il 2020 di una prima installazione industriale collegata a un sito di produzione offshore Eni. Parallelamente, si valuterà l’estensione della tecnologia su ulteriori siti in Italia, in particolare in prossimità delle isole minori, con la realizzazione di impianti di taglia industriale per fornitura di energia elettrica completamente rinnovabile.

Le caratteristiche innovative del sistema Iswec possono consentire di superare i vincoli che hanno fin qui limitato un diffuso sfruttamento delle tecnologie di conversione dell’energia del moto ondoso.

Gli impianti di generazione di energia da moto ondoso potranno fornire un contributo rilevante non solo ai processi di decarbonizzazione in ambito offshore ma anche e più in generale a supporto della sostenibilità dei sistemi di produzione di energia elettrica e della diversificazione delle fonti rinnovabili.  L’intesa potrà essere oggetto di successivi accordi vincolanti che le parti definiranno nel rispetto della normativa applicabile ivi inclusa quella in materia di operazioni tra parti correlate. 

Agi

Una fusione da 65 miliardi nel settore delle biotecnologie

Bristol-Myers Squibb ha annunciato l'acquisto di Celgene, una delle maggiori società biotech statunitensi, per 74 miliardi di dollari in contanti e azioni, circa 65 miliardi di euro. Al termine dell'operazione, informa una nota, gli azionisti di Bristol-Myers Squibb deterranno il 69% della nuova societaà mentre a quelli di Celgene farà capo il restante 31%. Gli azionisti di Celgene riceveranno un'azione Bristol-Myers Squibb e 50 dollari cash per ogni titolo in loro possesso, con un premio del 53,7% sul valore di Borsa. 

Celgene è una società biofarmaceutica americana, con sede nel New Jersey e attività in diversi paesi. Ha circa 7.000 addetti e nel 2017 ha fatturato oltre 13 miliardi di dollari, producendo utili per 2,5 miliardi. Negli ultimi anni è stata protagonista di una crescita notevole in termini di prodotti. Il focus della compagnia è sui trattamenti di vari tumori del sangue, tra cui il mieloma multiplo. È inoltre una società farmaceutica completamente integrata, nel senso che tutto lo sviluppo di una nuova medicina, dalla scoperta alla produzione, dalla conduzione dei clinical trials al marketing, viene svolto internamente. Negli ultimi anni è stata protagonista di diverse acquisizioni di più piccole aziende biotecnologiche: tra queste Signal Pharmaceuticals nel 2001 e Abraxis BioScience nel 2010. 

I pionieri dell'immunoterapia

Bristol-Myers è un colosso che ha aperto la strada all'immunoterapia del cancro con il suo Yervoy e più tardi con Opdivo, ma è stato messo sotto pressione dal Keytruda, il trattamento rivale della Merck, che cura il cancro al polmone, il più redditizio mercato dell'oncologia. L'accordo creerà una società incentrata su nove trattamenti, che rappresentano più di un miliardo di vendite annuali e assicura una potenziale crescita significativa nell'oncologia, nell'immunologia e nelle malattie infiammatorie e cardiovascolari. 

Agi News