“La politica non può più pensare alle startup come ammortizzatori sociali”

Loro Macron, noi micron. Sarebbe il titolo perfetto per raccontare la distanza tra noi e la Francia in tema di startup. Su Agi.it Riccardo Luna ha scritto questo post "Startup, sveglia Italia! Siamo fermi al palo". La nostra è una vera "Emergenza Innovazione", che da oggi proviamo a indagare, coinvolgendo i massimi esperti sull'argomento. Ma ci piacerebbe coinvolgere tutti, anche quelli che massimi esperti non sono. Se volete contribuire scriveteci qui: dir@agi.it A presto.

"Il venture? Un passatempo. La politica smetta di guardare alle startup come ammortizzatore sociale, non può essere così". Renato Gianlombardo è un'avvocato milanese. Di recente ha costituito un gruppo di lavoro specializzato nel venture capital (GOP4 Venture), e si occupa di raccolta di capitali, assistenza agli imprenditori, ai centri di ricerca. Ha commentato ad Agi i risultati sugli investimenti italiani nel primo semestre. 

 

Sono stati 75 milioni nel primo semestre gli investimenti in startup primo calo del 13% dopo 3 anni. Che succede? 
“Succede che il settore del venture capital non è ancora stato preso sul serio. Schiacciato da una cultura bancaria che finanzia l’impresa con un solido track record o con solide garanzie e dal fatto che gli operatori finanziari non sono interessati alle micro-operazioni. E nel settore l’operazione di maggior valore del 2016 è stata di 7 milioni di euro. Insignificante per il mondo della finanza. Inoltre, l’interesse degli operatori con grandi disponibilità finanziarie è assente e spesso è un passatempo per coloro che operano da business angels. 

Un passatempo? 
“E’ un po’ come giocare al casino. Il settore finanziariamente è del tutto irrilevante. Quanto all’intervento pubblico, dopo alcune iniziative, invero molto limitate nell’ammontare messo a disposizione del settore, il flusso di investimenti in fondi si è fermato e le risorse dei venture capital si stanno prosciugando”.

Si parla molto di startup come volano per la crescita economica, ma serve a poco. Quali sono le cause secondo lei? 
“Una seria politica sulle startup e sull’innovazione richiede misure ed incentivi che insistano per un lungo periodo di tempo sia sui sistemi principali che a livello di sottosistema. Gli operatori e gli investitori li devono conoscere, ne devono apprezzare i benefici e si devono fidare che non vengano rimessi in discussione l’anno successivo. Nel Regno Unito ci sono voluti vent’anni. Le startup immettono nella nostra società una nuova cultura d’impresa che è indiscutibilmente parte integrante del terzo millennio. Piuttosto bisogna capire cosa si sa fare senza inseguire illusioni o immaginare di avere un ruolo dove invece ci sono già giganti planetari”. 

Ci fa un esempio di "illusione"?
“E il caso dell’ICT dove largamente importiamo idee che spesso non sono innovative ma comunque utili ad un aggiornamento del livello dei servizi del nostro Paese. Credo invece che si possa giocare un ruolo nel settore degli spin off di ricerca. Purché si avvii in tempi rapidi un processo di riforma normativa, disinnescando il conflitto di interesse che condiziona lo spin off accademico”. 

Quale conflitto di interesse? 
“Mi spiego. Vanno rese autonome le unità di valorizzazione della ricerca in modo che i migliori brevetti siano disponibili per il mercato degli investitori in tempi compatibili con le loro aspettative. Oggi invece il processo di valorizzazione è lento è troppo spesso sottoposto a logiche accademiche allineate più alla ricerca di base che alla creazione di un’impresa. Insomma nella nostra università si coltivano ancora principalmente due o tre cose: il sogno di concorrere per il Nobel, il posto fisso del ricercatore e, in qualche caso,  anche l’esigenza di finanziare le proprie cattedre. Comprende che con questi presupposti il mercato degli spin off è assolutamente incapace di esprimere le potenzialità pur rilevanti che possiede. Sono stato recentemente in Silicon Beach nel sud della California dove stanno implementando un modello di startup che valorizza le vocazioni culturali e imprenditoriali, sociali di quel territorio: gaming, entertainment, social media company. Ecco questo può essere un modello. Evitare di inseguire i fasti della Silicon Valley e concentrarsi sulle proprie competenze e sulle vocazioni del proprio territorio”.

Come mai è così difficile trovare investitori per sviluppare un'infrastruttura di venture capital adeguata al mercato italiano?
“I capitali viaggiano insieme alla credibilità di chi li usa. Se non abbiamo un ecosistema che dimostra di avere le idee chiare non avremo investitori che affideranno le proprie risorse al sistema Italia. La comunità del venture capital si è fino ad oggi sviluppata essenzialmente tramite attività pro-bono, di soggetti visionari che hanno immaginato di poter supportare gli startupper agendo come menthor, tutor, incubatori, angels, legali, advisor finanziari. Quanto all’intervento pubblico abbiamo forse la legge sulle startup più avanzata in Europa, crowdfunding incluso. Ciononostante non riusciamo ad essere attrattivi. Questa è la prova il pubblico può essere una condizione necessaria ma non sufficiente. Anzi questa tipologia di intrvento può essere controproducente se comincia a giocare la partita in concorrenza con i venture capital o con gli altri operatori finanziari. Comunque a mio parere le difficoltà sono analoghe a quelle che vedono l’Italia in difficoltà nell’attrazione degli investimenti. Con un’aggravante. Il nostro Paese negli ultimi vent’anni non è mai stato percepito come una start up nation neanche in Italia”.

Molti lamentano l'assenza di investitori istituzionali, è vero? 
“Ci sono. Ma dobbiamo intenderci altrimenti generiamo confusione. Questi, sono investitori che impiegano le loro risorse in funzione degli scopi istituzionali dell’ente. E’ di tutta evidenza come ci sia una differenza tra gli investimenti di una banca e gli investimenti di una cassa di previdenza o di un fondo pensione. Se non si comprende che la prima tende a generare profitto per i propri azionisti e i secondi mirano a mantenere il capitale per pagare le pensioni non abbiamo chiaro il quadro di riferimento”. 

C'è un'idea che comincia a diffondersi: le startup italiane non valgono molto, sono scarse. Quanto c'è di vero? 
"Una startup può valere poco, molto o anche nulla. Dipende da vari fattori e dagli obiettivi che ci si propone. Se si immagina di investire ogni volta in una potenziale Google, allora le startup italiane valgono quasi tutte nulla, ma se si immagina di farle fare un dignitoso percorso imprenditoriale con politiche di marketing corrette e una visione imprenditoriale adatta al nostro mercato con una proiezione internazionale, ove possibile, allora può valere il giusto o anche molto rispetto al capitale iniziale. Il dato culturale più complicato da superare nel nostro Paese è l’insuccesso”. 

Ovvero?
“Chi ha insuccesso è bannato, messo fuori gioco, isolato. Mentre, il fallimento è un elemento naturale delle startup. Tutte le classifiche o i report non parlano mai di quante start up sono fallite e di cosa hanno fatto i founders nell’esperienza successiva. Questo sarebbe il dato più significativo anche per esorcizzare la paura del fallimento e credo sia anche utile per poter investire proprio su coloro che hanno imparato di più dagli errori. Una frase celebre recita: non perdo mai, o vinco o imparo”.

Piccola sintesi: cosa manca secondo lei all’Italia? 
“Abbiamo detto che la legislazione e all’avanguardia e la politica fiscale può essere una leva ma non sarà il motivo principale per il quale investire. Parlare di barriere culturali in questo Paese è come parlare di frigoriferi al polo nord. Il resto non ha un valore rilevante. Io penso invece che ci siano alcune cose da fare o evitare. La politica deve evitare di immaginare che le startup siano un ammortizzatore sociale ed evitare di creare ecosistemi in modo randomico. Ci sono due poli che si stanno cominciando lentamente ad affermare Roma e Milano".

Milano ok, ma anche Roma? 
“Certo. Roma comincia ad essere attraente per startup e investitori e mentre Milano esercita la sua vocazione finanziaria. Si pensi che a fronte della quasi totale presenza di venture capital sulla piazza di Milano, nel 2016 nel Lazio si sono realizzati 16 investimenti in start up mentre in Lombardia solo 30. Quindi si tratta di puntare e qualificare e far conoscere l’offerta di start up. Per invertire la tendenza bisogna offrire un prodotto di elevata qualità sia sul piano tecnologico o innovativo sia sul piano delle risorse e del capitale umano disponibile. Inoltre penso che si debba decisamente puntare sugli spin off accademici o di ricerca. Nel 2016 si sono registrati 92 deals per un ammontare complessivo di 200 milioni, l’85% dei quali sono private enterprises, il 5% corporate venture e il 10% university spin off. Abbiamo settori di grande valore nei quali dovremmo cominciare a specializzarci e farci conoscere a livello internazionale e nei quali l’università e i centri di ricerca possono dare un contributo essenziale. Cito i settori a maggior crescita nel 2016 (ICT escluso): filiera della salute, alimentazione, robotica e meccatronica, turismo”.   

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