Tag Archive: vuole

Perché Scholz vuole l’unione bancaria dell’Eurozona

Il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz spinge per completare il piano di unione bancaria dell’Eurozona. Lo ha scritto lo stesso Scholz in un articolo sul Financial Times, nel quale sostiene che le banche europee devono dotarsi di un sistema comune di assicurazione sui depositi. Secondo Scholz il ruolo globale dell’Europa sarebbe compromesso se non venisse completata l’integrazione del settore finanziario dell’Eurozona.

Perché è necessaria l’integrazione

“La necessità di approfondire e completare l’unione bancaria europea è innegabile. Dopo anni di discussioni, la situazione di stallo deve finire “, ha scritto Scholz, il quale evidenzia che con la Brexit, l’Ue perderà la City londinese – il suo più grande centro finanziario – e ciò significa che è giunto il momento di promuovere una migliore integrazione delle banche dell’area euro.

La Bce e i leader europei hanno più volte sollecitato governi dell’Ue a porre fine alle divisioni politiche sul completamento dell’unione bancaria, più nel dettaglio hanno sempre sostenuto che questo progetto è essenziale per rendere l’Eurozona più resistente agli shock economici e per consentire alle banche fallite di essere liquidate in sicurezza, senza la necessità di pesare sulle tasche dei contribuenti.

Proteggere i depositanti durante un collasso bancario

L’elemento più sorprendente contenuto nelle proposte di Scholz è il suo piano per creare un sistema comune europeo a protezione dei depositanti durante un collasso bancario. La Germania ha sempre respinto tali piano, i in mezzo all’ostilità pubblica nei confronti di qualsiasi tentativo percepito di mettere i contribuenti in pericolo per le banche instabili in altri Paesi.

Il sistema di riassicurazione fungerebbe da sostegno ai fondi nazionali, contribuendo a garantire che i governi possano onorare il loro obbligo legale di proteggere i depositi fino a 100.000 euro in caso di collasso bancario.

Merkel accetterà la proposta?

Accettare una qualche forma di meccanismo europeo comune di assicurazione dei depositi non è stato “un piccolo passo per un ministro delle finanze tedesco”, ha scritto Scholz.

Tuttavia, le sue proposte presentano pesanti avvertimenti e condizioni, che sono suscettibili di suscitare preoccupazione negli Stati membri dell’Ue con le finanze più deboli e i settori bancari fragili. Le sue proposte rischiano di trovare opposizione anche in Germania. Il Ft nota che gli amministratori pubblici tedeschi considerano l’iniziativa di Scholz un ‘non-paper‘, cioè una proposta personale del ministro, avanzata solo per favorire la discussione e che non è stata coordinata con il cancelliere tedesco Angela Merkel, il quale non è certo se appoggerà o meno questo piano. 

Agi

Nell’era del capitalismo digitale ci vuole un’economia civile, dice Zamagni

Marx è stato superato dalla Storia, ma anche il capitalismo ha vissuto momenti migliori. È ora di trasformare, non di riformare. A dirlo in questa intervista all’AGI Stefano Zamagni, l’economista dell’Università di Bologna che ha affiancato Benedetto XVI nel redigere il testo della Caritas in Veritate. A marzo Papa Francesco lo ha nominato presidente della Pontificia Accademia delle Scienze

Professore, che succede? Il capitalismo sembrava una macchina destinata a durare in eterno, invece per qualcuno sta esalando l’ultimo respiro.

“No, il capitalismo non sta morendo. A differenza di altri sistemi può modificare le sue caratteristiche nel tempo. Dura dal XVII secolo, ed è passato in questo tempo dal capitalismo commerciale a quello agricolo e poi a quello industriale, mentre oggi abbiamo il capitalismo finanziario”.

Che è l’ultima.

“No! Dal 2001 è iniziata la sua fase digitale. Il problema è che ad ogni passaggio di fase si pensa che sia finita la Storia, oggi come in passato. Invece siamo già in una nuova fase iniziata da quasi un ventennio. Solo che a tutt’oggi ancora abbiamo capito poco delle caratteristiche di questa nuova forma di capitalismo, e delle sue conseguenze”.

Non può essere lasciato solo?

“La transizione digitale in corso tende al monopolio e all’oligopolio. Riflettiamo su un dato: il valore dell’economia immateriale adesso supera di gran lunga quello dell’economia materiale. Solo che le nostre società non sono arrivate in tempo a regolamentare la dimensione immateriale dell’economia, e questa è una cosa che ha il suo impatto sull’economia e la democrazia. Se si prendono cinque imprese come Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft vediamo che insieme hanno una capitalizzazione di borsa maggiore del PIL del Portogallo. Di un intero Stato europeo. Ripeto: la questione non è solo economica e non può non avere conseguenze sulla democrazia”.

La Fine della Storia che in realtà è Fine delle Democrazie. Da Francis Fukuyama a Jean-Francois Revel.

“Guardi, tutto questo non è inevitabile. Il problema è che le classi politiche finora hanno dormito sonni tranquilli, ritenendo che il digitale fosse solo una questione di tecnologia. Invece è qualcosa di trasversale, che passa dalla pura tecnologia all’economia e alla politica. Qualcuno inizia a reagire: l’Ue ha varato il suo Codice Etico, la Camera dei Lord si è pronunciata. Ma siamo ancora agli inizi: gli Usa non si sono mossi, anche se certo lo faranno. L’Europa comunque al momento ha una posizione isolata, e questo è il cardine del problema”.

Ma se il modello economico liberista mostra tutte le sue rughe, non sarebbe il caso di tornare al Keynes che ci permise di uscire dalla crisi del ’29?

“In economia esistono due grandi paradigmi, più un terzo. Quest’ultimo, quello marxista, è stato abbandonato dopo la fine del sistema sovietico. Nemmeno la Cina lo vuole più. Gli altri due sono l’economia politica e l’economia civile. Il primo risale ad Adam Smith …”

… un po’ vecchiotto.

“Non vada di fretta, sennò sbaglia un’altra volta. Adam Smith è della fine del Settecento. Ma sappia che il modello dell’economia civile di mercato, che è tutto italiano, risale al 1753. In quell’anno l’Università Federico II di Napoli istituì prima al mondo – ripeto: prima al mondo – una cattedra di economia civile. Era la Napoli di Antonio Genovesi”.

E di Giovan Battista Vico. Siamo alla vigilia della Rivoluzione Francese.

“Poi ci arriviamo. Per il momento consideri solo che il modello dell’economia politica è divenuto egemone per via della prima Rivoluzione Industriale. Ora, tra l’economia politica e quella civile ci sono molti contatti, se non sovrapposizioni. Entrambi infatti sono per l’economia di mercato. Keynes rientra perfettamente nella prima, è inglese. Ma è una persona estremamente colta e intelligente, e capisce le aporie del mercato. Non conosce l’economia civile, sviluppatasi in un ambiente cattolico mentre lui è protestante, ma capisce che il mercato deve essere corretto e regolato. È uscito in questi giorni un libro, la riedizione degli scritti di Keynes a cura di Giorgio La Malfa: un libro importante e utile che ribadisce questo aspetto. Non dimentichiamoci, però, che il modello proposto da Keynes da solo oggi non è più in grado di affrontare le nuove sfide”.

Lei stesso, Professore, ha detto che comunque diversi punti di contatto ci sono.

“Anche casi in cui le due scuole si sovrappongono. Ma tenga in considerazione che fra noi e la crisi del ’29 ci sono la globalizzazione e la quarta Rivoluzione Industriale, quella dell’economia immateriale. Poi c’è un’altra differenza: l’economia politica si basa sull’assunto antropologico dell’homo oeconomicus e sulla metafora della mano invisibile del mercato che alla fine tutto riequilibra. L’economia civile parte invece dall’assunto antropologico dell’homo reciprocans e si appoggia sul principio di reciprocità oltre che su quello dello scambio”.

Chiaro, ma così siamo solo sul livello dei principi astratti.

“In concreto questo vuol dire che per l’economia classica l’importante è la massimizzazione del bene totale, del Pil. Per l’economia civile invece il fine è la realizzazione del bene comune. La prima considera l’economia un’attività che nulla ha a che vedere con l’etica e la politica, la seconda esige che tra le tre sfere ci sia un dialogo continuo.”

Per Keynes l’economia non era solo una questione di numeri.

“Appunto: l’economista non è un tecnico, e l’economia è una scienza morale. Eppure si sentono dire delle cose terribili, come sulla Tav. Tipo: l’analisi costi-benefici è una procedura di analisi neutrale. Ma come si può? Aggiungo che il paradigma dell’economia politica è insufficiente su un altro punto. Il modello di ordine sociale che privilegia si basa su due pilastri, lo Stato e il mercato. L’economia civile, invece, pensa a tre pilastri: Stato, mercato e comunità. In Keynes il mercato è governato dallo Stato, il che non basta. Ormai lo Stato non è più in grado di controllare un mercato divenuto globale”.

Ma se lo Stato è insufficiente, a chi ci si affida?

“Alla comunità, alla società civile organizzata che si regolamenta e reinventa la politica. Nel suo ambito la persona agisce e vede riconosciuta la sua capacità propositiva”.

Bene, sembra che lei abbia in mente qualcosa come il Terzo Settore

“Il punto non è quello di tutelare il Terzo Settore, ma di riconoscergli la sua specificità. La riforma del 2017 va in effetti in questa direzione, passando dal regime concessorio a quello del riconoscimento. Il Terzo Settore è il luogo della reciprocità. Il mercato è il luogo dello scambio e lo Stato il luogo del comando. La reciprocità, invece, è la traduzione nella pratica del principio di Fraternità”.

Ecco che c’entrava la Rivoluzione Francese …

“Mica solo quella. La Fraternità – la cui prima formulazione esplicita risale al francescanesimo –  è qualcosa di più profondo della solidarietà, concetto con il quale viene spesso confusa. Da parte loro i cattolici, nel loro complesso, sono per natura di cose portatori di una impostazione che va verso l’economia civile”. 

Quindi?

“Quindi non si può fare a meno del loro ruolo politico, del loro apporto. Il problema piuttosto è quello della forma di questo apporto. L’idea di un partito cattolico com’era la Dc è superata. Ma dire che dovrebbero disperdersi a mo’ di lievito nelle altre formazioni politiche è non capire i termini della questione. È la regola democratica: se in un partito rappresenti il 3 o il 5 percento sei irrilevante. Questo è il frutto, inevitabile, del frazionamento. Si deve creare non tanto una rete, che è piuttosto il metodo da seguire, quanto una convergenza su un progetto ben definito. Non in nome della fede, ma di un progetto che sia accettabile da parte di tutti, laici e non laici, di trasformazione della società. Bisogna trasformare, non riformare. Le riforme sono per i tempi ordinari; questi sono tempi straordinari. Ce lo ricorda sempre Francesco”.

Agi

Ma Savona vuole davvero il ritorno alla Lira? Breve storia del “Piano B”

Con una lettera Paolo Savona ha provato il 27 maggio a fugare i dubbi sulla sua posizione anti europeista. In un testo affidato a Scenarieconomici.it, sito a cui spesso il professore ha affidato le proprie riflessioni su economia, finanza e innovazione, dice: "Le mie posizioni sono note. Voglio un' Europa diversa, più forte ma più equa". Savona ha parlato di “polemiche scomposte” auspicando inoltre l'attribuzione "al Parlamento europeo di poteri legislativi sulle materie che non possono essere governate con pari efficacia a livello nazionale". Propone di "creare una scuola europea di ogni ordine e grado per pervenire a una cultura comune che consenta l'affermarsi di consenso alla nascita di un'unione politica". 

Parole però che non hanno tranquillizzato fino in fondo. Non sul tema più caldo, quello su cui molti si aspettavano qualche riga. Nella lettera infatti non si fa riferimento diretto all’euro, né alle sorti dell'Italia dentro o fuori la moneta unica. Savona è in questi giorni indicato da molti come l’ideatore di un piano B per risolvere la crisi dell’eurozona. Il primo, il piano A, prevedeva una riforma dell’area euro ma una sostanziale sopravvivenza della moneta unica. Il secondo, quello B appunto, una rottura ordinata dell’euro e un ritorno alla sovranità monetaria nazionale, alla libertà di creare moneta, di svalutare per favorire le esportazioni, in sintesi un ritorno ad una moneta nazionale come fu la Lira.

 

Ma Savona preferisce davvero la rottura dell'Euro?

In realtà Savona non sarebbe l’ideatore di questo piano di uscita ordinata dell’Italia dall’Euro, anche se ne parlò in alcune occasioni, come una puntata de L’infedele di Gad Lerner del 2012 che sta circolando molto sui social in queste ore. Savona, al minuto 8 di questo video ancora disponibile su Youtube, spiega alle telecamere che un piano per l'uscita ordinata dall'Euro e un ritorno ad una moneta nazionale, come era la Lira, era qualcosa che già l'ex ministro dell'economia Giulio Tremonti aveva preparato, dicendosi sicuro che anche Bankitalia, "conoscendola bene" aveva pronto un piano alternativo all'Euro in caso di emergenza: il famoso Piano B, che però non dice mai di preferire ad una riforma dell'Euro stando dentro l'Euro. 

In articolo sempre su Scenarieconomici.it pubblicato il 27 maggio si ricostruisce la storia del Piano B e della sua relazione con Savona, che oggi si dà per scontata: emerge che nel 2015, durante una conferenza alla Link University di Roma intitolata proprio “Un piano B per l’Italia, Paolo Savona fece solo l’introduzione alla discussione, dove però si concentrò solo sul piano A, quello che spesso ha detto di preferire, ovvero una serie di misure necessarie  “per rendere l’Euro una moneta veramente comune ed unitaria europea”.

Mentre in realtà il Piano B sarebbe stato il frutto del lavoro di un team di economisti non concepito come “una strada da percorrere, ma come un piano di emergenza a fronte di eventi monetari improvvisi e di rottura”. Una sorta di “Lancia di salvataggio” o di “Uscita d’emergenza” economica, spiega l’articolo che ricorda l’evento, “che viene progettata non per un suo normale utilizzo, ma per far fronte ad eventi imprevedibili ed indesiderati che, comunque, potrebbero accadere non per nostra volontà”.

 

@arcangeloroc

Agi News

Ancora guai per il Milan, ora Li Yonghong vuole fare causa a Fininvest

Li Yonghong passa al contrattacco. A poche ore dal “no” dell’Uefa al settlement agreement, il patron del Milan ha chiesto agli avvocati di Gianni Origoni Grippo Cappelli &Partners di studiare un’azione legale con Finivest. Lo rivela Milano Finanza.

Leggi anche: Cosa sta succedendo esattamente al Milan

Nyon, dopo aver negato il voluntary agreement, ha bocciato anche il patteggiamento delle sanzioni relative alla violazione del Fair Play Finanziario per il periodo 2015-2017. Una decisione che rischia di incidere negativamente sul futuro del club rossonero: i giudici dell’Uefa, che si esprimeranno a metà giugno, hanno un ampio ventaglio di sanzioni da cui scegliere per punire il Milan: la più severa sarebbe l’esclusione dall’Europa League.

A pesare sulla bocciatura, le incertezze sul rifinanziamento del debito di 303 milioni contratto con il fondo americano Elliott. In sostanza: i dubbi sulla solidità finanziaria dell’imprenditore oggetto di numerose inchieste giornalistiche e di una inchiesta aperta dalla procura di Milano.

È così che Rossoneri Sport Investment del misterioso imprenditore cinese, ha incaricato lo studio legale di Milano di avviare “una valutazione dei profili di tutela del proprio investimento (740 milioni) nel Milan in caso di soccombenza nei confronti dell’Uefa”, scrive Milano Finanza. Allo studio le clausole del contratto firmato il 13 aprile dell’anno scorso con Fininvest.

“All’attenzione dei legali di Gop ci sono le garanzie che, secondo una prima interpretazione di parte, sarebbero state inserite nell’accordo relativo alla compravendita”. Nel ragionamento cinese, solo il bilancio del 2017 è opera della nuova gestione, mentre gli altri documenti finanziari, finiti nel mirino dei tecnici di Nyon, arrivano dalla precedente gestione targata Adriano Galliani.

Nessun commento trapela per il momento da Fininvest. Nel frattempo, scrive Repubblica, è stato convocato per venerdì 25 maggio un delicatissimo cda a Casa Milan: Li dovrà versare altri 10 milioni di euro per il previsto aumento di capitale. Se i soldi non arrivano, Elliott potrebbe subentrare in anticipo nella gestione societaria. 

Agi News

Così Bruxelles vuole imporre più trasparenza alle piattaforme online

Il digitale è un canale di vendita, spesso, irrinunciabile. Tante aziende però sono obbligate a passare da alcuni “imbuti”, che si chiamano Amazon, Google, Expedia. Intermediari che danno più o meno visibilità a un articolo, un'azienda, un hotel.

Con quali criteri? Vuole capirlo meglio l'Unione europea, che ha presentato una proposta di legge rivolta alla gestione dei rapporti tra grandi piattaforme e aziende. Obiettivo: “Garantire un contesto imprenditoriale equo, prevedibile, sostenibile e affidabile nell'economia online”.

La parola chiave è “trasparenza”. Nei termini di utilizzo dei servizi, la loro gestione dei dati, le politiche di prezzo adottate, i motivi che portano all'esclusione o alla maggiore visibilità di un'impresa. Le regole si rivolgono quindi a qualsiasi piattaforma che, in base alle esigenze degli utenti, restituisce una gerarchia di offerte. Come fanno app store, motori di ricerca, siti di e-commerce e servizi di prenotazione di hotel.

“Contro l'abuso di potere”

“Piattaforme e motori di ricerca – ha spiegato la commissaria all'Economia digitale Mariya Gabriel – sono canali importanti per far sì che le imprese europee raggiungano i propri clienti. Dobbiamo essere certi che non abusino del loro potere. Stiamo facendo un passo importante – ha continuato – per introdurre regole chiare sulla trasparenza, un meccanismo efficiente per la risoluzione delle controversie”. La proposta include anche “l'avvio di un osservatorio per analizzare le pratiche delle piattaforme online in modo più dettagliato”. Si tratta, appunto, di “un passo”. Che porterà al Parlamento europeo e poi all'approvazione dei singoli Stati. Non si tratta quindi, ancora, di una legge, ma di una proposta. Ecco quello che prevede.

Aumento della trasparenza

Le piattaforme online devono garantire che le condizioni applicate siano facilmente “comprensibili e disponibili”. Devono essere indicati “in anticipo” (cioè nei termini di servizio sottoscritti quando si accede al servizio) i motivi per cui un'impresa può essere eliminata o sospesa dalla piattaforma. In questi casi, sarà comunque obbligatorio dare un preavviso per consentire alle aziende di attuare modifiche per adeguarsi.

La gestione dei dati

Le piattaforme devono formulare e pubblicare “politiche generali” che riguardano: i dati generati dai loro servizi cui è possibile accedere, chi può accedervi e a quali condizioni; il trattamento dei dati; il modo in cui utilizzano le clausole contrattuali per richiedere la gamma più favorevole o il prezzo più conveniente dei prodotti e dei servizi offerti. Gli intermediari online e i motori di ricerca dovranno “stabilire i criteri generali che determinano l'ordine in cui i beni e i servizi sono classificati”. L'Unione europea vuole quindi mettere un occhio negli algoritmi che rispondono alle domande degli utenti.

Risoluzione delle controversie

Quando aziende piattaforme arrivano allo scontro, le nuove regole puntano a un percorso che faciliti la risoluzione delle controversie. Gli intermediari devono dotarsi di un sistema interno di trattamento dei reclami. Per non favorire un punto d'incontro senza arrivare in tribunale, le piattaforme online dovranno “elencare nelle loro condizioni i nominativi dei mediatori indipendenti e qualificati con cui intendono cooperare in buona fede per la risoluzione delle controversie”. Per riequilibrare la bilancia delle forze in campo, l'Ue offrirà alle aziende uno strumento in più: “Alle associazioni che rappresentano le imprese sarà riconosciuto il diritto di agire in giudizio per conto delle imprese per ottenere l'applicazione delle nuove norme”.

L'osservatorio europeo

L'Ue battezza un osservatorio per capire se le nuove norme (quando approvate e applicate) funzionano. “Monitorerà problematiche e opportunità attuali e future nell'economia digitale” per consentire alla Commissione di sviluppare nuovi punti o correggere rotta. In base ai risultati fotografati dall'osservatorio, “la Commissione valuterà la necessità di ulteriori misure entro tre anni”.

Agi News

Trump lo vuole disdire ma Cop21 ci ha già cambiato la vita

Nessuno potrà dire "non mi riguarda". Una decisione degli Usa sulla partecipazione al Cop 21 avrà riflessi fino nel più remoto villaggio africano. L'annuncio di Trump su Cop21 è atteso per le 15 ora americana, l'intesa di Parigi di fine 2015 è già in vigore nei Paesi europei e ha già inciso su importanti scelte economiche. La Cina sta creando 13 milioni di posti di lavoro nel settore delle energie rinnovabili. Le grandi aziende energetiche hanno preparato e sviluppato piani di ricerca e sviluppo in questa direzione. La Green Economy è già una realtà tangibile anche per molte famiglie, a cominciare da quelle che hanno adeguato le proprie abitazioni.

L'esperto: un no cambierebbe lo scenario politico

  • L’Accordo di Parigi (o Cop21), oltre a spostare il monitoraggio sulle emissioni di gas serra al 2020, "creava la premessa del Club del 55%: ovvero i Paesi, ricchi, che emettono il 55% dei gas serra prodotti sul pianeta, diventano donatori di 180 miliardi di dollari da destinare ai Paesi più poveri perché aggiornino le proprie industrie e riducano le emissioni. Gli Usa da soli – spiega il professor Carlo Bollino – producono qualcosa come il 20% delle emissioni. Più o meno altrettante ne produce la Cina. Senza gli Stati Uniti nell'accordo cambia completamente la prospettiva del Club del 55%. Per rimpiazzare una nazione che da sola ‘vale’ il 20%, devo trovare altri 20 Paesi che producono l’1% a testa. Si ridisegna la mappa e si sposta la leadership politica, con la Cina che diventa il membro più importante del Club”.
  • La componente costi

Un altro effetto, è l’aumento dei costi marginali. “Se si sfilano gli Usa, viene a mancare una componente importante sul piano tecnologico. In questo caso, non è che aumentino del 20% i costi sostenuti dagli altri Paesi: l’incremento si aggirerebbe sul 35%. Perché diventano necessari maggiori investimenti in tecnologia”.

  • Alla ricerca di un vantaggio

Il terzo aspetto è quello che probabilmente costituisce il ‘movente’ di Trump: “Se non deve più preoccuparsi di contenere le emissioni, l’industria Usa  ha costi di produzione ridotti. Insomma, un tentativo di ridare competitività nell’ottica di “America First”, in casa mia comando io e mi faccio le mie regole”.

  •  Il 'rischio emulazione'

C’è infine l’aspetto politico: “Se non ci credono gli Usa, può darsi che qualcun altro si sfili. Se le rinnovabili diventano meno interessanti, anche altri Paesi possono decidere di lasciare”.

Effetti sull’Italia

Non sono facilmente quantificabili nell’immediato. Il nostro Paese ha ratificato l'accordo: lo ha firmato nell'aprile 2016 all'Onu. In ottobre Camera e Senato hanno approvato la legge di ratifica e l'11 dicembre 2016 è entrato definitivamente in vigore.

I riflessi sull'economia

L'applicazione dell'accordo Cop21 del 2015 ha comportato il rinnovo degli sconti fiscali (65%) sugli interventi di ristrutturazione edilizia per l'efficienza energetica. Quindi, gli effetti concreti e positivi sulla economia reale sono stati, in estrema sintesi:

  • Riqualificazione del patrimonio edilizio
  • Diffusione del fotovoltaico per le abitazioni
  • Sviluppo delle fonti alternative
  • Ricerca, occupazione e indotto nel settore delle rinnovabili
  • Ecobonus, sconto fiscale pari al 65% dei costi delle ristrutturazioni per la riqualificazione energetica delle abitazioni private
  • Sconto fiscale del 65% per l'installazione di pannelli fotovoltaici
  • Sviluppo dell'alta velocità ferroviaria
  • Sviluppo della mobilità metropolitana su ferro
  • Fondi statali per l'efficienza energetica degli edifici scolastici
  • Fondi statali per aggiornare gli edifici pubblici
  • Attivazione di un protocollo di ricerca sulla produzione di biocarburanti per aerei

Il governo, Renzi prima e Gentiloni poi, riserva un allegato del Def all'applicazione dell'accordo e il ministero dell'Ambiente prepara ogni anno una relazione al Parlamento.

Leggi anche:

Una scheda sintetica sulla Stampa di Torino.

Le sette ipotesi dal Corriere della Sera.

Gli scenari tratteggiati da Repubblica.

Agi News