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Elon Musk potrà scrivere tweet su Tesla solo se autorizzato dall’avvocato

Il patron della Tesla, Elon Musk, ha raggiunto un accordo con la Sec (Securities and Exchange Commission), la Consob americana, per porre fine al contenzioso sull’utilizzo di Twitter. L’intesa, in base ai documenti depositati in tribunale, prevede che Musk dovrà in futuro ottenere il ‘via libera’ del legale della Tesla prima di fare dichiarazioni pubbliche, tweet compresi, sulle finanze dell’azienda o su informazioni relative ai suoi piani e progetti.

Se il giudice accoglierà l’accordo patteggiato, Musk non correrà più il rischio di essere ritenuto responsabile di aver violato una precedente intesa con la Sec. L’accordo segna una tregua nella lunga battaglia tra Musk e la Sec, battaglia innescata dall’uso disinvolto di Twitter da parte del miliardario. La querelle era cominciata nell’agosto 2018, quando Musk aveva annunciato su Twitter che stava pensando di togliere Tesla dalla Borsa e aveva già trovato un finanziamento per acquistare le azioni a 420 dollari ciascuna, una cifra molto superiore al prezzo di mercato.

Dopo qualche giorno, Musk aveva riconosciuto che non era vero e che non aveva il finanziamento per l’operazione; ma a quel punto vari investitori e la Sec lo avevano denunciato sostenendo che con i suoi ‘cinguettii’ aveva gonfiato artificialmente le azioni dell’azienda, di cui lui beneficia direttamente, considerato che è il massimo investitore in Tesla. Lo scorso ottobre, la Commissione lo ha punito con 20 milioni di dollari di multa (più altri 20 per Tesla) e Musk ha anche dovuto lasciare la poltrona di presidente (ma non quella di Ceo).

La cifra è stata sborsata e il consiglio di amministrazione ridisegnato, ma le esternazioni social sono continuate. Il 20 febbraio con un ‘tweet’ Musk ha affermato che la società avrebbe prodotto “500.000 vetture nel 2019”, ma poi si è corretto chiarendo che si trattava del “ritmo annualizzato”. Tradotto: a fine 2019, Tesla produrrà 10.000 vetture a settimana; cioè circa 500.000 l’anno se riuscisse a mantenere lo stesso ritmo per 12 mesi. 

Agi

Elon Musk ce l’ha fatta. Tesla chiude il bilancio in utile

Elon Musk, questa volta, ha rispettato le promesse. Quando, ad agosto, aveva confermato che il terzo trimestre di Tesla sarebbe stato in utile, in pochi gli avevano creduto. Invece ce l'ha fatta. La borsa lo premia, con un rialzo a doppia cifra. Molte le buone notizie: vendite della Model 3, prospettive per il quarto trimestre, casse più piene. Resta però l'incognita debito.

Terzo utile della storia

Tesla ha chiuso il terzo trimestre con un utile netto di 311,5 milioni di dollari, contro il rosso di 619,38 milioni dello scorso anno. È la terza volta nella storia che la casa automobilistica chiude in positivo. L'ultima volta era stato nel settembre 2016, anche se con numeri dieci volte più piccoli. Dopo due anni “sotto zero”, Tesla riemerge con quello che è di gran lunga il miglior trimestre della sua storia e sorprende i mercati, che non credevano a una rimonta così repentina: alla fine di giugno il passivo era ancora di 717 milioni. Meglio del previsto anche il fatturato: 6,82 miliardi di dollari, più che raddoppiato rispetto a un anno fa e oltre i 6,1 miliardi previsti dagli analisti. Il comparto automotive (Tesla vende anche sistemi elettrici di ricarica) ha incassato poco più di 6 miliardi, l'82% in più dello scorso trimestre e il 158% in più rispetto a un anno fa. Adesso Tesla è attesa alla conferma. Secondo gli osservatori più critici, Musk avrebbe accelerato per rispettare le sue promesse, senza però avere la capacità di mantenere lo stesso ritmo nei prossimi trimestri. Il ceo ha però confermato che Tesla chiuderà in utile anche il periodo che va da ottobre a dicembre.

Aggiornamenti su cassa e debito

Balza in avanti anche il flusso di cassa: è positivo, per la prima volta dal 2016, per 881 milioni di dollari. In pratica Tesla ha intascato più liquidità di quanto non ne abbia sborsata. Ed è un segnale positivo per gli investitori. Il maggiore timore non era tanto il rosso nell'ultima riga di bilancio quanto l'emorragia di capitale (-740 milioni lo scorso trimestre). La cassa era (e in parte è) ritenuta insufficiente da diversi analisti se confrontata con i progetti di espansione del gruppo (dalla fabbrica in Cina all'impennata della produzione della Model 3). Questi 881 milioni sono (a seconda delle visioni più o meno ottimistiche) una svolta o un tampone. Tra luglio e settembre, comunque, la compagnia ha smesso di bruciare cassa e si ritrova con circa 3 miliardi di dollari liquidi. Sicuramente un passo avanti.

Abbastanza per stare tranquilli? No. Prima di tutto perché in parte sono soldi dei clienti: Tesla ha 906 milioni di depositi. Sono quelli che gli automobilisti hanno sborsato per prenotare le vetture e che la compagnia potrebbe dover restituire in caso di cancellazione. Per questo motivo, la società ha voluto sottolineare che “delle 455.000 prenotazioni registrate nell'agosto 2017, meno del 20% è stata cancellata”. Come a dire: ci stanno aspettando nonostante i ritardi e ci sono poche probabilità che quei soldi debbano spostarsi (se non in parte) da dove sono. Escludendo i depositi, i liquidi cui il gruppo può attingere liberamente arrivano quindi a circa 2 miliardi. Non ancora un livello di sicurezza, visto che Tesla deve ancora fare i conti con una montagna di debito. Tracciarlo, tra bond e prestiti di vari enti, non è semplice. Ci ha provato Reuters. Nel brevissimo termine, Tesla non preoccupa. Ma da qui a un anno deve rimborsare circa 2,2 miliardi. Che diventano 8,2 miliardi entro l'agosto 2025. Cifre sopportabili solo se Tesla manterrà tassi di crescita elevati come quelli di questo trimestre.

Le vendite della Model 3

Tesla ha definito il trimestre “storico”. E non solo per l'utile. Tra giugno e settembre, la Model 3 è stata la quinta auto più venduta negli Stati Uniti ma la prima per fatturato generato. È stata, in altre parole, quella che ha incassato di più. Merito anche di un passaggio molto rapida dalla fabbrica al garage dei clienti: un paio di settimane, contro i quasi 50 giorni di Mercedes e Lexus. “La Model 3 – si legge in una nota – sta attraendo clienti sia dei brand premium che non-premium”. Che poi è l'obiettivo del modello: trasformare Tesla in un marchio (anche) di massa. Nell'ultima settimana del trimestre, le Model 3 prodotte sono state 5300. La media dell'intero periodo è di 4300 ogni sette giorni, per un totale di 56.065 unità consegnate (oltre due terzi del totale). Ridotti anche i costi, soprattutto grazie a un calo del 30% delle ore di lavoro necessarie per completare una Model 3. Il risultato è un incremento dei margini, con quello operativo al 20%.

L'importanza di quota 35.000

La sfida della Model 3 continua. La battaglia principale riguarda la capacità di produrne e venderne a 35.000 dollari (il prezzo annunciato in fase di lancio). Oggi Tesla è riuscita a scendere a 46.000 dollari. L'ulteriore ribasso è già stato promesso nel 2019, ma non ci sono ancora tempi certi. Sarà un elemento deciso per diverse ragioni. Prima di tutto perché 35.000 dollari aprono a un mercato di fascia media che Tesla non ha ancora esplorato. Secondo: le vendite delle versioni più costose sono sostenute anche dagli incentivi per le vetture elettriche. Arrivare a 35.000 significherebbe reggere anche senza questo “doping” finanziario (che dipende dalle scelte degli Stati). Terzo: il prezzo sarà importante per sfondare in Europa, dove il mercato delle “premium di media taglia” (il segmento della Model 3) è il doppio di quello americano.Quota 35.000 ha quindi diversi vantaggi, ma un grosso difetto: a oggi non garantisce gli stessi margini. Serve quindi venderne tante (perché da ogni unità si ricava meno) e ridurre i costi di produzione senza incidere sulla qualità.

Oltre gli Stati Uniti

Tesla ha affermato che inizierà a raccogliere le prenotazioni in Europa alla fine di quest'anno per portare la Model 3 su strada all'inizio del prossimo anno. Un calendario che vale anche per la Cina, dove la casa di Elon Musk ha deciso di “accelerare” la costruzione della sua fabbrica cinese. L'obiettivo è portare in Asia “parte della produzione durante il 2019” per poi costruire una rete sempre più stretta e ampia con fornitori cinesi. Non si tratta di una delocalizzazione, spiega Tesla, perché l'impianto produttivo servirà “solo clienti locali”. Oltre gli Stati Uniti c'è quindi una nuova partita, con le case automobilistiche tradizionali sempre più attrezzata anche sull'elettrico. Senza dimenticare le giuste proporzioni. Negli ultimi 12 mesi Tesla ha venduto 154.200 vetture. Eppure la società di Elon Musk ha una capitalizzazione superiore a quella di Ford e poco sotto quella di GM, che nello stesso periodo hanno venduto rispettivamente 1,89 milioni e 2,17 milioni vetture solo negli Usa. È chiaro quindi che il valore delle azioni dipende dalle aspettative future. Deluderle sarebbe molto rischioso.

Agi News

Il motivo che ha portato Musk a privatizzare Tesla sono i soldi dei sauditi

Ce lo chiede l'Arabia. Dopo sei giorni di silenzio, Elon Musk spiega i suoi perché. Perché ha deciso di annunciare la possibile privatizzazione di Tesla su Twitter (scompigliando il mercato). E perché ha definito “garantiti” i fondi per l'operazione. Dietro c'è il pieno supporto (anzi, la richiesta) del Public Investment Fund, il fondo sovrano saudita.

Cosa e successo fino a ora

Musk ha scritto nel blog ufficiale della società di aver espresso al board la volontà di privatizzare Tesla il 2 agosto, cinque giorni prima del tweet. Dopo una riunione con i consiglieri a ranghi ridotti (cioè senza la partecipazione di Elon e del fratello Kimbal), c'è stato un secondo incontro, durante il quale Musk ha spiegato perché sarebbe nell'interesse di Tesla abbandonare Wall Street. Visto l'appoggio del consiglio di amministrazione, ecco il passo successivo: contattare i maggiori azionisti della compagnia per sondare le loro intenzioni. “Sono molto importanti per me”, ha affermato Musk, perché “hanno creduto in Tesla quando nessun lo faceva e sono coloro che più credono nel nostro futuro”.

Al di là delle ragioni affettive, c'è ne uno finanziaria: più saranno gli azionisti che resteranno in Tesla anche fuori dalla borsa e meno risorse dovrà raccogliere Musk per raggiungere il suo obiettivo. Fin qui nulla di strano. Poi, però, il 7 agosto Musk decide di far saltare il banco, con una mossa inusuale per una società quotata: annunciare la più grande privatizzazione della storia di Wall Street in meno di140 caratteri.

Perché comunicarlo via Twitter?

Musk ha sin da subito dialogato con gli azionisti più pesanti, per ottenere il loro supporto. “Tuttavia – scrive il fondatore del gruppo – non sarebbe stato giusto condividere informazioni solo i nostri maggiori investitori senza coinvolgere tutti gli altri”. Per questo, ha pensato che “la cosa giusta da fare” fosse “annunciare pubblicamente” le sue intenzioni. La manovra, però, non è piaciuta né ad alcuni investitori né alla Sec, la Consob americana.Secondo Bloomberg, la Commissione starebbe “intensificando” le inchieste (andando oltre una generica richiesta di informazioni) per capire se l'incursione di Musk sia stata fatta per manipolare il prezzo delle azioni.

Musk se la dovrà vedere anche con due denunce per aggiotaggio (il reato che punisce la diffusione di notizie false o esagerate con l'obiettivo di speculare su un titolo). Il trader Kalman Isaacs sostiene che i tweet siano stati fuorvianti, fatti apposta per gonfiare le azioni di Tesla (schizzate del 13% nella seduta seguita all'annuncio). L'altro ricorrente, William Chamberlain, ha chiesto l'avvio di una class action, cui dovrebbe aderire chi ha scambiato titoli Tesla tra il 7 e il 10 agosto.

Perché ha detto che i soldi sono 'secured'

Il titolo è decollato anche per una parola: “Secured”, “Garantito”. I soldi per l'operazione, aveva scritto Musk, ci sono. Per due motivi: le stime hanno indicato stime eccessive e ci sarebbe già un investitore forte pronto a pagarle. Anzi, non sarebbe solo un finanziatore ma il vero promotore della privatizzazione. I primi contatti con il fondo sovrano saudita risalgono a “quasi due anni fa”. E più volte il Public Investment Fund avrebbe sondato la possibilità di ritirare Tesla da Wall Street. Al primo incontro (all'inizio del 2017) ne sono seguiti “diversi”.

“Ovviamente – scrive Musk – il fondo sovrano ha capitale più che sufficiente per questa transazione”. Il rapporto è diventato più stretto quando i sauditi sono entrati nell'azionariato con una quota vicina al 5%, rilevato sul mercato azionario. Il 31 luglio, un nuovo incontro. In quell'occasione, il managing director del fondo avrebbe espresso “rammarico” per non aver potuto eseguire l'operazione privatamente. E si sarebbe detto “ansioso” di sostenere un eventuale ritiro dalla borsa. Musk afferma quindi di aver lasciato la riunione convinto di poter contare sul pieno supporto saudita. Ecco perché ha definito “garantito” il capitale necessario. Dopo l'annuncio via Twitter, il fondo avrebbe confermato il suo “supporto” e chiesto maggiori dettagli.

Stime sopravvalutate

Mentre continuano le discussioni con il fondo saudita e con altri grandi azionisti, Musk sostiene sia ancora “prematuro” fornire pubblicamente dettagli. Tuttavia, il ceo ha chiarito che Tesla non userà lo strumento del debito ma quello dell'equity. Non si tratterebbe quindi di un classico “leveraged buyout” (che sfrutta la capacità di indebitamento per sostenere l'acquisizione). I capitali arriverebbero dagli azionisti, attuali e futuri. “Non credo sia saggio – scrive Musk – gravare Tesla con un debito così significativo”.

Ma quante risorse servono? Secondo alcune analisi seguite all'annuncio via Twitter, sarebbero stati necessari 70 miliardi di dollari. Una cifra che sarebbe “drasticamente sopravvalutata”. I 420 dollari per azione sarebbero necessari solo per pagare gli azionisti che non decidessero di rimanere da “privati”. Musk è ottimista ed è convinto che molti diranno sì. Valuta infatti che i possessori di “due terzi delle azioni” sosterranno la transizione. Servirebbero quindi circa 20 miliardi di dollari.

I prossimi passi

Nei prossimi giorni, Musk proseguirà gli incontri con gli azionisti. È convinto che l'annuncio su Twitter sia stata “la cosa giusta”. E non è escluso che gli aggiornamenti arrivino da lì, nonostante gli occhi della Sec. Intanto Musk ha nominato gli advisor dell'operazione. Silver Lake e Goldman Sachs per curare la componente finanziaria; Wachtell, Lipton, Rosen & Katz e Munger, Tolles & Olson per quella legale. Il loro coinvolgimento serve a “valutare una serie di potenziali strutture e opzioni” e per “capire esattamente quanti degli attuali azionisti rimarranno anche se la società dovesse diventare privata”.

Una volta definiti i dettagli, il percorso passerebbe da un “comitato speciale”, espressione del consiglio di amministrazione. Per poi affrontare, in caso di via libera, il voto degli azionisti.

Agi News