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Quanto stanno guadagnando i Comuni con la tassa di soggiorno

Quei 2 o 3 euro a notte, che a volte salgono fino a 7, che tocca aggiungere (il più delle volte in contanti) al momento del check-out dall’albergo si chiama imposta di soggiorno. Una tassa che colpisce tutti, sia che si viaggi per lavoro che per piacere. Sia che si soggiorni nella più spartana delle camere, sia che si decida di soggiornare nella suite di un 5 stelle. Non accade proprio in tutta Italia, ma la probabilità di imbattervisi è piuttosto alta: si paga in poco più di mille comuni (il 13% del totale), ma che insieme raccolgono il 75% delle presenze complessive nelle strutture ricettive. Comprende quindi ovviamente tutte le principali città, oltre alle più note località di mare e montagna.

Un gettito da capogiro: 600 milioni di euro ogni anno

Insomma, all’imposta di soggiorno non si sfugge né che si vada per musei a Roma, né al mare a Riccione e neppure in montagna a Cortina d’Ampezzo o a vedere i mosaici di Piazza Armerina, in provincia di Enna. E il gettito d’imposta che va a rimpolpare le casse comunali aumenta ogni anno, con stime da capogiro per il 2019: quest’anno ballano 600 milioni di euro, secondo quanto riferito da Federalberghi. “Sono 997 i comuni italiani che applicano l’imposta di soggiorno e altri 23 la tassa di sbarco”, spiega il presidente della federazione Bernabò Bocca, per un totale quindi di 1.020 località.

Gli ultimi dati certi risalgono al 2017. In testa, in ogni senso, c’è Roma: è la più cara (ora si spendono 7 euro a notte a testa per una camera in un hotel a 5 stelle), e naturalmente anche la più redditizia. Due anni fa il Campidoglio si era visto recapitare 130 milioni di euro.

Staccatissima c’era Milano, che incassava poco più di 45 milioni ogni dodici mesi, seguita da Firenze (33 milioni), Venezia (31) e Rimini (oltre 7 milioni e mezzo) che facevano meglio di città come Napoli, Torino e Bologna. Ma visto che i dati riferiti sono del 2017, quando il totale incassato dai comuni italiani era di 470 milioni, ora che le proiezioni parlano di 600 milioni forse i revisori dei conti comunali potranno allargare ancora un po’ il sorriso.

Come funziona la tassa di soggiorno

La tassa non è obbligatoria, è bene ribadirlo. Ogni comune, insomma, può decidere di introdurla oppure no. Stesso discorso per l’importo: oggi c’è massima libertà decisionale, purché si rispetti il tetto di 5 euro a notte (7 per Roma).

Se pensate che l’imposta di soggiorno sia un’invenzione recente, suggerita da spending review e dalle più recenti difficoltà economiche, vi sbagliate. A livello normativo, infatti, l’obolo dei viaggiatori fece la sua prima comparsa più di un secolo fa. Introdotto con la legge n. 863 dell’11 dicembre 1910, rimase in vigore per quasi tutto il Novecento, venendo abolito solo in occasione dei Mondiali di calcio ospitati in Italia nel 1990 (Decreto Legge 2 marzo 1989, n. 66).

A reintrodurla è stato il D.Lgs. del 14 marzo 2011, n. 23 che, all’articolo 4, stabilisce il diretto dei “capoluoghi di provincia, alle unioni di comuni  nonché  ai comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d’arte” di istituire la tassa, per un massimo di 5 euro a notte.

I relativi ricavi, si legge nel decreto, devono essere “destinato a finanziare interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli  a sostegno delle strutture ricettive, nonché interventi di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali e ambientali locali, nonché dei relativi servizi pubblici locali”.

Le critiche: dove vanno a finire i soldi? E AirBnb che fa?

Non a tutti piace la tassa di soggiorno: se alcuni viaggiatori sorvolano, magari spinti dal relax guadagnato nei giorni di vacanza, Federalberghi attacca: “La tassa viene introdotta quasi sempre senza concertare la destinazione del gettito e senza rendere conto del suo effettivo utilizzo – le parole di Bocca – Qualcuno racconta la storiella dell’imposta di scopo, destinata a finanziare azioni in favore del turismo. In realtà è una tassa sul turismo, il cui unico fine sembra essere quello di tappare i buchi dei bilanci comunali”.

Senza considerare il tema degli affitti brevi tra privati, ad esempio su piattaforme come AirBnb. “È un far west – sostiene il presidente di Federalberghi – La legge ha stabilito che i portali devono riscuotere l’imposta di soggiorno dovuta dai turisti che prenotano e pagano attraverso le piattaforme, ma Airbnb assolve a tale obbligo solo in 18 comuni su 997. Per di più queste amministrazioni, allettate dalla prospettiva di nuovi introiti, si sono rese disponibili a sottoscrivere un accordo capestro, accettando un sistema di rendicontazione sostanzialmente forfettario, che non consente un controllo analitico e induce a domandarsi se non si configurino gli estremi di un danno erariale”.

Agi

Quanto stanno investendo gli Stati Uniti nel 5G?

L’amministrazione Trump ha annunciato venerdì i suoi piani per accelerare l’installazione di reti 5G, compresa la promessa di miliardi di dollari per dare alle aree rurali l’accesso più remoto alle comunicazioni mobili ultraveloci.

“La nuova rete 5G migliorerà la vita degli americani in molti modi”, ha detto alla Casa Bianca il capo della Federal Communications Regulatory Agency (Fcc), Ajit Pai.

La Fcc ha annunciato delle aste per queste nuove reti e ha promesso un fondo da 20,4 miliardi di dollari per dotare, nel decennio, di reti rurali ad alta velocità che, a causa della vastità del territorio degli Stati Uniti, Uniti, hanno ridotto o nessun accesso a Internet.

“Dall’agricoltura di precisione alle reti di trasporto intelligenti alla telemedicina e altro ancora, vogliamo che gli americani siano i primi a trarre vantaggio da questa nuova rivoluzione digitale, proteggendo nel contempo i nostri innovatori e i nostri cittadini. E non vogliamo che gli americani che fanno la campagna restino ai margini”, ha detto Pai.

Con la sua consueta tendenza all’iperbole, il presidente degli Stati Uniti ha detto di volere “il prima possibile il 5G, e anche il 6G”. Non si sa se sia ambizione o la riproposizione del “punto, due punti!” di Totò e Peppino, ma di sicuro Donald Trump si è schierato: “Le nuove reti sono più potente, più veloci e più intelligenti dello standard attuale. Le aziende americane devono intensificare i loro sforzi. Non c’è motivo per cui dovremmo essere in ritardo”.

Non lo dice, ma il “ritardo” è, prima di tutto, nei confronti della Cina. Il 5G, oltre a essere un gigantesco propulsore per l’economia del Paese, è anche l’ennesimo campo di gara con Pechino. Due eccellenti motivi per accelerare.

Le nazioni leader

Sfruttare le potenzialità del 5G vorrebbe dire 391 miliardi di dollari e 1,8 milioni di posti di lavoro in cinque anni. È la stima fatta da Analysis Group in un rapporto della Ctia, l’associazione americana che rappresenta il settore delle comunicazioni wireless. L’indagine certifica il progresso degli Stati Uniti. La Ctia, miscelando diversi parametri (progetti pilota, copertura, infrastrutture, applicazioni) arriva a una classifica dei Paesi meglio piazzati nello sviluppo del 5G. Nel 2017, gli Usa erano al terzo posto, alle spalle di Cina e Corea del Sud. Nella nuova graduatoria (che vede l’Italia al quinto posto, primo tra europei accanto alla Gran Bretagna), ha scavalcato Seul e ha affiancato proprio la Cina. Quarto il Giappone.

Leggi anche: Lo speciale Agi sul 5G

“Il miglioramento nel ranking degli Stati Uniti – afferma il rapporto – è attribuibile agli investimenti significativi dell’industria wireless americana nelle reti 5G e all’azione del governo”. Gli Usa sembrano più pronti nella messa a terra dei servizi. Cioè nella capacità di fornirli a imprese e utenti. La Cina ha invece un “significativo vantaggio infrastrutturale”, con 14 “celle” (le stazioni che coprono un’area) ogni 10.000 abitanti e 5 ogni 10 miglia quadrate. Gli Stati Uniti si fermano rispettivamente a 4,7 e 0,4. L’infrastruttura cinese è quindi molto più capillare. È (anche) alla luce di questo testa a testa che va osservata la questione Huawei, le pressioni di Washington sui Paesi alleati da una parte e la dura difesa di Pechino (oltre che del gruppo di Shenzen).

Verizon, 5G già aperto ai clienti

Verizon offre già alcuni servizi 5G al pubblico. 5G Home consente di connettere ad alta velocità la propria casa in alcune aree di Houston, Sacramento, Indianapolis e Los Angeles. Per chi è già un cliente mobile di Verizon, costa 50 dollari al mese (non esistono ancora pacchetti annuali). Non ha un tetto di dati e promette di essere 20 volte più veloce rispetto alle più diffuse connessioni 4G Lte. La velocità più frequente, al momento, è di 300 Mbps, ma in alcune zone si toccano i 940 Mbps.

Verizon ha promesso di allargare il perimetro dell’offerta, per raggiungere 30 citta entro la fine del 2019. Ma – al momento – c’è un problema: sono ancora pochissimi i dispositivi, fissi o mobili, che possono sfruttare il 5G. Ecco perché l’espansione sarà, con tutta probabilità, rimandata alla seconda metà dell’anno. Nel frattempo, però, l’operatore ha fatto un altro passo: dal 3 aprile offre ai clienti, per la prima volta, un piano wireless per dispositivi mobili, a Minneapolis e Chicago.

Se le reti ci sono, anche in questo caso, quello che manca sono gli smartphone. Per sfruttare il 5G, infatti, serve essere in un’area delle due città coperte e avere un Motorola Z3, l’unico a oggi compatibile e sul mercato. Presto ne arriveranno altri,come il Galaxy S10 5G e il V50 ThinQ di LG. Vista la scarsa presenza di dispositivi, nella vita di tutti i giorni non ci sarà una rivoluzione, neppure a Minneapolis e Chicago. Così come non cambia nulla nel conto economico di Verizon. Il ceo Hans Vestberg, ha spiegato a Cnbc che non si aspetta di vedere un impatto significativo sul bilancio fino al 2021. È però un traguardo, simbolico e non solo, importante: i clienti possono pagare (10 dollari aggiuntivi al proprio abbonamento) per avere il 5G nelle mani.

Tra nuove reti e fusioni

AT&T, altro grande operatore Usa, ha già detto che intende avere una copertura 5G nazionale entro il 2020. Ha già varato servizi 5G in 12 città americane: Houston, Dallas, Atlanta, Waco, Charlotte, Raleigh, Oklahoma City, Jacksonville, Louisville, New Orleans, Indianapolis e San Antonio. Ma è un’offerta circoscritta ad alcune imprese e a una ristretta cerchia di clienti. Non è quindi libera come quella di Verizon, anche se un piano simile dovrebbe arrivare nel 2019.

Alla corsa partecipano anche gli altri due big del mercato, che potrebbero accelerare se le autorità americane approveranno la loro fusione. T-Mobile e Sprint si sono già accordare un anno fa, ma il via libera non è ancora arrivato. Nessuna delle due ha aperto un servizio pronto all’uso. T-Mobile copre già una trentina di città, tra le quali Los Angeles, New York e Las Vegas. Ma non è accessibile ai clienti, perché la rete non è ancora compatibile con alcun dispositivo. Dovrebbe esserlo nella seconda metà del 2019. La compagnia prevede di coprire due terzi della popolazione americana con una velocità di 100 Mpbs entro il 2021.

Le reti 5G di Sprint dovrebbero invece aprire al pubblico a maggio, in alcuni luoghi come aeroporti e impianti sportivi, in città come Atlanta, Chicago, Dallas. Poco dopo dovrebbero aggiungersi Houston, Los Angeles, New York City, Phoenix e Washington. Tutto questo con un’occhio alla fusione. Il 7 marzo, l’amministratore delegato di T-Mobile Usa, John Legere, ha affermato che un nuovo soggetto forte (cioè il gruppo che risulterebbe dalla fusione) permetterebbe di offrire connessioni ultraveloci casalinghe anche nelle aree rurali (che ospitano il 45% della popolazione) e – grazie a una maggiore concorrenza –consentirebbe agli americani di risparmiare 13 miliardi di dollari entro il 2024.    

Agi

Cosa si stanno giocando gli editori di giornali con Apple News+

Da Adamo ed Eva a Biancaneve, la mela è il simbolo della tentazione. E spesso ha portato guai. Apple ha fatto un’offerta agli editori: entrare in News+, una Netflix dei giornali in cui gli utenti pagano un abbonamento per avere accesso a oltre 300 tra settimanali e mensili, quotidiani (tra cui Los Angeles Times e Wall Street Journal) e contenuti di testate online (tra cui TechCrunch e Vox). Dalle parti di Cupertino hanno tante buonissime ragioni per farlo. Non è invece ancora chiaro se sia un affare per gli editori. In molti, però, ci credono: secondo il New York Times (uno di quelli che ha detto di no), News+ avrebbe raccolto 200.000 iscrizioni nelle 48 ore successive all’evento di lancio, tenutosi il 25 marzo.  

Cosa ci guadagna Apple

I pro per Apple sono solari. News+ è un servizio che apre a un flusso di entrate tutto nuovo. È quello che serve alla Mela per far lievitare (assieme alla piattaforma di streaming Tv+ e all’abbonamento per videogiochi Arcade) i servizi, unico antidoto alla dipendenza da iPhone. I servizi non sono solo fonte di incassi freschi: sono più redditizi perché hanno margini più ampi dei prodotti; e sono costanti, perché non oscillano con le stagioni (al contrario degli smartphone, che decollano nell’ultimo trimestre dell’anno, tra cyber monday e feste di Natale).

 

Tim Cook (foto Afp)

Dal punto di vista finanziario, poi, la spartizione degli incassi (metà dell’abbonamento resta a Cupertino, l’altra metà viene distribuita agli editori) sembra davvero molto conveniente. L’altro vantaggio di Apple è rinsaldare il proprio ecosistema. Cupertino sa che l’iPhone, anche se dovesse riprendere quota, non guadagnerà fette di mercato. La concorrenza di prodotti efficienti a un prezzo inferiore, specie in alcuni mercati in via di sviluppo, è troppo forte. La società deve allora diventare una “boutique”. E per farlo non bastano i dispositivi più fascinosi del globo ma occorrono servizi esclusivi: Tv+, Arcade, Card e News+. L’obiettivo è far sì che l’ecosistema valga più della somma delle sue parti.

La scommessa degli editori

Il vantaggio per gli editori è, sostanzialmente, uno: accedere a un pubblico potenziale di oltre un miliardo di persone. Cioè raggiungere chiunque abbia un dispositivo Apple. Un’opportunità unica, che molti hanno deciso di afferrare, nonostante condizioni economiche (il fifty-fifty con la società guidata da Tim Cook) obiettivamente penalizzanti. La grande scommessa dei giornali è questa: raggiungere una platea nuova, che – ormai sono convinti – non riuscirebbero a conquistare altrimenti. La speranza è arrotondare anche in un altro modo: i contenuti (che non sono copie esatte di quelli cartacei ma versioni prodotte per News+, almeno per i giornali di spicco) hanno link che portano fuori dall’app, al sito della testata. Traffico fresco.

Gli editori non riceveranno dati e non ci saranno “tracciatori” che seguiranno i lettori altrove. Ma potranno comunque ricavare alcune informazioni e pubblicare sull’app offerte dei propri prodotti, come le newsletter. L’equilibrio, tra una cosa e l’altra, non è semplice. Il primo rischio riguarda la possibile erosione dei propri abbonati. Perché un utente dovrebbe pagare 39 dollari al mese (tanto costa un abbonamento al Wall Street Journal) quando per 9,99 dollari può avere quello e molto altro? Un lettore è un lettore, ma un abbonato diretto non vale quanto uno di News+: paga un prezzo più alto, che finisce tutto o quasi nelle casse dell’editore. Un abbonamento diretto è quindi molto più redditizio, non solo in termini economici ma anche di dati: indirizzi e informazioni che, con News+ di mezzo, non saranno fruibili.

Wsj e New Yorker: in cerca di equilibrio

I giornali entrati nella scuderia Apple devono quindi cercare di modulare un’offerta tale da conquistare nuovi lettori senza far migrare quelli attuali. È un po’ come offrire un all you can eat sperando che i clienti più esigenti continuino a ordinare alla carta. Le testate più prestigiose, forti di un maggiore potere negoziale, hanno spiegato che i propri contenuti non saranno tutte su News+.

Il Wall Street Journal – ha svelato la Cnn – affiderà all’applicazione “una selezione di notizie di interesse generale”. Tradotto: ci saranno articoli, video e interviste che non riguardano il vero valore aggiunto del giornale, cioè le notizie sui mercati finanziari. Per avere quelle o si va in edicola o ci si abbona. L’approccio è chiaro: tentiamo di guadagnare in modo nuovo da un pubblico nuovo perché siamo convinti che i lettori più affezionati sono disposti a spendere di più.

Cupertino, quartiere generale di Apple (Foto Afp)

 

Anche il ceo del New Yoker, Michael Luo, ha esposto le proprie ragioni in 13 tweet: brevi messaggi che spiegano quanto sia forte la consapevolezza che il patto con Apple sia un rischio, ritenuto però necessario. Luo ha sottolineato che “il miglior modo per accedere a tutti i contenuti è abbonarsi” al giornale e non a News+. Nell’all you can eat Apple sono inclusi il settimanale cartaceo (integrale), ma solo alcuni dei “10-15 pezzi che pubblichiamo online ogni giorno”. È convinto che “l’esperienza di lettura dell’edizione stampata è difficile da battere”. Due tweet, più di altri, chiariscono motivazioni e dubbi: “Siamo molto interessati ad ampliare la platea dei nostri lettori e speriamo che Apple News+ ci aiuti a farlo”. “Ma se vuoi supportare il nostro giornalismo, il modo migliore per farlo è abbonarsi” al New Yorker e solo al New Yorker. Insomma: ci è toccato farlo perché le alternative sono poche, sappiamo bene che potrebbe essere un problema.

Cosa si stanno giocando i giornali

Il rischio, per i giornali, non è solo economico. Ha a che fare con l’indipendenza. Ogni testata continuerà ad avere un proprio editore e una propria redazione, certo. Ma tra sé e i lettori avrà un intermediario: Apple. Il rapporto diventa meno diretto, anche per una questione tecnica. News+ raccomanda contenuti in base agli interessi dell’abbonato, mettendo insieme un giornale e un suo concorrente. L’esperienza di lettura diventa un mosaico. È più fedifraga: salta definitivamente quel “patto” tra giornale e lettore, perché a garantire e consigliare è Apple. Ed è sempre Apple a orientare la lettura. Nessun algoritmo è neutrale e non lo sarà neppure quello di News+, che promette comunque di fare abbondante uso di personale umano.

Privilegerà gli articoli ad alto impatto visivo o le notizie brevi, gli argomenti leggeri o quelli che contano davvero? Tra tanti dubbi, c’è una certezza: gli editori stanno cedendo parte della propria sovranità. Si appoggiano a una piattaforma che potrebbe diventare talmente potente da rendersi necessaria. A quel punto, i giornali sarebbero molto esposti alle scelte di Apple. Non è fanta-editoria: è già successo. I giornali hanno cavalcato Facebook perché dal social network arrivava traffico, da giocarsi con gli inserzionisti. Peccato che molti siti d’informazioni siano finiti nei guai quando il social network ha deciso di modificare l’algoritmo penalizzando le pagine per premiare le “interazioni autentiche”. Risultato: meno visibilità sulle bacheche, meno utenti che cliccano sui post, meno lettori sul sito.

Il caso di News+ è diverso perché si parla di un abbonamento, ma il precedente di Facebook racconta quanto sia rischioso affidarsi a una piattaforma tecnologica esterna. Soprattutto se il rapporto è di subordinazione. Oggi e per un bel po’ di tempo ancora (forse per sempre) News+ sarà una frazione marginale del giro d’affari di Apple. Modificare il servizio, ritoccarlo, rivoluzionarlo, cambiare prezzi e condizioni (come ha fatto Netflix) sarebbe quindi una mossa quasi indolore. Alla quale i giornali, che hanno margini assai più sottili, sarebbero praticamente costretti ad accodarsi.

Ma è colpa di Apple?

Sia chiaro però: mica Apple è il diavolo. Se ha avuto il potere di imporsi è per merito suo e demerito altrui. Ha le cassa piene e oltre un miliardo di utenti che usano i suoi prodotti. Dall’altra parte ci sono gli editori, che adesso si ritrova ad aggrapparsi a un salvagente calato da un’astronave perché non sono riusciti a costruirsi una scialuppa di salvataggio. Chi ha detto “no” lo ha fatto perché ha puntato per tempo su abbonamenti ed edizioni digitali: New York Times e Washington Post. Il Times ha raggiunto i 4 milioni di abbonamenti (3 dei quali digitali), che nell’ultimo trimestre 2018 sono cresciuti a un ritmo che non si vedeva dall’elezione di Donald Trump. Il giornale dice di aver ricevuto “forti pressioni da Apple”. Ma si è negato per avere “una relazione diretta” con i lettori: l’app, ha spiegato il ceo Mark Thompson, “confonde diverse fonti di notizie in miscele superficialmente attraenti”. 

Il Post (che alle spalle ha Jeff Bezos) ha oltre 1,5 milioni di abbonati per l’edizione digitale. E ha detto no perché l’obiettivo è “aumentare la base di abbonati”. Il Wall Street Journal, che di abbonati ne ha 1,7 milioni, sta invece tentando di trovare la giusta alchimia puntando sul suo essere un giornale specializzato. Una carta che Times e Post, generalisti, non potevano giocarsi. Tutti gli altri, come spiega il quotidiano di Washington, sono editori o troppo piccoli o “che hanno appena iniziato a costruire un business digitale”. Un modo gentile per dire che sono in ritardo. Hanno deciso di mordere la mela, sperando che non sia avvelenata.       

Agi

Come stanno veramente le cose tra Juncker e la Grecia

Vero mea culpa o notizia vecchia? Le dichiarazioni del 15 gennaio del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, sull’austerità avventata e la mancata solidarietà alla Grecia hanno provocato interesse mediatico e polemiche politiche in Italia.

“Qualche errore è stato fatto, fa piacere se viene ammesso, ma non voglio entrare nel merito delle dichiarazioni di Juncker”, ha reagito il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. “Se ne sono accorti anche a Bruxelles, meglio tardi che mai: tardi, tardissimo, meglio tardissimissimo che mai”, ha detto il ministro dell’Interno e leader della Lega, Matteo Salvini.

“Le lacrime di coccodrillo non mi commuovono. Juncker e tutti i suoi accoliti hanno devastato la vita di migliaia di famiglie con tagli folli mentre buttavano un miliardo di euro l’anno in sprechi come il doppio Parlamento di Strasburgo. Sono errori che si pagano”, ha scritto sul blog delle stelle il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio.

Una cosa che fa notizia solo in Italia

Eppure, aldilà dei confini italiani, le dichiarazioni di Juncker non hanno fatto notizia. Nessun grande giornale internazionale ha ripreso il presunto mea culpa. I giornalisti stranieri che seguono quotidianamente le attività e le dichiarazioni della Commissione e delle altre istituzioni europee non si sono stupiti di fronte alle parole di Juncker sull’austerità.

Quando Juncker litigava con il Fondo monetario

In realtà non è la prima volta che Juncker critica aspramente quella che generalmente definisce “austerità cieca” e il ruolo del Fondo Monetario Internazionale durante la crisi greca. Le divergenze tra Juncker e il Fmi esplosero alla luce del sole – in realtà dei faretti di una conferenza stampa notturna al termine di una riunione dei ministri delle Finanze della zona euro – già nel novembre del 2012.

All’epoca Juncker era presidente dell’Eurogruppo e i ministri europei stavano negoziando con la direttrice del Fmi, Christine Lagarde, le misure che la Grecia avrebbe dovuto adottare per il suo secondo piano di salvataggio. Durante la conferenza stampa, Juncker mostrò pubblicamente tutta la sua irritazione nei confronti del Fmi spiegando che l’obiettivo per riportare il debito greco al 120% del Pil sarebbe stato spostato al 2022 contro il 2020 previsto inizialmente e chiesto dall’istituzione di Washington.

Lagarde reagì esasperata alzando gli occhi e scuotendo la testa in modo vistoso. “Dal nostro punto di vista il calendario appropriato è il 120% entro il 2020”, disse la direttrice del Fmi: “chiaramente abbiamo dei punti di vista diversi”. Nel 2015, arrivato alla presidenza della Commissione e confrontato a una nuova crisi in Grecia, Juncker tornò a scontrarsi con il Fmi sull’attitudine da tenere nei confronti del governo greco, di cui era diventato primo ministro Alexis Tsipras.

Juncker critico dell’austerità

Nei sei mesi che portarono Atene sulla porta di uscita dall’euro, salvo una marcia indietro all’ultimo minuto, la Commissione prese le difese del governo greco, facendo pressioni sul Fmi e su diversi Paesi europei come la Germania per allentare gli impegni in termini di austerità. L’allora ministro delle Finanze tedesco, Wolfang Schaeuble, reagì attaccando il capo di gabinetto di Juncker, Martin Selmayr, a cui fu intimato di non immischiarsi nella gestione del terzo salvataggio greco.

Quanto all’austerità, in diversi discorsi sin dal suo insediamento come presidente della Commissione, Juncker ha avuto un atteggiamento critico. Alla prova dei fatti, la sua Commissione si è mossa per allentare lo sforzo di consolidamento di bilancio di diversi paesi. Nel 2015 l’esecutivo Juncker ha introdotto una comunicazione sulla flessibilità che ha permesso all’Italia di beneficiare di oltre 30 miliardi di margine di manovra aggiuntiva.

Negli anni successivi la Commissione si è rifiutata di sanzionare la Francia con un deficit superiore al 3% e di multare Spagna e Portogallo (in realtà ha imposto una multa di zero euro) per gli sforzi insufficienti rispetto a quanto previsto dal Patto di Stabilità e Crescita. La Commissione Juncker si è attirata le critiche di diversi governi e dell’European Fiscal Board (l’organismo indipendente che valuta l’applicazione del Patto di Stabilità) per aver concesso troppa flessibilità agli Stati membri e non aver fatto rispettare le regole in modo più rigido.

Il rimpianto per l’austerità “avventata”

Il discorso di Juncker all’Europarlamento a Strasburgo è stato pronunciato in occasione dei 20 anni dell’euro davanti a altre istituzioni e personalità più rigide durante la crisi. “Ero presidente dell’Eurogruppo nel momento della più grave crisi economica e finanziaria”, ha ricordato Juncker. “Sì, c’è stata dell’austerità avventata”, ha ammesso il presidente della Commissione. Tuttavia “non perché abbiamo voluto punire quelli che lavorano o sono in disoccupazione, ma perché le riforme strutturali, indipendentemente dal regime monetario in cui ci troviamo restano essenziali”, ha spiegato Juncker, prima di affrontare i suoi rapporti con il Fondo Monetario Internazionale.

“Rimpiango il fatto che abbiamo data troppa importanza all’influenza del Fmi. Eravamo in diversi al momento dell’inizio della crisi a pensare che l’Europa avesse abbastanza muscoli per resistere senza l’influenza del Fmi”, ha detto Juncker, prima di passare alla Grecia. “Ho sempre deplorato questa mancanza di solidarietà che apparsa al momento di quella che è stata chiamata la crisi greca”, ha detto il presidente della Commissione. “Siamo stati insufficientemente solidali con la Grecia. Abbiamo insultato e coperto di invettive la Grecia” ma “mi rallegro del fatto di vedere la Grecia, il Portogallo e altri paesi aver ritrovato, non dico un posto al sole, ma tra le vecchie democrazie europee”. E’ stato un mea culpa? A molti nella plenaria di Strasburgo è apparso come un modo per Juncker di togliersi qualche sassolino dalla scarpa e puntare il dito contro quelli che non lo avevano ascoltato.

Agi

Tim e Sony stanno lavorando per portare sul mercato uno smartphone 5G 

Tim e Sony stanno lavorando per portare sul mercato uno smartphone 5G. La compagnia di telecomunicazioni ha siglato un accordo con la sezione mobile del colosso giapponese per accelerare lo sviluppo della tecnologia di quinta generazione. 

Tim supporterà Sony Mobile in tutte le fasi di sviluppo del prodotto in Italia, mettendo a disposizione il suo ecosistema di partner attivi nei vari Innovation Hub, il suo know-how tecnico, le migliori risorse dei suoi centri di ricerca e l’accesso ai test 5G per rendere disponibile commercialmente uno smartphone in grado di sfruttare la nuova rete. 

La partnership strategica non punta solo alla realizzazione di uno smartphone che sia ponto per il  5G, ma anche ai servizi e infrastrutture che potranno utilizzare le capacità della nuova rete. Sony Mobile è inoltre presente al Tim 5G Innovation Lab a Roma, in cui ha presentato i propri sviluppi per quanto riguarda i device che sfrutteranno la nuova connessione.

“Siamo estremamente orgogliosi di essere partner di Tim sul 5G e di contribuire all’iniziativa del 5G Innovation Hub che rappresenta la nostra prima esposizione globale in campo 5G. La partnership con Tim si iscrive nel progetto di promuovere una collaborazione, sia tecnica che di business, volta a rendere il lancio commerciale di dispositivi e servizi 5G una realtà oltre a promuovere lo sviluppo innovativo in campo 5G e IoT, sia per il mercato consumer che enterprise” ha commentato Tibor Wagner, Director of Central and Southeast Europe di Sony Mobile.

Agi News

Stati Uniti e Cina si stanno mettendo d’accordo per chiudere la guerra dei dazi?

La Cina definisce “costruttivi” i colloqui in corso con gli Stati Uniti sulla risoluzione delle dispute commerciali, ma smentisce l’offerta da duecento miliardi di dollari per ridurre il surplus con gli Usa, come dichiarato in forma anonima da un funzionario di Washington nelle scorse ore. “Questo rumor non è vero”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Lu Kang in conferenza stampa. 

Lu ha aggiunto, senza scendere nel dettaglio, che i colloqui di Washington tra Cina e Stati Uniti sul commercio, giunti al secondo round dopo il primo svoltosi a Pechino il 3 e 4 maggio scorsi, “a quanto so, sono in corso e sono costruttivi”.

Giunto a Washington, il vice primo ministro cinese con delega agli affari economici e finanziari, Liu He, ha incontrato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a cui ha ribadito che la Cina vuole “gestire in maniera appropriata” le divergenze sul commercio con gli Usa per un “reciproco beneficio”, secondo quanto riporta l’emittente televisiva statale cinese, China Central Television.

Pace sul sorgo

In un segnale di distensione, il ministero del Commercio aveva annunciato l’interruzione dell'inchiesta anti-dumping sulle importazioni di sorgo dagli Stati Uniti, che erano soggette, secondo misure temporanee decise il mese scorso a dazi del 178,6%.

La Cina ha deciso di terminare le indagini anti-dumping sulle importazioni di sorgo proveniente dagli Stati Uniti perché “non sono nell’interesse pubblico”.

La decisione è stata annunciata da un comunicato diffuso dal ministero del Commercio, che cita i timori di un aumento dei costi segnalati da chi lavora nel settore e crescenti difficoltà per il settore agricolo.

Le indagini erano state lanciate a febbraio, e il 17 aprile scorso il ministero aveva deciso l’applicazione di una tariffa temporanea anti-dumping del 178% sul sorgo importato dagli Stati Uniti.

Lo scorso anno la Cina ha importato sorgo dagli Usa per 1,1 miliardi di dollari e la decisione di imporre dazi avveniva nel pieno delle tensioni sul commercio tra Cina e Stati Uniti. Il sorgo è utilizzato in Cina sia come mangime che per la produzione di alcolici.

Zte sullo sfondo

L’atmosfera tra Cina e Stati Uniti sul commercio si è rasserenata negli ultimi giorni. I colloqui – che si concluderanno il 19 maggio – seguono all’apertura di Trump, rispetto al caso Zte, oggetto di un bando settennale per la vendita di componenti al gigante della tecnologia cinese sull’accusa di esportazioni illegali verso l’Iran, che verrà preso nuovamente in considerazione dal Dipartimento del Commercio di Washington su richiesta dello stesso Trump. Una decisione che ha tuttavia sollevato le critiche della fronda anti-cinese alla Casa Bianca. 

Agi News

Cina e Usa si stanno mettendo d’accordo per mettere fine alla guerra dei dazi

Cina e Usa potrebbero presto accantonare le tensioni commerciali, rinfocolatesi dopo il caso Zte, e aprire un negoziato per evitare la guerra dei dazi, che nessuno dei due litiganti vuole. Pechino ha dichiarato il proprio apprezzamento per la possibilità dell'arrivo del segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, il quale sabato scorso, a margine di un meeting del Fondo Monetario Internazionale a Washington, aveva dichiarato che un viaggio in Cina per discutere le questioni economiche e commerciali è "preso in considerazione" dall'amministrazione Usa guidata da Donald Trump.

Mnuchin non si è sbilanciato in pronostici sulla tempistica, ma ha detto di essere “prudentemente ottimista” sulla possibilità di raggiungere un accordo con Pechino, stando all'agenzia Reuters. Un segnale di disgelo che trova conferma nelle dichiarazioni del governo cinese: "La Cina ha ricevuto informazioni sull'auspicio degli Stati Uniti di discutere a Pechino le questioni economiche e commerciali, cosa che la Cina accoglie con favore", ha reso noto il ministero del Commercio di Pechino attraverso un portavoce.

La Cina mete i puntini sulle i. Ribadisce la propria opposizione al protezionismo commerciale e il proprio sostegno al sistema di commercio multilaterale dalle pagine del suo giornale più rappresentativo: il Quotidiano del Popolo. Lo fa con un articolo pubblicato a firma del ministro del Commercio di Pechino, Zhong Shan. La Cina, scrive il ministro prendendo le mosse dal discorso pronunciato il 10 aprile dal presidente cinese, Xi Jinping, al Boao Forum for Asia sull'isola di Hainan, "deve opporsi fermamente a tutte le forme di protezionismo, promuovere il commercio globale e la liberalizzazione e la facilitazione degli investimenti". 

Da parte sua, Mnuchin ha speso parole di apprezzamento sulle recenti aperture di mercato ai settori assicurativo e bancario annunciate dal governatore della banca centrale cinese, Yi Gang, nei giorni scorsi; i due si sono incontrati all'incontro del del Fondo monetario, ha dichiarato lo stesso segretario al Tesoro. Parole di elogio sono giunte all’indirizzo del governo cinese anche in merito al sostegno alle sanzioni delle Nazioni Unite contro la Corea del Nord, all’indomani dell’annuncio di Kim Jong-un della sospensione dei test missilistici e nucleari, che ha avuto il plauso di Cina e degli Stati Uniti.

La posta in gioco non è altissima ma neanche irrilevante: si parla di dazi e controdazi su merci di importazione dal valore complessivo di 150 miliardi da ambo le parti. Balzelli che in realtà, secondo gli osservatori, nessuno dei due intende perseguire (Trump è esasperato dal surplus commerciale con la Cina e dalla necessità di proteggere le tecnologie americane dai presunti furti cinesi).

La Cina non ha voluto dare l’impressione di cedere alle richieste di Washington, scrive il Financial Times, ma gli americani hanno registrato come un successo l’ulteriore apertura del mercato delle auto alle compagnie a stelle e strisce, a lungo richiesta da parte americana. Donald Trump si è detto "molto grato" al presidente cinese "per le belle parole” pronunciate dal presidente cinese alla "Davos Asiatica", quando Xi ha promesso tariffe più basse per le auto straniere sul mercato cinese.

Questi passi in avanti rischiano di essere frenati da almeno due focolai accesi.

Il primo riguarda la decisione del Dipartimento del Commercio Usa di vietare alle aziende americane le vendite per sette anni di componenti al colosso delle telecomunicazioni Zte; un provvedimento bollato come “ingiusto” dal colosso di Shenzhen che, in una durissima nota, dice di essere pronto a tentare tutte le vie legali per opporsi a un blocco che potrebbe portarla a fallire.

Il secondo ha a che fare con la possibilità contemplata dalla Casa Bianca di applicare l’International Emergency Powers Act (IEEPA) per bloccare lo shopping cinese di tecnologie Usa, scrive il Sole 24 Ore. Cioè? Si tratta di una legge che risale al 1977, usata per imporre sanzioni agli “oligarchi” russi, al regime di Pyongyang e a terroristi internazionali. Ora Washington la vuole usare per fermare la corsa cinese al predominio delle tecnologie del futuro.

Gli attriti politici possono avere ripercussioni negative sulle acquisizioni cinesi all’estero, che l’anno scorso hanno registrato una brusca frenata.  Stando a un rapporto stilato da Baker McKenzie e Rhodium Group, gli investimenti diretti cinesi negli Stati Uniti sono calati del 35% nel 2017, scendendo a 30 miliardi di dollari (il calo in Europa è stato del 22%). Questa flessione è da imputare in parte ai controlli delle autorità di Pechino sul movimento di capitali (il governo ha diviso in tre categorie gli investimenti all’estero dei giganti cinesi: vietati, soggetti a restrizioni o incoraggiati), ma anche alle attività di interdizione esercitate dall’agenzia Usa sugli investimenti esteri: Cfius, che avrebbe bloccato progetti per 8 miliardi. 

“Rapporti commerciali che riguardano lo scambio di beni e servizi e investimenti diretti sono in qualche modo correlati", ha commentato all'Agi Marco Marazzi, avvocato di Baker McKenzie. "Gli Usa – ha sottolineato – probabilmente dimenticano che una parte del deficit commerciale è dovuto a società americane che producono in Cina ed esportano parti o prodotti finiti, e che non sempre potrebbero rilocalizzarsi in America. Poi ci sono le aziende americane che producono per il grande mercato cinese locale. La guerra commerciale può indirettamente colpire questi investimenti e quindi ogni mossa va valutata con attenzione"

 

Agi News

Alla fine i cinesi ci stanno rubando il lavoro o ne stanno creando di nuovo?

La Cina ruba lavoro agli altri? Nulla di più sbagliato: i dati raccontano una storia diversa e l’inarrestabile sviluppo cinese sta creando nuovi posti di lavoro. In tutto il mondo. Così un articolo apparso sull’agenzia Xinhua respinge indirettamente le accuse rivolte da più parti alla Cina – dalla concorrenza sleale alla mancanza di reciprocità – provando a smontare quelle che per l’agenzia di stampa statale sono false notizie, in un periodo di tensioni commerciali tra Pechino e Washington, e mentre nelle stesse ore l’Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese, promette maggiori aperture agli investitori stranieri, più volte invocate anche dalle imprese europee. Proprio oggi il ministro degli Esteri, Wang Yi, ha dichiarato che la Cina “produrrà una risposta legittima e necessaria” in caso di guerra commerciale con gli Usa, ribadendo che il governo cinese è impegnato nel percorso di socialismo con caratteristiche cinesi e sottolineando il contributo della Cina a livello globale. "La Cina – ha detto Wang – è impegnata in una lunga marcia verso la modernizzazione e non ha la volontà o il bisogno di rimpiazzare l’America”. Nelle stesse ore sono stati resi noti i dati sull'export della Cina che vola a +11,2% a febbraio, mentre il surplus commerciale con gli Usa si riduce su base mensile, passando da 25,6 a 21 miliardi di dollari, pur raddoppiando rispetto ai 10,4 miliardi di dollari del febbraio 2017.

Il ragionamento del maggiore organo di stampa cinese parte da una questione di principio: “A rigor di logica – scrive Xinhua – nessun Paese può ‘rubare’ lavoro agli altri giacché ciascuno crea opportunità di lavoro per i propri cittadini sulla base del proprio sviluppo economico”. L’editoriale sottolinea poi come la Cina abbia sempre agito nel pieno rispetto delle regole internazionali; lo ha fatto quando era ancora un Paese sottosviluppato, continua a farlo oggi oggi che è diventata la seconda economia al mondo. Di più. La Cina ha sempre “lavorato con i partner commerciali per raggiungere risultati win-win”, un concetto molto caro alla leadership cinese. “Le aziende manifatturiere cinesi – si legge nel commento – espandono la propria presenza globale e assumono sempre di più lavoratori locali”. Ipse dixit. Così la retorica ufficiale prova dissipare i sospetti che si addensano sulla politica di investimento cinese. Un altro discorso riguarda invece il vorace acquisto di aziende strategiche americane ed europee che ha provocato anche a Bruxelles una levata di scudi. 

Xinhua cita l’esempio di Fuyao Group, azienda leader nella produzione di vetri auto, presente nella città di Moraine, nello stato dell’Ohio, con uno stabilimento di 470mila metri quadrati che dà lavoro a più di 2mila persone. Nel 2008, spiega Xinhua, la chiusura dell’impianto di assemblaggio della General Motors aveva causato la perdita di migliaia di posti lavoro ma “l’arrivo di Fuyao, il maggiore investimento cinese nella regione, è stato accolto come un fatto positivo dalla comunità locale”. Non sono mancati i problemi. Nel novembre dello scorso anno, scrive il New York Times, i lavoratori dello stabilimento di Fuyao hanno respinto in maggioranza, con 860 voti contrari e 444 a favore, la proposta di creazione di un sindacato interno, una vittoria per il management cinese dopo il durissimo braccio di ferro con l’agguerrita United Automobile Workers union che puntava a favorire politiche migliori per i dipendenti sul fronte di promozioni, ferie e aumenti. Un epilogo che però non ha messo a tacere le accuse sollevate da alcuni lavoratori, preoccupati da una gestione “rigida e arbitraria” dopo una raffica di licenziamenti per cattiva condotta. Fuyao – scrive Xinhua – punta a espandersi ulteriormente negli Stati Uniti e promette migliaia di assunzioni.

L’articolo sciorina altri dati ufficiali (qualcuno avrà forti dubbi sulla loro veridicità alla luce del vizio cinese di gonfiare i dati statistici interni, per stessa ammissione cinese). Secondo il China General Chamber of Commerce-USA, al 2016 la Cina ha investito oltre 20 miliardi di dollari in nove stati americani nel Midwest generando 45mila posti di lavoro. Se ci spostiamo in America Latina, i posti di lavoro creati dalle compagnie cinesi dal 1995 al 2016 sono stati 1,8 milioni, stando ai dati dell’International Labor Organization. Si tratta – sottolinea l’agenzia – di investimenti in settori vitali, quali alimentare, comunicazione, energia rinnovabile, che hanno “migliorato le infrastrutture locali e incrementato i consumi”.

Pechino sfoggia con orgoglio i primi risultati della Nuova Via Della Seta: 900 progetti di nuove infrastrutture, 780 miliardi di dollari generati dagli interscambi con i 60 paesi coinvolti, 200 mila nuovi posti di lavoro. Nell’ambito dell’iniziativa lanciata dal presidente Xi Jinping nel 2013 con l’obiettivo di collegare Asia, Africa ed Europa via terra e via mare, le aziende cinesi hanno investito circa 50 miliardi di dollari e aiutato a costruire 75 zone di cooperazione economica e commerciale in ben 24 Paesi. Sono i dati ufficiali del ministero del Commercio di Pechino.

Nei giorni scorsi lo stesso primo ministro Li Keqiang, nella sua relazione all’apertura dell’Assemblea Nazionale del Popolo, dopo aver annunciato il mantenimento del target di crescita intorno al 6,5% e l’innalzamento del budget militare, ha ribadito che la Cina intende concedere ulteriori aperture al mercato interno e ampliare la cooperazione industriale con altri Paesi. Tradotto: le aziende manifatturiere del gigante asiatico vogliono dominare sempre di più il mercato globale.

La Cina, conclude Xinhua, non è brava solo nel creare opportunità di lavoro nei Paesi dove investe, ma anche nell’attrarre talenti stranieri di cui ha bisogno per portare a termine il Piano di innovazione manifatturiera “Made in China 2025” che punta a trasformarla in pochissimi anni nel leader delle tecnologie più avanzate. Detto, fatto. “L’industria manifatturiera ad alta intensità tecnologica è cresciuta dell’11,7% negli ultimi cinque anni”, scrive Xinhua. Pechino ha sete di know-how ed è a caccia di talenti: solo nel 2016 sono stati 1.576 i professionisti stranieri a ottenere il permesso di residenza, in crescita del 163% rispetto all’anno precedente, stando ai dati elaborati dal ministero della Pubblica Sicurezza. I settori più richiesti? Tecnologia 5G, motori aeronautici, veicoli elettrici, nuovi materiali e macchinari. Avanti tutta. 

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Petrolio: Opec, tutti stanno rispettando accordo su tagli

(AGI) – Parigi, 14 mar. – I paesi Opec e non Opec stanno rispettando l'accordo sui tagli di produzione decisi a novembre dello scorso anno. Lo riferisce il cartello nel suo bollettino mensile spiegando che i prezzi nel mese di febbraio sono saliti del 2% a una media di 53,37 dollari al barile. La ripresa dei prezzi, sottolinea l'organizzazione, e' in ogni caso minacciata dai produttori shale americani che hanno ricominciato a trivellare, incoraggiati proprio dalla risalita delle quotazioni e dall'aumento della produzione canadese. Dopo l'accordo di fine novembre in seno all'organizzazione, a dicembre l'Opec ha raggiunto una seconda intesa con 11 Paesi non membri, compresa la Russia, per un taglio aggiuntivo. Nel bollettino l'organizzazione ha poi rivisto al rialzo le propie stime sulla domanda per il 2017 a 1,26 milioni di barili al giorno, in crescita di 70.000 barili al giorno rispetto al report precedente. L'incremento dovrebbe derivare dall'aumento della domanda in Europa e nella regione dell'Asia Pacifico. I 13 membri dell'Opec producono un terzo della produzione mondiale di petrolio. (AGI)
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