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Il motivo che ha portato Musk a privatizzare Tesla sono i soldi dei sauditi

Ce lo chiede l'Arabia. Dopo sei giorni di silenzio, Elon Musk spiega i suoi perché. Perché ha deciso di annunciare la possibile privatizzazione di Tesla su Twitter (scompigliando il mercato). E perché ha definito “garantiti” i fondi per l'operazione. Dietro c'è il pieno supporto (anzi, la richiesta) del Public Investment Fund, il fondo sovrano saudita.

Cosa e successo fino a ora

Musk ha scritto nel blog ufficiale della società di aver espresso al board la volontà di privatizzare Tesla il 2 agosto, cinque giorni prima del tweet. Dopo una riunione con i consiglieri a ranghi ridotti (cioè senza la partecipazione di Elon e del fratello Kimbal), c'è stato un secondo incontro, durante il quale Musk ha spiegato perché sarebbe nell'interesse di Tesla abbandonare Wall Street. Visto l'appoggio del consiglio di amministrazione, ecco il passo successivo: contattare i maggiori azionisti della compagnia per sondare le loro intenzioni. “Sono molto importanti per me”, ha affermato Musk, perché “hanno creduto in Tesla quando nessun lo faceva e sono coloro che più credono nel nostro futuro”.

Al di là delle ragioni affettive, c'è ne uno finanziaria: più saranno gli azionisti che resteranno in Tesla anche fuori dalla borsa e meno risorse dovrà raccogliere Musk per raggiungere il suo obiettivo. Fin qui nulla di strano. Poi, però, il 7 agosto Musk decide di far saltare il banco, con una mossa inusuale per una società quotata: annunciare la più grande privatizzazione della storia di Wall Street in meno di140 caratteri.

Perché comunicarlo via Twitter?

Musk ha sin da subito dialogato con gli azionisti più pesanti, per ottenere il loro supporto. “Tuttavia – scrive il fondatore del gruppo – non sarebbe stato giusto condividere informazioni solo i nostri maggiori investitori senza coinvolgere tutti gli altri”. Per questo, ha pensato che “la cosa giusta da fare” fosse “annunciare pubblicamente” le sue intenzioni. La manovra, però, non è piaciuta né ad alcuni investitori né alla Sec, la Consob americana.Secondo Bloomberg, la Commissione starebbe “intensificando” le inchieste (andando oltre una generica richiesta di informazioni) per capire se l'incursione di Musk sia stata fatta per manipolare il prezzo delle azioni.

Musk se la dovrà vedere anche con due denunce per aggiotaggio (il reato che punisce la diffusione di notizie false o esagerate con l'obiettivo di speculare su un titolo). Il trader Kalman Isaacs sostiene che i tweet siano stati fuorvianti, fatti apposta per gonfiare le azioni di Tesla (schizzate del 13% nella seduta seguita all'annuncio). L'altro ricorrente, William Chamberlain, ha chiesto l'avvio di una class action, cui dovrebbe aderire chi ha scambiato titoli Tesla tra il 7 e il 10 agosto.

Perché ha detto che i soldi sono 'secured'

Il titolo è decollato anche per una parola: “Secured”, “Garantito”. I soldi per l'operazione, aveva scritto Musk, ci sono. Per due motivi: le stime hanno indicato stime eccessive e ci sarebbe già un investitore forte pronto a pagarle. Anzi, non sarebbe solo un finanziatore ma il vero promotore della privatizzazione. I primi contatti con il fondo sovrano saudita risalgono a “quasi due anni fa”. E più volte il Public Investment Fund avrebbe sondato la possibilità di ritirare Tesla da Wall Street. Al primo incontro (all'inizio del 2017) ne sono seguiti “diversi”.

“Ovviamente – scrive Musk – il fondo sovrano ha capitale più che sufficiente per questa transazione”. Il rapporto è diventato più stretto quando i sauditi sono entrati nell'azionariato con una quota vicina al 5%, rilevato sul mercato azionario. Il 31 luglio, un nuovo incontro. In quell'occasione, il managing director del fondo avrebbe espresso “rammarico” per non aver potuto eseguire l'operazione privatamente. E si sarebbe detto “ansioso” di sostenere un eventuale ritiro dalla borsa. Musk afferma quindi di aver lasciato la riunione convinto di poter contare sul pieno supporto saudita. Ecco perché ha definito “garantito” il capitale necessario. Dopo l'annuncio via Twitter, il fondo avrebbe confermato il suo “supporto” e chiesto maggiori dettagli.

Stime sopravvalutate

Mentre continuano le discussioni con il fondo saudita e con altri grandi azionisti, Musk sostiene sia ancora “prematuro” fornire pubblicamente dettagli. Tuttavia, il ceo ha chiarito che Tesla non userà lo strumento del debito ma quello dell'equity. Non si tratterebbe quindi di un classico “leveraged buyout” (che sfrutta la capacità di indebitamento per sostenere l'acquisizione). I capitali arriverebbero dagli azionisti, attuali e futuri. “Non credo sia saggio – scrive Musk – gravare Tesla con un debito così significativo”.

Ma quante risorse servono? Secondo alcune analisi seguite all'annuncio via Twitter, sarebbero stati necessari 70 miliardi di dollari. Una cifra che sarebbe “drasticamente sopravvalutata”. I 420 dollari per azione sarebbero necessari solo per pagare gli azionisti che non decidessero di rimanere da “privati”. Musk è ottimista ed è convinto che molti diranno sì. Valuta infatti che i possessori di “due terzi delle azioni” sosterranno la transizione. Servirebbero quindi circa 20 miliardi di dollari.

I prossimi passi

Nei prossimi giorni, Musk proseguirà gli incontri con gli azionisti. È convinto che l'annuncio su Twitter sia stata “la cosa giusta”. E non è escluso che gli aggiornamenti arrivino da lì, nonostante gli occhi della Sec. Intanto Musk ha nominato gli advisor dell'operazione. Silver Lake e Goldman Sachs per curare la componente finanziaria; Wachtell, Lipton, Rosen & Katz e Munger, Tolles & Olson per quella legale. Il loro coinvolgimento serve a “valutare una serie di potenziali strutture e opzioni” e per “capire esattamente quanti degli attuali azionisti rimarranno anche se la società dovesse diventare privata”.

Una volta definiti i dettagli, il percorso passerebbe da un “comitato speciale”, espressione del consiglio di amministrazione. Per poi affrontare, in caso di via libera, il voto degli azionisti.

Agi News

Chi è l’uomo che scommette sul caos italiano per fare un mucchio di soldi

Il più grande hedge fund del mondo ha triplicato la sua scommessa contro l'Italia prima delle elezioni del prossimo mese, scrive il Times. Bridgewater ha creato quello che secondo alcuni è una delle più grandi posizioni short della sua storia, puntando 3 miliardi di dollari contro una serie di società italiane, tra cui Intesa e Atlantia.

L'hedge fund americano da 160 miliardi sta scommettendo che le elezioni porteranno una nuova ondata di caos politico nella terza più grande economia della zona euro. Una ricerca di Bloomberg ha rilevato che negli ultimi tre mesi Bridgewater aveva triplicato la sua scommessa contro l'Italia da una posizione a breve originaria di 1,1 miliardi di dollari in ottobre vendendo allo scoperto le azioni di 18 blue chip. Nel mirino del fondo ci sono in particolare i titoli di Intesa, Unicredit, Enel, Generali, Atlantia, Terna e Snam. Dietro le scommesse al ribasso di Bridgewater, spiega Bloomberg, ci sono le elezioni del 4 marzo e l'incertezza politica riguardante il loro esito. Già nell'ottobre scorso Bridgewater, il cui fondatore Ray Dalio, fin dal 1975, molto prima dell'uso intensificato dei computer, ha sempre utilizzato gli algoritmi per comprare e vendere asset, aveva scommesso oltre 700 milioni di dollari contro le principali banche italiane.


Chi è Ray Dalio

Ray Dalio, al secolo Raimondo, nasce a Jackson Height, nella contea di Queens, New York, nel 1949. Figlio di un musicista Jazz di origini italiane. Dalio inizia a investire all’età di 12 anni, racconta OkForex quando acquista le azioni della Northeast Airlines per 300 dollari, presto diventati 600 quando la compagnia aerea si fonde con un’altra società. Dopo questo primo successo, si iscrive alla Long Island University e si laurea in finanza. Completa la sua formazione con un MBA alla Harvard Business School. Nel 1974, a soli 25 anni, fonda la Bridgewater Associate, una società di gestione con base in Connecticut e specializzata in hedge fund. Entrerà nella storia proprio con la Bridgewater: l’hedge fund da lei gestito diventerà nel 2012 più grande del mondo, con 160 miliardi di dollari in gestione. Il fondo di Bridgeater è chiuso. Nessuno può più entrarci. E’ stato raggiunto il limite fisiologico di asset gestiti. Per comprendere però la sua importanza, basta un dato. Durante l’ultimo anno di apertura (2014), l’entry level era di 100 milioni di dollari. Ma il concetto che ha reso veramente famoso Ray Dalio è quello di meditazione trascendentale. E’ stato il primo a portare un elemento della filosofia orientale nel mondo della finanza. La meditazione di Ray Dalio segue le dinamiche di quella conosciuta, non ha apportato cambiamenti, se non quello (epocale) di utilizzarla per aumentare le proprie performance di investitore. Ora si sta sta godendo la nuova fama come autore di best seller. Il suo libro 'Principles: Life and Work' spiega le idee non ortodosse che lo hanno aiutato ad accumulare una fortuna di 17 miliardi di dollari.


Il Times pone l'accento su due elementi: gli ultimi sondaggi che indicano che nessun gruppo sarà in grado di mettere insieme una maggioranza e le preoccupazioni circa il successo di M5s, che alla posizione antieuropeista unisce piani che consentirebbero ai mutuanti di recuperare più crediti inesigibili.

Le banche italiane hanno un ammontare di 200 miliardi di prestiti tossici, e come affrontare queste sofferenze ha creato più di un interrogativo sulla salute degli istituti di credito.

Quelli che invece credono nell'Italia

Tuttavia il Times sottolinea come Bridgewater sia l'unica a non credere ai titoli italiani. 

Gli analisti di UBS, ad esempio, hanno pubblicato un rapporto sulle banche italiane che gli ha dipinto un quadro generalmente salutare e ha sottolineato che anche per il recente aumento del valore delel loro azioni, le imprese italiane restano un buon investimento.

Allo stesso modo, in una nota ai clienti, Capital Economics ha affermato che ci sono poche ragioni per preoccuparsi delle elezioni e ha osservato che il Paese è "abituato al'instabilità di governo" e che anche se i partiti anti-Ue dovessero ottenere più del 50% dei voti, non sarebbero in grado di portare il Paese a un referendum per uscire dall'Unione. Ray Dalio, 68 anni, fondatore di Bridgewater, 

Agi News

Quanti soldi deve il mondo del calcio alle banche venete?

Tre banche, cinquecento nomi, 10,3 miliardi. Di prestiti andati a male. Sono i numeri da capogiro di una inchiesta condotta da La Stampa sugli elenchi dei grandi debitori delle tre banche – Monte dei Paschi, Popolare di Vicenza e Veneto Banca – per salvare le quali i contribuenti hanno cacciato 10,6 miliardi di euro. Elenchi in cui compaiono  tanti nomi familiari al grande pubblic perché legati al mondo più popolare che c'è: quello del calcio.

Secondo l'inchiesta, tra i grandi debitori delle banche ci sono alcuni campioni dello sport – tra tutti Roberto Bettega, debitore con Veneto Banca, e Sebastian Giovinco e Vincenzo Iaquinta, soci di una partecipata esposta nei confronti di Popolare di Vicenza – ma anche imprenditori del mondo del pallone come la famiglia Sensi e Maurizio Zamparini, proprietario del Palermo, del Venezia e del Pordedone. La Italpetroli, all'epoca in cui apparteneva ai Sensi (ora è di Unicredit) si espose, secondo il quotidiano, per 73 milioni di euro per sostenere la Roma. Due invece le società che fanno capo a Zamparini: la Mare Monte Grado, che deve 60 milioni di euro alla Bpvi, e la Gasda, che deve altri 60 milioni d Monte Paschi. Con la banca senese sono esposti anche i Mezzaroma, costruttori e propietari del Siena quando militava in serie A (per 27 milioni) e Fabrizio Lori, proprietario del Mantova attraverso la Nuova Pansac, che ha lasciato un buco di 31,7 milioni.

Altri debitori che non sono nel pallone

Non sono ovviamente solo le società sportive ad aver affossato i conti delle banche. Secondo l'inchiesta della Stampa ci sono  pezzi di enti locali, come Riscossione Sicilia, che deve a Mps 237 milioni, o la romanissima Atac, esposta per 49,5 milioni. Bazzecole in confronto agli 85 milioni che la società Bagnolifutura – incaricata della riqualificazione dell'area e che fa capo a Comune di Napoli e Regione Campania – deve alla banca senese.

Un discorso a parte merita Sorgenia: pesa sui conti di Mps per 318 (Sorgenia Power), 41 (Sorgenia Spa) e 49,5 milioni (Tirreno Power, al 50% in quota Sorgenia). Ma anche il mondo delle Coop non scherza: grava per 183 milioni tra esposizioni del colosso edile Unieco e quelle della  di Holmo, la holding che controlla Unipol 

Con Veneto Banca sono esposti la Saia di Verbania, che avrebbe dovuto – senza successo – rilanciare il polo industriale piemontese e ora deve all'istituto 5,3 milioni.

Agi News

Se pensate che i Big Data siano solo soldi facili per i giganti del web, sbagliate  

 I big data rappresentano la nuova frontiera del business, ma anche della tecnologia e dell'innovazione. big data è un termine ricorrente ma che rischia di essere fuorviante. La traduzione letterale, 'grandi dati', fa pensare a un'enorme mole di dati utilizzabile per il business online. Questo è vero solo in parte, perché questa enorme quantità di dati non è sempre liberamente condivisa e disponibile per tutti.

I dati generati dai telefoni, dalle carte di credito, dai pagamenti online, dalle tv contiene effettivamente un'impressionante quantità di informazioni: nomi, indirizzi e codici email, conti bancari, numeri telefonici, ma anche preferenze di acquisto, gusti, interessi personali, dati sulla salute. Si tratta di una massa di informazioni che non è facile da quantificare, perché ha superato l'ordine degli Zettabyte (10 alla 21esima byte), un numero teorico, per archiviare il quale occorrono strumenti e metodologie che non tutti hanno a disposizione.

La rivoluzione dei big data e, in generale, il termine big data si riferisce proprio a cosa si può fare con tutta questa quantità di informazioni e quindi, in termini tecnologici, agli algoritmi capaci di trattare così tante variabili in poco tempo e con risorse computazionali adeguate.

 

No, i big data non interessano solo il settore dell'Information Technology

Il paragone è presto e fatto: fino a poco tempo fa, uno scienziato per analizzare una montagna di dati che oggi definiremmo Small o Medium Data avebbe impiegato molto tempo e si sarebbe servito di computer mainframe da oltre 2 milioni di dollari. Oggi, con un semplice algoritmo, quelle stesse informazioni possono essere elaborate nel giro di poche ore, magari sfruttando un semplice laptop per accedere alla piattaforma di analisi, oppure incrociando e analizzando i dati con i cloud. Il bello è che i big data non interessano solo il settore dell'Information Technology, per il quale vengono impiegati strumenti come il cloud computing, gli algoritmi di ricerca e via discorrendo, ma sono necessari e utili nei business più disparati:

  • automobili che si guidano da sole,
  • medicina
  • commercio
  • astronomia
  • biologia
  • chimica
  • farmaceutica
  • turismo
  • finanza
  • gaming.

Nessun settore in cui esiste un marketing e dei dati da analizzare può dirsi indenne dalla rivoluzione big data.

I principali collettori di big data

Google, Facebook e Amazon, numeri uno rispettivamente dei motori di ricerca, dei social network e dei servizi online, sono i prioincipali collettori di big data del mondo e li ottengono gratis, o quasi. Per muoverci su questi siti noi non paghiamo ma in compenso offriamo loro una mole di dati personali impressionante, che questi colossi possono facilmente collegare e incrociare tra loro, disponendo così di un bene inestimabile: i nostri big data personali.

In base all'attuale legislazione le autorità antitrust sanno bene che le compagnie che abbattono i prezzi per le clientela possono essere grandi e potenti quanto vogliono, cioè non sono soggette ai limiti antitrust, non abusano della loro posizione dominante. Google, Facebook e Amazon offrono i loro servizi praticamente gratuitamente e concorrono ad abbassare i prezzi. Tuttavia un bene, o un servizio non è gratuito se invece di pagarlo in dollari e in euro lo paghiamo in dati, che poi vengono monetizzati per altre vie. Tanto piu' che i nostri dati personali sono difficilmente prezzabili.

Altro problema è quello che pongono le tecnologie delle aziende high tech, le quali custodiscono questi dati, al riparo da occhi indiscreti (inclusi quelli dei governi e delle autorità di pubblica sicurezza), cioè li monopolizzano, o li mettono in vendita (Facebook in testa), dopo aver ottenuto a prezzi stracciati e in modo non sempre chiaro a tutti il diritto di farlo. Tra il 2011 e il 2014 è diventato evidente, indiscutibile, che i big data, rappresentano una ricchezza inestimabile, che sono l'oro, il petrolio del futuro: il 'tesorò del mondo digitalizzato.

Gli specialisti della trasformazione dei big data in pubblicità mirate

Il problema è che i big data non sono beni, servizi, o materie prime qualunque, viaggiano dentro delle macchine e non si vedono, non si toccano. Vengono raccolgono, in quantità gigantesche,  dai colossi del web, in particolare Google, Amazon, Apple, Facebook, i quali fin dal 2015, fiutato l'affare, hanno iniziato ad assumere esperti che hanno lavorato per dotarli di tecnologie in grado di archiviarli, analizzarli, incrociarli, sfruttarli economicamente.

Amazon e Netflix sono diventate specialiste nel trasformare i big data in proposte di acquisto, pubblicità ad hoc, coupon, sconti e quant'altro il marketing online suggerirà in futuro. Sulla base dei big data le assicurazioni e le società di carte di credito sono in grado di valutare il rischio di credito dei clienti. Nella sfera della sicurezza pubblica, della sanità e della previdenza ci sono enormi potenzialità per i big data, tanto che Apple e il dipartimento Usa alla Giustizia hanno già ingaggiato un duello all'ultimo sangue per il diritto di accesso ai dati personali di criminali, che l'azienda di Cupertino si è rifiutata di dare in nome della difesa della privacy.

Google, analizzando i gruppi dei termini di ricerca digitati dagli utenti sul proprio motore, era riuscito a prevedere nel 2008 l'avanzamento dei focolai di infliuenza negli Usa piu' velocemente di come lo stesso ministero della salute non fosse riuscito a fare utilizzando i record di ammissione ospedaliera delle strutture sanitare pubbliche e private. Lo stesso dicasi per i dati utilizzabili in termini di manipolazione politica. Insomma, i big data, sono diventati una miniera d'oro per chi li raccoglie ed è in grado di sfruttarli.

Il vero confine tra cervello umano e macchine: l'analisi dei dati

Un cervello umano non può digerire e processare la montagna di informazioni dei big data, è troppo lento per trasformare in intuizioni, decisioni e ipotesi di lavoro una simile mole di dati. Macchine e algoritmi invece sono perfette a questo scopo, digeriscono montagne di dati e li intrecciano, li mettono in relazione tra loro, ricavando così modelli ricorrenti, osservazioni, soluzioni. Gli ingegneri in grado di costruire queste macchine e l'architettura software in grado di farle fuzionare, dapprima sono stati ingaggiati dai colossi di Internet, poi si sono messi in proprio, creando startup specializzate, presto diventate 'unicorni', cioè società del valore di piu' di un miliardo di dollari.

La nuova frontiera dei big data è comunque quella dell'intelligenza artificiale e del 'machine learning', cioè dei dispositivi a intelligenza artificiale forte, dotati di schede di istruzione più complesse, basate su algoritmi di apprendimento, cioè su programmi particolari, che consentono alla macchina di apprendere funzioni e comportamenti molto potenti, grazie all'interazione con l'ambiente esterno.

Una delle applicazioni commerciali più innovative del machine learning è l'assistente digitale degli smartphone , uno strumento pensato per pianificare la giornata, gli appuntamenti, l'organizzazione della vita, non solo quella domestica ma anche quella sociale e lavorativa, dell'utente. Il dispositivo, in teoria, potrebbe essere programmato anche per giocare a scacchi, in ogni modo ragiona, pianifica, decide, apprende, comprende, comunica, manipola oggetti, tende a sostituire il cervello umano anche nelle sue funzioni piu' complesse, affronta il problem solving, ha funzioni che hanno un fondamento ontologico (si rappresentano ciò che esiste), cioè una capacità di apprendimento automatico.

Il fondamento conoscitivo dell'intelligenza artificiale: l'apprendimento delle macchine

Insomma, il machine learning, non è un programma di istruzioni, per quanto complesso,  ma è un fondamento conoscitivo che permette almeno tre tipi di apprendimento.

Il primo è quello non supervisionato, che è tipico dei motori di ricerca.

Il secondo è un apprendimento supervisionato, tipico di alcune macchine biomediche, che tengono conto dei dati biometrici passati, o dell'identificazione vocale, che migliora sulla base degli ascolti audio passati, o quello che consente l'identificazione visiva, che ha grandi capacità di sviluppo potenziali e può procedere a riconoscimenti inaspettati, molto utili nelle indagini poliziesche.

Il terzo tipo di apprendimento è quello cosiddetto per rinforzo, come il Q-learning, che permette di adattarsi all'ambiente, usa le reti neurali artificiali e la logica fuzzy. Questo apprendimento può trovare applicazioni in campo finanziario, per programmare gli investimenti, oppure in campo medico, ingegneristico, nelle auto che si guidano da sole, nelle case intelligenti, ed è programmato per scambiare informazioni con i 'cloud', archivi dati super-potenti, che dispongono di una memoria infinitamente superiore a quella della mente umana.

Il problema vero è che alla sua massima potenza, l'intelligenza diventa incomprensibile

Queste macchine intelligenti sono molto potenti, hanno capacità che la mente umana non possiede, come d'altra parte hanno anche i computer di calcolo, ma sono ancora molto lontani dal funzionare come un cervello umano, restano macchine artificiali. Dunque, il problema vero dell'Intelligenza Artificiale è che quando l'AI si esprime al massimo della sua potenza diventa spesso incomprensibile. Di qui il problema, ancora non del tutto risolto, di rendere pienamente applicabili nel mondo reale le macchine intelligenti più forti, più complesse. La soluzione fin qui adottata tende a indirizzare la ricerca sull'intelligenza artificiale a servirsi di sistemi applicativi misti, dotati di più algoritmi e in grado di riconoscere quando le risposte o le raccomandazioni finiscono fuori controllo.

Agi News

Quanti soldi hanno messo lo Stato, l’Europa e i privati per le aree terremotate

Terremoto: a distanza di quasi un anno dal sisma che ha colpito il centro Italia si lavora ancora per tornare alla normalità e si guarda alla moviola cercando di vedere che cosa sia stato fatto e che cosa si debba ancora fare. Sono 23,5 i miliardi di danni stimati dall'Italia e l'Europa ha riconosciuto al nostro Paese una cifra record di 1,2 miliardi di euro dal fondo di solidarietà, più altri 0,5-0,6 miliardi comunitari fino ad un massimo dello 0,5% del fondo nazionale senza bisogno di cofinanziamento dei fondi regionali.

Dall'Europa 1,2 miliardi. 30 milioni le donazioni 

E non è mancata la generosità dei cittadini con oltre 30 milioni di euro in donazioni da utilizzare per i piani di rilancio delle Regioni. Aiuti sono giunti anche dai Paesi stranieri: il Qatar e la Germania, tra gli altri, hanno donato circa 6 milioni ciascuno. Contributi anche da svariate aziende, tra cui Rosneft, Unipol e Fondazione Agnelli.

Il decreto legge 8/17 dispone inoltre anticipazioni di risorse fino a 500 milioni di euro per assicurare la tempestiva attivazione degli interventi. Le risorse della quota dell'8 per mille dell'Irpef a diretta gestione statale sono destinate a interventi di ricostruzione e di restauro dei beni culturali danneggiati.

I soldi donati dalla Camera

I 47 milioni di euro versati dalla Camera dei Deputati sono stati trasferiti al commissario straordinario del Governo per la ricostruzione. Tre sono stati i decreti legge approvati del Governo. Molto più numerose le ordinanze del Commissario per la ricostruzione Vasco Errani. Agevolazioni per la ricostruzione privata, sostegno alle imprese e alla popolazione, misure a favore dei lavoratori sono i contenuti salienti dei provvedimenti.

Con la legge di bilancio 2017 sono stati autorizzati i più cospicui stanziamenti finalizzati agli interventi per la riparazione, la ricostruzione, l'assistenza alla popolazione e la ripresa economica nei territori interessati dagli eventi sismici:

  • 6,1 miliardi di euro (100 milioni di euro per l'anno 2017 e 200 milioni di euro annui dall'anno 2018 all'anno 2047) per la concessione del credito d'imposta maturato in relazione all'accesso ai finanziamenti agevolati, di durata venticinquennale, per la ricostruzione privata;
  • 1 miliardo di euro (200 milioni di euro per l'anno 2017, 300 milioni di euro per l'anno 2018, 350 milioni di euro per l'anno 2019 e 150 milioni di euro per l'anno 2020) per la concessione dei contributi per la ricostruzione pubblica.

Alle Regioni colpite dal sisma viene consentito di destinare, in coerenza con la programmazione del Commissario per la ricostruzione, nell'ambito dei pertinenti programmi operativi cofinanziati dai fondi strutturali 2014-2020, ulteriori risorse, incluso il cofinanziamento nazionale, per un importo pari a 300 milioni di euro.

Cosa prevede il Sisma Bonus 

Sul fronte della prevenzione è stato stabilizzato fino al 2021 il cosiddetto "sisma bonus" con novità sia per quanto riguarda la percentuale di detrazione sia la sua applicazione con l'allargamento alle abitazioni dei Comuni nelle zone rischio sismico 3. Riconosciuto anche per gli anni 2017 e 2018, il credito di imposta al 65% (una sorta di “buono” che il cittadino può vantare nei confronti dello Stato e che quindi può scalare nel momento in cui si troverà a pagare le tasse, ndr) per la riqualificazione delle strutture ricettive turistico alberghiere e per quelle agrituristiche.

L'agevolazione è prevista a condizione che gli interventi abbiano anche finalità di ristrutturazione edilizia, riqualificazione antisismica o energetica e acquisto mobili. E' stato istituito il Fondo per il finanziamento di investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese da utilizzare anche per gli interventi in materia di prevenzione del rischio sismico. Fra gli interventi in via di realizzazione il recupero di 111 chiese con un investimento di 29 milioni di euro.

A settembre riapertura di 82 scuole

Il Governo promette anche la riapertura a settembre di una diverse scuole nelle aree terremotate per consentire il riavvicinamento delle famiglie. Il piano prevede, nel tempo, la riapertura di 82 scuole, tramite la ricostruzione di 50 edifici, l'adeguamento antisismico di altri 26 e il miglioramento e l'ampliamento per altre 6 strutture, con un investimento complessivo stimato in circa 215,8 milioni di euro, ai quali si aggiungono altri 15,1 milioni della regione Marche. L'affidamento dei lavori alle imprese ha avuto luogo attraverso la formula della procedura negoziale. Sulla ricostruzione privata sono stati definiti i parametri, le modalità, i tempi di intervento ed esecuzione per la riedificazione delle case distrutte o gravemente danneggiate. Solo alcune banche potranno erogare i finanziamenti agevolati.

Agi News

Un imprenditore italiano di 22 anni scrive all’Ue: “I soldi di Google investiteli in startup”

L'Ue ha imposto a Google una multa da 2,42 miliardi di euro. Ma che ne sarà (se li incasserà) di questi soldi? Matteo Blasi, uno sviluppatore 22enne di Bolzano, un'idea ce l'ha: “L’Europa li reinvesta nelle giovani startup digitali”. Un percorso alla Robin Hood che toglie ai grandi (Mountain View è stato accusata di abusato di posizione dominante) per dare ai piccoli. Per promuovere l'idea, Blasi ha lanciato anche una petizione su Change.org, rivolta al presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker.

“Per ottenere finanziamenti – spiega Balsi – oltre agli angel e ai venture capitalist, anche l’Unione europea mette a disposizione alcuni milioni di euro destinati alle startup innovative. Cifra però sempre molto lontana, ad esempio, dai 10 miliardi messi recentemente a disposizione da Macron per le sole startup francesi”. Il ragionamento non fa una piega. “La disponibilità di grossi capitali a cui le startup possono attingere – aggiunge – è da sempre il punto cardine per attrarre talenti e per sviluppare nuove e robuste comunità di imprese, fondamentali per arrivare a storie di successo. Il network di venture capitals in Silicon Valley e i grossi investimenti per promuovere il mondo startup israeliano ne sono l'esempio”. Certo, visti dall'ottica di un mercato italiano ancora asfittico, 2,43 miliardi sarebbero un bel tesoretto. Ma, al di là della fattibilità (tutta da verificare), trasferire un gruzzolo una tantum (come una maxi-multa) non risolverebbe certo il problema. E non renderebbe Milano come Tel Aviv.

Quella di Blasi, allora, è prima di tutto una provocazione. Destinare la somma alle startup sarebbe per l'Europa, dice, “un’occasione d’oro per dimostrare, senza particolare sforzo, l'effettivo interesse nel futuro dei suoi giovani imprenditori. Vediamo se saprà coglierla”. Poi, certo: oltre alla provocazione c'è anche il marketing. Blasi è il ceo di Flashbeing, un’applicazione italiana che racchiude in un’unica schermata tutte le principali attività professionali di una persona collegando notizie, chat e agenda. Nel 2014 ha chiuso un round da 250mila euro ed è in cerca di nuovi capitali. Un po' di visibilità non fa mai male. Anche grazie a una provocazione. 

Agi News

Lo sapevi? Truffa del massaggio a domicilio, anziana vede sparire soldi e gioielli

Gioielli

Truffa del massaggio a domicilio, anziana vede sparire soldi e gioielli
Vittima una signora di Novi di Modena, visitata da una truffatrice che l'ha convinta a sottoporsi ad un massaggio. Dopo la prestazione però, questa è fuggita con denaro e gioielli che aveva fatto togliere alla vittima. Redazione 17 marzo 2015 …

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Colpo da 90mila euro in via Terraglio furto in casa di gioielli e contanti
Per i ladri che domenica sono entrati in un appartamento di via Terraglio, al terzo piano di una palazzina, la giornata è andata decisamente bene: un colpo da 90mila euro, tra gioielli e contanti. I malviventi son entrati dalla porta d'ingresso …

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