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Il bando all’uso di Google sugli smartphone Huawei, spiegato

Il 16 novembre qualcuno del quartier generale di Huawei, a Shenzhen, ha storto il naso. Gli americani avevano appena tirato un altro dei loro scherzi, rinnovando per la seconda volta consecutiva la moratoria al bando imposto dalla Casa Bianca all’utilizzo di Google sui loro smartphone, computer e tablet. O almeno su tutti quelli per i quali l’utilizzo era stato approvato prima del 15 maggio 2019, quando un’azienda da 188 mila dipendenti e più di 100 milioni di pezzi venduti in tutto il mondo ha scoperto di essere stata tagliata fuori dal mercato.

Non una cattiva notizia, ma nemmeno buona, perché costringe l’azienda in un limbo in cui rischia di logorarsi.

È per questo che il Mate 30, smartphone di punta di Huawei, non è ancora arrivato sul mercato europeo ed è per questo che il V30, modello 5G di Honor (il brand della casa cinese creato per i giovani), arriverà in Italia a maggio 2020 senza Gms (Google mobile services), ossia senza Gmail, Maps, YouTube , Pay e altre app.

Nei sei mesi da quando è in vigore il ban si è detto di tutto: che il destino di Huawei (e Honor) sia segnato, ma anche che la soluzione della crisi è ormai prossima. O anche che il colosso cinese sia pronto a fare da solo e a imporre sul mercato un nuovo sistema operativo.

Ma come stanno davvero le cose? A fare il punto ci ha pensato James Zou, presidente di Honor overseas, che Agi ha incontrato a margine della presentazione del V30 a Pechino.

“Dieci anni fa non abbiamo avuto esitazioni ad adottare Android perché pensavano fosse open-source” dice Zou, “Se allora avessimo pensato che avremmo avuto questi problemi non ci saremmo cascati e ora saremmo in una situazione completamente diversa”.

Per capire, bisogna innanzitutto distinguere Android da Google e partire da quando Google comprò per un pugno di noccioline una società destinata a cambiare il modo con cui oggi usiamo gran parte della tecnologia della nostra quotidianità: dallo smartphone, alla smart tv. Quella società produceva un sistema operativo – Android, per l’appunto – che, a differenza di iOs di Apple, era open-source: ossia tutti potevano metterci le mani e adattarlo a proprio piacimento, creare applicazioni, giochi e servizi. E per di più gratis.

Google intuì il potenziale e per questo decise di facilitare il lavoro degli sviluppatori e mettere loro a disposizione gli strumenti per realizzare app in poco tempo utilizzando pacchetti preconfezionati da assemblare. Prendiamo il caso di TripAdvisor: per dirci che recensioni hanno i ristoranti intorno a noi si basa su un sistema di geolocalizzazione. Quanto tempo sarebbe stato necessario (e quanti soldi) per sviluppare la app se non avesse avuto la possibilità di utilizzare Google Maps, semplicemente prendendolo e inserendolo come elemento nel software?

Tutta quella serie di funzioni che prevedono l’utilizzo di cose come la geolocalizzazione; l’uso di email (Gmail), il caricamento di video (YouTube) e i pagamenti (Google Pay) va sotto il nome di Gsm Core. “Era un progetto pieno di buone intenzioni perché aiutava a far maturare l’ecosistema” dice Zou “e rendeva più rapido e facile lo sviluppo delle app”.

Non bisogna pensare che Google lo avesse creato per il bene dell’umanità: più device usavano Gms Core, più licenze si vendevano e più dati si controllavano. Ma a tutti andava bene così: dalle aziende (praticamente tutti i produttori di smartphone a eccezione di Apple, visto che Windows Mobile è destinato all’estinzione) all’utente finale.

Certo, qualcuno ha deciso di far da sé e stiamo parlando di colossi come Facebook, Amazon e Netflix che hanno le loro app (si chiamano Api) indipendentemente da Google. E questa è la ragione per cui, ad esempio, per loggarsi in Facebook serve una id di Facebook e non basta quella di Google).

Poi a maggio 2019 Donald Trump ha deciso di portarsi via il pallone, anche se il pallone non era suo. Ha impedito alle aziende Usa di fare affari con aziende cinesi incluse in una lista speciale (la ormai famigerata entity list) senza una esplicita autorizzazione della Casa Bianca.

Ma allora come mai Huawei e Honor possono continuare a usare Android? Perché è un servizio gratuito e non un prodotto in vendita. Microsoft, ad esempio, si è trovata tagliata fuori da milioni di computer di Huawei e Honor perché gli era proibito vendere loro le licenze di Windows, ma quando è stato chiaro che i cinesi erano pronti a invadere il mercato con i loro portatili funzionanti con sistema operativo Linux (un altro open-source, come Android) si è affrettata a fare lobbying pesante fino a ottenere l’autorizzazione della Casa Bianca a riprendere gli affari.

Perché Google non abbia fatto lo stesso (il Congresso è infiltrato fino alla cupola di lobbisti al soldo di Google, Facebook, Apple e vai dicendo) se lo chiedono anche i cinesi, ma tant’è: non si vede una soluzione all’orizzonte e per questo Huawei ha deciso di fare da sé.

Come? Tirando fuori dal portafogli 3 miliardi di dollari per incrementare Huawei Mobile Services (Hms) un insieme di applicazioni e servizi che faranno concorrenza a Gsm. Non un sistema operativo, però: sui device Huawei e Honor continuerà a girare Android finché gli Usa non troveranno il modo di impedirlo.

I cinesi hanno cominciato a fare scouting per arruolare tecnici (20 mila in sei mesi) e fornitori di servizi (in Italia, ad esempio, Giallozafferano, insieme con decine di altri partner che si divideranno uno stanziamento di 10 milioni di dollari) per sviluppare app per Hms, ossia in grado di funzionare su smartphone, tablet, sistemi per auto, tv, senza Gsm Core.

E cosa succederà se Trump tornerà sui propri passi e permetterà a Google di tornare a fare affari con Huawei? Niente: l’architettura che l’azienda sta sviluppando è in grado di gestire sia Hms che Gms, quindi di prendere il meglio di entrambi. E se invece la Casa Bianca riuscisse a impedire anche l’utilizzo di Android? Per quello a Shenzhen hanno già un piano b in fase avanzata e si chiama Harmony Os di cui però si sa ancora poco.

Ma che possibilità hanno degli smartphone senza YouTube, Maps, Gmail, di farsi largo in  un mercato già di per sé difficile come quello europeo? Poche probabilmente. Ma il punto sta proprio in questo: allungare lo sguardo oltre il ricco, ma pur sempre limitato, cortile europeo. Alle centinaia di milioni di clienti in Cina e Russia (dove già ora di Gms Core non sanno che farsene), ma anche India, Asia sudorientale e America Latina. Tutti posti in cui, presto o tardi, il braccio di ferro tecnologico può diventare ideologico e dove gli americani non hanno poi questo gran numero di fan.

Agi

Huawei lancerà uno smartphone da mille euro senza Android?

Nessun ritardo per la presentazione della nuova serie Huawei Mate 30, annunciata dal colosso di Shenzhen su Twitter il primo settembre. Sarà Monaco di Baviera, il 19 settembre, a ospitare l’evento di lancio del nuovo top di gamma cinese.

Non è però ancora chiaro se il sistema operativo Android sarà disponibile nel nuovo smartphone, a causa della scelta dell’amministrazione Trump – dello scorso maggio – di inserire Huawei nella ‘entity list’: l’elenco di aziende che per poter utilizzare prodotti americani (quindi tutti i software messi a punto da Google) solo dopo un’apposita autorizzazione del governo statunitense. I dubbi saranno sciolti solo nelle prossime settimane.

“Il caso Huawei Mate 30” dice Alessio Caprodossi, giornalista di tecnologia “ricorda quello dell’Honor 20. Anch’esso vittima del bando disposto dal governo Trump, al momento dell’evento di lancio – ritardato di diverse settimane – questo smartphone non è stato diffuso. Sbloccare questa situazione di stallo tra Usa e Cina è un passaggio obbligato. Questa querelle di lunga data, che incombe sulla testa dell’azienda cinese, non fa bene a nessuno”.

Ma perché Huawei si è ostinata a lanciare il suo top di gamma mentre il sistema operativo proprietario non è ancora veramente diffuso? “Rimandare l’operazione di lancio di settembre – osserva Alessio Jacona, freelance esperto nelle telecomunicazioni – sarebbe stato un segno di debolezza. Allo stesso tempo, diffondere un prodotto con una versione che non può beneficiare di Android, e quindi delle app di Google, Play Store, Google Maps può essere una scelta rischiosa”.

La futura serie Mate 30 sarà basata, molto probabilmente, sul nuovo processore Kirin 990 che Huawei dovrebbe annunciare a Berlino tra il 6 e l’11 settembre in occasione dell’IFA, la più importante fiera tecnologica al mondo.

Quando il nuovo smartphone uscirà nei mercati occidentali non è ancora noto. Huawei potrebbe concentrare inizialmente le vendite solo sul mercato cinese ed elaborare una strategia “internazionale” per prendere tempo e capire come commercializzare i nuovi dispositivi in assenza dei servizi e app Google. L’altra opzione sarebbe quella di utilizzare il proprio sistema operativo, HarmonyOS. Oppure, dal momento che Android è  una piattaforma open-source, la serie Mate 30 potrebbe utilizzare una versione senza licenza del sistema operativo americano. Tuttavia, senza i servizi Google integrati le vendite globali sarebbero compromesse.

“Huawei Mate 30 verrà lanciato a Monaco ma non sarà probabilmente distribuito subito sul mercato” dice Luca Annunziata, editor di StartupItalia “a mio avviso Huawei conta di ricevere in tempi brevi la licenza Android per questo telefono, e conta di iniziare la vendita molto presto con a bordo tutte le app Google. È solo una questione politica, basta una firma su un documento per ottenere la licenza da Google. Se poi la licenza non arrivasse, Huawei è la sola ad avere la forza sul mercato per proporre una alternativa concreta ad Android: ma non sarebbe una sfida facile”

Leggi anche: Perché Trump aveva cambiato idea su Huawei

La licenza temporanea che era stata concessa a Huawei a maggio, scaduta il 19 agosto e poi estesa per altri 90 giorni, si applica però solo ai prodotti esistenti. Quindi i nuovi modelli del marchio cinese – come la serie Huawei Mate 30 – potrebbero subire le conseguenze del blocco americano.  La nuova sospensione del bando, accordata fino al 19 novembre, non può coprire nuovi device, ma solo garantire aggiornamenti per quelli esistenti.

“I prodotti del colosso cinese già in circolazione”, aggiunge Antonio Monaco, di HdBlog, “Non hanno e probabilmente non avranno problemi nell’uso di Android per tutto il periodo dell’accordo (di 18 mesi) tra Google e Huawei, che è stretto al momento della certificazione della licenza del software americano”.

Tra i tanti punti interrogativi nella relazione Huawei-Android, pare che qualche certezza ci sia: “Si tratta di una questione puramente politica che ha poco a che vedere con le dinamiche tecnologiche” dice Andrea Andrei del Messaggero. “La Cina serve agli Usa per quanto riguarda le terre rare, senza i quali gli smartphone non esisterebbero. Dunque, soprattutto in ambito elettronico, queste due realtà non possono fare a meno l’una dell’altra. Rimane il fatto che lanciare un top di gamma, come Huawei Mate 30, con un software instabile o non rodato, commercialmente parlando, sarebbe un suicidio”.

Bisognerà attendere almeno metà settembre per avere qualche risposta sul futuro della relazione tra Huawei e Android. La partita, per ora, rimane aperta.

Agi

Huawei continuerà a fornire aggiornamenti sicurezza e servizi sui suoi smartphone 

Huawei “ha apportato un contributo sostanziale allo sviluppo e alla crescita di Android in tutto il mondo” e “continuerà a fornire aggiornamenti di sicurezza e servizi post-vendita a tutti gli smartphone e tablet Huawei e Honor esistenti, sia quelli già venduti che ancora disponibili in tutto il mondo”. Il colosso cinese risponde così con un comunicato alla sospensione da parte di Google della licenza Android del produttore cinese dopo le limitazioni imposte dal governo statunitense.

“Come uno dei principali partner globali di Android – sottolinea Huawei – abbiamo lavorato a stretto contatto con la loro piattaforma open source per sviluppare un ecosistema che ha avvantaggiato sia gli utenti che l’industria”. E conclude: “Continueremo a costruire un ecosistema software sicuro e sostenibile al fine di fornire la migliore esperienza a tutti gli utenti a livello globale”. 

Agi

Tim e Sony stanno lavorando per portare sul mercato uno smartphone 5G 

Tim e Sony stanno lavorando per portare sul mercato uno smartphone 5G. La compagnia di telecomunicazioni ha siglato un accordo con la sezione mobile del colosso giapponese per accelerare lo sviluppo della tecnologia di quinta generazione. 

Tim supporterà Sony Mobile in tutte le fasi di sviluppo del prodotto in Italia, mettendo a disposizione il suo ecosistema di partner attivi nei vari Innovation Hub, il suo know-how tecnico, le migliori risorse dei suoi centri di ricerca e l’accesso ai test 5G per rendere disponibile commercialmente uno smartphone in grado di sfruttare la nuova rete. 

La partnership strategica non punta solo alla realizzazione di uno smartphone che sia ponto per il  5G, ma anche ai servizi e infrastrutture che potranno utilizzare le capacità della nuova rete. Sony Mobile è inoltre presente al Tim 5G Innovation Lab a Roma, in cui ha presentato i propri sviluppi per quanto riguarda i device che sfrutteranno la nuova connessione.

“Siamo estremamente orgogliosi di essere partner di Tim sul 5G e di contribuire all’iniziativa del 5G Innovation Hub che rappresenta la nostra prima esposizione globale in campo 5G. La partnership con Tim si iscrive nel progetto di promuovere una collaborazione, sia tecnica che di business, volta a rendere il lancio commerciale di dispositivi e servizi 5G una realtà oltre a promuovere lo sviluppo innovativo in campo 5G e IoT, sia per il mercato consumer che enterprise” ha commentato Tibor Wagner, Director of Central and Southeast Europe di Sony Mobile.

Agi News

Il nostro smartphone riconoscerà il nostro volto, ma il rischio per la privacy è enorme

Samsung, Apple e Sony stanno accelerando i tempi per lanciare delle tecnologie che consentano di sbloccare smartphone e tablet tramite il riconoscimento facciale dei proprietari del dispositivo. Niente più password, o impronte digitali, la sicurezza per l'accesso al mobile sarà consentito da queste tecnologie, che sono in grado di ricostruire una faccia, riconoscendo un volto tra milioni e rendendo praticammente impossibile ogni forma di alterazione. Il modo? Secondo il Wall Street Journal le tecnologie a disposizione non sono più futuribili, ma stanno per essere messe a punto.

La gara a chi arriverà prima in un business che promette

Chi arriverà prima e avrà quella più sicura potrà contare su un bel vantagio sulla concorrenza, in quello che è oggi il settore più redditizio dell'economia internazionale. La scannerizzazione facciale, considerata più sicura e più facile da usare, rispetto a quella delle impronte digitali, oltre a sbloccare il sistema di accesso al dispositivo, potrà consentire anche pagamenti online e il lancio sicuro delle app. Apple per i suoi iPhone punta su dei nuovi sensori in 3D, sui quali però mantiene il massimo riserbo.

Come funziona il riconoscimento facciale

La telecamera in 3D è in grado di catturare un'immagine molto ben definita dei volti e anche di fare un test oculare biometrico, effettuando il riconoscimento in un millesimo di secondo, non solo tenendo l'iPhone in verticale ma anche lasciandolo in orizzantale sul tavolo. L'obiettivo di Apple, secondo il WSJ, è quello di sostituire la scannerizzazione delle impronte digitali entro l'anno. Anche Samsung (che ha già introdotto il riconoscimento oculare) e Sony stanno lavorando a un riconoscimento facciale in 3D. La fotocamera, in questi casi, effettua un primo riconoscimento dell'immagine in bianco e nero, poi applica un effetto profondità e infine assicura il tocco finale, inviando sul volto dei punti infrarossi per il riconoscimento finale.

Il problema della privacy e dei nostri dati

Ovviamente l'operazione presuppone un archivio dati in cui immagazzinare le informazioni personali, sulla base delle quali la fotocamera effettuerà il riconoscimento e lo sblocco del dispositivo. Apple sta studiando il modo di custodire i dati personali nel modo più sicuro direttamente nel dispositivo, senza l'invio a un cloud. La privacy sui sistemi di sbloccaggio dei dispositivi costituirà uno dei requisiti essenziali per la vendita degli smartphone e dei tablet. E potrà in futuro essere applicata anche su altri dispositivi. Per esempio Amazon intende montare una telecamera per il riconoscimento facciale su Echo, l'assistente vocale personalizzato, utilizzato soprattutto per ascoltare in casa la musica e per programmare la tv.

Agi News

I mattoncini Lego sopravviveranno agli smartphone. Conquistando anche loro

“Digitalizzazione” e “globalizzazione”: sono le due parole chiave che la Lego ha consegnato a Niels B. Christiansen affidandogli il timone della barca otto mesi dopo l’ultimo cambio al vertice del Gruppo. Investito ufficialmente oggi, il nuovo ceo si insedierà a tutti gli effetti dal primo ottobre prossimo.

Perché sia stato scelto lui lo spiega con chiarezza un comunicato del Gruppo danese, marchio icona dagli anni Trenta del Novecento. Grazie ai suoi mattoncini eresse un edificio che perse molti pezzi nei primi anni Duemila, ma superata la crisi si consolidò coniugando tradizione e innovazione: fu una infilata decennale di esercizi positivi, che macinarono fatturato e utili, conseguiti anche grazie alle licenze per la realizzazione di set da “Star Wars”, “Harry Potter”, “Batman”, ai film d’animazione e ai videogiochi.

Come dare futuro (senza stravolgerle) alle imprese familiari

Nel 2016 l’ulteriore svolta, quando Lego ha rallentato la crescita del giro d’affari al +6% (cinque miliardi di euro in termini assoluti) e dell’utile netto al +2%, cioè i livelli più deboli del decennio. Il mercato suggeriva la ricerca di nuove strategie, ma nell’attesa – finiva l’anno – il gruppo mise nel ruolo di ceo Bali Padda, 61 anni, di origini indiane, conoscitore della macchina grazie a una esperienza interna di 15 anni e ricordato per essere il primo non danese a capo della Lego. Oggi il comando torna a un danese e a un manager più giovane: Christiansen ha dieci anni meno di Padda (che conserverà un incarico nel gruppo).

Soprattutto, però, Christiansen ha due caratteristiche: conosce la struttura di una impresa familiare – la Lego lo è per eccellenza, poiché i Kirk Kristensen discendenti dal fondatore Ole controllano ancora il 75% del capitale – e in secondo luogo sa come trasformarla in una compagnia all’avanguardia tecnologica.

Christiansen ha dimostrato queste doti al timone del colosso danese Danfoss, tenuto per nove anni fino al giugno scorso. “Ha trasformato una compagnia industriale tradizionale in un leader tecnologico. La sua esperienza nella digitalizzazione e globalizzazione, con l’attuazione di una strategia di trasformazione e la costituzione di un team internazionale flessibile e dalle elevate performance, beneficerà il Gruppo Lego”, ha spiegato Jørgen Vig Knudstorp, direttore esecutivo Lego: “Il cda è fiducioso – ha aggiunto – che sotto la guida di Niels il Gruppo continuerà a prosperare e a portare le esperienze del gioco a un numero maggiore di ragazzi in tutto il mondo”.

Danfoss (prodotti energetici) ha raddoppiato le dimensioni, rinnovato il portafogli e aumentato la presenza internazionale sotto la guida di Niels B. Christiansen, il quale ha raccontato che da bambino giocava anche lui alle costruzioni con i mattoncini Lego, e al termine degli studi cominciò la carriera alla McKinsey & Co.

Film, app e videogiochi

Come catturerà nuovi fan la compagnia danese? C’è nei programmi immediati il lancio di un nuovo film di animazione con la Warner, “Lego Ninjago” a settembre, l’apertura della ‘Lego House’ a Billund in Danimarca (12 mila metri quadrati per 23 metri di altezza) e lo sviluppo della nuova entità Lego Brand per le diversificazioni produttive, mentre avanzerà nel settore digitale, con app per smartphone e videogiochi. Christiansen è avvantaggiato da una posizione che non è un dettaglio: nell’annuale classifica stilata da ‘Brand Finance Global 500’, Lego nel 2017 è il marchio più potente al mondo, precedendo Google e Nike.

 Attualmente le vendite sono solide in Europa e hanno segnato considerevoli progressi in Cina, mentre meno soddisfazioni arrivano dall’altra sponda dell’Atlantico, dove pesa la concorrenza della Mattel più che altrove.

 

Agi News