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Il Pil dell’Eurozona è calato del 12,1% nel secondo trimestre

AGI – Il Coronavirus e le misure prese dagli stati europei per frenarne la diffusioni hanno affossato il pil dell’area euro nel secondo trimestre, con un calo, rispetto a quello precedente, del 12,1%. A certificarlo è Eurostat,  che evidenzia anche un calo dell’11,7% del prodotto interno lordo dell’Unione Europea. Si tratta dei cali più ampi dal 1995, quando ha inizio la serie storica. Considerato che nel primo trimestre c’era già stata una contrazione dell’economia del 3,6% nell’area euro e del 3,2% nell’Ue, l’Europa è ufficialmente in recessione. 

Gli effetti su occupazione e commercio

Una frenata simile del Pil si fa sentire anche sulle dinamiche del mondo del lavoro: il numero di occupati nell’area euro è sceso nel secondo trimestre del 2,8% rispetto al primo trimestre, mentre nell’intera Ue il calo è stato del 2,6%; nei primi tre mesi dell’anno il tasso di occupazione era sceso rispettivamente dello 0,2 e dello 0,1%. 

Sul fronte delle esportazioni, invece, a giugno 2020 le misure di contenimento del Covid-19 messe in atto dagli Stati europei continuano hanno continuato ad avere un impatto significativo sul commercio internazionale, anche se “ci sono segni di miglioramento sul mese precedente”. La prima stima di Eurostat per l’export dell’area euro a giugno parla di un calo del 10% sullo stesso mese del 2019 a quota 170 miliardi. In calo del 12,2% le importazioni, pari a 149,1 miliardi. Con queste dinamiche l’Eurozona ha registrato 21,2 miliardi di surplus commerciale con in resto del mondo in lieve aumento sui 19,4 miliardi del giugno 2020. Il commercio all’interno dell’area euro è calato a 150,6 miliardi a giugno, con un calo del 7,3% sullo stesso mese del 2019. 

I dati Bankitalia su debito ed entrate tributarie

Sul fronte italiano da registrare i dati pubblicati dalla Banca d’Italia sul debito pubblico e sulle entrate nei primi sei mesi dell’anno. A fine giugno il debito delle Amministrazioni pubbliche era pari a 2.530,6 miliardi, con un incremento di 20,5 miliardi rispetto al mese precedente che riflette sostanzialmente il fabbisogno del mese (20,6 miliardi). Il debito delle Amministrazioni centrali è aumentato di 21,7 miliardi, quello delle Amministrazioni locali è diminuito di 1,2 miliardi e quello degli Enti di previdenza e’ rimasto sostanzialmente stabile. Rispetto al mese precedente, la vita media residua del debito è rimasta costante a 7,3 anni e la quota del debito detenuta dalla Banca d’Italia è aumentata di 0,7 punti percentuali, al 19,2 per cento.

Con la sospensione di alcuni versamenti fiscali disposta dai decreti approvati a partire dal mese di marzo e del peggioramento del quadro macroeconomico legata alla pandemia da Coronavirus, rallentano invece le entrate tributarie. A giugno quelle contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 26,2 miliardi, in diminuzione del 19,9 per cento (-6,5 miliardi) rispetto al corrispondente mese del 2019. Nei primi sei mesi del 2020 le entrate tributarie sono state pari a 169,9 miliardi, in diminuzione del 10,3 per cento (-19,4 miliardi) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. 

Agi

Gli Usa entrano ufficialmente in recessione: -32,9% nel secondo trimestre

L’economia Usa si è contratta del 32,9% congiunturale annualizzato nel secondo trimestre, contro un atteso -34,7% e dopo il -5% dei primi tre mesi. Gli Stati Uniti quindi entrano ufficialmente in recessione nel secondo trimestre.

Il Pil registra una contrazione del 32,9% congiunturale annualizzata, dopo il -5% dei primi tre mesi. Gli analisti si aspettavano una contrazione del 34,7%. Avendo registrato due trimestri consecutivi col segno meno, gli Stati Uniti sono quindi in recessione dal momento in cui sono stati imposti lockdown in tutto il Paese per rallentare la diffusione del coronavirus.

L’economia è prevista in ripresa nel terzo trimestre, anche se la nuova ondata di coronavirus rischia di rallentare parecchio il ritmo della crescita, soprattutto nel confronto annuale. 

Agi

Secondo Stiglitz, il Green New Deal salverà l’euro

“Con gli investimenti verdi finisce la lunga austerity Adesso l’euro ha un futuro”. Ne è certo, Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, adesso vede un futuro per l’euro, lui che è stato forse l’euroscettico più noto nel campo progressista. In un’intervista a La Stampa di Torino dice infatti che il Green New Deal, il piano verde per un Europa ecosostenibile “può salvare la moneta unica, e soprattutto aiutare l’Italia” perché la sua attuazione “richiederà enormi investimenti, che renderanno necessaria una maggiore flessibilità di bilancio, consentendo finalmente gli stimoli per la crescita di cui il vostro paese aveva bisogno da anni”. Un’apertura di credito, la sua, che appare sorprendente.

Secondo il professore alla Columbia University, le cose stanno cambiando e “ci sono dei segnali positivi, che lasciano intravedere la possibilità di un mutamento di linea utile a tutti” cosicché l’impegno per il Green Deal “può rappresentare una svolta epocale” in quanto “promette di portare con sé una riforma della politica adottata finora da Bruxelles”. Infatti, per realizzare i nuovi obiettivi ambientalisti, “sempre più necessari dal punto di vista della sopravvivenza del nostro pianeta”, spiega il professore, “serviranno miliardi di euro, se non qualche trilione alla fine. È una scelta sensata, perché non punta solo all’obiettivo di ripulire l’ambiente e contrastare i cambiamenti climatici, ma promette di creare una nuova economia”.

Una tale prospettiva, a suo avviso, sarebbe pertanto “meglio della dissoluzione della moneta unica, che secondo me alle condizioni precedenti era necessaria, ma chiaramente sarebbe stata traumatica”. E la ragione principale per cui criticava l’euro “era che non aveva aiutato la crescita del continente” ma se questo problema verrà meno “cadrà forse il difetto principale della moneta unica, aiutando la crescita, che poi sarebbe anche il rimedio migliore contro l’emergere del populismo e del sovranismo” chiosa.

Agi

Secondo Brunetta l’Italia non otterrà nessuna maggiore flessibilità dall’Ue

Dalla Ue l’Italia non avrà nessuna maggiore flessibilità sul Patto di Stabilità e “sugli italiani è pronta ad abbattersi una vera e propria manovra lacrime e sangue”. A paventarlo è Renato Brunetta, deputato e responsabile economico di Forza Italia.

“La notizia dell’instaurazione del governo giallorosso e della nomina di Paolo Gentiloni a commissario europeo, che ha immediatamente proposto la revisione del Patto di Stabilità e Crescita e un allentamento delle politiche fiscali comunitarie, attualmente orientate alla sobrietà di bilancio – ha spiegato Brunetta in una nota – sta cominciando a creare i primi malumori nelle cancellerie europee dove governa il Partito Popolare Europeo. Proprio oggi, infatti, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, autorevole membro del PPE, ha scritto su Twitter che l’Austria ‘non è disposta a pagare i debiti dell’Italia’ e che ‘Respingiamo categoricamente un ammorbidimento delle regole di Maastricht come chiesto dall’Italia. L’attuale dibattito mostra ancora una volta la necessita’ di un nuovo Trattato dell’Ue che preveda sanzioni in caso di violazione delle norme. Il mancato rispetto delle norme sul debito deve comportare automaticamente sanzioni’, ha aggiunto Kurz. Altro che maggior flessibilità”.

“Una presa di posizione netta, quella di Kurz, che intende sin da subito – aggiunge Brunetta – combattere la linea delle politiche economiche ‘tassa e spendi’ che Paolo Gentiloni, divenuto nuova icona dei socialisti europei, vorrebbe imporre al resto d’Europa. Una entrata in scena presa malissimo dai paesi del Nord Europa, che dopo lo spauracchio del sovranismo a trazione leghista si trovano ora ad affrontare il pauperismo di bilancio tipico del Partito Democratico italiano. Anche la Germania della neo presidentessa della Commissione Europa, Ursula Von der Leyen, si trova già in difficoltà nel sostenere il governo italiano, dal momento che è schiacciata dalla continua crescita dell’estrema destra di AfD, partito di ispirazione fortemente anti-italiana. Il vice-ministro dell’Economia tedesco ha anch’egli affermato di non voler concedere spazi alla proposta italiana”.

“Considerando poi tutto l’asse della Lega Anseatica, capeggiata dall’Olanda, il più conservatore sul tema dei conti pubblici, possiamo già intuire – sostiene Brunetta – come le proposte di riforma presentate dall’Italia saranno subito accantonate a livello comunitario e, anzi, probabilmente osteggiate ancora di più. Il che vuol dire che nulla è cambiato per il nostro Paese, il quale non avrà concessione alcuna da Bruxelles, come tutto l’establishment della sinistra italiana sperava. Così, il neo ministro dell’Economia Gualtieri dovrà trovare subito tutte le risorse necessarie per affrontare una delle più difficili manovre finanziarie degli ultimi anni, senza poter contare su nuova flessibilità”, conclude Brunetta.

Agi

L’aspetto più preoccupante del report di Vodafone su Huawei, secondo un informatico che lo ha letto

“Ciò che è più strano, leggendo il report di Vodafone in cui si parla delle presunte backdoor di Huawei, è il fatto che la società le ha segnalate più volte: prima è stata rassicurata sul fatto che i bug fossero stati risolti, ma poi i bug sono ritornati. Un comportamento singolare, che rende questa questione un po’ diversa e difficile da interpretare”. Stefano Zanero, professore associato di Computer Security al Politecnico di Milano, è stato tra i pochi a leggere le carte del report di Vodafone diffuso in mattinata da Bloomberg.

Secondo l’agenzia, Vodafone ha trovato una backdoor su prodotti Huawei: vulnerabilità nascoste nel software che avrebbe potuto dare al gruppo cinese e a terze parti la possibilità di accedere, senza autorizzazioni, alla rete fissa di Vodafone in Italia. Zanero all’Agi spiega quello che ha compreso leggendo le carte. 

“La questione a mio avviso è semplice. Vodafone ha fatto dei test di sicurezza sugli equipaggiamenti forniti da Huawei e ha scoperto un servizio telnet (un protocollo di comunicazione delle reti internet, ndr) di cui non sapeva nulla. Era criptato da una password che non poteva essere cambiata. Ha chiesto chiarimenti a Huawei che, in un primo momento, ha detto di aver risolto il problema. Poi però il problema si è ripresentato. E alla seconda richiesta di soluzione del bug, Huawei avrebbe manifestato rimostranze. Ciò che è trovo più curioso è che lo stesso problema si sia presentato due volte”.

È questo, secondo Zanero, potrebbe autorizzare a pensare che si possa trattare di una ‘backdoor’, che nel linguaggio informatico indica una porta che consente l’accesso a dati della rete internet. Il bug è stato scoperto da un’analisi dei modem Vodafone station, ma la società in una nota ha detto che la vulnerabilità non avrebbe potuto in alcun modo dare accesso a Huawei alla rete della compagnia. Anche la società cinese ha commentato senza mezzi termini che “non c’è assolutamente nulla di vero nell’allusione a possibili backdoor nascoste negli apparati Huawei”.  

Parlare di backdoor è inutile, forse “sciocco”

In effetti, lo stesso Zanere ammette che definire le vulnerabilità scoperte delle backdoor è piuttosto complesso, se non inutile: “Bisognerebbe essere nella mente dello sviluppatore che ha creato quella porta per capire se è stato fatta per questioni di assistenza ai clienti oppure per accedere ai dati. Di certo è qualcosa che non doveva esserci. Posso pensare che l’intento possa essere quello di una backdoor se consideriamo che è stata prima individuata, poi tolta e  rimessa di nuovo. Detto questo, chiedersi se si tratta o meno di una backdoor è piuttosto sciocco: non si può mai sapere l’intenzione di chi la programma”.

Ma a quali dati si può accedere con una backdoor? “Ci sono due ordini di risposte: se la backdoor è nei device che uso, come un router o uno smartphone, ed è accessibile a terzi, potrebbe diventare un modo per intrufolarsi nella mia rete di casa e ottenere dei dati. Certo, può essere un problema per il signor Mario Rossi, ma è molto più grande se riguarda istituzioni, governi, aziende. Detto questo, se la vulnerabilità scoperta è quella descritta nel report, potrebbe avere un impatto anche sul singolo utente”.

Un fatto strano, però, è che questo report, che riguarda fatti del 2011 e 2012, sia spuntato solo oggi, mentre Huawei è al centro di un ampio dibattito tra i governi occidentali che temono ingerenze cinesi attraverso le sue tecnologie: “I dubbi su Huawei giù c’erano e non credo che il report cambi la percezione sulla società. Quello che colpisce di più invece è come questa questione è stata gestita da Vodafone, che ha tenuto questi problemi nascosti. Quello che trovo interessante è il rapporto tra le due società”. 

Non si tratta però di un problema isolato, o così poco frequente: “Il problema in sé è piuttosto diffuso, esistono bug, esistono backdoor, ma generalmente si individuano e si risolvono. Il problema vero qui è la sua ricorrenza”.

Una ‘specificità’ che può avere conseguenze sulla reputazione di Huawei, negli ultimi mesi al centro di polemiche proprio la presunta poca trasparenza delle sue reti: “Le polemiche sono intrise di questioni politiche e commerciali nelle quali è complesso orientarsi. Ma c’è un fatto: il 5G (che non è oggetto del report di Vodafone, ndr) sarà un elemento chiave della nostra vita digitale. E poi ci sarà il 6g. Si tratta di infrastrutture strategiche che pongono al centro della la questione del sovranità tecnologica. E l’Europa in questa partita non può essere solo un mercato”.

Twitter @arcangelo_

 

Agi

Secondo il commissario per la Tav l’analisi costi-benefici è da buttare

“Omertosa”, fatta seguendo “una metodologia non idonea” con “dati non aggiornati”.  Questa, in sintesi, la “Lettura critica” dell’analisi costi-benefici redatta dal gruppo di lavoro presieduto dal professor Marco Ponti, contenuta nel Quaderno 13 dell’Osservatorio della Torino-Lione e presentata a Torino dal commissario di governo Paolo Foietta, nel suo ultimo giorno di incarico.

“L’analisi costi benefici sulla Tav è omertosa” ha detto Foietta “presenta dei numeri ma non dice come sono stati costruiti. Un documento in cui il valore non è ricostruibile vuol dire che, o è incompleto, e a me non sembra, oppure che si è voluto fosse molto difficile ricostruire da dove arrivavano queste cifre”.

Cosa non va nella relazione

Il Quaderno dell’Osservatorio, in ventisette pagine, affronta le discordanze ed anche, quelli che Foietta definisce “errori macroscopici” contenuti nell’analisi del Governo. Si comincia con il metodo utilizzato “che non corrisponde pienamente alle linee Guida Mit (ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ndr) e che quindi rende il risultato dell’analisi non idoneo a costituire validamente il passaggio istruttorio richiesto dal nuovo codice dei contratti pubblici”; si prosegue con “i dati non aggiornati, discordanti con quanto espresso in modo analitico e documentato nei più recenti Quaderni dell’Osservatorio, senza che questa discordanza sia stata in alcun modo motivata”.

Il dossier di Agi: Tav, la verità dei fatti

Si affronta il tema dei costi di investimento, partendo da “una stranezza”, ossia che “la tratta considerata è quella Torino-Saint Jean de Maurienne, perché manca qualsiasi riferimento e stima di costo per la tratta da questa località a Lione”.  “Probabilmente” ha osservato il Commissario Foietta  “non c’erano numeri ed elementi utili per la parte degli accessi francesi. Ma allora non capisco perché in questi conti devono rientrare i costi che non sopporta l’Italia, quelli che sopportano i francesi e quelli che sopporta l’Unione Europea. Questo non mi sembra corretto, è la solita insalata russa”.

Scarica: La “Lettura Critica”

“E’ assurdo” ha osservato Foietta  “pensare che questo sia un documento dirimente su scelte pensate. Non si capisce di cosa si parla, si usano, a seconda delle convenienza parametri di riferimento diversi. I numeri non tornano. Se questa è un’analisi terza ed ineccepibile, mi sembra proprio si stia ragionando sull’assurdo”.

Cosa Foietta pensa di Ponti

Nel suo “ultimo giorno di scuola” come lui stesso lo ha definito, Paolo Foietta chiarisce che l’obiettivo delle critiche non è la persona del professor Ponti: “è un personaggio che trovo anche simpatico dal punto di vista personale. E’ uno, come me, che non ha peli sulla lingua; che dice quello che pensa; dopodiché il problema non è Ponti, ma quello che pensa il professor Ponti. La sua, infatti, è una teoria assolutamente legittima, che va bene discutere in sede universitaria, ma che se fosse applicata dallo Stato italiano , nella modalità definita in questa analisi, costituirebbe la fine del trasporto ferroviario delle merci in Italia”.

E nella sua ultima conferenza stampa da Commissario non manca anche qualche ironia nei confronti del ministro Toninelli : “dire ‘chi se ne frega di andare a Lione’ è come quelli che dicono che da Milano nessuno va a Rogoredo, peccato che tutti i treni che vanno a Roma passino da Rogoredo. Il ministro Toninelli dovrebbe ripassare la geografia e viaggiare un po’ di più. Tutte le merci che vanno nell’occidente d’Europa – ha aggiunto – che valgono in termini di interscambio 205 miliardi di euro all’anno, passano per Lione e passeranno per Lione. Oggi passano per Ventimiglia, ma sappiamo tutti che quello è un valico che ha migliaia di problemi e che, soprattutto i francesi, avrebbero idee diverse di come utilizzare la Costa Azzurra piuttosto che farne un corridoio infrastrutturale”.

E concludendo con la presentazione di questo documento l’attività di Commissario Straordinario di Governo, Paolo Foietta, sottolinea, infine, ancora una volta, “lo spirito di leale collaborazione“ con cui è stato prodotto e ribadisce “la piena disponibilità, anche dopo la fine del mio mandato, al confronto ed alla discussione di merito su tutti gli argomenti trattati”.

Agi

I vent’anni della moneta unica secondo i vertici europei

L'euro compie oggii 20 anni. La moneta unica è stata lanciata il primo gennaio 1999 in 11 paesi europei, inizialmente solo per le transazioni contabili e finanziarie, e tre anni più tardi anche come banconota e moneta di uso comune. L'anniversario è ricordato in un comunicato della Commissione europea in cui si evidenzia che "questo momento storico è stato la pietra miliare di un viaggio che aveva l'ambizione di assicurare stabilità e prosperità all'Europa.

Oggi, ancora giovane, l'euro è la valuta di 340 milioni di europei utilizzata in 19 Stati membri. Ha portato vantaggi tangibili a famiglie, imprese e governi europei: prezzi stabili, costi di transazione inferiori, risparmi protetti, mercati più trasparenti e competitivi e aumento degli scambi.

Circa 60 Paesi in tutto il mondo collegano le loro valute all'euro in un modo o nell'altro, e stiamo facendo di più per consentire all'euro di svolgere completamente il suo ruolo sulla scena internazionale. Si prevede che altri Stati membri dell'Ue aderiranno all'area dell'euro non appena avranno soddisfatto i criteri previsti".

"Completare l'unione monetaria"

"In quanto rappresentante di uno degli unici firmatari del trattato di Maastricht ancora politicamente attivo", dice Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, "ricordo i duri e combattuti negoziati per il lancio dell'Unione economica e monetaria.

Più di ogni altra cosa, ricordo la profonda convinzione che avevamo di stare aprendo un nuovo capitolo nella nostra storia comune. Un capitolo che modellerà il ruolo dell'Europa nel mondo e il futuro di tutta la sua gente. A 20 anni di distanza, sono convinto che questa sia stata la firma piu' importante che io ho mai realizzato. L'euro è diventato un simbolo di unità, sovranità e stabilità. Ha portato prosperità e protezione ai nostri cittadini e dobbiamo garantire che continui a farlo. Ecco perché stiamo lavorando duramente per completare la nostra Unione economica e monetaria e per rafforzare ulteriormente il ruolo internazionale dell'euro".

L'euro, sottolinea Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, "è più popolare oggi che mai: tre cittadini su quattro ritengono che sia positivo per la nostra economia. Affinché gli europei possano beneficiare pienamente dei posti di lavoro, della crescita e della solidarietà che porterà la moneta unica", aggiunge, "dobbiamo completare la nostra Unione economica e monetaria attraverso un'autentica Unione finanziaria, fiscale e politica. Ciò consentirà inoltre all'Europa di proteggere meglio i suoi cittadini da potenziali crisi future". 

Secondo Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, "la creazione dell'euro 20 anni fa – insieme alla liberazione dell'Europa centrale e orientale e alla riunificazione della Germania – è stato un momento cruciale nella storia europea. Da allora", osserva, "la nostra moneta comune è diventata una potente espressione dell'Unione europea come forza politica ed economica nel mondo. Nonostante le crisi, l'euro si è mostrato resiliente e gli otto membri che hanno aderito agli 11 hanno goduto dei suoi benefici. Mentre il mondo continua a cambiare, continueremo a migliorare e rafforzare la nostra Unione economica e monetaria".

Un futuro ancora in fase di scrittura

L'euro, sottolinea il presidente della Bce, Mario Draghi, "è la conseguenza necessaria e logica del mercato unico. Rende più facile viaggiare, commerciare e negoziare all'interno dell'area dell'euro e oltre. Dopo 20 anni, c'eè una generazione che non conosce altra valuta domestica. Durante questo periodo, la Bce ha svolto il compito principale di mantenere la stabilità dei prezzi. Ma contribuiamo anche al benessere dei cittadini dell'area dell'euro sviluppando banconote sicure e innovative, promuovendo sistemi di pagamento sicuri, controllando le banche per garantire che siano resilienti e controllino la stabilità finanziaria nell'area dell'euro".

La moneta unica, rileva il presidente dell'Eurogruppo, Mario Centeno, "è stata una delle più grandi storie di successo europee. Non ci sono dubbi sulla sua importanza e sul suo impatto nei primi due decenni della sua storia. Ma il suo futuro è ancora in fase di scrittura, e questo ci impone una responsabilità storica.

L'euro e la stretta cooperazione economica che esso comporta si sono evoluti nel tempo, superando le sfide a suo modo. Ha fatto molta strada dall'inizio, e ha visto importanti cambiamenti sulla scia della crisi per aiutarci a superare le difficoltà. Ma questo lavoro non è ancora finito, richiede continui sforzi di riforma nei bei tempi e nei tempi difficili. Non ci possono essere dubbi sulla nostra volontà politica di rafforzare l'Unione economica e monetaria. Dobbiamo essere preparati a ciò che il futuro potrebbe contenere: lo dobbiamo ai nostri cittadini", conclude.

Agi News

Secondo l’autorità anticorruzione c’è qualcosa che non va nelle concessioni

L'Autorità nazionale anticorruzione ha inviato un atto di segnalazione a Governo e Parlamento in tema di affidamenti dei concessionari, spiegando di aver avendo riscontrato "fenomeni potenzialmente sintomatici di singolari criticità e anomalie". In particolare nel mirino dell'Anac è finito il settore delle autostrade, già al centro delle polemiche politiche dopo il crollo del Ponte Morandi, ma la segnalazione riguarda anche altri concessionari, dal gas agli aeroporti.

Dopo un'ampia attività di vigilanza l'Anac ha riscontrato la presenza di fenomeni particolarmente gravi di inosservanza o di distorta applicazione della normativa di settore, inclusi alcuni fenomeni sintomatici di singolari criticità e anomalie. Con l'atto trasmesso a Governo e Parlamento, l'Anac segnala la necessità di un intervento per affidare le concessioni scadute tramite procedure a evidenza pubblica; sollecita più puntuali verifiche da parte dei concedenti nei confronti degli adempimenti dei concessionari, allo stato carenti; invita a rivisitare le concessioni.

Le incongruenze più vistose spiccano tra i concessionari autostradali, in particolare nel rapporto ra Autostrade per l'Italia e il ministero dei Trasporti.

Duro il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli: "La segnalazione di Anac ci dà l'ennesima conferma. Prendiamo il caso delle autostrade: lo Stato aveva abdicato di fronte allo strapotere dei concessionari privati. Un vigilante che non vigilava e non sanzionava. Mentre certi potentati accumulavano profitti gestendo beni pubblici sulla pelle dei cittadini" ha scritto su Facebook.

"Ora le cose stanno cambiando" ha aggiunto Toninelli, "lo abbiamo visto nel rapporto tra il Governo e Autostrade per l'Italia dopo Genova, lo avrete notato nell'interlocuzione tra il mio ministero e Strada dei Parchi sullo stato delle autostrade di Lazio e Abruzzo. E poi, vedrete, ricalibreremo via via tutte le convenzioni rimettendo al centro l'interesse pubblico. Lo Stato sta tornando a fare lo Stato". 

Agi News

Come è andato il secondo giorno di Di Maio in Cina

Secondo giorno di visita a Chengdu, nel sud-ovest della Cina, per Luigi Di Maio. Il vicepremier e ministro per il Lavoro e lo Sviluppo Economico ha inaugurato il Padiglione Italia alla Western China International Fair, dove l'Italia è Paese ospite d'onore. Di Maio era accompagnato dal vice premier cinese, Hu Chunhua. "Per me è stato un grande onore e un grande orgoglio essere qui a rappresentare il nostro Paese", ha scritto Di Maio su Instagram.

La tappa di Di Maio a Chengdu, nella provincia del Sichuan, è stata anche l'occasione per sottolineare il valore "strategico" della relazione bilaterale. È attesa nelle prossime ore la firma dell'accordo sino-italiano sugli investimenti nei Paesi terzi, e in particolare quelli africani.  Si tratta di un accordo sui cui la diplomazia italiana, guidata dall'ambasciatore italiano a Pechino Ettore Sequi, lavorava da tempo e che il sottosegretario allo Sviluppo economico, Michele Geraci, aveva annunciato al termine della sua prima missione esplorativa in Cina

L'intesa, ha aggiunto Di Maio, "ci eleva al ruolo di partner privilegiato della Cina", con cui Di Maio punta a rafforzare i rapporti economici con un altro accordo, che ritiene possibile entro fine anno, sull'iniziativa Belt and Road (Bri) di connessione infrastrutturale euro-asiatica, lanciato dal presidente cinese, Xi Jinping, nel 2013.

Cosa scrivono i giornali cinesi sulla visita di Di Maio

La stampa cinese ha colto il messaggio. Il Quotidiano del Popolo, massimo organo del Partito Comunista Cinese, dedica alla visita un articolo sul sito online dal titolo: “Peng Qinghua incontra Di Maio, vice premier italiano. Una testimonianza congiunta per la firma degli accordi di cooperazione tra Sichuan e Italia”. L’articolo riporta fedelmente le dichiarazioni del vice premier alla stampa, e sottolinea l’importanza degli accordi bilaterali Italia-Sichuan, che Di Maio ha firmato con Peng, per la provincia sud-occidentale che Pechino ha trasformato negli ultimi anni in un hub strategico con l’obiettivo di rivitalizzare l’economia dell’Ovest della Cina, meno sviluppato rispetto alla parte orientale, e di velocizzare i traffici delle merci ferroviari e fluviali nell’ambito del mastodontico progetto Belt and Road.

La visita di Di Maio campeggia nelle colonne della stampa locale, a partire dal Sichuan Daily. Segno che la leadership ha apprezzato che la prima visita istituzionale del vicepremier italiano abbia toccato il cuore pulsante del nuovo sviluppo cinese.

Il Daily Economic News titola invece: “Vice premier italiano: auspica una proficua collaborazione tra Italia e Cina e vuole facilitare l’ingresso delle merci nei rispettivi mercati”, un articolo che coglie il senso del messaggio del governo italiano, che per bocca di Maio ha sottolineato come prima della firma del Memorandum of Understanding per la cooperazione sulla Via della Seta debbano essere risolte "alcune questioni per noi dirimenti", tra cui l'abbattimento delle barriere non tariffarie per favorire le esportazioni, soprattutto dei prodotti dell'agro-alimentare, e le possibilità di investimento sia nei porti italiani che nella tecnologia.

Leggi anche: Di Maio è andato in Cina a collegare l’Italia alla Via della Seta

Un rapporto svela i commerci tra Italia e i Paesi Bri

Dati confortanti sull’interscambio commerciale tra l’Italia e i Paesi che si stendono lungo la Via della Seta (in tutto 53), arrivano dal rapporto Nomisma – Centro Studi sulla Cina Contemporanea "L'Italia e il progetto Bri, le opportunità e le priorità del sistema paese", cofinanziato dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e presentato presso la Camera dei deputati. Nel decennio compreso tra 2006 e 2016 il commercio intra-paesi Bri è aumentato dell'84% tra i paesi dell'area e del 17,6% tra l'Italia e l'area Bri.

La Cina movimenta il 23% degli scambi commerciali che avvengono nell'area. Al secondo posto per rilevanza si trovano India e Singapore, con una percentuale di scambio tre volte inferiore alla Cina (7%). La Bri, emerge dallo studio, ha un ruolo fondamentale per il commercio estero dei molti piccoli paesi che ne fanno parte. Ad esempio l'export del Bhutan è esposto per il 96% verso l'area, seguito dall'Afghanistan (92%), dal Laos (91%), Tajikistan (89%), Nepal (88%), Myanmar (81%); anche i paesi che commerciano meno vantano quote comprese tra il 40 e 30%.

Il rapporto concentra lo sguardo sull'Italia, e rileva che il deficit di bilancio commerciale verso i Paesi Bri si è ridotto nel tempo dagli circa 50 miliardi di dollari del 2011 agli 11 miliardi del 2016; ciò è in gran parte dovuto al calo del costo dei prodotti energetici. Infatti all'interno dell'area Bri si trovano molti Paesi Opec e la Russia.

Tra le prime categorie di prodotto esportate dall'Italia vi sono macchinari e apparecchi (25%), prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori (12%), metalli di base e prodotti in metallo (10,9%), mentre l'Italia importa dai paesi Bri molti beni a domanda rigida come commodities, prodotti agricoli, metalli. Anche se la bilancia è in deficit, secondo quanto sottolineato nella ricerca, "un'intensificazione degli scambi sarebbe da considerarsi a favore dell'Italia".

I paesi dell'area Bri in cui l'Italia ha maggiore penetrazione sono quelli "europei" (che rappresentano il 53% dell'export italiano), seguiti dalla Cina verso la quale converge il 10% dell'export italiano.

Prossima tappa Shanghai

La firma del MoU sancirebbe l'ingresso ufficiale dell'Italia nella Nuova Via Della Seta. Nel frattempo, Di Maio ha confermato che sarà a Shanghai a novembre prossimo per la prima edizione della China International Import Expo, su cui il governo cinese punta moltissimo e alla quale è previsto anche un intervento dello stesso presidente cinese, Xi Jinping, in apertura.

Le opportunità di cooperazione con il Paese asiatico passano soprattutto, per Di Maio, attraverso le relazioni tra governi. "I nostri settori di mercato reclamano una maggiore presenza del governo nei rapporti con il governo cinese per rafforzare ulteriormente sia le partnership economiche sia quelle legate all'ambiente e alla cultura", ha dichiarato il vice premier, "ed è per questo che investiremo sempre di più nei rapporti g-to-g", ha assicurato il vicepremier. 

Ha collaborato Wang Jing

Leggi anche: Non solo guerra agli scafisti sui migranti: tutti i piani strategici dell'Italia in Africa

 

Agi News

Sui dazi Trump è pronto a dare un secondo schiaffo alla Cina (più forte del primo)

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si prepara a mantenere la promessa di essere duro sulle questioni commerciali, e dopo i dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio, si appresta a sferrare una duro colpo su un altro settore che può fare male direttamente a Pechino, la proprietà intellettuale.

Le nuova misure che andrebbero a colpire le relazioni commerciali tra Cina e Stati Uniti potrebbero arrivare a breve, avvisano i funzionari di Washington che in forma anonima confermano le intenzioni di Trump e dello Us Trade Representative, Robert Lighthizer. 

Nel mirino ci sono prodotti importati dalla Cina per un valore complessivo di sessanta miliardi di dollari, 48,3 miliardi di euro, che potrebbero essere soggetti a dazi: in particolare, le tariffe andranno a colpire i settori della tecnologie e delle telecomunicazioni, ma più in generale, lo scopo delle nuove misure sarà quello di contrastare le politiche cinesi che costringono le aziende statunitensi a cedere la loro proprietà intellettuale per operare in Cina e altre pratiche ritenute ingiuste da Washington.

“La vera guerra commerciale deve ancora arrivare e non si combatterà sui metalli”, aveva avvertito nei giorni scorsi un articolo di Fortune, e il terreno del prossimo scontro potrebbe comprendere anche l’imposizione di restrizioni agli investimenti di gruppi cinesi che operano negli Usa.

Per il nuovo colpo alle politiche commerciali, gli Usa faranno ricorso alla sezione 301 dello Us Trade Act del 1974, in base al quale sono possibili indagini da parte dello Us Trade Representative per presunte negligenze nei confronti dei partner commerciali, con la possibilità di applicare sanzioni. 

Il partner commerciale sotto osservazione è la Cina, e dai primi riscontri di cui parlava il magazine Politico settimana scorsa, sono più di cento i prodotti cinesi su cui l’amministrazione Usa sta prendendo in considerazione l’ipotesi di applicare tariffe per l’importazione. Sempre secondo quanto scrive Politico, che cita un funzionario di Washington al lavoro sul dossier, lo Us Trade Representative intende utilizzare come base per l’applicazione delle tariffe il “Made in China 2025”, ovvero il gigantesco piano di coordinamento industriale e di sviluppo del manifatturiero varato dal governo cinese nel 2015. La motivazione è piuttosto semplice, secondo quanto spiegato al Washington Free Beacon da un funzionario Usa: se la Cina avrà il controllo delle industrie del futuro, a partire dai settori della robotica e dell’intelligenza artificiale, “l’America non avrà un futuro, almeno sul piano economico”.

Pechino, da parte sua, continua a promettere maggiore attenzione alle questioni relative alla proprietà intellettuale e risponde lanciando avvertimenti agli Stati Uniti, senza scendere nel dettaglio delle possibili contromisure. Il più pesante risale a settimana scorsa, quando il ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, aveva detto a chiare lettere che in caso di guerra commerciale, la Cina avrebbe prodotto una “risposta legittima e necessaria”. L’ultimo, di oggi, è del suo portavoce, Lu Kang, che ha ribadito che le relazioni bilaterali “non sono un gioco a somma zero”, tornando a chiedere un approccio “costruttivo” a Washington per gestire le divergenze commerciali.

Dai lavori dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese, è arrivata nelle scorse ore anche l’ennesima promessa di una maggiore attenzione ai casi relativi alla protezione della proprietà intellettuale: a formulare è stato Shen Changyu, capo dell’Ufficio Statale per la Proprietà Intellettuale, che come molti altri ministeri e commissioni governative sarà oggetto a una forte ristrutturazione, secondo il piano per la riorganizzazione del Consiglio di Stato, il governo cinese, presentato ieri. L’impegno cinese emerge anche dagli ultimi dati presentati dalla Corte Suprema del Popolo, il massimo organo giudiziario: nel 2017, i tribunali cinesi hanno affrontato oltre duecentomila casi (213.480) riguardanti la proprietà intellettuale, con un incremento del 40,4% rispetto al 2016, e complessivamente il doppio di quelli del 2013.

Troppo poco, però, per Washington, che ad agosto scorso aveva attivato la procedura per innescare le indagini in base alla sezione 301 dello Us Trade Act (alla quale non faceva ricorso dal 1995) proprio per colpire le pratiche ingiuste rispetto alla proprietà intellettuale o i furti di tecnologia subiti dai produttori statunitensi. Secondo quanto scrivono diversi media Usa, lo US trade Representative, Robert Lighthizer, avrebbe proposto dazi per trenta miliardi di dollari, ma lo stesso Trump avrebbe chiesto di alzare la somma, poi raddoppiata, ai sessanta miliardi di dollari di cui si parla oggi: una cifra che potrebbe aiutare a riequilibrare il deficit commerciale che Washington ha nei confronti di Pechino, e che lo scorso anno ha raggiunto quota 375 miliardi di dollari, 303 miliardi di euro.

Trump avrebbe la strada spianata per agire anche grazie agli ultimi rimescolamenti nel suo staff, e in particolare dopo l’addio del suo consigliere economico, Gary Cohn – che verrà sostituito dall’economista Larry Kudrow – e dopo la rimozione decisa ieri del segretario di Stato, Rex Tillerson, colpevole, agli occhi di Trump, anche di avere mostrato scetticismo sulle mosse di politica commerciale della Casa Bianca. Non tutti, però, la pensano così, e c’è già chi, tra i lobbisti di Washington, teme che le prossime misure in campo commerciale possano colpire le famiglie americane, con in più il rischio di una rappresaglia da parte di Pechino e di ingaggiare un confronto tra le due sponde del Pacifico che potrebbe non avere vincitori. A pesare, contro Trump, è anche l’assenza di coinvolgimento nella decisone degli alleati, soprattutto Giappone e Unione Europea: allo stesso tempo, il pugno duro contro la Cina potrebbe, sostengono alcuni, fargli guadagnare consensi al Congresso, più della decisione di imporre dazi sull’acciaio e sull’alluminio. 

Agi News