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Secondo Stiglitz, il Green New Deal salverà l’euro

“Con gli investimenti verdi finisce la lunga austerity Adesso l’euro ha un futuro”. Ne è certo, Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, adesso vede un futuro per l’euro, lui che è stato forse l’euroscettico più noto nel campo progressista. In un’intervista a La Stampa di Torino dice infatti che il Green New Deal, il piano verde per un Europa ecosostenibile “può salvare la moneta unica, e soprattutto aiutare l’Italia” perché la sua attuazione “richiederà enormi investimenti, che renderanno necessaria una maggiore flessibilità di bilancio, consentendo finalmente gli stimoli per la crescita di cui il vostro paese aveva bisogno da anni”. Un’apertura di credito, la sua, che appare sorprendente.

Secondo il professore alla Columbia University, le cose stanno cambiando e “ci sono dei segnali positivi, che lasciano intravedere la possibilità di un mutamento di linea utile a tutti” cosicché l’impegno per il Green Deal “può rappresentare una svolta epocale” in quanto “promette di portare con sé una riforma della politica adottata finora da Bruxelles”. Infatti, per realizzare i nuovi obiettivi ambientalisti, “sempre più necessari dal punto di vista della sopravvivenza del nostro pianeta”, spiega il professore, “serviranno miliardi di euro, se non qualche trilione alla fine. È una scelta sensata, perché non punta solo all’obiettivo di ripulire l’ambiente e contrastare i cambiamenti climatici, ma promette di creare una nuova economia”.

Una tale prospettiva, a suo avviso, sarebbe pertanto “meglio della dissoluzione della moneta unica, che secondo me alle condizioni precedenti era necessaria, ma chiaramente sarebbe stata traumatica”. E la ragione principale per cui criticava l’euro “era che non aveva aiutato la crescita del continente” ma se questo problema verrà meno “cadrà forse il difetto principale della moneta unica, aiutando la crescita, che poi sarebbe anche il rimedio migliore contro l’emergere del populismo e del sovranismo” chiosa.

Agi

Secondo Brunetta l’Italia non otterrà nessuna maggiore flessibilità dall’Ue

Dalla Ue l’Italia non avrà nessuna maggiore flessibilità sul Patto di Stabilità e “sugli italiani è pronta ad abbattersi una vera e propria manovra lacrime e sangue”. A paventarlo è Renato Brunetta, deputato e responsabile economico di Forza Italia.

“La notizia dell’instaurazione del governo giallorosso e della nomina di Paolo Gentiloni a commissario europeo, che ha immediatamente proposto la revisione del Patto di Stabilità e Crescita e un allentamento delle politiche fiscali comunitarie, attualmente orientate alla sobrietà di bilancio – ha spiegato Brunetta in una nota – sta cominciando a creare i primi malumori nelle cancellerie europee dove governa il Partito Popolare Europeo. Proprio oggi, infatti, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, autorevole membro del PPE, ha scritto su Twitter che l’Austria ‘non è disposta a pagare i debiti dell’Italia’ e che ‘Respingiamo categoricamente un ammorbidimento delle regole di Maastricht come chiesto dall’Italia. L’attuale dibattito mostra ancora una volta la necessita’ di un nuovo Trattato dell’Ue che preveda sanzioni in caso di violazione delle norme. Il mancato rispetto delle norme sul debito deve comportare automaticamente sanzioni’, ha aggiunto Kurz. Altro che maggior flessibilità”.

“Una presa di posizione netta, quella di Kurz, che intende sin da subito – aggiunge Brunetta – combattere la linea delle politiche economiche ‘tassa e spendi’ che Paolo Gentiloni, divenuto nuova icona dei socialisti europei, vorrebbe imporre al resto d’Europa. Una entrata in scena presa malissimo dai paesi del Nord Europa, che dopo lo spauracchio del sovranismo a trazione leghista si trovano ora ad affrontare il pauperismo di bilancio tipico del Partito Democratico italiano. Anche la Germania della neo presidentessa della Commissione Europa, Ursula Von der Leyen, si trova già in difficoltà nel sostenere il governo italiano, dal momento che è schiacciata dalla continua crescita dell’estrema destra di AfD, partito di ispirazione fortemente anti-italiana. Il vice-ministro dell’Economia tedesco ha anch’egli affermato di non voler concedere spazi alla proposta italiana”.

“Considerando poi tutto l’asse della Lega Anseatica, capeggiata dall’Olanda, il più conservatore sul tema dei conti pubblici, possiamo già intuire – sostiene Brunetta – come le proposte di riforma presentate dall’Italia saranno subito accantonate a livello comunitario e, anzi, probabilmente osteggiate ancora di più. Il che vuol dire che nulla è cambiato per il nostro Paese, il quale non avrà concessione alcuna da Bruxelles, come tutto l’establishment della sinistra italiana sperava. Così, il neo ministro dell’Economia Gualtieri dovrà trovare subito tutte le risorse necessarie per affrontare una delle più difficili manovre finanziarie degli ultimi anni, senza poter contare su nuova flessibilità”, conclude Brunetta.

Agi

L’aspetto più preoccupante del report di Vodafone su Huawei, secondo un informatico che lo ha letto

“Ciò che è più strano, leggendo il report di Vodafone in cui si parla delle presunte backdoor di Huawei, è il fatto che la società le ha segnalate più volte: prima è stata rassicurata sul fatto che i bug fossero stati risolti, ma poi i bug sono ritornati. Un comportamento singolare, che rende questa questione un po’ diversa e difficile da interpretare”. Stefano Zanero, professore associato di Computer Security al Politecnico di Milano, è stato tra i pochi a leggere le carte del report di Vodafone diffuso in mattinata da Bloomberg.

Secondo l’agenzia, Vodafone ha trovato una backdoor su prodotti Huawei: vulnerabilità nascoste nel software che avrebbe potuto dare al gruppo cinese e a terze parti la possibilità di accedere, senza autorizzazioni, alla rete fissa di Vodafone in Italia. Zanero all’Agi spiega quello che ha compreso leggendo le carte. 

“La questione a mio avviso è semplice. Vodafone ha fatto dei test di sicurezza sugli equipaggiamenti forniti da Huawei e ha scoperto un servizio telnet (un protocollo di comunicazione delle reti internet, ndr) di cui non sapeva nulla. Era criptato da una password che non poteva essere cambiata. Ha chiesto chiarimenti a Huawei che, in un primo momento, ha detto di aver risolto il problema. Poi però il problema si è ripresentato. E alla seconda richiesta di soluzione del bug, Huawei avrebbe manifestato rimostranze. Ciò che è trovo più curioso è che lo stesso problema si sia presentato due volte”.

È questo, secondo Zanero, potrebbe autorizzare a pensare che si possa trattare di una ‘backdoor’, che nel linguaggio informatico indica una porta che consente l’accesso a dati della rete internet. Il bug è stato scoperto da un’analisi dei modem Vodafone station, ma la società in una nota ha detto che la vulnerabilità non avrebbe potuto in alcun modo dare accesso a Huawei alla rete della compagnia. Anche la società cinese ha commentato senza mezzi termini che “non c’è assolutamente nulla di vero nell’allusione a possibili backdoor nascoste negli apparati Huawei”.  

Parlare di backdoor è inutile, forse “sciocco”

In effetti, lo stesso Zanere ammette che definire le vulnerabilità scoperte delle backdoor è piuttosto complesso, se non inutile: “Bisognerebbe essere nella mente dello sviluppatore che ha creato quella porta per capire se è stato fatta per questioni di assistenza ai clienti oppure per accedere ai dati. Di certo è qualcosa che non doveva esserci. Posso pensare che l’intento possa essere quello di una backdoor se consideriamo che è stata prima individuata, poi tolta e  rimessa di nuovo. Detto questo, chiedersi se si tratta o meno di una backdoor è piuttosto sciocco: non si può mai sapere l’intenzione di chi la programma”.

Ma a quali dati si può accedere con una backdoor? “Ci sono due ordini di risposte: se la backdoor è nei device che uso, come un router o uno smartphone, ed è accessibile a terzi, potrebbe diventare un modo per intrufolarsi nella mia rete di casa e ottenere dei dati. Certo, può essere un problema per il signor Mario Rossi, ma è molto più grande se riguarda istituzioni, governi, aziende. Detto questo, se la vulnerabilità scoperta è quella descritta nel report, potrebbe avere un impatto anche sul singolo utente”.

Un fatto strano, però, è che questo report, che riguarda fatti del 2011 e 2012, sia spuntato solo oggi, mentre Huawei è al centro di un ampio dibattito tra i governi occidentali che temono ingerenze cinesi attraverso le sue tecnologie: “I dubbi su Huawei giù c’erano e non credo che il report cambi la percezione sulla società. Quello che colpisce di più invece è come questa questione è stata gestita da Vodafone, che ha tenuto questi problemi nascosti. Quello che trovo interessante è il rapporto tra le due società”. 

Non si tratta però di un problema isolato, o così poco frequente: “Il problema in sé è piuttosto diffuso, esistono bug, esistono backdoor, ma generalmente si individuano e si risolvono. Il problema vero qui è la sua ricorrenza”.

Una ‘specificità’ che può avere conseguenze sulla reputazione di Huawei, negli ultimi mesi al centro di polemiche proprio la presunta poca trasparenza delle sue reti: “Le polemiche sono intrise di questioni politiche e commerciali nelle quali è complesso orientarsi. Ma c’è un fatto: il 5G (che non è oggetto del report di Vodafone, ndr) sarà un elemento chiave della nostra vita digitale. E poi ci sarà il 6g. Si tratta di infrastrutture strategiche che pongono al centro della la questione del sovranità tecnologica. E l’Europa in questa partita non può essere solo un mercato”.

Twitter @arcangelo_

 

Agi

Secondo il commissario per la Tav l’analisi costi-benefici è da buttare

“Omertosa”, fatta seguendo “una metodologia non idonea” con “dati non aggiornati”.  Questa, in sintesi, la “Lettura critica” dell’analisi costi-benefici redatta dal gruppo di lavoro presieduto dal professor Marco Ponti, contenuta nel Quaderno 13 dell’Osservatorio della Torino-Lione e presentata a Torino dal commissario di governo Paolo Foietta, nel suo ultimo giorno di incarico.

“L’analisi costi benefici sulla Tav è omertosa” ha detto Foietta “presenta dei numeri ma non dice come sono stati costruiti. Un documento in cui il valore non è ricostruibile vuol dire che, o è incompleto, e a me non sembra, oppure che si è voluto fosse molto difficile ricostruire da dove arrivavano queste cifre”.

Cosa non va nella relazione

Il Quaderno dell’Osservatorio, in ventisette pagine, affronta le discordanze ed anche, quelli che Foietta definisce “errori macroscopici” contenuti nell’analisi del Governo. Si comincia con il metodo utilizzato “che non corrisponde pienamente alle linee Guida Mit (ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ndr) e che quindi rende il risultato dell’analisi non idoneo a costituire validamente il passaggio istruttorio richiesto dal nuovo codice dei contratti pubblici”; si prosegue con “i dati non aggiornati, discordanti con quanto espresso in modo analitico e documentato nei più recenti Quaderni dell’Osservatorio, senza che questa discordanza sia stata in alcun modo motivata”.

Il dossier di Agi: Tav, la verità dei fatti

Si affronta il tema dei costi di investimento, partendo da “una stranezza”, ossia che “la tratta considerata è quella Torino-Saint Jean de Maurienne, perché manca qualsiasi riferimento e stima di costo per la tratta da questa località a Lione”.  “Probabilmente” ha osservato il Commissario Foietta  “non c’erano numeri ed elementi utili per la parte degli accessi francesi. Ma allora non capisco perché in questi conti devono rientrare i costi che non sopporta l’Italia, quelli che sopportano i francesi e quelli che sopporta l’Unione Europea. Questo non mi sembra corretto, è la solita insalata russa”.

Scarica: La “Lettura Critica”

“E’ assurdo” ha osservato Foietta  “pensare che questo sia un documento dirimente su scelte pensate. Non si capisce di cosa si parla, si usano, a seconda delle convenienza parametri di riferimento diversi. I numeri non tornano. Se questa è un’analisi terza ed ineccepibile, mi sembra proprio si stia ragionando sull’assurdo”.

Cosa Foietta pensa di Ponti

Nel suo “ultimo giorno di scuola” come lui stesso lo ha definito, Paolo Foietta chiarisce che l’obiettivo delle critiche non è la persona del professor Ponti: “è un personaggio che trovo anche simpatico dal punto di vista personale. E’ uno, come me, che non ha peli sulla lingua; che dice quello che pensa; dopodiché il problema non è Ponti, ma quello che pensa il professor Ponti. La sua, infatti, è una teoria assolutamente legittima, che va bene discutere in sede universitaria, ma che se fosse applicata dallo Stato italiano , nella modalità definita in questa analisi, costituirebbe la fine del trasporto ferroviario delle merci in Italia”.

E nella sua ultima conferenza stampa da Commissario non manca anche qualche ironia nei confronti del ministro Toninelli : “dire ‘chi se ne frega di andare a Lione’ è come quelli che dicono che da Milano nessuno va a Rogoredo, peccato che tutti i treni che vanno a Roma passino da Rogoredo. Il ministro Toninelli dovrebbe ripassare la geografia e viaggiare un po’ di più. Tutte le merci che vanno nell’occidente d’Europa – ha aggiunto – che valgono in termini di interscambio 205 miliardi di euro all’anno, passano per Lione e passeranno per Lione. Oggi passano per Ventimiglia, ma sappiamo tutti che quello è un valico che ha migliaia di problemi e che, soprattutto i francesi, avrebbero idee diverse di come utilizzare la Costa Azzurra piuttosto che farne un corridoio infrastrutturale”.

E concludendo con la presentazione di questo documento l’attività di Commissario Straordinario di Governo, Paolo Foietta, sottolinea, infine, ancora una volta, “lo spirito di leale collaborazione“ con cui è stato prodotto e ribadisce “la piena disponibilità, anche dopo la fine del mio mandato, al confronto ed alla discussione di merito su tutti gli argomenti trattati”.

Agi

I vent’anni della moneta unica secondo i vertici europei

L'euro compie oggii 20 anni. La moneta unica è stata lanciata il primo gennaio 1999 in 11 paesi europei, inizialmente solo per le transazioni contabili e finanziarie, e tre anni più tardi anche come banconota e moneta di uso comune. L'anniversario è ricordato in un comunicato della Commissione europea in cui si evidenzia che "questo momento storico è stato la pietra miliare di un viaggio che aveva l'ambizione di assicurare stabilità e prosperità all'Europa.

Oggi, ancora giovane, l'euro è la valuta di 340 milioni di europei utilizzata in 19 Stati membri. Ha portato vantaggi tangibili a famiglie, imprese e governi europei: prezzi stabili, costi di transazione inferiori, risparmi protetti, mercati più trasparenti e competitivi e aumento degli scambi.

Circa 60 Paesi in tutto il mondo collegano le loro valute all'euro in un modo o nell'altro, e stiamo facendo di più per consentire all'euro di svolgere completamente il suo ruolo sulla scena internazionale. Si prevede che altri Stati membri dell'Ue aderiranno all'area dell'euro non appena avranno soddisfatto i criteri previsti".

"Completare l'unione monetaria"

"In quanto rappresentante di uno degli unici firmatari del trattato di Maastricht ancora politicamente attivo", dice Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, "ricordo i duri e combattuti negoziati per il lancio dell'Unione economica e monetaria.

Più di ogni altra cosa, ricordo la profonda convinzione che avevamo di stare aprendo un nuovo capitolo nella nostra storia comune. Un capitolo che modellerà il ruolo dell'Europa nel mondo e il futuro di tutta la sua gente. A 20 anni di distanza, sono convinto che questa sia stata la firma piu' importante che io ho mai realizzato. L'euro è diventato un simbolo di unità, sovranità e stabilità. Ha portato prosperità e protezione ai nostri cittadini e dobbiamo garantire che continui a farlo. Ecco perché stiamo lavorando duramente per completare la nostra Unione economica e monetaria e per rafforzare ulteriormente il ruolo internazionale dell'euro".

L'euro, sottolinea Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, "è più popolare oggi che mai: tre cittadini su quattro ritengono che sia positivo per la nostra economia. Affinché gli europei possano beneficiare pienamente dei posti di lavoro, della crescita e della solidarietà che porterà la moneta unica", aggiunge, "dobbiamo completare la nostra Unione economica e monetaria attraverso un'autentica Unione finanziaria, fiscale e politica. Ciò consentirà inoltre all'Europa di proteggere meglio i suoi cittadini da potenziali crisi future". 

Secondo Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, "la creazione dell'euro 20 anni fa – insieme alla liberazione dell'Europa centrale e orientale e alla riunificazione della Germania – è stato un momento cruciale nella storia europea. Da allora", osserva, "la nostra moneta comune è diventata una potente espressione dell'Unione europea come forza politica ed economica nel mondo. Nonostante le crisi, l'euro si è mostrato resiliente e gli otto membri che hanno aderito agli 11 hanno goduto dei suoi benefici. Mentre il mondo continua a cambiare, continueremo a migliorare e rafforzare la nostra Unione economica e monetaria".

Un futuro ancora in fase di scrittura

L'euro, sottolinea il presidente della Bce, Mario Draghi, "è la conseguenza necessaria e logica del mercato unico. Rende più facile viaggiare, commerciare e negoziare all'interno dell'area dell'euro e oltre. Dopo 20 anni, c'eè una generazione che non conosce altra valuta domestica. Durante questo periodo, la Bce ha svolto il compito principale di mantenere la stabilità dei prezzi. Ma contribuiamo anche al benessere dei cittadini dell'area dell'euro sviluppando banconote sicure e innovative, promuovendo sistemi di pagamento sicuri, controllando le banche per garantire che siano resilienti e controllino la stabilità finanziaria nell'area dell'euro".

La moneta unica, rileva il presidente dell'Eurogruppo, Mario Centeno, "è stata una delle più grandi storie di successo europee. Non ci sono dubbi sulla sua importanza e sul suo impatto nei primi due decenni della sua storia. Ma il suo futuro è ancora in fase di scrittura, e questo ci impone una responsabilità storica.

L'euro e la stretta cooperazione economica che esso comporta si sono evoluti nel tempo, superando le sfide a suo modo. Ha fatto molta strada dall'inizio, e ha visto importanti cambiamenti sulla scia della crisi per aiutarci a superare le difficoltà. Ma questo lavoro non è ancora finito, richiede continui sforzi di riforma nei bei tempi e nei tempi difficili. Non ci possono essere dubbi sulla nostra volontà politica di rafforzare l'Unione economica e monetaria. Dobbiamo essere preparati a ciò che il futuro potrebbe contenere: lo dobbiamo ai nostri cittadini", conclude.

Agi News

Secondo l’autorità anticorruzione c’è qualcosa che non va nelle concessioni

L'Autorità nazionale anticorruzione ha inviato un atto di segnalazione a Governo e Parlamento in tema di affidamenti dei concessionari, spiegando di aver avendo riscontrato "fenomeni potenzialmente sintomatici di singolari criticità e anomalie". In particolare nel mirino dell'Anac è finito il settore delle autostrade, già al centro delle polemiche politiche dopo il crollo del Ponte Morandi, ma la segnalazione riguarda anche altri concessionari, dal gas agli aeroporti.

Dopo un'ampia attività di vigilanza l'Anac ha riscontrato la presenza di fenomeni particolarmente gravi di inosservanza o di distorta applicazione della normativa di settore, inclusi alcuni fenomeni sintomatici di singolari criticità e anomalie. Con l'atto trasmesso a Governo e Parlamento, l'Anac segnala la necessità di un intervento per affidare le concessioni scadute tramite procedure a evidenza pubblica; sollecita più puntuali verifiche da parte dei concedenti nei confronti degli adempimenti dei concessionari, allo stato carenti; invita a rivisitare le concessioni.

Le incongruenze più vistose spiccano tra i concessionari autostradali, in particolare nel rapporto ra Autostrade per l'Italia e il ministero dei Trasporti.

Duro il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli: "La segnalazione di Anac ci dà l'ennesima conferma. Prendiamo il caso delle autostrade: lo Stato aveva abdicato di fronte allo strapotere dei concessionari privati. Un vigilante che non vigilava e non sanzionava. Mentre certi potentati accumulavano profitti gestendo beni pubblici sulla pelle dei cittadini" ha scritto su Facebook.

"Ora le cose stanno cambiando" ha aggiunto Toninelli, "lo abbiamo visto nel rapporto tra il Governo e Autostrade per l'Italia dopo Genova, lo avrete notato nell'interlocuzione tra il mio ministero e Strada dei Parchi sullo stato delle autostrade di Lazio e Abruzzo. E poi, vedrete, ricalibreremo via via tutte le convenzioni rimettendo al centro l'interesse pubblico. Lo Stato sta tornando a fare lo Stato". 

Agi News

Come è andato il secondo giorno di Di Maio in Cina

Secondo giorno di visita a Chengdu, nel sud-ovest della Cina, per Luigi Di Maio. Il vicepremier e ministro per il Lavoro e lo Sviluppo Economico ha inaugurato il Padiglione Italia alla Western China International Fair, dove l'Italia è Paese ospite d'onore. Di Maio era accompagnato dal vice premier cinese, Hu Chunhua. "Per me è stato un grande onore e un grande orgoglio essere qui a rappresentare il nostro Paese", ha scritto Di Maio su Instagram.

La tappa di Di Maio a Chengdu, nella provincia del Sichuan, è stata anche l'occasione per sottolineare il valore "strategico" della relazione bilaterale. È attesa nelle prossime ore la firma dell'accordo sino-italiano sugli investimenti nei Paesi terzi, e in particolare quelli africani.  Si tratta di un accordo sui cui la diplomazia italiana, guidata dall'ambasciatore italiano a Pechino Ettore Sequi, lavorava da tempo e che il sottosegretario allo Sviluppo economico, Michele Geraci, aveva annunciato al termine della sua prima missione esplorativa in Cina

L'intesa, ha aggiunto Di Maio, "ci eleva al ruolo di partner privilegiato della Cina", con cui Di Maio punta a rafforzare i rapporti economici con un altro accordo, che ritiene possibile entro fine anno, sull'iniziativa Belt and Road (Bri) di connessione infrastrutturale euro-asiatica, lanciato dal presidente cinese, Xi Jinping, nel 2013.

Cosa scrivono i giornali cinesi sulla visita di Di Maio

La stampa cinese ha colto il messaggio. Il Quotidiano del Popolo, massimo organo del Partito Comunista Cinese, dedica alla visita un articolo sul sito online dal titolo: “Peng Qinghua incontra Di Maio, vice premier italiano. Una testimonianza congiunta per la firma degli accordi di cooperazione tra Sichuan e Italia”. L’articolo riporta fedelmente le dichiarazioni del vice premier alla stampa, e sottolinea l’importanza degli accordi bilaterali Italia-Sichuan, che Di Maio ha firmato con Peng, per la provincia sud-occidentale che Pechino ha trasformato negli ultimi anni in un hub strategico con l’obiettivo di rivitalizzare l’economia dell’Ovest della Cina, meno sviluppato rispetto alla parte orientale, e di velocizzare i traffici delle merci ferroviari e fluviali nell’ambito del mastodontico progetto Belt and Road.

La visita di Di Maio campeggia nelle colonne della stampa locale, a partire dal Sichuan Daily. Segno che la leadership ha apprezzato che la prima visita istituzionale del vicepremier italiano abbia toccato il cuore pulsante del nuovo sviluppo cinese.

Il Daily Economic News titola invece: “Vice premier italiano: auspica una proficua collaborazione tra Italia e Cina e vuole facilitare l’ingresso delle merci nei rispettivi mercati”, un articolo che coglie il senso del messaggio del governo italiano, che per bocca di Maio ha sottolineato come prima della firma del Memorandum of Understanding per la cooperazione sulla Via della Seta debbano essere risolte "alcune questioni per noi dirimenti", tra cui l'abbattimento delle barriere non tariffarie per favorire le esportazioni, soprattutto dei prodotti dell'agro-alimentare, e le possibilità di investimento sia nei porti italiani che nella tecnologia.

Leggi anche: Di Maio è andato in Cina a collegare l’Italia alla Via della Seta

Un rapporto svela i commerci tra Italia e i Paesi Bri

Dati confortanti sull’interscambio commerciale tra l’Italia e i Paesi che si stendono lungo la Via della Seta (in tutto 53), arrivano dal rapporto Nomisma – Centro Studi sulla Cina Contemporanea "L'Italia e il progetto Bri, le opportunità e le priorità del sistema paese", cofinanziato dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e presentato presso la Camera dei deputati. Nel decennio compreso tra 2006 e 2016 il commercio intra-paesi Bri è aumentato dell'84% tra i paesi dell'area e del 17,6% tra l'Italia e l'area Bri.

La Cina movimenta il 23% degli scambi commerciali che avvengono nell'area. Al secondo posto per rilevanza si trovano India e Singapore, con una percentuale di scambio tre volte inferiore alla Cina (7%). La Bri, emerge dallo studio, ha un ruolo fondamentale per il commercio estero dei molti piccoli paesi che ne fanno parte. Ad esempio l'export del Bhutan è esposto per il 96% verso l'area, seguito dall'Afghanistan (92%), dal Laos (91%), Tajikistan (89%), Nepal (88%), Myanmar (81%); anche i paesi che commerciano meno vantano quote comprese tra il 40 e 30%.

Il rapporto concentra lo sguardo sull'Italia, e rileva che il deficit di bilancio commerciale verso i Paesi Bri si è ridotto nel tempo dagli circa 50 miliardi di dollari del 2011 agli 11 miliardi del 2016; ciò è in gran parte dovuto al calo del costo dei prodotti energetici. Infatti all'interno dell'area Bri si trovano molti Paesi Opec e la Russia.

Tra le prime categorie di prodotto esportate dall'Italia vi sono macchinari e apparecchi (25%), prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori (12%), metalli di base e prodotti in metallo (10,9%), mentre l'Italia importa dai paesi Bri molti beni a domanda rigida come commodities, prodotti agricoli, metalli. Anche se la bilancia è in deficit, secondo quanto sottolineato nella ricerca, "un'intensificazione degli scambi sarebbe da considerarsi a favore dell'Italia".

I paesi dell'area Bri in cui l'Italia ha maggiore penetrazione sono quelli "europei" (che rappresentano il 53% dell'export italiano), seguiti dalla Cina verso la quale converge il 10% dell'export italiano.

Prossima tappa Shanghai

La firma del MoU sancirebbe l'ingresso ufficiale dell'Italia nella Nuova Via Della Seta. Nel frattempo, Di Maio ha confermato che sarà a Shanghai a novembre prossimo per la prima edizione della China International Import Expo, su cui il governo cinese punta moltissimo e alla quale è previsto anche un intervento dello stesso presidente cinese, Xi Jinping, in apertura.

Le opportunità di cooperazione con il Paese asiatico passano soprattutto, per Di Maio, attraverso le relazioni tra governi. "I nostri settori di mercato reclamano una maggiore presenza del governo nei rapporti con il governo cinese per rafforzare ulteriormente sia le partnership economiche sia quelle legate all'ambiente e alla cultura", ha dichiarato il vice premier, "ed è per questo che investiremo sempre di più nei rapporti g-to-g", ha assicurato il vicepremier. 

Ha collaborato Wang Jing

Leggi anche: Non solo guerra agli scafisti sui migranti: tutti i piani strategici dell'Italia in Africa

 

Agi News

Sui dazi Trump è pronto a dare un secondo schiaffo alla Cina (più forte del primo)

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si prepara a mantenere la promessa di essere duro sulle questioni commerciali, e dopo i dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio, si appresta a sferrare una duro colpo su un altro settore che può fare male direttamente a Pechino, la proprietà intellettuale.

Le nuova misure che andrebbero a colpire le relazioni commerciali tra Cina e Stati Uniti potrebbero arrivare a breve, avvisano i funzionari di Washington che in forma anonima confermano le intenzioni di Trump e dello Us Trade Representative, Robert Lighthizer. 

Nel mirino ci sono prodotti importati dalla Cina per un valore complessivo di sessanta miliardi di dollari, 48,3 miliardi di euro, che potrebbero essere soggetti a dazi: in particolare, le tariffe andranno a colpire i settori della tecnologie e delle telecomunicazioni, ma più in generale, lo scopo delle nuove misure sarà quello di contrastare le politiche cinesi che costringono le aziende statunitensi a cedere la loro proprietà intellettuale per operare in Cina e altre pratiche ritenute ingiuste da Washington.

“La vera guerra commerciale deve ancora arrivare e non si combatterà sui metalli”, aveva avvertito nei giorni scorsi un articolo di Fortune, e il terreno del prossimo scontro potrebbe comprendere anche l’imposizione di restrizioni agli investimenti di gruppi cinesi che operano negli Usa.

Per il nuovo colpo alle politiche commerciali, gli Usa faranno ricorso alla sezione 301 dello Us Trade Act del 1974, in base al quale sono possibili indagini da parte dello Us Trade Representative per presunte negligenze nei confronti dei partner commerciali, con la possibilità di applicare sanzioni. 

Il partner commerciale sotto osservazione è la Cina, e dai primi riscontri di cui parlava il magazine Politico settimana scorsa, sono più di cento i prodotti cinesi su cui l’amministrazione Usa sta prendendo in considerazione l’ipotesi di applicare tariffe per l’importazione. Sempre secondo quanto scrive Politico, che cita un funzionario di Washington al lavoro sul dossier, lo Us Trade Representative intende utilizzare come base per l’applicazione delle tariffe il “Made in China 2025”, ovvero il gigantesco piano di coordinamento industriale e di sviluppo del manifatturiero varato dal governo cinese nel 2015. La motivazione è piuttosto semplice, secondo quanto spiegato al Washington Free Beacon da un funzionario Usa: se la Cina avrà il controllo delle industrie del futuro, a partire dai settori della robotica e dell’intelligenza artificiale, “l’America non avrà un futuro, almeno sul piano economico”.

Pechino, da parte sua, continua a promettere maggiore attenzione alle questioni relative alla proprietà intellettuale e risponde lanciando avvertimenti agli Stati Uniti, senza scendere nel dettaglio delle possibili contromisure. Il più pesante risale a settimana scorsa, quando il ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, aveva detto a chiare lettere che in caso di guerra commerciale, la Cina avrebbe prodotto una “risposta legittima e necessaria”. L’ultimo, di oggi, è del suo portavoce, Lu Kang, che ha ribadito che le relazioni bilaterali “non sono un gioco a somma zero”, tornando a chiedere un approccio “costruttivo” a Washington per gestire le divergenze commerciali.

Dai lavori dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese, è arrivata nelle scorse ore anche l’ennesima promessa di una maggiore attenzione ai casi relativi alla protezione della proprietà intellettuale: a formulare è stato Shen Changyu, capo dell’Ufficio Statale per la Proprietà Intellettuale, che come molti altri ministeri e commissioni governative sarà oggetto a una forte ristrutturazione, secondo il piano per la riorganizzazione del Consiglio di Stato, il governo cinese, presentato ieri. L’impegno cinese emerge anche dagli ultimi dati presentati dalla Corte Suprema del Popolo, il massimo organo giudiziario: nel 2017, i tribunali cinesi hanno affrontato oltre duecentomila casi (213.480) riguardanti la proprietà intellettuale, con un incremento del 40,4% rispetto al 2016, e complessivamente il doppio di quelli del 2013.

Troppo poco, però, per Washington, che ad agosto scorso aveva attivato la procedura per innescare le indagini in base alla sezione 301 dello Us Trade Act (alla quale non faceva ricorso dal 1995) proprio per colpire le pratiche ingiuste rispetto alla proprietà intellettuale o i furti di tecnologia subiti dai produttori statunitensi. Secondo quanto scrivono diversi media Usa, lo US trade Representative, Robert Lighthizer, avrebbe proposto dazi per trenta miliardi di dollari, ma lo stesso Trump avrebbe chiesto di alzare la somma, poi raddoppiata, ai sessanta miliardi di dollari di cui si parla oggi: una cifra che potrebbe aiutare a riequilibrare il deficit commerciale che Washington ha nei confronti di Pechino, e che lo scorso anno ha raggiunto quota 375 miliardi di dollari, 303 miliardi di euro.

Trump avrebbe la strada spianata per agire anche grazie agli ultimi rimescolamenti nel suo staff, e in particolare dopo l’addio del suo consigliere economico, Gary Cohn – che verrà sostituito dall’economista Larry Kudrow – e dopo la rimozione decisa ieri del segretario di Stato, Rex Tillerson, colpevole, agli occhi di Trump, anche di avere mostrato scetticismo sulle mosse di politica commerciale della Casa Bianca. Non tutti, però, la pensano così, e c’è già chi, tra i lobbisti di Washington, teme che le prossime misure in campo commerciale possano colpire le famiglie americane, con in più il rischio di una rappresaglia da parte di Pechino e di ingaggiare un confronto tra le due sponde del Pacifico che potrebbe non avere vincitori. A pesare, contro Trump, è anche l’assenza di coinvolgimento nella decisone degli alleati, soprattutto Giappone e Unione Europea: allo stesso tempo, il pugno duro contro la Cina potrebbe, sostengono alcuni, fargli guadagnare consensi al Congresso, più della decisione di imporre dazi sull’acciaio e sull’alluminio. 

Agi News

Quanto guadagna un fattorino di Deliveroo? Secondo l’azienda i rider sono felici

Si chiama gig economy; il nome può sembrare carino, addirittura quasi accattivante. Ma nella realtà non è altro che 'economia del lavoretto'. Una cosa che, nelle intenzioni di chi se l'è inventata, dovrebbe essere la sintesi stessa del lavoro temporaneo, ma che, in tempo di crisi, è diventato ripiego a medio termine di chi deve sbarcare il lunario. E che alla fine non si è più sentito nè tanto carino nè tanto temporaneo e ha cominciato a organizzarsi. E a protestare.

Fino al flash mob di venerdì sera davanti al quartier generale di Deliveroo – quelli in bicicletta con lo scatolone sulla schiena che consegnano cibo a domicilio, per intenderci –  in via Ettore Ponti a Milano. Come già successo a Londra nell'agosto 2016, i lavoratori, indossando 'maschere senza volto', hanno esposto striscioni con la scritta "siamo lavoratori, non schiavi".

Perché protestano

Al centro della protesta, la decisione della multinazionale londinese di abolire il salario minimo di 5,60 euro l'ora pagato ai fattorini che, "senza garanzie e tutele", effettuano le consegne di cibo. Il 31 dicembre i contratti scadranno e i 'riders', come si chiamano i pedalatori, temono sull'introduzione del cottimo

Come si racconta Deliveroo

La protesta è arrivata come una doccia fredda per la società leader del mercato globale del food delivery che opera oggi in 12 Paesi, lavora con oltre 35mila ristoranti partner e ha generato oltre un miliardo di euro di ricavi per il settore della ristorazione tra giugno 2016 e giugno 2017. In Italia – stando ai dati dell'azienda – questa crescita ha prodotto oltre 20 milioni di euro di aumento dei ricavi per i ristoranti e i loro fornitori. In Italia Deliveroo nell'ultimo anno è cresciuta rapidamente, e oggi conta su oltre 1.900 ristoranti partner nelle 10 città in cui opera. Con la sua attività, afferma Deliveroo, "sta attirando importanti investimenti e cresce rapidamente. Se in Italia continuasse per due anni a crescere ai ritmi dei ristoranti partner nel mondo tra giugno 2016 e giugno 2017, creerebbe circa 5mila opportunità di lavoro, 67 milioni di euro di valore aggiunto lordo per l'economia italiana e 5,5 milioni di euro sarebbero pagati al Fisco italiano"

Nel mondo

  • 12 Paesi
  • 35mila ristoranti
  • 1 miliardo di euro di ricavi
  • 20 milioni di aumento di ricavi per i partner e i fornitori

In Italia

  • 1.900 ristoranti partner
  • 11 città
  • 1.300 rider
  • In media in Italia un rider guadagna 9.60 euro lordi per ogni ora di lavoro

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Come reagisce alla protesta

"In un recente sondaggio, il 90% dei rider Deliveroo si dice soddisfatto del lavoro che svolge" scrive l'azienda in una nota, "Per questo sappiamo che questo gruppo (di manifestanti, ndr) non rappresenta il punto di vista della grande maggioranza dei rider che lavorano con Deliveroo in Italia. Nello stesso sondaggio il 90% dei rider ha affermato di apprezzare la flessibilità che offre il lavoro con Deliveroo e il 93% ha detto che consiglierebbe questo lavoro ad un amico. I rider apprezzano anche le condizioni economiche".

​Che cosa è la gig economy. E come funziona

A febbraio scorso con Deliveroo, collaboravano più di 700 rider – la maggior parte under 30 – che venivano pagati tra i 7 e gli 8 euro lordi l'ora (la variazione dipende dalla città in cui si lavora). Chi usa la bicicletta riceve 1-1,5 euro in più a consegna, mentre chi lavora con lo scooter ha un rimborso per la benzina.

Foodora opera in 4 città (Milano, Torino, Roma e Firenze) attraverso la collaborazione di circa 900 rider, tutti – sottolinea la società – regolarmente contrattualizzati, che hanno in media 23/24 anni. "Sono loro a decidere quando dare la disponibilità, proprio in modo da integrare questo lavoro con loro occupazione primaria, solitamente lo studio. E per questo sono loro stessi a richiedere una buona flessibilità, per esempio durante le sessioni di esami. I rider possano decidere in totale autonomia se e quando lavorare, indicando la loro disponibilità nelle diverse fasce orarie, e hanno anche la facoltà di non presentarsi per effettuare la consegna, anche all’ultimo momento e senza obblighi ulteriori", spiegava all'Agi Foodora. 

La società ha scelto di stipulare con i propri rider regolari contratti di collaborazione, piuttosto che pagare con ritenuta d'acconto o partita iva: "ciò vuol dire che Foodora paga regolarmente i contributi Inps e Inail previsti dal contratto, oltre ad offrire un’assicurazione integrativa per i danni a terzi e l’accesso alle convenzioni con le ciclofficine per la manutenzione del mezzo". Il compenso offerto ai rider di Foodora è di 4 euro a consegna. Mediamente vengono effettuate due consegne l’ora, quindi un rider di Foodora riceve un compenso medio di 8 euro lordi/ora (7,20 euro netti). 

Just Eat ha un modello di business differente rispetto alle altre realtà del comparto perché agisce da intermediario tra ristoranti e consumatori. La consegna è affidata direttamente ai locali affiliati che hanno già un servizio proprietario di consegna a domicilio e che gestiscono la flotta dei propri rider in totale autonomia sotto ogni aspetto. Le tariffe orarie dei partner di Just Eat variano tra gli 8 e gli 11 euro, prevedono un bonus per il lavoro nei giorni festivi e in presenza di maltempo e agevolazioni economiche sulla manutenzione delle biciclette/scooter. In alcune città italiane è attivo poi il servizio JUST EAT Delivery, che consente ai ristoranti che non hanno un servizio di consegne proprietario di affidarsi a JUST EAT anche per il trasporto. 

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Cosa fanno le 26 migliori startup italiane, secondo Tech Tour

Il Tech Tour è una di quelle occasioni in cui gli investitori sbirciano nell'ecosistema italiano (qui il nostro colloquio con il suo organizzatore Marco Trombetti). Un'opportunità per le startup di casa nostra, anche perché questo evento itinerante non ha cadenza fissa: da qui è passato di rado (cinque volte in un ventennio) e mai per due anni consecutivi. Questa volta, invece, dopo l'edizione di novembre 2016, investitori internazionali, venture capital, imprese e business angel sono tornati a Roma l'11 e il 12 settembre. Davanti a loro si sono presentate 26 società (tra startup ai primissimi passi e scaleup), selezionate tra le 155 candidate per essere tra le più innovative e ricche di potenzialità del panorama nazionale. Le regioni rappresentate sono state sette: nove startup hanno sede nel Lazio, sei in Lombardia, tre in Campania e Veneto, due in Emilia-Romagna e Piemonte, una in Trentino Alto Adige. Ecco quali sono e che cosa fanno.

  1. Beintoo è una "mobile data company" che raccoglie informazioni e, grazie alla geolocalizzazione, permette ai clienti di misurare e ottimizzare le loro campagne. Delle startup selezionate, è quella che ha raccolto i round più ricchi: 7,55 milioni di dollari.
     
  2. BluImpression è una piattaforma che analizza il comportamento delle persone in ambienti fisici. Grazie a intelligenza artificiale e big data, può stimare il pubblico intercettato da uno spot o da un cartellone pubblicitario.
     
  3. Buzzoole è una piattaforma di Influencer Marketing con sede a Napoli. È in grado di connettere i brand ai giusti influencer della rete grazie all'utilizzo dei big-data. Assieme a Beintoo, è una delle due italiane tra le 15 scaleup europee selezionate per il programma Startup Europe Comes to Silicon Valley di Mind the Bridge ed EIT Digital. 
     
  4. Competitoor ha sviluppato uno strumento per il B2B dedicato ai negozi online. Consente ai marchi e ai responsabili delle vendite di tracciare i prezzi dei concorrenti e di essere avvisati in caso di variazioni.
     
  5. D-Eye, startup con sede a Padova e incubata da M31, sviluppa dispositivi e applicazioni medicali applicabili agli smartphone. Ha creato un sistema portatile che si aggancia ai dispositivi creando una fotocamera oftalmica per lo screening della vista.
     
  6. Direttoo è una piattaforma, fondata da Diego Pelle e Chiara Mastromonaco, che collega i ristoratori direttamente con fornitori e produttori. Facilita la gestione del business anche grazie a un sistema di monitoraggio delle spese.
     
  7. Enerbrain, fondata a Torino nel 2015, ha sviluppato una soluzione IoT per monitorare gli sprechi energetici di un edificio, indicando gli interventi per ottimizzare le risorse. E offrendo dati in tempi ridotti.
     
  8. Filo ha creato un portachiavi intelligente (che può essere agganciato anche a zaini, valigie o a qualsiasi cosa si voglia tenere sotto controllo). Grazie a un'app, consente di sapere dov'è l'oggetto. E, nella direzione opposta, basta schiacciare Filo per far squillare e ritrovare lo smartphone.
     
  9. Gr3n ha inventato un processo che permette di riciclare plastica in modo più profittevole, a vantaggio delle imprese del settore. È alla ricerca di 3 milioni di euro per passare dallo sviluppo del pilota all'applicazione industriale.
     
  10. Inventia sviluppa soluzioni di Customer Engagement multicanale che accompagnano gli utenti lungo tutto il percorso d'acquisto. Dall'assistenza (che miscela intervento umano e bot) fino alla transazione. È già stata selezionata da ScaleIT 2016 e da una call di GrowItUp.
     
  11. Manet, accelerato da Luiss Enlabs, è una soluzione mobile destinata agli hotel e ai loro clienti. I viaggiatori hanno a disposizione informazioni, chiamate e connessione illimitate. Le strutture ricettive possono offrire ai clienti un pacchetto personalizzato che enfatizzi i servizi proprie e dei partner commerciali.
     
  12. MioAssicuratore è un broker assicurativo online, che assiste gli utenti nella scelta, la comparazione e la sottoscrizione di polizze. Grazie a machine learning e a un algoritmo proprietario, MioAssicuratore calcola il premio in tempo reale.
     
  13. Nextwin (altra accelerata da Luiss Enlabs) si rivolge agli appassionati di sport e scommesse. Ha creato una piattaforma una piattaforma per puntare monete virtuale su singoli eventi (una sorta di fantacalcio del betting) e Invictus, uno strumento (su abbonamento, da usare per puntate reali) che analizza i big data e consiglia le giocate migliori.
     
  14. Oval, fondata dall'ex contry manager di Uber Benedetta Arese Lucini, è una piattaforma che aiuta gli utenti a gestire meglio i propri risparmi. Mettendo da parte piccole somme in automatico e monitorando le proprie spese. Ad aprile ha incassato un round da 1,2 milioni di euro partecipato da Intesa Sanpaolo e b-venture.
     
  15. Prestiamoci è una piattaforma di prestiti tra privati che consente di concludere l'intero processo online e in modo rapido. Fondata nel 2007, ha ottenuto 3,4 milioni e la fiducia di Innogest. Al momento, ha registrato 837 prestatori attivi e importi complessivi superiori ai 7 milioni.
  16. Sailsquare è stata battezzata come l'Airbnb delle barche. La startup, fondata da Simone Marini e Riccardo Boatti, mette in connessione skipper e proprietari di imbarcazioni con i turisti interessati a organizzazione un viaggi a vela.
     
  17. Scooterino si propone come la Uber degli scooter, la prima in Europa. Nata a Roma, si è estesa a Firenze, Genova e Milano. È un'app che mette in connessione chi ha bisogno di un passaggio con chi circola nelle vicinanze.
     
  18. Sellf è un assistente digitale, rivolto a professionisti e piccoli imprenditori, che facilita la gestione dei clienti e delle trattative e contribuisce a organizzare il tempo del team addetto alle vendite. Partecipata da H-Farm, a luglio ha vinto l'edizione 2017 di Edison Pulse.
     
  19. SpinVector elabora soluzioni in realtà aumentata per offrire esperienze immersive in settori diversi, dai videogiochi online agli eventi che “portino lo show dal palco all'audience”.
     
  20. Travel Appeal si rivolge a musei, hotel, ristoranti e località turistiche. Analizza in tempo reale le recensioni, le conversazioni sui social media, i prezzi, le tendenze di mercato ed il territorio e fornisce previsioni e suggerimenti per migliorare attività e reputazione online.
     
  21. Walliance è la prima piattaforma italiana di equity crowdfunding dedicata al mercato immobiliare. È nata in Trentino nel luglio 2016 e punta a rendere il real estate un'opportunità anche per piccoli investitori.
  22. Wanderio si rivolge ai viaggiatori per proporre le migliori soluzioni che consentano loro di raggiungere la loro meta (aerei, treni, bus). Gli utenti possono prenotare e pagare direttamente sulla piattaforma. Nel luglio 2016 ha chiuso un round guidato da Europcar.
     
  23. Wellness & Wireless sviluppa servizi digitali (web, app e software) rivolti a sport e benessere. Tra i prodotti offerti ci sono Yukendu, un coach personale e mobile per il dimagrimento, e SuperOp, app che migliora le performance sportive a partire dal monitoraggio della pressione sanguigna.
     
  24. Wiman è stata fondata da Massimo Ciuffreda nel 2012. È nata per semplificare l'accesso e la condivisione gratuita di connessioni wifi. Mappa e, grazie al machine learning, valuta la qualità delle connessioni libere.
     
  25. WinOwine è un “club” online dove i soci possono acquistare vini di qualità. I prodotti vengono selezionati dal team e, all'inizio, proposti per una sola settimana. Se apprezzati, sono ammessi stabilmente al catalogo, con spedizioni entro 48 ore.
     
  26. Yocabè è un distributore online per i brand della moda, focalizzato sui marchi italiani di medie dimensione che ambiscano a raggiungere clienti su scala globale. Yocabè si propone come unico interlocutore digitale delle aziende, perché in grado di occuparsi di vendite, logistica, assistenza clienti multi-lingua e spedizioni internazionali. 

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