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Quanto stanno guadagnando i Comuni con la tassa di soggiorno

Quei 2 o 3 euro a notte, che a volte salgono fino a 7, che tocca aggiungere (il più delle volte in contanti) al momento del check-out dall’albergo si chiama imposta di soggiorno. Una tassa che colpisce tutti, sia che si viaggi per lavoro che per piacere. Sia che si soggiorni nella più spartana delle camere, sia che si decida di soggiornare nella suite di un 5 stelle. Non accade proprio in tutta Italia, ma la probabilità di imbattervisi è piuttosto alta: si paga in poco più di mille comuni (il 13% del totale), ma che insieme raccolgono il 75% delle presenze complessive nelle strutture ricettive. Comprende quindi ovviamente tutte le principali città, oltre alle più note località di mare e montagna.

Un gettito da capogiro: 600 milioni di euro ogni anno

Insomma, all’imposta di soggiorno non si sfugge né che si vada per musei a Roma, né al mare a Riccione e neppure in montagna a Cortina d’Ampezzo o a vedere i mosaici di Piazza Armerina, in provincia di Enna. E il gettito d’imposta che va a rimpolpare le casse comunali aumenta ogni anno, con stime da capogiro per il 2019: quest’anno ballano 600 milioni di euro, secondo quanto riferito da Federalberghi. “Sono 997 i comuni italiani che applicano l’imposta di soggiorno e altri 23 la tassa di sbarco”, spiega il presidente della federazione Bernabò Bocca, per un totale quindi di 1.020 località.

Gli ultimi dati certi risalgono al 2017. In testa, in ogni senso, c’è Roma: è la più cara (ora si spendono 7 euro a notte a testa per una camera in un hotel a 5 stelle), e naturalmente anche la più redditizia. Due anni fa il Campidoglio si era visto recapitare 130 milioni di euro.

Staccatissima c’era Milano, che incassava poco più di 45 milioni ogni dodici mesi, seguita da Firenze (33 milioni), Venezia (31) e Rimini (oltre 7 milioni e mezzo) che facevano meglio di città come Napoli, Torino e Bologna. Ma visto che i dati riferiti sono del 2017, quando il totale incassato dai comuni italiani era di 470 milioni, ora che le proiezioni parlano di 600 milioni forse i revisori dei conti comunali potranno allargare ancora un po’ il sorriso.

Come funziona la tassa di soggiorno

La tassa non è obbligatoria, è bene ribadirlo. Ogni comune, insomma, può decidere di introdurla oppure no. Stesso discorso per l’importo: oggi c’è massima libertà decisionale, purché si rispetti il tetto di 5 euro a notte (7 per Roma).

Se pensate che l’imposta di soggiorno sia un’invenzione recente, suggerita da spending review e dalle più recenti difficoltà economiche, vi sbagliate. A livello normativo, infatti, l’obolo dei viaggiatori fece la sua prima comparsa più di un secolo fa. Introdotto con la legge n. 863 dell’11 dicembre 1910, rimase in vigore per quasi tutto il Novecento, venendo abolito solo in occasione dei Mondiali di calcio ospitati in Italia nel 1990 (Decreto Legge 2 marzo 1989, n. 66).

A reintrodurla è stato il D.Lgs. del 14 marzo 2011, n. 23 che, all’articolo 4, stabilisce il diretto dei “capoluoghi di provincia, alle unioni di comuni  nonché  ai comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d’arte” di istituire la tassa, per un massimo di 5 euro a notte.

I relativi ricavi, si legge nel decreto, devono essere “destinato a finanziare interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli  a sostegno delle strutture ricettive, nonché interventi di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali e ambientali locali, nonché dei relativi servizi pubblici locali”.

Le critiche: dove vanno a finire i soldi? E AirBnb che fa?

Non a tutti piace la tassa di soggiorno: se alcuni viaggiatori sorvolano, magari spinti dal relax guadagnato nei giorni di vacanza, Federalberghi attacca: “La tassa viene introdotta quasi sempre senza concertare la destinazione del gettito e senza rendere conto del suo effettivo utilizzo – le parole di Bocca – Qualcuno racconta la storiella dell’imposta di scopo, destinata a finanziare azioni in favore del turismo. In realtà è una tassa sul turismo, il cui unico fine sembra essere quello di tappare i buchi dei bilanci comunali”.

Senza considerare il tema degli affitti brevi tra privati, ad esempio su piattaforme come AirBnb. “È un far west – sostiene il presidente di Federalberghi – La legge ha stabilito che i portali devono riscuotere l’imposta di soggiorno dovuta dai turisti che prenotano e pagano attraverso le piattaforme, ma Airbnb assolve a tale obbligo solo in 18 comuni su 997. Per di più queste amministrazioni, allettate dalla prospettiva di nuovi introiti, si sono rese disponibili a sottoscrivere un accordo capestro, accettando un sistema di rendicontazione sostanzialmente forfettario, che non consente un controllo analitico e induce a domandarsi se non si configurino gli estremi di un danno erariale”.

Agi

Quanto stanno investendo gli Stati Uniti nel 5G?

L’amministrazione Trump ha annunciato venerdì i suoi piani per accelerare l’installazione di reti 5G, compresa la promessa di miliardi di dollari per dare alle aree rurali l’accesso più remoto alle comunicazioni mobili ultraveloci.

“La nuova rete 5G migliorerà la vita degli americani in molti modi”, ha detto alla Casa Bianca il capo della Federal Communications Regulatory Agency (Fcc), Ajit Pai.

La Fcc ha annunciato delle aste per queste nuove reti e ha promesso un fondo da 20,4 miliardi di dollari per dotare, nel decennio, di reti rurali ad alta velocità che, a causa della vastità del territorio degli Stati Uniti, Uniti, hanno ridotto o nessun accesso a Internet.

“Dall’agricoltura di precisione alle reti di trasporto intelligenti alla telemedicina e altro ancora, vogliamo che gli americani siano i primi a trarre vantaggio da questa nuova rivoluzione digitale, proteggendo nel contempo i nostri innovatori e i nostri cittadini. E non vogliamo che gli americani che fanno la campagna restino ai margini”, ha detto Pai.

Con la sua consueta tendenza all’iperbole, il presidente degli Stati Uniti ha detto di volere “il prima possibile il 5G, e anche il 6G”. Non si sa se sia ambizione o la riproposizione del “punto, due punti!” di Totò e Peppino, ma di sicuro Donald Trump si è schierato: “Le nuove reti sono più potente, più veloci e più intelligenti dello standard attuale. Le aziende americane devono intensificare i loro sforzi. Non c’è motivo per cui dovremmo essere in ritardo”.

Non lo dice, ma il “ritardo” è, prima di tutto, nei confronti della Cina. Il 5G, oltre a essere un gigantesco propulsore per l’economia del Paese, è anche l’ennesimo campo di gara con Pechino. Due eccellenti motivi per accelerare.

Le nazioni leader

Sfruttare le potenzialità del 5G vorrebbe dire 391 miliardi di dollari e 1,8 milioni di posti di lavoro in cinque anni. È la stima fatta da Analysis Group in un rapporto della Ctia, l’associazione americana che rappresenta il settore delle comunicazioni wireless. L’indagine certifica il progresso degli Stati Uniti. La Ctia, miscelando diversi parametri (progetti pilota, copertura, infrastrutture, applicazioni) arriva a una classifica dei Paesi meglio piazzati nello sviluppo del 5G. Nel 2017, gli Usa erano al terzo posto, alle spalle di Cina e Corea del Sud. Nella nuova graduatoria (che vede l’Italia al quinto posto, primo tra europei accanto alla Gran Bretagna), ha scavalcato Seul e ha affiancato proprio la Cina. Quarto il Giappone.

Leggi anche: Lo speciale Agi sul 5G

“Il miglioramento nel ranking degli Stati Uniti – afferma il rapporto – è attribuibile agli investimenti significativi dell’industria wireless americana nelle reti 5G e all’azione del governo”. Gli Usa sembrano più pronti nella messa a terra dei servizi. Cioè nella capacità di fornirli a imprese e utenti. La Cina ha invece un “significativo vantaggio infrastrutturale”, con 14 “celle” (le stazioni che coprono un’area) ogni 10.000 abitanti e 5 ogni 10 miglia quadrate. Gli Stati Uniti si fermano rispettivamente a 4,7 e 0,4. L’infrastruttura cinese è quindi molto più capillare. È (anche) alla luce di questo testa a testa che va osservata la questione Huawei, le pressioni di Washington sui Paesi alleati da una parte e la dura difesa di Pechino (oltre che del gruppo di Shenzen).

Verizon, 5G già aperto ai clienti

Verizon offre già alcuni servizi 5G al pubblico. 5G Home consente di connettere ad alta velocità la propria casa in alcune aree di Houston, Sacramento, Indianapolis e Los Angeles. Per chi è già un cliente mobile di Verizon, costa 50 dollari al mese (non esistono ancora pacchetti annuali). Non ha un tetto di dati e promette di essere 20 volte più veloce rispetto alle più diffuse connessioni 4G Lte. La velocità più frequente, al momento, è di 300 Mbps, ma in alcune zone si toccano i 940 Mbps.

Verizon ha promesso di allargare il perimetro dell’offerta, per raggiungere 30 citta entro la fine del 2019. Ma – al momento – c’è un problema: sono ancora pochissimi i dispositivi, fissi o mobili, che possono sfruttare il 5G. Ecco perché l’espansione sarà, con tutta probabilità, rimandata alla seconda metà dell’anno. Nel frattempo, però, l’operatore ha fatto un altro passo: dal 3 aprile offre ai clienti, per la prima volta, un piano wireless per dispositivi mobili, a Minneapolis e Chicago.

Se le reti ci sono, anche in questo caso, quello che manca sono gli smartphone. Per sfruttare il 5G, infatti, serve essere in un’area delle due città coperte e avere un Motorola Z3, l’unico a oggi compatibile e sul mercato. Presto ne arriveranno altri,come il Galaxy S10 5G e il V50 ThinQ di LG. Vista la scarsa presenza di dispositivi, nella vita di tutti i giorni non ci sarà una rivoluzione, neppure a Minneapolis e Chicago. Così come non cambia nulla nel conto economico di Verizon. Il ceo Hans Vestberg, ha spiegato a Cnbc che non si aspetta di vedere un impatto significativo sul bilancio fino al 2021. È però un traguardo, simbolico e non solo, importante: i clienti possono pagare (10 dollari aggiuntivi al proprio abbonamento) per avere il 5G nelle mani.

Tra nuove reti e fusioni

AT&T, altro grande operatore Usa, ha già detto che intende avere una copertura 5G nazionale entro il 2020. Ha già varato servizi 5G in 12 città americane: Houston, Dallas, Atlanta, Waco, Charlotte, Raleigh, Oklahoma City, Jacksonville, Louisville, New Orleans, Indianapolis e San Antonio. Ma è un’offerta circoscritta ad alcune imprese e a una ristretta cerchia di clienti. Non è quindi libera come quella di Verizon, anche se un piano simile dovrebbe arrivare nel 2019.

Alla corsa partecipano anche gli altri due big del mercato, che potrebbero accelerare se le autorità americane approveranno la loro fusione. T-Mobile e Sprint si sono già accordare un anno fa, ma il via libera non è ancora arrivato. Nessuna delle due ha aperto un servizio pronto all’uso. T-Mobile copre già una trentina di città, tra le quali Los Angeles, New York e Las Vegas. Ma non è accessibile ai clienti, perché la rete non è ancora compatibile con alcun dispositivo. Dovrebbe esserlo nella seconda metà del 2019. La compagnia prevede di coprire due terzi della popolazione americana con una velocità di 100 Mpbs entro il 2021.

Le reti 5G di Sprint dovrebbero invece aprire al pubblico a maggio, in alcuni luoghi come aeroporti e impianti sportivi, in città come Atlanta, Chicago, Dallas. Poco dopo dovrebbero aggiungersi Houston, Los Angeles, New York City, Phoenix e Washington. Tutto questo con un’occhio alla fusione. Il 7 marzo, l’amministratore delegato di T-Mobile Usa, John Legere, ha affermato che un nuovo soggetto forte (cioè il gruppo che risulterebbe dalla fusione) permetterebbe di offrire connessioni ultraveloci casalinghe anche nelle aree rurali (che ospitano il 45% della popolazione) e – grazie a una maggiore concorrenza –consentirebbe agli americani di risparmiare 13 miliardi di dollari entro il 2024.    

Agi

Quanto potrà durare la pausa di riflessione del governo sulla Tav?

Sulla Tav Giuseppe Conte prende tempo e lancia la palla nel campo europeo. Dopo l’annuncio via Facebook di sabato con cui sui bandi (lunedì 11 c’era una scadenza da rispettare) di Telt ha di fatto deciso di non decidere, il premier italiano ha deciso di cominciare una serie di incontri per valutare tutte le possibilità di rettificare l’opera e, se possibile, rimandare le scelte definitive a dopo le elezioni europee del 26 maggio. Vedrà nei prossimi giorni Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Ue e il presidente francese, Emmanuel Macron, probabilmente in occasione del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo.

“Mentre scrivevo a Telt”, ha spiegato in un colloquio con il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio: “Ho avvertito di questa interlocuzione sia Juncker sia Macron trasmettendo la lettera e Telt e chiedendo di incontrarli per avviare un processo decisionale condiviso”. 

Conte ha ammesso che si tratta di un processo “complicato” ma si è detto “fiducioso di portarlo a buon fine”. Si è anche detto “molto soddisfatto” della risposta di Telt, che a suo dire “conferma come si possano avviare le dichiarazioni di interesse senza far partire i bandi di gara per alcuni mesi, senza il rischio di penali o di altri oneri per lo Stato e senza perdere i gli eventuali finanziamenti europei che servirebbero solo se l’opera andasse avanti”.

Leggi anche: La clausola di dissolvenza che ha consentito al governo di rimandare la decisione sulla Tav

Il premier ha assicurato che prima di prendere in mano il dossier non aveva “alcuna opinione sulla Tav: poi, ha raccontato, è arrivata l’analisi costi-benefici e il vertice con i vicepremier a cui si è presentato “da agnostico”.

“Ho assistito allo ‘stress test’ che l’analisi di governo subiva da Salvini e dai suoi, se non avesse retto avrei detto di sì a Salvini e di no a Di Maio”, ha assicurato il presidente del Consiglio. “Finché ci sarò io a Palazzo Chigi”, ha detto ancora al quotidiano diretto da Marco Travaglio, “non permetterò a nessuno di deviare le mie decisioni per ragioni di parte, ideologiche o affaristiche”.

Insomma, il governo sembrerebbe intenzionato a prendere tutto il tempo possibile per rinviare il momento delle scelte irreversibili. Nel tentativo di trovare un escamotage ancora più solido per evitarle queste scelte, almeno fino alle elezioni. Ma già da domani sulla durata di questa ‘pausa di riflessione’ è probabile che scatterà un nuovo confronto serrato tra Lega e M5s. Dice (al Corriere della Sera) Riccardo Molinari, capogruppo leghista alla Camera: “Credo che il premier abbia seguito la linea che da tempo gli avevamo suggerito. E cioè, quella di far partire la Tav lavorando in modo serrato per rivedere alcuni problemi connessi all’opera e per aumentare la quota del finanziamento europeo”. Ancora: “Se io leggo la lettera della Telt trovo scritto che domattina saranno pubblicati gli avvisi per presentare la candidatura, quelle che noi chiamiamo le manifestazioni di interesse”.

Una interpretazione forse diversa da quella che danno gli alleati Cinquestelle. Aggiunge Molinari: “È una fase del percorso di gara”, ha insistito, “c’è scritto chiaramente nella lettera della società. La quale espliciterà il fatto che se la procedura non avesse seguito, non ci saranno oneri per la società o per gli Stati, Italia e Francia. È quello che sostenevamo noi: far partire i bandi tenendo conto che le ‘clausole di dissolvenza’ ci danno alcuni mesi per mettere a punto la Tav così come la vogliamo”. 

Col Corriere ha parlato anche Matteo Salvini: “Per fermare i bandi occorre come minimo un atto del Consiglio dei ministri. Ma, come detto, i ministri della Lega un no ai bandi non lo potrebbe votare”. Ma il presidente del Consiglio avrebbe le prerogative per fermare da solo i bandi? Con la Telt “credo che abbia fatto la voce grossa. Detto questo, i bandi li può fermare soltanto o il Consiglio dei ministri oppure il Parlamento”. E secondo il leader leghista in Consiglio la Lega non potrebbe votare alcuno stop ai bandi”. 

Ancora il vicepremier: “Non ha senso fermare i bandi e perdere un bel trecento milioni di euro. È quello che la Telt anche oggi non si stanca di ricordarci”. Come procedere? “Ridiscutere l’opera tra di noi nel governo, con i tecnici e con il governo francese. Quella che ne uscirà sarà una nuova Tav”

Insomma, il governo prova a lanciare la palla in Europa in attesa di capire, forse, quali saranno i reali rapporti di forza tra i due alleati che usciranno dalle urne del 26 maggio. Forse allora, e solo allora, si potrà capire se la Torino-Lione vedrà mai la luce in fondo al tunnel.

Agi

La Tav è stata congelata. Quanto ci costerà lo stop? 

La Camera ha bocciato le quattro mozioni sulla Tav presentate dalle opposizioni (Pd, Forza Italia, FdI e NcI), mentre è stata approvata la mozione di maggioranza, targata M5s e Lega. Il testo impegna il governo a “ridiscutere integralmente il progetto della linea Torino-Lione”. I voti a favore sono 261, 136 i voti contrari.

La mozione presentata dai capigruppo alla Camera del Movimento 5 stelle (Francesco D’Uva) e Lega (Riccardo Molinari) decretava il ritorno del governo a quanto stabilito il contratto firmato all’indomani delle politiche dello scorso 4 marzo. I partiti di maggioranza si impegnano a “ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo Italia e Francia”, riabilitando l’analisi costi e benefici. Di fatto il governo prende tempo. Secondo La Stampa questo ‘prendere tempo’ costerebbe all’Italia circa 300 milioni di finanziamenti. 

Il motivo è che, spiega Pagella Politica che per AGI ha curato lo speciale sulla Tav, la sezione transfrontaliera della Tav ha un costo certificato di 8,6 miliardi di euro (in valuta 2012), o 9,6 miliardi di euro (rivalutazione del Cipe nel 2017, tenendo conto del possibile aumento dell’inflazione). 

Di questi soldi, 57,9 per cento sono a carico dell’Italia, 42,1 per cento della Francia. Vanno però considerati i contributi dell’Unione europea, che sono il 50 per cento per gli studi e il 40 per cento per i lavori.  Dal 2000 al 2015, l’Ue ha erogato finanziamenti a fondo perduto per un valore di circa 414 milioni di euro.

Tra il 2015 e il 2019, è previsto sempre dall’Ue un finanziamento per la sezione transfrontaliera di 813,7 milioni di euro: i beneficiari sono sia Francia che Italia, che hanno sottoscritto l’accordo con INEA (Innovation and Networks Executive Agency) della Commissione europea (qui il testo integrale).

Il 19 febbraio, Telt – società promotrice per la realizzazione della sezione transfrontaliera – ha pubblicato un comunicato stampa in cui dice che il consiglio di amminsitrazione ha deciso “un breve rinvio sulla pubblicazione dei bandi di gara”. Telt aggiunge anche che “nel corso del consiglio il rappresentante della Commissione Europea ha reso nota una comunicazione ufficiale di INEA (Innovation and Networks Executive Agency) che indica come condizione per la conferma dell’intera contribuzione di 813 milioni di euro la tempestiva pubblicazione dei bandi, mentre in caso contrario verrà applicata una riduzione di 300 milioni”.

Per approfondimenti: Tav, la verità dei fatti 

Agi

Quanto costerebbe la revoca della concessione ad Autostrade? 

Di Maio è convinto: "Ci sono tutte le motivazioni per non pagare penali". Ma al momento pare assai difficile revocare la concessione per la gestione delle autostrade ad Autostrade per l'Italia, se non sborsando una cifra enorme. Almeno 20 miliardi. Questo almeno è quello che prevede il contratto. Tecnicamente, va detto, la revoca è possibile. Ma Anas dovrebbe pagare ad Autostrade per l’Italia un risarcimento pari ad un "importo corrispondente al valore attuale netto dei ricavi della gestione, prevedibile dalla data del provvedimento di recesso, revoca o risoluzione del rapporto, sino a scadenza della concessione, al netto dei relativi oneri, investimenti e imposte nel medesimo periodo", con una serie di decurtazioni (qui il contratto consultabile sul sito del Governo).

Al calcolo di circa 20 miliardi si arriva tenendo presente gli utili di Autostrade per l'Italia nell'ultimo anno: circa un miliardo, 968 milioni. Questa cifra deve essere che moltiplicato per gli anni di durata della concessione, che scade il 31 dicembre 2038, quindi 20 anni. È la cifra più attendibile al momento, una cifra non troppo distante da quella che l'Italia impiega in un'intera finanziaria, davvero difficile da sostenere quindi, anche di fronte a 'grave colpa' dimostrata della società.

Il ministro dello Sviluppo e del Lavoro a Radio 24 ha ribadito che: "Di fronte a 40 morti non ci sono clausole che tengano". Eppure le clausole ci sono e prevedono che il concessionario, Autostrade, "avrà diritto, nel rispetto del principio dell'affidamento ad un indennizzo/risarcimento a carico del concedente (Anas), in ogni caso di recesso, revoca, risoluzione, anche per inadempimento del concedente e/o comunque cessazione anticipata del rapporto di convenzione pur indotto da atti e/o fatti estranei alla volontà del concedente, anche di natura straordinaria o imprevedibile" (Corriere della Sera). 

Per questo Atlantia, azionista di maggioranza di Autostrada per l'Italia, spiega che anche in caso di revoca, spetta ad Autostrade il riconoscimento del valore residuo della concessione "dedotte le eventuali penali se ed in quanto applicabili". Un ritorno shock in borsa per la società, visto che il titolo, dopo l'ipotesi di revoca, è crollato del 23,73%, perdendo poco meno di un quarto del suo valore.

Se la revoca è difficile, la dimostrazione delle gravi inadempienza però è possibile. I fatti di Genova hanno solo peggiorato la situazione di Autostrade per l’Italia, ma, ricorda Il Sole 24 Ore, è solo "l’ultimo di una serie di episodi perlomeno controversi: il crollo di un cavalcavia dell’A14 l’8 marzo 2017 e di alcune pensiline di caselli e portali segnaletici intorno al 2010, il sequestro per alcuni mesi nel 2014 di un altro cavalcavia a rischio, denunce pendenti presso varie Procure su altre opere con possibili prolemi strutturali, la sentenza del 10 aprile scorso sulla contraffazione del brevetto del controllo della velocità Tutor e il processo di Avellino per la morte di 40 persone su un bus precipitato dal viadotto Acqualonga della A16 il 28 luglio 2013"

Agi News

Quanto pesano i colossi di Internet sull’economia globale? Un report

Le aziende tecnologiche stanno diventando una parte sempre più rilevante dell’economia statunitense. Ad aprile raccoglievano il 25 per cento della capitalizzazione di mercato. E sono responsabili anche di una fetta crescente della spesa in ricerca e sviluppo. Tutto ciò in un quadro in cui la velocità con cui le nuove tecnologie soppiantano sistemi precedenti è sempre più alta. In cui più della metà della popolazione mondiale ha un accesso a internet.

E in cui è attesa una rivoluzione nel mercato del lavoro, con molte aziende che si butteranno su soluzioni basate su intelligenza artificiale, agganciandosi ai servizi offerti da colossi come Amazon​ e Google. E con i lavoratori che dovranno potersi aggiornare in continuazione. A guidare, anzi, a dominare, il settore della AI (Artificial Intelligence) sono Stati Uniti e Cina; con la Repubblica popolare che negli ultimi anni ha scalato posizioni per la quantità di aziende tech.  

È questo lo scenario delineato dal rapporto Internet Trends, redatto come ogni anno dall’autorevole analista finanziaria e venture capitalist Mary Meeker, e considerato un punto di riferimento da investitori e dirigenti della SIlicon Valley. Una relazione ricca di dati che vanno ovviamente contestualizzati. In cui si respira anche una preoccupazione per l’altolà alla corsa dei giganti tech sulla privacy arrivato da consumatori e regolatori, in primis l’Europa.

Calano le vendite di smartphone, aumenta il tempo online 

Colpisce poi il calo nella corsa degli smartphone. Il 2017 è stato il primo anno in cui le vendite di telefoni intelligenti non sono cresciute. Anche il prezzo medio dei dispositivi è in diminuzione, grazie alla spinta dei mercati emergenti, e malgrado il rilascio delle costose corazzate targate iPhone e Samsung Galaxy Notes. Cala anche la crescita degli utenti internet globali, che è stata del 7 per cento contro il 12 dell’anno precedente.

E tuttavia, aumenta il tempo delle persone passato online. Negli Stati Uniti gli adulti hanno passato 5,9 ore al giorno su media digitali, contro le 5,6 del 2016. Di queste, 3,3 ore sono trascorse su dispositivi mobili, responsabili della crescita complessiva del consumo di media digitali. 

La gente sta tanto online, ci sta su smartphone e tablet, e compra sempre di più online, facendo pagamenti da mobile. Infatti un’altra tendenza, che emerge dalle molte slide dell’analista, è la crescita dei pagamenti mobili. Che stanno diventando sempre più semplici. Qui a guidare l’avanzata è la Cina, con oltre 500 milioni di utenti di mobile payment nel 2017.

Cresce anche l’ecommerce a discapito delle vendite in negozi fisici. Il 13 per cento delle vendite al dettaglio viene dall’ecommerce contro il 5 per cento di dieci anni fa. Amazon si prende la fetta più grande della torta con il 28 per cento. Il colosso di Seattle va forte anche con i suoi dispositivi Echo, malgrado le recenti preoccupazioni per la privacy: ha piazzato 30 milioni di altoparlanti intelligenti nelle case, contro i 10 milioni della fine del 2016. 

E ancora. Più del 50 per cento della popolazione mondiale, 3,6 miliardi, ha un qualche accesso a internet. Il Wifi è cresciuto parecchio, ci sono 450 milioni di reti Wifi nel mondo, contro i 100 milioni di cinque anni fa. E gli utenti passano il tempo da mobile a vedere video e chattare. Le tre maggiori piattaforme di messaggistica – Whatsapp, Facebook Messenger e WeChat – raccolgono ognuna più di 1 miliardo di utenti attivi al mese

Agi News

Di quanto sono più bassi gli stipendi delle donne rispetto a quelli degli uomini

Nel mondo le donne guadagnano in media il 23% in meno degli uomini. Lo affermano le Nazioni Unite, secondo cui si è difronte al "più grande furto della storia". Per ogni dollaro guadagnato da un uomo, una donna guadagna in media 77 centesimi e – sottolinea la consigliera delle Nazioni Unite Anuradha Seth – non vi è "un solo Paese né un solo settore in cui le donne abbiano gli stessi stipendi degli uomini".

Notevoli comunque, le differenze tra paesi: tra i membri dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), vi sono paesi con una differenza del 5% come Italia e Lussemburgo e altri con un gap del 36% come la Corea del Sud. Secondo l'Eurostat (che calcola il divario retributivo di genere sulla base della differenza del salario medio lordo), nell'Unione europea le donne in media guadagnano circa il 16% in meno degli uomini. Il "gender pay gap" era nel 2015 del 16,3% nella Ue a 28 stati e del 5,5% in Italia, in riduzione dal 7% del 2013 e dal 6,1% del 2014.

Leggi anche: "La parità salariale fra uomini e donne imposta per legge funziona". In Islanda

Nel nostro Paese si rileva la percentuale più bassa d'Europa insieme a quella del Lussemburgo. Ma gli aspetti da considerare nel divario salariale sono molti: dalla mancata remunerazione del lavoro domestico, alla minore partecipazione al mercato del lavoro, al livello delle qualifiche. Le lavoratrici hanno meno ore retribuite, operano in settori a basso reddito, sono meno rappresentate nei livelli apicali delle aziende. E ricevono in media salari più bassi rispetto ai colleghi maschi per fare esattamente lo stesso lavoro. La differenza salariale si amplia generalmente in relazione all'età e alla presenza di figli: con ogni nascita le donne perdono in media il 4% del loro stipendio rispetto a un uomo; per il padre il reddito aumenta invece di circa il 6%. Ciò dimostra, secondo Seth, che buona parte del problema è il lavoro familiare non retribuito che le donne continuano a svolgere in modo sproporzionato.

Secondo i dati dell'Organizzazione internazionale del lavoro riferiti al 2015, il 76,1% degli uomini in età lavorativa fa parte della popolazione attiva, contro il 49,6% delle donne. Al ritmo attuale, avverte l'Onu, ci vorranno più di 70 anni per porre fine al divario salariale tra uomini e donne.

 

Agi News

Quanto (e per cosa) spenderanno gli italiani per il cenone?

Per il cenone di fine anno saranno destinati alla tavola 88 euro in media a famiglia, con un aumento del 10% rispetto allo scorso anno. È quanto emerge da una indagine Coldiretti/Ixè in vista del Capodanno, per il quale si prevede che quasi due italiani su tre (64%) consumeranno nelle case, proprie o di parenti e amici, il cenone di fine anno mentre gli altri si divideranno tra ristoranti, trattorie, pizzerie, pub e agriturismi. Lo spumante si conferma come il prodotto immancabile per nove italiani su dieci (90%), ma è sorprendentemente seguito a ruota dalle lenticchie, presenti nell'86% dei menu che beneficiano delle tendenze salutistiche, della solidarietà con le aree terremotate dove vengono coltivate e forse anche perché sono chiamate a portar fortuna secondo antiche credenze.

La novità di quest'anno è l'arrivo in tavola dei cosiddetti 'superfood' ai quali sono associate specifiche proprietà salutistiche. Più di un italiano su quattro (il 26%) li porterà in tavola con un positiva tendenza a riscoprire quelli della "nonna", dalle noci al farro, dalle visciole alla roveja rispetto a cibi di diventati di gran moda in Italia, dallo zenzero alle bacche di goji, che provengono in gran parte dalla Cina, che è ai vertici per gli allarmi sanitari.

Ostriche e caviale? Meglio il cotechino

Il 62% degli italiani – continua la Coldiretti – assaggerà il salmone arrivato dall'estero, appena l'11% si permetterà le ostriche e la stessa percentuale il caviale, spesso di produzione nazionale, ma predominante è la presenza del pesce locale a partire da vongole e alici per le quali si assiste ad una vera riscossa sulle tavole. Tiene il cotechino nel 69% delle tavole. Si stima che siano serviti 6 milioni di chili di cotechini e zamponi, con una netta preferenza per i primi. Durante le festività di fine anno finisce in tavola circa il 90 per cento del totale della produzione nazionale che è in gran parte certificata come Cotechino e Zampone di Modena Igp, riconoscibili dal caratteristico logo a cerchi concentrici gialli e blu con stelline dell'Unione Europea, ma si rileva anche una apprezzabile richiesta per cotechini e zamponi artigianali, magari acquistati direttamente dagli allevatori, in azienda, nei mercati o nelle botteghe di Campagna Amica, dove la componente di carne italiana è pari al cento per cento. ll rinnovato interesse per questi pregiati prodotti della salumeria "Made in Italy" è accompagnato dalla presenza delle lenticchie. Tra le più note quelle del Castelluccio di Norcia Igp, ma anche quelle inserite nell'elenco delle specialità tradizionali nazionali come le lenticchie di S.Stefano di Sessanio (Abruzzo), di Valle agricola (Campania), di Onano, Rascino e Ventotene (Lazio), Molisane (Molise), di Altamura (Puglia), di Villalba, Leonforte, Ustica e Pantelleria (Sicilia) o umbre quali ad esempio quelle di Colfiorito.

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Quanto guadagna un fattorino di Deliveroo? Secondo l’azienda i rider sono felici

Si chiama gig economy; il nome può sembrare carino, addirittura quasi accattivante. Ma nella realtà non è altro che 'economia del lavoretto'. Una cosa che, nelle intenzioni di chi se l'è inventata, dovrebbe essere la sintesi stessa del lavoro temporaneo, ma che, in tempo di crisi, è diventato ripiego a medio termine di chi deve sbarcare il lunario. E che alla fine non si è più sentito nè tanto carino nè tanto temporaneo e ha cominciato a organizzarsi. E a protestare.

Fino al flash mob di venerdì sera davanti al quartier generale di Deliveroo – quelli in bicicletta con lo scatolone sulla schiena che consegnano cibo a domicilio, per intenderci –  in via Ettore Ponti a Milano. Come già successo a Londra nell'agosto 2016, i lavoratori, indossando 'maschere senza volto', hanno esposto striscioni con la scritta "siamo lavoratori, non schiavi".

Perché protestano

Al centro della protesta, la decisione della multinazionale londinese di abolire il salario minimo di 5,60 euro l'ora pagato ai fattorini che, "senza garanzie e tutele", effettuano le consegne di cibo. Il 31 dicembre i contratti scadranno e i 'riders', come si chiamano i pedalatori, temono sull'introduzione del cottimo

Come si racconta Deliveroo

La protesta è arrivata come una doccia fredda per la società leader del mercato globale del food delivery che opera oggi in 12 Paesi, lavora con oltre 35mila ristoranti partner e ha generato oltre un miliardo di euro di ricavi per il settore della ristorazione tra giugno 2016 e giugno 2017. In Italia – stando ai dati dell'azienda – questa crescita ha prodotto oltre 20 milioni di euro di aumento dei ricavi per i ristoranti e i loro fornitori. In Italia Deliveroo nell'ultimo anno è cresciuta rapidamente, e oggi conta su oltre 1.900 ristoranti partner nelle 10 città in cui opera. Con la sua attività, afferma Deliveroo, "sta attirando importanti investimenti e cresce rapidamente. Se in Italia continuasse per due anni a crescere ai ritmi dei ristoranti partner nel mondo tra giugno 2016 e giugno 2017, creerebbe circa 5mila opportunità di lavoro, 67 milioni di euro di valore aggiunto lordo per l'economia italiana e 5,5 milioni di euro sarebbero pagati al Fisco italiano"

Nel mondo

  • 12 Paesi
  • 35mila ristoranti
  • 1 miliardo di euro di ricavi
  • 20 milioni di aumento di ricavi per i partner e i fornitori

In Italia

  • 1.900 ristoranti partner
  • 11 città
  • 1.300 rider
  • In media in Italia un rider guadagna 9.60 euro lordi per ogni ora di lavoro

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Come reagisce alla protesta

"In un recente sondaggio, il 90% dei rider Deliveroo si dice soddisfatto del lavoro che svolge" scrive l'azienda in una nota, "Per questo sappiamo che questo gruppo (di manifestanti, ndr) non rappresenta il punto di vista della grande maggioranza dei rider che lavorano con Deliveroo in Italia. Nello stesso sondaggio il 90% dei rider ha affermato di apprezzare la flessibilità che offre il lavoro con Deliveroo e il 93% ha detto che consiglierebbe questo lavoro ad un amico. I rider apprezzano anche le condizioni economiche".

​Che cosa è la gig economy. E come funziona

A febbraio scorso con Deliveroo, collaboravano più di 700 rider – la maggior parte under 30 – che venivano pagati tra i 7 e gli 8 euro lordi l'ora (la variazione dipende dalla città in cui si lavora). Chi usa la bicicletta riceve 1-1,5 euro in più a consegna, mentre chi lavora con lo scooter ha un rimborso per la benzina.

Foodora opera in 4 città (Milano, Torino, Roma e Firenze) attraverso la collaborazione di circa 900 rider, tutti – sottolinea la società – regolarmente contrattualizzati, che hanno in media 23/24 anni. "Sono loro a decidere quando dare la disponibilità, proprio in modo da integrare questo lavoro con loro occupazione primaria, solitamente lo studio. E per questo sono loro stessi a richiedere una buona flessibilità, per esempio durante le sessioni di esami. I rider possano decidere in totale autonomia se e quando lavorare, indicando la loro disponibilità nelle diverse fasce orarie, e hanno anche la facoltà di non presentarsi per effettuare la consegna, anche all’ultimo momento e senza obblighi ulteriori", spiegava all'Agi Foodora. 

La società ha scelto di stipulare con i propri rider regolari contratti di collaborazione, piuttosto che pagare con ritenuta d'acconto o partita iva: "ciò vuol dire che Foodora paga regolarmente i contributi Inps e Inail previsti dal contratto, oltre ad offrire un’assicurazione integrativa per i danni a terzi e l’accesso alle convenzioni con le ciclofficine per la manutenzione del mezzo". Il compenso offerto ai rider di Foodora è di 4 euro a consegna. Mediamente vengono effettuate due consegne l’ora, quindi un rider di Foodora riceve un compenso medio di 8 euro lordi/ora (7,20 euro netti). 

Just Eat ha un modello di business differente rispetto alle altre realtà del comparto perché agisce da intermediario tra ristoranti e consumatori. La consegna è affidata direttamente ai locali affiliati che hanno già un servizio proprietario di consegna a domicilio e che gestiscono la flotta dei propri rider in totale autonomia sotto ogni aspetto. Le tariffe orarie dei partner di Just Eat variano tra gli 8 e gli 11 euro, prevedono un bonus per il lavoro nei giorni festivi e in presenza di maltempo e agevolazioni economiche sulla manutenzione delle biciclette/scooter. In alcune città italiane è attivo poi il servizio JUST EAT Delivery, che consente ai ristoranti che non hanno un servizio di consegne proprietario di affidarsi a JUST EAT anche per il trasporto. 

Agi News