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Quanto costa mangiare bio

Per anni punto di riferimento dei romani che vogliono mangiare biologico, il “Canestro” abbassa – per sempre – le serrande dell’ultimo dei suoi tre punti vendita. Il sito internet è inaccessibile, la pagina Facebook chiusa. Difficile parlare con un responsabile, ma i motivi della chiusura sono facilmente intuibili. Gli ormai ex dipendenti attribuiscono la colpa del calo dei clienti alla concorrenza e alla vendita online. Le recensioni in rete sono in parte positive e in parte negative, ma quasi tutti i clienti concordano su un punto: i prezzi sono troppo alti.

Quanto costa mangiare biologico e sostenibile? Proviamo a fare due conti. Un pacco di pasta da NaturaSì, oggi la più diffusa catena di prodotti biologici in Italia, ha un prezzo che oscilla da 1,20 euro fino a quasi 5, a seconda della marca e del grano o cereale utilizzato. Un costo più elevato rispetto all’offerta dei marchi tradizionali. Un mix di verdure da circa 4,5 kg contenente patata gialla novella, melanzane, zucchine, fagiolini, peperoni, cipolla rossa costa intorno ai 20 euro. Circa 250 grammi di tranci di tonno surgelato costano all’incirca 8,50, qualche decina di centesimi in meno rispetto a quelli che si trovano nei negozi non bio. Gli hamburger freschi si portano a casa con 18/19 euro contro i 16/17 euro delle catene di supermercati.

Secondo una stima per un menù vegetariano biologico la spesa a persona si aggira intorno ai 5-6 euro, con pesce e carne il costo sale di qualche euro a seconda del prodotto. La conclusione, dunque, è che sì, a una prima occhiata, tendenzialmente mangiare bio è più costoso. Di un 15% circa, secondo diversi studi.

Ma quali sono i motivi? “Il prezzo allo scaffale del bio è più alto perché il costo di produzione di un prodotto bio vero è superiore al costo di produzione di un prodotto convenzionale”, spiega all’Agi Fabio Brescacin, presidente di NaturaSì. “Le produzioni sono minori, non potendo usare la concimazione chimica, i rischi sono maggiori non potendo usare insetticidi e anticrittogamici consentiti nell’agricoltura convenzionale e avendo a disposizione prodotti naturali che hanno un effetto più ridotto”. Non solo: “L’azienda biologica al posto della monocultura – che semplifica i processi produttivi e riduce i costi di produzione – effettua le rotazioni colturali e utilizza maggiore manodopera soprattutto per il controllo delle erbe infestanti”.

Un impegno che però alla lunga paga. “In Italia i negozi specializzati biologici sono circa mille”, spiega Brescacin che aggiunge: “Al momento non stanno aumentando. Il settore cresce, soprattutto per l’inserimento di prodotti biologici nella Grande Distribuzione, di conseguenza aumentano i clienti che acquistano bio”.

Quanto al prezzo – osserva ancora il presidente del gruppo – “secondo un calcolo fatto dall’inglese Soil Association il costo sanitario ambientale e sociale del prodotto convenzionale è il doppio di quello che viene fatto pagare ai consumatori. Questo significa che il prezzo non pagato dal consumatore allo scaffale comporta un costo sanitario ambientale e sociale che viene riversato sulla terra e le generazioni future. Quindi se parliamo del vero costo del prodotto, il prodotto bio ha un costo globale molto inferiore rispetto al prodotto convenzionale”. 

Ci possiamo fidare della dicitura bio? “Un prodotto biologico – spiega Federbio – sia che provenga da coltivazioni, allevamento o trasformazione, porta con sé la garanzia del controllo e della certificazione di organismi espressamente autorizzati per l’Italia dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali. Come previsto dalla normativa europea, la certificazione biologica copre tutti i livelli della filiera produttiva”.

A tutela del consumatore – continua – “non solo chi produce, ma anche chiunque venda prodotti marchiati come biologici (freschi o trasformati, in campagna, all’ingrosso o al dettaglio), infatti, deve essere sottoposto al controllo, con ispezioni in loco. Ogni organismo ha un proprio codice che viene riportato sull’etichetta del prodotto insieme al logo biologico dell’Unione europea. Le regole in materia di etichettatura e uso del logo sono rigorose, per difendere i consumatori da confusioni con altro tipo di coltivazioni di denominazione fantasiosa quali “agricoltura ecologica”, “naturale”, “pulita” (per cui mancano sia criteri per la denominazione che il minimo quadro di controllo)”.

 

Agi

Come funziona e quanto costa un soccorso sull’Himalaya

Francesco Cassardo, l’alpinista torinese rimasto ferito mentre scendeva il Gasherbrum VII, in Pakistan, è in ospedale, ha qualche costola rotta ma nel complesso sta bene. La sua avventura sarebbe finita molto male se non fosse stato per l’aiuto del suo compagno di cordata – Cala Cimenti – e per i soccorsi tempestivi in un Paese molto complesso.

Ne è convinto Michele Cucchi, tecnico soccorso alpino e guida alpina di Alagna Valsesia, esperto di soccorso in aree extra-europee. “Sulle Alpi, siano esse italiane, svizzere, austriache, abbiamo un livello di servizio mostruosamente alto che ormai diamo per scontato”, ha commentato Cucchi all’Agi. “Ci si rompe una caviglia e nel giro di un’ora si è nel migliore ospedale del Nord Italia, grazie a un elitrasporto che costa migliaia di euro. E spesso chi viene soccorso non pronuncia nemmeno un grazie, tanta è l’assuefazione da servizi di alto livello. Ma nel resto del mondo, in Asia non è così. Quando si parte per una spedizione internazionale bisogna considerare non solo la complessità della vetta, ma anche il Paese e il livello di soccorsi”.

Ogni Paese le cui vette fanno parte della catena Himalayana – Cina, Nepal, Pakistan e India – “è a sé, ha le sue caratteristiche e le sue problematiche. In Cina, ad esempio – spiega Cucchi –  è tutto molto controllato, chiuso, militarizzato. Dei soccorsi in alta quota si occupa il governo e le skill che hanno i soccorritori sono quasi ridicole”.

In India, invece, “esiste l’aviazione civile, così come i gruppi di civili radunati in club, come quelli alpini per intenderci. Ma si tratta di soccorritori ancora poco preparati. Buona la preparazione dei gruppi di militari specializzati in soccorso in montagna. I cieli, invece, sono gestiti dall’esercito perché i confini tra India e Pakistan sono ad altissima tensione”.

Tra tutti, il Nepal è il Paese più preparato nel soccorso in alta quota. “Perlopiù è gestito a terra dagli sherpa assoldati per le spedizioni, che sono diventati molto bravi in alta quota e vantano un’esperienza molto importante. Nei cieli, invece, il soccorso è gestito principalmente dai militari ma da alcuni anni le rotte aeree sono state aperte anche ad aziende elicotteristiche civili. Sono stati molto furbi: per sviluppare questo business – perché lo è – hanno assunto piloti occidentali in grado di andare molto in alto. E negli ultimi anni sono sempre di più i piloti nepalesi che acquisiscono tecnica ed esperienza per andare molto in alto (dai 5 mila metri in su)”.

Il Pakistan, prosegue la guida, è “un discorso a parte. Sulle vette del Paese, tra le quali domina il K2, salgono qualche centinaio di scalatori in ogni stagione, contro le migliaia del Nepal”. I motivi sono diversi ma soprattutto “ce n’è uno politico: la percezione che gli occidentali hanno del Pakistan è di un Paese instabile. Si è quindi più restii a esplorare quelle vette. A ciò si aggiungono montagne più selvagge e una logistica più complessa e impegnativa”.

Quanto ai soccorsi, “se ne occupano gruppi di “portatori d’alta quota”: persone in grado di salire con una spedizione internazionale fino a 8.000 metri. Anche qui il rapporto è di 10 a 100: ce ne sono centinaia contro le migliaia del Nepal”. Pochi portatori, dunque, e molto poco preparati a livello tecnico”. Del soccorso aereo se ne occupa invece “Askari Aviation: un distaccamento dell’aviazione militare in cui lavorano piloti con anni di carriera”.

Ma quanto costa un salvataggio?

Dipende da molti fattori, spiega Michele Cucchi. “I costi di un’assicurazione oscillano anche di molto a seconda del Paese, del tipo di soccorso, del tempo impiegato, della visibilità che rallenta le operazioni”.

Le assicurazioni – spiega e raccomanda la guida italiana – vanno stipulate sempre. In tutti questi posti ci sono moltissime agenzie specializzate che sbrigano le pratiche. Il rischio di non farle è quello di dover pagare tutto di tasca propria o – come nel caso del Pakistan – di non ricevere affatto un servizio di soccorso”.

La spesa non è trascurabile: “In Nepal il costo medio è di 12 mila dollari per un soccorso di routine: sono al campo 2 dell’Everest e devo essere evacuato a causa del mal di montagna acuto. Se non sono al campo 2 e l’elicottero impiega due giorni per trovarmi il pezzo sale”.

In Pakistan i costi sono altissimi, almeno il doppio: “Si parte da 20 mila dollari per un servizio base e si sale di decine e decine di migliaia di dollari per un soccorso più complesso. In più, i piloti prima di partire per un’operazione di soccorso si accertano che la persona da salvare abbia stipulato un’assicurazione altrimenti non decollano”.

Senza gli elicotteri “per trasportare una persona che non cammina all’ospedale più vicino ci si impiegherebbe una settimana”. Nel caso di Cassardo, “trasportarlo giù da 6.000 metri sarebbe stata un’impresa epica, durata 5 giorni, con tutti i rischi che questo comporta”.

In linea generale – conclude Cucchi – “chi va a fare spedizioni dovrebbe avere una preparazione tecnica molto alta per cavarsela da solo finché può. E poi sarebbe auspicabile che parte del lavoro di cooperazione internazionale sia rivolto alla formazione tecnica di persone del posto e all’apertura al turismo internazionale per permettere loro di rimanere sulla montagna”.

Agi

Come è messa l’Italia quanto a emissioni di gas-serra. Un rapporto

Seppure con differenze tra gli Stati membri, l’Unione europea è riuscita a ridurre del 20% le emissioni di gas serra che però nel mondo sono complessivamente cresciute del 57,5%. È uno dei dati del dossier di AGI/Openpolis “Clima e ambiente 2020” che scatta una fotografia sugli obiettivi energetici che l’Europa si è prefissa di raggiungere entro il 2020 per contribuire ad arginare il cambiamento climatico. Uno sforzo in cui l’Italia è indietro (anche se ha fatto progressi) mentre altri Paesi europei, come Malta, invece di ridurre le emissioni le hanno aumentate privilegiando la crescita del Pil, che si è irrobustita.

L’Unione Europea ha raggiunto l’obiettivo sulla riduzione dei gas serra

DESCRIZIONE: L’obiettivo della strategia Europa 2020 sulla riduzione dei gas serra del 20% è stato raggiunto, dall’Unione Europea nel suo complesso, nel 2014.

DA SAPERE: L’indice per le emissioni di gas a effetto serra fa riferimento al protocollo di Kyoto e considera come base di partenza che le emissioni di ogni paese, nel 1990, siano pari a 100.

 

L’Europa

L’Europa ha cercato di ridurre le emissioni di gas serra del 20% rispetto ai livelli del 1990. L’obiettivo è stato raggiunto – dall’Unione nel suo complesso – nel 2014, quando le emissioni sono diminuite del 22,48% (21,66% nel 2017) rispetto al ’90. Ma le differenze tra i vari Stati membri sono significative. Soltanto 15 hanno realmente raggiunto l’obiettivo. In alcune aree le emissioni sono come detto persino aumentate: Austria, Malta, Irlanda, Spagna, Portogallo e Cipro.

L’Italia, insieme alla Francia, non ha ancora raggiunto il risultato sperato e voluto: dal 1990 al 2017 le emissioni di gas serra sono diminuite del 15,92%. Il Regno Unito le ha abbassate del 37,6%. Questo dato può essere inquadrato nel processo degli ultimi decenni che ha visto i Paesi più avanzati passare da un’economia industriale ad una basata prevalentemente sul terziario avanzato. Da segnalare che la Gran Bretagna ha recentemente annunciato l’ambizioso obiettivo di eliminare completamente le emissioni di gas serra entro il 2050.

I 6 Paesi con le minori emissioni di gas serra appartengono tutti all’Europa dell’Est: Lituania, Lettonia, Romania, Estonia e Slovacchia. Andando poi a considerare il dato rispetto alla popolazione, è il Lussemburgo il Paese con le maggiori emissioni pro capite (nel 2016). Lussemburgo che è allo stesso tempo il Paese che ha ridotto maggiormente le emissioni pro capite tra il 2005 e il 2016, seguito da Regno Unito, Irlanda, Grecia, Danimarca e Belgio.

 

Il resto del mondo

Peggiore è la situazione nel resto del mondo dove le emissioni di CO2 risultanti dalla combustione dei carburanti tra il 1990 e il 2015 sono aumentate del 57,5%. A contribuire a questa crescita sono stati soprattutto i paesi emergenti, come la Cina.

Aumentano le emissioni di CO2 nel mondo

DESCRIZIONE: A partire dagli anni ’90 sono diminuite le emissioni di CO2 in Unione Europea, mentre nel resto del mondo sono aumentate.

DA SAPERE: Il dato considera le emissioni di CO2 derivanti dalla combustione dal 1990 al 2015.

Andando ad analizzare le emissioni di CO2 per la combustione di carburanti a livello pro capite emerge che una persona negli Stati Uniti produce mediamente oltre il doppio delle emissioni rispetto a una persona dell’Unione Europea. In entrambi i casi le emissioni pro capite sono diminuite rispetto al 1990, ma non è così ovunque: il dato è peggiorato in molti Paesi in via di sviluppo, come India, Indonesia, Brasile e Cina, ma anche in Arabia Saudita, Corea del Sud e, seppur di poco, in Canada e in Giappone.

 

La Svezia supera il 50% di energie rinnovabili

DESCRIZIONE: Il paese più virtuoso è sicuramente la Svezia, che arriva ben al 54,5% di fonti di energia rinnovabile. Seguono la Finlandia (41%) e la Lettonia (39%).

DA SAPERE: Il dato indica la quota di energia rinnovabile sul consumo finale di energia.

 

L’Italia

Quadro a luci e ombre per l’Italia. Sul fronte delle emissioni, il nostro Paese non ha ancora raggiunto l’obiettivo. Dal 1990 al 2017 le emissioni di gas serra sono diminuite ‘solo’ del 15,92%. Nel nostro Paese, spiega il rapporto Agi-Openpolis, le emissioni di gas serra sono costantemente aumentate dalla seconda metà degli anni ’90 fino al 2005. Analogamente, rispetto a quanto avvenuto nel resto dell’Unione, a seguito della crisi economica c’è stato un crollo nelle emissioni, seguito da una lieve risalita nel 2010.

Successivamente il dato è sceso in maniera costante fino al 2014. Nel 2015 la nostra performance è leggermente peggiorata, e nel 2016 non avevamo ancora raggiunto il nostro livello più basso di emissioni, registrato nel 2014. Rispetto ai paesi Ue membri del G7, siamo lo Stato che ha diminuito maggiormente il livello di emissioni a partire dal 2008. Tuttavia, né noi, né la Francia, abbiamo raggiunto l’obiettivo che prevedeva una riduzione delle emissioni del 20%.

L’Italia non ha ancora raggiunto l’obiettivo UE sulle emissioni di gas serra

DESCRIZIONE: I paesi più virtuosi appartengono all’Europa dell’est. In Austria, Malta, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro, al contrario, le emissioni sono addirittura aumentate.

DA SAPERE: L’indice per le emissioni di gas a effetto serra fa riferimento al protocollo di Kyoto e considera come base di partenza che le emissioni di ogni paese, nel 1990, siano pari a 100.

 

Per quanto riguarda le rinnovabili (leggi in basso), l’obiettivo di Europa 2020 prevede che entro il 2020 la quota di energia prodotta da tali fonti sul consumo totale di energia arrivi al 20%. L’Unione è riuscita a raddoppiare questa percentuale rispetto al 2004 (8,53%) ma nel 2017 ancora non ha raggiunto l’obiettivo, essendosi fermata al 17,52%. Anche l’Italia non raggiunge l’obiettivo, ma supera di quasi un punto percentuale la media Ue: 18,27% la percentuale nel 2017.

 

Rispetto al 2014, in Italia aumentano le emissioni di gas serra

DESCRIZIONE: Il nostro paese è sistematicamente riuscito a diminuire le emissioni di gas serra a partire dal 2011 fino al 2014. Tuttavia, nel 2015 la nostra performance è leggermente peggiorata.

DA SAPERE: L’indice per le emissioni di gas a effetto serra fa riferimento al protocollo di Kyoto e considera come base di partenza che le emissioni di ogni paese, nel 1990, siano pari a 100.

 

Tra i paesi del Ue del G7 è l’Italia, in termini assoluti, la più virtuosa, ed è l’unica ad aver raggiunto il proprio target. C’è da ricordare tuttavia che per facilitare il percorso verso gli obiettivi di Europa 2020, i target generali sono stati tradotti da ogni paese Ue in target nazionali. In Italia il ricorso alle energie rinnovabili è molto aumentato tra il 2011 e il 2012, raggiungendo l’obiettivo nazionale, pari a una quota del 17% già nel 2014.

L’Italia è tra i paesi Ue del G7 che hanno diminuito maggiormente le emissioni di gas serra

DESCRIZIONE: Tutti i paesi Ue appartenenti al G7 hanno diminuito le proprie emissioni di gas serra rispetto al 2008. È Regno Unito ad avere, al 2017, il livello di emissioni più basso.

DA SAPERE: L’indice per le emissioni di gas a effetto serra fa riferimento al protocollo di Kyoto e considera come base di partenza che le emissioni di ogni paese, nel 1990, siano pari a 100.

 

Rinnovabili

Sul fronte delle rinnovabili l’Unione è riuscita a raddoppiare la percentuale di energia verde rispetto al 2004 (8,53%) ma nel 2017 ancora non ha raggiunto l’obiettivo, essendosi fermata al 17,52%.

L’aumento della quota di rinnovabili è dovuto soprattutto agli sviluppi tecnologici e all’abbassamento dei costi dei sistemi di produzione. Le misure politiche che più hanno incentivato il settore sono state sovvenzioni, crediti d’imposta e il conto energia, il programma europeo per incentivare la produzione di elettricità da fonte solare.

 

L’Italia è l’unico paese Ue del G7 ad aver raggiunto l’obiettivo sulle rinnovabili

DESCRIZIONE: Tra i paesi del Ue del G7 è l’Italia, in termini assoluti, la più virtuosa, ed è l’unica ad aver raggiunto il proprio obiettivo nazionale.

DA SAPERE: Il dato indica la quota di energia rinnovabile sul consumo finale di energia.

 

La maggior parte dell’energia rinnovabile in Europa proviene da biocarburanti solidi, liquidi e gassosi, che sono utilizzati soprattutto per riscaldamento, produzione di energia elettrica e trasporti. Anche se complessivamente l’obiettivo sulle rinnovabili non è stato raggiunto, tutti i Paesi dell’Unione hanno incrementato la percentuale di rinnovabili tra il 2004 e il 2017 e 15 hanno raddoppiato la loro quota (anche se talvolta partendo da un utilizzo molto basso).

Il Paese più virtuoso è la Svezia, che arriva ben al 54,5% di fonti di energia rinnovabile. Segue, in seconda posizione, un altro Paese del Nord Europa, la Finlandia, con il 41% di rinnovabili, e in terza la Lettonia (39%). Quarto posto per la Danimarca (35%) e quinto per l’Austria (32%).

Agi

Quanto stanno guadagnando i Comuni con la tassa di soggiorno

Quei 2 o 3 euro a notte, che a volte salgono fino a 7, che tocca aggiungere (il più delle volte in contanti) al momento del check-out dall’albergo si chiama imposta di soggiorno. Una tassa che colpisce tutti, sia che si viaggi per lavoro che per piacere. Sia che si soggiorni nella più spartana delle camere, sia che si decida di soggiornare nella suite di un 5 stelle. Non accade proprio in tutta Italia, ma la probabilità di imbattervisi è piuttosto alta: si paga in poco più di mille comuni (il 13% del totale), ma che insieme raccolgono il 75% delle presenze complessive nelle strutture ricettive. Comprende quindi ovviamente tutte le principali città, oltre alle più note località di mare e montagna.

Un gettito da capogiro: 600 milioni di euro ogni anno

Insomma, all’imposta di soggiorno non si sfugge né che si vada per musei a Roma, né al mare a Riccione e neppure in montagna a Cortina d’Ampezzo o a vedere i mosaici di Piazza Armerina, in provincia di Enna. E il gettito d’imposta che va a rimpolpare le casse comunali aumenta ogni anno, con stime da capogiro per il 2019: quest’anno ballano 600 milioni di euro, secondo quanto riferito da Federalberghi. “Sono 997 i comuni italiani che applicano l’imposta di soggiorno e altri 23 la tassa di sbarco”, spiega il presidente della federazione Bernabò Bocca, per un totale quindi di 1.020 località.

Gli ultimi dati certi risalgono al 2017. In testa, in ogni senso, c’è Roma: è la più cara (ora si spendono 7 euro a notte a testa per una camera in un hotel a 5 stelle), e naturalmente anche la più redditizia. Due anni fa il Campidoglio si era visto recapitare 130 milioni di euro.

Staccatissima c’era Milano, che incassava poco più di 45 milioni ogni dodici mesi, seguita da Firenze (33 milioni), Venezia (31) e Rimini (oltre 7 milioni e mezzo) che facevano meglio di città come Napoli, Torino e Bologna. Ma visto che i dati riferiti sono del 2017, quando il totale incassato dai comuni italiani era di 470 milioni, ora che le proiezioni parlano di 600 milioni forse i revisori dei conti comunali potranno allargare ancora un po’ il sorriso.

Come funziona la tassa di soggiorno

La tassa non è obbligatoria, è bene ribadirlo. Ogni comune, insomma, può decidere di introdurla oppure no. Stesso discorso per l’importo: oggi c’è massima libertà decisionale, purché si rispetti il tetto di 5 euro a notte (7 per Roma).

Se pensate che l’imposta di soggiorno sia un’invenzione recente, suggerita da spending review e dalle più recenti difficoltà economiche, vi sbagliate. A livello normativo, infatti, l’obolo dei viaggiatori fece la sua prima comparsa più di un secolo fa. Introdotto con la legge n. 863 dell’11 dicembre 1910, rimase in vigore per quasi tutto il Novecento, venendo abolito solo in occasione dei Mondiali di calcio ospitati in Italia nel 1990 (Decreto Legge 2 marzo 1989, n. 66).

A reintrodurla è stato il D.Lgs. del 14 marzo 2011, n. 23 che, all’articolo 4, stabilisce il diretto dei “capoluoghi di provincia, alle unioni di comuni  nonché  ai comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d’arte” di istituire la tassa, per un massimo di 5 euro a notte.

I relativi ricavi, si legge nel decreto, devono essere “destinato a finanziare interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli  a sostegno delle strutture ricettive, nonché interventi di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali e ambientali locali, nonché dei relativi servizi pubblici locali”.

Le critiche: dove vanno a finire i soldi? E AirBnb che fa?

Non a tutti piace la tassa di soggiorno: se alcuni viaggiatori sorvolano, magari spinti dal relax guadagnato nei giorni di vacanza, Federalberghi attacca: “La tassa viene introdotta quasi sempre senza concertare la destinazione del gettito e senza rendere conto del suo effettivo utilizzo – le parole di Bocca – Qualcuno racconta la storiella dell’imposta di scopo, destinata a finanziare azioni in favore del turismo. In realtà è una tassa sul turismo, il cui unico fine sembra essere quello di tappare i buchi dei bilanci comunali”.

Senza considerare il tema degli affitti brevi tra privati, ad esempio su piattaforme come AirBnb. “È un far west – sostiene il presidente di Federalberghi – La legge ha stabilito che i portali devono riscuotere l’imposta di soggiorno dovuta dai turisti che prenotano e pagano attraverso le piattaforme, ma Airbnb assolve a tale obbligo solo in 18 comuni su 997. Per di più queste amministrazioni, allettate dalla prospettiva di nuovi introiti, si sono rese disponibili a sottoscrivere un accordo capestro, accettando un sistema di rendicontazione sostanzialmente forfettario, che non consente un controllo analitico e induce a domandarsi se non si configurino gli estremi di un danno erariale”.

Agi

Quanto stanno investendo gli Stati Uniti nel 5G?

L’amministrazione Trump ha annunciato venerdì i suoi piani per accelerare l’installazione di reti 5G, compresa la promessa di miliardi di dollari per dare alle aree rurali l’accesso più remoto alle comunicazioni mobili ultraveloci.

“La nuova rete 5G migliorerà la vita degli americani in molti modi”, ha detto alla Casa Bianca il capo della Federal Communications Regulatory Agency (Fcc), Ajit Pai.

La Fcc ha annunciato delle aste per queste nuove reti e ha promesso un fondo da 20,4 miliardi di dollari per dotare, nel decennio, di reti rurali ad alta velocità che, a causa della vastità del territorio degli Stati Uniti, Uniti, hanno ridotto o nessun accesso a Internet.

“Dall’agricoltura di precisione alle reti di trasporto intelligenti alla telemedicina e altro ancora, vogliamo che gli americani siano i primi a trarre vantaggio da questa nuova rivoluzione digitale, proteggendo nel contempo i nostri innovatori e i nostri cittadini. E non vogliamo che gli americani che fanno la campagna restino ai margini”, ha detto Pai.

Con la sua consueta tendenza all’iperbole, il presidente degli Stati Uniti ha detto di volere “il prima possibile il 5G, e anche il 6G”. Non si sa se sia ambizione o la riproposizione del “punto, due punti!” di Totò e Peppino, ma di sicuro Donald Trump si è schierato: “Le nuove reti sono più potente, più veloci e più intelligenti dello standard attuale. Le aziende americane devono intensificare i loro sforzi. Non c’è motivo per cui dovremmo essere in ritardo”.

Non lo dice, ma il “ritardo” è, prima di tutto, nei confronti della Cina. Il 5G, oltre a essere un gigantesco propulsore per l’economia del Paese, è anche l’ennesimo campo di gara con Pechino. Due eccellenti motivi per accelerare.

Le nazioni leader

Sfruttare le potenzialità del 5G vorrebbe dire 391 miliardi di dollari e 1,8 milioni di posti di lavoro in cinque anni. È la stima fatta da Analysis Group in un rapporto della Ctia, l’associazione americana che rappresenta il settore delle comunicazioni wireless. L’indagine certifica il progresso degli Stati Uniti. La Ctia, miscelando diversi parametri (progetti pilota, copertura, infrastrutture, applicazioni) arriva a una classifica dei Paesi meglio piazzati nello sviluppo del 5G. Nel 2017, gli Usa erano al terzo posto, alle spalle di Cina e Corea del Sud. Nella nuova graduatoria (che vede l’Italia al quinto posto, primo tra europei accanto alla Gran Bretagna), ha scavalcato Seul e ha affiancato proprio la Cina. Quarto il Giappone.

Leggi anche: Lo speciale Agi sul 5G

“Il miglioramento nel ranking degli Stati Uniti – afferma il rapporto – è attribuibile agli investimenti significativi dell’industria wireless americana nelle reti 5G e all’azione del governo”. Gli Usa sembrano più pronti nella messa a terra dei servizi. Cioè nella capacità di fornirli a imprese e utenti. La Cina ha invece un “significativo vantaggio infrastrutturale”, con 14 “celle” (le stazioni che coprono un’area) ogni 10.000 abitanti e 5 ogni 10 miglia quadrate. Gli Stati Uniti si fermano rispettivamente a 4,7 e 0,4. L’infrastruttura cinese è quindi molto più capillare. È (anche) alla luce di questo testa a testa che va osservata la questione Huawei, le pressioni di Washington sui Paesi alleati da una parte e la dura difesa di Pechino (oltre che del gruppo di Shenzen).

Verizon, 5G già aperto ai clienti

Verizon offre già alcuni servizi 5G al pubblico. 5G Home consente di connettere ad alta velocità la propria casa in alcune aree di Houston, Sacramento, Indianapolis e Los Angeles. Per chi è già un cliente mobile di Verizon, costa 50 dollari al mese (non esistono ancora pacchetti annuali). Non ha un tetto di dati e promette di essere 20 volte più veloce rispetto alle più diffuse connessioni 4G Lte. La velocità più frequente, al momento, è di 300 Mbps, ma in alcune zone si toccano i 940 Mbps.

Verizon ha promesso di allargare il perimetro dell’offerta, per raggiungere 30 citta entro la fine del 2019. Ma – al momento – c’è un problema: sono ancora pochissimi i dispositivi, fissi o mobili, che possono sfruttare il 5G. Ecco perché l’espansione sarà, con tutta probabilità, rimandata alla seconda metà dell’anno. Nel frattempo, però, l’operatore ha fatto un altro passo: dal 3 aprile offre ai clienti, per la prima volta, un piano wireless per dispositivi mobili, a Minneapolis e Chicago.

Se le reti ci sono, anche in questo caso, quello che manca sono gli smartphone. Per sfruttare il 5G, infatti, serve essere in un’area delle due città coperte e avere un Motorola Z3, l’unico a oggi compatibile e sul mercato. Presto ne arriveranno altri,come il Galaxy S10 5G e il V50 ThinQ di LG. Vista la scarsa presenza di dispositivi, nella vita di tutti i giorni non ci sarà una rivoluzione, neppure a Minneapolis e Chicago. Così come non cambia nulla nel conto economico di Verizon. Il ceo Hans Vestberg, ha spiegato a Cnbc che non si aspetta di vedere un impatto significativo sul bilancio fino al 2021. È però un traguardo, simbolico e non solo, importante: i clienti possono pagare (10 dollari aggiuntivi al proprio abbonamento) per avere il 5G nelle mani.

Tra nuove reti e fusioni

AT&T, altro grande operatore Usa, ha già detto che intende avere una copertura 5G nazionale entro il 2020. Ha già varato servizi 5G in 12 città americane: Houston, Dallas, Atlanta, Waco, Charlotte, Raleigh, Oklahoma City, Jacksonville, Louisville, New Orleans, Indianapolis e San Antonio. Ma è un’offerta circoscritta ad alcune imprese e a una ristretta cerchia di clienti. Non è quindi libera come quella di Verizon, anche se un piano simile dovrebbe arrivare nel 2019.

Alla corsa partecipano anche gli altri due big del mercato, che potrebbero accelerare se le autorità americane approveranno la loro fusione. T-Mobile e Sprint si sono già accordare un anno fa, ma il via libera non è ancora arrivato. Nessuna delle due ha aperto un servizio pronto all’uso. T-Mobile copre già una trentina di città, tra le quali Los Angeles, New York e Las Vegas. Ma non è accessibile ai clienti, perché la rete non è ancora compatibile con alcun dispositivo. Dovrebbe esserlo nella seconda metà del 2019. La compagnia prevede di coprire due terzi della popolazione americana con una velocità di 100 Mpbs entro il 2021.

Le reti 5G di Sprint dovrebbero invece aprire al pubblico a maggio, in alcuni luoghi come aeroporti e impianti sportivi, in città come Atlanta, Chicago, Dallas. Poco dopo dovrebbero aggiungersi Houston, Los Angeles, New York City, Phoenix e Washington. Tutto questo con un’occhio alla fusione. Il 7 marzo, l’amministratore delegato di T-Mobile Usa, John Legere, ha affermato che un nuovo soggetto forte (cioè il gruppo che risulterebbe dalla fusione) permetterebbe di offrire connessioni ultraveloci casalinghe anche nelle aree rurali (che ospitano il 45% della popolazione) e – grazie a una maggiore concorrenza –consentirebbe agli americani di risparmiare 13 miliardi di dollari entro il 2024.    

Agi

Quanto potrà durare la pausa di riflessione del governo sulla Tav?

Sulla Tav Giuseppe Conte prende tempo e lancia la palla nel campo europeo. Dopo l’annuncio via Facebook di sabato con cui sui bandi (lunedì 11 c’era una scadenza da rispettare) di Telt ha di fatto deciso di non decidere, il premier italiano ha deciso di cominciare una serie di incontri per valutare tutte le possibilità di rettificare l’opera e, se possibile, rimandare le scelte definitive a dopo le elezioni europee del 26 maggio. Vedrà nei prossimi giorni Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Ue e il presidente francese, Emmanuel Macron, probabilmente in occasione del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo.

“Mentre scrivevo a Telt”, ha spiegato in un colloquio con il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio: “Ho avvertito di questa interlocuzione sia Juncker sia Macron trasmettendo la lettera e Telt e chiedendo di incontrarli per avviare un processo decisionale condiviso”. 

Conte ha ammesso che si tratta di un processo “complicato” ma si è detto “fiducioso di portarlo a buon fine”. Si è anche detto “molto soddisfatto” della risposta di Telt, che a suo dire “conferma come si possano avviare le dichiarazioni di interesse senza far partire i bandi di gara per alcuni mesi, senza il rischio di penali o di altri oneri per lo Stato e senza perdere i gli eventuali finanziamenti europei che servirebbero solo se l’opera andasse avanti”.

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Il premier ha assicurato che prima di prendere in mano il dossier non aveva “alcuna opinione sulla Tav: poi, ha raccontato, è arrivata l’analisi costi-benefici e il vertice con i vicepremier a cui si è presentato “da agnostico”.

“Ho assistito allo ‘stress test’ che l’analisi di governo subiva da Salvini e dai suoi, se non avesse retto avrei detto di sì a Salvini e di no a Di Maio”, ha assicurato il presidente del Consiglio. “Finché ci sarò io a Palazzo Chigi”, ha detto ancora al quotidiano diretto da Marco Travaglio, “non permetterò a nessuno di deviare le mie decisioni per ragioni di parte, ideologiche o affaristiche”.

Insomma, il governo sembrerebbe intenzionato a prendere tutto il tempo possibile per rinviare il momento delle scelte irreversibili. Nel tentativo di trovare un escamotage ancora più solido per evitarle queste scelte, almeno fino alle elezioni. Ma già da domani sulla durata di questa ‘pausa di riflessione’ è probabile che scatterà un nuovo confronto serrato tra Lega e M5s. Dice (al Corriere della Sera) Riccardo Molinari, capogruppo leghista alla Camera: “Credo che il premier abbia seguito la linea che da tempo gli avevamo suggerito. E cioè, quella di far partire la Tav lavorando in modo serrato per rivedere alcuni problemi connessi all’opera e per aumentare la quota del finanziamento europeo”. Ancora: “Se io leggo la lettera della Telt trovo scritto che domattina saranno pubblicati gli avvisi per presentare la candidatura, quelle che noi chiamiamo le manifestazioni di interesse”.

Una interpretazione forse diversa da quella che danno gli alleati Cinquestelle. Aggiunge Molinari: “È una fase del percorso di gara”, ha insistito, “c’è scritto chiaramente nella lettera della società. La quale espliciterà il fatto che se la procedura non avesse seguito, non ci saranno oneri per la società o per gli Stati, Italia e Francia. È quello che sostenevamo noi: far partire i bandi tenendo conto che le ‘clausole di dissolvenza’ ci danno alcuni mesi per mettere a punto la Tav così come la vogliamo”. 

Col Corriere ha parlato anche Matteo Salvini: “Per fermare i bandi occorre come minimo un atto del Consiglio dei ministri. Ma, come detto, i ministri della Lega un no ai bandi non lo potrebbe votare”. Ma il presidente del Consiglio avrebbe le prerogative per fermare da solo i bandi? Con la Telt “credo che abbia fatto la voce grossa. Detto questo, i bandi li può fermare soltanto o il Consiglio dei ministri oppure il Parlamento”. E secondo il leader leghista in Consiglio la Lega non potrebbe votare alcuno stop ai bandi”. 

Ancora il vicepremier: “Non ha senso fermare i bandi e perdere un bel trecento milioni di euro. È quello che la Telt anche oggi non si stanca di ricordarci”. Come procedere? “Ridiscutere l’opera tra di noi nel governo, con i tecnici e con il governo francese. Quella che ne uscirà sarà una nuova Tav”

Insomma, il governo prova a lanciare la palla in Europa in attesa di capire, forse, quali saranno i reali rapporti di forza tra i due alleati che usciranno dalle urne del 26 maggio. Forse allora, e solo allora, si potrà capire se la Torino-Lione vedrà mai la luce in fondo al tunnel.

Agi

La Tav è stata congelata. Quanto ci costerà lo stop? 

La Camera ha bocciato le quattro mozioni sulla Tav presentate dalle opposizioni (Pd, Forza Italia, FdI e NcI), mentre è stata approvata la mozione di maggioranza, targata M5s e Lega. Il testo impegna il governo a “ridiscutere integralmente il progetto della linea Torino-Lione”. I voti a favore sono 261, 136 i voti contrari.

La mozione presentata dai capigruppo alla Camera del Movimento 5 stelle (Francesco D’Uva) e Lega (Riccardo Molinari) decretava il ritorno del governo a quanto stabilito il contratto firmato all’indomani delle politiche dello scorso 4 marzo. I partiti di maggioranza si impegnano a “ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo Italia e Francia”, riabilitando l’analisi costi e benefici. Di fatto il governo prende tempo. Secondo La Stampa questo ‘prendere tempo’ costerebbe all’Italia circa 300 milioni di finanziamenti. 

Il motivo è che, spiega Pagella Politica che per AGI ha curato lo speciale sulla Tav, la sezione transfrontaliera della Tav ha un costo certificato di 8,6 miliardi di euro (in valuta 2012), o 9,6 miliardi di euro (rivalutazione del Cipe nel 2017, tenendo conto del possibile aumento dell’inflazione). 

Di questi soldi, 57,9 per cento sono a carico dell’Italia, 42,1 per cento della Francia. Vanno però considerati i contributi dell’Unione europea, che sono il 50 per cento per gli studi e il 40 per cento per i lavori.  Dal 2000 al 2015, l’Ue ha erogato finanziamenti a fondo perduto per un valore di circa 414 milioni di euro.

Tra il 2015 e il 2019, è previsto sempre dall’Ue un finanziamento per la sezione transfrontaliera di 813,7 milioni di euro: i beneficiari sono sia Francia che Italia, che hanno sottoscritto l’accordo con INEA (Innovation and Networks Executive Agency) della Commissione europea (qui il testo integrale).

Il 19 febbraio, Telt – società promotrice per la realizzazione della sezione transfrontaliera – ha pubblicato un comunicato stampa in cui dice che il consiglio di amminsitrazione ha deciso “un breve rinvio sulla pubblicazione dei bandi di gara”. Telt aggiunge anche che “nel corso del consiglio il rappresentante della Commissione Europea ha reso nota una comunicazione ufficiale di INEA (Innovation and Networks Executive Agency) che indica come condizione per la conferma dell’intera contribuzione di 813 milioni di euro la tempestiva pubblicazione dei bandi, mentre in caso contrario verrà applicata una riduzione di 300 milioni”.

Per approfondimenti: Tav, la verità dei fatti 

Agi

Quanto costerebbe la revoca della concessione ad Autostrade? 

Di Maio è convinto: "Ci sono tutte le motivazioni per non pagare penali". Ma al momento pare assai difficile revocare la concessione per la gestione delle autostrade ad Autostrade per l'Italia, se non sborsando una cifra enorme. Almeno 20 miliardi. Questo almeno è quello che prevede il contratto. Tecnicamente, va detto, la revoca è possibile. Ma Anas dovrebbe pagare ad Autostrade per l’Italia un risarcimento pari ad un "importo corrispondente al valore attuale netto dei ricavi della gestione, prevedibile dalla data del provvedimento di recesso, revoca o risoluzione del rapporto, sino a scadenza della concessione, al netto dei relativi oneri, investimenti e imposte nel medesimo periodo", con una serie di decurtazioni (qui il contratto consultabile sul sito del Governo).

Al calcolo di circa 20 miliardi si arriva tenendo presente gli utili di Autostrade per l'Italia nell'ultimo anno: circa un miliardo, 968 milioni. Questa cifra deve essere che moltiplicato per gli anni di durata della concessione, che scade il 31 dicembre 2038, quindi 20 anni. È la cifra più attendibile al momento, una cifra non troppo distante da quella che l'Italia impiega in un'intera finanziaria, davvero difficile da sostenere quindi, anche di fronte a 'grave colpa' dimostrata della società.

Il ministro dello Sviluppo e del Lavoro a Radio 24 ha ribadito che: "Di fronte a 40 morti non ci sono clausole che tengano". Eppure le clausole ci sono e prevedono che il concessionario, Autostrade, "avrà diritto, nel rispetto del principio dell'affidamento ad un indennizzo/risarcimento a carico del concedente (Anas), in ogni caso di recesso, revoca, risoluzione, anche per inadempimento del concedente e/o comunque cessazione anticipata del rapporto di convenzione pur indotto da atti e/o fatti estranei alla volontà del concedente, anche di natura straordinaria o imprevedibile" (Corriere della Sera). 

Per questo Atlantia, azionista di maggioranza di Autostrada per l'Italia, spiega che anche in caso di revoca, spetta ad Autostrade il riconoscimento del valore residuo della concessione "dedotte le eventuali penali se ed in quanto applicabili". Un ritorno shock in borsa per la società, visto che il titolo, dopo l'ipotesi di revoca, è crollato del 23,73%, perdendo poco meno di un quarto del suo valore.

Se la revoca è difficile, la dimostrazione delle gravi inadempienza però è possibile. I fatti di Genova hanno solo peggiorato la situazione di Autostrade per l’Italia, ma, ricorda Il Sole 24 Ore, è solo "l’ultimo di una serie di episodi perlomeno controversi: il crollo di un cavalcavia dell’A14 l’8 marzo 2017 e di alcune pensiline di caselli e portali segnaletici intorno al 2010, il sequestro per alcuni mesi nel 2014 di un altro cavalcavia a rischio, denunce pendenti presso varie Procure su altre opere con possibili prolemi strutturali, la sentenza del 10 aprile scorso sulla contraffazione del brevetto del controllo della velocità Tutor e il processo di Avellino per la morte di 40 persone su un bus precipitato dal viadotto Acqualonga della A16 il 28 luglio 2013"

Agi News

Quanto pesano i colossi di Internet sull’economia globale? Un report

Le aziende tecnologiche stanno diventando una parte sempre più rilevante dell’economia statunitense. Ad aprile raccoglievano il 25 per cento della capitalizzazione di mercato. E sono responsabili anche di una fetta crescente della spesa in ricerca e sviluppo. Tutto ciò in un quadro in cui la velocità con cui le nuove tecnologie soppiantano sistemi precedenti è sempre più alta. In cui più della metà della popolazione mondiale ha un accesso a internet.

E in cui è attesa una rivoluzione nel mercato del lavoro, con molte aziende che si butteranno su soluzioni basate su intelligenza artificiale, agganciandosi ai servizi offerti da colossi come Amazon​ e Google. E con i lavoratori che dovranno potersi aggiornare in continuazione. A guidare, anzi, a dominare, il settore della AI (Artificial Intelligence) sono Stati Uniti e Cina; con la Repubblica popolare che negli ultimi anni ha scalato posizioni per la quantità di aziende tech.  

È questo lo scenario delineato dal rapporto Internet Trends, redatto come ogni anno dall’autorevole analista finanziaria e venture capitalist Mary Meeker, e considerato un punto di riferimento da investitori e dirigenti della SIlicon Valley. Una relazione ricca di dati che vanno ovviamente contestualizzati. In cui si respira anche una preoccupazione per l’altolà alla corsa dei giganti tech sulla privacy arrivato da consumatori e regolatori, in primis l’Europa.

Calano le vendite di smartphone, aumenta il tempo online 

Colpisce poi il calo nella corsa degli smartphone. Il 2017 è stato il primo anno in cui le vendite di telefoni intelligenti non sono cresciute. Anche il prezzo medio dei dispositivi è in diminuzione, grazie alla spinta dei mercati emergenti, e malgrado il rilascio delle costose corazzate targate iPhone e Samsung Galaxy Notes. Cala anche la crescita degli utenti internet globali, che è stata del 7 per cento contro il 12 dell’anno precedente.

E tuttavia, aumenta il tempo delle persone passato online. Negli Stati Uniti gli adulti hanno passato 5,9 ore al giorno su media digitali, contro le 5,6 del 2016. Di queste, 3,3 ore sono trascorse su dispositivi mobili, responsabili della crescita complessiva del consumo di media digitali. 

La gente sta tanto online, ci sta su smartphone e tablet, e compra sempre di più online, facendo pagamenti da mobile. Infatti un’altra tendenza, che emerge dalle molte slide dell’analista, è la crescita dei pagamenti mobili. Che stanno diventando sempre più semplici. Qui a guidare l’avanzata è la Cina, con oltre 500 milioni di utenti di mobile payment nel 2017.

Cresce anche l’ecommerce a discapito delle vendite in negozi fisici. Il 13 per cento delle vendite al dettaglio viene dall’ecommerce contro il 5 per cento di dieci anni fa. Amazon si prende la fetta più grande della torta con il 28 per cento. Il colosso di Seattle va forte anche con i suoi dispositivi Echo, malgrado le recenti preoccupazioni per la privacy: ha piazzato 30 milioni di altoparlanti intelligenti nelle case, contro i 10 milioni della fine del 2016. 

E ancora. Più del 50 per cento della popolazione mondiale, 3,6 miliardi, ha un qualche accesso a internet. Il Wifi è cresciuto parecchio, ci sono 450 milioni di reti Wifi nel mondo, contro i 100 milioni di cinque anni fa. E gli utenti passano il tempo da mobile a vedere video e chattare. Le tre maggiori piattaforme di messaggistica – Whatsapp, Facebook Messenger e WeChat – raccolgono ognuna più di 1 miliardo di utenti attivi al mese

Agi News

Di quanto sono più bassi gli stipendi delle donne rispetto a quelli degli uomini

Nel mondo le donne guadagnano in media il 23% in meno degli uomini. Lo affermano le Nazioni Unite, secondo cui si è difronte al "più grande furto della storia". Per ogni dollaro guadagnato da un uomo, una donna guadagna in media 77 centesimi e – sottolinea la consigliera delle Nazioni Unite Anuradha Seth – non vi è "un solo Paese né un solo settore in cui le donne abbiano gli stessi stipendi degli uomini".

Notevoli comunque, le differenze tra paesi: tra i membri dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), vi sono paesi con una differenza del 5% come Italia e Lussemburgo e altri con un gap del 36% come la Corea del Sud. Secondo l'Eurostat (che calcola il divario retributivo di genere sulla base della differenza del salario medio lordo), nell'Unione europea le donne in media guadagnano circa il 16% in meno degli uomini. Il "gender pay gap" era nel 2015 del 16,3% nella Ue a 28 stati e del 5,5% in Italia, in riduzione dal 7% del 2013 e dal 6,1% del 2014.

Leggi anche: "La parità salariale fra uomini e donne imposta per legge funziona". In Islanda

Nel nostro Paese si rileva la percentuale più bassa d'Europa insieme a quella del Lussemburgo. Ma gli aspetti da considerare nel divario salariale sono molti: dalla mancata remunerazione del lavoro domestico, alla minore partecipazione al mercato del lavoro, al livello delle qualifiche. Le lavoratrici hanno meno ore retribuite, operano in settori a basso reddito, sono meno rappresentate nei livelli apicali delle aziende. E ricevono in media salari più bassi rispetto ai colleghi maschi per fare esattamente lo stesso lavoro. La differenza salariale si amplia generalmente in relazione all'età e alla presenza di figli: con ogni nascita le donne perdono in media il 4% del loro stipendio rispetto a un uomo; per il padre il reddito aumenta invece di circa il 6%. Ciò dimostra, secondo Seth, che buona parte del problema è il lavoro familiare non retribuito che le donne continuano a svolgere in modo sproporzionato.

Secondo i dati dell'Organizzazione internazionale del lavoro riferiti al 2015, il 76,1% degli uomini in età lavorativa fa parte della popolazione attiva, contro il 49,6% delle donne. Al ritmo attuale, avverte l'Onu, ci vorranno più di 70 anni per porre fine al divario salariale tra uomini e donne.

 

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