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Il Benfica è il primo top club europeo ad accettare pagamenti in criptovalute

Il Benfica ha annunciato una novità importante per quanto riguarda i pagamenti. Il club lusitano sarà il primo top club europeo ad accettare pagamenti con criptovaluta. Grazie alla collaborazione con UTRUST, la società offrirà ai suoi sostenitori la possibilità di utilizzare le valute virtuali per acquistare i biglietti per lo stadio e i prodotti presenti sul suo store online.

Il lancio di questa nuova feature avvicinerà i tifosi muniti di criptovalute all’Estádio da Luz, portando a un nuovo livello la strategia di e-commerce del club e ampliando il suo pubblico globale. La società ha deciso di accettare bitcoin ed ethereum per il pagamento dei biglietti e del merchandising, cercando di allargare la sua fan base. Non è possibile per ora pagare con altre categorie di valute virtuali. E nel caso in cui UTRUST dovesse allargare il paniere di criptovalute accettate, la società portoghese dovrebbe adeguarsi di volta in volta.

UTRUST is live with @SLBenfica We’re launching with one of the biggest football teams with 14 million fans worldwide.
It’s official—you can now pay with #crypto on the Benfica website: https://t.co/Lt7hGVOcnX pic.twitter.com/aYl8DCw6IW

— UTRUST (@UTRUST) 5 giugno 2019

 

Il Benfica già adesso rappresenta una delle società con il tifo più caloroso. La formazione portoghese ha recentemente vinto il campionato, e può contare su una storia di 115 anni, e su 14 milioni di tifosi in tutti e cinque i continenti. Secondo UTRUST, “l’impegno del club nella costruzione di una comunità forte, che possa raggiungere tutto il mondo, e la sua innovazione pioneristica rende il Benfica un partner perfetto”.

L’amministratore delegato del Benfica, Domingos Soares de Oliveira, ha motivato la scelta in questo modo: “Il club vuole stare al passo coi tempi. Riconosciamo che molti dei nostri sostenitori si muovono nell’era digitale e vogliamo restare all’avanguardia quando si tratta di accogliere nuove tecnologie” 
 

Agi

Unicredit abbandonerà Facebook e Instagram dal primo giugno

“Valorizzare i canali digitali proprietari per garantire un dialogo riservato e di alta qualità. In linea con questo impegno, Unicredit annuncia che a partire dal 1 giugno non sarà più su Facebook, Messenger e Instagram”. Quattro righe sulla pagina Facebook dell’Istituto per un annuncio che fa notizia. La prima banca italiana per attivi totali (25 milioni di clienti e attività in 18 Paesi del mondo) rinuncia completamente a due social network e alla piattaforma di messaggistica Messenger (tutti canali che fanno capo al gruppo di Menlo Park) per concentrare la comunicazione della propria attività sui propri mezzi digitali, il sito Internet, in primo luogo, ma anche email, telefono e chat.

 

 

Alcuni mesi fa l’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier aveva preso già le distanze dal social di Mark Zuckerberg, colpito nell’inverno 2018 dallo scandalo Cambridge Analytica. “Prendiamo le questioni di business ed etica molto seriamente”, aveva dichiarato allora Mustier, “e abbiamo interrotto ogni interazione con Facebook perché non riteniamo che Facebook si stia comportando in modo appropriato ed etico. Unicredit come gruppo non sta utilizzando Facebook per ordine del Ceo e non lo utilizzerà fino a quando non avra’ un comportamento etico appropriato”.

Un disamore profondo e meditato per il social più utilizzato al mondo che produsse già a marzo 2018 una interruzione degli investimenti pubblicitari di Unicredit su questa piattaforma (Facebook in Italia conta 31 milioni di iscritti). E che ora, dopo poco più di un anno, ha convinto i vertici a rinunciare definitivamente (e in tutti i Paesi dove la banca opera) alla pagina e al profilo Instagram. Al momento non si hanno notizie di un disimpegno su Twitter e Linkedin. 

Agi

A Varese il primo centro commerciale italiano sorvegliato dai droni

Nei centri commerciali italiani arrivano i droni. Non in vendita (quelli ci sono da tempo) ma per sorvegliare clienti e negozi. “Il Centro” di Arese (poco distante da Milano) è il primo ad aver ottenuto dall'Enac (l'Ente nazionale per l'aviazione civile) l'autorizzazione per l'utilizzo dei velivoli in aree aperte al pubblico. Tanto pubblico: Il Centro viene visitato ogni anno da 14 milioni di persone.

Come funzionano i droni

Saranno utilizzati droni Titan, progettati dall'italiana Italdron. Si occuperanno della sorveglianza del mall e dell’area che lo circonda, su una superficie complessiva di 2 milioni di metri quadrati. I droni non sostituiranno ma si integreranno con i sistemi già esistenti e baderanno soprattutto ai 10.000 posti auto, ai tetti e ai passaggi di servizio. Per ora, quindi, non siamo ancora la punto di veder passare un oggetto volante mentre siamo al banco del pesce.

Titan ha un'autonomia di 40 minuti. Possiede un sistema in grado di riconoscere soggetti e targhe di veicoli fino a 600 metri di distanza e integra tecnologia a infrarossi, che permette di sorvegliare anche al buio. Il loro volo sarà programmato e automatizzato, in modo da garantire una sorveglianza 24 ore su 24. Le operazioni saranno comunque supervisionate e controllate dal personale di vigilanza, formatosi all'Italdron Academy certificata da Enac.  

Agi News

Together Price chiude il suo primo round (630 mila euro) con il fondo spagnolo Samaipata

Together Price, startup di sharing economy nel portafoglio di LVenture che ha sviluppato una piattaforma per condividere abbonamenti a servizi digitali e relative spese, ha chiuso un aumento di capitale (il primo) da 630 mila euro guidato da Samaipata Ventures, fondo internazionale con base a Madrid, cui hanno partecipato LVenture Group e alcuni business angel di Angel Partner Group. La startup di Marco Taddei (CEO), Sabrina Taddei (Chief Marketing Officer) e Luca Ugolini (Chief Financial Officer) è operativa dal 2016 e dichiara una base clienti di 140 mila utenti.

Per Samaipata Ventures è il primo investimento in una startup italiana, come ha sottolineato il founder José del Barrio, imprenditore con alle spalle una exit milionaria (è stato co-founder e CEO de La Nevera Roja, venduta nel 2015 a Rocket Internet per 125 milioni di euro).

"L'economia collaborativa arriverà a tutti i servizi digitali"

"Together Price – ha detto – è il nostro primo investimento in un'azienda italiana e ne siamo incredibilmente orgogliosi. L'economia collaborativa sta arrivando a tutti i tipi di servizi digitali e siamo entusiasti di vedere come Together Price aiuterà i fornitori di servizi ad acquisire sempre più utenti legali e qualificati attraverso la condivisione di piani nei prossimi anni”. Dopo la chiusura del percorso di accelerazione in LUISS Enlabs e un fundraising da 450 mila euro, il team di Together Price ha partecipato a febbraio 2018 al 4YFN di Barcellona, appuntamento internazionale dedicato alle startup, ed è stato scelto da Samaipata Ventures per una pitch session di 5 minuti.

“Questo – spiegano dal team – è stato l'evento che ha segnato la nascita del rapporto con Samaipata, dopo un mese da quella presentazione abbiamo fatto la prima di una lunga serie di skype call che si sono intensificate di settimana in settimana fino ad arrivare alla firma dell'accordo di investimento. Il nostro obiettivo principale è iniziare l'espansione dei mercati internazionali partendo dall'Europa, dove Samaipata sta raccogliendo grandi risultati in pochi anni”.

Il fondo spagnolo che ha investito nella startup italiana

Samaipata Ventures, fondata nel 2015, conta un portafoglio di 13 investimenti, una exit (Foodchéri, venduta alla francese Sodexo a gennaio scorso) e round Series B cumulati per oltre 70 milioni di euro (tra cui il round di Spotahome, quello di Ontruck e di 21Buttons).

Soddisfazione per la chiusura del round è stata espressa anche da Luigi Capello, CEO di LVenture Group. “Questa operazione – ha spiegato – che vede un importante attore europeo del Venture Capital investire per la prima volta in una startup italiana, ci rende particolarmente soddisfatti e conferma il grande lavoro svolto dal nostro team, che ha contribuito alla nascita di Together Price e continua a sostenerla nel suo percorso di crescita”.

 

Agi News

Sui dazi Trump è pronto a dare un secondo schiaffo alla Cina (più forte del primo)

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si prepara a mantenere la promessa di essere duro sulle questioni commerciali, e dopo i dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio, si appresta a sferrare una duro colpo su un altro settore che può fare male direttamente a Pechino, la proprietà intellettuale.

Le nuova misure che andrebbero a colpire le relazioni commerciali tra Cina e Stati Uniti potrebbero arrivare a breve, avvisano i funzionari di Washington che in forma anonima confermano le intenzioni di Trump e dello Us Trade Representative, Robert Lighthizer. 

Nel mirino ci sono prodotti importati dalla Cina per un valore complessivo di sessanta miliardi di dollari, 48,3 miliardi di euro, che potrebbero essere soggetti a dazi: in particolare, le tariffe andranno a colpire i settori della tecnologie e delle telecomunicazioni, ma più in generale, lo scopo delle nuove misure sarà quello di contrastare le politiche cinesi che costringono le aziende statunitensi a cedere la loro proprietà intellettuale per operare in Cina e altre pratiche ritenute ingiuste da Washington.

“La vera guerra commerciale deve ancora arrivare e non si combatterà sui metalli”, aveva avvertito nei giorni scorsi un articolo di Fortune, e il terreno del prossimo scontro potrebbe comprendere anche l’imposizione di restrizioni agli investimenti di gruppi cinesi che operano negli Usa.

Per il nuovo colpo alle politiche commerciali, gli Usa faranno ricorso alla sezione 301 dello Us Trade Act del 1974, in base al quale sono possibili indagini da parte dello Us Trade Representative per presunte negligenze nei confronti dei partner commerciali, con la possibilità di applicare sanzioni. 

Il partner commerciale sotto osservazione è la Cina, e dai primi riscontri di cui parlava il magazine Politico settimana scorsa, sono più di cento i prodotti cinesi su cui l’amministrazione Usa sta prendendo in considerazione l’ipotesi di applicare tariffe per l’importazione. Sempre secondo quanto scrive Politico, che cita un funzionario di Washington al lavoro sul dossier, lo Us Trade Representative intende utilizzare come base per l’applicazione delle tariffe il “Made in China 2025”, ovvero il gigantesco piano di coordinamento industriale e di sviluppo del manifatturiero varato dal governo cinese nel 2015. La motivazione è piuttosto semplice, secondo quanto spiegato al Washington Free Beacon da un funzionario Usa: se la Cina avrà il controllo delle industrie del futuro, a partire dai settori della robotica e dell’intelligenza artificiale, “l’America non avrà un futuro, almeno sul piano economico”.

Pechino, da parte sua, continua a promettere maggiore attenzione alle questioni relative alla proprietà intellettuale e risponde lanciando avvertimenti agli Stati Uniti, senza scendere nel dettaglio delle possibili contromisure. Il più pesante risale a settimana scorsa, quando il ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, aveva detto a chiare lettere che in caso di guerra commerciale, la Cina avrebbe prodotto una “risposta legittima e necessaria”. L’ultimo, di oggi, è del suo portavoce, Lu Kang, che ha ribadito che le relazioni bilaterali “non sono un gioco a somma zero”, tornando a chiedere un approccio “costruttivo” a Washington per gestire le divergenze commerciali.

Dai lavori dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese, è arrivata nelle scorse ore anche l’ennesima promessa di una maggiore attenzione ai casi relativi alla protezione della proprietà intellettuale: a formulare è stato Shen Changyu, capo dell’Ufficio Statale per la Proprietà Intellettuale, che come molti altri ministeri e commissioni governative sarà oggetto a una forte ristrutturazione, secondo il piano per la riorganizzazione del Consiglio di Stato, il governo cinese, presentato ieri. L’impegno cinese emerge anche dagli ultimi dati presentati dalla Corte Suprema del Popolo, il massimo organo giudiziario: nel 2017, i tribunali cinesi hanno affrontato oltre duecentomila casi (213.480) riguardanti la proprietà intellettuale, con un incremento del 40,4% rispetto al 2016, e complessivamente il doppio di quelli del 2013.

Troppo poco, però, per Washington, che ad agosto scorso aveva attivato la procedura per innescare le indagini in base alla sezione 301 dello Us Trade Act (alla quale non faceva ricorso dal 1995) proprio per colpire le pratiche ingiuste rispetto alla proprietà intellettuale o i furti di tecnologia subiti dai produttori statunitensi. Secondo quanto scrivono diversi media Usa, lo US trade Representative, Robert Lighthizer, avrebbe proposto dazi per trenta miliardi di dollari, ma lo stesso Trump avrebbe chiesto di alzare la somma, poi raddoppiata, ai sessanta miliardi di dollari di cui si parla oggi: una cifra che potrebbe aiutare a riequilibrare il deficit commerciale che Washington ha nei confronti di Pechino, e che lo scorso anno ha raggiunto quota 375 miliardi di dollari, 303 miliardi di euro.

Trump avrebbe la strada spianata per agire anche grazie agli ultimi rimescolamenti nel suo staff, e in particolare dopo l’addio del suo consigliere economico, Gary Cohn – che verrà sostituito dall’economista Larry Kudrow – e dopo la rimozione decisa ieri del segretario di Stato, Rex Tillerson, colpevole, agli occhi di Trump, anche di avere mostrato scetticismo sulle mosse di politica commerciale della Casa Bianca. Non tutti, però, la pensano così, e c’è già chi, tra i lobbisti di Washington, teme che le prossime misure in campo commerciale possano colpire le famiglie americane, con in più il rischio di una rappresaglia da parte di Pechino e di ingaggiare un confronto tra le due sponde del Pacifico che potrebbe non avere vincitori. A pesare, contro Trump, è anche l’assenza di coinvolgimento nella decisone degli alleati, soprattutto Giappone e Unione Europea: allo stesso tempo, il pugno duro contro la Cina potrebbe, sostengono alcuni, fargli guadagnare consensi al Congresso, più della decisione di imporre dazi sull’acciaio e sull’alluminio. 

Agi News

Gas, parte per gli Usa primo carico Gnl da maxi progetto Yamal Lng

Andrà agli Stati Uniti il primo carico di gas naturale liquefatto (Gnl) proveniente dal maxi progetto Yamal Lng, nella regione autonoma di Yamal-Nenets, oltre il circolo polare artico, voluto dalla società privata russa Novatek. Lo scrivono il quotidiano Kommersant e la testata specializzata Lng World News.

Secondo i dati del portale Marine Traffic, la nave cisterna Gaselys, della compagnia francese Engie, sta trasportando un carico di Gnl russo dal terminal britannico di Isle of Grain verso Boston, per la precisione verso il rigassificatore di Everett. La Gaselys è arrivata a Isle of Grain subito dopo la prima consegna di Gnl effettuata dall'impianto Yamal Lng e che già era stato dichiarato sarebbe stato riesportato. L'acquirente del primo carico da Yamal Lng è stata la filiale britannica della malese Petronas, la Petronas UK Limited.

Kommersant riferisce che il gas dalla Russia è stato trasportato sulla 'Christophe de Margerie', la prima nave rompighiaccio per il trasporto di Gnl al mondo, costruita appositamente per servire l'impianto Yamal Lng. Engie è stata poi l'acquirente finale. Secondo Marine Traffic, la nave cisterna arriverà a Boston il 22 gennaio.

L'aumento della richiesta di Gnl negli Stati Uniti è dovuto, secondo i media specializzati, all'ondata di gelo che ha colpito la costa orientale del paese. A causa di queste condizioni, i prezzi del gas negli Usa sono pù' alti di quelli sul mercato asiatico, a cui principalmente sarebbe diretto il gas prodotto da Yamal Lng. Secondo i dati della dogana statunitense, il carico della Gaselys sarà il primo lotto d'importazione ad arrivare al terminal di Everett dal 2014.

Novatek ha lanciato la prima linea dell'impianto Yamal Lng a inizio dicembre. Il volume della prima spedizione ammontava a 170.000 metri cubi di gas. Il numero uno di Novatek, Leonid Mikhelson, aveva ipotizzato che le prime spedizioni sarebbero state destinate alla Cina.

Yamal Lng è un progetto operato dal consorzio composto da Novatek (50,1%), dalla francese Total (20%), dai cinesi di Cnpc (20%) e Fondo di investimento Silk Road (9,9%) e sfrutta il gas estratto da uno dei piu' grandi giacimenti al mondo, quello del campo di Sud Tambey, nella penisola di Yamal. La Christophe de Margerie è la prima imbarcazione di una flotta che in totale conterà 15 rompighiaccio per Gnl della stessa classe (Arc7) e grazie alle quali Yamal Lng mira a esportare 16,5 milioni di tonnellate (Mtpa) di Gnl.

Il progetto prevede tre fasi di lancio da 5,5 Mtpa ogni anno a partire dal 2017, fino al 2019. Le navi sfrutteranno la rotta artica per arrivare in Asia ed Europa 365 giorni l'anno, aprendo di fatto un nuovo canale per l'esportazione del gas siberiano. Novatek prevede circa 230 spedizioni all'anno. Anche grazie allo scioglimento dei ghiacci, trasportare gas lungo la calotta artica riduce i tempi di navigazione verso i mercati della regione Asia-Pacifico, con cui è stato sottoscritto circa il 96% dei contratti di fornitura a lungo termine. Si passa dai 32 giorni, che si impiegano oggi attraverso il canale di Suez, a 18 giorni.

Agi News

Vino: Ice, Italia primo fornitore negli Usa con quota del 32,4%

(AGI) – Roma, 6 feb. – L’Italia si conferma il primo fornitore di vino degli USA. Con una quota di mercato complessiva del 32,4%, un export, che nel periodo gennaio-novembre 2016, ha raggiunto 1,65 miliardi di dollari ed e’ cresciuto del 5,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il vino rappresenta la prima voce dell’export agroalimentare italiano e il 4% del totale del Made in Italy venduto nel mercato a Stelle e Strisce. Questo lo scenario che emerge da “Italian Wines and the American Palate: Trends and Opportunities in the U.S. Market” la tavola rotonda tenutasi in occasione dell’inaugurazione di VINO 2017, alla presenza, tra gli altri, del presidente dell’Agenzia ICE, Michele Scannavini, del direttore Generale di Veronafiere e Vinitaly, Giovanni Mantovani, del console generale d’Italia a New York, Francesco Genuardi e del CEO di Wine Opinions, John Gillespie.
Vino 2017, giunto alla sua sesta edizione e’ considerato il piu’ grande evento di tasting di vini italiani in America, un appuntamento imperdibile del programma enogastronomico newyorkese, che vede quest’anno la partecipazione di 110 espositori nelle due tappe di New York (5-6 febbraio) e Miami (7-8 febbraio). L’iniziativa e’ realizzata in collaborazione con Vinitaly International e con la IEM – International Exhibition Management (impegnata nella tappa di Miami) e ha l’obiettivo principale di promuovere la qualita’ del vino italiano anche grazie a degustazioni e seminari tecnici di alto livello rivolti a giornalisti e influencer USA. Sebbene i numeri del vino italiano negli USA siano positivi esistono ampi margini di miglioramento: basti pensare che attualmente quasi la meta’ delle importazioni di vino negli USA e’ realizzato da soli 5 Stati (New York, California, Florida, Illinois e Texas) e che gli Stati Uniti sono il piu’ grande mercato al mondo per il consumo di vino. A questo si aggiunge il forte interesse per i prodotti di qualita’ – il segmento oltre i 20 USD per bottiglia cresce di quasi il 12% – i vini rosati, biologici ed i vitigni autoctoni meno noti. Vino 2017 e’ anche l’occasione per anticipare alcuni dati della ricerca di Wine Opinions, realizzata da Vinitaly International in collaborazione con l’Agenzia ICE, sulla percezione del vino italiano da parte del consumatore USA dalla quale emerge, fra l’altro, che il 34% dei consumatori piu’ giovani (meno di 40 anni) acquista frequentemente vino italiano orientandosi pero’ verso prodotti di fascia media, con un prezzo di partenza di 12 dollari a bottiglia. “Gli Stati Uniti sono un mercato complesso, con forti differenze interne e ancora molte opportunita’ inesplorate. L’Italia ha una solida quota di mercato ma prezzi medi nettamente inferiori a quelli della Francia ed una penetrazione ancora limitata negli Stati interni del Paese. Per questo motivo il Ministero dello Sviluppo Economico ha incaricato l’Agenzia ICE di studiare e realizzare, gia’ a partire dal 2017, il piu’ grande progetto di promozione del vino italiano mai realizzato negli USA con un investimento di 20 milioni di Euro in tre anni”, dichiara Michele Scannavini, Presidente dell’Agenzia ICE. Questa di New York e’ quindi la prima tappa di un piu’ ampio piano di promozione del vino che verra’ messo in atto nei prossimi anni sia negli Stati Uniti che in un altro paese strategico, la Cina.
“Vinitaly e’ presente da quindici anni negli USA con proprie iniziative rivolte a importatori, buyer ed opinion leader e registra nell’edizione a Verona ogni anno la presenza di oltre settemila operatori provenienti dagli USA, pari al 13% del totale delle provenienze estere – sottolinea Giovanni Mantovani -. E’ un mercato che presidiamo con grande attenzione e costanza per migliorare le performance del vino italiano e ampliare le aree di consumo. La partnership con ICE su questo mercato e sulla Cina, e’ oggi il coronamento di un grande lavoro che ha saputo, grazie anche alla sensibilita’ del governo italiano e delle istituzioni, costruire un importante progetto di aggregazione per la promozione di uno degli asset strategici del made in Italy nel mondo”. (AGI)
Red/Tig

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Eni: primo ministro iracheno al-Abadi incontra Descalzi

(AGI) – Roma, 31 gen. – Il primo ministro dell’Iraq, Haydar al-Abadi, assieme al ministro del Petrolio, Jabbar al-Luaibi, ha incontrato oggi a Baghdad l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi. Durante l’incontro, spiega una nota, che segue quello avvenuto nel febbraio scorso a Roma, l’ad di Eni, il primo ministro al-‘Abadi e il ministro al-Luaibi hanno discusso delle prospettive di sviluppo del settore petrolifero in Iraq e in particolare delle attivita’ di sviluppo del giacimento di Zubair, operato da Eni, uno dei giacimenti piu’ grandi e importanti del paese.
A inizio marzo 2016 sono stati infatti avviati tre nuovi impianti di ultima generazione per il trattamento di olio, gas e acqua (Initial production facilities – Ipf) che assieme a quelli gia’ esistenti, ristrutturati e ammodernati, hanno aumentato la capacita’ di trattamento dell’olio e del gas di Zubair a circa 650 mila barili al giorno (boed) e consentiranno anche di massimizzare l’utilizzo del gas associato. Oltre alle operazioni di trattamento, questi impianti hanno una capacita’ di iniezione di acqua in giacimento di 300 mila barili al giorno, che sara’ determinante per aumentare ulteriormente la produzione di idrocarburi di Zubair. Continuano inoltre le attivita’ di costruzione di un ulteriore impianto di trattamento olio con una capacita’ di 200.000 barili di olio al giorno addizionali.
Dall’ingresso nel paese, Eni ha piu’ che raddoppiato la produzione passando da 180 mila boed agli attuali 420 mila boed. Inoltre, l’iniezione di acqua e’ passata da zero a oltre 400 mila boed garantendo la massimizzazione delle riserve e del recupero. Grazie alle competenze distintive di Eni e all’importante formazione effettuata sulle risorse locali, l’efficienza operativa e’ drasticamente migliorata sia in termini di produttivita’ dei pozzi sia in termini di capacita’ di perforazione e gestione impiantistica. I notevoli risultati ottenuti nel miglioramento delle performance tecnico-operative di Zubair sono stati ottenuti con eccellenti performances in termini di sicurezza del lavoro e nel rispetto dell’ambiente. Inoltre, i costi unitari di produzione sono stati piu’ che dimezzati rendendo Eni top performer nel paese, come riconosciuto dalle autorita’ irachene. Eni e’ stata, inoltre, molto attenta alla valorizzazione delle risorse locali sia tramite importanti opportunita’ di formazione sia attraverso con un massiccio impiego di manodopera irachena.
Durante l’incontro, infine, Descalzi ha confermato l’impegno di aumentare ulteriormente gli investimenti di sostenibilita’ nei prossimi anni con particolare attenzione al settore dell’educazione e la ristrutturazione edilizia delle scuole nella provincia di Bassora, nella quale Eni opera, oltre a mantenere alto il livello di performance tecnico-operative di Zubair.
Eni e’ presente in Iraq dal 2009. La produzione e’ fornita dal giacimento di Zubair (Eni operatore con una quota del 41,6%) che nel 2016 ha prodotto 67 mila barili al giorno in quota Eni. Le attivita’ di produzione e sviluppo sono regolate da un Technical service contract. (AGI)
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