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“Chi ha investito nel petrolio rischia ora gravi perdite”

Rischiano “grandi perdite” quegli investitori che si sono riversati sui mercati petroliferi per scommettere su un rimbalzo dei prezzi del greggio. In un’analisi a firma di David Sheppard, il Financial Times riferisce le osservazioni degli specialisti delle materie prime. Ad esempio, il fondo petrolifero statunitense, il più grande ETF petrolifero conosciuto come USO, ha registrato afflussi di circa 1,5 miliardi di dollari la scorsa settimana, mentre i prezzi del greggio statunitense toccavano i livelli più bassi dall’inizio degli anni 2000 a causa del crollo della domanda. I trader professionisti hanno rilevato che gli investitori al dettaglio, in particolare, nelle settimane scorse stavano cercando di indovinare il punto di svolta per il petrolio, scommettendo che il mercato si riprenderà rapidamente una volta che le misure di lockdown verranno allentate.

Prima di lunedì scorso, i trader scommettevano in una ripresa del mercato dopo il lockdown 

Ma i prezzi dovevano ancora registrare il crollo di lunedì scorso, quando il Wti con consegna a maggio è sceso sotto lo zero per la prima volta nella storia. Il contratto di giugno, dove si trova la maggior parte degli investimenti di USO, ha perso il 15% a circa 21 dollari al barile. Martedì, è sceso ulteriormente a -13 dollari al barile. Con lo scenario peggiorato in questa misura, cambiano quindi anche le percentuali di rischio degli investimenti. 
Gli investitori non corrono solo il rischio di fare una scommessa sbagliata, dicono i trader, dal momento che i contratti petroliferi non vengono scambiati come le azioni. Al contrario, scadono mensilmente in modo che il greggio in questione possa essere consegnato agli acquirenti alla data prevista: si tratta insomma di un meccanismo che gli specialisti temono possa essere poco compreso dagli investitori inesperti.
 

Gli analisti avvertono: investire nei fondi petroliferi comporta rischi elevati 

 
“L’investimento nei fondi petroliferi comporta attualmente rischi elevati per gli investitori che potrebbero essere tentati di investire nel petrolio a causa dei prezzi ultra bassi”, ha dichiarato Michel Salden, responsabile delle materie prime di Vontobel Asset Management. Le perdite, ha aggiunto Salden, possono verificarsi quando i fondi tracker si trovano ad alzare il sipario sulla loro esposizione alla scadenza dei contratti. Se la struttura del mercato petrolifero si sposta in “contango” – un termine del settore che indica quando i prezzi spot vengono scambiati al di sotto dei contratti per la consegna futura – allora un fondo petrolifero potrebbe dover vendere i propri contratti al prezzo più basso, per poi acquistare il contratto del mese successivo a un prezzo più alto solo per mantenere le proprie partecipazioni. Ole Hansen, responsabile della strategia sulle materie prime di Saxo Bank, ha dichiarato che i maggiori ETF petroliferi long-only hanno visto le loro partecipazioni nette aumentare del 400% nell’ultimo mese. Questi fondi petroliferi, ha avvertito, “sono prevalentemente posizionati nella parte anteriore della curva dei futures e saranno esposti a perdite variabili ogni mese fino a quando i fondamentali del mercato non si stabilizzeranno”. E, ha aggiunto, questo processo “potrebbe richiedere diversi mesi”. 
 

Il caso di USO, agli analisti fa venire in mente il 2009 

 
Lunedì scorso, USO è stato il quarto ETF più attivamente scambiato negli Stati Uniti, con oltre mezzo miliardo di dollari passati di mano prima che il prezzo del Wti precipitasse. Il Financial Times osserva che il passaggio degli investitori a USO ricorda il 2009, quando molti investitori avevano investito in fondi petroliferi e i prezzi del greggio erano scesi a quasi 30 dollari al barile. Nei 12 mesi successivi e quindi passata la profonda recessione, i prezzi si sono poi triplicati. A quel punto, gli investitori hanno verificato che i loro rendimenti nei fondi non corrispondevano ai rialzi che stava registrando il prezzo del petrolio, in quanto avevano perso una grossa fetta del loro investimento ogni mese attraverso il processo di rolling contract. Il fondo USO, lanciato nel 2006, in genere assorbe liquidità dagli investitori quando i prezzi del greggio toccano il fondo. Gli afflussi hanno raggiunto un picco all’inizio del 2009 e all’inizio del 2016, subito dopo il crollo del prezzo del petrolio. Da marzo, il numero di azioni in circolazione del fondo è raddoppiato con l’arrivo di nuova liquidità.  
 

Il boom fino al tracollo di lunedì scorso 

 
A partire da venerdì scorso, USO ha detenuto l’equivalente di 146,5 milioni di barili di futures grezzi WTI con consegna a giugno al New York Mercantile Exchange, una divisione di CME Group. Si trattava di oltre un quarto del totale degli interessi aperti sul contratto, come mostrano i dati di borsa. Le regole del mercato Nymex impongono “livelli di responsabilità” di 10 milioni di barili equivalenti per la maggior parte dei contratti futures sul greggio statunitense, al di sopra dei quali si può ordinare ai trader di ridurre la loro posizione. La Commodity Futures Trading Commission statunitense, un’autorità di regolamentazione governativa, ha proposto un limite di 6 milioni di barili per le posizioni dei singoli fondi in grezzo USA con consegna in tempi brevi, ma si e’ astenuta dal fissare dei limiti per le posizioni nei contratti con la consegna in tempi piu’ lunghi. Alcuni trader affermano che il fondo USO è abbastanza grande da assorbire i movimenti di prezzo ma ad ogni modo sta spostando il 20% dei contratti WTI che detiene nei mesi successivi, in una mossa che si ritiene sia stata influenzata dall’esplosione del differenziale tra i prezzi del greggio e i diversi tempi di consegna.

Agi

Crolla il petrolio, vola l’oro. L’effetto del coronavirus sui listini

​La paura per il coronavirus manda a picco le Borse europee, con Milano maglia nera, e il petrolio. I mercati temono gli impatti economici della diffusione del virus a fronte dell’alto numero di contagi in Iran, Italia e Corea del Sud. Le borse europee bruciano circa 350 miliardi. Lo Stoxx 600, un indice azionario composto da 600 fra grandi, medie e piccole imprese di 17 Paesi, ha perso il 3,79%. Londra arretra del 3,34% a 7.146 punti. Francoforte cede il 4,01% a 13.035 punti e Parigi il 3,94% a 5.791 punti. Anche Wall Street ha chiuso fortemente negativa sulla scia dei timori per il diffondersi dell’epidemia di coronavirus fuori dalla Cina. Il Dow Jones ha perso oltre mille punti finendo a 27.962,91 punti (-3,6%), il Nasdaq ha segnato -3,7% a 9.221,28 punti mentre lo S&P 500 ha registrato un calo di 3,4% a 3.225,90 punti. 

La peggiore è Milano: l’Ftse Mib nel corso della seduta, arriva a perdere il 6% e chiude in calo del 5,43% a 23.427 punti. La giornata nera fa crollare la capitalizzazione di Borsa Italiana: il listino di Piazza Affari venerdì scorso valeva poco più di 706 miliardi e oggi ha bruciato circa 38,3 miliardi. Segno negativo per tutte le blue chips, con un particolare accanimento per le vendite sui titoli del lusso, gli industriali e i finanziari. Il titolo Juventus Fc perde l’11,83% con l’annuncio della chiusura del museo del club e con la possibilità di disputare le prossime partite di campionato a a porte chiuse. Male anche il settore del lusso (Moncler -5,36%, Ferragamo -8,90%), gli industriali (CnhI -7,65%, Fca -6,13%) e i finanziari con Nexi a -8,61%, Unicredit -6,48%, Ubi Banca -4,13%, Intesa Sanpaolo -5,75%, Generali -5,40%. Telecom Italia cede il 3,97%, mentre tra gli energetici Enel ed Eni terminano in flessione rispettivamente del 4,90 e del 4,67 per cento.

In calo, ma non così profondo, le Borse cinesi: Shanghai lascia sul terreno lo 0,28% mentre l’Hang Seng perde l’1,87% mentre lo Shenzen guadagna l’1,23%. Tokyo è chiusa per festività. 

Anche i prezzi del petrolio sono in picchiata (con perdite vicine al 5%). Pesa non solo il coronavirus ma anche i mal di pancia all’interno dell’Opec. Il Wti cede il 4,51% a 50,97 dollari al barile, il Brent arretra del 4,87% a 55,65 dollari. L’Arabia Saudita sta considerando di uscire dall’alleanza dell’Opec+ con la Russia che va avanti da almeno 4 anni. I prezzi del petrolio sono saliti durante la maggior parte della scorsa settimana, ma nel fine settimana l’Arabia Saudita ha riferito che sta considerando una pausa dai tagli alla produzione concordati con la Russia, dato che l’epidemia di coronavirus della Cina continua a ridurre la domanda globale di petrolio.

Il prezzo dell’oro, bene rifugio per eccellenza, continua ad aumentare e schizza verso quota 1.700 dollari a 1.690 dollari l’oncia, ai massimi da 7 anni.

Schizza anche lo spread: il differenziale Btp/Bund, dopo aver toccato per una breve frazione di tempo i 150 punti, chiude in rialzo a quota 144, sui livelli dell’apertura e di 10 punti sopra la chiusura di venerdì scorso. Il rendimento del Btp avanza allo 0,958%, dopo un massimo dell’1,002%.

Il Financial Times sottolinea che per i mercati, il problema del coronavirus “non è più un problema esclusivamente asiatico”, citando le parole di Robert Carnell, capo economista dell’Asia-Pacifico presso Ing. ​Secondo Warren Patterson, responsabile della strategia delle materie prime di Ing, “in precedenza, la maggior parte della preoccupazione del mercato petrolifero era l’impatto che la Covid-19 avrebbe avuto sulla domanda cinese. Ma – aggiunge – chiaramente, visto il numero crescente di casi al di fuori della Cina, questo inizierà a destare preoccupazioni sulla domanda in altri paesi e regioni”.

Agi

Gli effetti della psicosi coronavirus sulla produzione di petrolio

La “vittima” eccellente del coronavirus è il petrolio che è in forte calo e il cui prezzo è ai minimi da maggio 2019 a New York e da novembre 2018 a Londra. Il timore per la pandemia potrebbe sconvolgere l’intero mercato dell’oro nero al punto che l’Opec sta pensando di organizzare una riunione straordinaria già alla fine di questo mese.

I due barili di riferimento, il WTI quotato a New York e il Brent quotato a Londra, sono diminuiti rispettivamente del 16% e del 12% da inizio anno. I prezzi erano peraltro aumentati qualche settimana fa, al culmine delle tensioni tra Iran e Stati Uniti ma le notizie sul coronavirus hanno invertito la tendenza. Secondo gli analisti “i prezzi del petrolio sono stati estremamente vulnerabili all’epidemia” nel senso che più il virus si diffonde, maggiore è il potenziale impatto economico e l’impatto sul consumo di petrolio.

Nel periodo 15-22 gennaio, secondo alcuni analisti, le importazioni di petrolio cinese sono calate di quasi 2 milioni di barili al giorno (mbpd) rispetto alla media di gennaio 2019, e di 3 mbpd dall’inizio del 2020. Logicamente, “quando il motore economico comincia a cedere, la necessità di carburante diminuisce”, dice Naeem Aslam, un analista di Avatrade.

Il ruolo della Cina nel mercato del petrolio 

La Cina è il secondo consumatore mondiale di greggio e quindi gioca un ruolo cruciale nell’equilibrio di un mercato già indebolito da un’offerta sempre più abbondante, dovuta in particolare agli Stati Uniti, che sta pompando a livelli record grazie all’aumento dello scisto. La prospettiva di un calo della domanda arriva in un momento in cui l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) sta lottando per sostenere i prezzi del petrolio già indeboliti dall’abbondante offerta di oro nero e dal rallentamento della crescita globale.

Il ministro saudita dell’Energia, Abdel Aziz ben Salmane, fratellastro del potente principe ereditario Mohammed ben Salmane (MBS) e leader del cartello, cerca di rassicurare e vede nella caduta dei prezzi solo una reazione “psicologica” degli investitori. Ma secondo Carsten Fritsch, analista di Commerzbanck, “la spettacolare caduta degli ultimi giorni sembra rendere nervosa l’Opec”. Il greggio Brent, ad esempio, è sceso sotto i 60 dollari al barile, una delle soglie simboliche per gli analisti.

Intervistato dall’agenzia ufficiale algerina APS, il ministro dell’Energia, Mohamed Arkab, ha indicato come “molto probabile” l’anticipo a febbraio della riunione “affinché si possano trovare i mezzi per garantire l’equilibrio del mercato”.

L’Opec vuole evitare di inviare segnali di panico al mercato

Ma queste informazioni non sono state confermate da altri membri del cartello. Anche il ministro russo dell’Energia Alexander Novak ha detto di essere pronto per un incontro “molto rapidamente se necessario”. Il gruppo e i suoi alleati Opec+, guidati dalla Russia, avevano programmato una “riunione straordinaria” all’inizio di marzo, mentre il cartello abitualmente si riunisce ogni sei mesi.

Anticipare l’incontro potrebbe sortire un effetto opposto al previsto e inviare un segnale di “panico” al mercato. Un ulteriore taglio alla produzione, o almeno una proroga del taglio dopo marzo, rimane l’arma principale del cartello per sostenere i prezzi: c’è da valutare bene il da farsi visto che una mossa del genere potrebbe non ottenere il sostegno dei suoi membri o del suo principale alleato, la Russia. 

Agi

Petrolio chiude in forte rialzo, +8,7% a New York sopra 46 dollari

Chiusura in forte rialzo per il petrolio a New York. Al Nymex il Wti guadagna l'8,7%, il più forte rialzo da novembre 2016, a quota 46,22 dollari.  I prezzi del petrolio Usa rimbalzano, dopo essere scesi ai minimi dal 2017, per il timore di un rallentamento dell'economia globale e quindi di un indebolimento della domanda.

Agi News

Petrolio: prezzi in calo, Wti sotto 56 dollari, minimo da fine 2017

I prezzi del petrolio, sono scesi dopo che l'Opec ha abbassato per il quarto mese di fila, le sue previsioni sulla crescita della domanda globale di greggio per il 2019. A New York il Light crude Wti cede di 4,20 dollari (-6,8%) a 55,84 dollari al barile, toccando il livello più basso dal dicembre 2017. E' il peggior calo giornaliero da 20 mesi a questa parte. Il Brent arretra di 4,18 dollari a 65,94 dollari al barile. 

Agi News

In Bahrain è stato scoperto un grande giacimento di petrolio e gas

Il Bahrain ha annunciato di aver scoperto il maggior campo petrolifero e a gas di scisto della sua storia. L'agenzia ufficiale Bna non ha fornito alcuna indicazione sulle dimensioni della scoperta né sulla eventuale data della sua messa in produzione, ma le autorità citate dalla stessa fonte stimano che le quantità di petrolio e gas siano pari a "numerose volte" quelle delle riserve contenute nel campo petrolifero bahraino, l'unico conosciuto nell'emirato con riserve per parecchie centinaia di milioni di barili di greggio.

Il Bahrain è il più piccolo produttore di idrocarburi tra i sei Paesi membri del Consiglio di cooperazione del Golfo, che comprende anche Arabia Saudita, Emirati arabi uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Il campo petrolifero del Bahrain è stato il primo a essere scoperto nella regione e produce attualmente circa 50.000 barili di petrolio e 28,3 milioni di metri cubi di gas al giorno. Il piccolo emirato, le cui entrate dipendono per l'80% di petrolio, beneficia anche di 150.000 barili al giorno supplementari del campo di Abu Safa che divide con il suo grande vicino, l'Arabia Saudita. 

Agi News

Così il fruttosio sostituirà il petrolio nella plastica del (prossimo) futuro

La plastica del futuro arriva dal Wisconsin, lo Stato americano ricco di foreste, laghi, terreni agricoli e fattorie. Una soluzione naturale, ricavata da zucchero e pannocchie di mais, che promette di sostituire il petrolio come materia prima. Ma la novità è soprattutto economica: produrla in grandi quantità, come riporta la rivista Science, costerebbe poco più del metodo tradizionale, circa il 3% in più. Ecco perché.

Come funziona la nuova plastica?

Per capire come poter sostituire la plastica è meglio fare un passo indietro e spiegare come nasce quella di oggi, che ufficialmente si chiama PET (polietilene tereftalato). L’origine è proprio il petrolio grezzo che, attraverso il cosiddetto cracking, viene sottoposto a una sorta di scissione delle proprie catene petrolifere fino ad arrivare a molecole con un doppio legame carbone/carbone, la base delle plastiche definite polimeri.

Le bioplastiche funzionano in maniera differente: niente petrolio, e il polimero in questo caso è fatto di glicole etilenico e un composto chiamato acido furandicarbossilico (FDCA) ricavato dalle biomasse.

Ricapitolando: l’FDCA è un prodotto ottenuto da materiale organico e non da petrolio, ed è la base per produrre l’alternativa al PET, chiamata PEF (polietilene furandicarbossilato).

Far quadrare i conti

Il nocciolo della ricerca sta nel ricavare l’FDCA in maniera economica, un obiettivo finora mai raggiunto. I ricercatori del Wisconsin sono invece riusciti a individuare una sostanza chiamata y-valerolactone(GVL) in grado di risolvere il problema. Si tratta di un liquido trasparente derivato dalle pannocchie che, grazie anche a un catalizzatore di acido organico, riesce a trasformare il fruttosio – cioè lo zucchero di frutta e verdura – in un precursore dell’FDCA.

Ecco dunque spiegata la ragione dell’abbattimento dei costi: i ricercatori hanno calcolato che, grazie alle economie di scale – cioè aumentando la produzione – l’FDCA verrebbe a costare 1495 dollari per tonnellata, appena 45 in più del metodo che oggi porta al PET.

“Un processo molto più green”

Secondo Ali Hussain Motagamwala, uno degli autori della ricerca, il nuovo meccanismo per ricavare bioplastica “è molto più green di quello normale”. In primo luogo elimina combustibili fossili dalla produzione, sostituendoli con materiali rinnovabili. Dal punto di vista dell’FDCA, poi, non richiede costosi reattori per attivare la trasformazione del fruttosio. 

Agi News

Petrolio: i motivi del rialzo e perché potrebbe tornare a 80 dollari al barile

I prezzi del petrolio continuano la loro corsa dopo aver toccato ieri i massimi da tre anni. Alcuni analisti sostengono che gli effetti dei tagli decisi dall'Opec Plus (i 14 Paesi produttori del cartello più gli altri 10 con in testa la Russia) all'inizio del 2017 stiano cominciando a dispiegare i loro effetti. In realtà, gli osservatori piu' attenti non condividono appieno tale visione. La gerarchia dei motivi che ha fatto tornare i prezzi di Brent e Wti ai livelli di dicembre 2014 vede al primo posto le tensioni geopolitiche. In particolare, quelle con l'Iran stretta tra contrasti interni e internazionali con lo spettro di nuove sanzioni; c'è poi la ripresa economica globale e solo dopo le decisioni prese a Vienna a novembre 2016.

Secondo l'ultimo report della divisione commodity di Citigroup tra i fattori principali che influenzeranno l'andamento delle quotazioni quest'anno c'è proprio l'Iran. Bisognerà capire cosa succederà, quali saranno le prossime mosse del presidente Usa Donald Trump, in ogni caso la sola incertezza sta contribuendo in maniera determinante all'impennata dei prezzi. Nuove sanzioni, spiega il rapporto di Citi, porrebbero il problema per Teheran di dislocare "almeno 500.000 barili al giorno delle esportazioni di greggio, specialmente quelle dirette in Corea e in Giappone e in alcuni paesi europei". Tale eventualità per la banca d'affari vale 5 dollari in più per il barile.

Ci sono poi le debolezze di cinque produttori Opec – Iran, Iraq, Libia, Nigeria e Venezuela – le cui interruzioni nelle forniture quest'anno potrebbero aumentare rispetto al 2017 quando 'costarono' 2 milioni di barili al giorno. L'instabilità politica ed economica interna di questi paesi, stima Citi, potrebbero togliere dal mercato fino a 3 milioni di barili al giorno. "Se ciò si verificasse nel 2018, e in particolare nella prima metà dell'anno, il petrolio sarebbe molto probabilmente scambiato tra i 70 e gli 80 al barile", evidenzia la banca d'affari americana.

Il ministro dell'Energia degli Emirati Arabi Uniti, Suhail Mohammed Al Mazrouei, che è anche il presidente dell'Opec, ha affermato che "il riequilibrio prosegue, tutti i fattori sono positivi e saremo in grado di realizzare l'equilibrio entro la fine del 2018". Il ministro, parlando alla Cnbc araba, ha precisato che gli stock di petrolio hanno continuato a diminuire, ma che "occorre ancora ridurre le eccedenze di 100 milioni di barili". Secondo il ministro l'accordo Opec e non Opec va applicato e prolungato per tutto il 2018.

Bisognerà vedere se tutti la penseranno così i primi di giugno quando i 24 paesi dell'Opec Plus si rivedranno per un aggiornamento sulla situazione del mercato petrolifero. Soprattutto se si sarà realizzata la previsione di Citigroup e il prezzo del greggio sarà arrivato a 80 dollari al barile. 

Agi News