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Perché Scholz vuole l’unione bancaria dell’Eurozona

Il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz spinge per completare il piano di unione bancaria dell’Eurozona. Lo ha scritto lo stesso Scholz in un articolo sul Financial Times, nel quale sostiene che le banche europee devono dotarsi di un sistema comune di assicurazione sui depositi. Secondo Scholz il ruolo globale dell’Europa sarebbe compromesso se non venisse completata l’integrazione del settore finanziario dell’Eurozona.

Perché è necessaria l’integrazione

“La necessità di approfondire e completare l’unione bancaria europea è innegabile. Dopo anni di discussioni, la situazione di stallo deve finire “, ha scritto Scholz, il quale evidenzia che con la Brexit, l’Ue perderà la City londinese – il suo più grande centro finanziario – e ciò significa che è giunto il momento di promuovere una migliore integrazione delle banche dell’area euro.

La Bce e i leader europei hanno più volte sollecitato governi dell’Ue a porre fine alle divisioni politiche sul completamento dell’unione bancaria, più nel dettaglio hanno sempre sostenuto che questo progetto è essenziale per rendere l’Eurozona più resistente agli shock economici e per consentire alle banche fallite di essere liquidate in sicurezza, senza la necessità di pesare sulle tasche dei contribuenti.

Proteggere i depositanti durante un collasso bancario

L’elemento più sorprendente contenuto nelle proposte di Scholz è il suo piano per creare un sistema comune europeo a protezione dei depositanti durante un collasso bancario. La Germania ha sempre respinto tali piano, i in mezzo all’ostilità pubblica nei confronti di qualsiasi tentativo percepito di mettere i contribuenti in pericolo per le banche instabili in altri Paesi.

Il sistema di riassicurazione fungerebbe da sostegno ai fondi nazionali, contribuendo a garantire che i governi possano onorare il loro obbligo legale di proteggere i depositi fino a 100.000 euro in caso di collasso bancario.

Merkel accetterà la proposta?

Accettare una qualche forma di meccanismo europeo comune di assicurazione dei depositi non è stato “un piccolo passo per un ministro delle finanze tedesco”, ha scritto Scholz.

Tuttavia, le sue proposte presentano pesanti avvertimenti e condizioni, che sono suscettibili di suscitare preoccupazione negli Stati membri dell’Ue con le finanze più deboli e i settori bancari fragili. Le sue proposte rischiano di trovare opposizione anche in Germania. Il Ft nota che gli amministratori pubblici tedeschi considerano l’iniziativa di Scholz un ‘non-paper‘, cioè una proposta personale del ministro, avanzata solo per favorire la discussione e che non è stata coordinata con il cancelliere tedesco Angela Merkel, il quale non è certo se appoggerà o meno questo piano. 

Agi

Perché la quotazione del gigante dell’energia Aramco è così importante

L’Arabia Saudita ultra-conservatrice sta subendo una grande trasformazione sotto il principe ereditario Mohammed bin Salman, che intende porre fine alla dipendenza del regno dai proventi del petrolio. Mentre il paese si apre sul fronte economico, ci sono state anche alcune riforme sociali, tra cui una maggiore libertà per le donne, ma i progressi sono al momento molto lenti e piuttosto deboli. L’iniziativa economica più ambiziosa del principe ereditario è stata finora quella di spingere il gigante dell’energia statale Aramco verso un debutto in borsa. Dopo anni di ritardi, la luce verde è stata annunciata oggi.

PERCHE’ L’IPO E’ COSI’ IMPORTANTE? La vendita di una parte di Aramco costituisce la base del piano di trasformazione del principe Mohammed per l’Arabia Saudita. La dimensione della quotazione rimane nell’aria, ma in origine si sperava che potesse generare fino a 100 miliardi di dollari. Questa cifra, basata su una valutazione di 2.000 miliardi di dollari della società ormai considerata irrealistica, potrebbe non essere raggiunta, ma anche così è probabile che sia la più grande offerta di mercato azionario di tutti i tempi.

Queste risorse sono necessarie per finanziare megaprogetti come NEOM, una mega città futuristica da 500 miliardi di dollari pianificata sulla costa settentrionale del Mar Rosso, che secondo i funzionari avranno taxi volanti e robot parlanti. Visto che al momento non è prevista una quotazione sui mercati esteri, il principe ereditario si affiderà principalmente ai miliardari sauditi per sostenere l’offerta.

SARA’ UN SUCCESSO? Come sempre in questi casi, lo scetticismo abbonda e i livelli di attenzione sulla borsa saudita sarà ai massimi nelle prossime settimane. Secondo alcuni analisti interpellati da France Press, se le azioni dovessero diminuire drasticamente dopo l’inizio delle negoziazioni, sarebbe un colpo molto visibile alla credibilità delle riforme economiche così strettamente associate a Mohammed bin Salman. Non solo, ma gli investitori internazionali presteranno molta attenzione a come Aramco si comporterà sul mercato interno, soprattutto in assenza di qualsiasi dettaglio sull’ipotesi di un suo debutto internazionale.

PERCHE’ ARAMCO E’ COSI’ IMPORTANTE? Aramco pompa circa il 10% del petrolio del mondo dai suoi pozzi sotto le sabbie del deserto, soprattutto a est del regno, ma anche nel suggestivo “Quartiere Vuoto” a sud. Ci sono anche alcuni importanti giacimenti petroliferi offshore. Il colosso dell’energia ha generato l’anno scorso i più importanti risultati rispetto a qualsiasi alta società, con un utile netto di 111 miliardi di dollari, per intenderci più di Apple. Peraltro, il destino di Aramco è fondamentale per l’approvvigionamento energetico mondiale.

MBS COME STA RICOSTRUENDO L’ECONOMIA? Anche prima di diventare principe ereditario nel giugno 2017, il figlio di Re Salman – spesso conosciuto con le sue iniziali MBS – aveva annunciato un piano per diversificare l’economia e allontanarla dalla sua lunga dipendenza dal petrolio. Da allora, il regno è stato testimone di una serie di iniziative mai viste prima, per lo più legate al divertimento e al turismo, tra cui vasti progetti di destinazioni di lusso. Le donne sono state più coinvolte rispetto al passato nel mondo del lavoro, i concerti sono stati aperti ai sauditi, gli eventi sportivi internazionali hanno avuto il via libera e sono stati rilasciati i primi visti turistici.

Nonostante i bassi prezzi del petrolio, il regno ha anche aumentato i prezzi del carburante e dell’elettricità, ha imposto un’imposta sul valore aggiunto (IVA) del 5% e ha imposto dazi su 11 milioni di beni di esportazione nel tentativo di generare entrate aggiuntive.

ORGOGLIO E PAURA PER LA VENDITA DEI GIOIELLI DI FAMIGLIA. L’IPO di Aramco ha generato un sentimento di orgoglio tra i sauditi, e sono in molti ad essere preoccupati di condividere il “gioiello di famiglia” con gli stranieri. Soprattutto i dipendenti vivono completamente immersi nella realtà dell’azienda, in un paese dove le città offrono finora poche attrazioni, e l’Ipo ha esposto Aramco alla visibilità mondiale. Temono quindi un cambiamento sostanziale dell’azienda, e quindi della loro vita. 

Agi

Perché gli americani non comprano più automobili italiane?

Il settore dell’automotive da sempre al centro dell’economia nazionale è in seria difficoltà. I dati Istat sulla produzione industriale descrivono ad aprile un crollo a doppia cifra per la fabbricazione di autoveicoli rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (-17,1%). Incide su questa preoccupante flessione sicuramente lo stallo delle vendite di auto nel mercato interno. Al di là del lieve aumento registrato ad aprile (+1,47), a maggio (-1,19%) le immatricolazioni sono tornate a scendere, consolidando una contrazione che dura ormai da sedici mesi.

In controtendenza soltanto i veicoli a trazione elettrica, sempre di più scelti dagli italiani per motivi ecologici, complice l’ecobonus varato dal governo. Frenano quest’anno anche le esportazioni (-5,4%) in difficoltà per il delicato clima internazionale che non accenna a migliorare. Il 18 maggio il comparto automobilistico europeo è riuscito a scongiurare i dazi di Trump ottenendo una tregua di sei mesi. Se alla fine dovessero essere introdotti, per l’Italia sarebbe una vera stangata.

Quanto potrebbero costarci i dazi di Trump

A marzo secondo i dati dell’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica (Anfia) gli Stati Uniti hanno drasticamente ridotto lo shopping di Fiat, Ferrari e di tutte le altre auto prodotte in Italia (-17,5%). Con l’eventuale entrata in vigore delle tariffe gli acquisti degli americani potrebbero ulteriormente diminuire. Un bel problema per il comparto, considerato che oggi per quanto riguarda le automobili sono il nostro principale importatore.

Varca l’Atlantico circa il 17,6%% delle vetture prodotte in Italia e destinate all’export. Significa che su un valore totale a marzo di 2 miliardi di esportazioni di veicoli, gli Stati Uniti hanno inciso per 340 milioni. Il rischio per la tenuta del settore è alto perché non sono da escludere crolli repentini come quello che si è verificato a febbraio nello scambio commerciale con la Turchia (-50,2%) per la svalutazione della lira. Se il bilancio dell’export nel 2018 si è chiuso in negativo (-5,4%), quindi, il 2019 procede in maniera ancora meno incoraggiante.

Come chiarisce l’Anfia, d’altronde, è destinata all’export più della metà di tutte le vetture prodotte (56,7%) in Italia, a fronte del 42,4% di dieci anni fa. Questi numeri sottolineano il ruolo sempre più cruciale delle esportazioni per il settore. Tuttavia, la bilancia commerciale resta pesantemente negativa a favore delle importazioni. A differenza della Francia e della Germania, infatti, dove non c’è una grande penetrazione delle case automobilistiche straniere, gli italiani preferiscono acquistare brand esteri, che detengono il 75% della quota del mercato interno.

Produzione italiana in affanno

Con un giro d’affari superiore ai 51 miliardi di fatturato e 162 mila addetti tra produzione di auto e componentistica, un’indagine dell’Istat del 2016 indica il comparto automobilistico come un perno dell’economia nazionale. Proprio per questo gli ultimi dati sulla produzione destano più di una preoccupazione. Il bollettino dell’istituto di statistica di maggio alla voce fabbricazione di autoveicoli (codice Ateco 29.1) è in rosso sia per questi primi quattro mesi del 2019 (-14,7%) che su base annuale (-17,1%).

Il trend negativo è confermato anche dalle indagini di Anfia che effettua una sua rilevazione contattando direttamente le case automobilistiche. Secondo i dati dell’associazione di categoria, nel 2018 sono state fabbricate 670 mila macchine, il 9,7% in meno rispetto al 2017 e se il confronto sui dodici mesi prende in considerazione il periodo aprile 2018 – aprile 2019, la riduzione raggiunge addirittura il 22%.

L’Italia non è isolata nel contesto europeo. Non stanno facendo meglio gli altri Paesi, in particolare la Germania e il Regno Unito che registrano un calo del 9% nel 2018. Sembra invece tenere la Spagna (-1,1%), seconda per volumi produttivi in Europa, e soprattutto la Francia (0,9%), l’unica col segno più nell’ultimo anno.

L’Italia, però, parte da premesse differenti rispetto a questi paesi perché osservando l‘indice di produzione delle auto elaborato dall’Eurostat per ogni singolo Stato, è evidente che solo l’Italia non sia riuscita a recuperare i livelli produttivi precedenti alla crisi economica. Al contrario, Germania e Spagna ormai hanno raggiunto la stessa produzione del 2008 e il Regno Unito ha addirittura migliorato le proprie performance. Oggi, quindi, il nostro è il sesto Paese produttore nell’Unione, superato anche dalla Repubblica Ceca che ha visto in questo decennio un vero e proprio boom.

Tra le varie anime del comparto nazionale, c’è però una filiera che resta competitiva nonostante l’ondata che ha travolto l’Europa. Si tratta del settore delle carrozzerie, il cui indice di produzione calcolato dall’Istat e riportato da Anfia si è impennato ad aprile (9,9%), ed è stato comunque positivo negli ultimi quattro mesi (6,3%), in netto contrasto come abbiamo visto con l’indice della fabbricazione di autoveicoli (-14,7%). Le carrozzerie fanno ben sperare anche per le ultime rilevazioni sugli ordinativi (+4,2%). Nessun segnale di ripresa, invece, per la fabbricazione dei componenti (-14,7%) e il prodotto finito (-11,1%).

Quante auto vengono immatricolate in Italia?

Secondo ANFIA, le nuove auto immatricolate nel maggio 2019 sono state 193.733, un dato che fa segnare un -1 % rispetto al maggio 2018 (il Ministero dei Trasporti si discosta leggermente da questi numeri, parlando di 193.307 auto per un -1,19%). Il dato si inserisce in un contesto che ormai da 16 mesi manifesta difficoltà, con rari segnali incoraggianti (come il timido segno positivo di aprile 2019) e diverse batoste, come quella dello scorso settembre quando la variazione percentuale tendenziale sul mese di settembre 2017 fu -25%.

Così, il “più” registrato ad aprile è il primo dato in attivo dallo scorso dicembre (+2%), seguito da tre mesi di variazione percentuale tendenziale negativa: -7% a gennaio, -2% a febbraio e -9,6% a marzo. Anche i numeri assoluti di immatricolazioni degli ultimi 12 anni mostrano la contrazione dei volumi del mercato dell’auto.

Come riporta Anfia, il 2007 è l’anno record delle vendite con due milioni e mezzo di vetture nuove, ma la crisi economica dell’anno successivo ha lasciato un segno ben visibile che, nel 2013, ha portato le nuove immatricolazioni a 1,3 milioni, poco più della metà delle auto nuove di sei anni prima. Secondo Anfia, la proiezione per il 2019 è di 1 milione e 850 mila nuove immatricolazioni, dato che confermerebbe il trend negativo per il secondo anno consecutivo.

La Fiat Panda, nelle sue varie versioni, è l’auto più venduta in Italia nel 2018 (più di 122 mila esemplari) e vede confermata la sua leadership anche nel mese di maggio, risultando il modello nuovo più immatricolato (13.631 unità), nettamente davanti a Fiat 500 (6.361) e Renault Clio (6.192). Fiat si conferma il costruttore con il maggior numero di auto immatricolate, davanti a Volkswagen e Renault, con i francesi che si piazzano sul podio di poco davanti a Ford. Rispetto a dodici mesi fa Fiat è stabile (-0,39%) mentre frena bruscamente Alfa Romeo (-51%). Arretra anche Renault (-14%), mentre crescono Mitsubishi (102%), Dacia (42%), Seat e Porsche (33%).

Il crollo del diesel

Maggio 2019 si dimostra in continuità anche sul versante delle scelte legate all’alimentazione dei veicoli. Per il secondo mese consecutivo il benzina vende più del diesel, mentre le ibride ormai hanno raggiunto le auto a gpl.

I motori a benzina sono il 44% delle nuove auto immatricolate contro il 41% del diesel: un effetto collaterale, scrive Anfia, della “demonizzazione” tout-court del diesel ma che non ha un riscontro positivo sulle emissioni, visto che i motori a benzina “hanno livelli emissivi più alti rispetto alle corrispondenti versioni diesel”. Gli ecobonus che premiamo le auto a emissioni massime di 70 grammi di CO2 per chilometro spingono la crescita delle auto elettriche e ibride: nell’ultima rilevazione mensile, Anfia le considera ormai appaiate al Gpl (13 mila a gpl contro 12 mila auto ibride/elettriche), con il metano ormai ampiamente staccato con sole 3700 immatricolazioni.

Gli effetti dell’ecobonus sul mercato delle ricaricabili

Stando ai numeri di Anfia, gli effetti dell’ecobonus entrato in vigore il 1° marzo sono ben visibili, dal momento che sono proprio le auto ricaricabili a crescere di più rispetto a dodici mesi fa. A maggio le auto elettriche sono date in crescita del 95% rispetto all’anno precedente, le ibride plug-in del 62,8%. I numeri dell’auto elettrica degli ultimi mesi sono notevoli: tra gennaio e aprile 2019 sono state immatricolate 300 auto elettriche in più rispetto a tutto il 2017 (2384 contro 2022), con maggio le elettriche sono arrivate a 3579: probabilmente, questi numeri sono conseguenza diretta dell’ecobonus. Inoltre, a maggio 2019, ANFIA riporta l’immatricolazione da parte di privati di 577 auto ricaricabili contro le 138 di maggio 2018.

Auto elettriche, ibride plug-in ed extended-range (autonomia estesa) sono auto ricaricabili, ovvero possono essere collegate alla rete elettriche per essere caricate al fine di circolare. Nei motori ibridi plug-in la trazione avviene congiuntamente grazie a motore elettrico e motore a combustione, nelle extended-range il motore a combustione è una sorta di appoggio. Queste categorie sono quelle probabilmente favorite dall’ecobonus introdotto dal Governo, visto che per accedere agli incentivi occorre scegliere un’automobile che emetta meno di 70 grammi di diossido di carbonio per chilometro.

Stando alla Guida sul risparmio di carburanti e sulle emissioni di CO2 delle autovetture disponibile sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico – la cui versione più aggiornata è del 2016 – sono proprio queste categorie di autoveicoli quelle che rientrano più facilmente nei parametri previsti dalla legge. Nella guida nessuno dei veicoli a benzina, a gasolio, a benzina/gpl e a benzina/metano riesce a rientrare nella soglia di 70 g/km di CO2. Calcolando una media dei veicoli ad alimentazione alternativa, solo le ricaricabili rientrano tranquillamente in questi parametri. I termini della legge, inoltre, specificano che possono accedere all’ecobonus mezzi che comunque abbiano una “motorizzazione elettrica finalizzata alla trazione”.

Tuttavia, è bene specificare che le pur basse emissioni delle auto elettriche o più in generale delle ricaricabili non sono totalmente zero: l’impatto complessivo sull’ambiente dipende da come viene generata l’elettricità che le muove. In ogni caso, come ricorda l’Agenzia Europea dell’Ambiente, i veicoli elettrici sono più efficienti, sprecano meno energia, non producono ossidi di azoto e particolato, se si esclude quello derivante dai freni e dall’usura delle gomme. 

Agi

Mario Draghi ha spiegato agli studenti di Pisa perché è orgoglioso di essere italiano

L'orgoglio di essere italiano e una difesa dell'euro che, pur con i suoi limiti, è stato fonte di stabilità. Italia e Europa si sono sovrapposte, intrecciate e andate fianco a fianco nella lectio magistralis del presidente della Bce, Mario Draghi. Come potevano lasciare presagire l'inno di Mameli e l'inno alla Gioia intonati all'inizio della cerimonia con la quale la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa gli ha conferito la laurea honoris causa in Economia.

Non sono passate inosservate le grida di allarme del rettore dell'Ateneo, Pierdomenico Perata, che ha denunciato i tagli subiti dall'istruzione universitaria italiana nell'ultimo decennio, e del rappresentante degli studenti, Tommaso Sacconi, che, nonostante le difficoltà del sistema universitario, non ha fatto mancare il "coraggio" di "voler contribuire al futuro delle nostre comunità", in "Italia ma anche oltre ai confini del nostro paese".

Orgoglioso di essere italiano

"Parole molto belle" che "mi fanno sentire ancora più orgoglioso di essere italiano", ha detto Draghi invitando gli studenti a buttare il cuore oltre l'ostacolo, perché "senza coraggio non si va da nessuna parte". Coraggio che puo' essere attinto dall'euro, che a gennaio compirà 20 anni: "l'appartenenza alla moneta unica gioca un ruolo fondamentale" per i paesi europei, in virtù del suo ruolo di "stabilizzatore" delle economie, "soprattutto nelle fasi recessive".

"L'Unione monetaria ha avuto successo sotto molteplici aspetti", ha ricordato Draghi, anche se è vero che "non ha prodotto i risultati attesi in tutti i paesi", ma ciò è in parte "il risultato di scelte di politica interna" oltre che "il risultato di un'Unione monetaria incompleta", per cui sarebbe auspicabile portarla a compimento, a partire dall'unione bancaria. Detto questo "la moneta unica ha permesso a diversi paesi di recuperare sovranità monetaria rispetto allo Sme", ovvero quando "le decisioni di politica monetaria erano prese dalla Germania", mentre "oggi sono condivise da tutti i paesi".

Il monito

Ed è qui che arriva il monito del banchiere: "non è ovvio che un paese tragga vantaggi in termini di sovranità monetaria dal non essere parte dell'euro". Certo, ha premesso Draghi, "ogni Paese ha la propria agenda, ma solo con le riforme si creano le condizioni per far crescere salari e occupazione", oltre a garantire "lo stato sociale". E queste "sono azioni che non possono non essere compiute che a livello nazionale", seppure "con il sostegno a livello europeo".

Il riferimento all'Italia sembra diventare ancora più diretto con il monito a non adottare misure in deficit per il bilancio pubblico, come del resto "ha dimostrato la storia dell'Italia", dove "il finanziamento monetario del debito pubblico non ha portato a reali benefici a lungo termine. Nei periodi in cui la monetizzazione del debito era più comune in Italia, come negli anni '70, il mantenimento di un tasso di crescita simile ai suoi omologhi europei richiedeva ripetute svalutazioni.

L'inflazione aveva raggiunto livelli insostenibili e aveva colpito i ceti più vulnerabili della società". L'euro, come parte integrante e fondamentale dell'Unione europea, potrebbe poi essere anche un argine ai populisti e ai movimenti estremisti: "Altrove nel mondo – ha concluso Draghi – si sta diffondendo il fascino delle ricette e dei regimi illiberali; stiamo vedendo piccoli passi indietro nella storia. Ed è per questo che il nostro progetto europeo è ancora più importante oggi. E' solo continuando a progredire, liberando le energie individuali ma anche promuovendo l'equità sociale, che la salveremo attraverso le nostre democrazie, con unità di intenti". 

Agi News

Perché adesso la Banca d’Italia lancia l’allarme sullo spread

"Il rialzo dei tassi di interesse sul debito pubblico registrato da maggio rischia di vanificare l’impulso espansivo atteso dalla politica di bilancio". L'allarme è contenuto nella Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d'Italia, secondo cui il governo, nel valutare una maggiore crescita tendenziale dello 0,6% nel 2019 grazie all'effetto positivo della legge di bilancio "presuppone" moltiplicatori "piuttosto elevati". In ogni caso, scrivono i tecnici di via Nazionale, "l’effettivo impatto sulla crescita e quindi sul peso del debito dipenderà dalle misure specifiche e dal mantenimento della fiducia degli investitori".

Più interessi, più spread, più debito

Bankitalia calcola che l’incremento dei tassi all’emissione dei titoli di Stato ha determinato negli ultimi sei mesi un’espansione della spesa per interessi di quasi 1,5 miliardi rispetto a quella che si sarebbe avuta con i tassi che i mercati si aspettavano in aprile; costerebbe oltre 5 miliardi nel 2019 e circa 9 nel 2020 se i tassi dovessero restare coerenti con le attuali aspettative dei mercati. Inoltre, sottolinea il rapporto, "un rialzo pronunciato e persistente dei rendimenti, a parità di tassi di crescita nominale dell’economia, aumenta il rischio che la dinamica del debito si collochi su una traiettoria crescente".

"L’incertezza sull’orientamento delle politiche economiche e di bilancio ha determinato forti rialzi dei rendimenti dei titoli pubblici; vi hanno contribuito timori degli investitori riguardo a un’ipotetica ridenominazione del debito in una valuta diversa dall’euro", prosegue il Rapporto, secondo cui "le condizioni di liquidità del mercato secondario dei titoli di Stato sono più tese rispetto ai primi mesi dell’anno ed è aumentata la volatilità infragiornaliera delle quotazioni".

Cosa vorrà dire uno spread più alto

Gli effetti negativi dell'aumento dello spread sono ben elencati nel rapporto. "Incrementi elevati e persistenti dei premi per il rischio sui titoli di Stato", scrivono i tecnici di via Nazionale, "ostacolano il calo del debito pubblico in rapporto al prodotto, incidono sul valore della ricchezza delle famiglie, frenano e rendono più oneroso il credito al settore privato, peggiorano le condizioni di liquidità e la patrimonializzazione di banche e assicurazioni".

In ogni caso, aggiunge Bankitalia, "diversi fattori stanno attenuando le ripercussioni delle turbolenze finanziarie sull’economia. L’indebitamento del settore privato risulta tra i più bassi nell’area dell’euro, l’avanzo commerciale è ampio e la posizione debitoria netta verso l’estero si è pressoché azzerata. L’elevata vita media residua del debito pubblico rallenta la trasmissione dell’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato al costo medio del debito".

E tuttavia, non manca di avvertire il documento, "il rialzo dei premi per il rischio sui titoli di Stato, se protratto nel tempo, avrebbe ripercussioni negative sul sistema finanziario e aumenterebbe i rischi per la stabilità". In particolare, "incrementi elevati e persistenti" dello spread "ostacolano il calo del rapporto debito/Pil, riducono il valore della ricchezza delle famiglie, frenano e rendono più oneroso il credito al settore privato, peggiorano le condizioni di liquidità e la patrimonializzazione di banche e assicurazioni".

Anche le banche rischiano

"Nel settore bancario prosegue il miglioramento della qualità del credito e il recupero della redditività, ma anche il processo di rafforzamento dei bilanci delle banche risente negativamente delle tensioni sul mercato del debito sovrano, che hanno determinato un peggioramento degli indicatori di liquidità e di patrimonializzazione”, rileva ancora il documento della Banca d’Italia, secondo cui "la flessione delle quotazioni dei titoli di Stato ha determinato una riduzione delle riserve di capitale e di liquidità e un aumento del costo della provvista all’ingrosso".

Il forte calo dei corsi azionari degli intermediari "ha determinato un marcato aumento del costo del capitale", aggiungono i tecnici di via Nazionale, che avvertono: se le tensioni nel mercato dei titoli di Stato dovessero protrarsi, le ripercussioni sulle banche potrebbero essere rilevanti, soprattutto per alcuni intermediari di media e piccola dimensione".

Sul fronte degli Npl, Bankitalia rileva che il flusso di nuovi crediti deteriorati, valutato in rapporto al totale dei prestiti in bonis, si colloca all’1,7 per cento, dopo aver toccato nel secondo trimestre dell’anno il valore minimo dal 2006. Il calo registrato negli ultimi anni, che ha riguardato sia i prestiti alle famiglie sia quelli alle imprese, afferma Palazzo Koch, è stato favorito dalla crescita economica, dal basso livello del costo del credito e dalla prudenza delle banche nell’assunzione dei rischi.

Nel primo semestre dell’anno le banche italiane hanno ridotto del 13 per cento la consistenza dei crediti deteriorati lordi, a 225 miliardi. La diminuzione, si legge nel rapporto, è in larga parte riconducibile alle cessioni di prestiti in sofferenza (20 miliardi, contro 42 nell’intero 2017).

 

Agi News

Perché Moody’s ci ha tagliato il rating

Giornata di passione sul fronte del debito sovrano. Mentre lo spread va in altalena, sfondando quota 340 punti per poi ripiegare sulla scia dei toni concilianti del commissario Ue agli Affari Economici, Pierre Moscovici, Bankitalia lancia l'allarme sulla fuga di capitali dall'Italia, con sempre più investitori stranieri che vendono i nostri titoli di Stato. Ma la tegola più dura arriva in serata, con Moody's – una delle tre grandi agenzie di rating (le società che valutano l'affidabilità degli emettitori di titoli di debito, siano essi aziende o Stati) 7- che abbassa di un gradino la valutazione sull'Italia a Baa3, appena un gradino sopra i livelli considerati speculativi, ovvero "spazzatura". Si attendono lunedì le reazioni dei mercati. L'abbassamento del rating fa scattare, spesso automaticamente, ingenti ordini di vendita da parte di numerosi investitori. Ciò significa che le tensioni finanziarie intorno al nostro debito potrebbero aumentare ulteriormente nei prossimi giorni. 

Quali sono le ragioni del declassamento, secondo Moody's?

  • Il deficit è stato alzato oltre le previsioni

Moody's punta il dito su "un indebolimento della politica fiscale con un deficit di bilancio più alto per i prossimi anni rispetto a quanto l'agenzia aveva assunto in precedenza". Il debito pubblico italiano, spiega, "si stabilizzerà in rapporto al Pil intorno all'attuale 130% nei prossimi anni piuttosto che iniziare la fase discendente come era atteso. Inoltre il trend del debito pubblico è soggetto alla debolezza delle prospettive economiche che potrebbe alla fine comportare un ulteriore aumento del debito stesso dal già elevato livello attuale. L'agenzia parla poi di "implicazioni negative per la crescita italiana nel medio periodo per lo stop ai piani di riforme economiche e fiscali".

  • Gli stimoli non faranno crescere abbastanza il Pil

Secondo Moody's "lo stimolo fiscale" contenuto nella manovra "fornirà un impulso alla crescita più limitato rispetto a quanto ipotizza il governo". Dopo un temporaneo aumento della crescita dovuto alla politica fiscale espansiva, l'agenzia di rating si aspetta che il Pil torni a un livello attorno all'1%. 

  • Non c'è un'agenda di riforme coerente

A parere di Moody's, i programmi di politica fiscale ed economica del governo "non comprendono un'agenda coerente di riforme che spinga, in modo sostenuto, la crescita dell'Italia attualmente inferiore ai propri partner". 

L'outlook (cioè il giudizio sulle prospettive future) rimane però stabile. Secondo Moody's, l'Italia "mostra ancora importanti punti di forza del credito che bilanciano l'indebolimento delle prospettive fiscali". Tali punti di forza "comprendono un'economia molto ampia e diversificata, una solida posizione estera con avanzi delle partite correnti e una posizione di investimento internazionale pressoché equilibrata. Le famiglie italiane hanno inoltre un alto livello di ricchezza e un importante cuscinetto contro gli shock futuri oltre a rappresentare una potenziale fonte di finanziamento per il governo".

L'economia rallenta e gli investitori esteri riducono il portafoglio di titoli italiani, emerge poi dal Bollettino economico della Banca d'Italia, secondo il quale nel terzo trimestre dell'anno il Pil è cresciuto di appena lo 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti dello 0,1%. Per via Nazionale, "l'attivita' avrebbe segnato un incremento nei servizi, mentre sarebbe rimasta stazionaria nell'industria in senso stretto. Il valore aggiunto delle costruzioni avrebbe proseguito a espandersi a un ritmo moderato".

L'allarme di Bankitalia

Ma il dato più preoccupante è un altro: secondo Bankitalia, nei primi otto mesi del 2018 "gli investitori non residenti hanno ridotto le loro consistenze di titoli di portafoglio italiani di 42,8 miliardi: i disinvestimenti hanno riguardato soprattutto i titoli pubblici (24,9 miliardi) e le obbligazioni bancarie (12,4 miliardi)". Gli acquisti di titoli pubblici italiani effettuati da non residenti nel periodo tra gennaio e aprile (41,7 miliardi) sono stati piu' che compensati dalle vendite registrate in maggio e in giugno (57,9 miliardi nei due mesi), in concomitanza con le tensioni sui mercati finanziari del nostro Paese", si legge nel Bollettino. "A luglio e agosto gli investitori esteri hanno venduto titoli del debito sovrano complessivamente per 8,7 miliardi".

Limitatamente al solo agosto, gli investitori esteri hanno venduto titoli di portafoglio italiani – tra titoli di Stato e obbligazioni bancarie – per 17,8 miliardi (di cui 17,4 mld di titoli pubblici). Tra maggio e giugno, in occasione dell'insediamento del nuovo governo giallo-verde, il 'sell off' di titoli di Stato italiano era stato massiccio, pari a 58 miliardi di euro, mentre a luglio gli investitori esteri erano tornati in attivo di oltre 8 miliardi di euro. Ad agosto pero' la forte volatilita' dello spread ha spinto nuovamente gli investitori esteri alla fuga, un segnale pericoloso per un paese che ha un debito pubblico di 2.342 miliardi di euro e che ogni anno deve raccogliere almeno 400 miliardi di euro sui mercati per finanziarsi. Inoltre occorre anche tener presente che gli investitori esteri, sebbene, in calo, detengono ancora il 26% del nostro debito pubblico.

Agi News

Perché l’Italia potrebbe tornare nel mirino dei mercati 

Non c'è solo la Turchia e la disputa commerciale tra Usa e Cina nel mirino degli investitori internazionali. Tra le preoccupazioni dei mercati ora c'è anche l'Italia. La terza più grande economia dell'Eurozona è tornata a lampeggiare sui radar degli investitori, come dimostra lo 'spread', il differenziale dei tassi di interesse tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, che rappresenta un barometro del rischio finanziario, tornato a 285 punti, il massimo da maggio, una cifra che significa semplicemente che per finanziarsi l'Italia in questo momento deve pagare il 2,85% di interessi sul debito in più rispetto alla Germania.

Anche il tasso del Btp ha ripreso a lievitare, rialzandosi dello 0,25% dall'inizio di agosto e tornando sopra al 3%, come a maggio, quando i mercati guardavano con preoccupazione alla vittoria elettorale dei cosiddetti populisti, cioè M5S e Lega. Ora il governo giallo-verde è saldamente in sella e si appresta a preparare la prossima manovra finanziaria.

E' proprio a quello, al bilancio del prossimo anno, che gli investitori guardano con un misto di diffidenza e di timore, sospettando che il governo espanderà il deficit pubblico più del consentito, mettendo il nostro Paese contro Bruxelles. Insomma, gli investitori temono che l'Italia non abbia una solida base finanziaria e soprattutto temono che possa essere rimosso il requisito costituzionale secondo cui Roma manterrà il bilancio in pareggio.

Le altre misure politiche che rischiano di mettere a dura prova, tanto i nervi dei mercati, quanto i conti del governo riguardano le possibili modifiche alle riforme pensionistiche e l'introduzione della flat tax. E' questo che nei prossimi giorni potrebbe far lievitare ancora il rendimento dei decennali e lo spread e che metterà ulteriormente sotto pressione le azioni e le obbligazioni delle banche locali, le quali sono le prime venire trascinate nel vortice del deterioramento della percezione dei mercati sull'azione del governo.

Un altro campanello d'allarme è quello acceso dalla Banca d'Italia, la quale ha rivelato che gli esborsi netti dall'estero del debito pubblico italiano sono saliti a 33 miliardi a giugno, a fronte dei 25 miliardi di maggio. A tenere sotto osservazione l’Italia e l’azione del governo nei prossimi giorni non saranno solo i mercati, ma anche le agenzie di rating. Il primo appuntamento è il 31 agosto con la revisione dei rating da parte di Fitch, che a metà marzo, dopo il voto, aveva confermato la valutazione 'BBB', con outlook stabile.

Poi, il 7 settembre, ci sarà l’esame più atteso, quello di Moody's, che è anche la revisione la più pericolosa, perchè a fine maggio l'agenzia ha deciso di mettere sotto osservazione per un possibile declassamento il rating 'Baa2', equivalente al 'BBB' e dunque soltanto due gradini sopra il livello 'junk', o 'spazzatura', che inizia con 'BB'. Un eventuale declassamento sarebbe molto grave, perchè l'Italia con il suo debito mostruoso, pari al 130% del Pil e con oltre 1.900 miliardi di euro di titolo di Stato da rimborsare, in caso tagli del rating sarebbe costretta a pagare interessi molto più alti per i prestiti internazionali e dunque dovrebbe sborsare molti più soldi per finanziarsi.

L'ultimo appuntamento, il 26 ottobre, è quello con la revisione di Standard & Poor's, che attualmente ci assegna un rating 'BBB' con outlook stabile. L’eventuale taglio del rating a livello junk, oltre a far impennare il costo dei prestiti al nostro Paese, renderebbe l'Italia non ammissibile per futuri acquisti di attività da parte della Banca centrale europea. Insomma, non ci aspetta una fine dell’estate tranquilla.

Agi News

Perché Facebook e Twitter crollano nel momento migliore per l’economia americana

La metafora più utile forse è quella di Bloomberg: proprio come le banche devono liberarsi dei crediti deteriorati, così i social devono provvedere a liberarsi di bot e utenti falsi perché la loro presenza peggiora le performance di tutto l’ecosistema. E non solo non portano utili, ma rischiano di allontanare gli utenti reali. 

L’effetto di questa pulizia, necessaria dopo i tassi di crescita impressionanti degli ultimi anni, ha svelato più di qualche scheletro nell’armadio di Facebook e Twitter causando un crollo improvviso di valore (circa il 20%) da quando i social hanno pubblicato le loro trimestrali. Gli analisti sembrano concordare su un fatto, ed è sempre Bloomberg a spiegarlo: il crollo dei due titoli al Nasdaq è dovuto principalmente al fatto che gli investitori sembrano essersi resi conto che le aspettative sulla crescita degli utenti dei social in passato fossero gonfiate.

Che nessuno dopo l’ondata di crescita aveva previsto che le acque fossero mosse artificialmente, e che la risacca sarebbe stata improvvisa e dolorosa. E questo sta portando giù molti titoli del listino tecnologico legato alla internet economy.

I "big number" di Trump

Il paradosso è che questo arriva in un momento piuttosto positivo per l’economia americana. Ieri i “big number” del governo hanno visto Trump esultare per la crescita del 4,1% del Pil (La Repubblica). Cosa che non succedeva dal 2014. L’87% delle società dello Standard&Poor 500 ha pubblicato dati che superavano le più rosee aspettative degli analisti. Insomma mentre l’economia ‘reale’ galoppa e va meglio del previsto, quella legata ad alcuni aspetti del digitale frena. D’improvviso. Vittima un po’ di se stessa.

Facebook ha incolpato per il suo calo la Gdpr. Ma non basta solo la Gdpr a spiegare il calo degli utenti (qui abbiamo spiegato perché).

Il modello di Facebook e la difficoltà di trovare un'alternativa

Secondo quanto riportano i documenti più recenti consegnati da Facebook alla Security Exchange Commission (la Consob americana) il social guadagna per ogni utente circa 20 dollari netti l’anno, per profitti complessivi per circa 1.4 miliardi. I soldi che la società riesce a fare per ogni utente sono cresciuti poco nel corso degli anni, quindi l’unica speranza per aumentare i profitti è quella di aumentare il numero di utenti. Utenti falsi e bot hanno fatto crescere il numero ‘virtuale’ degli utenti, ma non quello reale, quello che porta i 20 dollari l'anno per intendersi.

Quando la commissione del Senato chiese in maniera un po’ ingenua lo scorso aprile a Mark Zuckerberg: “Ma Facebook come fa a fare i soldi?”, il fondatore rispose secco, quasi divertito: “We run ads”, con la pubblicità. Questa è stata la grande forza di Facebook, che rimane un colosso e piuttosto in salute, ma in questo momento potrebbe anche rivelarsi un freno. Al momento infatti Facebook non sembra aver trovato una via alternativa di crescita alla pubblicità. WhatsApp e il modello di “crescita per acquisizioni” ha fatto bene alla società ma non basta. Il resto sono tentativi o promesse, finora poco reali, come il marketplace o il sistema interno di pagamenti in criptovalute.

Twitter e l'esercito dei troll e propaganda

Twitter ha problemi analoghi: di modello di business, come si è detto più volte, e di crescita di utenti. Anche il social di Jack Dorsey ha dovuto fare i conti con le pulizie estive degli account falsi e troll, sulla scia dei meccanismi di propaganda che si sono sviluppati sulla piattaforma, forse in maniera anche più sfacciata rispetto Facebook. E il 20% perso ieri al Nasdaq è lo stesso sintomo di una malattia analoga. La crescita non avviene coi bot. E la sostenibilità non si raggiunge con gli account falsi.

L’era dei social network non è finita. Ma c'è da scommettere che nei prossimi mesi saranno costretti a cambiare rotta, e rapidamente.

Twitter: @arcangeloroc

 

Agi News

Perché dovremmo smetterla di trattare i manager della Silicon Valley come eroi

Elon Musk non è Superman e Steve Jobs non era Batman. Sono imprenditori. Geniali, ricchi, prolifici. Ma pur sempre imprenditori. Quindi, per cortesia, basta trattarli come se fossero eroi infallibili. Basta, perché anche i semidei della tecnologia sbagliano. E perché a rimetterci potrebbero essere le loro aziende e i loro azionisti. Un articolo del Wall Street Journal firmato da Christopher Mims sottolinea che “la Silicon Valley ha un problema di responsabilità che affonda le radici dell'idolatria del fondatore-ceo”.

L'ascesa dei super-ceo

L'idea di un super-ceo non è solo una questione di costume. Si traduce in una gestione che affida a un solo uomo poteri sproporzionati rispetto al numero di azioni che possiede. Tradotto: condividono il rischio con gli altri azionisti, ma decidono tutto loro, come in una monarchia. “Trattare l'amministratore delegato come se fosse nato sul pianeta Krypton – sottolinea Mims – porta, tra le altre cose, nella concessione di più soldi e più potere”. In un'impresa normale il ceo dovrebbe rispondere a un consiglio di amministrazione, eletto dagli investitori. In sostanza, c'è qualcuno che può assumere o licenziare un ceo. Formalmente è così anche in Facebook, Tesla, Google, Snap. In realtà no.

È il fondatore, grazie a una struttura che concentra nelle sue mani i poteri decisionali, che si sceglie i membri del consiglio di amministrazione più graditi. Sia chiaro: gli azionisti non sono vittime. Anzi, sono spesso complici inconsapevoli. Perché, come spiega il Wall Street Journal, in questa idolatria collettiva “tutti vogliono un pezzo del mito”. I motivi che hanno portato a questa “crisi di rappresentanza” affondano in un passato molto più antico della Silicon Valley. Ma è in California che esplode. Perché? L'esempio di scuola potrebbe essere quello di Steve Jobs. Un uomo che, tra lupetti neri, jeans e liturgie ha saputo creare il mito di se stesso. Ma anche un imprenditore che ha creato il proprio culto per reagire all'incubo di ogni fondatore: essere estromesso dalla propria azienda, prima del grande ritorno.

Le prime crepe in Silicon Valley

Nel caso di Apple l'uomo solo al comando ha funzionato. Ma, secondo Mims, utilizzare Cupertino come argomentazione a favore della concentrazione dei poteri nelle mani del ceo-supereroe “è ridicolo”. Il motivo di un giudizio così tranciante è semplice: quante Apple esistono al mondo? In altre parole: ci sono società che hanno galoppato anche grazie alla venerazione dei propri amministratori delegati. Ma dovrebbero essere reputate l'eccezione e non buone ragioni per seguirne le orme. Va bene l'ambizione, ma l'altare potrebbe non essere il punto di partenza migliore.

I fondatori ceo non hanno mai avuto così tanto potere come in questo momento. Si trovano in una congiuntura favorevole, fatta di mitologia tecnologica e abbondanti capitali da venture capital che si saldano con meccanismi di governance capaci di trattenere il controllo della propria società. I supereroi diventano così “dittatori a vita” e a ogni costo. Anche se a farne le spese è proprio l'impresa. La domanda, a questo punto, è: fino a quando durerà? Secondo il Wall Street Journal potremmo essere vicini a un punto di rottura.

I super-ceo sarebbero arrivati in vetta e potrebbero presto iniziare la discesa. Gli esempi che indicherebbero le prime crepe non mancano. Gli azionisti di Snap, contrariati dagli scarsi risultati, stanno mettendo in discussione Evan Spiegel. Il caso Cambridge Analytica ha messo sotto pressione Mark Zuckerberg. Il fondatore di Uber Travis Kalanick è stato sostituito da un manager esterno (Dara Khosrowshahi). Theranos è collassata, trascinando con sé Elizabeth Holmes, definita per carisma e look, la “Steve Jobs donna”.

Il caso Tesla

Un'azienda e un episodio raccontano meglio di altri sia la mitologia del ceo sia la nascita di alcune (per ora piccole) crepe. Poche compagnie come Tesla sono il proprio fondatore: Elon Musk. Le sue promesse sono parte del business quanto le portiere e le batterie elettriche. Non a caso, nel momento più grigio della società (con il titolo in calo e la produzione di Model 3 in ritardo) Musk ha puntato su se stesso con un piano decennale di premi in azioni che azzera lo stipendio e àncora il guadagno agli obiettivi finanziari.

Come a dire: credo in quello che faccio, resto qui per un paio di lustri e se le cose andranno bene avrò un crescente controllo sulla società. Nella recente assemblea di Tesla, però, un azionista ha proposto di spezzettare i poteri di Elon Musk, che da dieci anni combina i ruoli di ceo e presidente. Una struttura che – si legge nelle proposta – garantisce leadership ma che potrebbe non essere adatta a un settore sempre più complicato e competitivo. In sostanza: l'idea di un uomo solo al comando non funzionerebbe. Si trattava di fatto di una proposta kamikaze.

Il consiglio di amministrazione è gestito da Musk, che su una delle poltrone ha anche piazzato suo fratello. E qualsiasi variazione deve passare da una maggioranza qualificata dei due terzi. Molto difficile da raggiungere senza la quota di Musk, pari al 22%. Tradotto: non si muove foglia che Musk (azionista forte, presidente e ceo) non voglia. E infatti il board ha detto no: “Il successo della compagnia non sarebbe possibile” se la società fosse guidata da un'altra persona. Proposta respinta e pieni poteri al grande capo. La saga dei super-ceo non è ancora finita.

Agi News

Perché Trump ha deciso di rompere la tregua commerciale con la Cina

Donald Trump ha fatto saltare la tregua commerciale con la Cina proprio mentre chiede a Pechino un appoggio nei delicati negoziati nucleari con la Corea del Nord. La Casa Bianca annuncia che procederà sulla strada dei dazi, rinnovando l’intenzione di imporre tariffe del 25% sull’importazione di beni tecnologici cinesi per un valore di 50 miliardi di dollari. Non solo: imporrà limiti agli investimenti cinesi e all’acquisto di tecnologia.

Immediata ma composta la risposta del Ministero del Commercio di Pechino, che definisce la nuova presa di posizione del presidente americano “contraria al consenso raggiunto tra le due parti a Washington”.  Appena una settimana fa sembrava che fosse stata scongiurata la guerra commerciale tra le due principali economie del pianeta, quando il vice premier Liu He era volato a Washington per il secondo round di colloqui sul commercio; i due Paesi avevano raggiunto un accordo che prevedeva l’aumento delle importazioni Usa da parte di Pechino per ridurre il surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti (375 miliardi di dollari).

Trump, perso l’iniziale ottimismo, aveva detto di non essere contento: la tregua, per lui, era solo “all’inizio”. In quel momento era apparso chiaro come il negoziato per evitare la 'trade war' fosse entrato in una nuova fase delicata, sovrapponendosi a quello nucleare con la Corea del Nord.

Perché Trump ci ripensa

Secondo quanto scrive La Stampa, gli americani hanno raggiunto la pax commerciale per due motivi: primo, ottenere dal presidente cinese Xi Jinping un aiuto per convincere Kim Jong-un a procedere con il disarmo nucleare (lo avevamo scritto qui); secondo, la vittoria del ministro del Tesoro Steven Mnuchin  – convinto sostenitore della tregua – nella sfida interna che lo vedeva contrapposto al segretario al Commercio degli Stati Uniti, Wilbur Ross, e al consigliere Lighthizer.

Il dietrofront di Trump arriva proprio a pochi giorni dalla missione asiatica di Ross, atteso a Pechino il 2 giugno per il nuovo round di colloqui sul commercio. La Cina, ha ribadito la portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying, “non vuole una guerra ma non ha paura di combatterla”. Ma resta aperta al proseguimento dei negoziati.

L’annuncio delle nuove sanzioni da parte dell’imprevedibile presidente americano potrebbe essere volto a fare concessioni più concreti in vista della ripresa delle trattative. Una “mossa tattica”, secondo Lester Rosso, a capo dell’ufficio politico della Camera di Commercio americana in Cina.

La stampa cinese

Durissimi gli attacchi della stampa cinese. Il Global Times, uno dei giornali più intransigenti, descrive la mossa avventata degli Stati Uniti come frutta di una “delusione” e avverte che Washington potrebbe ritrovarsi a “ballare da sola”. Il China Daily torna a definire "prive di fondamento” le ripetute accuse rivolte a Pechino di forzare le aziende statunitensi che operano in Cina a trasferire la tecnologia. 

L'ombra di Kim

Non è escluso che dietro al passo indietro si celi l’ombra di Kim. Trump sospetta che Xi abbia convinto il leader nord-coreano a mettere in discussione il vertice di Singapore per ottenere maggiori concessioni sui delicati negoziati commerciali.  Dopo un tesissimo tira e molla, il summit ha ripreso quota. Usa e Corea del Nord hanno stabilito un contatto diretto: nelle ore scorse è volato a New York un emissario del dittatore, Kim Chang-son. Trump potrebbe dunque aver deciso di riaprire il fuoco con Pechino.

Nel mirino anche gli studenti cinesi

La rappresaglia si estende anche ai cittadini cinesi. Gli Usa si apprestano a imporre limiti su alcuni visti rilasciati in particolare a studenti di scienza e tecnologia  – 600 mila all’anno – per gli studi in settori che rientrano nel Made in China 2025. Del resto il piano industriale che punta sui big data è il vero bersaglio di Trump.  Gli studenti cinesi, scrive il South China Morning Post, non sono preoccupati dalle misure che saranno applicate dal prossimo 11 giugno. 

I dazi colpiranno tecnologia e strumenti per la medicina

La lista dei prodotti a cui saranno applicati dazi, secondo quanto riportato dalla Casa Bianca, sarà compilata in base all’elenco di prodotti tecnologici passibili di dazi resa nota ad aprile scorso, e verrà divulgata il 15 giugno prossimo, mentre le restrizioni agli investimenti e i controlli sulle importazioni verranno resi noti il 30 giugno prossimo. La decisione, spiega il comunicato emesso dalla Casa Bianca, è stata presa in base alla sezione 301 dello Us Trade Act del 1974, utilizzata per le indagini dello Us Trade Representative, Robert Lighthizer, su possibili violazioni della proprietà intellettuale. La mossa rientra nei passi messi in atto dagli Usa per “proteggere la tecnologia interna e la proprietà intellettuale da certe pratiche commerciali pesanti e discriminatorie della Cina”, conclude il comunicato.  

Zte e Qualcomm

La lezione di Zte, finita nel mirino di Washington (potrà tornare a fare business negli Stati Uniti a patto che paghi una multa di 1,3 miliardi di dollari e modifichi il management, mentre aumenta l’avversità dei senatori repubblicani) insegna alla Cina che deve affrettarsi a rendersi indipendente sul versante dello sviluppo tecnologico.  Uno dei settori nei quali gli americani temono di perdere l’egemonia è proprio l’intelligenza artificiale. Nel nuovo braccio di ferro tra Washington e Pechino rischia di restare stritolato anche il colosso dei processori Qualcomm, la cui proposta di acquisto dell’aziende cinese di semiconduttori NXP è in attesa dell’approvazione dell’antitrust cinese.

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