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Gli assegni scaduti li incassa lo Stato. In 9 anni 630 milioni, scrive Repubblica

In 9 anni lo Stato italiano ha portato a casa 634 milioni di euro grazie agli assegni non incassati dai beneficiari. È quanto emerge dalla Relazione diffusa dai magistrati contabili lo scorso 27 giugno. Si tratta di titoli di credito, spesso utilizzati come cauzione o deposito in diverse tipologie di transazione.

Dal 2007, scrive il quotidiano Repubblica, una legge prevede che i conti correnti non movimentati per dieci anni, le polizze vita non riscosse, così come gli assegni circolari non incassati entro tre anni, finiscano nelle casse dello Stato. Stando alla Relazione, 320.346.684 euro – meno della metà del totale – sono entrati da polizze non riscosse dai beneficiari, specialmente famigliari ignari dei contratti di assicurazione stipulati dai loro congiunti.

A prevalere però sono gli assegni circolari in cui ordinante e beneficiario coincidono. È il caso – si spiega – di casi in cui si sceglie di fatto di ritirare dal proprio conto corrente delle somme che non si vuole figurino sul proprio conto, ad esempio per ottenere un Isee più basso, o più generalmente per tenere le somme nascoste e non “aggredibili” ad esempio in caso di riscossione.

Più o meno come ritirare i propri risparmi e nasconderli in banconote sotto il  materasso o in una cassetta di sicurezza. Con la differenza però che le banconote occupano spazio, e quindi richiedono un luogo dove essere nascoste, ma anche però che mantengono inalterato il loro valore. L’assegno circolare invece dopo tre anni “scade”: e così molti, ignari, perdono la disponibilità dei propri fondi.

La legge, spiega ancora Repubblica, imporrebbe agli intermediari, cioè alle banche, entro 180 giorni dallo scattare della “dormienza”, l’obbligo di informare i titolari con una raccomandata all’ultimo indirizzo conosciuto ma a distanza di anni, o in caso di morte, le banche si trincerano dietro la difficoltà tecnica di effettuare la ricerca e spesso la prescrizione finisce per essere disattesa.

Agi

Gli italiani a rischio povertà ora sono 18 milioni: pesano tasse e tagli alla spesa sociale

Con tasse record una spesa sociale tra le più basse d'Europa, in Italia il rischio povertà o di esclusione sociale ha raggiunto livelli di guardia molto preoccupanti. È quanto emerge dall'analisi realizzata dall'Ufficio studi della Cgia, secondo la quale il rischio di povertà o di esclusione sociale tra il 2006 e il 2016 è aumentato in Italia di quasi 4 punti percentuali, raggiungendo il 30% della popolazione (Il Manifesto).

In buona sostanza le persone in difficoltà e deprivazione sono passate da 15 a 18,1 milioni. Il livello medio europeo è invece salito solo di un punto, attestandosi al 23,1%: 6,9 punti in meno rispetto alla nostra media. In Francia e in Germania, invece, in questi 10 anni il rischio povertà è addirittura diminuito e attualmente presentano un livello di oltre 10 punti in meno al dato medio Italia (Huffington Post).

La povertà nel Sud Italia: grave la situazione in Sicilia, Campania e Calabria

A livello regionale per quanto riguarda la povertà la situazione al Sud è pesantissima. Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2016 ci segnalano che il rischio povertà o di esclusione sociale sul totale della popolazione ha raggiunto il 55,6% in Sicilia, il 49,9% in Campania e il 46,7% in Calabria.

Il dato medio nazionale, come dicevamo più sopra, ha raggiunto il 30% (4,1 punti percentuali in più tra il 2006 e il 2016). In questi ultimi anni di crisi, nota la Cgia, alla gran parte dei Paesi mediterranei sono state "imposte" una serie di misure economiche di austerità e di rigore volte a mettere in sicurezza i conti pubblici. In via generale questa operazione è stata perseguita attraverso uno "smisurato aumento delle tasse, una fortissima contrazione degli investimenti pubblici e un corrispondente taglio del welfare state" (Tgcom24).

"Risultato drammatico"

"Da un punto di vista sociale – commenta il coordinatore dell'Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – il risultato ottenuto è stato drammatico: in Italia, ad esempio, la disoccupazione continua a rimanere sopra l'11 per cento, mentre prima delle crisi era al 6 per cento. Gli investimenti, inoltre, sono scesi di oltre 20 punti percentuali e il rischio povertà ed esclusione sociale ha toccato livelli allarmanti. In Sicilia, Campania e Calabria praticamente un cittadino su 2 si trova in una condizione di grave deprivazione. E nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30 punti, attestandosi l'anno scorso al 131,6 per cento".

In questi ultimi anni la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva ha registrato, statisticamente, i risultati più preoccupanti. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa.

La mancanza di ammortizzatori sociali per le partite Iva

"A differenza dei lavoratori dipendenti – nota il Segretario della Cgia Renato Mason – quando un autonomo chiude l'attività non beneficia di alcun ammortizzatore sociale. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione. In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l'età non più giovanissima e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso impieghi completamente in nero".

Il peso delle tasse sul Pil italiano

Ritornando ai dati della ricerca, In Italia la pressione tributaria (vale a dire il peso solo di imposte, tasse e tributi sul Pil) si attesta al 29,6% nel 2016. Tra i nostri principali paesi competitori presenti in Ue nessun altro ha registrato una quota così elevata. La Francia, ad esempio, ha un carico del 29,1%, l'Austria del 27,4%, il Regno Unito del 27,2% i Paesi Bassi del 23,6%, la Germania del 23,4% e la Spagna del 22,1". Al netto della spesa pensionistica, il costo della spesa sociale sul Pil (disoccupazione, invalidità, casa, maternità, sanità, assistenza, etc.) si è attestata all'11,9 per cento.

Tra i principali paesi Ue presi in esame in questa analisi, solo la Spagna ha registrato una quota inferiore alla nostra (11,3% del Pil), anche se la pressione tributaria nel paese iberico è 7,5 punti inferiore alla nostra. Tutti gli altri, invece, presentano una spesa nettamente superiore alla nostra. In buona sostanza siamo i più tartassati d'Europa e con un welfare "striminzito" il disagio sociale e le difficoltà economiche sono aumentate a dismisura.

Agi News

Il capo di Snapchat si regala 637 milioni, ma ai dipendenti niente premio di produzione

“Io so' io, e voi non siete un…”, disse Evan Spiegel. Cosa c'entra il Marchese del Grillo con Snapchat? Questo: il fondatore dell'app si è concesso un super-premio, ma non ha lasciato neppure spiccioli ai dipendenti. I lavoratori, scrive Bloomberg, non avranno alcun bonus produttività perché hanno mancato gli obiettivi fissati dalla società. Quali? È soprattutto questo il problema. Gli obiettivi sarebbero stati vaghi o comunque non esposti chiaramente ai dipendenti.

Spiegel fa il pieno

Certo, è l'impresa che decide. Ma l'assenza di bonus stride con il mega-premio concesso dagli azionisti (Evan Spiegel) al ceo (Evan Spiegel). Nonostante le performance al di sotto delle aspettative, nel 2017 il fondatore dell'app ha incassato 637,8 milioni di dollari. Solo una piccola parte (1,2 milioni) è dovuta a stipendio e compensazioni. Il resto (636,6 milioni) è un ringraziamento sotto forma di titoli. La cifra è ufficiale (scritta nero su bianco su una comunicazione inviata alla Sec, la commissione di controllo statunitense dei mercati). Ma, anche in questo caso, non sono stati indicati con chiarezza gli obiettivi che Spiegel (a differenza dei propri dipendenti) avrebbe raggiunto.

È vero, ha portato la società in borsa. Ma da allora (salvo nell'ultima trimestrale) ha deluso analisti e azionisti, che si attendevano una crescita degli utenti più rapida e un miglioramento dei conti che invece non è arrivato. La perdita netta del primo anno da quotata è stata di 3,4 miliardi di dollari (350 milioni nell'ultimo trimestre).

Il confronto con gli altri ceo

Il bonus di Spiegel, considerando anche l'assenza di quello ai dipendenti, appare così ancora più sproporzionato. Perché rappresenta una cifra record, senza eguali nel pur generoso mondo della tecnologia. È vero che l'anno di quotazione è solitamente ricco, ma la cifra è comunque fuori taglia se si confronta con il valore di Snap, con le sue performance e con quanto incassato da altri ceo.

Secondo Equilar, una società che traccia gli incassi dei top manager, i 637,8 milioni intascati da Spiegel rappresentano “per distacco” il premio più significativo dell'anno. Nel 2017 il ceo di Apple Tim Cook avrebbe infatti guadagnato 12,8 milioni e quello di Google Sundar Pichai circa 200. Con la differenza che Cupertino e Mountain View macinano utili e hanno una capitalizzazione avviata verso i mille miliardi. Mentre Snap ne vale 20.

Il premio vale il rosso di due trimestri

Anche guardando a eventi straordinari, la somma resta ipertrofica: quando Cook prese il testimone da Steve Jobs alla guida della Mela, fu ricompensato con un pacchetto di azioni che allora valeva 376 milioni. Se poi si bada all'andamento del titolo nell'ultimo anno, Apple ha guadagnato il 25% e Google il 30%. Mentre Snap è fermo al prezzo dell'Ipo e ha perso il 36% rispetto ai massimi (registrati alla fine della prima giornata di contrattazioni, un anno fa).

Non è un indice finanziario, ma confrontare la perdita netta del gruppo con quanto incassato dal suo ceo fa impressione. Anche alla luce di una coincidenza: il premio di Spiegel vale quanto perso da Snap nel secondo e nel terzo trimestre (637 milioni).

Agi News

Zuckerberg ha venduto azioni di Facebook per 500 milioni in un solo mese 

Mark Zuckerberg, 34enne fondatore e amministratore delegato di Facebook, ha venduto circa 500 milioni di dollari di azioni della sua società a febbraio. Lo ha rivelato Reuters. I soldi serviranno al numero uno di Facebook per finanziare il suo veicolo di investimento filantropico, la Czi (Chan Zuckerberg Initiative). Una mossa che non deve sorprendere. Zuckerberg da tempo sta accelerando la vendita delle sue azioni per finanziare la fondazione creata con sua moglie Priscilla Chan nel 2015.

Alcuni documenti che Reuters ha avuto modo di visualizzare giovedì dimostrano che Zuckerberg ha venduto 685.000 azioni per un controvalore di 125,4 milioni negli ultimi tre giorni di febbraio, vendite che hanno portato quelle dell'intero mese a circa 2,7 milioni di azioni per un valore di 482,2 milioni. "Queste vendite sono l'ultimo tassello di un processo che Mark ha cominciato lo scorso settembre per finanziare il lavoro della Chan Zuckerberg Initiative nel campo della scienza, dell'istruzione e delle questioni relative alla giustizia e alle pari opportunità", ha detto a Reuters un portavoce della fondazione.

Zuckerberg aveva già annunciato che avrebbe venduto nei prossimi anni il 99% delle sue azioni di Facebook in favore della Czi. Finora ha venduto 1,6 miliardi di azioni tra il 2016 e il 2017, secondo un calcolo fatto dal sito di informazione tecnologica Recode. La sua fondazione è assai simile a quella di altri miliardari americani, primi tra tutti Bill Gates con sua moglie Melinda e Warren Buffet con la sua Buffet Foundation.

Agi News

Il governo lancerà un fondo da 305 milioni per l’innovazione e le startup. Forse

Oltre 300 milioni di euro dal 2018 al 2020 potranno essere destinati allo "sviluppo del capitale immateriale, della competitività e della produttività". Il 'tesoretto' è stato inserito nella manovra appena varata da governo. Si tratta di una delle misure per l'implementazione del piano Impresa 4.0 voluto dal ministero dello Sviluppo Economico. 

Più precisamente il fondo, in capo al ministero dell'Economia e delle Finanze, avrà una dotazione di 5 milioni di euro per il 2018, di 125 milioni di euro per il 2019 e 175 per il 2020, per un totale di 305 milioni.

"Il fondo – si legge nella legge di bilancio – è destinato a finanziare progetti di ricerca e innovazione da realizzare in Italia ad opera di soggetti pubblici e privati, anche esteri, nelle aree strategiche per lo sviluppo del capitale immateriale funzionali alla competitività del Paese e per il supporto operativo ed amministrativo alla realizzazione di questi progetti".

Scheda: Ecco le principali 55 misure previste in legge di bilancio

In sostanza si tratta di fondi statali, spiegano dal Mise, destinati a sanare il gap tra ricerca di base e l'effettiva commercializzazione del bene immateriale sviluppato. Un supporto per passare dal prototipo al prodotto finito commercializzabile di successo, sulla falsa riga di esperienze che sono state viste in America e Gran Bretagna. Il Fondo pubblico dovrà lavorare insieme al privato per facilitare la connessione tra l'economia reale e le attività di ricerca e di sviluppo che possono avvenire all'interno di un'università, di un'impresa o di una startup. 

Per ora è difficile dire se quei tutta la cifra stanziata avà piena operatività. 5 milioni saranno sicuramente impiegati il prossimo anno, ma poi spetterà al nuovo esecutivo decidere se mantenere l'impegno preso dall'attuale governo e rifinanziare il fondo con i 125 milioni previsti per il 2019 e i 175 del 2020. Di fatto alla prossima legislatura spetterà gran parte dello sforzo, 300 sui 305 milioni previsti. E non è detto che il futuro governo sarà disposto a sostenerlo. 

 

 

Agi News

Perché Marchionne ha ottenuto un bonus da 42 milioni di euro

Sergio Marchionne ha raggiunto i risultati previsti e il premio per l’amministratore delegato di FCA è un bonus di azioni del gruppo di 2,8 milioni. Ovvero 42 milioni di euro secondo i valori attuali di Borsa. Il premio è connesso al piano di incentivazione a lungo termine legato al piano 2014-2018.  Secondo un filing di Fca reso noto dall'Amf, l'autorità di Borsa olandese, le azioni sono state assegnate lo scorso 27 ottobre e da allora Marchionne, spiega Repubblica, ha già rivenduto circa 1 milione di titoli a fini fiscali. Attualmente, riporta Il Sole 24 Ore, Marchionne ha in portafoglio 16,415 milioni di titoli FCA e se si continueranno a raggiungere gli obiettivi fissati dal piano 2014-2018, riceverà nel 2018 e nel 2019 altre due tranche di azioni rispettivamente da 2,7 e 2,8 milioni di titolo.

Una novità? Non proprio. “Il premio in azioni incassato oggi da Marchionne era già previsto nel bilancio. Infatti il piano di incentivazione prevedeva che i manager del gruppo, non solo Marchionne, cominciassero a incassare i premi a partire dal terzo anno e in base agli obiettivi fissati in precedenza”.

Il nodo americano

Per Marchionne il presente, però, sottolinea Lettera43,  non è così semplice. L’ad di FCA e presidente di Ferrari, deve far fronte a una serie di imprevisti sempre maggiori in America, che – per motivi politici prima che commerciali – resta il principale mercato di Fca. “La piccola casa di Detroit è entrata pesantemente in quella che i media americani hanno ribattezzato il 'Uaw-gate'0, dal nome del sindacato automobilistico statunitense. Una storiaccia di tangenti che secondo le autorità giudiziarie di Detroit e l’Fbi servirebbe alle tre grandi case automobilistiche (General Motors, Ford e Fca) per ammansire i rappresentanti delle tute blu, alle quali – va detto – la crisi ha spuntato gli artigli. La più piccola delle case è stata coinvolta quando si è scoperto che un suo ex dirigente Alphons Iacobelli avrebbe partecipato con suoi colleghi di Gm e Ford alla creazione di un sistema parallelo di formazione, per drenare ai vertici della Uaw circa 4,5 milioni di dollari. A quanto si è saputo Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat Chrysler, si sarebbe presentato spontaneamente davanti agli inquirenti un anno fa per respingere le accuse di un coinvolgimento diretto di Fca. Il Ceo, che non è indagato, avrebbe fatto presente che Iacobelli sarebbe stato allontanato non appena ad Auburn Hills si sono accorti che la sua condotta presentava non poche pecche.

L’Alfa Romeo che brilla

Accanto a quest’inchiesta che al momento sfiora soltanto l’azienda, Fca deve affrontare in America nodi molto più grandi. Innanzitutto sul versante delle immatricolazioni. A ottobre i dati sono stati negativi per il Lingotto negli Usa, con le vendite crollate del 13,2% (-8,4% da gennaio). Alfa Romeo è l’unico marchio in positivo, ma le Giulia e le Stelvio immatricolate in più quel mese sono soltanto 1.205. Male invece le "locomotive" Jeep (-2,5% a ottobre) e Ram (-3,3%, ma +3,7% da gennaio) oltre che Maserati: -12,6% che però ha segnato un +17,6% dall'inizio del 2017.

Gli altri ad premiati

Marchionne non è certo il primo ad aver ottenuto un superbonus per i risultati raggiunti.   Come ricostruito alcuni mesi fa da Repubblica ad esempio, l'ad di Intesa Sanpaolo Carlo Messina potrà contare – se raggiungerà i risultati prefissati – su un bonus quadriennale massimo di 1,4 milioni, pagabile in azioni e disponibile solo nel 2019. Per il numero uno di Unicredit Jean Pierre Mustier il bonus fissato è di 521mila azioni, pari a 7,8 milioni di euro ai valori di maggio, ma incassabili solo a partire dal 2024.  L'ad di Generali Philippe Donnet incasserà invece a fine piano, nell'ipotesi migliore, 5,7 milioni di euro, un po' in contanti e un po' in azioni, ma nel frattempo se ottiene il punteggio pieno potrà contare anche su un bonus annuale pari a 1,4 milioni

 

Agi News

Amazon deve 250 milioni al Lussemburgo, ma la cosa interessa anche noi

Dopo GoogleApple​ e Facebook, il martello della giustizia di Margrethe Vestager, Commissario Ue alla Concorrenza, si abbatte su un altro gigante della Silicon Valley. L'antitrust di Bruxelles ha chiesto ad Amazon​ di restituire i 250 milioni di euro di vantaggi fiscali illegali concessi a Lussemburgo, il piccolo Stato che, dal 1995 al 2013, fu governato dall'attuale presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker. E ad attivarsi per recuperare la somma dovrà essere lo stesso granducato.

"Tre quarti degli utili non sono tassati"

"Grazie ai vantaggi fiscali concessi dal Lussemburgo ad Amazon", ha spiegato in conferenza stampa Vestager, circa tre quarti degli utili di Amazon non sono tassati. In altri termini, Amazon ha potuto pagare 4 volte meno tasse rispetto alle altre società locali sottoposte alle stesse regole fiscali nazionali.È una pratica illegale rispetto alle regole Ue in materia di aiuti di Stato: gli Stati Ue non possono accordare alle multinazionali dei vantaggi fiscali selettivi a cui le altre società non hanno accesso".

La replica dell'azienda

L'inchiesta era stata aperta dalla Commissione nell'ottobre del 2014. L'agevolazione, varata nel 2003 e riconfermata nel 2011, consentiva al gruppo di trasferire la maggior parte degli utili realizzati dalla sua divisione locali, soggetta alle regole nazionali (Amazon Eu), a una che non lo era (Amazon Europe Holding Technologies). L'inchiesta dell'Antitrust Ue ha dimostrato che i trasferimenti erano eccessivi e privi di valide giustificazioni.  "Non abbiamo ricevuto nessun trattamento speciale dal Lussemburgo e abbiamo pagato tutto il dovuto, in accordo con il Lussemburgo e con le leggi internazionali", replica Amazon che, prevedibilmente, farà appello.

Oxfam: "Questi favori li pagano cittadini e Pmi"

"Il trattamento privilegiato, sancito da accordi fiscali segreti, riservato alle multinazionali dai governi di tutto il mondo, permette un alleggerimento inaccettabile delle imposte a beneficio dei grandi colossi internazionali", commenta Aurore Chardonnet, policy advisor di Oxfam, "a pagarne il prezzo sono i cittadini, privati di risorse erariali necessarie a potenziare i servizi pubblici come sanità ed istruzione, di misure di sostegno al lavoro e lotta alla povertà, e le piccole e medie imprese nazionali, vittime di una concorrenza sleale da parte delle imprese multinazionali'.

"Dobbiamo ristabilire nella pratica il principio che le imposte vanno versate laddove gli utili d'impresa sono generati e pretendere dai governi una battuta d'arresto alla corsa globale al ribasso sulla fiscalità d'impresa", conclude la Chardonnet, "va introdotto al più presto, a partire dalla proposta votata a luglio al Parlamento Europeo, l'obbligo di rendicontazione pubblica Paese per Paese (country-by-country reporting) per tutte le multinazionali che operano nell'area economica europea. Va inoltre adeguata ai nostri tempi la tassazione delle imprese digitali e più in generale promosso un modello di tassazione unitaria dei grandi colossi multinazionali'".

Agi News

Nei primi 9 mesi del 2017 investiti 93,8 milioni in startup italiane (-31%)

Il rallentamento, questa volta, sa di inchiodata: gli investimenti in startup italiane hanno perso in un anno quasi un terzo del proprio volume. Tra gennaio e settembre 2017, la raccolta è stata di 93,8 milioni di euro: è il 30,9% in meno rispetto ai primi nove mesi del 2016, quando il dato aveva toccato i 135,8 milioni. Dopo il –13% registrato nel primo semestre, l'ecosistema appesantisce ulteriormente il proprio ritardo. Colpa di un secondo trimestre debole e di un terzo ancor meno generoso.

Il peso dei mesi estivi

Luglio e agosto non hanno registrato operazioni di rilievo. E così settembre ha dovuto reggere da solo le sorti dell'intero trimestre. Con sei operazioni chiuse. Se si conta l'intero round chiuso da Satispay (18,3 milioni), il conteggio arriva a 32,6 milioni. In realtà, però, la startup guidata da Alberto Dalmasso aveva già ottenuto già a maggio impegni per oltre 14,5 milioni. Se si considera solo la differenza (3,8 milioni), il totale del trimestre ammonta ad appena 18,1 milioni. Tradotto: una sola startup (Satispay) ha raccolto in un singolo round (per quanto da record per un'italiana) più di tutte le altre in un intero trimestre. Ad ogni modo, al di là della scelta del periodo nel quale includere il fundraising di Satispay, nulla cambia sul dato degli investimenti complessivi ottenuti nei primi nove mesi del 2017.

Tra luglio e settembre spiccano altri due deal superiori al milione: Genenta Science e Clairy. Cui si aggiunge Green Energy Storage, grazie a una campagna di equity crowdfunding. Al conteggio trimestrale, infatti, partecipano anche queste ultime. Sono state 13, hanno apportano 3,3 milioni e rappresentano una delle poche note liete del periodo.

I round oltre il milione

Satispay – 12 milioni attesi, 18,3 raccolti (14,5 dei quali già a maggio): il round di Satispay è uno di quelli che raramente si è visto in Italia. Vi hanno partecipato Banca Etica, Banca Sella Holding (attraverso Sella Ventures), il venture capital Shark Bites e Iccrea Banca. Il sistema di pagamento mobile sviluppato da Satispay porta così la raccolta complessiva a 26,8 milioni e la valutazione a 66 milioni.

Genenta Science – Genenta Science, società che sviluppa terapie geniche per la cura dei tumori, ha ottenuto 7 milioni di euroda investitori italiani (tra i quali, con 580 mila euro, il Club degli Investitori), britannici, svizzeri e membri del board. La raccolta complessiva arriva così a 17 milioni di euro. Le nuove risorse consentiranno a Genenta di aprire un ufficio nel LaunchLabs, incubatore all'interno dell'Alexandria Center for Life Science di New York. E di avviare le sperimentazioni su una seconda indicazione tumorale oltre al mieloma multiplo.

Clairly – Clairy ha ottenuto 2 milioni di grant dal programma Horizon2020 SME2 dell'Unione Europea. La società, fondata nel 2016 da Alessio D'Andrea, Paolo Ganis, Vincenzo Vitiello, è nata all'interno di Talent Garden Pordenone. Ha sviluppato un vaso intelligente capace di combinare tecnologia e piante per migliorare (e monitorare) la qualità dell'aria tra le stanze di casa.

Green Energy Storage – Green Energy Storage ha sviluppato un sistema di accumulo per le energie rinnovabili. La società trentina ha scelto la strada dell'equity crowdfunding, puntando a una raccolta minima di 250 mila euro per una quota del 2,7%. Sulla piattaforma Mamacrowd ha ottenuto 1,2 milioni di euro (un milione dei quali già incassati). Un record per una campagna italiana.  

Agi News

Startup: Satispay chiude round da 18,3 milioni di euro

Satispay, startup italiana che ha sviluppato un sistema di mobile payment indipendente e alternativo ai circuiti tradizionali, ha chiuso il terzo round di finanziamento. Con un target iniziale di 12 milioni di euro, l'aumento di capitale ha raggiunto i 18,3 milioni, portando così la raccolta complessiva a 26,8 milioni e la valutazione della società a 66 milioni. 

Agi News

I robot ‘ruberanno’ tre milioni di posti in Italia. Ma il lavoro ha un futuro

Il Club Ambrosetti ha fatto i conti cercando di capire quanto la rivoluzione industriale in atto, la quarta, quella dei robot, potrà minacciare i posti di lavoro finora occupati dagli uomini. La domanda delle domande, quella alla quale da diversi anni oramai si cerca di rispondere. “Tutto dipende da come si affronta il cambiamento” scrive oggi La Stampa citando i dati raccolti dal Club Ambrosetti nel report. “Per il mercato del lavoro italiano non sarà una passeggiata: nei prossimi 15 anni verranno meno più di tre milioni di occupati nei settori tradizionali, fino a 4,3 nello scenario più pessimista. Ma è possibile crearne altrettanti in quelli innovativi”. 

Cosa ci insegnano l’industria dell’auto, e Amazon

Partiamo dalla manifattura e dal commercio: “Perderanno rispettivamente 840 mila e 600 mila unità”, scrive l’inviato a Cernobbio.  “Nel giro di quindici anni le attività immobiliari – che oggi impiegano più di due milioni e mezzo di italiani – perderanno trecentomila addetti, agricoltura e pesca più di duecentomila”.  E la perdita dell’occupazione sarà rapida: “130 mila all’anno nei primi cinque, 290 mila negli ultimi cinque”. E i rischi maggiori saranno per le nuove generazioni. “Il rischio di sostituzione è del 20 per cento per i lavoratori fra i 20 e i 24 anni, del 16 per cento fra i 25 e i 29, del 13 per cento fra i 60 e i 64 anni”. 

E' possibile evitare che i robot ci rubino il lavoro? 

“Secondo la ricerca sarebbe sufficiente mettere in campo iniziative capaci di creare 42 mila posti all’anno nei prossimi cinque”, scrive La Stampa. Occorre però puntare sui settori che oggi impiegano più di ogni altro: “alta tecnologia, scienze della vita, ricerca di base”. Lo studio quindi racconta che per ogni nuovo posto in un settore avanzato se ne creano altri 2,1 nell’indotto: quarantamila posti l’anno nei settori chiave sono tre milioni di occupati in 15 anni. 

L’importanza di un titolo di studio adeguato

Quello che emerge è abbastanza scontato: in futuro più le qualifiche acquisite saranno basse, più sarà alta la possibilità di restare disoccupati. “Chi ha in tasca una specializzazione universitaria ha appena l’un per cento di probabilità di perdere il posto; al contrario, per chi non ha almeno una laurea il rischio sale al 17 per cento: si tratta di 17 milioni di italiani” si dice nel report. 

Di chi è il futuro del lavoro? 

“Il futuro”, scrive il quotidiano, “è per chi svolge mansioni complesse, con una forte componente intellettuale e non facilmente sostituibili dalle macchine. I settori che rischiano meno sono i servizi per la salute e la comunicazione. Il futuro del lavoro è nelle qualità umane, quelle che le macchine non potranno mai sostituire: creatività, innovazione, capacità di relazione. 

La credenza che i robot rubino il lavoro, è appunto una credenza

“Non è vero per niente che il destino delle società avanzate sia segnato”, scrive oggi Luca Ricolfi nel suo primo editoriale per Il Mattino: “La credenza che automazione e intelligenza artificiale distrugga più posti di lavori di quanti ne creino è per l’appunto una credenza, non una legge generale dell’economia”.

Cosa lo dimostra? Secondo Ricolfi la paura italiana è data da un punto di vista particolare, quella di un Paese che ha sì perso posti di lavoro, ma non a causa dei robot. “Diego anni di instabilità economica e di spettacolari progressi tecnologici non hanno impedito a 21 Paesi avanzati su 35 di aumentare i propri tassi di occupazione, spesso già molto elevati nel 2007. 

 
 
 
 

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