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Come è messa l’Italia quanto a emissioni di gas-serra. Un rapporto

Seppure con differenze tra gli Stati membri, l’Unione europea è riuscita a ridurre del 20% le emissioni di gas serra che però nel mondo sono complessivamente cresciute del 57,5%. È uno dei dati del dossier di AGI/Openpolis “Clima e ambiente 2020” che scatta una fotografia sugli obiettivi energetici che l’Europa si è prefissa di raggiungere entro il 2020 per contribuire ad arginare il cambiamento climatico. Uno sforzo in cui l’Italia è indietro (anche se ha fatto progressi) mentre altri Paesi europei, come Malta, invece di ridurre le emissioni le hanno aumentate privilegiando la crescita del Pil, che si è irrobustita.

L’Unione Europea ha raggiunto l’obiettivo sulla riduzione dei gas serra

DESCRIZIONE: L’obiettivo della strategia Europa 2020 sulla riduzione dei gas serra del 20% è stato raggiunto, dall’Unione Europea nel suo complesso, nel 2014.

DA SAPERE: L’indice per le emissioni di gas a effetto serra fa riferimento al protocollo di Kyoto e considera come base di partenza che le emissioni di ogni paese, nel 1990, siano pari a 100.

 

L’Europa

L’Europa ha cercato di ridurre le emissioni di gas serra del 20% rispetto ai livelli del 1990. L’obiettivo è stato raggiunto – dall’Unione nel suo complesso – nel 2014, quando le emissioni sono diminuite del 22,48% (21,66% nel 2017) rispetto al ’90. Ma le differenze tra i vari Stati membri sono significative. Soltanto 15 hanno realmente raggiunto l’obiettivo. In alcune aree le emissioni sono come detto persino aumentate: Austria, Malta, Irlanda, Spagna, Portogallo e Cipro.

L’Italia, insieme alla Francia, non ha ancora raggiunto il risultato sperato e voluto: dal 1990 al 2017 le emissioni di gas serra sono diminuite del 15,92%. Il Regno Unito le ha abbassate del 37,6%. Questo dato può essere inquadrato nel processo degli ultimi decenni che ha visto i Paesi più avanzati passare da un’economia industriale ad una basata prevalentemente sul terziario avanzato. Da segnalare che la Gran Bretagna ha recentemente annunciato l’ambizioso obiettivo di eliminare completamente le emissioni di gas serra entro il 2050.

I 6 Paesi con le minori emissioni di gas serra appartengono tutti all’Europa dell’Est: Lituania, Lettonia, Romania, Estonia e Slovacchia. Andando poi a considerare il dato rispetto alla popolazione, è il Lussemburgo il Paese con le maggiori emissioni pro capite (nel 2016). Lussemburgo che è allo stesso tempo il Paese che ha ridotto maggiormente le emissioni pro capite tra il 2005 e il 2016, seguito da Regno Unito, Irlanda, Grecia, Danimarca e Belgio.

 

Il resto del mondo

Peggiore è la situazione nel resto del mondo dove le emissioni di CO2 risultanti dalla combustione dei carburanti tra il 1990 e il 2015 sono aumentate del 57,5%. A contribuire a questa crescita sono stati soprattutto i paesi emergenti, come la Cina.

Aumentano le emissioni di CO2 nel mondo

DESCRIZIONE: A partire dagli anni ’90 sono diminuite le emissioni di CO2 in Unione Europea, mentre nel resto del mondo sono aumentate.

DA SAPERE: Il dato considera le emissioni di CO2 derivanti dalla combustione dal 1990 al 2015.

Andando ad analizzare le emissioni di CO2 per la combustione di carburanti a livello pro capite emerge che una persona negli Stati Uniti produce mediamente oltre il doppio delle emissioni rispetto a una persona dell’Unione Europea. In entrambi i casi le emissioni pro capite sono diminuite rispetto al 1990, ma non è così ovunque: il dato è peggiorato in molti Paesi in via di sviluppo, come India, Indonesia, Brasile e Cina, ma anche in Arabia Saudita, Corea del Sud e, seppur di poco, in Canada e in Giappone.

 

La Svezia supera il 50% di energie rinnovabili

DESCRIZIONE: Il paese più virtuoso è sicuramente la Svezia, che arriva ben al 54,5% di fonti di energia rinnovabile. Seguono la Finlandia (41%) e la Lettonia (39%).

DA SAPERE: Il dato indica la quota di energia rinnovabile sul consumo finale di energia.

 

L’Italia

Quadro a luci e ombre per l’Italia. Sul fronte delle emissioni, il nostro Paese non ha ancora raggiunto l’obiettivo. Dal 1990 al 2017 le emissioni di gas serra sono diminuite ‘solo’ del 15,92%. Nel nostro Paese, spiega il rapporto Agi-Openpolis, le emissioni di gas serra sono costantemente aumentate dalla seconda metà degli anni ’90 fino al 2005. Analogamente, rispetto a quanto avvenuto nel resto dell’Unione, a seguito della crisi economica c’è stato un crollo nelle emissioni, seguito da una lieve risalita nel 2010.

Successivamente il dato è sceso in maniera costante fino al 2014. Nel 2015 la nostra performance è leggermente peggiorata, e nel 2016 non avevamo ancora raggiunto il nostro livello più basso di emissioni, registrato nel 2014. Rispetto ai paesi Ue membri del G7, siamo lo Stato che ha diminuito maggiormente il livello di emissioni a partire dal 2008. Tuttavia, né noi, né la Francia, abbiamo raggiunto l’obiettivo che prevedeva una riduzione delle emissioni del 20%.

L’Italia non ha ancora raggiunto l’obiettivo UE sulle emissioni di gas serra

DESCRIZIONE: I paesi più virtuosi appartengono all’Europa dell’est. In Austria, Malta, Irlanda, Portogallo, Spagna e Cipro, al contrario, le emissioni sono addirittura aumentate.

DA SAPERE: L’indice per le emissioni di gas a effetto serra fa riferimento al protocollo di Kyoto e considera come base di partenza che le emissioni di ogni paese, nel 1990, siano pari a 100.

 

Per quanto riguarda le rinnovabili (leggi in basso), l’obiettivo di Europa 2020 prevede che entro il 2020 la quota di energia prodotta da tali fonti sul consumo totale di energia arrivi al 20%. L’Unione è riuscita a raddoppiare questa percentuale rispetto al 2004 (8,53%) ma nel 2017 ancora non ha raggiunto l’obiettivo, essendosi fermata al 17,52%. Anche l’Italia non raggiunge l’obiettivo, ma supera di quasi un punto percentuale la media Ue: 18,27% la percentuale nel 2017.

 

Rispetto al 2014, in Italia aumentano le emissioni di gas serra

DESCRIZIONE: Il nostro paese è sistematicamente riuscito a diminuire le emissioni di gas serra a partire dal 2011 fino al 2014. Tuttavia, nel 2015 la nostra performance è leggermente peggiorata.

DA SAPERE: L’indice per le emissioni di gas a effetto serra fa riferimento al protocollo di Kyoto e considera come base di partenza che le emissioni di ogni paese, nel 1990, siano pari a 100.

 

Tra i paesi del Ue del G7 è l’Italia, in termini assoluti, la più virtuosa, ed è l’unica ad aver raggiunto il proprio target. C’è da ricordare tuttavia che per facilitare il percorso verso gli obiettivi di Europa 2020, i target generali sono stati tradotti da ogni paese Ue in target nazionali. In Italia il ricorso alle energie rinnovabili è molto aumentato tra il 2011 e il 2012, raggiungendo l’obiettivo nazionale, pari a una quota del 17% già nel 2014.

L’Italia è tra i paesi Ue del G7 che hanno diminuito maggiormente le emissioni di gas serra

DESCRIZIONE: Tutti i paesi Ue appartenenti al G7 hanno diminuito le proprie emissioni di gas serra rispetto al 2008. È Regno Unito ad avere, al 2017, il livello di emissioni più basso.

DA SAPERE: L’indice per le emissioni di gas a effetto serra fa riferimento al protocollo di Kyoto e considera come base di partenza che le emissioni di ogni paese, nel 1990, siano pari a 100.

 

Rinnovabili

Sul fronte delle rinnovabili l’Unione è riuscita a raddoppiare la percentuale di energia verde rispetto al 2004 (8,53%) ma nel 2017 ancora non ha raggiunto l’obiettivo, essendosi fermata al 17,52%.

L’aumento della quota di rinnovabili è dovuto soprattutto agli sviluppi tecnologici e all’abbassamento dei costi dei sistemi di produzione. Le misure politiche che più hanno incentivato il settore sono state sovvenzioni, crediti d’imposta e il conto energia, il programma europeo per incentivare la produzione di elettricità da fonte solare.

 

L’Italia è l’unico paese Ue del G7 ad aver raggiunto l’obiettivo sulle rinnovabili

DESCRIZIONE: Tra i paesi del Ue del G7 è l’Italia, in termini assoluti, la più virtuosa, ed è l’unica ad aver raggiunto il proprio obiettivo nazionale.

DA SAPERE: Il dato indica la quota di energia rinnovabile sul consumo finale di energia.

 

La maggior parte dell’energia rinnovabile in Europa proviene da biocarburanti solidi, liquidi e gassosi, che sono utilizzati soprattutto per riscaldamento, produzione di energia elettrica e trasporti. Anche se complessivamente l’obiettivo sulle rinnovabili non è stato raggiunto, tutti i Paesi dell’Unione hanno incrementato la percentuale di rinnovabili tra il 2004 e il 2017 e 15 hanno raddoppiato la loro quota (anche se talvolta partendo da un utilizzo molto basso).

Il Paese più virtuoso è la Svezia, che arriva ben al 54,5% di fonti di energia rinnovabile. Segue, in seconda posizione, un altro Paese del Nord Europa, la Finlandia, con il 41% di rinnovabili, e in terza la Lettonia (39%). Quarto posto per la Danimarca (35%) e quinto per l’Austria (32%).

Agi

Antitrust accusa Fca: “Da trasferimento sede rilevante danno economico per l’Italia”

Il trasferimento della sede fiscale di Fca a Londra ha causato per l’Italia “un rilevante danno economico”. Lo ha detto il presidente dell’Antitrust, Roberto Rustichelli, durante la relazione annuale.  “L’Italia è uno dei Paesi piu’ penalizzati” dalla concorrenza fiscale, ha proseguito sottolineando “il rilevante danno economico per le entrate dello Stato causato dal recente trasferimento della sede fiscale a Londra di quella che era la principale azienda automobilistica italiana, nonché dal trasferimento della sede legale e fiscale in Olanda della sua società sua controllante”.

Agi

L’Italia è fuori dalla recessione o no? Come leggono i giornali i dati dell’Istat

“Italia fuori dalla recessione” titola deciso dalla metà della prima pagina il Corriere della Sera. “Fine recessione, torna la crescita” registra Il Fatto Quotidiano. “Risale il Pil, ma la ripresa è lontana” avverte più cauto Il Messaggero della Capitale. “Pil +0,2% in tre mesi (metà dell’eurozona). Crescono gli occupati” la butta più sul paragone Il Sole 24 Ore. “Non è più recessione ma per Pil e lavoro solo una miniripresa” smonta la Repubblica. “Ma non c’era la crisi economica? Il Pil torna a crescere dello 0,2%” la butta un po’ sull’ironia Libero, per il quale “il 2019 inizia bene”. I dati sono certificati dall’Istat.

Le tessere da mettere a posto nel puzzle della ripresa, secondo Fubini

“L’Italia è fuori dalla recessione, l’area euro non la rischia più, ma restano tante tessere da mettere a posto nel puzzle di una ripresa ancora illeggibile” osserva Federico Fubini dalle colonne del Corriere della Sera sotto il titolo “La spinta dell’export”. Ed è “come se gli stessi italiani che hanno trovato un lavoro in questo ultimo mese o dall’inizio dell’anno non credessero ai propri occhi”, chiosa l’editorialista.

“I segnali più recenti dal mondo del lavoro sono chiaramente buoni, dopo una perdita di 120 mila posti coincisa con i primi mesi del governo giallo-verde fino a dicembre. Tuttora gli occupati restano sotto i livelli di maggio scorso, ma i 60 mila che si sono aggiunti solo a marzo sembrano averlo fatto nel modo migliore: concentrati molto più fra i nuovi dipendenti a tempo indeterminato (più 44 mila occupati) che fra quelli a termine (più duemila); concentrati nelle fasce dei giovanissimi (più 51 mila fino ai 24 anni), dei giovani (più 18 mila fra i 25 e i 34 anni), che negli adulti (solo più quattromila fra i 35 e il 49 anni), mentre fra i più che cinquantenni si registrano perdite di posti (meno 14 mila)” .

“Poi però iniziano i rebus dell’economia più debole d’Europa – va più a fondo nell’analisi Fubini – rimasta quasi ferma nell’ultimo anno. Il più vistoso riguarda il fatto che questo aumento di posti apparentemente buoni, non precari, per ora non produce ottimismo fra le famiglie. Mese dopo mese la fiducia dei consumatori continua a scendere — anche in aprile — e ormai è ai minimi da due anni. È come se dietro i nuovi contratti non ci fossero tante ore di lavoro quante ne servirebbero a molti italiani per portare a casa un salario da tempo pieno”.

Infine, “l’enigma più profondo, sui motori che hanno portato l’Italia fuori dalla recessione. Dove sono? L’Istat parla di ‘contributo negativo della componente nazionale’ — consumi, investimenti e scorte di magazzino —e di ‘apporto positivo della componente estera netta’, come se fosse stato l’export a tirare i l Paese fuori dalle secche”.

Un segnale positivo per tutti, ma con cautela, scrive Di Vico

“Un segnale positivo per tutti” è il titolo del commento di Dario Di Vico sul Corriere, che però già nell’occhiello avverte il lettore: “Ma serve cautela”.  “Vanno dunque salutati con favore i due risultati resi noti ieri dall’Istat – scrive Di Vico –, il +0,2% del primo trimestre ‘19 del Pil e un aumento di 60 mila occupati concentrati per lo più nella fascia giovanile under 24” anche se “non esiste una somma algebrica dei due dati ma si può pensare che il rimbalzo del primo trimestre testimoni comunque la tenuta della nostra manifattura dentro però uno scenario che potrebbe cambiare già nel secondo trimestre. Ad alimentare questo tipo di considerazioni pessimistiche concorrono, oltre al ristagno della domanda interna, il basso ritmo degli investimenti per la digitalizzazione, la sovracapacità di un settore-chiave come il grande commercio, le difficoltà del mondo dell’automotive a individuare tempi e modalità della transizione all’elettrico”.

Per Cerasa (Il Foglio) resta un anno tutt’altro che ‘bellissimo’

Il Foglio, per la firma del direttore Claudio Cerasa, rileva che “sotto molti punti di vista, nonostante l’entusiasmo del governo, i dati offerti ieri dall’Istat rispetto alla crescita dei primi tre mesi dell’anno (+0,2) ci ricordano ancora una volta che l’anno bellissimo immaginato dal premier Giuseppe Conte sta dando ogni giorno prova di essere un anno non solo brutto ma anche preoccupante. Le difficoltà economiche patite oggi dall’Italia (che ha scampato la recessione ma non si è allontanata di molto dalla crescita zero, registrando una crescita nel primo trimestre della metà rispetto alla media dell’Eurozona, che la fa essere ancora il fanalino d’Europa) non sono paragonabili a quelle registrate nell’autunno di otto anni fa ma giorno dopo giorno la traiettoria imboccata dal governo del cambiamento ricorda per alcuni versi i mesi che precedettero la crisi del 2011”, quella che portò al governo Monti, il quale nel colloquio con Il Foglio, lancia una frecciatina all’esecutivo gialloverde dicendo che “purtroppo il governo ha torto. Il suo contributo alla recessione o alla crescita zero l’ha dato, eccome” in questi mesi recenti. E che “altro che crescita, l’Italia sta uscendo silenziosamente dall’Ue e dall’euro” osserva il senatore a vita. 

Il Sole ricorda che l’Italia è ancora lontana dai Paesi più dinamici

Dunque, situazione “meglio delle attese – secondo il Sole 24 Ore – ma con la distanza consueta dalle più vivaci dinamiche di crescita europee”. “Così è andata – prosegue l’organo confindustriale – per l’economia nazionale nei primi tre mesi dell’anno. Il dato Istat diffuso ieri sul Pil (+0,2% in termini congiunturali; +0,1% sull’anno, variazione che coincide con la crescita acquisita) fotografa il ‘moderato recupero’ che chiude la parentesi di recessione tecnica del secondo semestre 2018. La valutazione flash si basa come al solido soprattutto sui maggiori dati disponibili sul lato dell’offerta ed è coerente con il netto recupero della produzione industriale registrata in gennaio e febbraio, cui si aggiungono ‘contributi positivi sia del settore agricolo, sia del terziario’”.

Per Repubblica non c’è niente da festeggiare

“In realtà, basta leggere il comunicato dell’Istat – fredda qualsiasi tipo di entusiasmo, ancorché flebile, la Repubblica – per capire che non c’è granché da festeggiare. Non solo perché l’incremento del prodotto interno è così risicato da risultare quasi irrilevante, e certamente insufficiente per invertire la tendenza alla crescita del rapporto debito-Pil (proprio ieri il Centro Studi Confindustria ha pubblicato un’infografica che dimostra come il rapporto debito-Pil, che negli altri Paesi è in costante ridimensionamento, in Italia è cresciuto in media di 1,5 punti all’anno negli ultimi cinque, principalmente a causa della debolezza della crescita)”. Anche perché, analizza e confronta, “il più 0,2 per cento italiano nel primo trimestre si confronta con il più 0,3 della Francia (più 1,1% anno su anno), con il più 0,7% della Spagna e con una stima di più 0,4% della media dell’Eurozona. La crescita italiana, dunque, è dimezzata rispetto a quella dei nostri partner europei”.

Il Foglio intervista il presidente dell’Istat

A Il Foglio che gli chiede (e contesta) come possano esserci crescita e nuovi posti di lavoro se non aumenta la produttività, il neopresidente dell’Istat Gian Carlo Biangiardo risponde: “Il quadro complessivo è quello di un’economia vitale, seppure esposta alle perturbazioni del ciclo internazionale, e con un gap di crescita rispetto alla media dell’area dell’euro che sembra permanere sia nelle fasi di flessione sia in quelle di recupero dei livelli di attività produttiva. Anche le recenti vicende congiunturali confermano un’elevata capacità del settore industriale di intercettare le opportunità offerte dal contesto globale. Al tempo stesso affiorano dinamiche di crescita relativamente lente in quei settori dei servizi più dipendenti dalla domanda interna. Molti dei nostri limiti sembrano riconducibili a una struttura dimensionale delle imprese ancora eccessivamente bassa e frammentata, con conseguenze negative sull’efficienza del sistema produttivo e sulla crescita della produttività, con problemi di sottoutilizzo del capitale umano”.

Agi

L’Italia è in recessione tecnica. Ma cosa significa recessione tecnica?

Si parla di recessione tecnica quando il Prodotto interno lordo fa segnare una variazione congiunturale negativa per due trimestri consecutivi.

La variazione congiunturale prende a raffronto il trimestre precedente, mentre quella tendenziale, che pure ha un rilievo statisticamente importante per valutare l’andamento economico di un Paese, fa riferimento allo stesso trimestre dell’anno precedente.

La recessione tecnica segnala che il Paese si trova senz’altro in difficoltà economiche, in quanto i livelli dell’attività produttiva risultano inferiori rispetto a quelli che potrebbero essere raggiunti utilizzando completamente e in maniera efficiente tutti i fattori produttivi a disposizione.

Cosa non ci dice la recessione tecnica

Tale indicatore non dà però risposta su durata, gravita’ e implicazioni del rallentamento economico. Per certificare che si tratta di una recessione conclamata e non transitoria, occorre prendere in considerazione l’andamento di tutta una serie di altri indicatori: quindi, oltre al Pil, l’occupazione, il reddito di famiglie e imprese, la produzione industriale, i consumi, ma anche fattori come l’andamento demografico della popolazione. La crescita o la recessione hanno un impatto determinante sulla politica economica di uno Stato e di conseguenza sui suoi cittadini.

Basti pensare che nella manovra economica approvata a fine anno il governo ha previsto per il 2019 una crescita del Pil pari all’1,0%. Nel momento della presentazione alle Camere, in ottobre, la stima era addirittura dell’1,5% poi ridotta dopo le ‘contrattazioni’ dell’esecutivo con la Commissione europea. Certificare che un Paese cresce economicamente oppure no è fondamentale, perché sui livelli di Pil si basano altri fattori, dal debito al deficit. Il Patto di stabilità e crescita dell’Ue, ad esempio, prende in considerazione il rapporto tra debito (o deficit) e il Pil.

Di conseguenza uno Stato può avere un debito pubblico elevato, ma anche un Pil elevato (ad esempio, gli Stati Uniti) senza incorrere in situazioni di pericolo finanziario che porti al rischio di insolvenza: quello che importa è il rapporto e l’andamento reciproco delle due grandezze. Altro effetto di una recessione e’ che puo’ mettere in moto le agenzie di rating che possono tagliare il rating sul debito del Paese con conseguenze negative a cascata sul valore dei titoli di Stato.

Le quattro fasi del ciclo economico

La recessione si inquadra all’interno di quello che e’ definito ‘ciclo economico’, che comprende quattro fasi: prosperità (in cui gli investimenti iniziano ad aumentare), recessione (in cui la crescita economica rallenta), depressione (in cui la crescita dell’economia ristagna), ripresa (in cui investimenti e consumi crescono rapidamente).

Recessione tecnica

L’Italia si trova attualmente in recessione tecnica dopo che oggi l’Istat ha certificato per il quarto trimestre del 2018 una variazione negativa dello 0,2% che va ad aggiungersi al -0,1% del terzo trimestre dello stesso anno. Da tener conto che questi due trimestri negativi fanno seguito a una lunga striscia positiva protrattasi per 14 trimestri consecutivi, vale a dire tre anni e mezzo. –

Recessione economica

Si parla di recessione economica quando si e’ in presenza di una variazione negativa del Pil ‘tendenziale’, vale a dire rispetto all’anno precedente. Se tale variazione  negativa ma di entità non inferiore al -1% si parla di ‘crisi economica’. In questo momento l’Italia quindi non si trova in recessione economica, in quanto la variazione tendenziale del quarto trimestre 2018 (rispetto al quarto trimestre 2017) è risultata pari a +1,0%.

Stagflazione

 Nei periodi di recessione si assiste spesso a una parallela marcata diminuzione della domanda di beni e servizi da parte dei consumatori che a sua volta favorisce un rallentamento del tasso di inflazione. In questo caso si parla di stagflazione. Talvolta, tuttavia, alla recessione può corrispondere un aumento dei prezzi e quindi dell’inflazione.

Perché si va in recessione

Alcune teorie del ciclo economico considerano la recessione un fenomeno ‘endogeno’, non determinato cioè da particolari choc esterni: a ogni fase espansiva segue un periodo recessivo che preluderà a sua volta a una nuova fase di ripresa della crescita economica e coì via. Le fasi di recessione possono tuttavia essere causate anche da choc ‘esogeni’, vale a dire da fattori esterni al sistema economico.

Ne sono un esempio anomali incrementi dei prezzi di una materia prima (come avvenne durante la crisi petrolifera del 1972-73 per quello del petrolio) o la marcata diminuzione dei prezzi di beni dai quali dipende l’economia di un Paese di piccole dimensioni.

Anche alcune decisioni di politica economica tese a evitare il surriscaldamento dell’economia di un Paese possono tuttavia creare le basi per la manifestazione di una recessione.

Che effetti ha la recessione

Nelle fasi recessive si riscontra spesso una contrazione del tasso di crescita della produzione, un aumento della disoccupazione e una diminuzione dei tassi di interesse. Quest’ultima è di solito determinata dalle politiche monetarie espansive usualmente adottate dalle Banche centrali per favorire la ripresa economica, e dalla riduzione della domanda di credito da parte delle imprese.

Agi

Perché l’Italia potrebbe tornare nel mirino dei mercati 

Non c'è solo la Turchia e la disputa commerciale tra Usa e Cina nel mirino degli investitori internazionali. Tra le preoccupazioni dei mercati ora c'è anche l'Italia. La terza più grande economia dell'Eurozona è tornata a lampeggiare sui radar degli investitori, come dimostra lo 'spread', il differenziale dei tassi di interesse tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, che rappresenta un barometro del rischio finanziario, tornato a 285 punti, il massimo da maggio, una cifra che significa semplicemente che per finanziarsi l'Italia in questo momento deve pagare il 2,85% di interessi sul debito in più rispetto alla Germania.

Anche il tasso del Btp ha ripreso a lievitare, rialzandosi dello 0,25% dall'inizio di agosto e tornando sopra al 3%, come a maggio, quando i mercati guardavano con preoccupazione alla vittoria elettorale dei cosiddetti populisti, cioè M5S e Lega. Ora il governo giallo-verde è saldamente in sella e si appresta a preparare la prossima manovra finanziaria.

E' proprio a quello, al bilancio del prossimo anno, che gli investitori guardano con un misto di diffidenza e di timore, sospettando che il governo espanderà il deficit pubblico più del consentito, mettendo il nostro Paese contro Bruxelles. Insomma, gli investitori temono che l'Italia non abbia una solida base finanziaria e soprattutto temono che possa essere rimosso il requisito costituzionale secondo cui Roma manterrà il bilancio in pareggio.

Le altre misure politiche che rischiano di mettere a dura prova, tanto i nervi dei mercati, quanto i conti del governo riguardano le possibili modifiche alle riforme pensionistiche e l'introduzione della flat tax. E' questo che nei prossimi giorni potrebbe far lievitare ancora il rendimento dei decennali e lo spread e che metterà ulteriormente sotto pressione le azioni e le obbligazioni delle banche locali, le quali sono le prime venire trascinate nel vortice del deterioramento della percezione dei mercati sull'azione del governo.

Un altro campanello d'allarme è quello acceso dalla Banca d'Italia, la quale ha rivelato che gli esborsi netti dall'estero del debito pubblico italiano sono saliti a 33 miliardi a giugno, a fronte dei 25 miliardi di maggio. A tenere sotto osservazione l’Italia e l’azione del governo nei prossimi giorni non saranno solo i mercati, ma anche le agenzie di rating. Il primo appuntamento è il 31 agosto con la revisione dei rating da parte di Fitch, che a metà marzo, dopo il voto, aveva confermato la valutazione 'BBB', con outlook stabile.

Poi, il 7 settembre, ci sarà l’esame più atteso, quello di Moody's, che è anche la revisione la più pericolosa, perchè a fine maggio l'agenzia ha deciso di mettere sotto osservazione per un possibile declassamento il rating 'Baa2', equivalente al 'BBB' e dunque soltanto due gradini sopra il livello 'junk', o 'spazzatura', che inizia con 'BB'. Un eventuale declassamento sarebbe molto grave, perchè l'Italia con il suo debito mostruoso, pari al 130% del Pil e con oltre 1.900 miliardi di euro di titolo di Stato da rimborsare, in caso tagli del rating sarebbe costretta a pagare interessi molto più alti per i prestiti internazionali e dunque dovrebbe sborsare molti più soldi per finanziarsi.

L'ultimo appuntamento, il 26 ottobre, è quello con la revisione di Standard & Poor's, che attualmente ci assegna un rating 'BBB' con outlook stabile. L’eventuale taglio del rating a livello junk, oltre a far impennare il costo dei prestiti al nostro Paese, renderebbe l'Italia non ammissibile per futuri acquisti di attività da parte della Banca centrale europea. Insomma, non ci aspetta una fine dell’estate tranquilla.

Agi News

Produttività e costo del lavoro: com’è messa davvero l’Italia

Il candidato del centrodestra alla Regione Lazio Stefano Parisi, ospite de L’Aria che tira, lo scorso 29 gennaio ha dichiarato (minuto -34.50): “Che cosa è successo in Italia? È successo che negli ultimi vent’anni siamo il Paese in cui la produttività, cioè quanto il lavoro produce, è cresciuta meno di tutti gli altri Paesi europei; il costo del lavoro è il più alto, i lavoratori prendono pochi soldi in tasca e paghiamo molto alto il costo del lavoro per pagare contributi e tasse”.

Le due affermazioni contenute nella dichiarazione sono una corretta e una errata.

La produttività

La produttività, che come spiega Parisi è “quanto il lavoro produce” o meglio l’ammontare di beni e servizi prodotti in un dato periodo, negli ultimi vent’anni ha visto l’Italia fare peggio di chiunque altro in Europa.

Lo certifica Eurostat, il servizio statistico della Commissione europea, in questa tabella. Fatto 100 la produttività del 2010 in ogni singolo Paese, possiamo vedere quanto è cresciuta da allora fino al 2016 (ultimo anno per cui ci sono dati disponibili) e quanto era cresciuta dal 1996 al 2010.

L’Italia nel 1996 era già al 99,9 della produttività (fatta a 100) del 2010. Nel 2016 siamo addirittura scesi al 97,9.

Nessun altro Paese europeo vede il proprio dato riferito al 2016 inferiore a 100, tranne la Grecia (che segna 94,1). Anche il Paese ellenico, tuttavia, nell’arco dei vent’anni ha fatto meglio dell’Italia. Infatti tra il 1996 e il 2010 la produttività greca era cresciuta notevolmente. Fatta a 100 la produttività raggiunta nel 2010, nel 1996 la Grecia era all’82,3.

Siamo dunque ufficialmente il Paese con la peggior prestazione in termini di crescita della produttività. Le altri grandi economie del continente, che dunque come l’Italia e a differenza dei Paesi di recente sviluppo economico partivano da una situazione di produttività già avanzata, fanno comunque tutte meglio di noi.

La Germania era al 90,6 nel 1996 (sempre fatto 100 nel 2010) e nel 2016 è al 104. La Francia era all’87,8 nel 1996 e nel 2016 è al 103,4. La Spagna era al 94,4 nel 1996 e venti anni dopo è al 105,8. Il Regno Unito era all’83,9 nel 1996 e nel 2016 è al 104,1.

Dunque la prima affermazione di Parisi è corretta.

Il costo del lavoro

Sul costo del lavoro invece Parisi si sbaglia, se guardiamo ai valori assoluti. In Italia, sempre secondo Eurostat, nel 2016 il costo medio del lavoro era di 27,8 euro all’ora.

Hanno un costo più alto ben dieci Paesi su 28: Danimarca (42 €/h), Belgio (39,2 €/h), Germania (33 €/h), Irlanda (30,4 €/h), Francia (35,6€/h), Lussemburgo (36,6 €/h), Olanda (33,3 €/h), Austria (32,7 €/h), Finlandia (33,2 €/h) e Svezia (38 €/h).

Anche la media della UE a 28 è superiore, a 29,8 €/h.

La parte “non” di stipendio

Parisi comunque sottolinea che il problema del costo del lavoro non è tanto quanto guadagnano i lavoratori, anzi, ma il peso di “contributi e tasse”.

Ancora su Eurostat possiamo verificare che in Italia la parte “non di stipendio” del costo del lavoro corrisponde percentualmente – in media – al 27,4%. Siamo al di sopra della media della Ue a 28, che è del 26%, ma non siamo i peggiori in Europa.

Hanno una percentuale “non di stipendio” più alta la Francia (33,2%), la Svezia (32,5%), la Lituania (27,8%) e il Belgio (27,5%).

Dunque anche prendendo in considerazione questa ulteriore variabile, la seconda affermazione di Parisi resta scorretta.

Conclusione

Parisi ha ragione sulla crescita della produttività in Italia, che è in effetti stata la peggiore in Europa negli ultimi vent’anni (e anche negli ultimi sei fa peggio di noi soltanto la Grecia).

Il candidato di centrodestra alla regione Lazio sbaglia tuttavia sul costo del lavoro: in Italia non è il più alto in Europa, anzi è al di sotto della media Ue. Anche la parte “non di stipendio” del costo del lavoro in Italia, pur al di sopra della media Ue, non è un record.

 

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Controverso

"Negli ultimi vent’anni siamo il Paese in cui la produttività, cioè quanto il lavoro produce, è cresciuta meno di tutti gli altri Paesi europei; il costo del lavoro è il più alto, i lavoratori prendono pochi soldi in tasca e paghiamo molto alto il costo del lavoro per pagare contributi e tasse"

L'aria che tira
lunedì 29 gennaio 2018

 

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking, scrivete a dir@agi.it

Agi News

L’industria dei videogiochi combatte la disoccupazione. Ma l’Italia non lo ha capito

Sono lontani i tempi in cui i videogiochi erano solo un passatempo per bambini e adolescenti che trascorrevano le ore chiusi in camera. “Oggi il videogame è una cosa seria. Lo dicono i numeri: il settore genera un fatturato globale di circa 100 miliardi di euro. Ma l’Italia – che si attesta sul miliardo all’anno – non ne ha ancora compreso le potenzialità”.

Ne è convinto Raffaele Galante, co-fondatore, insieme a suo fratello Abramo, di Digital Bros: il gruppo multinazionale “nato e cresciuto” in Italia, ma che opera nel settore dei videogiochi a 360 gradi. L’ultimo colpo messo a segno è “Last day of June” di Ovosonico, il videogioco romantico che tocca temi come dolore e morte e che fa commuovere.  “In fatto di idee e creatività noi italiani non siamo secondi a nessuno”, commenta Galante.

“Se riuscissimo a creare un’industria di produzione – e non solo di consumo – potremmo dare un contributo notevole alla lotta alla disoccupazione giovanile”. Fantascienza? Niente affatto, sostiene Galante, che lavora quotidianamente con il mercato estero attraverso i suoi vari uffici. “Le società di sviluppo, le startup non sono sostenute dalle istituzioni come accade ad esempio in Canada, in Scandinavia, in Israele. Ma anche in Polonia”. Eppure molte di loro sono destinate ad acquisire un valore enorme, senza contare si tratta di realtà che “danno occupazione a centinaia di migliaia di giovani”.

Supercell deve fare scuola

A testimonianza della sua tesi, Galante cita come esempio virtuoso Supercell, azienda finlandese produttrice di videogiochi, fondata nel 2010 ad Helsinki, in Finlandia. E se il nome non vi dice nulla, vi basti sapere che è la casa madre di “Clash of Clans”, “Hay Day”, “Boom Beach” e “Clash Royale”. Prodotti che hanno riscosso un notevole successo, consentendo all'azienda di ricavare circa 3 milioni di dollari  al giorno nel 2014. A ottobre 2013 la compagnia giapponese GungHo Online Entertainment e la SoftBlank, fiutando il potenziale di Supercell, hanno acquistato il 51% dell'azienda investendo 2,1 miliardi di dollari. Nel 2016, la società è stata acquisita dai cinesi di Tencent Holdings, (già proprietaria di WeChat) per 8,6 miliardi di dollari.

Digital Bros, una storia di successo

Quella di Digital Bros è una storia di successo tutta italiana. Il gruppo nasce come Halifax nel 1989, impegnato unicamente nella distribuzione in Italia dei titoli di alcuni dei principali publisher al mondo. “Piano piano ci siamo evoluti, rappresentando alcuni dei più prestigiosi editori al mondo”. Se gli italiani hanno conosciuto e si sono appassionati a “Tomb Raider”, “Pro Evolution Soccer” e “Resident Evil”, il merito è della Digital Bros. “Abbiamo portato in Italia tre grandi brand che hanno fatto la storia dei videogame”.

Se riuscissimo a creare un’industria di produzione – e non solo di consumo – potremmo dare un contributo notevole alla lotta alla disoccupazione giovanile

Il vero balzo per la società è arrivato nel 2000 quando si è quotata in Borsa. “Avevamo un intento ben preciso: trasformarci da distributori a società che rappresenta sviluppatori, e addirittura fare noi stessi da editori a livello nazionale e internazionale”. Da dove iniziare? “Abbiamo aperto il primo ufficio in Inghilterra che allora rappresentava il crocevia europeo del mercato dei videogame”. Poi sono arrivati gli altri uffici.

Nel 2007 il gruppo fa un altro salto: “Era nato il digitale e noi ci siamo preparati allo switch. Tre anni dopo abbiamo adottato la strategia del ‘retail+digitaliazzazione’. In pratica, il consumatore entrava in un sistema che gli permetteva di aggiornare il gioco in continuazione con contenuti aggiuntivi. Si entrava in un rapporto costante con ii videogame e con i giocatori che entravano a far parte di una community”

Oggi Digital Bros opera nel settore a 360 gradi, diventando un Gruppo globale – con uffici in Cina, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Spagna e Germania e oltre 260 dipendenti al mondo – ed è impegnato nella creazione, produzione e distribuzione di contenuti di intrattenimento digitale. Da qualche tempo Digital Bros stringe partnership importanti con alcuni tra i principali studi di sviluppatori italiani, come Ovosonico o Kunos Simulazioni, che il Gruppo ha acquisito alcuni mesi fa, ed esporta all’estero le sue proprietà Intellettuali, giochi originali creati e sviluppati in Italia. “Entrambi ci hanno colpito moltissimo. Il primo per la loro creatività e talento, il secondo per le competenze nell’automotive e nel settore delle simulazioni”.

In aggiunta, Digital Bros ha anche lanciato una scuola di formazione per quanti vogliono entrare nel mercato dei videogiochi, la Digital Bros Game Academy. Con sede a Milano, l’Academy unisce alla formazione teorica testimonianze di esponenti del settore, project work pratici e anche supporto. In questo senso, “lavoriamo come talent scout. L’Accademia ha l’obiettivo di formare i talenti del futuro”. E magari evitare che fuggano all’estero dove “trovano incarichi importanti nelle società più importanti”.

“Abbiamo una richiesta elevatissima, ma possiamo ammetterne solo una settantina per problemi legati alla capienza dell’edificio”. “Cosa cerchiamo? Quella persona in gradi di lavorare in team, fare squadra, ma anche andare oltre e lasciarsi andare all’intuito”. Agli studenti suggeriamo di essere “coraggiosi e creativi”. Dalla loro, i ragazzi hanno un background culturale di tutto rispetto: “Il nostro Dna gioca un ruolo fondamentale anche nell’industria dei videogiochi. La storia, la cultura possono dare un grossissimo apporto. Le idee possono venire anche da li e, in fatto di idee non siamo secondi a nessuno”.  

Il mercato dei videogiochi in Italia, in numeri

Quanto vale il mercato dei videogiochi in Italia? E quanti sono i consumatori? Ecco tutti i dati pubblicati nel rapporto annuale dell’Associazione editori sviluppatori videogiochi italiani (Aesvi).

Mercato

  • Fatturato del Mercato Videogiochi in Italia 2016: oltre 1 Miliardo di Euro (€ 1.029.928.287) +8,2% rispetto all’anno precedente
  • Incremento vendite software: +11,9% rispetto all’anno precedente
  • Percentuale vendite software su fatturato complessivo: 61,8% oltre 600 milioni di Euro (€ 636.908.554)
  • Software fisico: 54% -1,1% rispetto all’anno precedente (€ 346.222.859)
  • Software digitale: 46% +32,8% rispetto all’anno precedente (€ 290.685.694)
  • Incremento vendite console: +2,3% rispetto all’anno precedente
  • Incremento vendite accessori (pad, T2L, VR devices, etc) : +3,7%

Consumatori

Distribuzione per genere: 50% Maschi – 50% Femmine

Distribuzione per età:

14-17 anni :7,2%

18-24 anni: 12,9%

25-34 anni: 18,4%

35-44 anni: 22,4%

45-54 anni: 20,6%

55-64 anni: 10,7 %

Over 65: 7,9 %

Segmento età predominante: Tra i 25 e 55 anni (61,4%)

 

 

 

 

 

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L’Italia si è scoperta una grande esportatrice di zucche

Volano le esportazioni di zucche Made in Italy, che fanno registrare un aumento record del 16%. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti divulgata in occasione del 'Zucca day' che si festeggia in tutta Italia nei mercati di Campagna Amica con lezioni di cucina e intaglio delle zucche per prepararsi ad Halloween, ricorrenza del quale l'ortaggio è simbolo. La crescita della produzione nazionale è pari a 40 milioni di chili all'anno. Si tratta per la quasi totalità di prodotti destinati al consumo alimentare anche se cresce la coltivazione di varietà di zucche a scopi ornamentali o da "competizione", con esemplari che possono arrivare anche a 400 chili di peso. Numerose le varietà autoctone da preservare: dalla zucca marina di Chioggia alla zucca violina di Ferrara, dalla zucca di Castellazzo Bormida in Piemonte alla zucca lardaia di Siena. 

Un ortaggio versatile

Regina indiscussa delle tavole invernali nella versione dei famosi tortelli, la zucca è uno dei prodotti più versatili della cucina italiana e può essere utilizzata sia per le preparazioni salate che per quelle dolci ma anche abbinata a pasta, carne, formaggi e torte. E c'è anche chi le usa per fare la birra. Nel corso del tempo si sono differenziate principalmente due tipologie di utilizzo, una relativa alla preparazione di tortelli, gnocchi, dolci e pane, l'altra come ingrediente di minestre e minestroni. Nel primo caso le varietà più adatte presentano polpa molto soda, asciutta e dolce; per gli altri utilizzi vanno bene anche zucche meno dolci.

L'altra categoria di zucca che si sta affermando in Italia – ricorda ancora Coldiretti – è quella ornamentale: si tratta di zucche di ogni tipo, che si differenziano per le dimensioni (di piccola taglia oppure enormi) per la forma (allungate a forma di tubo, a trombetta, a cappello, schiacciate, a spirale, tonde), per la buccia (rugosa, bitorzoluta, costoluta, liscia) e per il colore (di ogni tonalità, dal verde al rosso accesso, passando per zucche striate). Ma è indubbio che l'affermarsi della notte delle streghe ha aperto il nuovo "mercato" delle zucche intagliate con le quali si cimentano un numero crescente di italiani. 

Come intagliare la vostra zucca di Halloween

Per intagliare un'autentica zucca di Halloween occorre innanzitutto sceglierne una tra i cinque e i dieci chili, rotonda e senza imperfezioni, perché più liscia è la superficie, più facile è intagliarla. Con uno scalpello a forma di V poi bisogna tracciare le linee sul volto della zucca e con un coltello da cucina ben affilato e non troppo flessibile occorre scavare per intagliare i tratti del 'volto' in modo da ricavare dei fori da dove fuoriesca la luce. Per inserire al suo interno una candela accesa è sufficiente scavare un buco sul fondo. Per chi volesse conservare a lungo il ricordo della magica notte delle streghe – continua la Coldiretti – deve una volta alla settimana passare sulla parte esterna un po' di olio vegetale con un panno morbido e lasciarla in un luogo fresco e asciutto. Successivamente ogni 4-5 giorni immergerla in acqua fresca. In caso di aria particolarmente secca, in casa, di notte è consigliabile coprire la zucca con un panno umido.

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L’Italia è all’ultimo posto per l’uso di Internet a lavoro. E l’economia digitale non decolla 

Gli Stati dell'area Ocse hanno finalmente inserito fra le loro priorità le policy per guidare la trasformazione digitale, e l'Italia, anche se su molti aspetti rincorre le altre nazioni, ha le sue buone pratiche. Ma rimaniamo tra gli utlimi per l'utilizzo di Internet a lavoro e per percentuali di popolazione che in generale accedono alla rete. E scontiamo ancora i ritardi negli investimenti in infrastrutture, come la banda larga. Lo rivela il rapporto dell'organizzazione internazionale dei Paesi a economia di mercato nel Digital Economy Outlook 2017, dove l'Italia rimane ancora indietro rispetto ad alcune grandi questioni come la diffusione della banda larga e l'utilizzo del cloud computing, ma, si legge nel rapporto, il piano di super e iperammortamenti del governo per gli investimenti in digitale e innovazione (Industria 4.0) è tra le iniziative degli stati che consentono una più veloce digitalizzazione della produzione di beni e servizi.

Le direttrici di sviluppo dell'economia digitale

La trasformazione digitale, scrive l'Ocse, si sta sviluppando su due grandi pilastri: digitalizzazione e interconnessione. Le nostre comunicazioni, lo scambio di informazioni, foto, video, testi, sono già digitali, un cambiamento radicale e totale dal 2007 in poi, anno dell'introduzione nel mercato del primo smartphone. E questo avviene grazie ad infrastrutture che consentono al mondo intero di scambiarsi informazioni, e quindi dati. Un ecosistema che oggi, spiega l'Ocse, si sta sviluppando attraverso 4 nuove direttrici, importanti per comprendere dove andrà il mondo nei prossimi anni e muoversi per tempo, e che gli stati devono essere in grado di comprendere.

1) L'Internet delle cose, IoT, e il suo mondo di oggetti connessi, in grado di cambiare il proprio stato e le proprie funzioni grazie ad informazioni ricevute via internet

2) L'analisi dei Big data, ovvero la capacità algoritmica di raccogliere grandi quantità di informazioni e dati scambiati via Internet e processarle in modo veloce per ricavarne informazioni utili tanto per le aziende, quando per le istituzioni

3) L'intelligenza artificiale e l'apprendimento delle macchine, sempre più in grado di imparare dalle esperienze e declinare i propri comportamenti su sfide sempre più difficili, dalla produzione di beni e servizi alle guida autonoma dei veicoli fino agli algoritmi in grado di fare analisi e previsioni del comportamento dei titoli in borsa

4) La Blockchain, da molti considerata la nuova Internet, ovvero una struttura per lo scambio di informazioni e per la vendita di beni e servizi totalmente decentralizzata, retta da una rete di computer che garantiscono la correttezza degli scambi nella rete stessa. Queste trasformazioni, già in atto, richiedono pero' competenze adeguate. E la sfida più grande dei Paesi è formare i cittadini alle competenze digitali richieste nell'ICT (Information Technology), spiega il rapporto.

Solo 7 aziende su 10 hanno un sito internet, meno delle media

Il piano Industria 4.0 del ministero dello Sviluppo economico potrebbe essere la leva per far aumentare il numero di investimenti fatte dalle aziende italiane in innovazione. Le aziende italiane sono quelle tra i Paesi Ocse che meno hanno investito nel 2015 in ricerca e sviluppo in relazione al prodotto interno lordo. Meno dell'1%, percentuale che scende di molto, sotto lo 0,5% se si tiene conto degli investimenti fatti nel manifatturiero, in una classifica guidata da Israele (3,5%) e dalle principali nazioni europee: Germania (2%) e Francia (1,5%). 

L'Italia si posiziona bene nella classifica del numero di marchi registrati nelle tecnologie dell'Informazione (Ict) nel mercato europeo, subito dietro Germania, Francia e Regno Unito (Mf-Milano Finanza). La banda larga, spiega il rapporto, raggiunge il 100% delle grandi aziende di quasi tutte le nazioni Ocse, Italia compresa, percentuale che scende di circa 10 punti percentuali se si tiene conto delle piccole e medie imprese (meno di 250 addetti). Mentre l'Italia rimane sotto la media Ocse per il numero di imprese che hanno un sito web: la media dei Paesi è il 77%, percentuale che scende a il 70 per l'Italia, lontana dal 90% dei Paesi industrializzati. Che è decisamente a fondo classifica tra i Paesi industrializzati nell'utilizzo di internet: naviga in rete meno del 69% della popolazione contro la media Ocse dell'84%, con percentuali inferiori agli altri Paesi anche tra i più giovani (il 90% tra i 16-24enni contro il 96,5% Ocse) e un divario ancor più evidente nella fascia d'età più avanzata (42% tra i 55-74enni contro il 63% Ocse). Solo Messico, Turchia e Brasile hanno percentuali inferiori (Il Sole 24 Ore).

Ma Italia tra le nazioni al mondo con più Sim card dell'Internet of Things

L'Italia è tra le nazioni al mondo con che ha una maggiore distribuzione di schede sim utili alla diffusione della tecnologia Internet of Things. Il dato, che per certi versi sorprende, si rifesce alla distribuzione del Machine to Machine (M2M) Sim Card, ovvero le sim che consentono lo scambio dati e di comunicazioni tra macchine e software, il cuore delle soluzioni dell'Internet delle cose. L'Italia è tra le prime nazioni al mondo per distribuzione ogni 100 abitanti di queste carte, insieme a Svezia, Norvegia e Finlandia (Il Corriere della Sera)

L'Italia è poco al di sotto la media Ocse per l'uso del cloud computing nelle aziende: 20%, due punti percentuali in meno rispetto agli altri Paesi. Anche se c'è una forchetta piuttosto ampia tra le Pmi e le grandi imprese: una su due di quelle oltre il 250 impiegati usa soluzioni cloud. Percentuali simili anche per quanto riguarda l'uso di strumenti di analisi dei big data. Il freno maggiore nell'uso del cloud per le imprese italiane, spiega il rapporto, è dovuto per oltre il 40% delle imprese alle difficoltà nel cambiare il provider dei propri servizi internet. Circa il 20% delle imprese italiane ha denunciato problemi di sicurezza nei propri sistemi digitali, percentuale che sale al 35% se si considerano le imprese con oltre 250 impiegati.

Molti registrano attacchi informatici, ma molti vanno nel 'deep web'

Il 20% degli utenti italiani ha registrato problemi relativi ad attacchi informatici e, più in generale, problemi di sicurezza su internet. La percentuale arriva a 30 tra gli italiani con un livello di scolarizzazione superiore. L'Italia, d'altro canto, rimane con la Grecia, l'Ungheria e il Portogallo tra le nazioni dove i cittadini si sentono meno informati sui rischi della sicurezza informatica e sul cybercrime, carenza di informazione che li porta a non fidarsi troppo dei servizi molto diffusi nel resto dei paesi come l'home banking e l'ecommerce (Il Corriere della Sera).

Eppure, quasi come paradosso, l'Italia è tra i Paesi che più utilizzano il deep web insieme a Stati Uniti, Germania, Iran Francia Corea e Russia. Sono questi i paesi dove si fa più accesso alla rete Tor, un network che consente di navigare in anonimato in rete. Il Tor, acronimo che sta per The Onion Router, è un sistema di comunicazione anonima per internet, che consente agli utenti di navigare senza che i loro dati e i loro movimenti online siano tracciati.

L'uso di Internet tra la popolazione

Otto persone su 10 usano internet in media fra i 35 Paesi dell'area Ocse. Percentuale che scende di quasi 10 punti se guardiamo all'Italia, dove però circa il 90% dei cittadini sotto i 24 anni lo usa regolarmente, contro un 60% di popolazione tra i 55 e i 74 anni che non lo utilizza affatto.  Per quanto riguarda la popolazione più giovane, va detto che l'Italia è tra i pochissimi paesi a non raggiungere il 100% della distribuzione di Internet tra gli under 24. Solo un terzo della popolazione italiana invece usa soluzioni legate al cloud computing, mentre l'8% ha partecipato ad un corso online, a fronte di una media del 10%.

Su un dato siamo assoluto fanalino di coda. L'uso di Internet, in generale, per attività come mandare e ricevere email, o cercare informazioni e usare la rete per lavoro. Lo fa un norvegese su due, e un italiano su cinque. Gli italiani sono i lavoratori quindi che usano meno internet tra i Paesi sviluppati. Quasi la metà esatta della media Ocse, che è del 40% (Il Sole 24 Ore, Milano Finanza)

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Così l’Italia dovrà quadrare i conti, servono 3,4 miliardi

Roma – Sarà meno pesante dei 5 miliardi ventilati in dicembre, ma la correzione alla legge di bilancio è indispensabile. Dovrebbe aggirarsi, scrive oggi Repubblica, intorno ai 3,4 miliardi di euro pari allo 0,2 per cento del Pil. E' la cifra che serve a rientrare nei parametri europei di bilancio e scongiurare una procedura d'infrazione. La richiesta è arrivata a Roma la scorsa settimana ed è in corso la trattativa con Padoan impegnato a trovare una mediazione. La Commissione non vuole rischiare di essere sconfessata dall’Eurogruppo, cominato dai falchi di Germania e Olanda. In sostanza, Bruxelles ci presenta il conto congelato prima del referendum: va corretto il disavanzo. Juncker chiede un impegno formale ad agire entro il 1 febbraio, Roma cerca più tempo.

Tra l’altro nel conto presentato dall’esecutivo comunitario non sono entrati i 20 miliardi messi a disposizione dal governo per salvare Monte dei Paschi di Siena e le altre banche in difficoltà: visto che la cifra è stata autorizzata dalla Commissione europea viene considerata una spesa una tantum e non incide sul deficit strutturale.

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