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Storia dell’azienda che assume solo ultra 50enni rimasti senza lavoro

Un'azienda al "contrario". Tra le numerose aziende che chiudono, ce n’è una che apre. Al contrario di chi offre lavoro precario, c'è chi mette in campo contratti a tempo indeterminato. A fronte di chi cerca di "giovani con esperienza", spunta chi assume soltanto cinquantenni reduci da disoccupazione, precariato e fallimenti.

La notizia arriva dal quotidiano La Nazione, che racconta come la MrKelp, azienda fiorentina nel settore dei multiservizi, si sia trasformata da semplice iniziativa imprenditoriale a caso più unico che raro.

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Finora sono una ventina le persone assunte dalla MrKelp, guidata da tre coraggiosi imprenditori, Alessandro Marzocca, Simone Orselli e Serena Profeti. "Fin da subito abbiamo optato per assunzioni che privilegiassero l’inserimento di donne e uomini che avessero perso il proprio lavoro o dovuto cessare la propria attività a causa della crisi – spiega Alessandro Marzocca –. Vogliamo dare opportunità a persone sui cinquanta che si trovano in grande difficoltà, aiutandole ad inserirsi nuovamente nel mondo del lavoro".

Le storie 

Storie che raccontano di lavoro che sparisce, imprese che falliscono, stipendi e contributi non pagati. Di una vita dove rischia di venir meno la dignità di guardare in faccia la famiglia. Tra i neoassunti c'è Massimo che ha 56 anni e prima della crisi aveva un'azienda sua "Ho pensato che per me non ci sarebbe stato più spazio" – racconta – "Ci siamo rimessi tutti in discussione e, oggi, possiamo dire che la scommessa è vinta". E' così anche per Ercole, 57 anni senza speranza di poter tornare ad avere una busta paga "Erano cinque anni che non l’avevo più, sono riuscito a risollevarmi, a tornare vivere tranquillo". Carlo, invece, si è trovato a piedi dopo anni di contratti a tempo determinato. "Graduatorie improvvisamente chiuse e porta sbattuta in faccia a me e a molte altre persone. Posso garantire che stare senza lavoro, oggi, è qualcosa che non può esistere".

Cos'è MrKelp

"L’idea è nata da un gruppo di amministratori di condomini e immobili, a Firenze, che ha sentito l’esigenza di creare un servizio efficace e di qualità per le pulizie e le piccole riparazioni dei propri stabili" si presenta così sul sito ufficiale l'azienda toscana di multiservizi, nella sezione dedicata al Chi siamo. "Il compito principale di Mr. Kelp è quello di trovare soluzioni semplici e immediate per i problemi più diversi che, ogni giorno, possono venire alla luce nella gestione degli immobili".

I dati Istat

Secondo gli ultimi dati Istat, relativi al mese di agosto, si stima un aumento degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,3%, pari a +46 mila unità). L’aumento coinvolge principalmente gli uomini e si distribuisce in tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni. Il tasso di inattività sale al 34,5% (+0,1 punti percentuali). Nell’anno, tuttavia sono aumentati gli occupati ultracinquantenni (+393 mila), mentre calano nelle altre classi d’età. Per i giovani tra i 15 e i 24 anni la percentuale dei disoccupati è del 31%. 

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Alessio Rossi: “Ai giovani serve lavoro non reddito di cittadinanza e flat tax”

Il presidente dei giovani imprenditori di Confindustria al digital summit di Capri: "Le start up si scontrano co il mercato, con la difficoltà di reperire capitali. Gli interlocutori dovrebbero essere i fondi di venture capital non le banche. Scontiamo un'arretratezza del nostro settore finanziario".

Agi News

Lavoro: ok definitivo del Senato al dl ammortizzatori in deroga

L'Assemblea del Senato ha approvato definitivamente il ddl di conversione del decreto che contiene misure urgenti in materia di ammortizzatori sociali in deroga. Il provvedimento stanzia ulteriori risorse (9 milioni di euro per il 2018), a carico del Fondo sociale per occupazione e formazione, per prorogare di sei mesi il finanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga nelle aree di crisi industriale complessa della Regione Sardegna (polo industriale di Portovesme e di Porto Torres). La platea dei lavoratori interessati è di circa mille unità. Il testo opera un chiarimento riguardo al finanziamento delle proroghe di trattamenti di cassa integrazione guadagni in deroga, al fine di evitare un'ingiustificata disparità di trattamento tra situazioni di fatto identiche.

Agi News

Alla fine i cinesi ci stanno rubando il lavoro o ne stanno creando di nuovo?

La Cina ruba lavoro agli altri? Nulla di più sbagliato: i dati raccontano una storia diversa e l’inarrestabile sviluppo cinese sta creando nuovi posti di lavoro. In tutto il mondo. Così un articolo apparso sull’agenzia Xinhua respinge indirettamente le accuse rivolte da più parti alla Cina – dalla concorrenza sleale alla mancanza di reciprocità – provando a smontare quelle che per l’agenzia di stampa statale sono false notizie, in un periodo di tensioni commerciali tra Pechino e Washington, e mentre nelle stesse ore l’Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese, promette maggiori aperture agli investitori stranieri, più volte invocate anche dalle imprese europee. Proprio oggi il ministro degli Esteri, Wang Yi, ha dichiarato che la Cina “produrrà una risposta legittima e necessaria” in caso di guerra commerciale con gli Usa, ribadendo che il governo cinese è impegnato nel percorso di socialismo con caratteristiche cinesi e sottolineando il contributo della Cina a livello globale. "La Cina – ha detto Wang – è impegnata in una lunga marcia verso la modernizzazione e non ha la volontà o il bisogno di rimpiazzare l’America”. Nelle stesse ore sono stati resi noti i dati sull'export della Cina che vola a +11,2% a febbraio, mentre il surplus commerciale con gli Usa si riduce su base mensile, passando da 25,6 a 21 miliardi di dollari, pur raddoppiando rispetto ai 10,4 miliardi di dollari del febbraio 2017.

Il ragionamento del maggiore organo di stampa cinese parte da una questione di principio: “A rigor di logica – scrive Xinhua – nessun Paese può ‘rubare’ lavoro agli altri giacché ciascuno crea opportunità di lavoro per i propri cittadini sulla base del proprio sviluppo economico”. L’editoriale sottolinea poi come la Cina abbia sempre agito nel pieno rispetto delle regole internazionali; lo ha fatto quando era ancora un Paese sottosviluppato, continua a farlo oggi oggi che è diventata la seconda economia al mondo. Di più. La Cina ha sempre “lavorato con i partner commerciali per raggiungere risultati win-win”, un concetto molto caro alla leadership cinese. “Le aziende manifatturiere cinesi – si legge nel commento – espandono la propria presenza globale e assumono sempre di più lavoratori locali”. Ipse dixit. Così la retorica ufficiale prova dissipare i sospetti che si addensano sulla politica di investimento cinese. Un altro discorso riguarda invece il vorace acquisto di aziende strategiche americane ed europee che ha provocato anche a Bruxelles una levata di scudi. 

Xinhua cita l’esempio di Fuyao Group, azienda leader nella produzione di vetri auto, presente nella città di Moraine, nello stato dell’Ohio, con uno stabilimento di 470mila metri quadrati che dà lavoro a più di 2mila persone. Nel 2008, spiega Xinhua, la chiusura dell’impianto di assemblaggio della General Motors aveva causato la perdita di migliaia di posti lavoro ma “l’arrivo di Fuyao, il maggiore investimento cinese nella regione, è stato accolto come un fatto positivo dalla comunità locale”. Non sono mancati i problemi. Nel novembre dello scorso anno, scrive il New York Times, i lavoratori dello stabilimento di Fuyao hanno respinto in maggioranza, con 860 voti contrari e 444 a favore, la proposta di creazione di un sindacato interno, una vittoria per il management cinese dopo il durissimo braccio di ferro con l’agguerrita United Automobile Workers union che puntava a favorire politiche migliori per i dipendenti sul fronte di promozioni, ferie e aumenti. Un epilogo che però non ha messo a tacere le accuse sollevate da alcuni lavoratori, preoccupati da una gestione “rigida e arbitraria” dopo una raffica di licenziamenti per cattiva condotta. Fuyao – scrive Xinhua – punta a espandersi ulteriormente negli Stati Uniti e promette migliaia di assunzioni.

L’articolo sciorina altri dati ufficiali (qualcuno avrà forti dubbi sulla loro veridicità alla luce del vizio cinese di gonfiare i dati statistici interni, per stessa ammissione cinese). Secondo il China General Chamber of Commerce-USA, al 2016 la Cina ha investito oltre 20 miliardi di dollari in nove stati americani nel Midwest generando 45mila posti di lavoro. Se ci spostiamo in America Latina, i posti di lavoro creati dalle compagnie cinesi dal 1995 al 2016 sono stati 1,8 milioni, stando ai dati dell’International Labor Organization. Si tratta – sottolinea l’agenzia – di investimenti in settori vitali, quali alimentare, comunicazione, energia rinnovabile, che hanno “migliorato le infrastrutture locali e incrementato i consumi”.

Pechino sfoggia con orgoglio i primi risultati della Nuova Via Della Seta: 900 progetti di nuove infrastrutture, 780 miliardi di dollari generati dagli interscambi con i 60 paesi coinvolti, 200 mila nuovi posti di lavoro. Nell’ambito dell’iniziativa lanciata dal presidente Xi Jinping nel 2013 con l’obiettivo di collegare Asia, Africa ed Europa via terra e via mare, le aziende cinesi hanno investito circa 50 miliardi di dollari e aiutato a costruire 75 zone di cooperazione economica e commerciale in ben 24 Paesi. Sono i dati ufficiali del ministero del Commercio di Pechino.

Nei giorni scorsi lo stesso primo ministro Li Keqiang, nella sua relazione all’apertura dell’Assemblea Nazionale del Popolo, dopo aver annunciato il mantenimento del target di crescita intorno al 6,5% e l’innalzamento del budget militare, ha ribadito che la Cina intende concedere ulteriori aperture al mercato interno e ampliare la cooperazione industriale con altri Paesi. Tradotto: le aziende manifatturiere del gigante asiatico vogliono dominare sempre di più il mercato globale.

La Cina, conclude Xinhua, non è brava solo nel creare opportunità di lavoro nei Paesi dove investe, ma anche nell’attrarre talenti stranieri di cui ha bisogno per portare a termine il Piano di innovazione manifatturiera “Made in China 2025” che punta a trasformarla in pochissimi anni nel leader delle tecnologie più avanzate. Detto, fatto. “L’industria manifatturiera ad alta intensità tecnologica è cresciuta dell’11,7% negli ultimi cinque anni”, scrive Xinhua. Pechino ha sete di know-how ed è a caccia di talenti: solo nel 2016 sono stati 1.576 i professionisti stranieri a ottenere il permesso di residenza, in crescita del 163% rispetto all’anno precedente, stando ai dati elaborati dal ministero della Pubblica Sicurezza. I settori più richiesti? Tecnologia 5G, motori aeronautici, veicoli elettrici, nuovi materiali e macchinari. Avanti tutta. 

Agi News

Il sanpietrino ecologico che salverà il posto di lavoro a 300 operai

Nel Frusinate gli operai della Ideal Standard tirano un respiro di sollievo: un accordo firmato ieri al Ministero dello Sviluppo economico tra istituzioni, azienda e sindacati sancisce il passaggio dello stabilimento di Roccasecca alla società Saxa Grestone. La soluzione  consentirà di salvare quasi trecento posti di lavoro nei prossimi ventiquattro mesi, nell’alveo di un piano di riconversione che porterà l’azienda a dedicarsi alla produzione di un nuovo tipo di sanpietrino ecofriendly il cui mercato di sbocco naturale dovrebbe essere soprattutto nel nord Europa.

L’intesa, siglata sotto la diretta supervisione del ministro Carlo Calenda, prevede il trasferimento della proprietà della fabbrica alla società controllata dalla Saxa Gres, realtà imprenditoriale specializzata nella produzione di gres porcellanato e di ceramica. Un investimento di trenta milioni di euro, finanziato da Regione Lazio e Governo, sosterrà economicamente la conversione dell’impianto che ora produce sanitari, per consentire la realizzazione di un nuovo tipo di sanpietrino, “non in pietra ma che è un esempio di economia circolare”, come ha spiegato lo stesso ministro.

Saxa Gres è il più grande produttore di piastrelle fuori dalla zona di Sassuolo, e ha brevettato e presentato nel 2017 un particolare tipo di sanpietrino prodotto utilizzando la cenere di scarto degli inceneritori. L’esito è quindi un prodotto costituito per il 30% di rifiuti urbani, che assomiglia ai famosi cubetti di basalto (la cui materia prima è di origine cinese), ma ne riduce l’impatto ambientale ed è rispettoso dell’ambiente.

In attesa del piano industriale, intanto è stato annunciato che lo stabilimento passerà di proprietà il 22 febbraio, e che successivamente verranno avviate le operazioni di conversione. “Ci hanno assicurato che entro l’anno sarà avviata la nuova produzione – ha spiegato ad Agi Enzo Valente (Ugl) – ed entro ventiquattro mesi tutti gli operai dovrebbero già essere reintegrati”.

I circa trecento operai che rischiavano il posto di lavoro quindi saranno salvati nel nuovo assetto, e anzi “non saranno neppure riassunti, ma passeranno direttamente alla nuova proprietà", come ha spiegato lo stesso ministro. 

Ideal Standard, azienda belga con 17mila dipendenti nel mondo, aveva avviato il 30 novembre la procedura di cessata attività, avvisando gli operai solamente il giorno prima. L’intervento record delle istituzioni, insieme al sollevamento degli operai e dei cittadini del territorio, ha consentito che si trovasse una soluzione in tempo record, con piena soddisfazione dei lavoratori. “Siamo molto contenti – ha spiegato Valente – tanto più che non era mai accaduto che un intero territorio dicesse basta, e così siamo stati ascoltati”. 

Agi News

Produttività e costo del lavoro: com’è messa davvero l’Italia

Il candidato del centrodestra alla Regione Lazio Stefano Parisi, ospite de L’Aria che tira, lo scorso 29 gennaio ha dichiarato (minuto -34.50): “Che cosa è successo in Italia? È successo che negli ultimi vent’anni siamo il Paese in cui la produttività, cioè quanto il lavoro produce, è cresciuta meno di tutti gli altri Paesi europei; il costo del lavoro è il più alto, i lavoratori prendono pochi soldi in tasca e paghiamo molto alto il costo del lavoro per pagare contributi e tasse”.

Le due affermazioni contenute nella dichiarazione sono una corretta e una errata.

La produttività

La produttività, che come spiega Parisi è “quanto il lavoro produce” o meglio l’ammontare di beni e servizi prodotti in un dato periodo, negli ultimi vent’anni ha visto l’Italia fare peggio di chiunque altro in Europa.

Lo certifica Eurostat, il servizio statistico della Commissione europea, in questa tabella. Fatto 100 la produttività del 2010 in ogni singolo Paese, possiamo vedere quanto è cresciuta da allora fino al 2016 (ultimo anno per cui ci sono dati disponibili) e quanto era cresciuta dal 1996 al 2010.

L’Italia nel 1996 era già al 99,9 della produttività (fatta a 100) del 2010. Nel 2016 siamo addirittura scesi al 97,9.

Nessun altro Paese europeo vede il proprio dato riferito al 2016 inferiore a 100, tranne la Grecia (che segna 94,1). Anche il Paese ellenico, tuttavia, nell’arco dei vent’anni ha fatto meglio dell’Italia. Infatti tra il 1996 e il 2010 la produttività greca era cresciuta notevolmente. Fatta a 100 la produttività raggiunta nel 2010, nel 1996 la Grecia era all’82,3.

Siamo dunque ufficialmente il Paese con la peggior prestazione in termini di crescita della produttività. Le altri grandi economie del continente, che dunque come l’Italia e a differenza dei Paesi di recente sviluppo economico partivano da una situazione di produttività già avanzata, fanno comunque tutte meglio di noi.

La Germania era al 90,6 nel 1996 (sempre fatto 100 nel 2010) e nel 2016 è al 104. La Francia era all’87,8 nel 1996 e nel 2016 è al 103,4. La Spagna era al 94,4 nel 1996 e venti anni dopo è al 105,8. Il Regno Unito era all’83,9 nel 1996 e nel 2016 è al 104,1.

Dunque la prima affermazione di Parisi è corretta.

Il costo del lavoro

Sul costo del lavoro invece Parisi si sbaglia, se guardiamo ai valori assoluti. In Italia, sempre secondo Eurostat, nel 2016 il costo medio del lavoro era di 27,8 euro all’ora.

Hanno un costo più alto ben dieci Paesi su 28: Danimarca (42 €/h), Belgio (39,2 €/h), Germania (33 €/h), Irlanda (30,4 €/h), Francia (35,6€/h), Lussemburgo (36,6 €/h), Olanda (33,3 €/h), Austria (32,7 €/h), Finlandia (33,2 €/h) e Svezia (38 €/h).

Anche la media della UE a 28 è superiore, a 29,8 €/h.

La parte “non” di stipendio

Parisi comunque sottolinea che il problema del costo del lavoro non è tanto quanto guadagnano i lavoratori, anzi, ma il peso di “contributi e tasse”.

Ancora su Eurostat possiamo verificare che in Italia la parte “non di stipendio” del costo del lavoro corrisponde percentualmente – in media – al 27,4%. Siamo al di sopra della media della Ue a 28, che è del 26%, ma non siamo i peggiori in Europa.

Hanno una percentuale “non di stipendio” più alta la Francia (33,2%), la Svezia (32,5%), la Lituania (27,8%) e il Belgio (27,5%).

Dunque anche prendendo in considerazione questa ulteriore variabile, la seconda affermazione di Parisi resta scorretta.

Conclusione

Parisi ha ragione sulla crescita della produttività in Italia, che è in effetti stata la peggiore in Europa negli ultimi vent’anni (e anche negli ultimi sei fa peggio di noi soltanto la Grecia).

Il candidato di centrodestra alla regione Lazio sbaglia tuttavia sul costo del lavoro: in Italia non è il più alto in Europa, anzi è al di sotto della media Ue. Anche la parte “non di stipendio” del costo del lavoro in Italia, pur al di sopra della media Ue, non è un record.

 

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Controverso

"Negli ultimi vent’anni siamo il Paese in cui la produttività, cioè quanto il lavoro produce, è cresciuta meno di tutti gli altri Paesi europei; il costo del lavoro è il più alto, i lavoratori prendono pochi soldi in tasca e paghiamo molto alto il costo del lavoro per pagare contributi e tasse"

L'aria che tira
lunedì 29 gennaio 2018

 

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking, scrivete a dir@agi.it

Agi News

Negli stabilimenti di Amazon Italia i ritmi di lavoro sono davvero da attacco di panico?

Il Black Friday è il giorno in cui tradizionalmente Amazon ‘fa il botto’. Durante il “Venerdì Nero” dello scorso anno il sito italiano del colosso di Jeff Bezos ha registrato il maggior numero di vendite di sempre, con più di 1,1 milioni di prodotti ordinati, al ritmo di circa 12 pezzi al secondo. Ma quest’anno, le 24 ore dedicate allo shopping online, favorito da sconti da capogiro- come vuole la tradizione americana –  difficilmente bisseranno il successo del 2016. Nel mega- centro di Amazon Italia a Castel San Giovanni (Piacenza), che impiega 4 mila persone, il Venerdì Nero trascorrerà, infatti, a braccia incrociate per chiedere un miglioramento delle condizioni retributive.

Lo stop delle attività è stato proposto dai rappresentanti del piacentino FISASCAT CISL, FILCAMS CGIL, UGL TERZIARIO e UilTUC UIL. Una decisione – riporta La Stampa –  presa nel corso di due assemblee tenutesi il 20 e il 21 novembre: i dipendenti vogliono condizioni di lavoro più umane e premi economici per gli straordinari che ancora non sono stati loro concessi. E così, per l’intero Black Friday e fino al turno mattutino del 25 novembre, chi si occupa di smistare, rintracciare e preparare gli ordini di milioni di consumatori incrocerà le braccia, con conseguenti potenziali disagi alla ricezione dei pacchi acquistati sul sito.

Per cosa scioperano

La protesta riguarda soprattutto i contratti dei 1600 lavoratori a tempo indeterminato ai quali si applica il contratto nazionale del Commercio. I restanti 2mila, ‘assoldati’ per il solo periodo natalizio con contratto di somministrazione, non parteciperanno allo sciopero. ‘L’astronave’ , come viene chiamato il centro, non si bloccherà del tutto, ma di sicuro i contraccolpi si sentiranno. I magazzinieri di Amazon Italia sono impegnati su tre turni di lavoro (6-14, 14.30-22.30, 23-6), e guadagnano tra i 1.100 e i 1.200 euro netti al mese per 14 mensilità. Il problema, paradossalmente, nasce dal contratto collettivo nazionale di lavoro del settore terziario e del commercio con cui sono inquadrati i dipendenti. “Amazon non riguarda il comparto logistico, ma quello del terziario e la paga prevista dal CCNL è di circa 1200/1250 euro al mese, ma noi chiediamo l’applicazione di un contratto di secondo livello che preveda condizioni economiche più equilibrate e che però l’azienda si rifiuta di applicare perché per legge è tenuta ad applicare solo quello nazionale”, spiega a La Stampa Pino Di Rosa, rappresentante territoriale di UGL TERZIARIO.

Turni disumani?

 E poi ci sono le difficili condizioni di lavoro: “Dentro Amazon si resiste in media 3 anni – racconta Francesca Benedetti rappresentante territoriale FISASCAT CISL – Esistono delle eccezioni, io ho almeno tre delegati sindacali che lavorano da 5 anni in Amazon ma con dei sacrifici fisici enormi”. Di frequente, poi, i dipendenti lamentano polsi infiammati, attacchi di panico, turni di notte per un mese di seguito senza quasi stop. Le fa eco Di Rosa: “In Amazon non c’è un minuto in cui si sta fermi. E durante le feste, i saldi o il Natale questi ritmi aumentano: c’è una richiesta enorme di produttività da parte di Amazon ai suoi dipendenti a cui però non corrisponde una contropartita in termini di premi, bonus o condizioni sostenibili per quanto riguarda i turni”.

La risposta di Amazon

L’accusa dei sindacati è che da parte di Amazon Italia “non c’è stata alcuna apertura concreta all'aumento delle retribuzioni o della contrattazione del premio aziendale, considerando anche la crescita enorme di questi anni. I ritmi lavorativi non conoscono discontinuità, le produttività richieste sono altissime e il sacrificio richiesto non trova incremento retributivo oltre i minimi contrattuali".  Intanto, il colosso americano ha risposto picche sottolineando in una nota che "i salari dei dipendenti di Amazon sono i più alti del settore della logistica e sono inclusi benefit come gli sconti per gli acquisti su Amazon.it, l'assicurazione sanitaria privata e assistenza medica privata". E ancora: “In Italia così come avviene negli altri Paesi in Europa in cui siamo presenti, manteniamo relazioni con le rappresentanze dei lavoratori e le organizzazioni sindacali; allo stesso tempo portiamo avanti la nostra politica di porte aperte che incoraggia i dipendenti a trasferire commenti, domande e preoccupazioni direttamente al proprio management team. Crediamo fermamente che questo rapporto diretto sia il modo più efficace per capire e rispondere alle esigenze del nostro personale”.

 

 

 

 

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Precario il lavoro, precari i margini delle aziende. Un’analisi sulla crisi dei call center

In Italia circa 80mila persone lavorano nei call center. Di queste, la metà risponde alle chiamate dei clienti (inbound) e l’altra metà si occupa di outbound (ovvero propone agli utenti nuovi piani tariffari o prodotti da acquistare). Ma per molti di loro il posto di lavoro – che da anni rappresenta l’emblema della precarizzazione – è più a rischio che mai. E non è solo un problema dei lavoratori di Almaviva che, come ordinato dal giudice con una sentenza di pochi giorni, dovrà riassorbire (a Catania) i 153 licenziati del call center Almaviva Contact di Roma, che oggi non esiste più. La questione è ben più ampia, assorbe tutto il comparto e non solo Almaviva – che nel settore fa la parte del leone, anche perché impiega lavoratori italiani e non delocalizza all'estero – e affonda le radici nell’aumento dei costi e nei bassissimi stipendi.

I campanelli d’allarme

Secondo quanto riporta il Sole24Ore, il settore, “a sentire sia i sindacati sia le imprese, sembra avvertire un crescendo di campanelli di allarme. Nel Rapporto Asstel, che sarà presentato il 28 novembre, si quantificano in 2 miliardi – e in salita fra il 2 e il 4% – i ricavi del settore nel 2016. Dall’altra parte anche i costi sono in aumento con marginalità crollata ed Ebitda al 4,6% dei ricavi: in calo dell’11% fra 2015 e 2016 e del 6% fra 2014 e 2015. Pur trattandosi di un mercato altamente frammentato, i primi 12 player generano oltre il 60% del fatturato totale che per il 90% viene da 50 aziende”.

Ma non solo: “L’attività nel nostro settore – spiega Paolo Sarzana, presidente di Assocontact – presenta livelli di remunerazione talmente bassi che per molte realtà non ne garantiscono la sopravvivenza. E se è vero che in questo momento non ci sono crisi attive, è altrettanto vero che ci sono tantissime imprese in sofferenza, che perdono soldi, con un rischio di default in aumento”.

L’autoregolamentazione imposta dal Mise

Parlando di remunerazione – continua il Sole – il discorso finisce inevitabilmente sulla committenza. Qui il Mise ha portato 13 grandi società committenti a firmare a maggio un “Protocollo di autoregolamentazione sulle attività di call center in outsourcing”. Tra i punti qualificanti figura l’impegno a svolgere almeno l’80% delle attività in Italia. A breve ci sarà una verifica. “Vedremo i risultati. Certo è – aggiunge Sarzana – che è in arrivo anche il rinnovo contrattuale, con un inevitabile aumento dei costi. È chiaro che i futuri livelli di remunerazione dovranno tenerne conto e questi 13 grandi committenti dovranno dare l’esempio”.

Le aggregazioni nate per abbattere i costi

Nel frattempo, le tensioni sui costi stanno spingendo sempre di più alle aggregazioni. Nel settore si attendono, quindi, altri piccoli e grandi consolidamenti nei prossimi mesi sulla scia di quanto successo l’anno scorso con la fusione tra Visiant e Contacta, aziende italiane quinta e nona sul mercato, che ha dato vita a Covisian. Lo stesso Gruppo Covisian ha qualche giorno fa annunciato di aver acquisito l’88% del capitale di Vivocha, azienda italiana specializzata in sistemi digitali per il Crm.

Quella dei call center è stata per anni una giungla. La circolare Damiano – sostiene il quotidiano in un altro articolo – ha portato all'assunzione di 26mila lavoratori, con la distinzione fra inbound e outbound. “Nel settore però si è nel frattempo insinuato un tarlo che ha lavorato in profondità, intrecciandosi a una crisi economica che ha di fatto sublimato una situazione esplosiva. La globalizzazione (e le delocalizzazioni) esistono anche per i call center. Altrove ci sono costi minori, ma questo si chiama dumping se poi si va a gareggiare su commesse in Italia. Si è intervenuti nel 2012 con l'articolo 24-bis del Dl sviluppo in cui è stato previsto che chiunque si rivolga o sia contattato da call center debba sapere se sta parlando con qualcuno all'estero”.

A questo si unisce “l'obbligo di comunicazioni al ministero del Lavoro, di cui sia i sindacati sia le aziende lamentano una diffusa inottemperanza. Intanto arrivano crisi e un periodo di gare su gare, con i committenti interessati a spuntare il miglior prezzo possibile. In questo quadro disattendere le norme sulle delocalizzazioni ad alcuni ha fatto gioco, e ad altri no. Ecco che spuntano le crisi, con sindacati e istituzioni impegnati a salvare posti di lavoro. Ma la salvaguardia ha comportato spesso facilitazioni per le realtà salvate, in grado così di fare offerte competitive con l'effetto, velenoso, di abbassare il mercato”.

 

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L’Italia è all’ultimo posto per l’uso di Internet a lavoro. E l’economia digitale non decolla 

Gli Stati dell'area Ocse hanno finalmente inserito fra le loro priorità le policy per guidare la trasformazione digitale, e l'Italia, anche se su molti aspetti rincorre le altre nazioni, ha le sue buone pratiche. Ma rimaniamo tra gli utlimi per l'utilizzo di Internet a lavoro e per percentuali di popolazione che in generale accedono alla rete. E scontiamo ancora i ritardi negli investimenti in infrastrutture, come la banda larga. Lo rivela il rapporto dell'organizzazione internazionale dei Paesi a economia di mercato nel Digital Economy Outlook 2017, dove l'Italia rimane ancora indietro rispetto ad alcune grandi questioni come la diffusione della banda larga e l'utilizzo del cloud computing, ma, si legge nel rapporto, il piano di super e iperammortamenti del governo per gli investimenti in digitale e innovazione (Industria 4.0) è tra le iniziative degli stati che consentono una più veloce digitalizzazione della produzione di beni e servizi.

Le direttrici di sviluppo dell'economia digitale

La trasformazione digitale, scrive l'Ocse, si sta sviluppando su due grandi pilastri: digitalizzazione e interconnessione. Le nostre comunicazioni, lo scambio di informazioni, foto, video, testi, sono già digitali, un cambiamento radicale e totale dal 2007 in poi, anno dell'introduzione nel mercato del primo smartphone. E questo avviene grazie ad infrastrutture che consentono al mondo intero di scambiarsi informazioni, e quindi dati. Un ecosistema che oggi, spiega l'Ocse, si sta sviluppando attraverso 4 nuove direttrici, importanti per comprendere dove andrà il mondo nei prossimi anni e muoversi per tempo, e che gli stati devono essere in grado di comprendere.

1) L'Internet delle cose, IoT, e il suo mondo di oggetti connessi, in grado di cambiare il proprio stato e le proprie funzioni grazie ad informazioni ricevute via internet

2) L'analisi dei Big data, ovvero la capacità algoritmica di raccogliere grandi quantità di informazioni e dati scambiati via Internet e processarle in modo veloce per ricavarne informazioni utili tanto per le aziende, quando per le istituzioni

3) L'intelligenza artificiale e l'apprendimento delle macchine, sempre più in grado di imparare dalle esperienze e declinare i propri comportamenti su sfide sempre più difficili, dalla produzione di beni e servizi alle guida autonoma dei veicoli fino agli algoritmi in grado di fare analisi e previsioni del comportamento dei titoli in borsa

4) La Blockchain, da molti considerata la nuova Internet, ovvero una struttura per lo scambio di informazioni e per la vendita di beni e servizi totalmente decentralizzata, retta da una rete di computer che garantiscono la correttezza degli scambi nella rete stessa. Queste trasformazioni, già in atto, richiedono pero' competenze adeguate. E la sfida più grande dei Paesi è formare i cittadini alle competenze digitali richieste nell'ICT (Information Technology), spiega il rapporto.

Solo 7 aziende su 10 hanno un sito internet, meno delle media

Il piano Industria 4.0 del ministero dello Sviluppo economico potrebbe essere la leva per far aumentare il numero di investimenti fatte dalle aziende italiane in innovazione. Le aziende italiane sono quelle tra i Paesi Ocse che meno hanno investito nel 2015 in ricerca e sviluppo in relazione al prodotto interno lordo. Meno dell'1%, percentuale che scende di molto, sotto lo 0,5% se si tiene conto degli investimenti fatti nel manifatturiero, in una classifica guidata da Israele (3,5%) e dalle principali nazioni europee: Germania (2%) e Francia (1,5%). 

L'Italia si posiziona bene nella classifica del numero di marchi registrati nelle tecnologie dell'Informazione (Ict) nel mercato europeo, subito dietro Germania, Francia e Regno Unito (Mf-Milano Finanza). La banda larga, spiega il rapporto, raggiunge il 100% delle grandi aziende di quasi tutte le nazioni Ocse, Italia compresa, percentuale che scende di circa 10 punti percentuali se si tiene conto delle piccole e medie imprese (meno di 250 addetti). Mentre l'Italia rimane sotto la media Ocse per il numero di imprese che hanno un sito web: la media dei Paesi è il 77%, percentuale che scende a il 70 per l'Italia, lontana dal 90% dei Paesi industrializzati. Che è decisamente a fondo classifica tra i Paesi industrializzati nell'utilizzo di internet: naviga in rete meno del 69% della popolazione contro la media Ocse dell'84%, con percentuali inferiori agli altri Paesi anche tra i più giovani (il 90% tra i 16-24enni contro il 96,5% Ocse) e un divario ancor più evidente nella fascia d'età più avanzata (42% tra i 55-74enni contro il 63% Ocse). Solo Messico, Turchia e Brasile hanno percentuali inferiori (Il Sole 24 Ore).

Ma Italia tra le nazioni al mondo con più Sim card dell'Internet of Things

L'Italia è tra le nazioni al mondo con che ha una maggiore distribuzione di schede sim utili alla diffusione della tecnologia Internet of Things. Il dato, che per certi versi sorprende, si rifesce alla distribuzione del Machine to Machine (M2M) Sim Card, ovvero le sim che consentono lo scambio dati e di comunicazioni tra macchine e software, il cuore delle soluzioni dell'Internet delle cose. L'Italia è tra le prime nazioni al mondo per distribuzione ogni 100 abitanti di queste carte, insieme a Svezia, Norvegia e Finlandia (Il Corriere della Sera)

L'Italia è poco al di sotto la media Ocse per l'uso del cloud computing nelle aziende: 20%, due punti percentuali in meno rispetto agli altri Paesi. Anche se c'è una forchetta piuttosto ampia tra le Pmi e le grandi imprese: una su due di quelle oltre il 250 impiegati usa soluzioni cloud. Percentuali simili anche per quanto riguarda l'uso di strumenti di analisi dei big data. Il freno maggiore nell'uso del cloud per le imprese italiane, spiega il rapporto, è dovuto per oltre il 40% delle imprese alle difficoltà nel cambiare il provider dei propri servizi internet. Circa il 20% delle imprese italiane ha denunciato problemi di sicurezza nei propri sistemi digitali, percentuale che sale al 35% se si considerano le imprese con oltre 250 impiegati.

Molti registrano attacchi informatici, ma molti vanno nel 'deep web'

Il 20% degli utenti italiani ha registrato problemi relativi ad attacchi informatici e, più in generale, problemi di sicurezza su internet. La percentuale arriva a 30 tra gli italiani con un livello di scolarizzazione superiore. L'Italia, d'altro canto, rimane con la Grecia, l'Ungheria e il Portogallo tra le nazioni dove i cittadini si sentono meno informati sui rischi della sicurezza informatica e sul cybercrime, carenza di informazione che li porta a non fidarsi troppo dei servizi molto diffusi nel resto dei paesi come l'home banking e l'ecommerce (Il Corriere della Sera).

Eppure, quasi come paradosso, l'Italia è tra i Paesi che più utilizzano il deep web insieme a Stati Uniti, Germania, Iran Francia Corea e Russia. Sono questi i paesi dove si fa più accesso alla rete Tor, un network che consente di navigare in anonimato in rete. Il Tor, acronimo che sta per The Onion Router, è un sistema di comunicazione anonima per internet, che consente agli utenti di navigare senza che i loro dati e i loro movimenti online siano tracciati.

L'uso di Internet tra la popolazione

Otto persone su 10 usano internet in media fra i 35 Paesi dell'area Ocse. Percentuale che scende di quasi 10 punti se guardiamo all'Italia, dove però circa il 90% dei cittadini sotto i 24 anni lo usa regolarmente, contro un 60% di popolazione tra i 55 e i 74 anni che non lo utilizza affatto.  Per quanto riguarda la popolazione più giovane, va detto che l'Italia è tra i pochissimi paesi a non raggiungere il 100% della distribuzione di Internet tra gli under 24. Solo un terzo della popolazione italiana invece usa soluzioni legate al cloud computing, mentre l'8% ha partecipato ad un corso online, a fronte di una media del 10%.

Su un dato siamo assoluto fanalino di coda. L'uso di Internet, in generale, per attività come mandare e ricevere email, o cercare informazioni e usare la rete per lavoro. Lo fa un norvegese su due, e un italiano su cinque. Gli italiani sono i lavoratori quindi che usano meno internet tra i Paesi sviluppati. Quasi la metà esatta della media Ocse, che è del 40% (Il Sole 24 Ore, Milano Finanza)

Agi News

I robot ‘ruberanno’ tre milioni di posti in Italia. Ma il lavoro ha un futuro

Il Club Ambrosetti ha fatto i conti cercando di capire quanto la rivoluzione industriale in atto, la quarta, quella dei robot, potrà minacciare i posti di lavoro finora occupati dagli uomini. La domanda delle domande, quella alla quale da diversi anni oramai si cerca di rispondere. “Tutto dipende da come si affronta il cambiamento” scrive oggi La Stampa citando i dati raccolti dal Club Ambrosetti nel report. “Per il mercato del lavoro italiano non sarà una passeggiata: nei prossimi 15 anni verranno meno più di tre milioni di occupati nei settori tradizionali, fino a 4,3 nello scenario più pessimista. Ma è possibile crearne altrettanti in quelli innovativi”. 

Cosa ci insegnano l’industria dell’auto, e Amazon

Partiamo dalla manifattura e dal commercio: “Perderanno rispettivamente 840 mila e 600 mila unità”, scrive l’inviato a Cernobbio.  “Nel giro di quindici anni le attività immobiliari – che oggi impiegano più di due milioni e mezzo di italiani – perderanno trecentomila addetti, agricoltura e pesca più di duecentomila”.  E la perdita dell’occupazione sarà rapida: “130 mila all’anno nei primi cinque, 290 mila negli ultimi cinque”. E i rischi maggiori saranno per le nuove generazioni. “Il rischio di sostituzione è del 20 per cento per i lavoratori fra i 20 e i 24 anni, del 16 per cento fra i 25 e i 29, del 13 per cento fra i 60 e i 64 anni”. 

E' possibile evitare che i robot ci rubino il lavoro? 

“Secondo la ricerca sarebbe sufficiente mettere in campo iniziative capaci di creare 42 mila posti all’anno nei prossimi cinque”, scrive La Stampa. Occorre però puntare sui settori che oggi impiegano più di ogni altro: “alta tecnologia, scienze della vita, ricerca di base”. Lo studio quindi racconta che per ogni nuovo posto in un settore avanzato se ne creano altri 2,1 nell’indotto: quarantamila posti l’anno nei settori chiave sono tre milioni di occupati in 15 anni. 

L’importanza di un titolo di studio adeguato

Quello che emerge è abbastanza scontato: in futuro più le qualifiche acquisite saranno basse, più sarà alta la possibilità di restare disoccupati. “Chi ha in tasca una specializzazione universitaria ha appena l’un per cento di probabilità di perdere il posto; al contrario, per chi non ha almeno una laurea il rischio sale al 17 per cento: si tratta di 17 milioni di italiani” si dice nel report. 

Di chi è il futuro del lavoro? 

“Il futuro”, scrive il quotidiano, “è per chi svolge mansioni complesse, con una forte componente intellettuale e non facilmente sostituibili dalle macchine. I settori che rischiano meno sono i servizi per la salute e la comunicazione. Il futuro del lavoro è nelle qualità umane, quelle che le macchine non potranno mai sostituire: creatività, innovazione, capacità di relazione. 

La credenza che i robot rubino il lavoro, è appunto una credenza

“Non è vero per niente che il destino delle società avanzate sia segnato”, scrive oggi Luca Ricolfi nel suo primo editoriale per Il Mattino: “La credenza che automazione e intelligenza artificiale distrugga più posti di lavori di quanti ne creino è per l’appunto una credenza, non una legge generale dell’economia”.

Cosa lo dimostra? Secondo Ricolfi la paura italiana è data da un punto di vista particolare, quella di un Paese che ha sì perso posti di lavoro, ma non a causa dei robot. “Diego anni di instabilità economica e di spettacolari progressi tecnologici non hanno impedito a 21 Paesi avanzati su 35 di aumentare i propri tassi di occupazione, spesso già molto elevati nel 2007. 

 
 
 
 

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