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Le guerre familiari che hanno segnato l’industria italiana

Il tessuto economico italiano è ricco di piccole e medie imprese a controllo familiare, che spesso hanno sofferto i passaggi generazionali; tante volte, tuttavia, anche nelle principali famiglie del capitalismo italiano, come ricorda lo scontro sul futuro del gruppo Espresso (Gedi) fra l’ingegner Carlo De Benedetti e i figli, questi passaggi hanno portato a vere e proprie rotture. Ecco alcuni esempi.

AGNELLI – È il 24 gennaio 2003 quando Giovanni Agnelli muore nella sua casa sulla collina torinese. Per la sua successione da tempo è stato lui stesso a scegliere il nipote John Elkann, dopo la prematura scomparsa di Giovanni Alberto Agnelli, figlio di Umberto, nel 1997. La scelta di John Elkann, allora ventunenne, viene condivisa dalla famiglia, che lo accompagna fino all’ascesa al vertice di Exor e Fca ed anche ora riconosce gli importanti risultati realizzati sotto la sua guida. I dissidi principali, in quella che è una delle più importanti dinastie italiane, si manifestano dopo la morte dell’avvocato ma riguardano la sua eredità. Una battaglia giudiziaria viene intrapresa dalla figlia di Gianni, Margherita, che fa causa alla madre Marella, a Gianluigi Gabetti, a Franzo Grande Stevens e a Siegfried Maron. Margherita, pur avendo già raggiunto un accordo sull’asse ereditario del padre, chiede un nuovo quadro chiaro e completo del patrimonio che ha lasciato. La prima udienza in tribunale si svolge nel 2008, ma un anno dopo i giudici di Torino dichiareranno inammissibili tutti i 48 capitoli di prova presentati da Margherita. Con la definitiva parola della Corte di Cassazione, del 2015, la battaglia per l’eredità dell’Avvocato è definitivamente chiusa e i rapporti della figlia dell’Avvocato, inizialmente freddi con il resto della famiglia, a poco a poco si normalizzano.

CAPROTTI – Bernardo Caprotti contro il figlio Giuseppe, e poi contro quest’ultimo e la sorella Violetta, entrambi frutto del primo matrimonio del fondatore dell’Esselunga. Uno scontro decennale che ha visto come teatro le aule del tribunale, e che si è protratto anche dopo la morte nel settembre del 2016 di Bernardo tra i figli di primo letto e Marina Sylvia, la figlia nata dall’unione con la seconda moglie, Giuliana. Il motivo e’ sempre stato lo stesso: la visione sul futuro dell’Esselunga e il controllo di un impero da oltre 7 miliardi di euro e piu’ di 22 mila dipendenti, il primo gruppo italiano della grande distribuzione, un marchio-icona per la spesa di milioni di consumatori soprattutto del Nord Italia. La dynasty della famiglia Caprotti è al tempo stesso epopea e sofferenza che incarna uno dei caratteri distintivi dell’imprenditoria a carattere familiare tipica dell’Italia, con al vertice quello che spesso è un autentico ‘genio’ creativo e a valle le generazioni successive, schiacciate dal peso di chi non si rassegna a tramandare agli eredi ciò che eleva a rango di figlio, oltre che da una sensazione di inadeguatezza che affonda la spiegazione nei miti della Grecia classica.

La prima pagina della soap opera caprottiana risale al 1996 quando, con lo scopo di preparare la successione, Bernardo cede le proprie quote a Giuseppe, Violetta e Marina Sylvia, conservando l’usufrutto sulla metà delle azioni e il diritto di voto in assemblea, in modo da continuare a comandare. Dopo 15 anni il colpo di scena: Bernardo ci ripensa e, senza neanche avvertirli, si riprende le quote societarie assegnate a Giuseppe e Violetta. Il padre accusa Giuseppe di essere circondato da “un ciarpame manageriale” infedele e inadeguato a gestire l’azienda, e soprattutto di voler vendere a colossi internazionali la sua creatura. Giuseppe si difende, respinge al mittente le accuse, sospetta che alla base di tutto ci siano le trame per “dare tutto” alla seconda moglie e alla figlia Marina Sylvia. Al dramma dell’impero perduto, si aggiunge il trauma del figlio ‘rifiutato’: “La sua opera di demolizione psicologica mi ha paralizzato per anni”, afferma in una rara intervista di repertorio Giuseppe che non può dimenticare come fu messo alla porta, in modo che a distanza di anni ancora l’offende: “Se non esci da qui, chiamo le guardie”. Come un ladro qualunque, non come un figlio destinato a subentrare al padre.

Sta di fatto che parte una causa civile lunga anni e anni, su cui si abbatte, come un condono tombale, la morte stessa di Bernardo. Con il corpo ancora caldo del fondatore dell’Esselunga, inizia una triste e tanto tesa processione allo studio del notaio Marchetti, custode delle più delicate vicissitudini familiari e imprenditoriali della finanza milanese che conta. Puntuali arrivano i ricorsi, le comunicazioni affidate ai principali studi legali del capoluogo lombardo, le notizie fatte filtrare attraverso i mezzi di informazioni, perché inevitabilmente il testamento non accontenta i figli di primo letto: il 66,7% della holding che controlla il gruppo, infatti, va all’asse ereditario Giuliana-Marina. Nei mesi successivi un accordo tra le parti si concluderà con l’ulteriore rafforzamento nella società della moglie e di Marina Sylvia e la liquidazione di Giuseppe e Violetta delle loro restanti quote, sancendo la loro definitiva uscita di scena e la loro definitiva, ma forse non più amara, sconfitta.

MARZOTTO – All’apice della sua storia fu un gruppo da oltre 1 miliardo e mezzo di fatturato, con un cognome, Marzotto, che voleva dire moda, jet set e molto altro. L’impero tessile di Valdagno (Vicenza) è un chiaro esempio di cosa si rischia con il passare delle generazioni, quando famiglie già numerose si allargano ed emergono visioni e sensibilità diverse. Oggi il gruppo, che controllava marchi come Valentino e Hugo Boss, è diviso e i vari componenti della famiglia si occupano di attività nei settori più disparati. A Valdagno c’è ancora l’azienda dei filati, guidato dal ramo che fa capo ad Andrea Donà delle Rose e ale figlie di Giannino, di Umberto e di Marta Marzotto; a Fossalta di Portogruaro (Venezia) ci sono Paolo Marzotto e i suoi discendenti, con la loro Zignago Vetro e le cantine Santa Margherita. Matteo Marzotto, figlio di Marta e uno degli esponenti più in vista della famiglia, ha rilanciato la maison Vionnet per poi rivenderla ed è entrato in Dondup, oltre a essere sempre presente nella holding che controlla il gruppo di Valdagno.

BENETTON – Anche un’altra delle grandi dinastie venete, quella dei Benetton, ha vissuto passaggi turbolenti e, prima delle discussioni dell’ultimo anno, momenti tesi ci sono stati quando Alessandro Benetton, figlio del patriarca Luciano, decise di rilanciare il gruppo di moda che porta il nome della famiglia e che è stato alla base delle sue fortune. La scelta, presa nel 2012, fu accompagnata dalla consapevolezza, espressa chiaramente, di “aver fatto per la prima volta qualcosa che non gli conveniva”, e portò a scontri con lo zio Gilberto e Gianni Mion, lo storico manager di famiglia ora tornato alla guida della holding edizione. La rottura arrivo’ dopo poco: formalmente Alessandro è stato a capo della United Colors of Benetton per appena 2 anni.

TABACCHI – Minore fortuna hanno avuto i Tabacchi: il loro impero nel mondo degli occhiali si è sfaldato, con il ramo di Vittorio che è uscito dalla Safilo, ceduta al fondo olandese Hal, e quello di Dino che ha ceduto la catena Salmoiraghi Viganò a Luxottica. All’origine della perdita dell’azienda la scelta da parte di Vittorio di liquidare oltre a Dino (com’era noto a tutti, anche se si chiamava Ermenegildo) e all’altro fratello Giuliano le loro quote in Safilo, dopo alcune divergenze sul futuro e soprattutto sul ruolo dei figli. Al tempo stesso il debito fatto per portare avanti la liquidazione dei due rami appesantirà per lunghi anni la struttura finanziaria del gruppo, fino alla necessità di una ricapitalizzazione che manderà i Tabacchi dal 40 al 10%; in mezzo un paio di cambi di management, compreso un passaggio al timone del gruppo da parte di Massimiliano, figlio di Vittorio.

COIN – Simile sorte è toccata ai Coin, eredi di un impero della grande distribuzione: anche qui c’è un Vittorio, che però si scontra con Piergiorgio. Ci sono gli anni della crescita impetuosa, alla fine del secolo scorso: prima viene comprato il ramo abbigliamento della Standa, poi arriva la quotazione, infine l’acquisizione di Kaufhalle in Germania. Una mossa, quest’ultima, che non dà i frutti sperati e che acuisce i dissapori all’interno dei due rami della famiglia veneziana, con Piergiorgio che viene estromesso dall’azienda, controllata da una holding in cui i due gruppi sono rappresentati pariteticamente. Nel 2005, dopo alcuni tentativi di rimetterlo in carreggiata compresa la cessione di una minoranza della controllata Ovs, la quota di controllo del gruppo, che aveva toccato 1,2 miliardi di fatturato ma era finito in rosso, viene rilevata per 181 milioni dal fondo Pai Partners.

DEL VECCHIO – Anche il patron del gigante dell’occhialeria, Leonardo Del Vecchio, ha avuto i suoi motivi di preoccupazione, anche se in questo caso la partita ha riguardato più i rapporti con le mogli che con i figli direttamente. L’imprenditore, noto per aver detto che “i figli devono restare lontani dall’azienda, dato che non si possono licenziare”, ha dovuto ridisegnare l’assetto del gruppo proprio in virtù della necessità di bilanciare le pretese delle diverse parti e di garantire un futuro unitario all’azienda. Il 25% della holding Delfin è stato destinato all’ultima moglie Nicoletta Zampillo, il 75% invece è diviso fra i 6 figli. Tre di questi – Claudio, Marisa e Paola, sono frutto delle prime nozze, con Luciana Nervo; Leonardo Maria è figlio della Zampillo, con cui il magnate si è poi risposato; ci sono poi Luca e Clemente, nati dalla relazione con Sabina Grossi.

MERLONI – Ma non sono solo gli imprenditori del Nord ad aver avuto difficoltà nel passaggio generazionale: anche in casa Merloni, la famiglia marchigiana a cui faceva capo il gruppo degli elettrodomestici Indesit, i contrasti, a lungo sopiti, sono esplosi con la malattia di Vittorio, figlio di Aristide Merloni. Con il passaggio generazionale, avvenuto nel 2010, ci furono diversi scontri fra i quattro figli e nel 2014 l’azienda è stata venduta agli americani di Whirpool. 

Agi

Tria cerca di dissipare i dubbi europei sull’economia italiana

“C’è un Def approvato da governo e Parlamento” e “il governo sta lavorando per attuare quello che c’e’ scritto nel Def”. E quel documento è stato approvato in Consiglio dei ministri anche da Matteo Salvini.

Giovanni Tria arriva a Bruxelles alla riunione dell’Eurogruppo preceduto dalle parole di fuoco del ministro dell’Interno che minaccia di ‘stracciare’ le regole su debito e deficit e dalle tensioni che soffiano sullo spread, e prova a rassicurare i partner europei preoccupati per la tenuta dei conti dell’Italia.

Il debito sarà quello previsto dal Def e Salvini lo ha votato, è il messaggio che il ministro dell’Economia porta al tavolo dei 19 per disinnescare le parole esplosive del capo della Lega.

“Campagna elettorale”

Quello che conta sono i documenti e gli impegni del governo sul debito e deficit sono scritti nero su bianco nel documento di economia e finanza.  
“In campagna elettorale i mercati finanziari sono un po’ in fibrillazione ma bisogna attenersi ai documenti”, ripete Tria, lasciando intendere che altro sono i proclami elettoralistici, altro gli impegni sottoscritti.

Tria bolla come ‘boutade da campagna elettorale’ l’ennesima ipotesi di uscita dell’Italia dalla zona euro e assesta un’altra stoccata al vicepremier quando i giornalisti chiedono se dopo il 26 maggio cambierà tutto come promette il ministro dell’Interno: “La Commissione resterà la stessa, per un po’”. 
L’esame dell’esecutivo all’Italia arriverà a giugno, dopo che la Commissione presenterà il suo ‘Country Report‘ per i vari Paesi. Le premesse non sono buone: le ultime previsioni di primavera hanno dipinto un quadro a tinte molto fosche dei fondamentali macro del Paese.

Dal Pil previsto in calo allo 0,1% nel 2019 al balzo del debito all’impennata del deficit oltre il 3% in caso di mancato aumento dell’Iva. E l’appello dei ministri delle Finanze dell’Eurozona che chiedono all’Italia il rispetto delle regole non lascia presagire molto di buono: dal tedesco Olaf Scholz al francese Bruno Le Maire al commissario Pierre Moscovici (il debito italiano al 140% del Pil? “Il 130% è già molto”, dice il responsabile Ue degli Affari economici) fino ai ‘piccoli’ danesi e lussemburghesi, la richiesta a Roma di tenere a posto i cordoni della borsa è unanime. 

Ma la bordata più pesante arriva dall’austriaco Hartwig Loeger che già alla vigilia dell’Eurogruppo, in una intervista aveva detto che l’Italia rischia di diventare ‘la nuova Grecia’, rilanciando le parole del cancelliere austriaco Sebastian Kurz. “Il collega dovrebbe pensare prima di parlare”, replica Tria. Ma Loeger incalza, “Tria dovrebbe trasmettere questo messaggio di saggezza a Salvini”, invece “ha ceduto”. L’Austria, ripete Loeger, chiederà alla Commissione questa volta di non fare sconti all’Italia e rimetterà sul tavolo la richiesta di sanzioni per chi non rispetta le regole.

Agi

Borsalino dichiara fallimento. Cosa è successo ad un’azienda italiana icona di stile

La Borsalino, storica azienda alessandrina di cappelli, ha dichiarato fallimento. Il tribunale infatti ha respinto la richiesta di concordato della Haeres Equita srl, società dell'imprenditore svizzero Philippe Camperio, che gestisce l'azienda dopo l'affitto del ramo. A renderlo noto i sindacati, che nel pomeriggio di lunedì 18 dicembre incontreranno i curatori, Stefano Ambrosini e Paola Barisone, e i lavoratori. Dall'azienda, al momento, non è stata data nessuna comunicazione ufficiale, secondo quanto si apprende. Con la fine dell'azienda, diventata un'icona di stile italiano nel mondo, è forse utile ricordare la sua storia. L'ascesa, i modelli, la nascita dei problemi. 

"Creiamo lo stile delle nuove generazioni"

 "In passato creammo generazioni di stile. Oggi creiamo lo stile delle nuove generazioni". Alla Borsalino si usa dire così da 160 anni. Perché il cappello di feltro di Alain Delon e Al Capone è da sempre un'icona di stile. Un pezzo di Italia che ha letteralmente fatto la storia della moda e del cinema nel mondo. Ma la celebre fabbrica fondata da "u siur Pipennel 1857 oggi ha chiuso. Ma che cosa è successo alla Borsalino?

Un documentario di Enrica Viola al Torino Film Festival 2015 (Festa mobile). Storia di un cappello divenuto icona del cinema 

Il cappello sulla testa del finanziere d'assalto

Come spiegava nel 2015 Piero Bottino per la Stampa, l'azienda di cappelli è stata la plastica rappresentazione di come "una finanza d’assalto possa influenzare un’industria sana e profittevole". All’origine dei suoi guai c’è appunto un finanziere, l’astigiano Marco Marenco,  61 anni, ex "re del gas" imputato per la maxi bancarotta fraudolenta delle sue società, con danni complessivi per oltre 3 miliardi di euro per debiti non pagati con le banche e imposte e accise non versate all’Erario. Il maggiore crac in Italia dopo quello della Parmalat. 

Marenco, a detta degli investigatori, era un genio della matematica finanziaria. Ma per uno sfizio aveva deciso di acquistare anche il marchio di Alessandria, diversificando il suo castello di società dell'energia con un gioiellino della moda. Quando il crac viene alla luce, fra le quote di undici società a lui riconducibili e messe sotto sequestro c’è anche il 50,45% della Borsalino. Senza contare che il 17,47% del cappellificio è della Finind, altra società 'marenchiana' commissariata per bancarotta.

Il concordato preventivo

Il Cda della Borsalino (composto da Marco Moccia, Francesco Canepa, Raffaele Grimaldi) deve pagare i dipendenti e almeno in parte i fornitori. E decide di chiedere al tribunale di Alessandria il concordato preventivo, una procedura concorsuale a cui può ricorrere un debitore che si trovi in uno stato di crisi o di insolvenza. Si tratta di uno strumento giuridico che ha come obiettivo proprio quello di evitare la dichiarazione di fallimento attraverso un accordo destinato a portare a una soddisfazione anche parziale dei creditori. Il termine  “preventivo” deriva proprio da questa funzione: prevenire la più grave procedura fallimentare. Chi sceglie il concordato preventivo vuole arrivare a un risanamento o, comunque, intende proseguire l'attività dell'impresa.

Il 'cavaliere bianco' italo-svizzero

Per Borsalino il futuro non si prospetta roseo. Finché, come nelle migliori favole, arriva un 'cavaliere bianco': Philippe Camperio, imprenditore italo-svizzero che, alla guida di un 'collective' di investitori, decide di lanciarsi nell'impresa di salvataggio. La sua cordata viene scelta in seguito a una gara internazionale poiché appare la più adeguata a dare garanzie di continuità e subentra nel maggio 2015. Camperio affitta un ramo dell'azienda attraverso il fondo Haeres Equita e, al termine dell'iter previsto dalla legge, è destinato ad assumere il pieno controllo della Borsalino. 

L'alt del tribunale – Nel frattempo il cappellificio continua a macinare e le vendite non registrano contraccolpi. Anzi, le sventure finanziarie sembrano in qualche modo aver portato pubblicità. A ottobre l'azienda lancia il progetto itinerante del cappello su misura nelle diverse boutique del marchio. Finché arriva – come una doccia fredda – l'alt del tribunale di Alessandria. La decisione è dei giorni scorsi e, come precisa una fonte vicina a Camperio, non è legata alla gestione dell'italo-svizzero bensì a problemi tecnico-contabili relativi a quella precedente. Nel decreto del tribunale si parla anche di sospetti giri di capitali fino al 2012-2013 con società del bancarottiere Marenco. 

Nuovo concordato o ricorso in Cassazione? – Dire che l'azienda abbia fallito o sia a un passo dal fallimento non sarebbe corretto. Poiché nessuna istanza in tal senso è stata presentata. Ma il rischio di una chiusura esiste, anche se la volontà è – invece – quella di andare avanti e salvare lo storico marchio. Al momento ci sono diverse ipotesi al vaglio del board per uscire dall'impasse: si può ripresentare un altro concordato o fare una nuova ristrutturazione del debito. Oppure presentare ricorso in Cassazione contro la decisione del tribunale. Già allora il fallimento però rimaneva una strada più che possibile. 

Borsalino, un'icona di stile

Star di Hollywood e gangster, tutti pazzi per il feltro – I cappelli non sono tutti uguali. Un borsalino è per sempre. Al Capone e Humphrey Bogart, Alain Delon e Jean-Paul Belmondo (nel film Borsalino), Federico Fellini e Francois Mitterand, John Belushi e Michael Jackson: i buoni e cattivi che lo hanno indossato praticamente non si contano. Robert Redford addirittura scrisse una lettera a un ererde della famiglia Borsalino per avere il copricapo che indossava Mastroianni in "8 e 1/2": "Dear Vittorio, you may remember me…my name is Robert Redford”.

Il 'borsalino' è finito persino nel dizionario Treccani: "marchio registrato di un cappello floscio di feltro, per uomo, con cupola a tronco di cono e tesa di media larghezza, prodotto dalla fabbrica Borsalino".

 

 

'Siur Pipen' ruba il segreto della bombetta perfetta 

Giuseppe Borsalino, "u siur Pipen", classe 1834, forse non si aspettava tutto questo. Ma per avere la qualifica di Maestro Cappellaio aveva lavorato per lunghi 7 anni nel cappellificio Berteil in Rue du Temple a Parigi. Poi era tornato e aveva aperto il suo primo laboratorio in un cortile di via Schiavina ad Alessandria insieme al fratello Lazzaro. Ma non bastava.

Siur Pipen guardava all'estero, soprattutto all'Inghilterra: Denton, Stockport, Manchester, con quelle diavolo di macchine che avevano rivoluzionato il mestiere dei cappellai. Nel 1897 il maestro visita la fabbrica di Battersby a Londra. Qui "senza farsi vedere intinge il suo fazzoletto nella vasca della 'catramatura' e porta così in Italia il segreto inglese per la fabbricazione delle perfette bombette. La leggenda dice così. La storia ha fatto il resto.

Fino ad oggi – come informa il sito web dell'azienda – la Borsalino aveva dieci punti vendita monomarca di proprietà in Italia e uno a Parigi, oltre ad essere presente nelle boutique e negli stores di tutto il mondo: da Saks Fifth Avenue a Harrod's, da Galeries Lafayette a Printemps. 

Sfioccatura, soffiatura, imbastitura, pre-follatura, visitaggio, bagnaggio, follatura, assemblaggio, tintura, sbridaggio, apprettatura, informatura, pomiciatura, informatura di seconda, visitaggio, bridaggio e finissaggio: cinquanta passaggi produttivi e una media di sette settimane di lavoro per ogni copricapo. Un processo rigoroso tramandato di generazione in generazione dove si alternano macchine e mano dell'artigiano.

Probabilmente tutto questo con il fallimento di oggi è arrivato alla fine, chiudendo un'epoca. 

Agi News

Gli effetti di una pagina Facebook per una piccola e media impresa italiana 

Due piccole e medie imprese italiane su tre hanno un profilo Facebook e di queste la metà dichiara di aver aumentato le vendite grazie alla piattaforma di Zuckerberg. Il 70% sostiene che il social network consente loro di trovare nuovi clienti e una su tre afferma di aver assunto più persone grazie all'aumento di domanda derivante dalla loro presenza digitale. Sono alcuni dei dati che emergono dal Future of Business Survey presentato a Roma nel corso del Future of Business Summit, appuntamento promosso da Facebook con il Censis e il progetto WWWorkers.

Il 76% delle vendite internazionali sono online

Il Future of Business Survey, realizzato con insieme a Ocse e Banca Mondiale, è un sondaggio mensile (l'ultimo ha coinvolto oltre 49.000 pmi nel mondo, 11.000 italiane) che offre una panoramica sugli scenari economici in base alle risposte delle piccole e medie imprese presenti su Facebook. L'appuntamento si è concentrato sul Made in Italy e su come le tecnologie digitali possano facilitarne la diffusione nel mondo. Tra i dati è emerso come le imprese italiane si stiano convincendo della validità degli strumenti digitali per internazionalizzare il proprio commercio. Quasi la metà delle aziende esportatrici ha dichiarato che più del 75% delle proprie vendite internazionali dipende dagli strumenti online. "Il Future of Business Survey – ha spiegato Laura Bononcini, responsabile relazioni istituzionali per FacebookItalia – può essere anche un valido strumento per informare il legislatore sull'attuale situazione economica e sulle priorità espresse dalle aziende". 

87% degli italiani su Facebook è connesso con una Pmi

Facebook è uno strumento per crescere, sottolineano i promotori dell'evento. Marco Grossi, senior manager della multinazionale americana, ha spiegato come "Fan page, servizi di messaggistica e algoritmi fanno di Facebook la migliore piattaforma di marketing per le Pmi. L'87% degli italiani presenti su Facebook – continua Grossi – ha almeno una connessione con una pmi italiana e 143 milioni di persone nel mondo sono connesse con un'azienda in Italia tramite Facebook. Possiamo affermare che grazie a Facebook e Instagram le imprese hanno effettivamente la possibilità di incrementare la propria crescita e lo sviluppo internazionale. L'algoritmo – conclude – consente di indirizzare una campagna agli utenti che presentano caratteristiche simili a quelli che sono già connessi a quell'impresa o che hanno già fatto acquisti di quel genere". 
Il Censis è stato parte attiva nella realizzazione della ricerca.

"In Italia molte piccole imprese brave con il digitale"

Il segretario generale Giorgio De Rita ha parlato di "un esercizio nuovo e stimolante. In Italia – ha spiegato – ci sono tante pmi capaci di stare dentro la rivoluzione digitale, anche negli anni della crisi". Secondo De Rita "le prime indicazioni che vengono dai dati sono legate a una grande distanza tra la fiducia in se stesse delle imprese e la fortissima sfiducia verso il sistema. Da noi, fra Paese e imprese non c'è coordinamento", ha concluso.
Presenti all'iniziativa anche Stefano Scalera del ministero dell'Economia e Mariarosa Lunati, Head of Entrepreneurship, Productivity and Microdata dell'Ocse. Sono intervenuti anche Enrico Casati, co-founder e ceo di Velasca, Ruggero Frigoli, ceo e co-fondatore di Tonki, e Giampaolo Colletti di rete WWWorkers. 

La storia: Tonli e la digitalizzazione delle foto su cartone

Tonki è una Pmi che stampa foto su cartone ed è nata su Facebook, su una Fan page per essere precisi. Era un'idea nata durante un viaggio a Londra e oggi è un'impresa che vende 250 mila pezzi. A Roma si è parlato anche di Tonki nel corso del Future of Business Summit, appuntamento promosso da Facebook, con il Censis e la rete Wwworkers, per presentare il Future of Business Survey, indagine sulle Pmi presenti su Facebook. 

"Tutto è iniziato nel 2012 con un viaggio a Londra – racconta Ruggero Frigoli, 30 anni, ceo e co-founder di Tonki, cresciuto in una famiglia di tipografi – ero andato a trovare la mia fidanzata Alessandra. Mi sono accorto che non avevo un regalo – aggiunge – l'unica cosa che avevo era il cartoncino con l'indirizzo di casa per fare l'autostop".

Ebbene, quel cartone è finito sul frigorifero di Alessandra con incollata su una foto. "Siamo tornati in Italia – continua Ruggero – con una mezza idea di impresa e abbiamo realizzato subito un prototipo". A questo punto Ruggero e Alessandra avevano bisogno di uno strumento che raccontasse il loro prodotto "i macchinari, l'idea, i valori che c'erano dietro. La spinta decisiva? Instagram prima e poi la pagina Facebook, entrambi sono stati la nostra finestra sul mondo". Instagram è stato anche decisivo per la scelta del formato fotografico di Tonki. "Volevo il formato quadrato". 

Ma non basta aprire una Fan Page per lanciare un'impresa. "In una primissima fase ci vuole fantasia e poi la costanza. Ad un mese dal lancio – racconta sempre Ruggero – abbiamo fatto una campagna su Instagram con dei concorsi fotografici divisi per città. Ogni settimana toccavamo un luogo diverso e nel giro di 3 mesi abbiamo incontrato centinaia di persone". Ora Alessandra e Ruggero lavorano con un team di 10 lavoratori fissi, più una rete di collaboratori. "Il fatturato? è raddoppiato rispetto all'anno scorso". 

Agi News

Il nuovo business negli Usa si chiama marijuana, ma è italiana l’erba più richiesta

Se è vero che uno dei compiti dei fondi di venture capital è cercare mercati vergini, ma ad alto potenziale, investendo in aziende capace di conquistarli, forse vale la pena tenere d'occhio quello che sta succedendo in questi anni negli Usa. 

Dagli ncc alle canne, il salto di Benchmark Capital

Benchmark Capital è uno di questi fondi. Ed è considerato uno dei più affidabili, avendo scommesso con successo in Uber, Snapchat, Dropbox e la rete di coworking più grande al mondo, WeWork, prima che lo facessero molti altri. Il 23 maggio invece ha ufficializzato un nuovo tipo di investimento, con un nuovo fondo. Ha scommesso in Hound Labs, una startup di Oakland che ha prodotto un vaporizzatore per aspirare marijuana a scopo terapeutico: 8 milioni. 

Da 13 a 200 milioni di finanziamenti

Ma è solo dell’ultimo di una serie di investimenti che in questi anni hanno caratterizzato il nascente mercato della cannabis. Nuovo, diventato legale da due anni in alcuni stati degli Usa, e che ha potenzialità di crescita enormi. I finanziamenti in queste aziende sono esplosi dal 2014. Si è passati da 13 a 200 milioni solo negli States.

Lo stesso sta succedendo in Israele, che con gli Usa sono la nazione modello per il mercato del capitale di ventura. Un indicatore chiaro per il mercato, che scommette sulla progressiva liberalizzazione della cannabis aprendo di volta in volta nuovi mercati. Negli Usa, come nel resto del mondo. 

Entro il 2021 la cannabis sarà un mercato da 22,6 miliardi

Ad oggi nel mondo si calcolano 807 startup che si occupano in qualche modo di cannabis. Produzione, commercializzazione, consumo, uso terapeutico, ricreativo. Non solo. Varietà, modi di consumo, nuovi trend potrebbero diventare ulteriori mercati. Sulle aziende che se ne occupano ci hanno puntato gli occhi 1.027 investitori a caccia di buoni affari. Le vendite di marijuana legale negli Usa ha toccato i 4 miliardi di dollari di giro d’affari con utili per le aziende che si calcola possano toccare i 22,6 miliardi nel 2021. 

Non è un caso quindi che i ‘capitali di ventura’ cerchino di accaparrarsi ora una buona fetta della torta. Un altro esempio? Eaze, una startup californiana che consegna marijuana a domicilio ha raccolto 13 milioni di dollari da due fondi di venture. Dove è possibile acquistarla, la cannabis negli Usa si ordina come le pizze su JustEat. 

Un affare anche per le casse dello stato. Come succede in Colorado: la legalizzazione della cannabis ha portato in tasse 200 milioni di dollari nel 2016, il doppio rispetto all’anno precedente, e quattro volte in più rispetto al 2014, quando sono stati legalizzati uso e vendita. Mentre il giro d'affari lo scorso anno è schizzato a un miliardo. Oggi in Colorado si vendono più cannabinoidi che alcolici. Una rivoluzione del business, sì, ma a pensarci anche culturale. 

L'esempio dell'Italia, con l'erba 'più famosa al mondo'

In Italia? Beh la situazione normativa non è quella degli Usa e da noi il consumo di cannabis è illegale. Però una società bolognese che produce marijuana ha scovato una normativa e elaborato una strategia di marketing che le ha permesso di fiorire in Italia.

Ha parlato per prima di ‘principio attivo al di sotto dei limiti di legge’. Lo scrive La Stampa che ha intervistato il suo fondatore, Felice Giraudo, 83 anni. Lui produce erba legale. E' light, per questo molto richiesta. Non ha un effetto psicotropo, insomma non sballa, ma è ricca di cannabinoidi “sostanze psicoattive usate per le loro qualità terapeutiche”. Questo ha consentito alla sua azienda (si chiama EasyJoint) di avere un ‘boom’ di richieste, che fatica a soddisfare. A conferma che il mercato c’è. Anche in Italia. E che, se vogliamo, i venture americani ci hanno visto bene. Negli Usa, un po’ meno da queste parti. 

Agi News