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Alleanza Eni-Cnr per lo sviluppo sostenibile e la ricerca in Italia

Il presidente del del Cnr, Massimo Inguscio, e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, dando seguito all’incontro dello scorso maggio, hanno firmato un Joint Research Agreement per l’istituzione di quattro centri di ricerca congiunti localizzati nel Mezzogiorno, alla presenza del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, del ministro per il Sud Barbara Lezzi e del presidente della Regione Puglia Michele Emiliano.

I ricercatori dei laboratori, istituiti presso centri operativi o di ricerca già esistenti, lavoreranno insieme in quattro aree fondamentali, vale a dire per la decarbonizzazione del settore energetico e una crescita sostenibile, la promozione dell’economia circolare e della bioeconomia e per lo sviluppo di sistemi idrici e tecniche di agricoltura innovativi e sostenibili, ovvero in sintesi:

  • Studio dei cambiamenti climatici nell’ Artico a Lecce; 
  • Energia pulita da fusione a confinamento magnetico a Gela; 
  • Gestione sostenibile e innovativa del ciclo dell’acqua in Basilicata; 
  • Sviluppo di un’agricoltura a basse emissioni di Co2 a Portici. 

Tutti i centri saranno dotati di laboratori dedicati in cui sviluppare i progetti di ricerca, definiti e concordati da Cnr ed Eni (che controlla Agi al 100%), in termini di obiettivi, attività e risorse.

Le attività di ricerca congiunte del laboratorio Eni-Cnr a Lecce, presso l’Istituto Cnr Nanotec, saranno dedicate ad analizzare e quantificare i processi climatici legati alla destabilizzazione della criosfera artica, in particolare del permafrost, e della valutazione degli effetti del suo scongelamento sull’oceano artico. Questi processi, estremamente rilevanti, sono in grado accelerare l’attuale riscaldamento del pianeta e di peggiorare la qualità dell’ambiente.

Lo sforzo congiunto Eni-Cnr porterà a costituire il primo laboratorio italiano per lo studio integrato della criosfera terrestre artica, che utilizzerà misure in campo, osservazioni satellitari e modellistica numerica.

Il centro Eni–Cnr di Gela “Ettore Maiorana” sulla fusione sarà orientato alla ricerca di avanguardia sulle caratteristiche dei plasmi, dei magneti superconduttori, e sulle caratteristiche delle centrali che possono sfruttare le proprietà dei materiali e i vantaggi del processo di fusione. Il centro svilupperà competenze anche sul fronte del trasporto e dello stoccaggio della potenza elettrica, interfacciandosi con centri CNR che già operano in questi campi in Sicilia.

L’attività di collaborazione Eni–Cnr prevede lo sviluppo di competenze e know-how tecnologico, di tecniche innovative e di metodologie di validazione per la fusione, attraverso l’integrazione di competenze dei centri di ricerca di eccellenza del Cnr con Eni.

Il Centro Eni-Cnr “Acqua” di Metaponto si prefigge di incrementare le conoscenze scientifiche promuovendo soluzioni e tecnologie innovative in grado di aumentare la produttività e l’efficienza dell’uso dell’acqua nel comparto agricolo e di mitigare gli impatti crescenti della siccità nel Mediterraneo e in altre aree strategiche come Corno d’Africa, Sahel, Medio Oriente.

Nel polo di ricerca agrario del Cnr di Portici, nell’ottica della circolarità, saranno sviluppati progetti dedicati allo studio della decarbonizzazione in ambito agricolo e degli scarti da biomasse, da utilizzare come materia prima per la produzione di biocarburanti nelle bioraffinerie Eni.

Al tempo stesso studi e progetti per l’intensificazione e allo sviluppo dell’agricoltura sostenibile, attraverso l’uso multifunzionale del territorio e la diversificazione delle coltivazioni a supporto della bioeconomia, in linea con i principali obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite e con i programmi di ricerca europei sulla bioeconomia e l’agri-food.

Agi

Eni: Descalzi, in Italia investimenti fino a 2,4 miliardi nel 2019

Degli 8 miliardi di investimenti che Eni effettuerà nel 2019, “la parte italiana è di 2,3-2,4 miliardi”, si tratta di “una quota stabile, poi su cosa riusciremo a fare dipenderà anche dai permessi amministrativi e dalla burocrazia”. E’ quanto ha affermato l’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, durante la conferenza stampa successiva alla presentazione degli obiettivi del gruppo al 2022. Gli investimenti in Italia – ha sottolineato – saranno concentrati “nell’upstream, e soprattutto sulla parte rinnovabile, per esempio nella raffinazione verde e nell’economia circolare”. 

 Eni prevede anche di completare 60 progetti tra brownfield e greenfield per un totale di oltre 1,6 GW di capacità rinnovabile entro il 2022, investendo 1,4 miliardi di euro, e fino a 5 GW entro il 2025.
“Siamo impegnati a far crescere il nostro business delle rinnovabili in modo organico nel periodo del Piano”, ha evidenziato Descalzi. “Il nostro portafoglio di rinnovabili è ben diversificato, sia dal punto di vista geografico sia da quello delle tecnologie utilizzate. In futuro, siamo intenzionati ad aumentare la nostra esposizione nel settore dello stoccaggio di energia. In Italia, espanderemo ulteriormente il ‘Progetto Italia’, che prevede la conversione delle aree industriali bonificate in aree per la produzione di energia da fonti rinnovabili”, ha proseguito.

Agi

Tav: Tria avverte, se non si rispettano i patti nessuno verrà più a investire in Italia

“Se non si rispettano i patti, come potrebbe succedere per la Tav Torino-Lione, nessuno verrà più a investire in Italia” è l’avvertimento lanciato dal ministro dell’economia, Giovanni Tria, a durante la registrazione di Quarta Repubblica. “Il problema”, ha osservato Tria, “non è la Tav o l’analisi costi-benefici: bisogna capire che nessuno verrà mai a investire in Italia se ogni governo che arriva poi cambia le leggi in maniera retroattiva, cambia i contratti e non sta ai patti”.

“Se si decide di fare un investimento”, ha aggiunto il ministro, “non si può pensare che l’anno dopo cade il governo, ne arriva un altro e si annullano i contratti. Bisogna portare avanti l’economia italiana”. Dura reazione del ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli: “Tria si è dimenticato che c’è un contratto che lo vincola, che dice di ridiscutere tutto il progetto, e a quello il ministro Tria dovrà attenersi”, mentre “per l’instabilità economica, deve guardare ai governi precedenti, non a noi”.

E la manovra bis? “Quasi una fissazione”

Tria ha escluso una manovra correttiva: “Questa storia è quasi una fissazione, non la capisco, noi siamo tra la stagnazione e la recessione, cosa si intende per manovra correttiva? Più tasse e meno spesa. Mi chiedo, in una situazione come quella dell’Italia e dell’Europea è utile? Non bisogna essere keynesiani per capire che non è il momento”.

Tria ha anche escluso un impiego delle riserve d’oro di Bankitalia: “Nessuno può disporre delle riserve d’oro, se non la banca centrale, per motivi di politica monetaria”. Quanto ad Alitalia, per il ministro “non deve essere resa pubblica, deve trovare una soluzione di mercato”. “Una compagnia di bandiera è importante” però, quanto all’ipotesi del Tesoro al 15%, “ho dato la disponibilità del Governo ad aiutare, sotto due forti condizioni: che ci sia un piano industriale che regga il mercato, con partner forti e che vengano rispettate tutte le norme comunitarie”. 

 

Agi

Fitch: conferma rating Italia a BBB con outlook negativo

Fitch ha confermato il rating di lungo termine sull’affidabilità del debito pubblico italiano a BBB. Si tratta di una valutazione di qualità medio-bassa, due gradini sopra i livelli considerati speculativi, ovvero “spazzatura”. L’outlook rimane negativo. 

Il rating BBB e l’outlook negativo, spiega l’agenzia di rating, “riflettono l’elevato livello del debito pubblico e l’assenza di interventi strutturali sui conti pubblici, la debolezza della qualità degli asset del settore bancario e la bassa crescita del Pil, l’aumento dei rischi e dell’incertezza politica e i conseguenti rischi al ribasso nelle nostre proiezioni sul debito pubblico”. 

L’agenzia punta su elezioni anticipate

“Le tensioni politiche nel governo di coalizione e la possibilità di elezioni anticipate aumentano l’incertezza sulla politica fiscale ed economica”, si legge nel comunicato della nota, “le grandi differenze ideologiche tra il Movimento Cinque stelle e la Lega metteranno probabilmente a dura prova la coalizione, e consideriamo che la Lega potrebbe essere intenzionata a nuove elezioni, tornando all’accordo con Forza Italia e Fratelli d’Italia se dovesse calcolare di vincere nella maggioranza dei seggi. Non ci aspettiamo che questo governo possa durare un intero mandato e consideriamo una crescente possibilità di elezioni anticipate dalla seconda metà di quest’anno”.

A questo proposito, Fitch “vede migliori potenzialità nel medio termine per la sostenibilità del debito pubblico nel caso in cui ci sia un nuovo governo più stabile e un orizzonte di pianificazione più lungo che possa facilitare alcuni aggiustamenti fiscali oltre a un mix di politiche più prevedibili e favorevoli alla crescita”

Conte: “Confermata la solidità del nostro Paese”

“Le valutazioni di Fitch confermano la solidità economica del nostro Paese e, come era prevedibile, risentono del rallentamento economico transitorio che sta investendo tutto il continente europeo”. Così il premier Giuseppe Conte in una nota. “Andiamo avanti – aggiunge il presidente del Consiglio – con la strada tracciata nella manovra per assicurare sviluppo ed equità sociale all’Italia, prestando attenzione ai rischi provenienti dal contesto internazionale. I fondamentali economici del Paese, cioè i conti con l’estero, la solidità finanziaria delle famiglie, la loro capacità di risparmio, la tenuta dell’occupazione, la riconquistata forza del sistema bancario, sono solidi”.

“Su questa base, nella seconda parte dell’anno le nostre misure di politica economica e il miglioramento del quadro macroeconomico internazionale daranno – conclude Conte – impulso alla ripresa che alimentera’ la crescita ben oltre il 2019. Siamo certi dell’impatto positivo sulla crescita e sulla produttività che avranno il corposo piano di investimenti pubblici, le riforme strutturali adottate a sostegno degli investimenti privati, le misure fiscali in favore delle imprese e il potenziamento del sistema di reinserimento al lavoro associato al reddito di cittadinanza”. 

Agi

L’ultima contesa tra Italia e Francia sulle supernavi da crociera

L’azienda francese che senza problemi nel 2006 era finita in mano a un gruppo coreano, fa fatica oggi a passare sotto il controllo degli italiani dopo il fallimento della proprietà asiatica. È la storia d Stx, il più grande cantiere navale francese, che Fincantieri è andata a comprarsi nel gennaio 2017 a Seul, presentando l’offerta migliore al Tribunale locale dove veniva smembrato il colosso coreano Stx, finito in fallimento.

Due anni dopo, l’operazione è ancora in alto mare, nonostante l’apprezzamento degli analisti finanziari. Viene giudicata un passo strategico per l’industria della cantieristica europea. Ma è bloccata dalle convulsioni della politica e in particolare dai mal di pancia del presidente francese Emmanuel Macron, che in questa vicenda ci ha messo più di uno zampino.

Il compratore è Fincantieri, società con sede a Trieste, controllata per il 71% dallo Stato italiano, quarto gruppo al mondo nella costruzione di navi, sia civili che militari. Il suo punto di forza sono le navi da crociera, dove vanta una quota di mercato mondiale del 40%. Poche settimane fa l’americana Norwegian Cruise ha confermato un ordine da 1 miliardo di dollari per due navi.

Stx è grande circa un terzo di Fincantieri (fattura 1,5 miliardi di euro contro i 5 mld circa del gruppo italiano), ma ha una forte presenza nelle navi da crociera: insieme i due gruppi arriverebbero al 60% del mercato mondiale. Nel 2017 Giuseppe Bono, l’amministratore delegato di Fincantieri, era uscito dal Tribunale di Seul con il contratto per acquistare il 55% di Stx per poco più di 70 milioni di euro. Passati due mesi, ecco che Macron, sotto la pressione dei sindacati francesi, ordina lo stop dell’operazione e vara la “nazionalizzazione temporanea” di Stx. I francesi non vogliono che gli italiani abbiano la maggioranza.

La trattativa del 2017

Fincantieri non molla e dice che sotto il 51% non scenderà. Ci vogliono lunghe trattative per arrivare all’accordo finale annunciato nel settembre 2017 al vertice italo-francese di Lione, un accordo, si dice studiato in prima persona da Macron, che per questa vicenda è tornato a fare il suo vecchio mestiere di banchiere d’affari: prima di entrare in politica lavorava per Rothschild ed era uno dei più pagati in Europa. Fincantieri comprerà il 50% di Stx per 59,7 milioni di euro, lo Stato francese manterrà una quota del 33,3%, la francese Naval Group (cantieristica militare) avrà il 10%, una quota del 3,6% andrà ai fornitori locali e una quota del 2% ai 7.000 dipendenti.

Cantiere Fincantieri di Riva Trigoso (Afp)

Ma Fincantieri potrà comandare perché per 12 anni avrà in prestito un ulteriore 1% datole dallo Stato francese, a patto che vengano rispettati i paletti in materia di occupazione, governance e proprietà intellettuale. Deve passare ancora un anno prima che tutti i dettagli di questo accordo vengano definiti. Si arriva così a novembre del 2018 con l’annuncio ufficiale dell’intesa. A corollario dell’acquisizione di Stx, nel frattempo ribattezzata Chantier de l’Atlantique, Fincantieri e la francese Naval Group si impegnano in un’alleanza strategica nella cantieristica militare.

I manager delle aziende vorrebbero festeggiare, ma è impossibile. Le relazioni politiche fra Italia e Francia sono da tempo fortemente deteriorate: Roma e Parigi litigano per l’accoglienza dei migranti, per il passaggio dei clandestini a Bardonecchia e a Claviere, per la Libia, per il giudizio sulla manovra economia italiana. Quando poi Luigi Di Maio va a Parigi a incontrare uno dei capi della rivolta dei Gilet gialli, quel Cristophe Chalencon che inneggia alla guerra civile, scatta il ritiro dell’ambasciatore francese da Roma.

Rapporti diplomatici sempre più tesi

È in questo clima che a gennaio 2019 arriva la notizia che il governo di Parigi ha deciso di sottoporre l’intesa Fincantieri-Stx al vaglio dell’Antitrust europea, anche se le dimensioni dell’operazione non lo rendono obbligatorio. La Germania, dove opera il gruppo concorrente Meyer Werft, ha appoggiato la richiesta francese. Dai vertici di Fincantieri, in attesa dell’avvio dell’istruttoria, per il momento sono arrivati solo commenti interlocutori: l’amministratore delegato, Giuseppe Bono, dice di “non essere preoccupato” per l’esito dell’operazione a causa della crisi diplomatica tra i due Paesi.

Cantiere Fincantieri di Riva Trigoso (Afp)

Il presidente Giampiero Massolo rivendica invece la bontà del progetto, che “tende a mettere l’industria europea in una situazione di maggiore competitività sui mercati mondiali; non riteniamo che da questo punto di vista ci sia una situazione di rischio per la concorrenza europea”, anzi, “riteniamo che ci siano molte opportunità proprio sotto il profilo delle collaborazioni industriali”.

L’iter europeo prevede una durata di 25 giorni lavorativi, prorogabili entro 90 giorni se le aziende interessate si offrono di assumere impegni per ridurre la concentrazione. Che cosa succederà se l’accordo venisse bocciato? Fincantieri sopravviverà sicuramente anche senza i Chantiers de l’Atlantique, ma perderebbe un’occasione per rafforzarsi nel segmento delle super-navi e alla fine ci rimetterebbe tutta l’Europa, perdendo l’occasione di presidiare il mercato internazionale con un campione europeo in grado di offrire tutta la tipologia delle navi da crociera. 

Agi

In Italia l’età effettiva di pensionamento è 62,1 anni. Uno studio

In Italia l’età effettiva di pensionamento è di 62,1 anni, al momento tra le più basse in Europa: nel nostro Paese si va in pensione 7 anni prima che in Portogallo, 5 prima che in Irlanda e un anno prima rispetto alla media europea. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su dati OCSE (“Ageing and Employment Policies – Statistics on average effective age of retirement”) e disponibile qui.

Per età “effettiva” di pensionamento s’intende l’età effettiva media di uscita dal mercato del lavoro, beneficiando anche di eventuali anticipi pensionistici/eccezioni (l’OCSE ha considerato i dati tra il 2011 e il 2016). L’età “normale” di pensionamento è invece quella prevista dalla normativa vigente nei vari Paesi europei senza anticipi di alcun tipo, quindi l’età a cui un individuo può uscire dal mercato del lavoro senza subire una riduzione dell’assegno e dopo una carriera lavorativa senza interruzioni a partire dai vent’anni d’età (l’OCSE ha effettuato questa valutazione considerando l’anno 2014).

Leggi anche: Il governo prova a chiudere su reddito di cittadinanza e quota 100

In Italia l’età effettiva di pensionamento – che come detto è di 62,1 anni – risulta inferiore di 4,5 anni rispetto a quella normale (66,6). Un trend simile si riscontra anche per quanto riguarda le lavoratrici, che vanno in pensione a un’età effettiva di 61,3 anni contro una normale di 65,6. Lo stesso vale per Paesi come la Slovacchia (60,8 effettiva e 66,2 normale), la Polonia (62,6 effettiva e 67 normale) e il Belgio (61,3 effettiva e 65 normale).

Ordinando la classifica per età “effettiva” di pensionamento l’Italia si colloca nella seconda metà della stessa, ossia al 15° posto sul totale di 22 Paesi europei considerati. Si scopre così che da noi si va in pensione molto prima che in Portogallo (69 anni), Irlanda (66,9 anni), Svezia (65,8 anni), Regno Unito (64,6 anni), Paesi Bassi (63,5 anni) e Germania (63,3 anni).

Il risultato si ribalta se invece si prende in considerazione l’età di pensionamento “normale”, ossia quella risultante dalla legislazione vigente senza considerare anticipi pensionistici. L’Italia sale al secondo posto con 66,6 anni, superata solamente dalla Polonia con 67 anni. L’ultimo posto se lo aggiudica invece la Spagna, dove il valore è pari solamente a 59,3.

“L’Italia non è quindi al momento uno dei Paesi in cui si va in pensione più tardi e questo avviene soprattutto perché la maggior parte dei lavoratori utilizza i requisiti stabiliti per la pensione anticipata”, osserva Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. “In futuro il discorso sarà completamente diverso. I giovani iniziano a lavorare più tardi e in maniera spesso discontinua, così accumulando “vuoti” contributivi. Non soltanto andranno in pensione a un’età più avanzata ma soprattutto godranno di assegni previdenziali più bassi. Secondo il report OCSE Pensions at a Glance 2017 un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2016, quando aveva 20 anni, dovrà attendere i 71,2 anni per ottenere la pensione”.

Agi

Tav, Salvini: “Continuo a tifare per Italia che cresce e va avanti”

"Continuo a tifare per un'Italia che cresce e che va avanti". Lo ha affermato il vicepremier Matteo Salvini in un'intervista con Maria Latella a Radio24. "È curioso che alcuni giornali abbiano i risultati prima dei ministri", ha detto il ministro riferendosi alle indiscrezioni di alcuni quotidiani che stamane parlano di una bocciatura della Tav Torino-Lione riferendosi all'analisi costi-benefici consegnata ieri al Mit dal gruppo di esperti presieduti dal professor Marco Ponti.

"Me lo voglio leggere – ha detto Salvini parlando del documento – non ce l'ho". "Conto  che si riesca anche a finire un'infrastruttura che oltre alle merci riguarda le persone e che ci fa tornare centrali".

Agi News

Cosa significa che Amazon è un corriere anche in Italia

Amazon diventa anche corriere in Italia: 'Amazon Italia Logistica' e 'Amazon Italia Transport' sono entrate nell'elenco degli operatori postali stilato dal ministero dello Sviluppo economico, aggiornato al 16 novembre. In base all'elenco sono 4.463 i corrieri postali autorizzati dal Mise, molti dei quali però compaiono più volte sotto diversi nomi

. L'Agcom aveva condannato Amazon a pagare una multa di 300 mila euro perché offriva servizi postali senza averne l'autorizzazione e gli aveva intimato di sospendere le attività oppure mettersi in regola. Per questo a ottobre il colosso di Jeff Bezos ha fatto richiesta al Mise, ottenendo l'ok alle due licenze.

Le condotte illecite identificate dall’Autorità riguardavano in particolare, "l’organizzazione di una rete unitaria per svolgere il servizio di consegna dei prodotti di venditori terzi e la gestione dei punti di recapito". Amazon aveva subito replicato: "Consideriamo importante la cooperazione con le autorità e ci impegniamo affinché tutte le osservazioni che ci vengono rivolte siano affrontate il più rapidamente possibile".

"E così è stato: tempo quattro mesi, le due partecipate che si occupano delle consegne sono entrate ufficialmente nell’elenco", si legge sul Corriere, "tra gli obblighi derivanti dal nuovo status di operatore postale, per Amazon ci sarà quello di essere sottoposto alla vigilanza dell’Agcom".

"Non commentiamo i nostri piani futuri"

"Abbiamo ottemperato a quanto disposto da Agcom nella delibera di agosto. Siamo sempre disponibili a cooperare con le autorità al fine di fornire informazioni relative alle nostre attività", è la reazione dell'azienda. Ma come cambieranno i rapporti con i corrieri con i quali già lavora l'azienda? Verranno rilevati? "Non commentiamo i nostri piani futuri", è la replica affidata a una nota, "lavoriamo con una grande varietà di corrieri e ci aspettiamo di continuare a farlo. Il nostro obiettivo è consegnare pacchi ai clienti entro la data di consegna prevista. Valutiamo i corrieri in base a velocità, affidabilità, flessibilità, innovazione e costi. Abbiamo milioni di ordini da consegnare in tutta Europa ogni settimana e valutiamo tutte le opzioni che forniscono i corrieri per assicurarci che le consegne avvengano in tempo per soddisfare o addirittura superare le aspettative dei nostri clienti".

"Dal sito del Mise emerge che le due società che fanno capo ad Amazon hanno ottenuto la cosiddetta "autorizzazione generale", vale a dire la possibilità di consegnare posta sopra i 2 kg e pacchi da 20 a 30 kg, pony express, raccomandate urgenti, consegna con data e ora certa.". spiega Repubblica, "tra le voci autorizzate, si scorge anche quella dei "servizi a valore aggiunto (corriere espresso, consegna nelle mani del destinatario, garanzia di recapito ad una determinata ora, ritiro a domicilio, conferma dell’avvenuta consegna, possibilità di cambio di indirizzo, tracciamento elettronico, ecc.) anche per invii postali fino a 2 kg e pacchi fino a 20 kg".

Agi News

In Italia per smettere di essere poveri servono cinque generazioni. Un report 

Ci vogliono in Italia 5 generazioni, vale a dire circa 180 anni, perché un discendente di una famiglia povera si elevi socialmente e percepisca il reddito medio del Paese. E il 71% dei genitori è in ansia perché teme che i loro figli non raggiungano lo stesso status della famiglia d'origine. È quanto emerge da un rapporto dell'Ocse sul cosiddetto "ascensore sociale". Non solo, ma sempre in Italia i due terzi dei figli la cui famiglia d'origine è poco istruita resterà a quel livello mentre solo il 6% riuscirà a prendere un diploma di scuola superiore.

E, ancora, circa il 40% dei figli dei lavoratori manuali farà lo stesso lavoro dei genitori mentre il 31% dei figli di chi percepisce un reddito basso percepirà lo stesso reddito. In questo senso, l'Ocse punta il dito sull'entità molto bassa degli investimenti che si fanno nella scuola e nella formazione, citando ad esempio il fatto che i laureati guadagnano in media solo il 40% in più rispetto ai diplomati, mentre tale percentuale sale al 60% nei paesi dell'area Ocse.

Servono cinque generazioni, ma è nella media 

Per quanto riguarda in generale l'indice di 'ascensore sociale', l'Italia è nella media dei paesi dell'area Ocse dove servono appunto 5 generazioni per elevarsi socialmente e guadagnare anche di più. Ma ci sono alcuni paesi come la Francia e la Germania dove la media sale addirittura a 6 per non parlare del Brasile e del Sudafrica (9 generazioni) o della Colombia (11).

La media cala drasticamente in Danimarca e negli altri paesi nordici (Norvegia, Finlandia, Svezia) dove sarebbero necessarie solo 2 o 3 generazioni. In media, nei paesi Ocse, solo il 17% dei bambini provenienti da ambienti modesti riescono a salire socialmente fino in cima alla scala dei redditi, mentre il 42% dei bambini di famiglie ricche sono in grado di rimanere a quel livello.

L'assenza di mobilità sociale in Italia 

Per l'Ocse, manca insomma la "mobilità sociale": in media, inoltre, solo il 24% dei figli dei lavoratori manuali diventa dirigente (il 27% in Francia) mentre la percentuale è doppia per i figli dei dirigenti. Solo il 12% dei bambini con genitori scarsamente istruiti ha un'istruzione superiore, rispetto a più del 60% dei bambini nati in famiglie più intellettualmente preparate.

Agi News

 I piani di espansione in Italia di Xiaomi, il quarto produttore di smartphone del mondo

Non solo Apple Store. A Milano, nel centro commerciale più grande d’Europa, Il Centro, ha aperto il primo store monomarca (Mi Store). ​Così debutta sul mercato italiano Xiaomi. Il colosso cinese della telefonia da 18 miliardi di fatturato, in sette anni è ​diventato il​ quarto produttore a livello globale, dietro a Samsung, Apple e Huawei. Il gruppo è praticamente un esordiente in Europa, ma ha già venduto 2,4 milioni di smartphone, pari a una quota del 5,3%. L’espansione nel Vecchio Continente (20 store finora) è iniziata sei mesi fa in Spagna. La presenza in Polonia, Grecia e Francia (avviata in concomitanza con la presentazione di Milano) fa parte della scalata globale. I piani italiani sono ambiziosi: l’obiettivo è di aprire entro due anni 18-20 Mi Store su tutto il territorio. Di più: i cinesi vogliono assumere fino a 200 persone. Nel team del progetto c’è un giovane italo-cinese, Francesco Zhou Fei. “Il 26 maggio c’erano 8mila persone fuori dal negozio, neanche fosse il lancio dell’IphoneX”, dice in una intervista all’Agi. Qualcuno era lì dalle 4 del mattino di due giorni prima. Il cospicuo fan club (i Mi Fan) non ha nulla da invidiare alla community di Apple: la pagina Facebook conta già oltre 26 mila follower.  

Non solo smartphone. Xiaomi (Sciaomi) entra nel mercato italiano con oltre 120 articoli tra cellulari ed Ecosistema: 'device'​ connessi IoT (Internet of Things)​. Esordisce in particolare con due smarphone – ​il top di gamma della serie Mi Mix 2S ed il Redmi Note 5 sono tra i più venduti –  insieme al monopattino elettrico. La forza di questa azienda fondata nel 2010 a Pechino dal presidente Lei Jun (49 anni) con un gruppo di otto persone (sei ingegneri e due designer), è nella capacità di offrire prodotti di alta tecnologia a prezzi molto più bassi della concorrenza. Tecnologia super avanzata e prezzi accessibili: così Xiaomi ha conquistato il cuore dei fan. Il motto aziendale è “prodotti sorprendenti a prezzi onesti” e “innovazione per tutti”. 

​Il brand più amato dagli smanettoni

Mi Mix 2S “è strabello”, dice Francesco, “come prestazioni é paragonabile ai top di gamma di altri brands ma costa la metà (499 euro)”. Il top di gamma spicca per l’utilizzo di materiali pregiati come la ceramica, il display da 5,99 pollici FullHD+ (2160 x 1080 pixel), processore Qualcomm Snapdragon 845. “Lo apprezzano soprattutto i consumatori che capiscono di tecnologia”.​ Non male per un’azienda nata facendo sistemi operativi (MIUI). La strategia? Non tanto fare utili sulle vendite (i margini sui prodotti non superano il 5​%​) ma puntare sulla vendita di un ecosistema di servizi con al centro lo sviluppo dell'​Internet of things​: ​un settore che promette guadagni stellari a lungo termine per l’azienda cinese (Qui l’articolo di Repubblica).

L’azienda che vuole replicare il modello degli Apple Store si è già da tempo smarcata dalla forzata similitudine con la mela morsicata. Lei Jun non ha mai fatto mistero della sua ammirazione per Steve Jobs; furono i media cinesi a coniare per Xiaomi la definizione di “Apple d’Oriente”. Ma i paragoni finiscono qui. Del resto nel 2013 Xiaomi aveva già superato Apple nelle vendite in Cina (qui le differenze tra Apple e Xiaomi). 

La storia di Francesco Zhou Fei​

Francesco Zhou Fei ha 36 anni ed è general manager dei Mi Store in Italia. Cioè, gestisce gli store fisici di Xiaomi. Lo store di Milano è il punto di partenza di un progetto ​iniziato a febbraio. Il secondo è già pronto per l’inaugurazione, aprirà a fine giugno, sempre a Milano. “Non posso dirvi ancora dove”. Ha la bocca cucita, Francesco. Ordini dell’azienda: prima della imminente quotazione alla Borsa di Hong Kong, i vertici hanno imposto il silenzio stampa. Il Team di Milano, composto da 20 persone, per metà italiani e per l’altra sino-italiani (“volti noti della comunità cinese della capitale lombarda”), età media 30 anni, guiderà un massiccio piano di assunzioni: si prevedono 200 nuove posizioni, considerato che servono 10-12 risorse per ogni negozio. 

La carriera di globe-trotter inizia a 5 anni, quando con la famiglia ​cinese ​si trasferisce in Italia. Gli bastano pochi anni per diventare milanese a tutti gli effetti. Dopo la laurea alla Bocconi in economia aziendale, Francesco si affaccia nel mondo del lavoro. Sono anni in cui le aziende italiane guardano a Oriente. Scopre di avere un’abilità che gli tornerà utile in futuro: cavalcare l’onda giusta. Sale a bordo di Crif, azienda bolognese con piani di espansione nella Terra di Mezzo. 

In un paio d’anni Francesco si ritrova catapultato a Pechino, dove apre l’ufficio della casa madre. Nel 2012 decide che è tempo di cambiare aria. “Avevo notato che gli espatriati costano un sacco di soldi e non capiscono niente del mercato, anche se parlano cinese, come me. Oggi le aziende lo hanno capito e assumono soprattutto manager locali, molto più qualificati di prima; i pochi espatriati rimasti sono quelli davvero super bravi”. Per capirci qualcosa Francesco fa un sacco di gavetta. Apre un ristorante italiano vicino Central Park con un gruppo di soci, lo chiamano “Milano Cafè” (“un nome non particolarmente originale” ironizza). “Ho capito davvero come avviare un business in Cina”.

Francesco è vorace, impara e si butta nell’esperienza successiva. Vende il ristorante a un cinese: “Se lo compra il proprietario del supermercato adiacente, che aveva deciso di diversificare il business” (Che ci azzecca? “Non so, so che ha chiuso dopo un anno”).  Con il ricavato della vendita Francesco va a fare un MBA alla Peking University. Ora si sente davvero corazzato: è diventato “più cinese”. Forte delle sue capacità e di una solida rete di contatti, Francesco fa il primo passo nella internet economy.  Sviluppa l’espansione in Cina di una start-up di Londra, “sorta di Linkedin per laureandi e laureati”, e poi arriva la proposta di aprire negozi fisici di Xiaomi. Francesco cavalca l’onda al contrario. “Due anni fa capii che il trend si era invertito; ora erano le aziende cinesi a puntare all’internazionalizzazione”. Francesco intercetta la prima ondata di aziende cinesi che andavano all’estero. E oggi eccolo qui .

Agi News