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L’uomo che ha rilanciato Jeep ora è alla guida di Fiat Chrysler. Chi è Mike Manley

Sergio Marchionne non è più l'amministratore delegato di Fiat Chrysler. Al suo posto è stato designato Mike Manley, responsabile del marchio Jeep e membro del Group executive council (Gec) dal primo settembre scorso. La guida della Ferrari va invece a Louis Camilleri, attuale numero uno di Philip Morris e già membro del cda della Rossa.

Peggiorano le condizioni di Marchionne

L'era Marchionne termina quindi con un anno di anticipo rispetto alle previsioni. Il manager italo-canadese è ricoverato, secondo le informazioni ufficiali, in una clinica svizzera per un intervento chirurgico e la sua degenza sembra protrarsi più delle previsioni.

Dopo che in settimana "sono sopraggiunte " complicazioni inattese durante la convalescenza post – operatoria, "si sono ulteriormente aggravate nelle ultime ore" le condizioni del manager, comunica "con profonda tristezza" una nota di Fca in cui si dice che "il dottor Marchionne non potrà riprendere la sua attività lavorativa".

Il Consiglio di Amministrazione di Fca ha espresso "innanzitutto la sua vicinanza a Sergio Marchionne e alla sua famiglia sottolineando lo straordinario contributo umano e professionale che ha dato alla società in questi anni".

Chi è il nuovo ad

Responsabile dal 2009 del marchio Jeep e, dall'ottobre del 2015, del brand Ram, Manley, 54 anni, nato in Gran Bretagna, è anche membro del Group Executive Council (GEC) di Fca dal primo settembre 2011.

In precedenza, ha ricoperto il ruolo di Chief operating officer Asia (Apac) e ha diretto diretto le attività internazionali di Chrysler fuori dell'area Area Nafta con la responsabilità di implementare gli accordi di cooperazione per la distribuzione dei prodotti del gruppo Chrysler attraverso il network internazionale di Fiat. Da dicembre 2008, inoltre, è stato Executive vice president – International sales e global product planning operations: in questa posizione, è stato responsabile della pianificazione prodotto e di tutte le attività di vendita al di fuori del Nord America. 
Ha un Master of Business administration (Mba) conseguito presso l'Ashridge Management College. 

La svolta della carriera di Manley, sottolinea il Corriere, arriva proprio quando viene nominato presidente e ad del marchio Jeep: "Lo aveva ammesso anche lui in una recente intervista: «La vera svolta della mia carriera c’è stata quando mi hanno dato l’incarico di guidare Jeep». Il marchio, aveva spiegato, «aveva grandi potenzialità di crescita e le abbiamo sfruttate bene, in meno di un decennio siamo passati da poco più di 300 mila veicoli venduti l’anno a 1,4 milioni e l’obiettivo è di salire ancora». Il merito del rilancio, insomma, in parte va proprio a lui".

"Tanto che nel 2011 gli viene offerto di entrare a far parte del Group executive council, l’organismo decisionale responsabile della supervisione dell’andamento operativo del business e delle decisioni su alcune scelte operative", prosegue il quotidiano, "si tratta del più alto organo decisione dopo il consiglio di amministrazione di FCA. Dal 2015 è anche a capo del marchio Ram, brand specializzato nella produzione di pickup e van. E anche qui Manley ha consolidato i buoni risultati: come ha spiegato qualche mese fa, dal 2009 il brand ha registrato una crescita del 163%".

Elkann: Marchionne un mentore e soprattutto un amico

L'amministratore delegato uscente di Fiat Chrysler, Sergio Marchionne, "per me è stato una persona con cui confrontarsi e di cui fidarsi, un mentore e soprattutto un amico. Ci ha insegnato a pensare diversamente e ad avere il coraggio di cambiare, spesso anche in modo non convenzionale, agendo sempre con senso di responsabilità per le aziende e per le persone che ci lavorano". Così il presidente del gruppo, John Elkann, nella nota in cui il Lingotto ha ufficializzato la sostituzione del manager italo-canadese con Michael Manley.

Marchionne "ci ha insegnato che l’unica domanda che vale davvero la pensa farsi, alla fine di ogni giornata, è se siamo stati in grado di cambiare qualcosa in meglio, se siamo stati capaci di fare una differenza. E Sergio ha sempre fatto la differenza, dovunque si sia trovato a lavorare e nella vita di così tante persone. Oggi, quella differenza continua a farla la cultura che ha introdotto in tutte le aziende che ha gestito e ne è diventata parte integrante. Le transizioni che abbiamo appena annunciato, anche se dal punto di vista personale non saranno prive di dolore, ci permettono di garantire alle nostre aziende la massima continuità possibile e preservarne la cultura. Per me – ha concluso Elkann – è stato un privilegio poter avere Sergio al mio fianco per tutti questi anni. Chiedo a tutti di comprendere l’attuale situazione, rispettando la privacy di Sergio e delle persone che gli sono più vicine".

Agi News

Cos’è lo spread e perché è un problema se si alza troppo. Una guida

La crisi politica italiana ha riacceso i riflettori sullo spread. E l’incarico di governo a Carlo Cottarelli non placa i timori dei mercati. Una preoccupazione che ha visto lo spread raggiungere quota 320 punti. Ma cos’è di preciso? Come funziona? E a cosa serve?

Cos’è?

In generale, il termine spread significa una differenza tra due tassi, che viene spesso misurata in punti base. Nel caso del mercato delle obbligazioni secondarie, dove viene scambiato il debito già emesso, è la differenza tra il tasso di rendimento del titolo decennale di un Paese (nel caso dell'Italia, il Btp) rispetto a quello tedesco decennale, il "Bund".

A cosa serve?

Il confronto offre una visione dell'atteggiamento degli investitori nei confronti di un paese rispetto ad un altro, in questo caso dell'Italia rispetto alla Germania. Lo spread consente cioè di misurare la fiducia degli operatori di mercato nelle attività di un Paese e il premio di rischio concesso per i titoli meno richiesti. 

Perché il Bund tedesco serve come riferimento?

Il tasso di finanziamento decennale della Germania serve da punto di riferimento perché è il "più grande mercato" nella zona euro. Ma soprattutto, è stato scelto perché la Germania viene percepita come il Paese più sicuro.

Come si muove lo spread

Lo spread si evolve in base ai movimenti di acquisto e di vendita di attività sul mercato delle obbligazioni secondarie. Quando molti investitori vendono le azioni di un Paese, il suo prezzo diminuisce, il che automaticamente aumenta il suo tasso di rendimento. Se, allo stesso tempo, vi è poco movimento, o se c'è poco da vendere (e quindi gli investitori hanno fiducia), il differenziale rimarrà stabile o diminuirà.

 Cosa succede se lo spread si impenna

Se i timori sulla stabilità di un Paese aumentano, come ora nel caso dell'Italia, ciò significa che le sue obbligazioni sono vendute più sul mercato secondario rispetto a quelle del Paese di riferimento, il che abbassa il loro prezzo e aumenta il tasso di rendimento. Tuttavia, per emettere nuove obbligazioni, il Paese dovrà adeguarsi al tasso di rendimento del mercato secondario. L'aumento dello spread ha quindi "conseguenze di bilancio dal momento che le prossime emissioni obbligazionarie del Paese interessato gli costeranno automaticamente di più come tassi di interesse. 

Se il tasso di rendimento si innalza

Se raggiunge livelli molto elevati, questo significa che il prezzo delle obbligazioni esistenti è stato così svalutato che nessuno le compra e il governo non può quasi più emettere obbligazioni per finanziare gli acquisti.

L'andamento dello spread dal 2011 a oggi 

Il largo pubblico ignorava questa parola prima del 2011, cioè prima che la crisi finanziaria globale, con la crisi greca, colpisse l'Europa e più in particolare i paesi più indebitati, definiti 'periferici', come l'Italia e la Spagna. I livelli di spread si equivalevano. Poi hanno iniziato a differenziarsi e questo 'differenziale' ci ha fortemente penalizzato. Dal record del 9 novembre 2011 quando toccò quota 574 punti base con il rendimento del Btp decennale al 7,47%, e che portò alle dimissioni dell'allora governo Berlusconi, ad oggi. Ecco le principali tappe dell'andamento dello spread. 

2011

  • Luglio: sale oltre i 100 punti. 
  • Agosto: sale oltre 200 punti. 
  • 9 novembre: segna il livello record di 574 punti, con il tasso del Btp al 7,47% (governo Berlusconi). 
  • 16 novembre: 530 punti (passaggio da Berlusconi e Monti). 
  • 30 novembre: scende a 474 punti. 
  • 1 dicembre: va a 447 punti
  • 19 dicembre: risale sopra 500 punti (timori per il rating della Francia)

2012

  • 23 gennaio: a 400 punti (soluzione in vista per la Grecia). 
  • 8 marzo: sotto 300 punti (ristrutturazione del debito greco). 
  • 12 giugno: a 490 punti (crisi delle banche spagnole). 
  • 13 luglio: a 479 punti (downrating di Moody's sull'Italia). 
  • 20 luglio: sopra 500 punti (venerdì nero, paura contagio di Italia e Spagna)

2013

  • 2 gennaio: a 287 punti, minimo dal 2011. 
  • 29 aprile: a 270 punti (debutto del governo Letta). 
  • 20 agosto: a 251 punti. 
  • 22 ottobre: 233 punti. 
  • 31 dicembre: a 215 punti

2014

  • 3 gennaio: spread a 198 punti, sotto quota 200 per la prima volta da luglio 2011. 
  • 3 febbraio: 210 punti. 
  • 14 febbraio: 204 punti. 
  • 21 febbraio: scende a 194 punti (nascita del governo Renzi). 
  • 24 settembre: a 129 punti, minimo da inizio crisi

2015

  • Gennaio: sotto 100 punti. 
  • Luglio: a 164 punti. 
  • Dicembre: a 99 punti 

2016

  • 18 gennaio: a 110 punti 4 febbraio: a 122 punti. 
  • 9 febbraio: risale a 154 punti (rallentamento dell'economia mondiale). 
  • 24 giugno: sale a 177 punti (Sì alla Brexit). 
  • 20 luglio: scende a 125 punti. 
  • 12 agosto: 115 punti. 
  •  2 novembre: sale a 162 punti (per timori sull'esito del referendum costituzionale in Italia). 
  • 14 novembre: sale 180 punti (ancora timori sul referendum). 
  •  28 novembre: sale a 192 punti, top da maggio 2014. 
  •  29 novembre: scende a 180 punti (voci di intervento Bce in caso di vittoria del No). 
  •  5 dicembre: a 167 punti (vittoria del No al referendum e le dimissioni Renzi). 
  •  14 dicembre: scende a 148 punti (fiducia al governo Gentiloni). 
  •  23 dicembre: a 160 punti (timori per Mps e decreto salva-risparmio).

2017

  • 5 gennaio: sale a 178 punti (per timori su banche italiane). 
  • 26 gennaio: sale a 174 punti (timori di voto anticipato dopo la sentenza della Consulta sull'Italicum). 
  • 30 gennaio: sale a 184 punti, top dal 2015 (timori di voto anticipato e contenzioso con Bruxelles sulla manovra aggiuntiva). 
  • 31 gennaio: 188 punti, al top da novembre (voto anticipato e contenzioso Bruxelles). 
  • 6 febbraio: vola a 202 punti, top da febbraio 2104 (voto anticipato, contenzioso con Bruxelles ed effetto 'Frexit', dopo le minacce di Marine Le Pen). 
  • 7 febbraio: a 200 punti. 
  • 22 febbraio: a 199 punti (paura per Le Pen, forte calo del tasso sui Bund considerati beni rifugio). 
  • 12 aprile: a 211 punti, top da gennaio 2014, per incertezze sul voto francese e crisi geopolitiche in Siria e Nord Corea. 
  • 9 giugno: spread scende a 182 punti (mancato accordo sulla riforma elettorale e voto anticipato più lontano). 
  • 22 giugno: scende a 160 punti, minimo da gennaio (vittoria di Macron e fine rischio voto anticipato in Italia). 
  • ottobre 2017: spread a 175 punti (effetto Catalogna)

2018

  • 7 febbraio: scende a 119 punti (accordo di coalizione in Germania, si prevede un'Austerity più morbida)
  • 8 maggio: risale sopra 130 punti per incertezze politiche (timori di voto anticipato a luglio)
  • 18 maggio: sfonda quota 160 punti per timori che il nuovo governo non rispetti gli impegni Ue. 
  • 21 maggio: sfonda quota 180 punti
  • 23 maggio: sfonda quota 190 punti
  • 25 maggio: sfonda quota 200 punti. Nel corso della giornata supera i 207 punti base.
  • 28 maggio: la crisi politica e l’incertezza sulla durata del governo Cottarelli alimentano le preoccupazioni dei mercati. Lo spread tocca i 230 punti in giornata e chiude a 235.
  • 29 maggio: sfonda il muro dei 320 punti, tornando ai livelli di primavera 2013, salvo poi ripiegare fino a quota 277.

 

 

Agi News

Conto corrente cointestato: come funziona. Una guida di facile.it

Per esigenze di varia natura, molto spesso capita di trovarsi di fronte alla necessità di cointestare un conto corrente, che solitamente prevede invece la presenza di un solo titolare, il quale dispone dello stesso dall’apertura fino alla sua chiusura. Questa decisione viene presa con frequenza soprattutto da coppie e famiglie, che sentono ad un certo punto il bisogno di trovare un metodo alternativo al tradizionale conto corrente per gestire i propri risparmi in modo congiunto: da qui, la scelta di aprire un conto bancario cointestato, che consente ai titolari di depositare il proprio denaro nello stesso conto, risparmiando notevolmente su spese di apertura e di gestione che vengono pagate una volta soltanto.

La cointestazione permette a tutti i titolari del conto di accedere alle somme versate e di disporne secondo il proprio giudizio ma, sulla base del tipo di conto corrente che si decide di aprire, esistono delle limitazioni sulla libertà di movimentazione di cui è bene tener conto. Come viene dettagliatamente illustrato nella guida sul conto corrente cointestato di Facile.it, al momento dell’apertura è necessario che i futuri titolari decidano quale tipologia di conto meglio si adatti alle proprie esigenze, familiari o di società: una volta presa coscienza di questo, si potrà scegliere tra la cointestazione congiunta o disgiunta.

Due forme di cointestazione

Tra le due forme di cointestazione, il conto bancario con firma disgiunta garantisce ai due intestatari di godere di maggiore autonomia: ogni titolare del conto può disporre del denaro depositato in maniera indipendente, prendendo le proprie decisioni liberamente, senza dover rendere conto dei singoli spostamenti delle somme versate agli altri titolari e senza dover ottenere la loro autorizzazione per i vari movimenti. Dall’altro lato, invece, il conto bancario con firma congiunta non solo permette a tutti i titolari del conto di accedere al denaro presente sullo stesso ma ciò che è di fondamentale importanza è che permette agli intestatari di mettere in atto un sistema di controfirma. In questa casistica, tutte le varie movimentazioni devono infatti essere autorizzate dalla totalità dei titolari del conto cointestato: per avvallare l’operazione, deve quindi esserci l’approvazione di tutti coloro che hanno posto la propria firma al momento dell’apertura del conto.

Se i vantaggi di un conto corrente cointestato sono indubbiamente molti, è chiaro che la cotitolarità di tale conto dà spazio ad un’ambiguità che, in certe situazioni, potrebbe portare a svariate problematiche. Tra le evenienze causa di criticità, una su tutte è quella legata a situazioni debitorie pendenti, in particolare al pignoramento presso terzi. Infatti, quando l’espropriazione riguarda crediti che il debitore ha verso istituti bancari (come nel caso dei conti correnti), è solitamente possibile procedere con il pignoramento delle somme che il titolare ha depositato presso il proprio istituto bancario di riferimento. Ovviamente, salta immediatamente all’occhio quanto la situazione diventi decisamente più complicata nel caso si tratti di conti correnti cointestati: a questo punto, nasce il problema di individuare il limite della quota su cui va ad incidere il pignoramento.

I conti dell'Agenzia delle Entrate

Se inizialmente la posizione dei titolari e delle loro relative quote presenti sul conto venivano ripartite in egual misura, successivi aggiornamenti hanno sottolineato quanto questa decisione portasse alla completa confusione del patrimonio dei cointestatari. Come viene esaustivamente spiegato nella sezione dedicata al diritto bancario di diritto.it, infatti, il Collegio di Coordinamento dell’Arbitro Bancario finanziario ha affermato che in ogni caso il pignoramento di conto corrente poteva riguardare solamente la quota relativa al debitore, rimettendo direttamente al giudice la decisione di risolvere i problemi relativi alle quote di spettanza degli altri titolari.

Data la poca chiarezza di certe situazioni relativamente al patrimonio depositato sui conti correnti cointestati e vista la semplicità con cui è possibile generare confusione sull’argomento, in tempi recenti tali conti bancari sono stati spesso soggetto di controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate. Con la sentenza numero 9362 dell’8 maggio 2015, infatti, la Cassazione ha sancito il diritto dell’Agenzia delle Entrate di fare controlli sui conti correnti dei famigliari dei soggetti a rischio di evasione: sono, infatti, proprio questi strumenti di denaro, il modo in cui molti cercano di farsi beffa del Fisco, utilizzando i conti correnti cointestati in modo improprio.

Agi News

Alimentare: Iacomoni alla guida del Consorzio Finocchiona IGP

(AGI) – Roma, 28 feb. – Alessandro Iacomoni, classe 1977, e’ il nuovo presidente del Consorzio di tutela della Finocchiona IGP. Ad eleggerlo e’ stato il Consiglio di amministrazione del Consorzio, che ha sancito il passaggio di testimone della compagine uscente. Con Iacomoni faranno parte del nuovo organo Fabio Viani, nel ruolo di vicepresidente, e cinque consiglieri: Grazia Gelli, Antonella Gerini, Cristiano Ludovici, Antonio Morbidi e Marco Pisoni.
Il nuovo presidente. Alessandro Iacomoni, della Salumeria di Monte San Savino, e’ fra i presidenti piu’ giovani alla guida dei Consorzi di tutela di prodotti DOP e IGP italiani e si prepara a guidare il Consorzio di tutela della Finocchiona IGP per i prossimi tre anni. L’obiettivo primario sara’ quello di promuovere e consolidare un prodotto con trend in forte crescita sui mercati nazionali e internazionali, nonostante il recente riconoscimento di Indicazione Geografica Protetta ricevuto nell’aprile 2015.
“Ringrazio tutti i membri del Consiglio di amministrazione per la fiducia – afferma Alessandro Iacomoni, neo presidente del Consorzio di tutela della Finocchiona IGP – e, insieme ai consiglieri, lavoreremo per portare avanti e incrementare il lavoro promosso finora dal Consorzio per far crescere la conoscenza e la notorieta’ della Finocchiona IGP, del marchio di qualita’ per produttori e consumatori e del suo legame con la Toscana, terra di eccellenze enogastronomiche”.
“Un sentito ringraziamento – aggiunge Iacomoni – lo rivolgo al Consiglio di amministrazione uscente guidato da Fabio Viani, che ha portato avanti l’iter per il riconoscimento della denominazione di tutela e indirizzato la promozione e la valorizzazione del prodotto fino a pochi giorni fa. A tutti loro va il merito dei risultati raggiunti finora, che saranno una base di partenza importante per il nuovo Consiglio di amministrazione del Consorzio”.(AGI)

Bru

Agi News

Una donna saudita alla guida della Borsa di Riad

In Arabia Saudita le donne non possono stare al volante di un'auto. Ma possono stare al timone della più importante piattaforma di scambi del Regno: Sarah al-Suhaimi è stata nominata alla guida della Borsa di Riad (Tadawul) che, con un mercato azionario da 439 miliardi di dollari, è la seconda a livello regionale e la 21esima al mondo. 

Una donna alla guida della Borsa di Riad

Laureata alla King Saud University, con una specializzazione in contabilità, e un passato alla Harvard Business School per seguire il General Management Program, al-Suhaimi è stata anche la prima donna saudita nel 2014 a essere chiamata a dirigere la Ncb Capital, la maggiore banca di investimenti saudita appartenente alla National Commercial Bank. Prima di questo incarico, ha lavorato al Jadwa Investment e al Samba Financial Group, impegnata nella gestione di patrimoni di miliardi in azioni pubbliche e private, immobiliare e reddito fisso. Nel settembre 2013 era stata scelta, insieme ad altri 16, come membro del comitato consultivo della borsa.

E un'altra donna a dirigere il Samba Financial Group

Ma non è la sola novità: allo stesso Samba Financial Group hanno annunciato l'arrivo di Rania Mahmoud Nashar come nuovo amministratore delegato. Con un'esperienza ventennale nel settore, è considerata una specialista nella lotta contro il riciclaggio e ha seguito un programma di formazione della banca per rcoprire incarichi dirigenziali.

Piccoli segnali in un Paese ultra-conservatore

Impossibilitate a guidare un'auto, sottoposte al tutoraggio maschile per le più ordinarie attività – hanno bisogno dell'autorizzazione anche per andare dal medico, sposarsi o viaggiare – le donne saudite combattono da una vita contro un rigidissimo sistema sociale. 

Leggi anche: Donne al volante per far crescere l'economia, principe saudita scuote il Regno con un tweet

Una realtà che non solo ingabbia le donne ma ha anche pesanti ricadute economiche, come ha sottolineato il principe saudita Alwaleed Bin Talal, voce inedita fuori dal generale coro nazionale (maschile). "Questa situazione – ha sostenuto nel novembre scorso – ha un costo per l'economia nazionale, minando la produttività della forza lavoro". Entro il 2020, il Regno wahabita vorrebbe aumentare la percentuale di donne nel mercato del lavoro al 28% dal 23% dello scorso anno.

Per approfondire:

Agi News