Tag Archive: guerra

Vagit Alekperov, l’oligarca che chiede la fine della guerra

AGI – Vagit Alekperov è uno degli uomini più ricchi della Russia. La maggior parte delle azioni del colosso petrolifero Lukoil sono di sua proprietà e del vice, Leonid Fedun. La notizia delle sue dimissioni anticipate da presidente e ceo di Lukoil, comunicate con una scarna nota al presidente del consiglio di amministrazione della società (senza peraltro rivelare il motivo della scelta) non ha stupito più di tanto.

L’oligarca russo qualche tempo fa aveva infatti chiesto a Mosca di porre fine rapidamente al conflitto in Ucraina, diventando così la prima grande compagnia nazionale russa ad opporsi alla guerra. Sarà per questo che il magnate petrolifero è uno dei pochissimi oligarchi esclusi dalle sanzioni di Unione europea e Stati Uniti, mentre è entrato nel mirino del Regno Unito che il 13 aprile lo ha incluso nella sua ‘black list’.

Il 5 marzo scorso il consiglio di amministrazione di Lukoil ha riferito in una dichiarazione agli azionisti, al personale e ai clienti che stava “chiedendo la fine più rapida del conflitto armato” in Ucraina. “Esprimiamo la nostra sincera empatia per tutte le vittime, che sono colpite da questa tragedia – scriveva il consiglio – sosteniamo fermamente un cessate il fuoco duraturo e una soluzione dei problemi attraverso seri negoziati e diplomazia”.

Alekperov è uno degli uomini più ricchi della Russia. Nel 2021 – secondo Forbes – ha un patrimonio stimato di 24,9 miliardi di dollari che lo classifica come la 66esima persona più ricca del mondo e la quarta persona della Russia. Lukoil opera in dozzine di paesi in tutto il mondo ed è la seconda compagnia petrolifera russa dopo il gigante statale Rosneft. 


Vagit Alekperov, l’oligarca che chiede la fine della guerra

Tra pandemia e guerra non c’è pace per ristoranti e bar

AGI – Ci mancava solo che la guerra, dopo due anni di pandemia. È il refrain di queste settimane che si rincorre di bocca in bocca in tutti i settori economici e commerciali. E dove le prospettive di ripresa ancora languono. In particolare nel mondo della ristorazione, che i due anni di pandemia hanno particolarmente avvilito nelle consuetudini: ci si continua a muovere meno da casa e si consumano preferibilmente pranzi e cene tra le mura domestiche mentre sembra aver preso piede anche l’abitudine a sfruttare il delivery.

Tutto questo è anche dovuto al protrarsi della pandemia, visti i progressivi aumenti dei contagi delle ultime settimane. Il quadro attuale lo fotografa bene il Rapporto Ristorazione 2021 di Fipe Confcommercio secondo cui ad oggi sono “oltre 23mila le aziende che hanno cessato la loro attività nel solo 2021, una cifra che – sommata a quella del 2020 – arriva a un totale di 45mila locali che hanno chiuso i battenti nel periodo della pandemia, confermando l’andamento dell’anno precedente”.

Tutte chiusure che hanno come contraltare anche una compressione delle nuove imprese: solo 8.942 nel 2021. E quelle che ci sono state, hanno risentito enormemente della stagione pandemica: oltre il 30% delle attività aperte nel 2019 non ci sono più. Del resto, turismo e ristorazione i settori più colpiti dall’emergenza coronavirus, con perdite (rispetto al 2019) che sfiorano i 34 miliardi di euro nel 2021, che diventano 56 miliardi se si considera il biennio appena trascorso.

Per quanto riguarda il turismo internazionale, le perdite si assestano a meno 23 miliardi di euro e colpiscono soprattutto le città d’arte. Si tratta di cifre che solo in minima parte risultano bilanciate dalla crescita dei consumi domestici: appena 7 miliardi. Si stima infatti che queste perdite interessino la produzione agroalimentare per un valore di circa 15 miliardi.

Tutti questi numeri incidono anche sulla perdita di posti di lavoro e la riduzione degli impiegati nell’intero comparto: sono 193mila in meno rispetto al 2019, in particolare donne e giovani, gli anelli più fragili della catena lavorativa. Almeno un terzo delle imprese denuncia infatti di aver perso personale, cifra da leggere alla luce d’una ristorazione – quella italiana – fatta principalmente di aziende a conduzione familiare, in cui solo il 40% ha dipendenti.

Alla perdita di posti di lavoro, s’accompagna la difficoltà di trovare personale, soprattutto professionalizzato e formato: il rapporto parla di 4 aziende su 10 che lamenta la mancanza di candidati validi. Tuttavia, si legge nell’indagine Fipe, nella paralisi del settore incide anche il caro materie prime e l’energia ha la sua incidenza: l’87% degli imprenditori registra aumenti della bolletta energetica fino al 50% e del 25% per i prodotti alimentari mentre i rincari sono assorbiti, allo stato attuale, dagli esercenti: a febbraio 2022, lo scontrino medio è salito del 3,3% rispetto a un incremento generale dei prezzi del 5,7%.

Oltre metà (56,3% di bar e ristoranti) non rivedrà a breve al rialzo i propri listini, ma sarà a breve inevitabile, oltre che necessario, per poter remunerare correttamente i dipendenti. Le prospettive sono poi ancora più incerte dallo scenario di guerra che impatta sulle produzioni alimentari, materie prime energetiche.


Tra pandemia e guerra non c’è pace per ristoranti e bar

 La guerra in Ucraina potrebbe cambiare per sempre l’agricoltura italiana

AGI – La guerra in corso in Ucraina potrebbe provocare conseguenze a lungo termine per l’agricoltura italiana. A spiegarlo all’AGI è il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, intervenuto a LetExpo, la fiera del trasporto e della logistica sostenibile a Verona.

“Per anni – sottolinea Prandini – abbiamo avuto un sistema europeo spinto dalla logica della globalizzazione accelerata, che ci ha fatto puntare spesso sulla delocalizzazione di produzioni e aziende. Una logica sbagliata e fallimentare. In Europa abbiamo avuto dei sostegni contributivi erogati quando le imprese non producevano”.

Adesso, con la guerra scatenata dalla Russia, “capiamo l’importanza di essere aperti ma senza delocalizzare risorse e settori strategici”. Insomma, secondo Prandini, “l’Italia deve puntare ad aumentare la sua autosufficienza produttiva”.

La guerra tra Mosca e Kiev penalizza le filiere di grano e mais, ma non per quello che si pensa. “Da questi due Paesi – sottolinea il presidente della Coldiretti – importiamo il 5% di grano tenero e il 18-20% di mais. Sugli aumenti di pasta e pane il vero problema non è il grano, ma il boom del costo energetico, che impatta anche sul settore dei fertilizzanti, dove Russia e Ucraina sono tra i maggiori produttori al mondo”.

In questo campo “gli aumenti dei concimi chimici sono già superiori al 180%. E c’è un rischio approvvigionamento“. E poi “è vero che importiamo poco in termini percentuali sul grano tenero da Russia e Ucraina, ma sono il terzo produttore mondiale quindi la situazione va a incidere su altri mercati e, di riflesso, sul nostro”.

Dallo sblocco dei terreni agricoli ‘a riposo’, decisa dall’Ue, Coldiretti ha “stimato che si può recuperare un milione di ettari di superficie, su 12 milioni totali di terre coltivabili”. Poi creando “dei bacini di accumulo dell’acqua, nell’arco di 6-7 anni possiamo pensare di arrivare a una buona autosufficienza dall’estero”. Ora, conclude Prandini, “bisogna sfruttare il Pnrr” e “incentivare la capacità produttiva, investendo su temi come digitalizzazione, agricoltura di precisione, cisgenetica e Nbt”. 


 La guerra in Ucraina potrebbe cambiare per sempre l’agricoltura italiana

La guerra in Ucraina fa impennare i prezzi di metalli e materie prime

AGI – L’invasione russa dell’Ucraina e le crescenti, dure sanzioni economiche contro Mosca hanno fatto salire alle stelle i prezzi di gas, oro e dei metalli come alluminio, rame, palladio e nichel, spingendoli a nuovi massimi storici.

Il barile del Brent del Mare del Nord ha sfiorato nella giornata di lunedì 7 marzo i 140 dollari all’inizio della seduta asiatica, vicino al record assoluto di 147,50 dollari raggiunto a luglio 2008, prima che le quotazioni dell’oro nero si calmassero un po’. Stati Uniti e Unione europea stanno “discutendo molto attivamente” la possibilità di fermare le importazioni di petrolio russo in risposta all’invasione dell’Ucraina, ha affermato domenica il ministro degli Esteri americano Antony Blinken.

Più cauta la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha evitato sinora di menzionare i divieti di importazione poiché la Russia fornisce il 40% del gas consumato nell’Ue. Il prezzo del gas di riferimento europeo, l’olandese Ttf, è balzato al nuovo record di 345 euro per megawattora (MWh) per poi ripiegare in mattinata a 260 euro, +34%.

Sulla scia dei prezzi dell’energia sono saliti anche quelli dei metalli prodotti in Russia, con l’alluminio che ha superato per la prima volta la soglia dei 4.000 dollari per tonnellata, mentre rame e palladio hanno toccato nuovi massimi storici rispettivamente a 10.845 dollari per tonnellata e 3.442,47 dollari per oncia.

All’apertura degli scambi, una tonnellata di alluminio con consegna in tre mesi ha raggiunto il picco di 4.073,50 dollari sul mercato dei metalli di base di Londra (London Metal Exchange, Lme). Il palladio e’ salito del 5,6% a 3.170,49 dollari l’oncia, dopo aver toccato il massimo storico di 3.172,22 dollari a inizio seduta.

La Russia rappresenta il 40% della produzione mondiale del metallo utilizzato dalle case automobilistiche nei convertitori catalitici per ridurre le emissioni. Anche i metalli industriali sono aumentati, trainati da forti guadagni. Il nichel, senza raggiungere gli ultimi picchi risalenti al 2007, è cresciuto di oltre il 25%, fino a toccare i 37.800 dollari, mentre le catene di approvvigionamento globali hanno cercato di valutare la possibile assenza di forniture dalla Russia, il terzo maggior produttore di nichel.

La situazione in Ucraina ha fatto impennare anche l’oro, bene rifugio per eccellenza, che ha superato i 2.000 dollari l’oncia, toccando il livello più alto da settembre 2020. Il forte aumento dei prezzi delle materie prime ha suscitato preoccupazioni per la crescita economica nei paesi che si stanno ancora riprendendo dalla pandemia di Covid.

“Purtroppo, in un ambiente stagflazionario, questo non è vero – ha osservato Jeffrey Halley, senior analyst di Oanda – il timore è che le proiezioni di crescita per il 2022 in tutto il mondo dovranno essere drasticamente riviste al ribasso e sarà interessante vedere cosa faranno le banche centrali del mondo”.

E ha spiegato: “La stagflazione si riferisce a paesi che stanno sperimentando un aumento simultaneo dell’inflazione e una produzione economica in stallo”. Ieri i combattimenti hanno impedito a circa 200.000 persone di evacuare la città ucraina assediata di Mariupol per il secondo giorno consecutivo, quando il presidente russo Vladimir Putin ha promesso di portare avanti la sua invasione a meno che Kiev non si arrenda.

Le partecipazioni del più grande fondo negoziato in borsa al mondo e garantito dall’oro, lo Spdr Gold Trust, sono aumentate dello 0,4% a 1.054,3 tonnellate venerdì scorso, al top da meta’ marzo 2021. 


La guerra in Ucraina fa impennare i prezzi di metalli e materie prime

Corruzione e guerra civile, così il Libano è diventato un Paese fallito

Secondo molti analisti il Libano è un paese già fallito. Per altri manca molto poco al crack. Certo è che il paese sta subendo una grave e prolungata depressione economica. Secondo l’ultimo rapporto della Banca Mondiale, Bank Lebanon Economic Monitor (Lem), pubblicato a giugno, la crisi economica e finanziaria del Paese dei cedri è tra le peggiori di sempre nella storia, addirittura da metà del 1800. Per alcuni economisti quella libanese rientra nella top 10 dei default finanziari, per altri addirittura nella top 3. “Di fronte a sfide colossali, la persistente inazione politica e l’assenza di un governo pienamente funzionante, continuano ad aggravare condizioni socio-economiche già disastrose e una fragile pace sociale senza un chiaro punto di svolta all’orizzonte”, scrive l’istituto di Washington. 

Il titolo del rapporto della Banca Mondiale non promette nulla di buono: “Lebanon Sinking: To the Top 3”. La pubblicazione presenta i recenti sviluppi economici ed esamina le prospettive del paese con i rischi annessi. Per oltre un anno e mezzo, il Libano ha affrontato sfide differenti: la più grande crisi economica e finanziaria in tempo di pace, la pandemia da Covid-19 e l’esplosione del porto di Beirut, avvenuta il 4 agosto dell’anno scorso.

Come evidenziato dagli osservatori internazionali tutte le risposte politiche ed economiche della autorità libanesi a queste sfide sono state completamente inadeguate e fallimentari. Nel paese non si è mai arrivati a un consenso su iniziative politiche efficaci. L’unità di intenti, invece, si è trovata nella difesa strenua di un sistema economico fallimentare che continua a favorire pochi a danno della maggioranza. A peggiorare la situazione, una prolungata guerra civile che ha aggravato condizioni socio-economiche sempre più disastrose che rischiano di provocare fallimenti nazionali sistemici con effetti regionali e potenzialmente globali.

I numeri della banca Mondiale non lasciano scampo e tratteggiano uno scenario con moltissime ombre. L’istituto stima che nel 2020 il Pil si sia contratto del 20,3%, dopo un calo del 6,7% nel 2019. Di fatto, il Pil libanese è precipitato dai quasi 55 miliardi di dollari nel 2018 a circa 33 miliardi di dollari nel 2020, mentre il prodotto pro capite è sceso di circa il 40%. Una contrazione così forte, normalmente, è associata, spiega la Banca Mondiale, a conflitti o guerre. “Le condizioni monetarie e finanziarie rimangono altamente volatili; nel contesto di un sistema di tassi di cambio multipli”.

Il cambio medio si è deprezzato del 129% nel 2020. L’effetto sui prezzi si è tradotto in un’impennata dell’inflazione, con una media dell’84,3% nel 2020. Soggetto a un’incertezza eccezionalmente alta, si prevede che il Pil si contrarrà di un ulteriore 9,5% anche quest’anno.

Il Libano affronta un pericoloso esaurimento delle risorse, compreso il capitale umano, e la manodopera altamente qualificata è sempre più propensa a cogliere opportunità all’estero, creando una perdita sociale ed economica permanente per il paese”, ha detto Saroj Kumar Jha, direttore regionale del Mashreq della Banca Mondiale. “Solo un governo riformista, che intraprenda un percorso credibile di ripresa economica e finanziaria, e che lavori a stretto contatto con tutte le parti interessate, può invertire la rotta di un’ulteriore caduta e prevenire una maggiore frammentazione nazionale”.

Le condizioni del settore finanziario continuano a deteriorarsi. L’onere dell’aggiustamento in corso nel settore finanziario è altamente regressivo, concentrato sui depositanti più piccoli, sulla maggior parte della forza lavoro e sulle pmi.  Più della metà della popolazione è al di sotto della soglia di povertà nazionale, con la maggior parte della forza lavoro – pagata in lire – che soffre per il crollo del potere d’acquisto. Con il tasso di disoccupazione in aumento, una quota crescente di famiglie sta affrontando difficoltà di accesso ai servizi di base, compresa l’assistenza sanitaria in questo periodo più importante che mai.

L’istituto di Washington sottolinea anche l’impatto delle crisi su quattro servizi pubblici di base: elettricità, approvvigionamento idrico, servizi igienici e istruzione. La depressione ha ulteriormente minato i già deboli servizi pubblici attraverso due effetti: ha aumentato significativamente i tassi di povertà, con un numero maggiore di famiglie che non possono permettersi beni sostitutivi privati, diventando così più dipendenti dai servizi pubblici. Pone a forte rischio la sostenibilità finanziaria e l’operatività di base del settore, aumentandone i costi e riducendone le entrate.

La fornitura di servizi pubblici essenziali è fondamentale per il benessere dei cittadini. Il forte deterioramento dei servizi di base continuerà a creare implicazioni nel lungo termine: migrazione di massa, perdita di apprendimento, cattivi servizi sanitari, mancanza di reti di sicurezza adeguate. Il danno permanente al capitale umano, evidenzia la Banca Mondiale, sarebbe molto difficile da recuperare. E forse proprio questa dimensione della crisi libanese la rende unica rispetto ad altre

I motivi del crollo di un paese che un tempo era noto come la Svizzera del Medio Oriente sono molteplici. La corruzione ha reso impossibile, dopo la guerra civile durata dal 1975 al 1990, una ripresa forte anche perché la forza del paese era il capitale umano, ormai allo stremo, e i servizi. Alcuni economisti hanno parlato del sistema finanziario del Libano come di uno schema Ponzi regolato a livello nazionale, dove si prende in prestito nuovo denaro per pagare i creditori esistenti. Funziona fino a quando il denaro fresco non si esaurisce.

Dopo la guerra civile, il Libano ha provato a mettere a posto i conti pubblici, con il turismo, gli aiuti stranieri, l’industria finanziaria e la generosità degli stati arabi del Golfo, che hanno finanziato lo stato sostenendo le riserve della banca centrale di Beirut. Altra fonte affidabile di dollari erano le rimesse dei milioni di libanesi che andavano all’estero a lavorare. Anche durante il crollo finanziario globale del 2008, i flussi nelle banche libanesi sono proseguiti. Le rimesse hanno iniziato a rallentare a partire dal 2011, con il deterioramento politico dell’area e con la caduta nel caos della vicina Siria. Gli stati musulmani sunniti del Golfo si sono allontanati a causa della crescente influenza nel paese dell’Iran, attraverso Hezbollah, il gruppo sciita libanese armato il cui potere politico è cresciuto notevolmente.

Il deficit di bilancio è salito alle stelle e la bilancia dei pagamenti è sprofondata ancora di più. Questo fino al 2016, quando le banche hanno iniziato a offrire tassi di interesse più alti per i nuovi depositi in dollari, una valuta ufficialmente accettata nell’economia. Il tutto mentre in altre parti del mondo i tassi andavano verso lo zero. I dollari hanno ripreso a scorrere e le banche a finanziare la spesa sempre maggiore. Ma i tassi di interesse alti vanno pagati. E ora il conto è stato servito.


Corruzione e guerra civile, così il Libano è diventato un Paese fallito

La guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti, tappa per tappa 

Primo accordo tra Usa e Cina sui dazi: scongiurato l’aumento delle tariffe che sarebbero dovute scattare il 15 dicembre. Trump conferma la sospensione dei dazi al 15% su quasi 160 miliardi di dollari di prodotti made in China, a cui Pechino avrebbe risposto con tariffe su 3.300 prodotti statunitensi. Ecco le principali tappe da marzo del 2018, tra turbolenze e schiarite.

2018 – 8 MARZO: IMPOSTA SU ACCIAIO, ALLUMINIO Il presidente Donald Trump annuncia tariffe del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% sull’alluminio da diversi paesi nel tentativo di ridurre l’enorme deficit commerciale degli Stati Uniti. Nel 2017 il deficit ha raggiunto 566 miliardi di dollari, di cui 375 miliardi di dollari con la Cina, il più grande produttore mondiale di acciaio e alluminio. 

22 MARZO: LA RISPOSTA DELLA CINA Alla vigilia della loro applicazione, Trump sospende le tariffe per diversi paesi ma non per la Cina. Pechino risponde con una lista di 128 prodotti statunitensi su cui si dice che imporra’ dazi doganali del 15-25% se i negoziati con Washington falliranno.

19 MAGGIO: SEGNI DI RICONCILIAZIONE I due paesi annunciano una bozza di accordo in base al quale Pechino accetta di ridurre “significativamente” il suo surplus commerciale. Nelle settimane successive, la Cina compie diversi gesti di conciliazione, riducendo i dazi doganali, eliminando le restrizioni e offrendo di acquistare beni statunitensi extra.

6 LUGLIO: RICOMINCIANO LE TENSIONI Nonostante i segnali distensivi, gli Stati Uniti, riaccendono le tensioni mettendo dazi del 25% su circa 34 miliardi di dollari di importazioni cinesi tra cui auto, dischi e componenti di aerei. Pechino risponde con tariffe di pari dimensioni e portata, anche su prodotti agricoli, automobili e prodotti navali.

23 AGOSTO: IL RILANCIO DI TRUMP Washington decide l’imposizione di tariffe su altri 16 miliardi di dollari di merci cinesi, esattamente il giorno dopo la ripresa dei negoziati. La Cina risponde con tariffe del 25% su 16 miliardi di dollari di merci americane, tra cui le moto Harley-Davidson, bourbon e il succo d’arancia.

24 SETTEMBRE: DA WASHINGTON ALTRI DAZI La Casa Bianca decide di mettere tariffe del 10% su 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi. Pechino impone dazi doganali su 60 miliardi di dollari di merci americane.

1 DICEMBRE: LA TREGUA L’amministrazione Usa sospende per tre mesi l’aumento tariffario dal 10 al 25% che sarebbe dovuto scattare il 1 gennaio su 200 miliardi di dollari di merci cinesi. La Cina, dal canto suo, accetta di acquistare una quantità “molto consistente” di prodotti statunitensi e sospende per tre mesi, a partire dal 1 gennaio, tariffe aggiuntive per le automobili e i ricambi auto prodotti negli Stati Uniti. Allo stesso tempo permette le importazioni di riso americano.

2019 – 10 MAGGIO: RIPRENDONO LE OSTILITA’, OBIETTIVO HUAWEI Washington pone fine alla tregua, aumentando i dazi su 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi. Trump apre un nuovo fronte nella guerra commerciale e il 15 maggio decide di impedire alle aziende americane l’utilizzo di apparecchiature di telecomunicazione straniere ritenute un rischio per la sicurezza. Una mossa contro il gigante cinese Huawei. Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti annuncia anche il divieto per le aziende Usa che vendono o trasferiscono tecnologia statunitense a Huawei. Il 20 maggio tuttavia stabilisce una sospensione di 90 giorni del divieto.

29 GIUGNO: NUOVE NEGOZIAZIONI Al G20 di Osaka, Trump e il presidente Xi Jinping stabiliscono un cessate il fuoco. Washington si impegna a non imporre nuove tariffe e Trump dichiara che i negoziati commerciali sono “di nuovo in carreggiata”. I negoziatori americani e cinesi si incontrano a Shanghai il 30 e 31 luglio per colloqui che vengono definiti “costruttivi” e decidono di continuare le discussioni a settembre.

1 AGOSTO: NUOVE SANZIONI AMERICANE Accusando Pechino di non aver rispettato le promesse di acquistare prodotti agricoli Usa e fermare la vendita dell’oppioide fentanil, Trump annuncia tariffe del 10% su altri 300 miliardi in merci cinesi a partire dal 1 settembre. La decisione significa che praticamente tutti i 660 miliardi di dollari di scambi annuali tra le due maggiori economie del mondo saranno soggetti a dazi. Pechino minaccia contromisure.

5 AGOSTO: LA GUERRA VALUTARIA La Cina permette allo yuan di scendere sotto le 7,0 unità rispetto al dollaro per la prima volta in 11 anni. Washington accusa Pechino di manipolare la sua moneta per sostenere le sue esportazioni ma la Banca centrale cinese nega. I media statali cinesi annunciano che Pechino ha sospeso gli acquisti delle esportazioni agricole americane.

1 SETTEMBRE: TARIFFE INCROCIATE Diventano operative nuove tariffe al 15% su prodotti cinesi per un valore di 112 miliardi di dollari. E sempre dal primo settembre partono ‘i controdazi’ di Pechino, che porta dal 5 al 10% i dazi su alcuni prodotti Usa inclusi i semi di soia, le auto e il petrolio, per un giro d’affari di 75 miliardi di dollari. Sul fronte States, le nuove tariffe colpiscono 3.800 prodotti, il 60% dei quali di largo consumo (dai vestiti alle tv a schermo piatto, dagli elettrodomestici alle carni). Dal primo ottobre poi – secondo i piani dell’amministrazione Usa – i dazi del 25% già in vigore su 250 miliardi di merci cinesi (soprattutto prodotti industriali o semilavorati) saliranno al 30%. E dal 15 dicembre gli Usa minacciano di applicare l’aliquota del 15% su altri 160 miliardi di import.

2 SETTEMBRE: IL RICORSO AL WTO La Cina presenta un ricorso al Wto contro gli Stati Uniti per gli ultimi dazi imposti.

12 SETTEMBRE: USA POSTICIPANO DAZI AL 15 OTTOBRE Trump annuncia lo slittamento di due settimane dell’aumento dei dazi sui beni cinesi importanti negli Usa per 250 miliardi di dollari. L’entrata in vigore delle nuove tariffe viene cosi’ posticipate dal primo al 15 ottobre prossimo.

11 OTTOBRE: NUOVA TREGUA E ‘FASE 1’ DELL’INTESA Trump annuncia dopo aver incontrato il vice presidente cinese Liu He, al termine della due giorni di negoziati a Washington: “Siamo arrivati alla fase uno di un accordo sostanzioso”. Congelati gli aumenti tariffari del 5% su 250 miliardi di beni cinesi importati negli Usa che sarebbero altrimenti scattati dal prossimo 15 ottobre. La parziale intesa comprende i servizi finanziari, i prodotti agricoli e progressi sul contenzioso relativo alla proprietà intellettuale. La Cina acconsente all’acquisto di prodotti agricoli statunitensi per 40-50 miliardi di dollari. Affrontato separatamente il nodo Huawei.

26 NOVEMBRE: STRETTA FINALE Usa e Cina sono alla “stretta finale” sul negoziato: “Sta andando molto bene, ma allo stesso tempo vorremmo che andasse altrettanto bene a Hong Kong”, dice Trump, dopo che i principali negoziatori di Washington e Pechino si sono sentiti telefonicamente per dare gli ultimi ritocchi alla Fase 1 dell’accordo.

28 NOVEMBRE: TRUMP FIRMA LEGGE CONTRO HONG KONG Il presidente Usa firma la legge a sostegno dei manifestanti pro democrazia a Hong Kong. Hong Kong esprime “estremo rammarico” e la Cina minaccia “dure contromisure”.

13 DICEMBRE: RAGGIUNTA FASE UNO DELL’INTESA L’accordo sospende l’introduzione di nuove tariffe, sia da parte degli Stati Uniti che della Cina, il 15 dicembre. Trump conferma la sospensione dei dazi al 15% su quasi 160 miliardi di dollari di prodotti made in China, a cui Pechino avrebbe risposto con tariffe su 3.300 prodotti statunitensi. 

Agi

La guerra dei dazi e la svalutazione dello yuan affondano le Borse mondiali 

La guerra dei dazi affonda le Borse europee che chiudono in profondo rosso sulla scia di Wall Street e bruciano 180 miliardi di euro. Il listino Usa viaggia con pesanti perdite: attualmente il Dow Jones arretra del 2,25%, lo S&p del 2,36% e il Nasdaq il 3,07%. A picco le piazze asiatiche anche per le proteste a Hong Kong.

A inasprire le tensioni oggi si è aggiunto un nuovo tassello: lo yuan precipita ai minimi da 11 anni. La moneta cinese tocca per la prima volta dal 2008 la fatidica soglia delle 7 unità per un dollaro: un elemento di novità che rischia di trasformare la guerra commerciale sino-americana in una guerra di valute. Non si è fatta dunque attendere la risposta cinese alle mosse di Trump.

Il deprezzamento dello yuan non sfugge al presidente Usa che sollecita nuovamente la Fed a tagliare i tassi di interesse per sostenere il dollaro. Su Twitter, Trump scrive: “La Cina ha abbassato il prezzo della loro valuta ad un minimo storico. Si chiama manipolazione della valuta. Stai ascoltando, Federal Reserve? Questa è una grave violazione che indebolirà notevolmente la Cina nel tempo!”.

A Trump replica la banca centrale cinese che smentisce di aver voluto manipolare la sua moneta. In realtà la decisione delle autorità di Pechino mira ad aiutare le imprese esportatrici, penalizzate dalla guerra dei dazi. Tuttavia la svalutazione è un’arma a doppio taglio e rischia di mettere in difficoltà le imprese cinesi indebitate in dollari. Inoltre uno yuan troppo debole rischia di innescare una fuga di capitali dalla Cina e pertanto è uno strumento che va dosato con cura.

I listini del vecchio continente terminano in forte calo: l’Eurostoxx 600, che racchiude le più grandi aziende quotate in Europa, ha perso il 2,2%, con 180 miliardi di capitalizzazione in fumo in una sola seduta; flessione più limitata a Milano, che brucia circa 7 miliardi. A Parigi il Cac 40 perde il 2,19% a 5.241,55 punti. A Londra l’Ftse 100 cede il 2,47% e scende a 7.223,85 punti. Il Dax di Francoforte lascia sul campo l’1,80% a 11.658,51 punti. A Milano l’Ftse Mib cala dell’1,3% a 20.773 punti.

Immediata la corsa ai beni rifugio. Le quotazioni dell’oro stanno salendo a ritmo incalzante. Il metallo nobile aumenta del 2% e secondo gli analisti, la domanda è destinata a crescere. Anche il tasso dei Treasury Usa a 10 anni scende ai minimi dal novembre 2016 e l’inversione della curva dei rendimenti dei T-Bond (il rafforzamento dei tassi dei titoli a tre mesi che superano quelli dei Treasury a 10 anni), considerato un chiaro segnale di recessione, cresce ai massimi dall’aprile 2007. Anche il prezzo del petrolio è in netto calo a New York, per effetto dell’escalation della guerra dei dazi.

Agi

Il G20 in Giappone non impegnerà gli Usa a fermare la guerra dei dazi

Il G20 di Fukuoka, in Giappone, cede alle pressioni di Washington, e rinuncia a impegnare gli Stati Uniti per una pace nella guerra commerciale che sta destabilizzando l’economia mondiale.

Inaugurata dagli Stati Uniti contro la Cina, la guerra dei dazi è “la principale minaccia” alla crescita globale, ha affermato Christine Lagarde, ma la dichiarazione rilasciata dal direttore del Fondo monetario internazionale ai giornalisti dice ciò che gli sherpa dell’amministrazione Trump hanno voluto fosse eliminato nel comunicato finale del vertice, ancora non ufficiale.

Insieme a questa presa d’atto è stato censurato il riferimento “al riconoscimento della necessità di risolvere le tensioni nel commercio”, pur affermando che esse si sono “intensificate”: gli americani, osservano gli analisti, vogliono evitare di assumersi formalmente responsabilità in grado di contraddire le iniziative in corso contro Pechino.

Così, il comunicato finale ripercorrerà sostanzialmente quello diramato lo scorso dicembre al termine del G20 di Buenos Aires, dove i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali invitarono Washington e Pechino a una tregua di almeno cinque mesi, poi rotta a maggio, quando entrambe le parti hanno cominciato a imporre l’una all’altra aumenti dei dazi.

I ministri del G20, afferma la bozza, “continueranno a lavorare sui rischi in corso e sono pronti a prendere ulteriori azioni”. In realtà, ha chiarito ancora Lagarde, la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina potrebbe “danneggiare” le opportunità di ripresa. “Ci siamo riuniti in un momento di stabilizzazione dell’economia – ha aggiunto Lagarde – ma la rotta è precaria”.

Una convergenza, pur vaga, sembra invece essere stata trovata sulla opportunità di tassare i giganti del web, come Amazon, Google e Facebook. Il G20 si impegna a “raddoppiare” entro la fine del prossimo anno gli impegni per arrivare alla meta. L’idea, secondo le indiscrezioni circolate ieri, e’ di tassare Facebook, Google e altre multinazionali digitali non piu’ sulla presenza fisica, dove si trovano i loro uffici, ma in base a dove registrano le loro entrate.

Agi

Perché Musk ha dichiarato guerra ai media (e quali potrebbero essere le conseguenze)

Elon Musk ha annunciato su Twitter di voler lanciare un sito per votare pubblicamente la credibilità di giornalisti e testate giornalistiche. Ha detto di volerlo chiamare Pravda, “Verità”, mutuando il nome dall’organo di stampa ufficiale della propaganda sovietica ai tempi dell’Urss. Potrebbe sembrare uno scherzo, l’ennesima provocazione del miliardario americano, ma presto il fondatore di Tesla fa capire che dietro c’è un’irritazione reale verso i media.

L’idea è stata lanciata e sostenuta in una serie di tweet nelle ultime 48 ore, dove Musk ha cominciato col criticare i giornali che raccontano notizie negative su Tesla, di cui è amministratore delegato, accusandoli di essere al soldo dei giganti del petrolio e dell’automotive che fanno pubblicità sui giornali e schiavi dei click per generare utili.

“È tempo di dirlo. Ogni volta si criticano i media, i media ti accusano di essere come Trump. Perché credete sia stato eletto? Perché nessuno crede più in voi. Avete perso la vostra credibilità molto tempo fa”, ha scritto il miliardario americano che poi risponde ad una serie di tweet dando, messaggio dopo messaggio, forma alla sua idea e cercando sostegno popolare. La piattaforma vorrebbe chiamarla Pravda, scrive, e “anche se ad alcuni non importa dei punteggi, interesseranno ai giornalisti e agli editori. È questa (la credibilità, ndr) che li definisce”.

 

In cerca di consenso popolare dopo l'attacco ai media, già ampiamente suffragato da decine di migliaia di condivisioni, Musk lancia un sondaggio tra i propri follower sulla necessità o meno di creare questa piattaforma: le risposte che decide come alternativa sono: “Si, sarebbe una cosa buona”, oppure “No, i media sono fantastici”. Risultato? 681.097 voti in cui la prima risposta, quella che vorrebbe l’istituzione della Pravda, raccoglie l’88% dei voti. Una percentuale bulgara, in consono stile sovietico.

Poi si rivolge direttamente ai giornali, sfidandoli: “Se lavorate nei media e non volete che esista la mia Pravda, scrivete un articolo per dire ai vostri lettori di votare contro”. Ovviamente questo non fa che aumentare il numero di favorevoli alla Pravda compiacendo Musk che gioisce sul social poco dopo:

"Coraggio media, potete farcela! Convincete le persone a votare per voi. In fin dei conti siete i media!"

 

Non è la prima volta che Musk litiga con i giornalisti su Twitter. Quando lo scorso 2 aprile il sito di informazione sull’economia digitale, The Information, considerato tra i più autorevoli del settore, pubblica un articolo in cui si rivela che il numero uno di Tesla ha rimpiazzato il capo della produzione dei modelli Tesla prendendone il posto, attacca pubblicamente l’autore dello scoop, senza smentire la veridicità della notizia.

E quando il cronista della testata gli chiede un’intervista per chiarire la faccenda replica di non avere tempo, “sono impegnato a costruire automobili”. Anche nell’ultima serie di tweet, poco prima di lanciare il sondaggio, si scontra con un cronista di Slate, altro sito americano accusato di scrivere notizie negative su Tesla, che gli ricorda come Tesla abbia avuto un’ottima copertura mediatica per molti anni e che le notizie critiche di questi mesi sulla capacità di rispettare gli ordini dei modelli è dovuto ad un problema reale della casa automobilistica.

Difficile capire se Musk andrà fino in fondo alla sua idea, ma l’ipotesi di creare un portale pubblico dove votare il lavoro dei giornalisti e delle testate, applicando quindi ai media la stessa logica di voto delle piattaforme digitali come Tripadvisor o Deliveroo, non sarebbe senza conseguenze per la libertà delle testate e dei giornalisti, che potrebbero trovarsi sotto la spada di Damocle del voto popolare sul 'gradimento' dei loro contenuti, o sulla loro aderenza o meno alla verità dei fatti. Ma al di là delle questioni etiche, e deontologiche, e al di là delle provocazioni sui social, Musk ha la forza, e al momento il consenso, per poterlo fare. 

Agi News

Stati Uniti e Cina si stanno mettendo d’accordo per chiudere la guerra dei dazi?

La Cina definisce “costruttivi” i colloqui in corso con gli Stati Uniti sulla risoluzione delle dispute commerciali, ma smentisce l’offerta da duecento miliardi di dollari per ridurre il surplus con gli Usa, come dichiarato in forma anonima da un funzionario di Washington nelle scorse ore. “Questo rumor non è vero”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Lu Kang in conferenza stampa. 

Lu ha aggiunto, senza scendere nel dettaglio, che i colloqui di Washington tra Cina e Stati Uniti sul commercio, giunti al secondo round dopo il primo svoltosi a Pechino il 3 e 4 maggio scorsi, “a quanto so, sono in corso e sono costruttivi”.

Giunto a Washington, il vice primo ministro cinese con delega agli affari economici e finanziari, Liu He, ha incontrato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a cui ha ribadito che la Cina vuole “gestire in maniera appropriata” le divergenze sul commercio con gli Usa per un “reciproco beneficio”, secondo quanto riporta l’emittente televisiva statale cinese, China Central Television.

Pace sul sorgo

In un segnale di distensione, il ministero del Commercio aveva annunciato l’interruzione dell'inchiesta anti-dumping sulle importazioni di sorgo dagli Stati Uniti, che erano soggette, secondo misure temporanee decise il mese scorso a dazi del 178,6%.

La Cina ha deciso di terminare le indagini anti-dumping sulle importazioni di sorgo proveniente dagli Stati Uniti perché “non sono nell’interesse pubblico”.

La decisione è stata annunciata da un comunicato diffuso dal ministero del Commercio, che cita i timori di un aumento dei costi segnalati da chi lavora nel settore e crescenti difficoltà per il settore agricolo.

Le indagini erano state lanciate a febbraio, e il 17 aprile scorso il ministero aveva deciso l’applicazione di una tariffa temporanea anti-dumping del 178% sul sorgo importato dagli Stati Uniti.

Lo scorso anno la Cina ha importato sorgo dagli Usa per 1,1 miliardi di dollari e la decisione di imporre dazi avveniva nel pieno delle tensioni sul commercio tra Cina e Stati Uniti. Il sorgo è utilizzato in Cina sia come mangime che per la produzione di alcolici.

Zte sullo sfondo

L’atmosfera tra Cina e Stati Uniti sul commercio si è rasserenata negli ultimi giorni. I colloqui – che si concluderanno il 19 maggio – seguono all’apertura di Trump, rispetto al caso Zte, oggetto di un bando settennale per la vendita di componenti al gigante della tecnologia cinese sull’accusa di esportazioni illegali verso l’Iran, che verrà preso nuovamente in considerazione dal Dipartimento del Commercio di Washington su richiesta dello stesso Trump. Una decisione che ha tuttavia sollevato le critiche della fronda anti-cinese alla Casa Bianca. 

Agi News