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Il G20 in Giappone non impegnerà gli Usa a fermare la guerra dei dazi

Il G20 di Fukuoka, in Giappone, cede alle pressioni di Washington, e rinuncia a impegnare gli Stati Uniti per una pace nella guerra commerciale che sta destabilizzando l’economia mondiale.

Inaugurata dagli Stati Uniti contro la Cina, la guerra dei dazi è “la principale minaccia” alla crescita globale, ha affermato Christine Lagarde, ma la dichiarazione rilasciata dal direttore del Fondo monetario internazionale ai giornalisti dice ciò che gli sherpa dell’amministrazione Trump hanno voluto fosse eliminato nel comunicato finale del vertice, ancora non ufficiale.

Insieme a questa presa d’atto è stato censurato il riferimento “al riconoscimento della necessità di risolvere le tensioni nel commercio”, pur affermando che esse si sono “intensificate”: gli americani, osservano gli analisti, vogliono evitare di assumersi formalmente responsabilità in grado di contraddire le iniziative in corso contro Pechino.

Così, il comunicato finale ripercorrerà sostanzialmente quello diramato lo scorso dicembre al termine del G20 di Buenos Aires, dove i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali invitarono Washington e Pechino a una tregua di almeno cinque mesi, poi rotta a maggio, quando entrambe le parti hanno cominciato a imporre l’una all’altra aumenti dei dazi.

I ministri del G20, afferma la bozza, “continueranno a lavorare sui rischi in corso e sono pronti a prendere ulteriori azioni”. In realtà, ha chiarito ancora Lagarde, la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina potrebbe “danneggiare” le opportunità di ripresa. “Ci siamo riuniti in un momento di stabilizzazione dell’economia – ha aggiunto Lagarde – ma la rotta è precaria”.

Una convergenza, pur vaga, sembra invece essere stata trovata sulla opportunità di tassare i giganti del web, come Amazon, Google e Facebook. Il G20 si impegna a “raddoppiare” entro la fine del prossimo anno gli impegni per arrivare alla meta. L’idea, secondo le indiscrezioni circolate ieri, e’ di tassare Facebook, Google e altre multinazionali digitali non piu’ sulla presenza fisica, dove si trovano i loro uffici, ma in base a dove registrano le loro entrate.

Agi

Perché Musk ha dichiarato guerra ai media (e quali potrebbero essere le conseguenze)

Elon Musk ha annunciato su Twitter di voler lanciare un sito per votare pubblicamente la credibilità di giornalisti e testate giornalistiche. Ha detto di volerlo chiamare Pravda, “Verità”, mutuando il nome dall’organo di stampa ufficiale della propaganda sovietica ai tempi dell’Urss. Potrebbe sembrare uno scherzo, l’ennesima provocazione del miliardario americano, ma presto il fondatore di Tesla fa capire che dietro c’è un’irritazione reale verso i media.

L’idea è stata lanciata e sostenuta in una serie di tweet nelle ultime 48 ore, dove Musk ha cominciato col criticare i giornali che raccontano notizie negative su Tesla, di cui è amministratore delegato, accusandoli di essere al soldo dei giganti del petrolio e dell’automotive che fanno pubblicità sui giornali e schiavi dei click per generare utili.

“È tempo di dirlo. Ogni volta si criticano i media, i media ti accusano di essere come Trump. Perché credete sia stato eletto? Perché nessuno crede più in voi. Avete perso la vostra credibilità molto tempo fa”, ha scritto il miliardario americano che poi risponde ad una serie di tweet dando, messaggio dopo messaggio, forma alla sua idea e cercando sostegno popolare. La piattaforma vorrebbe chiamarla Pravda, scrive, e “anche se ad alcuni non importa dei punteggi, interesseranno ai giornalisti e agli editori. È questa (la credibilità, ndr) che li definisce”.

 

In cerca di consenso popolare dopo l'attacco ai media, già ampiamente suffragato da decine di migliaia di condivisioni, Musk lancia un sondaggio tra i propri follower sulla necessità o meno di creare questa piattaforma: le risposte che decide come alternativa sono: “Si, sarebbe una cosa buona”, oppure “No, i media sono fantastici”. Risultato? 681.097 voti in cui la prima risposta, quella che vorrebbe l’istituzione della Pravda, raccoglie l’88% dei voti. Una percentuale bulgara, in consono stile sovietico.

Poi si rivolge direttamente ai giornali, sfidandoli: “Se lavorate nei media e non volete che esista la mia Pravda, scrivete un articolo per dire ai vostri lettori di votare contro”. Ovviamente questo non fa che aumentare il numero di favorevoli alla Pravda compiacendo Musk che gioisce sul social poco dopo:

"Coraggio media, potete farcela! Convincete le persone a votare per voi. In fin dei conti siete i media!"

 

Non è la prima volta che Musk litiga con i giornalisti su Twitter. Quando lo scorso 2 aprile il sito di informazione sull’economia digitale, The Information, considerato tra i più autorevoli del settore, pubblica un articolo in cui si rivela che il numero uno di Tesla ha rimpiazzato il capo della produzione dei modelli Tesla prendendone il posto, attacca pubblicamente l’autore dello scoop, senza smentire la veridicità della notizia.

E quando il cronista della testata gli chiede un’intervista per chiarire la faccenda replica di non avere tempo, “sono impegnato a costruire automobili”. Anche nell’ultima serie di tweet, poco prima di lanciare il sondaggio, si scontra con un cronista di Slate, altro sito americano accusato di scrivere notizie negative su Tesla, che gli ricorda come Tesla abbia avuto un’ottima copertura mediatica per molti anni e che le notizie critiche di questi mesi sulla capacità di rispettare gli ordini dei modelli è dovuto ad un problema reale della casa automobilistica.

Difficile capire se Musk andrà fino in fondo alla sua idea, ma l’ipotesi di creare un portale pubblico dove votare il lavoro dei giornalisti e delle testate, applicando quindi ai media la stessa logica di voto delle piattaforme digitali come Tripadvisor o Deliveroo, non sarebbe senza conseguenze per la libertà delle testate e dei giornalisti, che potrebbero trovarsi sotto la spada di Damocle del voto popolare sul 'gradimento' dei loro contenuti, o sulla loro aderenza o meno alla verità dei fatti. Ma al di là delle questioni etiche, e deontologiche, e al di là delle provocazioni sui social, Musk ha la forza, e al momento il consenso, per poterlo fare. 

Agi News

Stati Uniti e Cina si stanno mettendo d’accordo per chiudere la guerra dei dazi?

La Cina definisce “costruttivi” i colloqui in corso con gli Stati Uniti sulla risoluzione delle dispute commerciali, ma smentisce l’offerta da duecento miliardi di dollari per ridurre il surplus con gli Usa, come dichiarato in forma anonima da un funzionario di Washington nelle scorse ore. “Questo rumor non è vero”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Lu Kang in conferenza stampa. 

Lu ha aggiunto, senza scendere nel dettaglio, che i colloqui di Washington tra Cina e Stati Uniti sul commercio, giunti al secondo round dopo il primo svoltosi a Pechino il 3 e 4 maggio scorsi, “a quanto so, sono in corso e sono costruttivi”.

Giunto a Washington, il vice primo ministro cinese con delega agli affari economici e finanziari, Liu He, ha incontrato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a cui ha ribadito che la Cina vuole “gestire in maniera appropriata” le divergenze sul commercio con gli Usa per un “reciproco beneficio”, secondo quanto riporta l’emittente televisiva statale cinese, China Central Television.

Pace sul sorgo

In un segnale di distensione, il ministero del Commercio aveva annunciato l’interruzione dell'inchiesta anti-dumping sulle importazioni di sorgo dagli Stati Uniti, che erano soggette, secondo misure temporanee decise il mese scorso a dazi del 178,6%.

La Cina ha deciso di terminare le indagini anti-dumping sulle importazioni di sorgo proveniente dagli Stati Uniti perché “non sono nell’interesse pubblico”.

La decisione è stata annunciata da un comunicato diffuso dal ministero del Commercio, che cita i timori di un aumento dei costi segnalati da chi lavora nel settore e crescenti difficoltà per il settore agricolo.

Le indagini erano state lanciate a febbraio, e il 17 aprile scorso il ministero aveva deciso l’applicazione di una tariffa temporanea anti-dumping del 178% sul sorgo importato dagli Stati Uniti.

Lo scorso anno la Cina ha importato sorgo dagli Usa per 1,1 miliardi di dollari e la decisione di imporre dazi avveniva nel pieno delle tensioni sul commercio tra Cina e Stati Uniti. Il sorgo è utilizzato in Cina sia come mangime che per la produzione di alcolici.

Zte sullo sfondo

L’atmosfera tra Cina e Stati Uniti sul commercio si è rasserenata negli ultimi giorni. I colloqui – che si concluderanno il 19 maggio – seguono all’apertura di Trump, rispetto al caso Zte, oggetto di un bando settennale per la vendita di componenti al gigante della tecnologia cinese sull’accusa di esportazioni illegali verso l’Iran, che verrà preso nuovamente in considerazione dal Dipartimento del Commercio di Washington su richiesta dello stesso Trump. Una decisione che ha tuttavia sollevato le critiche della fronda anti-cinese alla Casa Bianca. 

Agi News

Cina e Usa si stanno mettendo d’accordo per mettere fine alla guerra dei dazi

Cina e Usa potrebbero presto accantonare le tensioni commerciali, rinfocolatesi dopo il caso Zte, e aprire un negoziato per evitare la guerra dei dazi, che nessuno dei due litiganti vuole. Pechino ha dichiarato il proprio apprezzamento per la possibilità dell'arrivo del segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, il quale sabato scorso, a margine di un meeting del Fondo Monetario Internazionale a Washington, aveva dichiarato che un viaggio in Cina per discutere le questioni economiche e commerciali è "preso in considerazione" dall'amministrazione Usa guidata da Donald Trump.

Mnuchin non si è sbilanciato in pronostici sulla tempistica, ma ha detto di essere “prudentemente ottimista” sulla possibilità di raggiungere un accordo con Pechino, stando all'agenzia Reuters. Un segnale di disgelo che trova conferma nelle dichiarazioni del governo cinese: "La Cina ha ricevuto informazioni sull'auspicio degli Stati Uniti di discutere a Pechino le questioni economiche e commerciali, cosa che la Cina accoglie con favore", ha reso noto il ministero del Commercio di Pechino attraverso un portavoce.

La Cina mete i puntini sulle i. Ribadisce la propria opposizione al protezionismo commerciale e il proprio sostegno al sistema di commercio multilaterale dalle pagine del suo giornale più rappresentativo: il Quotidiano del Popolo. Lo fa con un articolo pubblicato a firma del ministro del Commercio di Pechino, Zhong Shan. La Cina, scrive il ministro prendendo le mosse dal discorso pronunciato il 10 aprile dal presidente cinese, Xi Jinping, al Boao Forum for Asia sull'isola di Hainan, "deve opporsi fermamente a tutte le forme di protezionismo, promuovere il commercio globale e la liberalizzazione e la facilitazione degli investimenti". 

Da parte sua, Mnuchin ha speso parole di apprezzamento sulle recenti aperture di mercato ai settori assicurativo e bancario annunciate dal governatore della banca centrale cinese, Yi Gang, nei giorni scorsi; i due si sono incontrati all'incontro del del Fondo monetario, ha dichiarato lo stesso segretario al Tesoro. Parole di elogio sono giunte all’indirizzo del governo cinese anche in merito al sostegno alle sanzioni delle Nazioni Unite contro la Corea del Nord, all’indomani dell’annuncio di Kim Jong-un della sospensione dei test missilistici e nucleari, che ha avuto il plauso di Cina e degli Stati Uniti.

La posta in gioco non è altissima ma neanche irrilevante: si parla di dazi e controdazi su merci di importazione dal valore complessivo di 150 miliardi da ambo le parti. Balzelli che in realtà, secondo gli osservatori, nessuno dei due intende perseguire (Trump è esasperato dal surplus commerciale con la Cina e dalla necessità di proteggere le tecnologie americane dai presunti furti cinesi).

La Cina non ha voluto dare l’impressione di cedere alle richieste di Washington, scrive il Financial Times, ma gli americani hanno registrato come un successo l’ulteriore apertura del mercato delle auto alle compagnie a stelle e strisce, a lungo richiesta da parte americana. Donald Trump si è detto "molto grato" al presidente cinese "per le belle parole” pronunciate dal presidente cinese alla "Davos Asiatica", quando Xi ha promesso tariffe più basse per le auto straniere sul mercato cinese.

Questi passi in avanti rischiano di essere frenati da almeno due focolai accesi.

Il primo riguarda la decisione del Dipartimento del Commercio Usa di vietare alle aziende americane le vendite per sette anni di componenti al colosso delle telecomunicazioni Zte; un provvedimento bollato come “ingiusto” dal colosso di Shenzhen che, in una durissima nota, dice di essere pronto a tentare tutte le vie legali per opporsi a un blocco che potrebbe portarla a fallire.

Il secondo ha a che fare con la possibilità contemplata dalla Casa Bianca di applicare l’International Emergency Powers Act (IEEPA) per bloccare lo shopping cinese di tecnologie Usa, scrive il Sole 24 Ore. Cioè? Si tratta di una legge che risale al 1977, usata per imporre sanzioni agli “oligarchi” russi, al regime di Pyongyang e a terroristi internazionali. Ora Washington la vuole usare per fermare la corsa cinese al predominio delle tecnologie del futuro.

Gli attriti politici possono avere ripercussioni negative sulle acquisizioni cinesi all’estero, che l’anno scorso hanno registrato una brusca frenata.  Stando a un rapporto stilato da Baker McKenzie e Rhodium Group, gli investimenti diretti cinesi negli Stati Uniti sono calati del 35% nel 2017, scendendo a 30 miliardi di dollari (il calo in Europa è stato del 22%). Questa flessione è da imputare in parte ai controlli delle autorità di Pechino sul movimento di capitali (il governo ha diviso in tre categorie gli investimenti all’estero dei giganti cinesi: vietati, soggetti a restrizioni o incoraggiati), ma anche alle attività di interdizione esercitate dall’agenzia Usa sugli investimenti esteri: Cfius, che avrebbe bloccato progetti per 8 miliardi. 

“Rapporti commerciali che riguardano lo scambio di beni e servizi e investimenti diretti sono in qualche modo correlati", ha commentato all'Agi Marco Marazzi, avvocato di Baker McKenzie. "Gli Usa – ha sottolineato – probabilmente dimenticano che una parte del deficit commerciale è dovuto a società americane che producono in Cina ed esportano parti o prodotti finiti, e che non sempre potrebbero rilocalizzarsi in America. Poi ci sono le aziende americane che producono per il grande mercato cinese locale. La guerra commerciale può indirettamente colpire questi investimenti e quindi ogni mossa va valutata con attenzione"

 

Agi News

La guerra commerciale Usa-Cina fa un’altra vittima eccellente. Il gigante Zte

La Cina chiede agli Stati Uniti di gestire correttamente la questione riguardante il gigante delle telecomunicazioni Zte, dopo che ieri il Dipartimento del Commercio del Commercio di Washington aveva vietato le vendite di componenti per sette anni al gruppo cinese, accusato di aver violato l’accordo raggiunto dopo essere stato pizzicato a esportare illegalmente tecnologia statunitense verso l'Iran e la Corea del Nord. Lo ha reso noto oggi il Ministero del Commercio di Pechino in una nota comparsa sul suo sito web. 

Il Ministero cinese ha assicurato che “presterà molta attenzione” alla questione e si dice “pronto ad adottare le misure necessarie” per salvaguardare i diritti e gli interessi legittimi delle aziende cinesi. Dopo il divieto, reso noto nelle scorse ore, il gigante della telefonia cinese ha deciso la sospensione delle contrattazioni sulla piazza di Hong Kong. “Al momento, il gruppo sta valutando la gamma di potenziali implicazioni sul gruppo di questo evento ed è in comunicazione con le parti in questione per rispondere di conseguenza”.

Zte è l’ultima vittima della guerra commerciale tra le due principali economie del mondo, che non accenna a placarsi. Il gruppo cinese, nato a Shenzhen come il concorrente Huawei, tra le prime quattro società di telecomunicazioni al mondo, con un valore di 20 miliardi di dollari, in Italia sta realizzando reti 5G e smart cities con partner locali attraverso la creazione di centri di ricerca. Ma negli Usa, entrambi i colossi sono da anni sotto lo scrutinio dei parlamentari federali, che li considerano potenziali attori di cyberintelligence contro gli interessi nazionali americani.

Il divieto alle aziende americane di vendere componenti al colosso cinese non è una buona notizia per società come Dolby e Qualcomm; quest’ultima potrebbe andare incontro a perdite consistenti giacché la fornitura a Zte negli Stati Uniti è soggetta a restrizioni. Anche i servizi mobile di Google, come Google Play App, rischiano di finire nel mirino. Ma il bando potrebbe essere catastrofico soprattutto per ZTE: le compagnie Usa riforniscono il 25-30% dei componenti utilizzati negli equipaggiamenti del gruppo cinese.

L’anno scorso, Zte era stata giudicata colpevole di aver ceduto illegalmente equipaggiamento per le tlc a Corea del Nord e Iran. Nel marzo del 2017, il gruppo cinese e l’amministrazione statunitense aveva siglato un accordo, che imponeva alla società sanzioni per 1,1 miliardi di dollari, oltre a prevedere tagli dei bonus ai dipendenti giudicati colpevoli. Oggi l’amministrazione accusa il gruppo di aver mentito all’ufficio per la sicurezza e l’industria (qui la ricostruzione di Milano Finanza). Zte, riporta l’agenzia Reuters, si sarebbe limitata a licenziare quattro dirigenti, pagando regolarmente i bonus ai 35 dipendenti coinvolti nelle operazioni illecite. Puntuto il commento del segretario al Commercio, Wilbur Ross: “Zte –  ha detto – ha ingannato il dipartimento. Anziché procedere contro lo staff e il management, li ha premiati. Si tratta di un comportamento vergognoso che non possiamo ignorare”.

Non solo. Scrive The Verge che il gruppo all’epoca si era detto d’accordo a rinunciare alla posizione vantaggiosa nell’export qualora non fosse riuscita a rispettare gli accordi. Esattamente lo scenario che si sta delineando in queste ore.

Zte è nel mirino anche delle autorità anglosassoni. Il National Cyber Security Centre (gestore della cybersicurezza), ha caldamente invitato le aziende delle telecomunicazioni locali a non utilizzare equipaggiamenti o servizi forniti dal gruppo, considerati una minaccia alla sicurezza nazionale. La lettera indirizzata alle compagnie nazionali, anticipata dal Financial Times, sottolinea che la presenza di Zte nel mercato, che va ad aggiungersi a quella già pervasiva di Huawei, renderebbe ancora più difficile “mitigare il rischio di interferenze esterne”.

Telefoni, computer e fibra ottica: gli Stati Uniti si sentono osservati da Pechino, e per questo vogliono limiutare la diffusione delle tecnologie per le telecomunicazioni cinesi nel Paese. Il 13 febbraio, durante una seduta della Commissione del Senato sull’intelligence, i direttori delle sei principali sigle dei servizi segreti americane hanno espresso la loro preoccupazione per il successo di aziende provenienti dalla Repubblica Popolare.

Huawei, terza al mondo per volumi di vendita dopo Samsung e Apple, a gennaio dello scorso anno, si era vista saltare l'accordo con il gestore AT&T per la vendita degli smartphone negli Stati Uniti. Un articolo apparso il 17 aprile sul New York Times, suggerisce che il recente licenziamento di 5 dipendenti americani, tra cui William Plummer, principale responsabile dei contatti con la Casa Bianca, potrebbe essere il segnale che sotto la guida di Zhang Ruijun, arrivato nove mesi fa dopo aver diretto il gruppo in Messico a in Russia, la strategia del colosso nel mercato a stelle e strisce stia per cambiare.

Washington slega le sanzioni contro Zte dalle crescenti tensioni commerciali con Pechino. Trump è esasperato dal surplus commerciale con la Cina e dalla necessità di proteggere le tecnologie americane dai presunti furti cinesi, come dimostra la recente proposta di applicare dazi sull’importazione di merci cinesi, legati alla tutela della proprietà intellettuale.

La Cina replica alle accuse del presidente degli Stati Uniti di manipolazione della valuta, definendo “caotiche” le informazioni provenienti da Washington. Ieri, su Twitter, Trump aveva accusato Cina e Russia di manipolazione delle rispettive valute, nonostante l’ultimo rapporto del Dipartimento del Tesoro di solo tre giorni prima avesse escluso la presenza di Paesi manipolatori di valuta a sostegno delle esportazioni tra i maggiori partner commerciali di Washington. 

“Sembra che le informazioni rilasciate dagli Stati Uniti siano un po’ caotiche”, ha dichiarato nella conferenza stampa odierna la portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying. “Non importa quello che dicono gli altri, continueremo stabilmente a promuovere la riforma del meccanismo del tasso di cambio del renminbi”, altro nome della valuta cinese. Ieri intanto la People’s bank of China ha rafforzato leggermente lo yuan nei confronti del dollaro.

Aperture e chiusure: il governo cinese ha annunciato che eliminerà i limiti alle quote in possesso di investitori stranieri nel settore dell’automotive entro il 2022, ma ha contestualmente reso noto che imporrà dazi antidumping provvisori sul cereale sorgo importato dagli Stati Uniti. Si aggiunge così un'altra pressione alle già accresciute battaglie commerciali tra Pechino e Washington. Le tariffe sul sorgo danneggerebbero gli agricoltori in Stati come Kansas, Texas, Colorado e Oklahoma, i principali Stati repubblicani che costituiscono la base del presidente Donald Trump. 

Agi News

Qual è il gioco politico dietro la guerra dei dazi tra Usa e Cina

“La Cina ha mostrato la sua spada in meno di 24 ore, con la stessa forza e la stessa proporzione di quella degli Stati Uniti”. Lo scrive oggi, giovedì 5 aprile, il Quotidiano del Popolo, sfoderando l’orgoglio nazionale per la velocità della risposta cinese – 11 ore – alla proposta di dazi proveniente da Washington.  

Se oltre 1.300 prodotti tecnologici di importazione cinese andranno incontro ai dazi di Trump, sono 106 quelli elencati nella lista diffusa dal governo di Pechino, tra cui le maggiori voci di importazione: dai semi di soia, agli aeromobili (la Cina è tra i maggiori clienti di Boeing), alle automobili. Pechino e Washington hanno alzato barriere su 50 miliardi di dollari ciascuno. Del resto la Cina aveva promesso reciprocità in un guerra che dice di non aver mai voluto.  

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Oggi il governo cinese, per bocca dell’ambasciatore negli Usa, Cui Tiankai,  ha chiesto agli Stati Unti di accantonare l'esito delle indagini dello Us Trade Representative sulle presunte violazioni della proprietà intellettuale da parte di gruppi cinesi a danno delle imprese Usa.

L’imposizione di dazi sui semi di soia è una lama a doppio taglio: oltre a colpire i produttori americani potrebbe avere ripercussioni anche sui consumatori cinesi. Un aumento del prezzo della soia inciderebbe sul prezzo della carne di maiale (i suini si nutrono di soia). “La Cina con i dazi sull’importazione di semi di soia fa male ai consumatori cinesi, ma fa più male a Donald Trump perché colpisce la sua base elettorale”, dice Michele Geraci, economista, docente di finanza alla Nottingham University Business School China di Shanghai.

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“I produttori di soia del Midwest vengono penalizzati più di tutti”, elabora Geraci.  “La Cina – continua – può comprare più soia dal Brasile, che nel 2012 ha surclassato gli Usa come maggior fornitore. La concorrenza non è tra produttori americani e cinesi, perché la Cina produce un quarto di quello che consuma: questa mossa di Pechino piuttosto crea zizzania tra Usa e Sud America”.

C’è un grande ma: il Brasile, che si sta leccando i baffi (la quota di export di soia verso la Cina ha toccato la cifra record nel 2017), non può aumentare la produzione per sopperire alla quota che Pechino importa dagli Usa.

In questo quadro nessun Paese esce davvero vincitore.

“La Cina però può tentare la riforma agraria”, spiega Geraci. L’approvvigionamento domestico è il grande dilemma di Pechino. Guardiamo i numeri. La Cina produce 15 milioni di tonnellate di soia e ne consuma circa 70 milioni (dati del 2011). “La guerra dei dazi – sottolinea l’analista – è un’occasione da non perdere per accelerare la riconversione della propria struttura produttiva agraria”. E’ di pochi giorni fa la notizia di maggiori sussidi ai produttori cinesi di soia per tagliare le riserve di cereali (250 milioni nel 2017).  

Meno grano, più soia

Per capire bisogna fare un passo indietro, alla fine degli anni Ottanta. All'estate del 1989, per la precisione. “L’inflazione elevata – spiega Geraci – è stata tra le cause delle proteste democratiche del 4 giugno sfociate in sanguinosa repressione. Solo dopo il governo ha deciso di aumentare la produzione di grano promuovendo politiche che mirassero ad abbassare i prezzi dei cereali (riso, grano, ecc: alimenti di base)”. Sono anni in cui il reddito procapite è molto basso e l’incidenza della spese per il cibo molto alta.

Nel frattempo le riforme di apertura promosse da Deng Xiaoping hanno avviato il miracolo economico e così dieci anni dopo, alla fine degli anni novanta, “l’aumento del reddito procapite si riflette sull’incremento della domanda di carne e quindi di semi di soia. La Cina inizia a consumare i semi oleosi: commodity fondamentale per la produzione di olio (di cui i cinesi sono grandi consumatori) e per l’alimentazione dei suini (di cui la Cina è il maggior produttore e consumatore)”. E' a questo punto che la Cina si trova in deficit di soia e inizia a importarla da fuori.

Nel 2017 la Cina importa 50,93 milioni di tonnellate dal Brasile (il 54% del totale), 32,9 milioni dagli Stati Uniti (il 34,4%), la quota più bassa dal 2006, e circa 8 milioni dall’Argentina.

“La riconversione non è immediata – dice Geraci – si parla di un effetto di medio termine. Ma la Cina è una economia pianificata e per farlo le bastano due anni”.

Leggi anche: Perché i controdazi di Pechino penalizzano la base elettorale di Trump

Una guerra che costa solo 15 miliardi

I dazi sono stati annunciati, non sono ancora concreti.  “Al termine di 60 giorni avremo l'imposizione delle nuove tariffe", ha tuonato oggi il consigliere di Donald Trump alla Casa Bianca, Peter Navarro, considerato un 'falco', sottolineando che “se non agiamo ora non avremo futuro”.  

La Casa Bianca, tra i dazi su acciaio e alluminio e l'ultima lista vuole applicare balzelli per un valore complessivo di quasi 60 miliardi sulle merci importate dalla Cina. Lo stesso ammontare annunciato da Pechino, mettendo insieme le due liste (128 da 3 miliardi e 106 da 50 miliardi).  

Quanto valgono questi dazi sul totale dell’importazione? Si tratta di 60 miliardi di merci su cui vengono applicati dazi fino al 25%. Tradotto in dollari: 15 miliardi. “Non tantissimo”, spiega Geraci. La Cina ha un surplus commerciale nei confronti degli Usa di 370 miliardi, cioè 20 volte il valore dei dazi.

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Letta così, la guerra commerciale sembra una scaramuccia. “Se ci si ferma qui non succede niente di grave”, spiega Michele Geraci. 

Non è una guerra economica ma una battaglia geopolitica. Con obiettivi diversi (lo spiega qui il Foglio)

“Trump punta a ristabilire l’ordine del commercio mondiale”, dice Geraci. “Il libero commercio tende a penalizzare le fasce più deboli della società, quelle di cui Trump ha promesso di occuparsi”. Gli operai e gli agricoltori del Midwest che hanno votato il presidente americano e che la Cina sapientemente vuole colpire. “Trump – continua Geraci – colma il vuoto lasciato dalla sinistra, che da protettrice delle fasce vulnerabili, è diventata elitaria e gauche caviar”. Trump, in vista delle primarie del 2020, deve ridistribuire la ricchezza, concedere sussidi ai produttori colpiti dai dazi cinesi con i soldi che si liberano dalla riduzione del deficit.

In altre parole, l’obiettivo dell’inquilino della Casa Bianca “non è far male all’economia cinese, ma riscrivere le regole del commercio internazionale, convinto che la Cina non ne faccia parte e che gli accordi di libero scambio siano dannosi per gli Stati Uniti”, dice Geraci.

Xi Jinping porta avanti una battaglia completamente diversa. “Vuole porsi come paladino del libero mercato per continuare a esportare prodotti Made in China in giro per il mondo”, spiega l’economista.

Trump colpisce i settori strategici del piano Made in China 2025. Ma lo schiaffo è relativamente debole. “La Cina non esporta commodities, ma prodotti manifatturieri, acciaio e alluminio”. Proprio i settori nel mirino della Casa Bianca (1.333 prodotti su cui applicare tasse del 25%: la più dura iniziativa unilaterale messa in campo da Donald Trump). “La Cina, per dire, esporta solo un miliardo di acciaio”, spiega l’economista.“ E' di 450 miliardi di dollari il valore complessivo dell'export cinese negli Usa, un mercato grande per la Cina che però punta anche su altri mercati in crescita: Asia e Africa”, dice Geraci.

“Questa pseudo guerra fatta con quattro soldi e dall’impatto minimo è già quasi finita”, dice l’economista. Ragioniamo sui numeri.  “La Cina – calcola Geraci – importa dagli Usa 130 miliardi. 60 sono già oggetto di dazi, ne restano all’incirca altri 70 su cui imporre balzelli, poi la guerra è finita. I dazi dal 25% possono salire al 60%, ma la Cina ha già colpito metà delle importazioni”. Che valgono, abbiamo visto, 15 miliardi. Noccioline. E siamo già a metà. Questa guerra commerciale ha una fine naturale. “Ci si può far male ma non troppo”.

“Una guerra che ha iniziato la Cina 18 anni fa quando è entrata nel Wto senza rispettarne le regole”, ha detto Geraci. “Pechino non dovrebbe fare dumping monetario, ovvero tenere bassi i tassi di interesse come ha fatto per venti anni. Trump ha ragione. Nel botta e risposta la Cina si difende facendo appello alla reciprocità: i dazi sono più alti perché 'siamo ancora un Paese in via di sviluppo', dice Pechino, che considera ingiusta qualsiasi misura protezionistica rivolta ai propri prodotti. Una posizione inaccettabile per Trump che pretende coerenza: 'allora non fate libero scambio e comportatevi da tale'".

Mentre la Cina, scaltramente, fa appello proprio al Wto (oggi ha presentato ricorso per i dazi su alluminio e acciaio), "l’obiettivo di Trump è indebolirlo, uscire da tutti gli accordi, dal Nafta all’Organizzazione Mondiale del Commercio, e negoziare nuove intese bilaterali, come dovrà fare la Gran Bretagna dopo il Brexit", dice l'economista. 

“Trump vuole fare un world-exit”. Previsioni? “Ancora un piccolo passo e poi il conflitto si assesterà. Sarà il Wto a decidere sui dazi”, conclude Geraci.

 

Agi News

Tra Washington e Bruxelles è già guerra commerciale?

Donald Trump rilancia nello scontro sui dazi: dopo aver ribadito che le nuove misure sulle importazioni di acciaio ed alluminio riguarderanno anche Ue e Canada, il presidente americano ha minacciato di colpire le auto europee vendute in America se da Bruxelles arriveranno ritorsioni. Un monito che rischia di alimentare una guerra commerciale, al punto che il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha invitato l'Europa a una reazione "misurata".

Fonti vicine al presidente americano citate dal Wall Street Journal hanno riferito che Trump ha escluso che Ue e Canada possano ricevere esenzioni sui dazi del 25% sull'acciaio e del 10% sull'alluminio perché creerebbero "un terreno scivoloso". Poi è arrivato il tweet presidenziale a diffidare il Vecchio continente dall'introdurre rappresaglie commerciali: "Se la Ue vuole aumentare ulteriormente i già massicci dazi e barriere imposte alle società Usa che fanno affari lì, noi semplicemente applicheremo una tassa sulle loro auto che liberamente entrano negli Stati Uniti". "Rendono impossibile vendere le nostre auto (e molte altre cose) da loro", ha aggiunto alludendo ai Paesi europei, "grande squilibrio commerciale!".

In un secondo tweet il presidente americano sottolinea come "gli Stati Uniti hanno 800 miliardi di dollari l'anno di deficit commerciale a causa dei nostri stupidi accordi e delle nostre stupide politiche. I nostri posti di lavoro e la nostra ricchezza vanno a finire in altri Paesi che si sono approfittati di noi per anni. Loro ridono su quanto sciocchi sono stati i nostri leader. Mai più!".

Juncker: "Non nasconderemo la testa sotto la sabbia"

Da Bruxelles, il presidente della commissione Europea, Jean-Claude Juncker, ha replicato spiegando che la Ue potrebbe considerare di imporre dazi su famosi prodotti americani, compresi "Harley-Davidson, il bourbon ed i blue jeans". "Noi vorremmo una relazione ragionevole con gli Usa, ma non possiamo semplicemente mettere la testa sotto la sabbia", ha spiegato. L'Ue penserebbe a tariffe doganali del 25% su circa 3,5 miliardi di dollari di importazioni dagli Stati Uniti. Possibile anche un ricorso alla World Trade Organization insieme agli altri Paesi danneggiati e la valutazione di misure di salvaguardia. L'impressione, però, è che la Casa Bianca non intenda fare retromarce nella nuova guerra commerciale di Trump che, dopo pannelli solari e lavatrici, rischia di chiudere le porte dell'America a materi prime prime fondamentali come acciaio e alluminio, che arrivano soprattutto da Canada, Europa e Cina.

Così Calenda ha sottolineato che "la scelta di Trump di non escludere dai dazi l'Ue rischia di avere serie conseguenze che vanno ben oltre quelle economiche, un'altra frattura in un Occidente già diviso e indebolito". Di qui l'appello all'Ue che "deve avere una reazione misurata per non innescare una guerra commerciale". 

Ma in Usa non tutti stanno col presidente

I dazi Usa suscitano perplessità anche nello staff di Trump: il consigliere economico della Casa Bianca, Gary Cohn, ha minacciato di dimettersi, una decisione che rischia di spaventare i mercati. E il Fondo Monetario Internazionale ha avvertito che "le restrizioni sulle importazioni annunciate dal presidente Usa causeranno probabilmente danni non solo al di fuori dagli Stati Uniti ma anche all'economia statunitense, inclusi il suo settore manifatturiero e quello delle costruzioni".

Agi News