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Come stanno veramente le cose tra Juncker e la Grecia

Vero mea culpa o notizia vecchia? Le dichiarazioni del 15 gennaio del presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, sull’austerità avventata e la mancata solidarietà alla Grecia hanno provocato interesse mediatico e polemiche politiche in Italia.

“Qualche errore è stato fatto, fa piacere se viene ammesso, ma non voglio entrare nel merito delle dichiarazioni di Juncker”, ha reagito il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. “Se ne sono accorti anche a Bruxelles, meglio tardi che mai: tardi, tardissimo, meglio tardissimissimo che mai”, ha detto il ministro dell’Interno e leader della Lega, Matteo Salvini.

“Le lacrime di coccodrillo non mi commuovono. Juncker e tutti i suoi accoliti hanno devastato la vita di migliaia di famiglie con tagli folli mentre buttavano un miliardo di euro l’anno in sprechi come il doppio Parlamento di Strasburgo. Sono errori che si pagano”, ha scritto sul blog delle stelle il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio.

Una cosa che fa notizia solo in Italia

Eppure, aldilà dei confini italiani, le dichiarazioni di Juncker non hanno fatto notizia. Nessun grande giornale internazionale ha ripreso il presunto mea culpa. I giornalisti stranieri che seguono quotidianamente le attività e le dichiarazioni della Commissione e delle altre istituzioni europee non si sono stupiti di fronte alle parole di Juncker sull’austerità.

Quando Juncker litigava con il Fondo monetario

In realtà non è la prima volta che Juncker critica aspramente quella che generalmente definisce “austerità cieca” e il ruolo del Fondo Monetario Internazionale durante la crisi greca. Le divergenze tra Juncker e il Fmi esplosero alla luce del sole – in realtà dei faretti di una conferenza stampa notturna al termine di una riunione dei ministri delle Finanze della zona euro – già nel novembre del 2012.

All’epoca Juncker era presidente dell’Eurogruppo e i ministri europei stavano negoziando con la direttrice del Fmi, Christine Lagarde, le misure che la Grecia avrebbe dovuto adottare per il suo secondo piano di salvataggio. Durante la conferenza stampa, Juncker mostrò pubblicamente tutta la sua irritazione nei confronti del Fmi spiegando che l’obiettivo per riportare il debito greco al 120% del Pil sarebbe stato spostato al 2022 contro il 2020 previsto inizialmente e chiesto dall’istituzione di Washington.

Lagarde reagì esasperata alzando gli occhi e scuotendo la testa in modo vistoso. “Dal nostro punto di vista il calendario appropriato è il 120% entro il 2020”, disse la direttrice del Fmi: “chiaramente abbiamo dei punti di vista diversi”. Nel 2015, arrivato alla presidenza della Commissione e confrontato a una nuova crisi in Grecia, Juncker tornò a scontrarsi con il Fmi sull’attitudine da tenere nei confronti del governo greco, di cui era diventato primo ministro Alexis Tsipras.

Juncker critico dell’austerità

Nei sei mesi che portarono Atene sulla porta di uscita dall’euro, salvo una marcia indietro all’ultimo minuto, la Commissione prese le difese del governo greco, facendo pressioni sul Fmi e su diversi Paesi europei come la Germania per allentare gli impegni in termini di austerità. L’allora ministro delle Finanze tedesco, Wolfang Schaeuble, reagì attaccando il capo di gabinetto di Juncker, Martin Selmayr, a cui fu intimato di non immischiarsi nella gestione del terzo salvataggio greco.

Quanto all’austerità, in diversi discorsi sin dal suo insediamento come presidente della Commissione, Juncker ha avuto un atteggiamento critico. Alla prova dei fatti, la sua Commissione si è mossa per allentare lo sforzo di consolidamento di bilancio di diversi paesi. Nel 2015 l’esecutivo Juncker ha introdotto una comunicazione sulla flessibilità che ha permesso all’Italia di beneficiare di oltre 30 miliardi di margine di manovra aggiuntiva.

Negli anni successivi la Commissione si è rifiutata di sanzionare la Francia con un deficit superiore al 3% e di multare Spagna e Portogallo (in realtà ha imposto una multa di zero euro) per gli sforzi insufficienti rispetto a quanto previsto dal Patto di Stabilità e Crescita. La Commissione Juncker si è attirata le critiche di diversi governi e dell’European Fiscal Board (l’organismo indipendente che valuta l’applicazione del Patto di Stabilità) per aver concesso troppa flessibilità agli Stati membri e non aver fatto rispettare le regole in modo più rigido.

Il rimpianto per l’austerità “avventata”

Il discorso di Juncker all’Europarlamento a Strasburgo è stato pronunciato in occasione dei 20 anni dell’euro davanti a altre istituzioni e personalità più rigide durante la crisi. “Ero presidente dell’Eurogruppo nel momento della più grave crisi economica e finanziaria”, ha ricordato Juncker. “Sì, c’è stata dell’austerità avventata”, ha ammesso il presidente della Commissione. Tuttavia “non perché abbiamo voluto punire quelli che lavorano o sono in disoccupazione, ma perché le riforme strutturali, indipendentemente dal regime monetario in cui ci troviamo restano essenziali”, ha spiegato Juncker, prima di affrontare i suoi rapporti con il Fondo Monetario Internazionale.

“Rimpiango il fatto che abbiamo data troppa importanza all’influenza del Fmi. Eravamo in diversi al momento dell’inizio della crisi a pensare che l’Europa avesse abbastanza muscoli per resistere senza l’influenza del Fmi”, ha detto Juncker, prima di passare alla Grecia. “Ho sempre deplorato questa mancanza di solidarietà che apparsa al momento di quella che è stata chiamata la crisi greca”, ha detto il presidente della Commissione. “Siamo stati insufficientemente solidali con la Grecia. Abbiamo insultato e coperto di invettive la Grecia” ma “mi rallegro del fatto di vedere la Grecia, il Portogallo e altri paesi aver ritrovato, non dico un posto al sole, ma tra le vecchie democrazie europee”. E’ stato un mea culpa? A molti nella plenaria di Strasburgo è apparso come un modo per Juncker di togliersi qualche sassolino dalla scarpa e puntare il dito contro quelli che non lo avevano ascoltato.

Agi

Altro che salvataggio. Gli aiuti alla Grecia sono finiti quasi tutti alle banche

La 'troika' abbandona la Grecia dopo otto anni di commissariamento che lasciano un Paese stremato da tagli durissimi al welfare e una popolazione impoverita dagli effetti recessivi della dottrina dell'austerità. Certo, due anni fa l'economia ha ripreso a crescere e quest'anno dovrebbe raggiungere un'espansione superiore al 2%. I conti sono tornati in ordine, con un deficit sceso lo scorso anno sotto l'1% del Pil. Il costo sociale delle riforme imposte da Ue, Bce e Fmi è stato però elevatissimo. Secondo l'ultimo rapporto Eurostat sulle povertà estreme, un cittadino greco su cinque non riesce a pagare le utenze di luce e gas o acquistare carne regolarmente. Ci sono studi secondo i quali dal 2010 al 2015 la percentuale di greci che ha dovuto rinunciare a spese mediche per mancanza di denaro, potendo contare sempre meno sul sistema sanitario pubblico, è più che raddoppiata, dal 10% al 22%. Il tasso di suicidi, in precedenza bassissimo, e il numero di persone colpite da depressione, nel frattempo, sono aumentati. 

Una vulgata da confutare

Ovviamente Atene ha le sue responsabilità, nelle spese allegre per le Olimpiadi che spinsero i governi di allora a truccare i conti per nascondere la voragine nei bilanci. Ciò non rende però meno inaccettabile la vulgata sugli operosi nordeuropei costretti a mettere mano al portafoglio per "salvare" gli scialacquatori levantini. E non solo perché, a conti fatti, il governo di Berlino ha guadagnato 1,3 miliardi dai prestiti concessi durante la crisi ellenica. I tre piani di prestiti alla Grecia, un totale di 241 miliardi dal 2010 al 2018, sono stati prima di tutto uno strumento per consentire alle banche francesi e tedesche (minima era l'esposizione di quelle italiane) di salvaguardare i propri investimenti nel Paese egeo, investimenti che una 'Grexit' avrebbe ridotto in poltiglia con i prevedibili effetti domino sulle rispettive economie nazionali. A confermarlo fu uno studio dell'European School of Management and Technology di Berlino risalente al maggio 2016, che analizzò la destinazione dei 216 miliardi di prestiti erogati fino ad allora.

I contribuenti europei hanno salvato i privati

Dallo studio risulta che il 95% della somma era stata assorbita dalle banche dell'Eurozona e solo il 5% era concretamente finito nelle casse statali di Atene. "L'Europa e il Fondo Monetario Internazionale negli anni scorsi hanno salvato soprattutto le banche europee e altri creditori privati", spiegò ad Handelsblatt Jorg Rocholl, direttore dell'istituto. Gli economisti che hanno partecipato allo studio hanno esaminato singolarmente ogni prestito per stabilire dove sia finito il denaro e hanno concluso che solo 9,7 miliardi di euro sono stati messi a bilancio dal governo greco a beneficio dei cittadini laddove 86,9 miliardi di euro sono stati utilizzati per rimborsare vecchi debiti, 52,3 miliardi per il pagamento degli interessi e 37,3 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche elleniche. "È un qualcosa che tutti sospettavano ma che pochi sapevano davvero. Ora uno studio lo conferma: per sei anni l'Europa ha tentato invano di porre fine alla crisi in Grecia attraverso i prestiti e chiedendo riforme e misure sempre più dure", sottolineò il quotidiano tedesco, "del fallimento, come ovvio, è maggiormente responsabile la pianificazione dei programmi di salvataggio che il governo greco". In sostanza, chiosò Rocholl, "i contribuenti europei hanno salvato gli investitori privati".

L'Italia ha pagato il conto per gli altri

Buona parte dell'esposizione – attraverso i fondi salva-Stati europei Efsf ed Esm – è passata quindi dalle banche agli Stati. Il problema è che la cifra concretamente versata dagli Stati come quota dei prestiti non ha corrisposto certo all'esposizione del proprio sistema bancario, bensì alla propria partecipazione nei suddetti fondi. Pertanto la Francia, che nel 2011 risultava la più esposta con 60 miliardi di crediti a rischio, se l'è cavata sborsando 46 miliardi di euro, (considerando prestiti bilaterali e quote in Bce, Efsf ed Esm) laddove l'Italia, sempre al 2015, aveva versato ben 40 miliardi a fronte di un'esposizione pari ad appena 10 miliardi. Ancora peggio è andata alla Spagna, che è passata da un'esposizione quasi nulla a 25 miliardi. La Germania – secondo i dati della Banca internazionale dei regolamenti – risultava esposta per 40 miliardi e ne avrebbe versati in totale 60. Ci ha perso pure Berlino, quindi? Non è così semplice, e non solo perché questi dati, non tengono conto dei successivi, complessi spostamenti delle esposizioni e delle plusvalenze sui prestiti realizzate nei tre anni successivi.

"A guardare più da vicino, la ripartizione del credito per tipologia mostra che in realtà sono le banche tedesche le più esposte perché hanno 22,7 miliardi di debito governativo ellenico contro i 15 miliardi della Francia", spiegava allora Formiche, "ed è proprio il debito governativo quello su cui focalizzarsi, come specifica Boris Groendahl in un articolo di Bloomberg". Non solo. Se a settembre 2014, “in valore assoluto solo Belgio e Germania avevano incrementato la loro esposizione al settore pubblico greco", sottolineò Bruegel, "l’unico Paese dove l’esposizione pubblica è aumentata in maniera massiccia come percentuale sul totale è l’Italia”. Tutto questo oggi non potrebbe più accadere. Con la direttiva sul bail-in, a sopportare il prezzo di una crisi bancaria sarebbero i creditori degli istituti, non i contribuenti europei.

@CiccioRusso_Agi

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