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Il bando all’uso di Google sugli smartphone Huawei, spiegato

Il 16 novembre qualcuno del quartier generale di Huawei, a Shenzhen, ha storto il naso. Gli americani avevano appena tirato un altro dei loro scherzi, rinnovando per la seconda volta consecutiva la moratoria al bando imposto dalla Casa Bianca all’utilizzo di Google sui loro smartphone, computer e tablet. O almeno su tutti quelli per i quali l’utilizzo era stato approvato prima del 15 maggio 2019, quando un’azienda da 188 mila dipendenti e più di 100 milioni di pezzi venduti in tutto il mondo ha scoperto di essere stata tagliata fuori dal mercato.

Non una cattiva notizia, ma nemmeno buona, perché costringe l’azienda in un limbo in cui rischia di logorarsi.

È per questo che il Mate 30, smartphone di punta di Huawei, non è ancora arrivato sul mercato europeo ed è per questo che il V30, modello 5G di Honor (il brand della casa cinese creato per i giovani), arriverà in Italia a maggio 2020 senza Gms (Google mobile services), ossia senza Gmail, Maps, YouTube , Pay e altre app.

Nei sei mesi da quando è in vigore il ban si è detto di tutto: che il destino di Huawei (e Honor) sia segnato, ma anche che la soluzione della crisi è ormai prossima. O anche che il colosso cinese sia pronto a fare da solo e a imporre sul mercato un nuovo sistema operativo.

Ma come stanno davvero le cose? A fare il punto ci ha pensato James Zou, presidente di Honor overseas, che Agi ha incontrato a margine della presentazione del V30 a Pechino.

“Dieci anni fa non abbiamo avuto esitazioni ad adottare Android perché pensavano fosse open-source” dice Zou, “Se allora avessimo pensato che avremmo avuto questi problemi non ci saremmo cascati e ora saremmo in una situazione completamente diversa”.

Per capire, bisogna innanzitutto distinguere Android da Google e partire da quando Google comprò per un pugno di noccioline una società destinata a cambiare il modo con cui oggi usiamo gran parte della tecnologia della nostra quotidianità: dallo smartphone, alla smart tv. Quella società produceva un sistema operativo – Android, per l’appunto – che, a differenza di iOs di Apple, era open-source: ossia tutti potevano metterci le mani e adattarlo a proprio piacimento, creare applicazioni, giochi e servizi. E per di più gratis.

Google intuì il potenziale e per questo decise di facilitare il lavoro degli sviluppatori e mettere loro a disposizione gli strumenti per realizzare app in poco tempo utilizzando pacchetti preconfezionati da assemblare. Prendiamo il caso di TripAdvisor: per dirci che recensioni hanno i ristoranti intorno a noi si basa su un sistema di geolocalizzazione. Quanto tempo sarebbe stato necessario (e quanti soldi) per sviluppare la app se non avesse avuto la possibilità di utilizzare Google Maps, semplicemente prendendolo e inserendolo come elemento nel software?

Tutta quella serie di funzioni che prevedono l’utilizzo di cose come la geolocalizzazione; l’uso di email (Gmail), il caricamento di video (YouTube) e i pagamenti (Google Pay) va sotto il nome di Gsm Core. “Era un progetto pieno di buone intenzioni perché aiutava a far maturare l’ecosistema” dice Zou “e rendeva più rapido e facile lo sviluppo delle app”.

Non bisogna pensare che Google lo avesse creato per il bene dell’umanità: più device usavano Gms Core, più licenze si vendevano e più dati si controllavano. Ma a tutti andava bene così: dalle aziende (praticamente tutti i produttori di smartphone a eccezione di Apple, visto che Windows Mobile è destinato all’estinzione) all’utente finale.

Certo, qualcuno ha deciso di far da sé e stiamo parlando di colossi come Facebook, Amazon e Netflix che hanno le loro app (si chiamano Api) indipendentemente da Google. E questa è la ragione per cui, ad esempio, per loggarsi in Facebook serve una id di Facebook e non basta quella di Google).

Poi a maggio 2019 Donald Trump ha deciso di portarsi via il pallone, anche se il pallone non era suo. Ha impedito alle aziende Usa di fare affari con aziende cinesi incluse in una lista speciale (la ormai famigerata entity list) senza una esplicita autorizzazione della Casa Bianca.

Ma allora come mai Huawei e Honor possono continuare a usare Android? Perché è un servizio gratuito e non un prodotto in vendita. Microsoft, ad esempio, si è trovata tagliata fuori da milioni di computer di Huawei e Honor perché gli era proibito vendere loro le licenze di Windows, ma quando è stato chiaro che i cinesi erano pronti a invadere il mercato con i loro portatili funzionanti con sistema operativo Linux (un altro open-source, come Android) si è affrettata a fare lobbying pesante fino a ottenere l’autorizzazione della Casa Bianca a riprendere gli affari.

Perché Google non abbia fatto lo stesso (il Congresso è infiltrato fino alla cupola di lobbisti al soldo di Google, Facebook, Apple e vai dicendo) se lo chiedono anche i cinesi, ma tant’è: non si vede una soluzione all’orizzonte e per questo Huawei ha deciso di fare da sé.

Come? Tirando fuori dal portafogli 3 miliardi di dollari per incrementare Huawei Mobile Services (Hms) un insieme di applicazioni e servizi che faranno concorrenza a Gsm. Non un sistema operativo, però: sui device Huawei e Honor continuerà a girare Android finché gli Usa non troveranno il modo di impedirlo.

I cinesi hanno cominciato a fare scouting per arruolare tecnici (20 mila in sei mesi) e fornitori di servizi (in Italia, ad esempio, Giallozafferano, insieme con decine di altri partner che si divideranno uno stanziamento di 10 milioni di dollari) per sviluppare app per Hms, ossia in grado di funzionare su smartphone, tablet, sistemi per auto, tv, senza Gsm Core.

E cosa succederà se Trump tornerà sui propri passi e permetterà a Google di tornare a fare affari con Huawei? Niente: l’architettura che l’azienda sta sviluppando è in grado di gestire sia Hms che Gms, quindi di prendere il meglio di entrambi. E se invece la Casa Bianca riuscisse a impedire anche l’utilizzo di Android? Per quello a Shenzhen hanno già un piano b in fase avanzata e si chiama Harmony Os di cui però si sa ancora poco.

Ma che possibilità hanno degli smartphone senza YouTube, Maps, Gmail, di farsi largo in  un mercato già di per sé difficile come quello europeo? Poche probabilmente. Ma il punto sta proprio in questo: allungare lo sguardo oltre il ricco, ma pur sempre limitato, cortile europeo. Alle centinaia di milioni di clienti in Cina e Russia (dove già ora di Gms Core non sanno che farsene), ma anche India, Asia sudorientale e America Latina. Tutti posti in cui, presto o tardi, il braccio di ferro tecnologico può diventare ideologico e dove gli americani non hanno poi questo gran numero di fan.

Agi

Google avrebbe raggiunto la “supremazia quantistica”. Cos’è e cosa vuol dire

Google ha annunciato di aver costruito un computer quantistico in grado di risolvere calcoli più velocemente del più potente computer oggi in commercio. È la prima volta che accade. Chi ha avuto modo di leggere un documento apparso venerdì e poi rimosso dal blog ufficiale del motore di ricerca, ha letto che il processore sviluppato dei ricercatori di Mountain View avrebbe risolto in 3 minuti un calcolo che il Summit di Ibm, attualmente la macchina più potente al mondo, avrebbe potuto risolvere in non meno di 10.000 anni.

La società avrebbe così ottenuto per la prima volta quella viene chiamata la “supremazia quantistica”, cioè la capacità di un processore quantistico di risolvere problemi altrimenti non risolvibili se non con calcoli che necessitano tempi di elaborazione enormi: “Questo esperimento rappresenta il primo calcolo computazionale che può essere risolto solo da un processore quantistico”, si leggeva nel documento.

Google a distanza di 24 ore dalla messa online del documento non ha smentito la notizia che il Financial Times è riuscito a dare prima il documento fosse rimosso. Ma che la società fosse vicina alla supremazia quantistica era qualcosa di cui molti erano già piuttosto certi. Ora manca ancora l’ufficialità, come manca la validazione della comunità scientifica. Ma oggi è lecito pensare che quello che fino a qualche anno fa era poco più di un progetto teorico, cioè che fosse possibile creare un computer con la logica della fisica quantistica e non con quella della fisica classica, oggi sia una realtà.

“La notizia è da accogliere con cauto ottimismo. Quello che lascia intendere però è che ci sono le condizioni per la supremazia quantistica”, commenta ad Agi Raffaele Mauro, managing director di Endeavor Italia. “Da quello che risulta dal paper di Google, sembra che il il computer quantistico sia stato in grado di risolvere un problema di complessità enorme in duecento secondi. Questo però non vuol dire che possa risolvere tutte le tipologie di problemi. E ovviamente nemmeno che a breve avremo personal computer quantistici”.

 

Cos’è un computer quantistico e come funziona

Un computer quantistico usa le leggi della meccanica quantistica per fare i calcoli e risolvere problemi. Se i computer classici hanno come unità fondamentale il bit e la logica binaria (fatta di successioni di 0 e 1), i computer quantistici hanno il qubit, che grazie alla sovrapposizione di strati quantistici possono ‘essere’ 0 e 1 contemporaneamente, in strati diversi. Il numero di stati che può rappresentare un qubit è enormemente superiore ai due stati 0 e 1. Mettendo insieme più qubit il numero di stati possibili elaborati nel tempo aumenta enormemente.

Un esempio: immaginate di cercare la parola ‘quantistico’ in un documento. Anche se non ce ne accorgiamo, il computer classico procede riga per riga a cercare quella parola. E la trova un numero x di volte in un’unità di tempo. Il computer quantistico è come se avesse davanti tutte le pagine del documento contemporaneamente, su ‘strati’ diversi, riducendo di molto i tempi di risoluzione dell’operazione richiesta. Questa capacità, che può risultare non fondamentale nella ricerca di una parola nel testo, può esserlo se il problema da risolvere è molto più grande. Come il calcolo risolto dal computer di Google.

Un altro modo per immaginare un qubit – secondo un fisico intervistato da Wired – è la sfera: se i bit classici possono essere in due posizioni della sfera, i poli opposti, un qubit è come se rappresentasse tutti gli stati della la superfice della sfera nel suo complesso contemporaneamente. 

 

Storia dell’idea di un computer quantistico

“L’idea di un computer quantistico nasce negli anni 80. Alcuni fisici e matematici hanno cominciato a chiedersi: siamo nell’era dell’informazione, ma come sarebbe un computer in grado di seguire le logiche della fisica quantistica invece che quelle della fisica classica?”, ricorda Mauro, che al tema ha dedicato alcune pubblicazioni. Cominciano i primi esperimenti. “Negli anni 90 vengono scritti i primi algoritmi che potrebbero essere risolti sfruttando logica e potenza di computer quantistici”. Siamo ancora nel campo delle ipotesi. “Poi nel 2000 comincia la competizione vera dei gruppi di ricerca, pubblici e privati. Nascono le prime startup che costruiscono i circuiti quantistici. I qubit non sono più roba teorica. Nell’ultimo decennio i primi computer e una sfida che ora coinvolge le più grosse società informatiche al mondo. L’annuncio di Google sembra aver posto fine a questa sfida. E aperto una nuova era”.
 

Cosa succede ora?

Ma cosa può succedere ora? “Il problema che hanno risolto potrebbe avere nell’immediato qualche implicazione nei processi di ottimizzazione e nella crittografia. I problemi di ottimizzazione sono molto diffusi nell’industria e nella finanza, dalla logistica all’analisi dei dati. Immagino implicazioni nel lungo periodo nel machine learning (apprendimento delle macchine). Ma nel breve termine potrebbero essere risolti problemi complessi di chimica, o simulare nuovi materiali, farlo coi computer quantistici sarebbe interessante perché simulano sistemi quantistici loro stessi. Potrebbero arrivare da queste ricerche nuovi farmaci, per esempio”, ipotizza Mauro

Eppure difficile pensare che domani avremo un computer quantistico in casa: “La cosa più verosimile è che questi servizi per ora saranno accessibili nel cloud. Amazon, Google e Microsoft nel prossimo periodo potrebbero erogarli da lì”. In che modo? “Magari un’azienda ha bisogno di trovare un materiale per costruire qualcosa. Sarebbe un caso di problema complesso da risolvere: trovare il materiale perfetto per un compito particolare. L’azienda potrebbe non avere un computer quantistico suo ma allacciarsi al cloud, immettere i dati e fare in modo che il cloud computing li elabori. Ma per i consumatori diretti al momento non vedo molte possibilità di averne uno”, continua Mauro. “Anche perché si tratta di tecnologie costosissime, che lavorano a temperature vicine allo zero assoluto”. Insomma, c’è da aspettare.

 

Il contributo dell’Italia

Stati Uniti, Cina e Europa hanno già da qualche anno cominciato a creare delle istituzioni dedicate al quantum computing. E l’Italia sta facendo la sua parte: “Il nostro paese in questo momento ha molti svantaggi, ma note di primo livello: una scuola di fisica molto buona, con il primo centro italiano di quantum computing creato dalla collaborazione tra ICPT, Sissa e Università di Trieste, oppure le ricerche condotte da alcuni ricercatori del Cnr di Milano. Ma anche manager di primo livello, come Simone Severini che è il capo del Quantum computing di Amazon”, conclude.

Agi

Apple, Google e Macron. I nuovi bersagli di Trump

Si alza il pressing di Trump sui colossi digitali americani, al centro del contendere ci sono le relazioni con la Cina. Ma il presidente statunitense se la prende anche con Macron per la digital tax e minaccia dazi sui vini francesi.

“Non daremo ad Apple nessuna esenzione dai dazi per i componenti del Mac Pro prodotti in Cina”, ha twittato nel pomeriggio di ieri l’inquilino della Casa Bianca invitando la società di Cupertino a produrre negli Usa in modo da “non avere dazi”.

Apple will not be given Tariff waiver, or relief, for Mac Pro parts that are made in China. Make them in the USA, no Tariffs!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) July 26, 2019

Il no di Trump arriva in risposta alla decisione di Apple di spostare la linea di produzione del nuovo Mac Pro dal Texas alla Cina. La società aveva precedentemente spiegato che diversi componenti non potevano essere prodotti negli States.

Anche Mountain View finisce nel mirino dell’inquilino della Casa Bianca sempre per i suoi rapporti con Pechino. “Potrebbero esserci o no timori di sicurezza nazionale per quanto riguarda Google i suoi rapporti con la Cina. Se c’è un problema lo scopriremo, mi auguro sinceramente che non ci sia”, scrive sul suo profilo social. I tweet dell’inquilino della Casa Bianca arrivano nel giorno della trimestrale del colosso, senza però creare conseguenze. Anzi, con i risultati oltre le attese, il titolo a Wall Street ha registrato la sua migliore seduta dal 2015 con un balzo fino all’11%.

There may or may not be National Security concerns with regard to Google and their relationship with China. If there is a problem, we will find out about it. I sincerely hope there is not!!!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) July 26, 2019

Ma il presidente Usa se la prende anche con Macron e accusa il suo omologo francese di aver imposto una digital tax sulle grandi aziende tecnologiche americane, minacciando sostanziali ritorsioni e lasciando intendere che potrebbero colpire i vini francesi. “Se qualcuno deve tassarle, dovrebbe essere il loro Paese d’origine, gli Stati Uniti. Annunceremo a breve una sostanziale azione reciproca contro la stupidità di Macron. L’ho sempre detto che i vini americani sono meglio dei francesi”, aggiunge.

France just put a digital tax on our great American technology companies. If anybody taxes them, it should be their home Country, the USA. We will announce a substantial reciprocal action on Macron’s foolishness shortly. I’ve always said American wine is better than French wine!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) July 26, 2019

La Francia l’11 luglio ha approvato una digital tax che prevede un tributo del 3% sulle aziende digitali con un fatturato globale di oltre 750 milioni di euro e uno di 25 milioni generato in Francia. L’imposta colpirà circa 30 colossi tecnologici tra cui gli statunitensi Alphabet, Apple, Amazon e Facebook. Arriva puntuale la risposta da Parigi che risponde alle minacce di rappresaglia del presidente Usa attraverso le parole del ministro francese delle Finanze, Bruno Le Maire.

La Francia “attuerà le sue decisioni nazionali” sulla tassazione digitale, in applicazione di un accordo internazionale. “La tassazione universale delle attività digitali – spiega – è una sfida che riguarda tutti noi. Speriamo di raggiungere un accordo su questo argomento nel quadro del G7 e dell’OCSE. Nel frattempo, la Francia attuera’ le sue decisioni nazionali”. 

Agi

Le novità che Google porterà nelle case (e sugli smartphone)

Doveva essere il giorno del Pixel 3A, lo smartphone economico di Google. Ed è arrivato. Ma nella conferenza I/O a rubare l’occhio sono alcune funzioni che arriveranno presto: accorgimenti sulla privacy (Maps in incognito) e un’assistente digitale che – se le dimostrazioni viste sul palco saranno confermate alla prova pratica – sembra davvero fare un salto notevole.

Pixel 3A, lo smartphone economico

Lo smartphone economico di Google si chiama Pixel 3A. Ed è disponibile sia in versione standard (da 5,6 pollici) che in quella XL (da 6 pollici). Ampiamente anticipato dalle indiscrezioni, il 3A segue la tendenza di questo 2019: i grandi marchi, alle prese con un mercato asfittico, affiancano ai top di gamma dispositivi di fascia media. I nuovi Pixel tagliano parecchio il prezzo rispetto ai fratelli maggiori: 399 euro per il 3A e 479 euro il 3A XL.

La disponibilità è immediata anche in Italia. Il design è quello tipico dei Pixel, con una scocca, a due toni, disponibile in tre colori: nero, bianco e viola tenue. Batteria da 3700 mAh per il 3A XL e da 3000 mAh per il 3A. La promessa è di 30 ore con una singola ricarica e 7 ore con una ricarica rapida da 15 minuti. Salvo le dimensioni, i display sono identici per tecnologia (Oled) e definizione. Uguale è anche la memoria RAM (4GB) e lo spazio di archiviazione (64GB). Google si è molto concentrato sulle fotocamere. Quella principale è da 12 MP e quella frontale da 8 MP. La qualità non sta tanto nell’hardware quanto nei correttivi dell’intelligenza artificiale, che dovrebbe permettere di avere risultati simili ai Pixel 3 anche se a un prezzo più abbordabile.

La nuova famiglia Nest

Alla voce hardware, i Pixel 3A non sono stati la sola novità. Google ha presentato Nest Hub Max, il nuovo smart speaker con display. “Nest” è il marchio che Mountain View ha comprato nel 2014 per 3,2 miliardi di dollari. In questi anni ha sviluppato una gamma di oggetti connessi che va dalle videocamere ai termostati. Adesso diventa l’etichetta di tutti i dispositivi rivolti alla smart home, a sottolineare la continuità dell’ambiente domestico. Nest Hub Max è simile al Google Hub presentato lo scorso anno (che cambia nome in Nest Hub, scende di prezzo a 129 dollari e arriva anche in Italia), ma ha nuove funzioni e un display più grande, da 10 pollici. Costa 249 dollari. Oltre alla voce, il dispositivo risponde anche ad alcuni gesti. Ad esempio basterà alzare la mano e rivolgersi verso lo schermo per fermare la musica. Hub Max si propone anche come dispositivo connesso per tenere d’occhio la casa quando l’utente è altrove (è uno degli effetti del rapporto più stretto con gli altri dispositivi della famiglia Nest). Se invece si vuole disattivare l’obiettivo e silenziare il microfono, Google ha introdotto un interruttore fisico, sul retro.

Sul nuovo smart speaker ci sarà Voice Match (che permette di riconoscere la voce del singolo utente per offrirgli un’esperienza personalizzata) ma anche Face Match: stesso obiettivo (calendario, promemoria e contenuti personalizzati, distinti ad esempio tra moglie e marito) ma attraverso i riconoscimento del volto.

L’intelligenza artificiale naviga al posto tuo

Nel corso delle conferenze tecnologiche gli ululati sono un classico. E, diciamo la verità, si sprecano spesso e volentieri per novità che non rivoluzioneranno certo il mondo. Quando però Google ha offerto una dimostrazione del suo “nuovo” assistente digitale, che arriverà in autunno, gli ululati hanno lasciato spazio a un autentico “oooh” di sorpresa. Effettivamente, il test è stato impressionante. Una manager di Google ha parlato al proprio smartphone con un linguaggio del tutto naturale, dando istruzioni una in fila all’altra, rapidamente, senza anteporre ogni volta il comando di attivazione “Ok Google”. Risultato: Google Assistant rispondeva alle istruzioni saltando da un’applicazione all’altra. In una manciata di secondi, ha scritto un messaggio, fatto un preventivo di viaggio su Lyft, selezionato una foto (la manager ha chiesto di cercare le immagini scattate al parco di Yellowstone che ritraevano un animale) e spedito l’immagine.

Secondo Big G, il nuovo assistente digitale è 10 volte più veloce ed è stato “compresso”, occupando così meno spazio sul telefono nonostante prestazioni superiori. L’altro “oooh” è arrivato per un’altra dimostrazione. Ve lo ricordate Duplex? Nella I/O 2018 era stato la star assoluta: l’intelligenza artificiale, praticamente indistinguibile dalla voce umana, chiamava un ristorante e prenotava un tavolo al posto dell’utente. Adesso sarà sempre più integrato con Google Assistant: Big G porta infatti Duplex sul web. Cosa significa? In sostanza è l’intelligenza artificiale a navigare al posto dell’utente, compilando le pagine con le informazioni richieste. La funzione sarà disponibile entro la fine dell’anno negli Stati Uniti e nel Regno Unito, per noleggiare auto e comprare biglietti del cinema. Se l’utente dice “prenota un’auto per il prossimo viaggio”, Duplex attinge dai dati necessari (contenuti nell’account di Google, Gmail, Chrome e Calendario) e li usa per completare la prenotazione. Un segretario digitale nello smartphone, che sa molto di noi e scrive, sceglie, clicca.

So fast, you might’ve missed it. Running on-device, the next generation Google Assistant makes it easier to multitask across apps—so things like looking up answers, and finding and sharing a photo are faster than ever. #io19 pic.twitter.com/qXwIMbFIz5

— Google (@Google) May 7, 2019

Maps in incognito e privacy

Entro l’anno, Google lancerà la modalità “in incognito” su Maps. Funziona come quella disponibile sui principali browser web: non vengono registrati destinazioni e percorsi. Un’accortezza che arriva dopo le polemiche dei mesi scorsi, legate a una gestione poco trasparente della cronologia delle posizioni. La modalità in incognito arriverà anche su Chrome per mobile e Youtube. Non è solo una questione di riservatezza (sul mio smartphone non resta traccia delle mie destinazioni e dei siti che ho frequentato). Con la modalità in incognito, Google avrà meno dati legati a un account, usati per costruire i suggerimenti delle ricerche (ad esempio la colonna destra dei prossimi video Youtube) ma anche le pubblicità personalizzata che compare in base alla navigazione. Nel corso della conferenza, il ceo di Google Sundar Pichai ha puntato molto sulla privacy, anticipando una nuova sezione dedicata e facilmente raggiungibile: se si sta navigando con il proprio account Google, basterà cliccare sulla foto del profilo per accedervi. La sezione raccoglie le impostazioni in un’unica stanza digitale. L’utente avrà quindi a disposizione alcune opzioni sulla “concessione” dei propri dati e sul tempo limite oltre il quale a Google non è più permesso conservarli.

Android Q: il nuovo sistema operativo

Android Q è la decima versione del sistema operativo. Numero tondo, che Big G ha voluto festeggiare svelando che il robottino verde è attivo su 2,5 miliardi di dispositivi. Come da tradizione, la I/O ha battezzato la versione beta (provvisoria) del prossimo sistema operativo. Oltre a guardare al 5G, è progettato per supportare il potenziale dei dispositivi pieghevoli: renderà più semplice il multitasking (cioè il lavoro con più app aperte) e permetterà di giocare o scrivere “in continuità” se il dispositivo (come il Galaxy Fold) ha due schermi.

In sostanza, se l’utente ha un’app aperta sul display esterno, non ci sarà alcuna interruzione quando deciderà spiegare lo smartphone per passare a quello interno. Una delle novità che più hanno catturato la platea è stata Live Caption, una funzione pensata soprattutto per i non udenti. È un sistema di trascrizione simultanea, che trasforma in lettere qualsiasi video (compresi quelli girati con il proprio telefono), podcast e file multimediali. Funziona anche senza connessione Internet, perché a trascrivere è l’intelligenza artificiale interna allo smartphone. L’intervallo tra voce e parola scritta è praticamente nullo. Android Q avrà una sezione dedicata alla privacy più chiara. E una dedicata alla gestione della geo-localizzazione.

Tra le altre cose, l’utente riceverà una notifica quando un’app in background (attiva, ma non usata in quel momento) sta utilizzando la sua posizione e potrà decidere se continuare o meno a condividerla. Il sistema operativo amplia le funzioni che permettono di controllare il tempo trascorso sul telefono. Ci sarà una modalità “Dark” (con sfondi scuri, per ragioni estetiche ma anche per risparmiare la batteria) e “Focus”: se attivata consente di disabilitare le applicazioni che distraggono. Stai studiando e vuoi evitare Instagram e Facebook ma mantenere attivo Whatsapp? Bastano un paio di mosse, senza silenziare le app una per una né bloccarle tutte. Aumentano le opzioni per i genitori che vogliano imporre vincoli ai figli: su Android Q si potrà impostare un tempo limite per ogni applicazione.

Google, le ricerche si fanno in realtà aumentata

Google interviene sui suoi risultati di ricerca: quando si cercheranno informazioni o termini, sarà disponibile l’opzione “Copertura completa”. È una possibilità già presente su Google News: raccoglie gli articoli in primo piano, i video su quella notizia e la cronologia degli aggiornamenti. Tra i risultati ci saranno anche i podcast e le animazioni in 3D. L’utente sta cercando informazioni sull’apparato scheletrico? Google metterà a disposizione uno scheletro in tre dimensioni, che grazie alla realtà aumentata può essere “posizionato” sulla propria scrivania. Stesso discorso per gli articoli d’abbigliamento: se cerco le scarpe di una marca, avrò a disposizione un’animazione tridimensionale per osservarle da ogni angolazione e – puntando il telefono – vedere come potrebbero calzare ai miei piedi.

L’AI per far parlare chi non può farlo

Questa non è una funzione che vedremo su Android, non subito almeno. Ma il progetto Euphonia, presentato sul palco da Google, è una di quelle applicazioni “buone” dell’intelligenza artificiale. Il riconoscimento vocale, grazie al quale noi parliamo e i dispositivi scrivono o ci rispondono, sta ormai entrando nell’alveo della normalità, facendoci dimenticare che dietro c’è una tecnologia estremamente complessa: un software deve conoscere il significato delle parole, capire modi di dire, comprendere i suoni in lingue e accenti diversi. Il progetto Euphonia prova a fare la stessa cosa, provando però a “tradurre” piccoli cenni, versi, pronunce distorte. Sarebbe un aiuto per chi ha subito un ictus, malati di Sla, sclerosi multipla o Parkinson. In sostanza, l’obiettivo è fare quello che fanno i programmi di trascrizione automatica. Ma partendo da un’altra “materia prima”.

Uno dei casi presentati da Google è quello di Dimitri Kanevsky, un ricercatore di Mountain View: nato in Russia, ha imparato l’inglese dopo essere diventato sordo da bambino. Il suo lessico è impeccabile, la sua pronuncia difficoltosa. Google ha sviluppato un sistema di trascrizione in tempo reale personalizzato. L’intelligenza artificiale conosce la “lingua” di Dimitri e la trasferisce sul display di uno smartphone in inglese corretto. Steve Saling è affetto da Sla e non riesce più a parlare. Euphonia ha tradotto minimi cenni del volto in risposte verbali e suoni (sì, no, esultanza o disappunto) che rendono più immediate le reazioni rispetto alla tastiera che “clicca” con gli occhi. In altri casi di Sla, i ricercatori hanno tradotto dei mugolii in comandi per accedere e spegnere la luce o attivare dispositivi.

Agi

“Google ha tenuto nascosta una falla e messo a rischio 500 mila utenti”. L’accusa fa tremare il colosso

Una falla nel software ha messo a rischio i dati di 500 mila utenti di Google+, il social network di Mountain View, ma il gruppo ha taciuto. Lo rivela il Wall Street Journal, precisando che il problema è stato scoperto nella scorsa primavera ma la società non lo ha reso noto temendo un danno di immagine e gravi conseguenza dal punto di vista dei controlli.

Crollo in Borsa

In seguito alla rivelazione Wall Street chiude contrastata, una seduta caratterizzata dal nervosismo dei mercati Usa anche per l'aumento dei tassi di interesse. Da parte sua  il calo dei prezzi del petrolio deprime i titoli energetici. Google da sola perde oltre l'1%. Il Dow Jones guadagna lo 0,17% 26.492,45 il Nasdaq perde lo 0,67% a 7.735,05 punti, riflettendo una flessione dei tecnologici e lo S&P arretra dello 0,04% 2.884 punti. 

I titoli Alphabet, casa madre dell'azienda di Mountain View, crollano in Borsa.. Le azioni di Alphabet hanno toccato il minimo degli ultimi 3 mesi con un calo del 2,7% mentre la società, in un blog, ha annunciato la chiusura della versione per i consumatori di Google+, il social network con il quale ha sperato, senza successo, di insidiare Facebook. In post sul suo blog, Alphabet, ha detto di aver scoperto e risolto il problema lo scorso marzo.

Le spiegazioni di Mountain View

Dopo Facebook, con lo scandalo di Cambridge Analytica, e Yahoo, accusata di violare la privacy dei propri utenti per fini pubblicitari, nella bufera finisce così anche il colosso dei motori di ricerca. La falla al software di Google+ avrebbe messo a rischio i dati di 500.000 utenti, rendendo disponibili informazioni come il nome, l'indirizzo email, la professione, il sesso e  l'età. Alphabet si è difesa sostenendo di non aver divulgato la notizia sul 'bug' perché non sono emerse prove di un uso improprio dei dati esposti da parte di sviluppatori esterni. Il gruppo ha dunque annunciato una serie di modifiche alla privacy e il blocco del servizio per i consumatori di Google+, il social network in crisi perenne lanciato nel 2011 con la speranza, vana, di insidiare il primato di Facebook.

Ora rischia una mazzata dall'Ue

L'Ue potrebbe imporre a Google una multa fino al 2% dei ricavi totali per non aver avvertito i regolatori entro le 72 ore successive alla scoperta della falla ma la nuova regolamentazione, 'General Data Protection Regulation', è entrata in vigore lo scorso maggio mentre l'incidente si è verificato a marzo.

 

Agi News

Google si è beccata una multa da record per colpa di Android

Maxi-multa per Google. L’Antitrust dell’Unione Europea ha inflitto una sanzione di 4.342.865.000 di euro (5 miliardi di dollari) alla società statunitense per abuso di posizione dominante di Android, il suo sistema operativo.

“La Commissione impone a Google di porre fine alla propria condotta illecita in modo efficace entro 90 giorni” ha detto Margrethe Vestager, Commissario europeo per la concorrenza durante la conferenza stampa del 18 luglio. I capi d’accusa sono tre: “L'abbinamento illegale delle applicazioni Google relative alla ricerca e al browsing, i pagamenti illegali in cambio della preinstallazione di Google Search e l’ostruzione illecita dello sviluppo e della distribuzione di sistemi operativi Android concorrenti”. Se la società americana non cambierà il proprio comportamento, ha annunciato Vestager, arriveranno nuove multe.
 

La replica di Google non si è fatta attendere. Secondo la casa madre di Android, il suo sistema operativo per device portatili è quello che "ha ampliato la scelta dei telefoni a disposizione in tutto il mondo", in concorrenza con iOs di Apple, è il sottinteso

Quella della Commissione Europea, si legge in una nota "è una decisione in materia di concorrenza contro Android e il suo modello di business che non tiene in considerazione il fatto che i telefoni Android siano in concorrenza con i telefoni iOS, cosa che è stata confermata dall'89% di coloro che hanno risposto all'indagine di mercato condotta dalla stessa Commissione".

Google ne fa anche un discorso di 'accesso democratico' agli smartphone: l'Ue, afferma, "non riconosce quanta scelta Android sia in grado di offrire alle migliaia di produttori di telefoni e operatori di reti mobili che realizzano e vendono dispositivi Android; ai milioni di sviluppatori di app di tutto il mondo che hanno costruito il proprio business con Android; e ai miliardi di consumatori che ora possono permettersi di acquistare e utilizzare dispositivi Android all'avanguardia. Oggi, grazie ad Android, ci sono più di 24.000 dispositivi, di ogni fascia di prezzo e di oltre 1.300 diversi marchi".

Dopo la multa di 2.4 miliardi di euro dello scorso anno, il conto per Big G sale così a quasi sette miliardi. A suo tempo l’Unione Europea aveva punito Google per il modo in cui sfavoriva la concorrenza facendo comparire per primi, sul suo motore di ricerca, i risultati di Google Shopping. La sentenza odierna riguarda invece Android, il software che fa muovere la maggior parte dei dispositivi mobile al mondo.

La pubblicità, ecco il perché della multa a Google

La ragione che ha spinto l’Antitrust a punire Google con la maxi-multa è il suo comportamento in fatto di pubblicità, scrive Bloomberg. Android è un sistema operativo gratuito, fattore che spinge diverse aziende a dotarsene sui i propri dispositivi, evitando così di doverlo sviluppare autonomamente o di doverne acquistare uno. Che cosa chiede in cambio Google? Il patto è questo: per avere accesso a Google Play, il market di applicazioni terze, i produttori devono “dotare i dispositivi Android di un pacchetto di applicazioni targate Google”. È questo il motivo per cui, acquistando uno smartphone Android, troviamo già installate alcune app come Gmail o Chrome. Google, come gli altri sviluppatori, guadagna dal traffico generato dai servizi che offre. Installando di default le proprie app (cosa che accade appunto grazie al sistema operativo Android), il colosso di Mountain View si pone in una posizione di vantaggio.

Nella corsa ai guadagni in inserzioni pubblicitarie parte in pole position, per usare una metafora sportiva. E per farlo è disposto a tutto: “Ad alcuni dei maggiori produttori di dispositivi – aggiunge il quotidiano economico – Google offre anche incentivi economici per installare il proprio servizio di ricerca sui dispositivi”. I risultati? Android è installato sul 77% dei telefonini del mondo, una fetta di mercato enorme, e incassa un terzo del totale dei ricavi pubblicitari. Secondo una ricerca di eMarketer del settembre 2017, lo scorso anno Google ha incassato 35 miliardi di dollari in pubblicità digitale soltanto negli Stati Uniti. Una cifra destinata a crescere ulteriormente, 40 miliardi nel 2018 e 45 il prossimo anno.

“Difficile fare concorrenza a Google sui dispositivi Android”

L’Unione Europea, sanzionando Google, ha accolto le proteste di chi tenta di fargli concorrenza, come per esempio le società che sviluppano motori di ricerca alternativi che lamentavano la difficoltà di battersi su un campo dominato dalla società statunitense. Gli utenti, trovando Google Search già installato sul proprio smartphone, non sarebbero incentivati a cambiarlo.

Il verdetto del 18 luglio pone fine a una diatriba, quella tra Google e l’Unione Europea, che dura da 39 mesi, scrive il Guardian. Già ad aprile 2016 l’Antitrust europeo aveva pubblicato una lista di obiezioni presentate alla società americana a proposito delle sue pratiche relative all’installazione dei Android sui dispositivi mobile.

La domanda che in molti si fanno è se basterà la multa inflitta dall’Unione Europea per cambiare la politica di Google. Secondo Cnbc “la vera sfida per Google arriverà se l’Ue costringerà l’azienda a modificare il proprio comportamento”. Gary Reback, l’avvocato noto per le sue battaglie contro il monopolio di Microsoft negli anni ‘90, non è ottimista. Le sentenze unilaterali “non faranno molto se il problema non viene risolto in anticipo”, cioè alla radice. 

Agi News

Sugli smart speaker, Morgan Stanley ha un consiglio per Google

Alphabet, la holding che controlla Google, potrebbe rimanere schiacciata se Amazon​ continuasse a dominare il mercato degli smart speaker con il suo Echo​. Lo afferma un'analisi di Morgan Stanley, che suggerisce a Big G una soluzione: regalare a tutte le famiglie americane un Google Home mini (il proprio maggiordomo digitale più a buon mercato). La spesa sarebbe corposa ma limitata in confronto agli enormi ritorni potenziali del settore.

"Crediamo – scrive l'analista Brian Nowak – che Alphabet abbia bisogno di più smart speaker nelle case degli utenti". In futuro, prevede Morgan Stanley, gli acquisti online si faranno sempre piu' spesso "a voce". E se Amazon dovesse continuare a primeggiare nel mercato (negli Stati Uniti detiene una quota del 62%m contro il 33% di Google), "sarebbe minacciata la crescita a lungo termine di Alphabet nella voce, altamente remunerativa, delle ricerche". In altre parole: chi avrà più smart speaker guadagnerà di piu' grazie a e-commerce e pubblicità online. E a farne le spese sarebbe soprattutto Google, perché gli utenti non digiteranno quello che cercano su una tastiera o sullo smartphone ma lo chiederanno direttamente ai dispositivi in ascolto. Meglio allora regalare un Google Home mini a ogni famiglia americana, visto che entro il 2022 il 70% di esse avrà comunque uno smart speaker. Quanto costerebbe? Secondo Morgan Stanley 3,3 miliardi di dollari, definito "un piccolo prezzo da pagare" rispetto alle opportunità che aprirebbe.

Agi News

Google ha comprato una delle più grandi piattaforme di immagini Gif

E’ la più grande piattaforma di GIF, le immagini animate che spopolano ovunque su Web, in particolare su Messenger, Twitter e WhatsApp. Si chiama Tenor, è una startup fondata nel 2014 basata a San Francisco, ed è l’ultima acquisizione di Google.

Un affare, di cui non sono stati resi noti i termini finanziari, da 12 miliardi di ricerche e 300 milioni di utenti al mese, secondo quanto dichiarato da Tenor, che permetterà alla società di Mountain View di inserirsi nei servizi di messaggistica istantanea e in tutte le piattaforme collegate alla compagnia, tra cui proprio Messenger.

Le GIF offrono l'opportunità di comprimere molte informazioni in file facilmente condivisibili e Tenor è una delle piattaforme considerate più attive e in più rapida crescita. Le due società già collaboravano e offrivano lo stesso servizio attraverso la tastiera personalizzata Gboard per smartphone e Tenor continuerà a operare come marchio separato all'interno di Big G.

In Google Immagini

Per Cathy Edwards, Director of Engineering di Google Images, “Tenor fa emergere le GIF giuste al momento giusto in modo da trovare quella che corrisponde al tuo umore. Ci aiuterà a farlo in modo più efficace in Google Immagini così come in altri prodotti che utilizzano GIF, come Gboard. Non vediamo l'ora di investire nella loro tecnologia”. 

Così miglioreremo il servizio

“L’acquisizione da parte di Google – ha dichiarato il co-founder David McIntosh – ci consentirà di proseguire la nostra missione, aiutando i tre miliardi di utenti Mobile a trovare il modo perfetto per esprimere se stessi in maniera visuale. Ci permetterà inoltre di accelerare i miglioramenti del servizio offerto ai nostri utenti, ai partner API e agli advertiser. Tenor – ha aggiunto – continuerà a operare come un marchio separato e continuerò a gestire il team di Tenor con i miei co-fondatori Erick Hachenburg e Frank Nawabi”. 

Le altre piattaforme

Tenor non è l’unica piattaforma a offrire GIF. Anche Giphy ha una tastiera dedicata, un database piuttosto grande di GIF e dichiara 300 milioni di utenti attivi al giorno. C’è anche Gfycat che si accredita di 130 milioni di utenti attivi al mese.

Agi News

Google ha superato Facebook come fonte di traffico per i media

Gli editori hanno un nuovo (vecchio) alleato: Google. Il motore di ricerca, che da sempre rappresenta la principale fonte di traffico “esterna” da pc, ha superato Facebook anche su mobile. Lo conferma una ricerca di Chartbeat. Nella prima settimana di febbraio, Google ha contribuito con oltre un miliardo di pagine viste (il 40% in più rispetto a un anno fa); Facebook si è fermato a 740 milioni (il 20% in meno).

Il sorpasso si è consumato lo scorso agosto. Se poi si includono anche i pc, il divario si allarga. Perché il motore di ricerca aggiunge 530 milioni di pagine mentre il social network (fruito molto da smartphone e meno da postazioni fisse) solo 70 milioni.

Google, mano tesa agli editori

Facebook e Google hanno fatto due scelte differenti. Mark Zuckerberg ha deciso di penalizzare le pagine (e quindi anche gli editori) per favorire quelle che ha definito “interazioni autentiche” (cioè con le persone). Le modifiche all'algoritmo vanno in questa direzione e hanno avuto come effetto un calo dei clic che dalla bacheca portano agli articoli. Anche se i cambiamenti sono stati annunciati a gennaio (e dovrebbero avere crescente impatto in futuro), già nel corso del 2017 i siti hanno registrato un calo della “portata organica” (cioè del traffico che arriva da Facebook senza pagare). Google, invece, sta spingendo nella direzione opposta.

Il successo delle Amp

Buona parte della crescita si deve alle “Amp”: è un nuovo formato (open source ma utilizzato soprattutto da Big G) che permette di caricare gli articoli in modo più rapido su mobile (Amp sta per “accelerated mobile pages”), senza obbligare gli utenti a saltare da un sito all'altro. Risultato: più traffico e più pubblicità, tanto che gli editori stanno accorrendo. Il 14 febbraio, Google ha annunciato che sono 31 milioni quelli che già hanno adottato le Amp (il 25% in più rispetto a ottobre).

Le “pagine accelerate” funzionano a tal punto che Big G ha deciso di utilizzarle anche nelle neonate Stories: un nuovo formato, simile alle Storie di Snapchat, che potrà essere utilizzato dalle testate e comparire nei risultati di ricerca. Mountain View punta quindi con forza a occupare quello spazio che Facebook sta lasciando vacante.

Il confronto con Twitter

Zuckerberg punta ad allontanare lo spettro delle fake news e a rinsaldare la comunità per venderla a prezzi più cari (anche perché, se un editore vuole emergere, dovrà pagare). Ma per ora il social network deve fare i conti con la quantità. Sta perdendo terreno rispetto a Google e anche Twitter sta rimontando, per quanto resti lontano: secondo una ricerca di SocialFlow riportata da BuzzFeed, a ottobre arrivavano da Facebook 4,7 lettori per ogni visitatore proveniente da Twitter. A gennaio il rapporto è sceso a 2,5 contro uno.

Da una parte c'entra l'algoritmo; dall'altra il crescente coinvolgimento degli utenti emerso nell'ultima trimestrale. E così in tre mesi i clic medi su ogni post Facebook degli editori sono calati da 470 a 400. Mentre quelli per ogni tweet sono passati da 100 a 160.

 

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Così gli e-sport potranno aprire le porte della Cina a Google

Gli e-sport in Usa e Asia hanno generato un giro di affari di 463 milioni nel 2016, di 696 milioni nel 2017 e, secondo il report annuale di Newzoo (la mappa più autorevole dei numeri degli e-sport), la previsione è che si possa arrivare a 1,5 miliardi. Ci sono sponsor come Intel,  Samsung, MasterCard e Coca Cola che nel 2016 hanno speso circa 320 milioni per finanziare e mettere i loro nomi sulle casacche delle squadre nei tornei. Non solo gaming, l’attività di giocare ai videogame da fine ottobre per il Comitato Olimpico è uno sport a tutti gli effetti.

È questo il quadro su cui si muove Chushou, piattaforma di Mobile Game in live-stream, che ha chiuso un round serie D e su cui ha investito anche Google. Chushou ha sviluppato una una piattaforma online in cui gli utenti possono trasmettere in streaming i loro giochi per cellulari. 

Live streaming. Chushou ha sviluppato una piattaforma cinese che offre ai giocatori Mobile un modo per trasmettere in streaming i giochi che si stanno riproducendo in quel momento. In questo modo altri possono guardare ciò che si sta facendo e come si sta giocando, con la possibilità di chattare con altri utenti.

I numeri. L’azienda ha dichiarato di avere 8 milioni di streamer, 250.000 live stream al giorno, 100 mila giocatori e vanta la comunità online di Mobile Game più attiva in Cina. ”Chushou ha costruito una piattaforma impressionante, con una base in rapida crescita di creatori di contenuti e consumatori e piani di espansione intelligenti” ha dichiarato Frank Lin, che supervisiona lo sviluppo aziendale di Google nell'Asia settentrionale.

Perché Big G investe in Chushou. Per Google l’investimento in Chushou è la possibilità di aprire nuove strade per la Cina, dove il suo motore di ricerca è bloccato dal 2012, per la startup basata a Pechino il tentativo di espandersi Oltreoceano. Nel 2015, Google aveva partecipato al round di Mobvoi, startup cinese di intelligenza artificiale. Tasselli di una strategia di conquista del mercato, in cui rientrano anche lo sviluppo di un laboratorio di intelligenza artificiale in Cina e la presenza, il mese scorso, dell'amministratore delegato di Google Sundar Pichai alla Cyberspace Administration of China.

 

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