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È il giorno dello sciopero di Cgil e Uil. I leader in piazza a Roma

AGI – Primo sciopero generale dell’esecutivo Draghi, a 8 anni di distanza dall’ultimo unitario, proclamato contro la manovra del governo Letta. E primo sciopero generale con i sindacati divisi dal 2014, quando le organizzazioni guidate allora da Susanna Camusso e Carmelo Barbagallo chiamarono i lavoratori ad incrociare le braccia contro il jobs act e la legge di stabilità del governo Renzi.

Allora la Cisl di Annamaria Furlan aveva preferito organizzare delle manifestazioni e oggi, difronte alla protesta estrema indetta per domani da Cgil e Uil contro la legge di Bilancio, Luigi Sbarra chiama sabato a piazza santi Apostoli a Roma il popolo della Cisl a manifestare con lo slogan: “La responsabilità scende in piazza”.

La parola d’ordine di Cgil e Uil è invece “Insieme per la giustizia” e le piazze saranno 5: a Roma a Piazza del Popolo con Maurizio Landini e PierPaolo Bombardieri, e quindi a Bari, Cagliari, Milano e Palermo, con iniziative interregionali. 

Nell’appello lanciato ai lavoratori, il leader della Cgil ha chiesto di scioperare perché c’è bisogno di “combattere una pandemia salariale e sociale che non ha precedenti”. Per Landini, “la vita e le condizioni delle persone sono nettamente peggiorate e quindi i provvedimenti del Governo devono essere cambiati”.

Nei giorni scorsi il segretario generale ha sottolineato il malcontento esistente nel Paese a cui la manovra non ha saputo dare risposte. Per i sindacati gli 8 miliardi destinati al fisco devono andare tutti ai lavoratori dipendenti e pensionati, a partire dai redditi più bassi. È necessario poi rendere il lavoro meno precario, favorire l’occupazione stabile di giovani e donne soprattutto nel Mezzogiorno. Inoltre, c’è bisogno di una vera riforma delle pensioni che dia una garanzia ai giovani, che riconosca che i lavori non sono tutti uguali perché chi fa lavori gravosi deve poter andare prima in pensione”.

Infine, Cgil e Uil chiedono politiche industriali che creino lavoro vero, di qualità e un decreto per dire basta alle delocalizzazioni. Secondo Bombardieri la manovra non ridistribuisce ricchezza, non riduce le disuguaglianze e non genera uno sviluppo equilibrato e strutturale e un’occupazione stabile. Per questo è giusto scioperare, anche se il governo ha convocato le organizzazioni sindacali lunedi’ 20 sulle pensioni.

Un tavolo previsto ma ritenuto tardivo, dal momento che nessuna misura entrera’ in manovra. I sindacati chiedono all’esecutivo anche un confronto diverso: non vogliono semplicemente essere ascoltati per poi vedere le decisioni prese dalle riunioni della maggioranza, cosi’ come e’ avvenuto per il fisco. Il messaggio che lanciano Cgil e Uil e’ che sulle riforme vogliono partecipare al tavolo e trattare.

La risposta dell’esecutivo

La reazione del governo è stata dapprima di sorpresa e naturalmente di disappunto. Molte le forze politiche che hanno espresso perplessità o un’esplicita critica. Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha detto che lo sciopero “rattrista molto”: “In una legittima diatriba tra sindacato e governo viene penalizzato il mondo del lavoro”.

“Una parte del sindacato ritiene che andare in piazza sia la soluzione, noi riteniamo che la soluzione sia un’altra, ovvero il dialogo” perché “andare in piazza in questo momento dopo quello che ha sofferto il paese dal punto di vista sanitario e economico non e’ la strada corretta”.

La Cisl ha affermato subito che la scelta dello sciopero era sbagliata e controproducente, ribadendo poi che “bisogna consolidare l’interlocuzione con il Governo, senza deporre gli strumenti dell’iniziativa sindacale ma nella consapevolezza che in questa delicata fase della storia nazionale serve coesione, responsabilita’ e partecipazione sociale”.

Secondo il sindacato di via Po, “gli avanzamenti conquistati in questo mese dall’azione sindacale nella Legge di bilancio sono rilevanti e positivi, integrando molte delle nostre rivendicazioni su ammortizzatori sociali, abbassamento delle tasse su lavoratori e pensionati, sanita’ e contratti pubblici, non autosufficienza, politiche sociali, fondo caro bollette”.

Passi “fondamentali”, come pure gli impegni del Governo ad aprire il confronto su pensioni e riforma del sistema fiscale. Sbarra ha invitato ieri Cgil e Uil a ripensarci, non compromettendo il clima di unità costruito in questi mesi. Tanto Landini che Bombardieri hanno precisato che lo sciopero non è contro il sindacato di via Po, pur facendo notare che la piattaforma su cui si basa la protesta è unitaria. Dopo il 16 – hanno detto – il cammino potrà tornare comune.

Come funzionerà lo sciopero

Non ci saranno solo i lavoratori dipendenti pubblici e privati, ma anche gli studenti di Udu-Unione degli universitari e Rete degli studenti medi nonché i pensionati di Spi-Cgil e Uilp. I lavoratori della scuola invece non parteciperanno perché hanno già scioperato il 10 dicembre.

Dallo sciopero sono poi esonerati i settori dell’igiene ambientale, sportelleria postale e sanita’ pubblica e privata comprese le Rsa. Per quanto riguarda i trasporti, nel comparto ferroviario lo stop per il personale viaggiante ed addetto alla circolazione dei treni (ad esclusione di Trenord e delle imprese ferroviarie merci), si tiene dalle 0:01 alle 21, nel rispetto delle fasce di garanzia dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21 e dei treni garantiti per la media lunga percorrenza.

Nel trasporto aereo il personale sciopererà per un’intera prestazione lavorativa dalle 0.01 alle 24, nel rispetto delle fasce di garanzia dalle 7 alle 10 e dalle 18 alle 21.

Nel trasporto pubblico locale, nel rispetto delle fasce di garanzia, lo sciopero interessa bus, tram, metropolitane e ferrovie concesse, nelle principali citta’ italiane (ad esclusione di Venezia e Bari), secondo le seguenti modalità: a Milano dalle 8:45 alle 15 e dalle ore 18 a termine del servizio; a Roma dalle 8.30 alle 17 e dalle 20 a fine servizio; a Torino dalle 8 alle 14.30 e dalle 17.30 a fine servizio; a Genova dalle 9 alle 17.30 e dalle 20.30 a fine servizio; a Bologna dalle 8.30 alle 16.30 e dalle 19.30 a fine servizio; a Firenze dalle 9 alle 12 e dalle 15 a fine servizio, a Napoli dalle 8.30 alle 17 e dalle 20 a fine servizio.

Nel settore marittimo si fermerà il personale di traghetti e navi, ad eccezione delle linee essenziali di collegamento con le isole maggiori e minori, mentre per un intero turno di lavoro sciopera il personale amministrativo. Nelle autostrade si ferma tutto il personale, a partire da quello dei caselli, dagli addetti alla manutenzione e alla viabilita’ per un intero turno di lavoro.

Verranno garantiti i servizi minimi funzionali ad assicurare la sicurezza della circolazione stradale. Stop di un intero turno di lavoro ore nel trasporto merci per gli autotrasportatori, gli addetti alla logistica, i corrieri espressi, gli addetti delle cooperative di facchinaggio, il personale delle agenzie marittime ed i rider.

Per un intero turno di lavoro lo sciopero degli addetti dell’Anas (verranno garantiti i servizi minimi funzionali ad assicurare la sicurezza della circolazione stradale), dell’autonoleggio, delle autoscuole, dei trasporti funebri e degli impianti a fune. Nei porti infine e’ programmato uno sciopero di tutto il personale di 24 ore per il 17 dicembre 


È il giorno dello sciopero di Cgil e Uil. I leader in piazza a Roma

È stata sospesa la cessione dello stabilimento Whirlpool di Napoli

Procedura di cessione dello stabilimento di Napoli sospesa fino e non oltre il 31 ottobre. È quanto ha ottenuto il governo da Whirlpool, per riaprire il confronto. A breve il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli vedrà l’ad di Whirlpool Italia Luigi La Morgia, ma lo stesso ministro ha osservato che il segnale di sospensione “non è il massimo” e sarebbe stato preferibile l’interruzione; ora si tratta di andare “a vedere le carte”.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha spiegato che “ritiene non soddisfacenti e non risolutivi i contenuti della lettera” inviata all’esecutivo dai vertici dell’azienda, per annunciare la sospensione: l’interlocuzione servirà a capire “se ci siano ulteriori elementi di novità, con particolare riguardo al superamento definitivo del precedente piano di reindustrializzazione”.

Il governo si dice determinato a mettere in campo tutte le azioni necessarie, per quanto di propria competenza, per mantenere questo presidio industriale e sollecita i vertici della multinazionale a far chiarezza su quali siano gli ostacoli e le difficoltà che impediscono la prosecuzione del progetto e degli impegni già assunti. L’intento è creare tutte le condizioni perché venga mantenuto sul territorio il presidio industriale e vengano salvaguardati i livelli occupazionali.

Sindacati sul piede di guerra

Dopo l’incontro con il premier e Patuanelli a palazzo Chigi, i sindacati restano sul piede di guerra e riuniscono le assemblee dei lavoratori: scioperi, presidi, manifestazioni non hanno spostato “di un millimetro” la posizione dell’azienda e la sospensione ” a orologeria” suona come “un’offesa” ai lavoratori e alle istituzioni. La procedura ex articolo 47 sul trasferimento di ramo d’impresa, avviata il 18 settembre, prevede che la cessione avvenga a partire da 25 giorni, quindi la scadenza sarebbe stata il 12 ottobre; ma nella lettera di avvio di procedura – hanno fatto notare i sindacati – l’azienda aveva già scritto che la cessione sarebbe stata perfezionata entro il 31 ottobre.

Whirlpool da parte sua si dice pronta a riprendere il confronto e “la discussione di merito sul progetto identificato, che dia un futuro di lungo periodo al sito di Napoli e ai suoi 400 lavoratori”. Il progetto è la cessione alla svizzera Prs (Passive refrigeration solutions) che produce containair refrigerati per conservazione di beni deperibili. Una azienda che secondo Fim, Fiom e Uilm, non fornirebbe sufficienti garanzie per un futuro produttivo ai dipendenti. La questione non è il mantenimento nell’immediato dei livelli occupazionali, perché l’accordo del 2018 obbliga Whirlpool a non fare licenziamenti fino al 2020, dal momento che ha ottenuto gli ammortizzatori sociali per l’intero gruppo (salvo fuoriuscite volontarie).

Il nodo è il rispetto degli accordi firmati nel 2015 e nel 2018, che prevedevano la produzione di lavatrici a Napoli. Se si lascia vendere lo stabilimento campano – è il ragionamento dei sindacati – si apre la porta della dismissione di tutti gli impianti dell’azienda in Italia, con circa 6.000 posti di lavoro a rischio. Riconosce che “c’è un problema di gestione delle emergenze” anche il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, secondo cui le emergenze vanno gestite in modo da “non andare avanti solo per traumi”. Per Boccia “occorre una visione più lunga e larga del paese”; “la questione industriale è la grande questione nazionale e il lavoro è l’ elemento di coesione del paese. Ripartire da questo diventa un elemento essenziale nell’interesse del Paese e dell’Europa”. 

 

Agi

La guerra dei dazi e la svalutazione dello yuan affondano le Borse mondiali 

La guerra dei dazi affonda le Borse europee che chiudono in profondo rosso sulla scia di Wall Street e bruciano 180 miliardi di euro. Il listino Usa viaggia con pesanti perdite: attualmente il Dow Jones arretra del 2,25%, lo S&p del 2,36% e il Nasdaq il 3,07%. A picco le piazze asiatiche anche per le proteste a Hong Kong.

A inasprire le tensioni oggi si è aggiunto un nuovo tassello: lo yuan precipita ai minimi da 11 anni. La moneta cinese tocca per la prima volta dal 2008 la fatidica soglia delle 7 unità per un dollaro: un elemento di novità che rischia di trasformare la guerra commerciale sino-americana in una guerra di valute. Non si è fatta dunque attendere la risposta cinese alle mosse di Trump.

Il deprezzamento dello yuan non sfugge al presidente Usa che sollecita nuovamente la Fed a tagliare i tassi di interesse per sostenere il dollaro. Su Twitter, Trump scrive: “La Cina ha abbassato il prezzo della loro valuta ad un minimo storico. Si chiama manipolazione della valuta. Stai ascoltando, Federal Reserve? Questa è una grave violazione che indebolirà notevolmente la Cina nel tempo!”.

A Trump replica la banca centrale cinese che smentisce di aver voluto manipolare la sua moneta. In realtà la decisione delle autorità di Pechino mira ad aiutare le imprese esportatrici, penalizzate dalla guerra dei dazi. Tuttavia la svalutazione è un’arma a doppio taglio e rischia di mettere in difficoltà le imprese cinesi indebitate in dollari. Inoltre uno yuan troppo debole rischia di innescare una fuga di capitali dalla Cina e pertanto è uno strumento che va dosato con cura.

I listini del vecchio continente terminano in forte calo: l’Eurostoxx 600, che racchiude le più grandi aziende quotate in Europa, ha perso il 2,2%, con 180 miliardi di capitalizzazione in fumo in una sola seduta; flessione più limitata a Milano, che brucia circa 7 miliardi. A Parigi il Cac 40 perde il 2,19% a 5.241,55 punti. A Londra l’Ftse 100 cede il 2,47% e scende a 7.223,85 punti. Il Dax di Francoforte lascia sul campo l’1,80% a 11.658,51 punti. A Milano l’Ftse Mib cala dell’1,3% a 20.773 punti.

Immediata la corsa ai beni rifugio. Le quotazioni dell’oro stanno salendo a ritmo incalzante. Il metallo nobile aumenta del 2% e secondo gli analisti, la domanda è destinata a crescere. Anche il tasso dei Treasury Usa a 10 anni scende ai minimi dal novembre 2016 e l’inversione della curva dei rendimenti dei T-Bond (il rafforzamento dei tassi dei titoli a tre mesi che superano quelli dei Treasury a 10 anni), considerato un chiaro segnale di recessione, cresce ai massimi dall’aprile 2007. Anche il prezzo del petrolio è in netto calo a New York, per effetto dell’escalation della guerra dei dazi.

Agi

Cosa metterebbe a rischio la tenuta delle pensioni secondo i ragionieri dello Stato

Limitare o differire gli automatismi (l'adeguamento del coefficiente di trasformazione in funzione della dinamica della mortalità e l'adeguamento dei requisiti di accesso alla speranza di vita a 65 anni) renderebbe il sistema pensionistico più debole e lo esporrebbe al rischio della discrezionalità politica. In altre parole: le pensioni in futuro sarebbero tecnicamente a rischio e subordinate a scelte politiche del momento, non più ad automatismi contributivi.

E' quanto sostiene la Ragioneria generale in un rapporto presentato oggi. Hanno spiegato i ragioneri dello Stato: "Anche interventi legislativi diretti non tanto a sopprimere esplicitamente gli adeguamenti automatici previsti dalla normativa vigente, ma a limitarli, differirli o dilazionarli, determinerebbero comunque un sostanziale indebolimento della complessiva strumentazione del sistema pensionistico italiano volta a contrastare gli effetti dell'invecchiamento della popolazione, in quanto verrebbe messa in discussione l'automaticità ed l'endogeneità degli adeguamenti stessi, per ritornare nella sfera della discrezionalità politica con conseguente peggioramento della valutazione del rischio Paese". Anche in presenza della soppressione permanente del meccanismo di adeguamento alla speranza di vita dei requisiti di accesso al pensionamento il requisito di vecchiaia "verrebbe comunque adeguato a 67 anni nel 2021, in applicazione della specifica clausola di salvaguardia introdotta nell'ordinamento su specifica richiesta della Commissione e della Bce, e successivamente mantenuto costante a tale livello".

Chi vorrebbe limitare gli automatismi di adeguamento alla speranza di vita

Scrive La Stampa: "Secondo la Ragioneria generale, inoltre, l’effetto della soppressione del meccanismo di adeguamento alla speranza di vita comporterebbe 'una maggiore spesa per pensioni in rapporto al Pil di dimensioni consistenti'.  Contrari agli adeguamenti sono i due ex ministri del Lavoro, Maurizio Sacconi (Ap) e Cesare Damiano (Pd), che chiedono di procedere in modo graduale. Sacconi, presidente della Commissione lavoro del Senato, ha scritto nel blog dell’Associazione amici di Marco Biagi che 'con il collega Damiano abbiamo ipotizzato non certo di cancellare il collegamento tra aspettativa di vita ed età di pensione ma di rallentare l’automatismo per garantire una minima fase di transizione alle generazioni adulte e una riflessione su quelle più giovani. Purtroppo non si sono registrate analoghe reazioni di difesa della sostenibilità previdenziale nel momento in cui la politica ha voluto deroghe per esodati, precoci, “gravosi”, bancari, giornalisti ed altri, nonostante abbiano comportato impegni di spesa per circa venti miliardi. Più si segmentano i pensionandi, più si creano ingiustizie. La buona politica deve essere capace di coniugare sostenibilità finanziaria e sociale".

Sul 'partito' di chi vorrebbe congelare o rallentare l'automatismo dell'adeguamento alla speranza di vita leggi anche l'articolo di Repubblica

Le previsioni su indennità di accompagnamento e pensioni invalidità

La spesa per indennità di accompagnamento è destinata a crescere gradualmente nei prossimi 50 anni, mentre quella per le pensioni di invalidità resterà sostanzialmente costante. La spesa per pensioni di invalidità si attesta intorno allo 0,2-0,3% del Pil per tutto il periodo di previsione (fino al 2070) raggiungendo il livello massimo nel 2039. Al contrario, la spesa per indennità di accompagnamento, rispetto al Pil, mostra una crescita costante passando dallo 0,8% nel 2016 all'1,3% nel 2070. "I due diversi andamenti – spiega lo studio – derivano, principalmente, dalla differente dinamica della struttura della popolazione interessata. Infatti, l'invecchiamento della popolazione implica, da una parte, un aumento della popolazione anziana, e quindi della platea dei percettori di indennità di accompagnamento e, dall'altra, una sostanziale stabilizzazione della popolazione con età inferiore al requisito anagrafico minimo richiesto per l'accesso all'assegno sociale, dove si collocano i potenziali percettori delle pensioni di invalidità civile". 

Agi News

Niente orari, uffici e cartellini. Ecco il bello dello smart working

Il lavoro si trasforma, è tempo di dire addio agli uffici, agli orari, ai cartellini. Tutto sta andando verso una direzione più ‘agile’ e flessibile, in una parola (inglese) smart. In sostanza, gli smart worker non hanno bisogno di un poso di lavoro fisso, anche inteso come luogo fisico, ma lavorano 'da remoto', a casa o anche in spazi di coworking. Dopo l’approvazione in Senato, il 10 maggio 2017, della legge sullo smart working, non manca più niente. L’Italia, anche dal punto di vista legislativo, è pronta per la nuova sfida.

Leggi anche: Cosa è lo smart working e come funziona

Gli smart worker sono più soddisfatti e sereni

Da un’indagine su oltre 1000 persone, condotta dall’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano in collaborazione con Doxa, in Italia gli smart worker sono più soddisfatti rispetto alla media dei lavoratori. Il 35% è più sereno, grazie all’opportunità di conciliare vita privata e lavorativa. Il 41% è più soddisfatto dei risultati raggiunti, rispetto al 16% dei lavoratori tradizionali. Il 46% è entusiasta, mentre lo sono solo il 20%, meno della metà, degli altri lavoratori.

In soli tre anni, dal 2013 al 2016, i lavoratori ‘agili’ sono cresciuti del 40%. Anche se si parla ancora di cifre molto basse. In totale in tutta Italia ci sono, al momento, 250mila smart worker, tra impiegati, quadri e manager. Il 7% del totale, contro un 5% del 2013. Quindi il trend è in crescita, ma la strada è ancora lunga.

Per ora, più uomini che donne 

Attualmente sono principalmente uomini (69%) e hanno un’età media di 41 anni. Si tratta di dipendenti inseriti già in una realtà lavorativa aziendale. Ecco le loro caratteristiche principali:

  • il 46% è altruista, nel senso di fornire il supporto che viene richiesto;
  • il 43% conosce i referenti sui vari temi;
  • il 50% si assume responsabilità in più rispetto ai compiti dati;
  • il 42% è resiliente;
  • il 42% riesce ad integrare lavoro e vita privata;
  • Il 35% sa scegliere gli strumenti giusti, digitali e collaborativi, per capitalizzare e condividere la conoscenza.

I consigli di chi lo fa

E’ stato chiesto ai dipendenti di Abbot, una delle prime multinazionali del settore healthcare ad aver attivato forme di lavoro agile in Italia, quali fossero le loro reali esigenze. Gli aspetti più rilevanti da tenere in considerazione – secondo i dipendenti –  per cambiare l’approccio al lavoro sono:

  • Lo stile di leadership per il 25%;
  • Le opportunità di formazione e sviluppo per il 23%;
  • L’ambiente organizzativo per il 21%;
  • La chiarezza della strategia aziendale per il 13%.

Gli strumenti più efficaci

  • Il telelavoro (44%);
  • L’ambiente e orari flessibili (33%);
  • Servizi di welfare aziendale (22%).

Cosa stanno facendo le imprese

Il 17% delle grandi imprese italiane nel 2015 – in base ad un’indagine Doxa – aveva in atto progetti strutturati di smart working, un +9% rispetto al 2014. E un’impresa su due aveva adottato iniziative per creare più flessibilità, come policy su orari e spazi di lavoro, dotazione tecnologica a supporto, revisione del layout degli uffici o interventi sugli stili di leadership. Tra le Pmi la diffusione, due anni fa, risultava ancora molto limitata.

Anche i dipendenti pubblici possono diventare smart worker?

La risposta è sì. Il 25 maggio è stata approvata in conferenza unificata Stato-Regioni una direttiva del dipartimento di funzione pubblica che fissa modalità e criteri di utilizzo del lavoro ‘agile’ per i dipendenti della pubblica amministrazione.

Leggi anche: i 12 trend del lavoro digitale in Italia

Lo smart working è un'innovazione potente, figlia dello spirito del nostro tempo, che usa la tecnologia per rinnovare l'organizzazione del lavoro, migliorare i risultati e questo vale anche nella pubblica amministrazione, dove si va ad aumentare efficacia ed efficienza. Spero che tutto questo, alla luce anche della nostra direttiva specifica, venga supportato dai dati. Abbiamo deciso in parallelo di misurare come i primi casi di smart working incidano sulla qualità dei servizi ai cittadini: sono certa che presto avremo elementi che indicheranno una migliore qualità", ha dichiarato il ministro della Semplificazione e della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, durante il convegno ‘Smart work, better life’, organizzato dal Centro Europeo di Studi Manageriali (Cesma).

Agi News

Mps, cosa succede dopo l’intervento dello Stato

Roma – Con il fallimento dell'aumento di capitale di Mps e il successivo intervento dello Stato, si apre una fase nuova per Monte dei Paschi di Siena. I problemi, però, restano quelli vecchi: un capitale insufficiente e un cumulo di prestiti deteriorati da smaltire. Problemi che spetterà al governo risolvere, sotto l'attenta supervisione della Ue.

La ricapitalizzazione e le garanzie per la liquidità

Il primo passo è la ricapitalizzazione "precauzionale" e "temporanea" dell'istituto tramite denaro pubblico (prevista dall'articolo 32 comma 4 della direttiva comunitaria BRRD) che dovrà avvenire entro il 31 dicembre. Non è ancora noto quanti dei 20 miliardi stanziati dal governo, alle prese con diverse crisi bancarie, verranno utilizzati per Mps. Non è pertanto possibile al momento stimare a quanto salirà la partecipazione dello Stato nell'azionariato della banca, attualmente al 4%. Secondo le stime della banca d'investimento Equita, la ricapitalizzazione pubblica ammonterebbe a 4 miliardi: lo Stato avrebbe una quota del 62% e gli investitori istituzionali controllerebbero il 38%. Nell'immediato, ancora prima della ricapitalizzazione, potrebbero essere inoltre attivate garanzie pubbliche su emissioni di liquidità, per attutire gli effetti della fuga di correntisti. Lo scorso luglio, l'Italia ha avuto l'autorizzazione dalla Ue di attivarne fino a 150 miliardi di euro. 

I prossimi passi

  1. Ricapitalizzazione con il denaro pubblico
  2. Cancellazione della conversioni volontarie delle obbligazioni subordinate 
  3. Conversione di tutte le obbligazioni subordinate
  4. Rimborso 
    • Integrale per i piccoli risparmiatori
    • Burden sharing per gli investitori istituzionali
  5. Nuovo piano industriale redatto dal governo 
  6. Dossier sugli esuberi e delle filiali da chiudere
  7. Cessione delle sofferenze

La conversione dei bond e il nodo del 'misselling'

Una volta avviata la ricapitalizzazione precauzionale, verranno cancellate le conversioni volontarie delle obbligazioni subordinate avvenute durante il tentato aumento di capitale privato. Si procederà quindi alla conversione forzata di tutte le obbligazioni subordinate. Gli investitori istituzionali dovranno sopportare perdite in virtù del criterio del 'burden sharing'. Per i circa 40 mila piccoli risparmiatori ci sarà invece il rimborso integrale sulla base della presunzione che tutti loro abbiano acquistato i bond senza conoscerne i rischi reali. Dovrà essere però la Commissione Europea a suffragare l'ipotesi che si sia trattato di "misselling", ovvero di vendita irregolare, in tutti i casi, così da giustificare il rimborso integrale. Da Bruxelles c'è già stata un'apertura in questo senso.

Il nuovo piano industriale 

Assunto il controllo di fatto di Montepaschi, il governo dovrà stendere un nuovo piano industriale, che dovrà essere sottoposto al vaglio della Bce. Lo Stato dovrà quindi riprendere in esame i dossier sugli esuberi, stimati a quota 2.600 dal precedente piano, e delle filiali da chiudere, al momento 500. Non sono previsti cambi ai vertici (l'ad Marco Morelli ha detto "il mio impegno continua con ancora più energia"), dato che quelli attuali sono stati nominati con il pieno sostegno di Palazzo Chigi e ministreo dell'Economia. I manager guadagneranno però un po' meno, dovendosi adeguare a quanto previsto per le retribuzioni dei dirigenti pubblici.

La cessione delle sofferenze

Il punto cruciale del nuovo piano industriale sarà però la cessione ad altri operatori dei 27,7 miliardi di sofferenze il cui deconsolidamento è stato chiesto dalla Bce. La tabella di marcia indicante tempi e modalità dell'operazione dovrà comunque essere stesa il mese prossimo. Lo Stato interverrebbe con l'emissione di 'Gacs', garanzie sulle cartolarizzazioni delle sofferenze, che verrebbero applicate alle tranche senior, ovvero quelle considerate più sicure. Atlante aveva dichiarato di essere disponibile a realizzare il piano di cartolarizzazione degli npl, peraltro già sostanzialmente definito nel prezzo e in tutte le sue fasi di implementazione, senza senior bridge financing, anche qualora ci fosse un intervento dello Stato nel capitale. Una volta riportati i conti di Mps in linea con i requisiti, si aprirà un altro delicatissimo capitolo: la ricerca di un investitore che rilevi le quote in mano allo Stato.

Agi News

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