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Gli effetti della psicosi coronavirus sulla produzione di petrolio

La “vittima” eccellente del coronavirus è il petrolio che è in forte calo e il cui prezzo è ai minimi da maggio 2019 a New York e da novembre 2018 a Londra. Il timore per la pandemia potrebbe sconvolgere l’intero mercato dell’oro nero al punto che l’Opec sta pensando di organizzare una riunione straordinaria già alla fine di questo mese.

I due barili di riferimento, il WTI quotato a New York e il Brent quotato a Londra, sono diminuiti rispettivamente del 16% e del 12% da inizio anno. I prezzi erano peraltro aumentati qualche settimana fa, al culmine delle tensioni tra Iran e Stati Uniti ma le notizie sul coronavirus hanno invertito la tendenza. Secondo gli analisti “i prezzi del petrolio sono stati estremamente vulnerabili all’epidemia” nel senso che più il virus si diffonde, maggiore è il potenziale impatto economico e l’impatto sul consumo di petrolio.

Nel periodo 15-22 gennaio, secondo alcuni analisti, le importazioni di petrolio cinese sono calate di quasi 2 milioni di barili al giorno (mbpd) rispetto alla media di gennaio 2019, e di 3 mbpd dall’inizio del 2020. Logicamente, “quando il motore economico comincia a cedere, la necessità di carburante diminuisce”, dice Naeem Aslam, un analista di Avatrade.

Il ruolo della Cina nel mercato del petrolio 

La Cina è il secondo consumatore mondiale di greggio e quindi gioca un ruolo cruciale nell’equilibrio di un mercato già indebolito da un’offerta sempre più abbondante, dovuta in particolare agli Stati Uniti, che sta pompando a livelli record grazie all’aumento dello scisto. La prospettiva di un calo della domanda arriva in un momento in cui l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) sta lottando per sostenere i prezzi del petrolio già indeboliti dall’abbondante offerta di oro nero e dal rallentamento della crescita globale.

Il ministro saudita dell’Energia, Abdel Aziz ben Salmane, fratellastro del potente principe ereditario Mohammed ben Salmane (MBS) e leader del cartello, cerca di rassicurare e vede nella caduta dei prezzi solo una reazione “psicologica” degli investitori. Ma secondo Carsten Fritsch, analista di Commerzbanck, “la spettacolare caduta degli ultimi giorni sembra rendere nervosa l’Opec”. Il greggio Brent, ad esempio, è sceso sotto i 60 dollari al barile, una delle soglie simboliche per gli analisti.

Intervistato dall’agenzia ufficiale algerina APS, il ministro dell’Energia, Mohamed Arkab, ha indicato come “molto probabile” l’anticipo a febbraio della riunione “affinché si possano trovare i mezzi per garantire l’equilibrio del mercato”.

L’Opec vuole evitare di inviare segnali di panico al mercato

Ma queste informazioni non sono state confermate da altri membri del cartello. Anche il ministro russo dell’Energia Alexander Novak ha detto di essere pronto per un incontro “molto rapidamente se necessario”. Il gruppo e i suoi alleati Opec+, guidati dalla Russia, avevano programmato una “riunione straordinaria” all’inizio di marzo, mentre il cartello abitualmente si riunisce ogni sei mesi.

Anticipare l’incontro potrebbe sortire un effetto opposto al previsto e inviare un segnale di “panico” al mercato. Un ulteriore taglio alla produzione, o almeno una proroga del taglio dopo marzo, rimane l’arma principale del cartello per sostenere i prezzi: c’è da valutare bene il da farsi visto che una mossa del genere potrebbe non ottenere il sostegno dei suoi membri o del suo principale alleato, la Russia. 

Agi

Le banche centrali alla prova della crisi. Cosa c’è in ballo a Jackson Hole

Dal 22 al 24 agosto i banchieri centrali di tutto il mondo si riuniranno a Jackson Hole, nel Wyoming, per il tradizionale appuntamento che da 35 anni serve a fare il punto sul futuro dell’economia mondiale. Fed, Bce, Boe e Boj fin dallo scorso luglio si sono messe il casco da pompiere e si dicono pronte a spegnere l’incendio, quindi a mettere in campo tutte le strategie possibili contro il rallentamento dell’economia globale.

Tra fine luglio e agosto i timori di recessione sono cresciuti, estendendosi a macchia di leopardo in tutto il globo e in Europa. Dalla contrazione del Pil della Germania all’inversione negli Usa della curva dei rendimenti a dieci e due anni, si sono accese molte spie rosse. Il simposio sarà una tappa intermedia in vista dei futuri appuntamenti: i partecipanti saranno ansiosi di ottenere nuovi indizi da Jerome Powell sul pensiero del Fomc in vista della riunione di metà settembre. 

La Bce a settembre riarmerà il bazooka

A fine ottobre Mario Draghi terminerà il suo mandato e lascerà il testimone alla francese Christine Lagarde. A sorpresa il 15 agosto il presidente della Banca di Finlandia, Olli Rehn, uno dei ‘falchi’ del consiglio direttivo della Bce, ha giocato d’anticipo, facendo sapere che l’istituto di Francoforte riprenderà in mano il bazooka fin dalla prossima riunione del 12 settembre, varando un piano di stimoli molto più sostanzioso di quello atteso dai mercati.

Le misure allo studio sono diverse e sicuramente quelle di maggiore impatto sui mercati riguarderanno i nuovi tagli dei tassi di interesse e l’avvio di un Qe2 (potrebbe ammontare a 50 miliardi), cioè un nuovo programma di acquisto titoli, che farebbe seguito al Qe1 ritirato alla fine dello scorso anno. L’altra novità, molto attesa dai mercati, riguarda le modifiche di alcuni limiti del precedente piano di acquisti (il limite del 33%, riferito ai titoli con vita residua da 1 e 30 anni dovrebbe essere alzato intorno al 50%).

Cosa farà la Fed sui tassi?

Lo scorso 31 luglio la Federal Reserve, dopo 10 anni di pausa, ha ripreso a tagliare i tassi Usa, che ora sono tra il 2% e il 2,25%. Sul futuro però Jerome Powell non è stato chiaro: prima afferma che quello deciso a fine luglio “non è l’inizio di una lunga serie di tagli” ma rappresenta “un aggiustamento di metà ciclo economico”. Poi corregge il tiro: “Permettetemi di essere chiaro. Ho detto che non è l’inizio di una lunga serie di tagli dei tassi. Non ho detto che è solo uno o qualcosa del genere”, spiega. Insomma prima chiude e poi apre a più tagli dei tassi Usa, che probabilmente quest’anno saranno altri due. Ma secondo gli esperti l’unica chiave per evitare il peggio è annunciare una tregua tariffaria con la Cina: anche un taglio di altri 50 punti base non sarebbe sufficiente a contrastare una spirale discendente del commercio e del caos valutario, dicono gli economisti. 

La Bank of England taglia le stime

La riunione della Bank of England del 1 agosto ha confermato le attese del mercato, lasciando i tassi fermi allo 0,75%. La Boe ha anche tagliato le stime di crescita: si stima un aumento del Pil dell’1,3% nel 2019 e nel 2020, contro un +1,5% e +1,6% precedente. Da agosto 2018, il costo del denaro nel Regno Unito è stabile. La politica monetaria della Banca d’Inghilterra è strettamente legata allo scenario della Brexit. Nel caso in cui il 31 di ottobre dovesse palesarsi una ‘hard Brexit’ la Boe sarà costretta a intervenire pesantemente a sostegno dell’economia britannica, con un ampliamento del Qe.

La Banca del Giappone rimane ultra-accomodante

Lo scorso 30 luglio la Banca centrale del Giappone ha rinnovato la sua politica monetaria molto accomodante e ha lasciato i tassi d’interesse invariati, nonostante la debolezza dell’inflazione e le tensioni commerciali con gli Usa. La Banca del Giappone non dovrebbe rivedere la sua politica già oggi ultra-accomodante, piuttosto, secondo gli esperti, l’Istituto di Tokyo potrebbe mettere in atto altre opzioni, come riaccelerare gli acquisti di obbligazioni. 

Agi

Le Borse europee scommettono sul bazooka della Bce 

La prospettiva di un nuovo e robusto intervento della Bce a settembre spinge verso l’alto le borse europee che chiudono l’ultima seduta della settimana in deciso rialzo. Tra fine luglio e agosto si sono accese diverse spie rosse e i timori di recessione sono cresciuti, estendendosi a macchia di leopardo in tutto il globo e in particolare in Europa.

E allora il governatore della Banca di Finlandia, Olli Rehn, uno dei ‘falchi’ del consiglio direttivo della Bce, decide di giocare d’anticipo e fa sapere che l’istituto di Francoforte potrebbe riprendere in mano il bazooka fin dalla prossima riunione del 12 settembre, varando un piano di stimoli molto più sostanzioso di quello atteso dai mercati.

Secondo Rehn, le prospettive sulla crescita economica in Europa si sono deteriorate negli ultimi due mesi e questo peggioramento “giustifica un’ulteriore azione di politica monetaria, e questo è quanto intendiamo fare a settembre“. Le misure allo studio sono diverse e sicuramente quelle di maggiore impatto sui mercati riguarderanno i nuovi tagli dei tassi di interesse e l’avvio di un Qe2, cioè un nuovo programma di acquisto titoli, che farebbe seguito al Qe1 ritirato alla fine dello scorso anno.

Solo indiscrezioni per il momento ma che, intanto, portano Milano (Ftse Mib +1,4%) a essere la migliore davanti a Francoforte che ha registrato un progresso dell’1,31% a 11.562,74 punti. Il Cac 40 di Parigi ha guadagnato l’1,22% a 5.300,79 punti e l’Ftse 100 di Londra è salito dello 0,71% a 7.117,15 punti.

Lo spread tra Btp e Bund chiude a 209 punti, in lieve rialzo rispetto ai 204 dell’apertura ma in calo contro i 216 punti della chiusura di mercoledì scorso. Il tasso del decennale si attesta all’1,411%.

Buona partenza anche di Wall Stret che, sulla scia del buon andamento di mercati Ue, prosegue il suo trend di recupero dopo un’apertura in rialzo visti i buoni dati sulle vendite al dettaglio di ieri. A New York si attendono segnali per un taglio dei tassi di interesse e la prossima settimana. Durante il meeting dei banchieri centrali i fari saranno tutti puntati su ciò che farà Jerome Powell dopo le settimane di pressing sulla Fed da parte del presidente statunitense Donald Trump per un taglio dei tassi Usa.

Nei giorni scorsi si era registrata un’inversione della curva dei rendimenti, con il tasso del titolo biennale che aveva superato quello del decennale. Un fenomeno atipico che non si verificava dal 2007 e considerato una spia di un peggioramento del clima di fiducia nel breve termine, nonché un’avvisaglia di recessione.

Secondo un rapporto di Standard and Poor’s, l’economia americana ha una possibilita’ su tre di scivolare nella recessione nei prossimi 12 mesi. In base alle valutazioni dell’agenzia di rating la probabilità si pone ora al 30-35%, un livello superiore al 25-30% previsto precedentemente. “L’imprevedibilità – sottolinea l’agenzia – sul fronte commerciale e un persistente debole contesto industriale globale sono le ragioni principali per l’allerta”.

I timori di un rallentamento pesano anche sul fronte del petrolio. L’Opec, infatti, ha tagliato le previsioni di crescita della domanda per il 2019 a 1,1 milioni di barili al giorno, una cifra che equivale a un taglio di soli 40.000 barili al giorno. Si tratta della seconda riduzione in tre mesi motivata dai timori di un rallentamento della crescita economica globale e dalle incertezze derivanti dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

Agi

Tutte le misure a rischio a causa della crisi di governo

Dall’Assestamento di bilancio, che insieme al dl “salva conti” rientra nel piano del governo per evitare la procedura d’infrazione europea, al salario minimo, fino all’ultimo decreto legge con le tutele sui rider, il sostegno alle aziende in crisi e lo stop all’immunità per gli attuali gestori dell’ex Ilva, approvato dal Consiglio dei ministri “salvo intese” nei giorni scorsi. Questi sono alcuni dei provvedimenti rimasti “appesi” che rischiano di saltare con la crisi di governo.

DDL ASSESTAMENTO

Un provvedimento chiave, rimasto in sospeso, è il disegno di legge sull’assestamento di bilancio che, insieme al decreto ‘salva conti’, già approvato dalle Camere, riduce di 7,6 miliardi il deficit rispetto alle previsioni del Def di aprile. Il via libera del Consiglio dei Ministri è arrivato il 1 luglio. Essendo un disegno di legge non ha una scadenza, ma poiché le misure si inseriscono all’interno della trattativa con Bruxelles, il Parlamento dovrà varare il testo il prima possibile.

L’Aula del Senato ha approvato il Rendiconto 2018 e l’Assestamento 2019 il 23 luglio senza modifiche rispetto al testo presentato dal Governo. Il ddl è passato ora all’esame della Camera per il via libera definitivo ed è atteso in Aula da lunedì 16 settembre.

SALARIO MINIMO

In stand-by da mesi, in commissione Lavoro del Senato, il ddl sull’introduzione del salario minimo, cavallo di battaglia dei 5 Stelle, da sempre terreno di scontro tra M5s e Lega. L’approdo nell’Aula di Palazzo Madama è più volte slittato a causa del mancato accordo politico tra le forze di maggioranza. La proposta grillina contro cui si sono schierate tutte le parti sociali, tranne i sindacati autonomi e di base, è stata frenata dalla Lega che teme contraccolpi per il mondo produttivo, soprattutto in termini di aumento del costo del lavoro.

Secondo quanto prevede il Ddl, che la senatrice 5S Nunzia Catalfo ha presentato a luglio del 2018 e modificato nel corso dell’iter parlamentare, il trattamento economico minimo orario previsto dal contratto collettivo nazionale non può essere inferiore ai 9 euro lordi. Il salario minimo a 9 euro determinerebbe un maggiore costo del lavoro stimato in una forchetta tra i 4,3 miliardi stimati dall’Istat e i 6,7 miliardi stimati dell’Inapp (ex Isfol). La Lega ha sempre contestato la misura ritenendola dannosa per le imprese. Il tema è stato oggetto anche dei tavoli con le parti sociali convocati da Matteo Salvini al Viminale nelle scorse settimane.

DL IMPRESE

Approvato dal Consiglio dei ministri nella formula “salva intese”, il decreto doveva essere pubblicato in Gazzetta ufficiale il 28 agosto per poi essere convertito in legge dalle Camere. Ma il testo deve essere ancora approvato definitivamente dal governo e sottoposto alla Ragioneria dello Stato per la bollinatura. Successivamente dovrà essere inviato al Capo dello Stato per la promulgazione. Altrimenti queste norme resteranno solo sulla carta.

Il provvedimento prevede tutele per i rider: dall’introduzione dell’assicurazione obbligatoria Inail contro infortuni e malattie al mix di cottimo e paga oraria come trattamento economico. La retribuzione base oraria sarà riconosciuta a patto che, per ogni ora lavorata, il lavoratore accetti almeno una chiamata. Nel decreto trovano spazio anche le norme per salvare l’impianto napoletano della Whirlpool, la proroga della cassa integrazione per la Blutec di Termini Imerese, il sostegno alla riduzione dei costi dell’energia per l’ex Alcoa di Portovesme, disposizioni per l’area di crisi di Isernia, modifiche all’ indennità di disoccupazione per i co.co.co, ampliamento delle tutele in favore degli iscritti alla gestione separata e la stabilizzazione dei precari di Anpal servizi. Nonché lo stop all’immunità penale, civile e amministrativa per ArcelorMittal che avrà alcune tutele legali a tempo strettamente vincolate al rispetto del piano ambientale nell’ex Ilva.

CHIUSURE DOMENICALI

Tra i provvedimenti in stand-by che rischiano di non ottenere mai il disco verde del Parlamento anche la proposta di legge per le chiusure domenicali dei negozi, altro cavallo di battaglia M5s. Il ddl è fermo in commissione Attività produttive della Camera. All’origine dello stop ci sarebbe il fatto che l’opportunità di tenere chiusi gli esercizi commerciali di domenica è considerato un tema molto divisivo nel Paese.

GOLDEN POWER

Si è arenato l’iter parlamentare del dl golden power, licenziato dal Consiglio dei ministri l’11 luglio. Il provvedimento, che scade il 9 settembre, rafforza i poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e del 5G. Il governo nel corso dell’esame in commissione Finanze del Senato ha annunciato che non intende insistere per la conversione in legge visto che in Consiglio dei ministri il 19 luglio è stato approvato un disegno di legge per disciplinare in modo più organico la materia della sicurezza informatica nazionale. L’esame in Commissione e’ stato pertanto rinviato. 

Agi

Tav, Alitalia, Ponte Morandi: il bandolo della matassa che Lega e M5s non trovano

Parte la gara anche per il versante italiano della Tav. Notizia fresca, oggi sui giornali. Lo ha deciso ieri il consiglio d’amministrazione di Telt, la società dei governi italiano e francese che ha il compito di realizzare la linea ferroviaria Torino-Lione. E la gara riguarda l’intero tratto del tunnel in Italia, che vale un miliardo di euro. Anche se per far partire le gare è necessario prima il nullaosta dei rispettivi governi, italiano e francese.

Ed è proprio sul fronte italiano di quest’aspetto che si registrano alcune novità. “Tav, Conte pronto al sì. Di Maio spalle al muro”, titola sicura La Stampa di Torino, città che si trova proprio lungo la direttrice ferroviaria veloce. “Tav, via libera ai bandi italiani. La Lega esulta: non sarà leggera” titola il Corriere mentre Il Fatto Quotidiano registra: “Telt fa un altro passo verso il Tav”. “Tav: sì ai bandi per i lavori in Italia, al 55% fondi europei” informa Il Sole 24 Ore.

E su questo ultimo aspetto dei fondi e dei finanziamenti mette l’accento il quotidiano sabaudo, perché “se si segue la traccia dei soldi, ieri a Parigi, nel Cda di Telt, è stato fatto un nuovo passo avanti per la realizzazione della Torino-Lione”. Infatti l’Unione Europea ha ufficializzato la volontà di alzare la quota di finanziamento comunitario anche per le tratte nazionali, e questa notizia per l’Italia significa “uno sconto complessivo di 1, 6 miliardi”.

Cosicché la spesa per il governo di Roma scenderebbe da 3,104 miliardi per il tunnel di base a 2, 367 miliardi mentre la spesa per il collegamento che da Bussoleno, nella piana della Valsusa, arriva a Torino verrebbe dimezzata scendendo da 1, 7 miliardi a 850 milioni.  E anche Parigi avrebbe i suoi vantaggi: dovrebbe spendere 1,764 miliardi contro 2,289 rivedendo il progetto iniziale per opere da 7 miliardi complessivi, con l’idea “di individuarne un altro low cost, sul modello italiano”.

Fin qui gli aspetti tecnici mentre sul piano politico si registrano delle novità. Luigi Di Maio confida in Conte e dice di fidarsi di lui auspicando una “soluzione”. Ma di quale soluzione si possa trattare non sa dirlo nemmeno lui. Sta di fatto che prima delle elezioni il premier aveva avocato a se il dossier Tav e il neogovernatore leghista ora la chiama direttamente in causa sollecitando “una parola chiara” dall’esecutivo sulla volontà di proseguire l’opera.

Tuttavia per i 5Stelle si è aperto anche un altro fronte, quello del nuovo Ponte Morandi a Genova. Ieri, infatti, nel giorno della prima colata di calcestruzzo per la costruzione del nuovo tratto di strada sospeso sul Polcevera, i 5Stelle hanno rilanciato l’idea della revoca delle concessioni ad Autostrade per l’Italia. Ciò che rischia di creare un cortocircuito pericoloso e incrinare i rapporti con la stessa società, resi al moment ancora più complicati dal possibile coinvolgimento del Gruppo Atlantia impegnato nel salvataggio di Alitalia. E sulla revoca la Lega ha già detto la sua: “Follia”. Anche se fonti 5Stelle “non escludono comunque che di fronte all’opposizione della Lega possa scattare una sorta di piano B. Ovvero la richiesta di revoca della concessioni solo per la tratta genovese”, si può leggere su Il Messaggero cartaceo, che oggi dedica un ampio resoconto all’argomento.

E se “il conto per lo Stato si aggirerebbe sui 25 miliardi, euro più euro meno, quello politico rischia di essere ancora più salato”. Ma il vicepremier Luigi di Maio, “forte di una relazione tecnica elaborata da una Commissione instituita presso il Mit, vale a dire un’opinione di parte, ha comunque rotto gli indugi, aprendo di fatto un nuovo incandescente fronte. (…) Una mossa dirompente ma tutto sommato scontata visto che il leader dei 5Stelle, dopo il dramma della caduta del Ponte Morandi, ha ripetuto a cadenze regolari che la convenzione va stracciata. E che i 3 mila chilometri di rete devono passare dai privati all’Anas”. Mentre sul fronte opposto, “Matteo Salvini non ha nessuna intenzione di infilarsi nella complessa procedura d revoca della concessione”, si legge ancora sul quotidiano della Capitale.

Ma tornando alla Tav, è chiaro che la mossa di Bruxelles di ieri, improntata a incentivi e maxi-sconti, cambia il quadro della situazione spingendo il premier “verso il sì”, si legge in un retroscena ancora sul quotidiano torinese, mentre il Movimento 5 Stelle prova ancora a resistere evitando una Caporetto sulla battaglia anti-Tav. E se Salvini è sempre contro la Tav leggera, “perché a me piacciono i treni che corrono”, sul Fatto si legge che “ieri è arrivato, via Facebook, il no definitivo pure del l’altro vicepremier, Luigi Di Maio: ‘Non abbiamo mai pensato a un progetto di Tav leggero. Parliamo piuttosto di cose serie. Ho fiducia nel fatto che il presidente Conte trovi una soluzione’.

Post subito approvato da Alessandro Di Battista, riunendo così le due anime dei Cinquestelle”. Ma è chiaro che “la notizia dell’innalzamento del contributo comunitario fino al cinquanta per cento della tratta nazionale della Tav mette in enorme difficoltà il M5s, sempre più stretto fra la pressione dell’Europa e della Lega da un lato, e dei No Tav dall’altra”.

Quindi? “Per il Movimento è la prova fatale: dopo aver costretto gli elettori pugliesi ad accettare il gasdotto Tap e il rilancio dell’Ilva, sul tavolo ora c’è la più simbolica delle battaglie Cinque Stelle sul territorio contro le grandi infrastrutture”, si legge ancora nel retroscena su La Stampa. Di Maio e i 5Stelle si impunteranno o abdicheranno?

Agi

Tria presenta denuncia alla Procura per la diffusione della bozza della lettera all’Ue

“Lunedì il generale Fabrizio Carrarini, vice-capo di gabinetto del ministro e responsabile della sicurezza cibernetica, depositerà alla Procura della Repubblica in nome e per conto del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, una denuncia per divulgazione di atti secretati e violazione di segreto d’ufficio”: lo si legge in una nota del Mef.

“La decisione – aggiunge la nota – fa seguito alla diffusione a mezzo stampa di una bozza di lettera del ministro in risposta alle richieste di spiegazioni da parte della Commissione europea circa l’evoluzione del debito italiano nel 2018”. 

Agi

I vent’anni della moneta unica secondo i vertici europei

L'euro compie oggii 20 anni. La moneta unica è stata lanciata il primo gennaio 1999 in 11 paesi europei, inizialmente solo per le transazioni contabili e finanziarie, e tre anni più tardi anche come banconota e moneta di uso comune. L'anniversario è ricordato in un comunicato della Commissione europea in cui si evidenzia che "questo momento storico è stato la pietra miliare di un viaggio che aveva l'ambizione di assicurare stabilità e prosperità all'Europa.

Oggi, ancora giovane, l'euro è la valuta di 340 milioni di europei utilizzata in 19 Stati membri. Ha portato vantaggi tangibili a famiglie, imprese e governi europei: prezzi stabili, costi di transazione inferiori, risparmi protetti, mercati più trasparenti e competitivi e aumento degli scambi.

Circa 60 Paesi in tutto il mondo collegano le loro valute all'euro in un modo o nell'altro, e stiamo facendo di più per consentire all'euro di svolgere completamente il suo ruolo sulla scena internazionale. Si prevede che altri Stati membri dell'Ue aderiranno all'area dell'euro non appena avranno soddisfatto i criteri previsti".

"Completare l'unione monetaria"

"In quanto rappresentante di uno degli unici firmatari del trattato di Maastricht ancora politicamente attivo", dice Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, "ricordo i duri e combattuti negoziati per il lancio dell'Unione economica e monetaria.

Più di ogni altra cosa, ricordo la profonda convinzione che avevamo di stare aprendo un nuovo capitolo nella nostra storia comune. Un capitolo che modellerà il ruolo dell'Europa nel mondo e il futuro di tutta la sua gente. A 20 anni di distanza, sono convinto che questa sia stata la firma piu' importante che io ho mai realizzato. L'euro è diventato un simbolo di unità, sovranità e stabilità. Ha portato prosperità e protezione ai nostri cittadini e dobbiamo garantire che continui a farlo. Ecco perché stiamo lavorando duramente per completare la nostra Unione economica e monetaria e per rafforzare ulteriormente il ruolo internazionale dell'euro".

L'euro, sottolinea Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, "è più popolare oggi che mai: tre cittadini su quattro ritengono che sia positivo per la nostra economia. Affinché gli europei possano beneficiare pienamente dei posti di lavoro, della crescita e della solidarietà che porterà la moneta unica", aggiunge, "dobbiamo completare la nostra Unione economica e monetaria attraverso un'autentica Unione finanziaria, fiscale e politica. Ciò consentirà inoltre all'Europa di proteggere meglio i suoi cittadini da potenziali crisi future". 

Secondo Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, "la creazione dell'euro 20 anni fa – insieme alla liberazione dell'Europa centrale e orientale e alla riunificazione della Germania – è stato un momento cruciale nella storia europea. Da allora", osserva, "la nostra moneta comune è diventata una potente espressione dell'Unione europea come forza politica ed economica nel mondo. Nonostante le crisi, l'euro si è mostrato resiliente e gli otto membri che hanno aderito agli 11 hanno goduto dei suoi benefici. Mentre il mondo continua a cambiare, continueremo a migliorare e rafforzare la nostra Unione economica e monetaria".

Un futuro ancora in fase di scrittura

L'euro, sottolinea il presidente della Bce, Mario Draghi, "è la conseguenza necessaria e logica del mercato unico. Rende più facile viaggiare, commerciare e negoziare all'interno dell'area dell'euro e oltre. Dopo 20 anni, c'eè una generazione che non conosce altra valuta domestica. Durante questo periodo, la Bce ha svolto il compito principale di mantenere la stabilità dei prezzi. Ma contribuiamo anche al benessere dei cittadini dell'area dell'euro sviluppando banconote sicure e innovative, promuovendo sistemi di pagamento sicuri, controllando le banche per garantire che siano resilienti e controllino la stabilità finanziaria nell'area dell'euro".

La moneta unica, rileva il presidente dell'Eurogruppo, Mario Centeno, "è stata una delle più grandi storie di successo europee. Non ci sono dubbi sulla sua importanza e sul suo impatto nei primi due decenni della sua storia. Ma il suo futuro è ancora in fase di scrittura, e questo ci impone una responsabilità storica.

L'euro e la stretta cooperazione economica che esso comporta si sono evoluti nel tempo, superando le sfide a suo modo. Ha fatto molta strada dall'inizio, e ha visto importanti cambiamenti sulla scia della crisi per aiutarci a superare le difficoltà. Ma questo lavoro non è ancora finito, richiede continui sforzi di riforma nei bei tempi e nei tempi difficili. Non ci possono essere dubbi sulla nostra volontà politica di rafforzare l'Unione economica e monetaria. Dobbiamo essere preparati a ciò che il futuro potrebbe contenere: lo dobbiamo ai nostri cittadini", conclude.

Agi News

Pronta la lettera dell’Ue che porterà alla contestazione della manovra

La lettera con cui la Commissione Ue dovrebbe avviare la consultazione con l'Italia per contestare formalmente la manovra è pronta, anche se non è stata ancora presa una decisione sul giorno in cui inviarla al governo. Secondo quanto si apprende a Bruxelles, un'ipotesi è quella di inviare la lettera già domani o dopodomani, anche se per la concomitanza del Consiglio europeo, la Commissione potrebbe decidere di rinviarla al fine settimana. "Abbiamo ricevuto ieri il quadro programmatico di bilancio dell'Italia, come di molti altri paesi. Lo stiamo valutando", ha detto il vicepresidente della Commissione responsabile dell'euro, Valdis Dombrovskis: "Normalmente se richiediamo informazioni addizionali a uno Stato membro lo facciamo entro una settimana", ha aggiunto.
La lettera è il primo passo formale che potrebbe portare alla bocciatura della manovra. Il Patto di Stabilità e Crescita prevede che la Commissione avvii una "consultazione" nel caso sospetti "un'inosservanza particolarmente grave degli obblighi" europei.

Agi News

Parte il cantiere della manovra e si rischia subito uno scontro sul deficit

Dopo la pausa estiva, il cantiere sulla manovra apre questa settimana e tre sono essenzialmente le priorità reddito di cittadinanza, Flat Tax e superamento della Legge Fornero. Il tema caldo resta quello delle coperture. Per trovare la quadra la partita si gioca sul fronte dei mercati finanziari, con la Commissione europea e all'interno dell'esecutivo stesso. Sulle piazze finanziarie le preoccupazioni sono tante: lo spread è arrivato a sfondare quota 290 nel giorno in cui l'agenzia Fitch​ conferma il rating BBB ma rivede al ribasso l'outlook. Il messaggio è chiaro: gli operatori finanziari sono in attesa di capire cosa farà l'esecutivo.

Entro il 27 settembre, ma i tempi potrebbero anche essere anticipati per tranquillizzare i mercati, palazzo Chigi e Mef dovranno mettere nero su bianco la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza con il quadro programmatico di finanza pubblica. Questo un passaggio, propedeutico alla legge di bilancio – che sarà trasmessa alle Camere entro il 20 ottobre -, sarà cruciale. È qui che saranno contenuti i numeri per il 2019, ossia le cifre macro che delineeranno lo stato di salute della nostra economia.

Il dibattito sul deficit

Il Def ereditato dal governo Gentiloni, infatti, che si è limitato a una fotografia della situazione esistente senza gli interventi programmatici, prevede che per il prossimo anno il rapporto tra il deficit e il Pil si fermi allo 0,8%. Ed è proprio sulla trattativa sullo sforamento del tetto che si apre il confronto, prima di tutto all'interno dell'esecutivo e poi con Bruxelles. 

I Cinque Stelle vorrebbero spingere il deficit fino al 2,9% per ricavare 17 miliardi di euro da destinare al reddito e la pensione di cittadinanza. La soglia sotto la quale il ministro Giovanni Tria non intende andare è fissata all'1,5%, dieci miliardi in più degli accordi precedenti. Salendo intorno all'1,8% di indebitamento Pa lo spazio di flessibilità sarebbe di circa 12-15 miliardi, cosa che rallenterebbe ulteriormente la riduzione del deficit strutturale. Intanto il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Giancarlo Giorgetti, ha rilanciato l'ipotesi di sforare il tetto del 3% per mettere in sicurezza le opere pubbliche. 

Gli obbiettivi da centrare sono costosi e il vero snodo è la reperibilità delle risorse. Per il reddito di cittadinanza servirebbero più di 4 miliardi ma per limitare il ricorso all'extra-deficit le risorse potrebbero fermarsi a quota 2-2,5 miliardi, questo significherebbe uno slittamento della riforma dei centri per l'impiego. Per evitare lo scatto delle clausole di salvaguardia legate all'aumento dell'Iva sono necessari 12,4 miliardi, uno sforzo che vale 0,7 punti percentuali di deficit. I provvedimenti cardine del contratto di governo dovranno essere coperti con tagli alla spesa o con aumenti di entrata. Occorrerà quindi una revisione delle tax expenditures, una spending review e la pace fiscale in modo che il gettito non sia una tantum perché altrimenti non potrebbe essere utilizzata a copertura di tagli di spesa o minori entrate, né valere per ridurre il deficit strutturale. Si potrebbe quindi pensare di introdurre per gradi la flat tax e il reddito di cittadinanza, attraverso un'opera di razionalizzazione di tutte le misure fiscali e assistenziali che oggi sono spesate nel bilancio pubblico.

Agi News

Quanto costerebbe la revoca della concessione ad Autostrade? 

Di Maio è convinto: "Ci sono tutte le motivazioni per non pagare penali". Ma al momento pare assai difficile revocare la concessione per la gestione delle autostrade ad Autostrade per l'Italia, se non sborsando una cifra enorme. Almeno 20 miliardi. Questo almeno è quello che prevede il contratto. Tecnicamente, va detto, la revoca è possibile. Ma Anas dovrebbe pagare ad Autostrade per l’Italia un risarcimento pari ad un "importo corrispondente al valore attuale netto dei ricavi della gestione, prevedibile dalla data del provvedimento di recesso, revoca o risoluzione del rapporto, sino a scadenza della concessione, al netto dei relativi oneri, investimenti e imposte nel medesimo periodo", con una serie di decurtazioni (qui il contratto consultabile sul sito del Governo).

Al calcolo di circa 20 miliardi si arriva tenendo presente gli utili di Autostrade per l'Italia nell'ultimo anno: circa un miliardo, 968 milioni. Questa cifra deve essere che moltiplicato per gli anni di durata della concessione, che scade il 31 dicembre 2038, quindi 20 anni. È la cifra più attendibile al momento, una cifra non troppo distante da quella che l'Italia impiega in un'intera finanziaria, davvero difficile da sostenere quindi, anche di fronte a 'grave colpa' dimostrata della società.

Il ministro dello Sviluppo e del Lavoro a Radio 24 ha ribadito che: "Di fronte a 40 morti non ci sono clausole che tengano". Eppure le clausole ci sono e prevedono che il concessionario, Autostrade, "avrà diritto, nel rispetto del principio dell'affidamento ad un indennizzo/risarcimento a carico del concedente (Anas), in ogni caso di recesso, revoca, risoluzione, anche per inadempimento del concedente e/o comunque cessazione anticipata del rapporto di convenzione pur indotto da atti e/o fatti estranei alla volontà del concedente, anche di natura straordinaria o imprevedibile" (Corriere della Sera). 

Per questo Atlantia, azionista di maggioranza di Autostrada per l'Italia, spiega che anche in caso di revoca, spetta ad Autostrade il riconoscimento del valore residuo della concessione "dedotte le eventuali penali se ed in quanto applicabili". Un ritorno shock in borsa per la società, visto che il titolo, dopo l'ipotesi di revoca, è crollato del 23,73%, perdendo poco meno di un quarto del suo valore.

Se la revoca è difficile, la dimostrazione delle gravi inadempienza però è possibile. I fatti di Genova hanno solo peggiorato la situazione di Autostrade per l’Italia, ma, ricorda Il Sole 24 Ore, è solo "l’ultimo di una serie di episodi perlomeno controversi: il crollo di un cavalcavia dell’A14 l’8 marzo 2017 e di alcune pensiline di caselli e portali segnaletici intorno al 2010, il sequestro per alcuni mesi nel 2014 di un altro cavalcavia a rischio, denunce pendenti presso varie Procure su altre opere con possibili prolemi strutturali, la sentenza del 10 aprile scorso sulla contraffazione del brevetto del controllo della velocità Tutor e il processo di Avellino per la morte di 40 persone su un bus precipitato dal viadotto Acqualonga della A16 il 28 luglio 2013"

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