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Trump ha ordinato l’aumento dei dazi su tutto l’import dalla Cina

Il presidente Donald Trump ha ordinato di alzare le tariffe su praticamente tutti i prodotti importati negli Usa dalla Cina che non sono ancora stati colpiti dalla politica dei dazi. La mossa è stata annunciata a meno di 24 ore dall’aumento delle tariffe dal 10% al 25% su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi importati negli Usa perché non è stato raggiunto un accordo commerciale con Pechino. “Il presidente ha anche ordinato di avviare il processo di aumento delle tariffe essenzialmente su tutte le altre importazioni dalla Cina vengono valutate in circa 300 miliardi”, è stato l’annuncio in una nota del rappresentante al Commercio Usa, Robert Lighthizer.

I dettagli sulle nuove tariffe saranno pubblicati lunedì sul sito del Rappresentante al Commercio Usa, in vista della decisione finale, ha spiegato Lighthizer. Dallo scorso anno, Usa e Cina hanno imposto dazi all’import reciproci per oltre 360 miliardi di dollari, frenando l’export di prodotti a stelle e strisce e con un impatto sulla produzione manifatturiera di entrambi i Paesi. 

Agi

La proposta di Pechino per uscire dallo stallo sui dazi

La Cina ha offerto un piano di aumento delle importazioni dagli Usa della durata di sei anni per azzerare il surplus commerciale con Washington. Lo rivela l’agenzia Bloomberg, che cita fonti a conoscenza delle trattative. Il surplus commerciale della Cina nei confronti degli Stati Uniti è stato pari a 323 miliardi di dollari lo scorso anno, secondo i dati diffusi da Pechino lunedì scorso. Il piano offerto dalla Cina prevederebbe un aumento delle importazioni dagli Usa che varrebbe, combinato, mille miliardi di dollari per portare a zero il surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti entro il 2024.

La proposta cinese sarebbe stata presentata a funzionari statunitensi agli scorsi colloqui sul commercio, che si sono tenuti a Pechino tra le delegazioni dei due Paesi, dal 7 al 9 gennaio scorsi, e secondo fonti di Cnbc, sarebbe legata alla rielezione del presidente Usa, Donald Trump, alla Casa Bianca, nel 2020.

La tregua tariffaria

Il 1 dicembre scorso, a Buenos Aires, Trump e il presidente cinese, Xi Jinping, hanno concordato una tregua di novanta giorni nella disputa tariffaria: ai colloqui di inizio gennaio è previsto un seguito, a Washington, il 30 e 31 gennaio prossimi, dove sarà presente una delegazione cinese guidata dal vice primo ministro Liu He, il principale consigliere economico di Xi. Qualora Cina e Stati Uniti non trovassero una soluzione accettabile alla disputa tariffaria, Trump aveva minacciato di innalzare i dazi su duecento miliardi di dollari di merci esportate dalla Cina verso gli Stati Uniti dal 10% attuale al 25% e di colpire con nuove tariffe altri 250 miliardi di dollari di export cinese verso gli Usa. 

Agi

Dazi, Trump: allo studio nuove tariffe su auto straniere

Il presidente americano, Donald Trump, torna a minacciare di imporre nuove tariffe sulle auto prodotte all'estero, anche in risposta al piano della General Motors di chiudere cinque fabbriche e licenziare 15 mila lavoratori. In due tweet, il capo della Casa Bianca ha spiegato che è in corso la valutazione di estendere le tariffe in vigore sulle importazioni di piccoli mezzi commerciali aiuterebbe il settore. "Il motivo per cui il settore dei furgoni negli Usa è così florido è perché, per molti anni, ci sono state tariffe del 25% su quelli che entravano nel nostro Paese" ha twittato.

"Se facessimo lo stesso con le auto, molte più auto verrebbero costruite qui e la G.M. non chiuderebbe le sue fabbriche in Ohio, Michigan e Maryland", ha aggiunto invitando il Congresso "a farsi furbo". "I Paesi che esportano le loro auto qui hanno approfittato degli Usa per decenni. Il presidente ha grande potere sulla questione e ora è allo studio", ha quindi annunciato.

Agi News

Stati Uniti e Cina si stanno mettendo d’accordo per chiudere la guerra dei dazi?

La Cina definisce “costruttivi” i colloqui in corso con gli Stati Uniti sulla risoluzione delle dispute commerciali, ma smentisce l’offerta da duecento miliardi di dollari per ridurre il surplus con gli Usa, come dichiarato in forma anonima da un funzionario di Washington nelle scorse ore. “Questo rumor non è vero”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Lu Kang in conferenza stampa. 

Lu ha aggiunto, senza scendere nel dettaglio, che i colloqui di Washington tra Cina e Stati Uniti sul commercio, giunti al secondo round dopo il primo svoltosi a Pechino il 3 e 4 maggio scorsi, “a quanto so, sono in corso e sono costruttivi”.

Giunto a Washington, il vice primo ministro cinese con delega agli affari economici e finanziari, Liu He, ha incontrato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a cui ha ribadito che la Cina vuole “gestire in maniera appropriata” le divergenze sul commercio con gli Usa per un “reciproco beneficio”, secondo quanto riporta l’emittente televisiva statale cinese, China Central Television.

Pace sul sorgo

In un segnale di distensione, il ministero del Commercio aveva annunciato l’interruzione dell'inchiesta anti-dumping sulle importazioni di sorgo dagli Stati Uniti, che erano soggette, secondo misure temporanee decise il mese scorso a dazi del 178,6%.

La Cina ha deciso di terminare le indagini anti-dumping sulle importazioni di sorgo proveniente dagli Stati Uniti perché “non sono nell’interesse pubblico”.

La decisione è stata annunciata da un comunicato diffuso dal ministero del Commercio, che cita i timori di un aumento dei costi segnalati da chi lavora nel settore e crescenti difficoltà per il settore agricolo.

Le indagini erano state lanciate a febbraio, e il 17 aprile scorso il ministero aveva deciso l’applicazione di una tariffa temporanea anti-dumping del 178% sul sorgo importato dagli Stati Uniti.

Lo scorso anno la Cina ha importato sorgo dagli Usa per 1,1 miliardi di dollari e la decisione di imporre dazi avveniva nel pieno delle tensioni sul commercio tra Cina e Stati Uniti. Il sorgo è utilizzato in Cina sia come mangime che per la produzione di alcolici.

Zte sullo sfondo

L’atmosfera tra Cina e Stati Uniti sul commercio si è rasserenata negli ultimi giorni. I colloqui – che si concluderanno il 19 maggio – seguono all’apertura di Trump, rispetto al caso Zte, oggetto di un bando settennale per la vendita di componenti al gigante della tecnologia cinese sull’accusa di esportazioni illegali verso l’Iran, che verrà preso nuovamente in considerazione dal Dipartimento del Commercio di Washington su richiesta dello stesso Trump. Una decisione che ha tuttavia sollevato le critiche della fronda anti-cinese alla Casa Bianca. 

Agi News

Cina e Usa dialogano sui dazi (a Pechino). Ma le posizioni sono distanti

Sono impaziente di incontrare il presidente Xi”, ha twittato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, segnalando l’arrivo a Pechino di una delegazione di alti funzionari americani, guidati dal segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, e dallo Us Trade Representative, Robert Lighthizer.

Sono giunti alla capitale per discutere gli attriti commerciali tra Cina e Stati Uniti; dovrebbero incontrare lo stesso Xi Jinping e il vicepresidente Wang Qishan. Gli analisti ritengono che questo tweet possa contenere una indicazione sul luogo in cui si terrà l’attesissimo summit fra Trump e il leader nord-coreano, Kim Jong-un, di cui si attende di conoscere anche la data (dovrebbe svolgersi entro giugno).

Non è escluso che il presidente americano abbia in mente di incontrare il leader di Pyongyang proprio in Cina, come potrebbero suggerire le sue parole. "Sono impaziente di incontrare il presidente Xi in un futuro non lontano. Avremo sempre una buona (grande) relazione".

Proprio nelle stesse ore, Kim ha confermato l'impegno di Pyongyang per la denuclearizzazione nel corso dell'incontro con il ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, che ha riaffermato la centralità della Cina nella penisola, dopo lo storico summit inter-coreano che ha spianato la strada per un trattato di pace tra le due Coree.

“Il nostro grande team finanziario è in Cina per cercare di negoziare un piano egualitario sul commercio!", ha poi scritto il presidente Usa.

Sono passati tre mesi da quando Liu He, il consigliere economico del presidente Xi Jinping, durante la sua visita a Washington, aveva chiesto all’amministrazione Trump di indicargli i funzionari con cui avrebbe potuto confrontarsi per evitare una guerra di dazi con il maggior partner commerciale della Cina. La risposta è arrivata oggi, giovedì 3 maggio, quando Liu, a capo della delegazione cinese, si è seduto per i colloqui di due giorni con sette funzionari istruiti da Donald Trump.

"Sono eccitato dall'essere qui", ha dichiarato Mnuchin alla stampa presente all'aeroporto di Pechino, poco dopo l'atterraggio nella capitale cinese, senza aggiungere commenti sulla visita.  Oltre a Mnuchin e a Lighthizer, la delegazione speciale comprende anche il segretario al Commercio Usa, Wilbur Ross, gli adviser della Casa Bianca Peter Navarro e Larry Kudlow, l’ambasciatore americano a Pechino Terry Branstand.


L'entusiasmo per i colloqui è stato, però, molto ridimensionato negli ultimi giorni, sia da parte cinese che statunitense.

“Se la delegazione statunitense verrà in buona fede, i colloqui potranno essere costruttivi", ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying, aggiungendo che sarebbe però irrealistico aspettarsi una risoluzione dei problemi dopo un solo round di colloqui. Molto più duro il giudizio di un funzionario del governo di Pechino, che ha sottolineato al South China Morning Post che la Cina non intende soccombere nella disputa sul Commercio con gli Stati Uniti e che è pronta a combattere "fino alla fine" una guerra commerciale.

Punti di partenza diversi

In particolare, secondo fonti che hanno parlato al New York Times nei giorni scorsi, la Cina non intende cedere su due precondizioni poste da Trump per il successo delle trattative:

  1. la riduzione del deficit commerciale bilaterale a vantaggio di Pechino di cento miliardi di dollari;
  2. e il ridimensionamento del piano di sviluppo del manifatturiero avanzato, il Made in China 2025.

L'arrivo della delegazione speciale statunitense viene accolto con fermezza dalla stampa cinese. "La Cina vuole che i colloqui producano soluzioni praticabili per mettere fine alla faida in corso e alle pratiche commerciali ingiuste degli Stati Uniti, e non è la sola a volerlo", scrive il China Daily, citando anche il caso dell'Unione Europea. La Cina, prosegue l'editoriale, "rimarrà ferma contro il bullismo degli Stati Uniti se necessario, e come campione della globalizzazione, del libero scambio e lode multilateralismo, avrà un forte sostegno da parte della comunità internazionale".

Sentimenti contrastanti emergono anche da parte della delegazione Usa, composta sia da "falchi" in economia, come Navarro, che da funzionari su posizioni meno oltranziste, come lo stesso Mnuchin, che ha però cambiato atteggiamento negli ultimi mesi, sostenendo le posizioni dure sul commercio di Trump.

In un'intervista a Fox News, lunedì scorso, il segretario al Tesoro Usa si era detto cautamente ottimista sulla possibilità di avere "discussioni schiette" con la controparte cinese durante la visita a Pechino: nelle scorse ore, però, il segretario al Commercio Usa, Wilbur Ross, ha avvertito che il viaggio di due giorni potrebbe essere ulteriormente accorciato "se non soddisfacente", come dichiarato ai microfoni di Cnbc. 
  

Per lo Us Trade Representative, il rapporto tra Cina e Stati Uniti nel commercio è una "grossa sfida" e le due economie potrebbero "passare il prossimo anno a sviluppare come trattare gli uni con gli altri in un periodo di tempo", ha dichiarato Lighthizer nei giorni scorsi durante un evento della Camera di Commercio Usa a Washington.

La posta in gioco

Si parla di dazi e controdazi su merci di importazione dal valore complessivo di 150 miliardi da ambo le parti. Balzelli che in realtà, secondo gli osservatori, nessuno dei due intende perseguire (Trump è esasperato dal surplus commerciale con la Cina e dalla necessità di proteggere le tecnologie americane dai presunti furti cinesi). Secondo i produttori di soia americani interpellati dall’agenzia Bloomberg, la Cina avrebbe già smesso di comprare dagli Stati Uniti il cereale al centro della querelle.

Una breve cronologia (ripresa dal Financial Times)

Aprile 2017

Gli Usa lanciano una indagine sugli effetti delle importazioni di acciaio e alluminio sulla sicurezza economica, militare e nazionale.

Agosto 2017

Donald Trump chiede allo Us Trade Representative di esaminare il sistema di tutela della proprietà intellettuale cinese e in particolare la presunta pratica cinese di forzare le compagnie straniere a trasferire le tecnologie ai partner locali.

8 marzo 2018

Gli Usa annunciano dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio (rispettivamente al 25% e al 10%) a partire dal 23 marzo.

23 marzo 2018

Gli Usa impongo i dazi su acciaio e alluminio. Gli alleati americani, a cominciare dall'Unione Europea, vengono esonerati fino al 1 maggio. Non la Cina.

23 marzo 2018

La Cina, in risposta ai dazi Usa su acciaio e alluminio, annuncia dazi del 15-20% sulle importazioni di 128 prodotti americani, tra cui la carne di maiale, a partire dal 2 aprile.

2 aprile 2018

Entrano in vigore i dazi del 15-20% sull' importazione di 128 prodotti statunitensi.

3 aprile 2018

Gli Usa pubblicano una lista di 1333 prodotti tecnologici di importazione cinese dal valore di 50 miliardi di dollari che potrebbero essere soggetti a nuovi dazi del 25%. Nel mirino la presunta violazione della proprietà intellettuale.

4 aprile 2018

La Cina presenta un ricorso al Wto per i dazi su alluminio e acciaio e fa appello per la lista di 1333 prodotti dal valore di 50 miliardi, e minaccia di imporre balzelli del 25% sui prodotti di importazione Usa dal valore di 50 miliardi, tra cui i semi di soia.

6 aprile 2018

In risposta alla rappresaglia cinese, Trump ordina allo  US trade representative di considerare tariffe aggiuntivi su merci cinesi pari a 100 miliardi.

1 maggio 2018

Gli Usa estendono fino al 1 giugno l’esonero dalle tariffe su acciaio e alluminio a Europa, Canada, Messico, Argentina, Australia e Brasile.

Agi News

Cina e Usa si stanno mettendo d’accordo per mettere fine alla guerra dei dazi

Cina e Usa potrebbero presto accantonare le tensioni commerciali, rinfocolatesi dopo il caso Zte, e aprire un negoziato per evitare la guerra dei dazi, che nessuno dei due litiganti vuole. Pechino ha dichiarato il proprio apprezzamento per la possibilità dell'arrivo del segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, il quale sabato scorso, a margine di un meeting del Fondo Monetario Internazionale a Washington, aveva dichiarato che un viaggio in Cina per discutere le questioni economiche e commerciali è "preso in considerazione" dall'amministrazione Usa guidata da Donald Trump.

Mnuchin non si è sbilanciato in pronostici sulla tempistica, ma ha detto di essere “prudentemente ottimista” sulla possibilità di raggiungere un accordo con Pechino, stando all'agenzia Reuters. Un segnale di disgelo che trova conferma nelle dichiarazioni del governo cinese: "La Cina ha ricevuto informazioni sull'auspicio degli Stati Uniti di discutere a Pechino le questioni economiche e commerciali, cosa che la Cina accoglie con favore", ha reso noto il ministero del Commercio di Pechino attraverso un portavoce.

La Cina mete i puntini sulle i. Ribadisce la propria opposizione al protezionismo commerciale e il proprio sostegno al sistema di commercio multilaterale dalle pagine del suo giornale più rappresentativo: il Quotidiano del Popolo. Lo fa con un articolo pubblicato a firma del ministro del Commercio di Pechino, Zhong Shan. La Cina, scrive il ministro prendendo le mosse dal discorso pronunciato il 10 aprile dal presidente cinese, Xi Jinping, al Boao Forum for Asia sull'isola di Hainan, "deve opporsi fermamente a tutte le forme di protezionismo, promuovere il commercio globale e la liberalizzazione e la facilitazione degli investimenti". 

Da parte sua, Mnuchin ha speso parole di apprezzamento sulle recenti aperture di mercato ai settori assicurativo e bancario annunciate dal governatore della banca centrale cinese, Yi Gang, nei giorni scorsi; i due si sono incontrati all'incontro del del Fondo monetario, ha dichiarato lo stesso segretario al Tesoro. Parole di elogio sono giunte all’indirizzo del governo cinese anche in merito al sostegno alle sanzioni delle Nazioni Unite contro la Corea del Nord, all’indomani dell’annuncio di Kim Jong-un della sospensione dei test missilistici e nucleari, che ha avuto il plauso di Cina e degli Stati Uniti.

La posta in gioco non è altissima ma neanche irrilevante: si parla di dazi e controdazi su merci di importazione dal valore complessivo di 150 miliardi da ambo le parti. Balzelli che in realtà, secondo gli osservatori, nessuno dei due intende perseguire (Trump è esasperato dal surplus commerciale con la Cina e dalla necessità di proteggere le tecnologie americane dai presunti furti cinesi).

La Cina non ha voluto dare l’impressione di cedere alle richieste di Washington, scrive il Financial Times, ma gli americani hanno registrato come un successo l’ulteriore apertura del mercato delle auto alle compagnie a stelle e strisce, a lungo richiesta da parte americana. Donald Trump si è detto "molto grato" al presidente cinese "per le belle parole” pronunciate dal presidente cinese alla "Davos Asiatica", quando Xi ha promesso tariffe più basse per le auto straniere sul mercato cinese.

Questi passi in avanti rischiano di essere frenati da almeno due focolai accesi.

Il primo riguarda la decisione del Dipartimento del Commercio Usa di vietare alle aziende americane le vendite per sette anni di componenti al colosso delle telecomunicazioni Zte; un provvedimento bollato come “ingiusto” dal colosso di Shenzhen che, in una durissima nota, dice di essere pronto a tentare tutte le vie legali per opporsi a un blocco che potrebbe portarla a fallire.

Il secondo ha a che fare con la possibilità contemplata dalla Casa Bianca di applicare l’International Emergency Powers Act (IEEPA) per bloccare lo shopping cinese di tecnologie Usa, scrive il Sole 24 Ore. Cioè? Si tratta di una legge che risale al 1977, usata per imporre sanzioni agli “oligarchi” russi, al regime di Pyongyang e a terroristi internazionali. Ora Washington la vuole usare per fermare la corsa cinese al predominio delle tecnologie del futuro.

Gli attriti politici possono avere ripercussioni negative sulle acquisizioni cinesi all’estero, che l’anno scorso hanno registrato una brusca frenata.  Stando a un rapporto stilato da Baker McKenzie e Rhodium Group, gli investimenti diretti cinesi negli Stati Uniti sono calati del 35% nel 2017, scendendo a 30 miliardi di dollari (il calo in Europa è stato del 22%). Questa flessione è da imputare in parte ai controlli delle autorità di Pechino sul movimento di capitali (il governo ha diviso in tre categorie gli investimenti all’estero dei giganti cinesi: vietati, soggetti a restrizioni o incoraggiati), ma anche alle attività di interdizione esercitate dall’agenzia Usa sugli investimenti esteri: Cfius, che avrebbe bloccato progetti per 8 miliardi. 

“Rapporti commerciali che riguardano lo scambio di beni e servizi e investimenti diretti sono in qualche modo correlati", ha commentato all'Agi Marco Marazzi, avvocato di Baker McKenzie. "Gli Usa – ha sottolineato – probabilmente dimenticano che una parte del deficit commerciale è dovuto a società americane che producono in Cina ed esportano parti o prodotti finiti, e che non sempre potrebbero rilocalizzarsi in America. Poi ci sono le aziende americane che producono per il grande mercato cinese locale. La guerra commerciale può indirettamente colpire questi investimenti e quindi ogni mossa va valutata con attenzione"

 

Agi News

Qual è il gioco politico dietro la guerra dei dazi tra Usa e Cina

“La Cina ha mostrato la sua spada in meno di 24 ore, con la stessa forza e la stessa proporzione di quella degli Stati Uniti”. Lo scrive oggi, giovedì 5 aprile, il Quotidiano del Popolo, sfoderando l’orgoglio nazionale per la velocità della risposta cinese – 11 ore – alla proposta di dazi proveniente da Washington.  

Se oltre 1.300 prodotti tecnologici di importazione cinese andranno incontro ai dazi di Trump, sono 106 quelli elencati nella lista diffusa dal governo di Pechino, tra cui le maggiori voci di importazione: dai semi di soia, agli aeromobili (la Cina è tra i maggiori clienti di Boeing), alle automobili. Pechino e Washington hanno alzato barriere su 50 miliardi di dollari ciascuno. Del resto la Cina aveva promesso reciprocità in un guerra che dice di non aver mai voluto.  

Leggi anche: Xi e Trump alla grande guerra della soia

Oggi il governo cinese, per bocca dell’ambasciatore negli Usa, Cui Tiankai,  ha chiesto agli Stati Unti di accantonare l'esito delle indagini dello Us Trade Representative sulle presunte violazioni della proprietà intellettuale da parte di gruppi cinesi a danno delle imprese Usa.

L’imposizione di dazi sui semi di soia è una lama a doppio taglio: oltre a colpire i produttori americani potrebbe avere ripercussioni anche sui consumatori cinesi. Un aumento del prezzo della soia inciderebbe sul prezzo della carne di maiale (i suini si nutrono di soia). “La Cina con i dazi sull’importazione di semi di soia fa male ai consumatori cinesi, ma fa più male a Donald Trump perché colpisce la sua base elettorale”, dice Michele Geraci, economista, docente di finanza alla Nottingham University Business School China di Shanghai.

Leggi anchePechino ha pubblicato la lista dei prodotti Usa sui quali imporrà i dazi

“I produttori di soia del Midwest vengono penalizzati più di tutti”, elabora Geraci.  “La Cina – continua – può comprare più soia dal Brasile, che nel 2012 ha surclassato gli Usa come maggior fornitore. La concorrenza non è tra produttori americani e cinesi, perché la Cina produce un quarto di quello che consuma: questa mossa di Pechino piuttosto crea zizzania tra Usa e Sud America”.

C’è un grande ma: il Brasile, che si sta leccando i baffi (la quota di export di soia verso la Cina ha toccato la cifra record nel 2017), non può aumentare la produzione per sopperire alla quota che Pechino importa dagli Usa.

In questo quadro nessun Paese esce davvero vincitore.

“La Cina però può tentare la riforma agraria”, spiega Geraci. L’approvvigionamento domestico è il grande dilemma di Pechino. Guardiamo i numeri. La Cina produce 15 milioni di tonnellate di soia e ne consuma circa 70 milioni (dati del 2011). “La guerra dei dazi – sottolinea l’analista – è un’occasione da non perdere per accelerare la riconversione della propria struttura produttiva agraria”. E’ di pochi giorni fa la notizia di maggiori sussidi ai produttori cinesi di soia per tagliare le riserve di cereali (250 milioni nel 2017).  

Meno grano, più soia

Per capire bisogna fare un passo indietro, alla fine degli anni Ottanta. All'estate del 1989, per la precisione. “L’inflazione elevata – spiega Geraci – è stata tra le cause delle proteste democratiche del 4 giugno sfociate in sanguinosa repressione. Solo dopo il governo ha deciso di aumentare la produzione di grano promuovendo politiche che mirassero ad abbassare i prezzi dei cereali (riso, grano, ecc: alimenti di base)”. Sono anni in cui il reddito procapite è molto basso e l’incidenza della spese per il cibo molto alta.

Nel frattempo le riforme di apertura promosse da Deng Xiaoping hanno avviato il miracolo economico e così dieci anni dopo, alla fine degli anni novanta, “l’aumento del reddito procapite si riflette sull’incremento della domanda di carne e quindi di semi di soia. La Cina inizia a consumare i semi oleosi: commodity fondamentale per la produzione di olio (di cui i cinesi sono grandi consumatori) e per l’alimentazione dei suini (di cui la Cina è il maggior produttore e consumatore)”. E' a questo punto che la Cina si trova in deficit di soia e inizia a importarla da fuori.

Nel 2017 la Cina importa 50,93 milioni di tonnellate dal Brasile (il 54% del totale), 32,9 milioni dagli Stati Uniti (il 34,4%), la quota più bassa dal 2006, e circa 8 milioni dall’Argentina.

“La riconversione non è immediata – dice Geraci – si parla di un effetto di medio termine. Ma la Cina è una economia pianificata e per farlo le bastano due anni”.

Leggi anche: Perché i controdazi di Pechino penalizzano la base elettorale di Trump

Una guerra che costa solo 15 miliardi

I dazi sono stati annunciati, non sono ancora concreti.  “Al termine di 60 giorni avremo l'imposizione delle nuove tariffe", ha tuonato oggi il consigliere di Donald Trump alla Casa Bianca, Peter Navarro, considerato un 'falco', sottolineando che “se non agiamo ora non avremo futuro”.  

La Casa Bianca, tra i dazi su acciaio e alluminio e l'ultima lista vuole applicare balzelli per un valore complessivo di quasi 60 miliardi sulle merci importate dalla Cina. Lo stesso ammontare annunciato da Pechino, mettendo insieme le due liste (128 da 3 miliardi e 106 da 50 miliardi).  

Quanto valgono questi dazi sul totale dell’importazione? Si tratta di 60 miliardi di merci su cui vengono applicati dazi fino al 25%. Tradotto in dollari: 15 miliardi. “Non tantissimo”, spiega Geraci. La Cina ha un surplus commerciale nei confronti degli Usa di 370 miliardi, cioè 20 volte il valore dei dazi.

Leggi anche: Dazi e 'controdazi', è scattata subito la rappresaglia di Pechino contro gli Usa

Letta così, la guerra commerciale sembra una scaramuccia. “Se ci si ferma qui non succede niente di grave”, spiega Michele Geraci. 

Non è una guerra economica ma una battaglia geopolitica. Con obiettivi diversi (lo spiega qui il Foglio)

“Trump punta a ristabilire l’ordine del commercio mondiale”, dice Geraci. “Il libero commercio tende a penalizzare le fasce più deboli della società, quelle di cui Trump ha promesso di occuparsi”. Gli operai e gli agricoltori del Midwest che hanno votato il presidente americano e che la Cina sapientemente vuole colpire. “Trump – continua Geraci – colma il vuoto lasciato dalla sinistra, che da protettrice delle fasce vulnerabili, è diventata elitaria e gauche caviar”. Trump, in vista delle primarie del 2020, deve ridistribuire la ricchezza, concedere sussidi ai produttori colpiti dai dazi cinesi con i soldi che si liberano dalla riduzione del deficit.

In altre parole, l’obiettivo dell’inquilino della Casa Bianca “non è far male all’economia cinese, ma riscrivere le regole del commercio internazionale, convinto che la Cina non ne faccia parte e che gli accordi di libero scambio siano dannosi per gli Stati Uniti”, dice Geraci.

Xi Jinping porta avanti una battaglia completamente diversa. “Vuole porsi come paladino del libero mercato per continuare a esportare prodotti Made in China in giro per il mondo”, spiega l’economista.

Trump colpisce i settori strategici del piano Made in China 2025. Ma lo schiaffo è relativamente debole. “La Cina non esporta commodities, ma prodotti manifatturieri, acciaio e alluminio”. Proprio i settori nel mirino della Casa Bianca (1.333 prodotti su cui applicare tasse del 25%: la più dura iniziativa unilaterale messa in campo da Donald Trump). “La Cina, per dire, esporta solo un miliardo di acciaio”, spiega l’economista.“ E' di 450 miliardi di dollari il valore complessivo dell'export cinese negli Usa, un mercato grande per la Cina che però punta anche su altri mercati in crescita: Asia e Africa”, dice Geraci.

“Questa pseudo guerra fatta con quattro soldi e dall’impatto minimo è già quasi finita”, dice l’economista. Ragioniamo sui numeri.  “La Cina – calcola Geraci – importa dagli Usa 130 miliardi. 60 sono già oggetto di dazi, ne restano all’incirca altri 70 su cui imporre balzelli, poi la guerra è finita. I dazi dal 25% possono salire al 60%, ma la Cina ha già colpito metà delle importazioni”. Che valgono, abbiamo visto, 15 miliardi. Noccioline. E siamo già a metà. Questa guerra commerciale ha una fine naturale. “Ci si può far male ma non troppo”.

“Una guerra che ha iniziato la Cina 18 anni fa quando è entrata nel Wto senza rispettarne le regole”, ha detto Geraci. “Pechino non dovrebbe fare dumping monetario, ovvero tenere bassi i tassi di interesse come ha fatto per venti anni. Trump ha ragione. Nel botta e risposta la Cina si difende facendo appello alla reciprocità: i dazi sono più alti perché 'siamo ancora un Paese in via di sviluppo', dice Pechino, che considera ingiusta qualsiasi misura protezionistica rivolta ai propri prodotti. Una posizione inaccettabile per Trump che pretende coerenza: 'allora non fate libero scambio e comportatevi da tale'".

Mentre la Cina, scaltramente, fa appello proprio al Wto (oggi ha presentato ricorso per i dazi su alluminio e acciaio), "l’obiettivo di Trump è indebolirlo, uscire da tutti gli accordi, dal Nafta all’Organizzazione Mondiale del Commercio, e negoziare nuove intese bilaterali, come dovrà fare la Gran Bretagna dopo il Brexit", dice l'economista. 

“Trump vuole fare un world-exit”. Previsioni? “Ancora un piccolo passo e poi il conflitto si assesterà. Sarà il Wto a decidere sui dazi”, conclude Geraci.

 

Agi News

Perché i dazi di Trump contro il Canada fanno arrabbiare Theresa May

Theresa May sperava che la Brexit​ avrebbe rafforzato la relazione privilegiata del Regno Unito con lo storico alleato statunitense. 'Britain First' il motto dell'Albione che divorzia da Bruxelles. 'America First', quello del nuovo presidente degli Stati Uniti. Quando si parla di protezionismo, però, dalla comunione di intenti non risulta un'accresciuta sintonia, tutt'altro. Anzi, a Londra e a Washington spirano già venti di guerra commerciale.

Il casus belli è una sentenza del dipartimento di Giustizia che dà ragione al campione nazionale Boeing in una disputa contro la canadese Bombardier, accusata di concorrenza sleale, in quanto venderebbe sotto costo i propri aeromobili sul mercato Usa grazie ai ricchi sussidi incassati in patria. Gli Usa hanno annunciato quindi l'imposizione di dazi doganali del 220% per ogni velivolo di linea Bombardier C Series esportato in Usa. Una decisione che avrebbe un impatto assai pesante sul fatturato di Bombardier e metterebbe quindi a rischio ben 4 mila posti di lavori in Irlanda del Nord, dove il costruttore nordamericano ha un importante polo manifatturiero. May, solitamente riluttante nel criticare Trump, si è detta "amaramente delusa" e ha promesso di lavorare con la compagnia per salvaguardare gli operai, mille dei quali sono impegnati proprio nella costruzione dei C Series, in un impianto di Belfast.

"In serio pericolo" i contratti inglesi di Boeing

Il ruolo del poliziotto cattivo è invece toccato al ministro della Difesa, Michael Fallon, il quale ha avvertito che, se Washington confermerà le misure, Boeing potrà sognarsi i suoi ricchi contratti con l'aeronautica militare britannica (che comprendono, tra le altre, una fornitura di elicotteri Apache e una commessa per nuovi aerei da pattuglia da fornire in dotazione alla guardia costiera). "Questo non è il genere di comportamento che ci aspettiamo da un partner di lungo periodo", ha tuonato Fallon, "questo non è il comportamento che ci aspettiamo da Boeing e potrebbe mettere in serio pericolo i nostri futuri rapporti con Boeing". La minaccia di rappresaglie analoghe è stata sollevata dal governo canadese.

Per May si tratta inoltre di un notevole danno alla propria credibilità politica, già danneggiata dalla confusa trattativa con Bruxelles sulla Brexit e dall'accordo commerciale sfumato con il Giappone. La premier un mese fa si era infatti impegnata in prima persona per chiedere a Trump di bloccare la pratica contro Bombardier al dipartimento di Giustizia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. È il protezionismo, bellezza.

Agi News

Italia-Vietnam-Usa, così Vespa Piaggio supererà i dazi di Trump

Trump impone dazi sull'importanzione negli Usa della Vespa e la Piaggio studia le contromosse. Intervistato dal Corriere della Sera, il numero uno della società italiana produttrice del mitico scooter, Roberto Colaninno, commenta la decisione dell'amministrazione Usa: "Le guerre commerciali e valutarie non fanno bene a nessuno", dice il 73enne imprenditore che poi, commenta la minaccia Usa di imporre forti dazi su diversi prodotti di punta europei, fra cui la Vespa.

"Non possiamo fare la guerra all'America", dice Colaninno al Corriere della Sera. "Comunque non sono sicuro che saremo toccati. Piaggio produce le Vespe anche in Vietnam. E non è ancora chiaro se questi nuovi dazi colpiranno il marchio e i codici che identificano i prodotti o il Paese che li produce. Perche' se fosse una misura contro il Paese, noi potremmo aggirarla facilmente vendendo in America le Vespe prodotte in Vietnam".

Impatto dazi Usa su 2% del fatturato di Piaggio

L'eventuale introduzione da parte degli Usa di dazi punitivi nei confronti dell'Ue avrebbe conseguenze limitate per la Piaggio. Fonti dell'azienda di Pontedera spiegano all'Agi che l'impatto sarebbe contenuto ad appena il 2% del fatturato complessivo. La Piaggio nell'intero continente americano esporta in tutto circa 14.000 veicoli, pari al 5% del fatturato: se si escludono i veicoli esportati in Sud America e le moto di grande cilindrata, che non rientrano nell'ipotizzato provvedimento restrittivo di Trump, il numero si riduce a circa 5.000 che rappresenta appunto il 2% del fatturato. 
Gli scooter Piaggio maggiormente esportati negli Stati Uniti sono:

  • La Vespa
  • L'Mp3

La società in America ha due sedi, una a New York e l'altra a Pasadena, e non possiede una rete commerciale propria. Per la vendita dei suoi mezzi si affida a dealer e importatori locali. 


GALLERIA: dalla Vespa alla San Pellegrino, tutti i marchi nel mirino di Trump


Farinetti: questa battaglia ci farà male ma sulla carne ha ragione Trump

Intervistato da Repubblica, il patron di Eataly, Oscar Farinetti, commenta con enfasi la decisione di Trump: "La guerra dei dazi farebbe più vittime di una terza guerra mondiale. Per l'Italia sarebbe un disastro". L'azienda di Farinetti realizza più della metà del suo fatturato nei negozi Usa. Secondo Farinetti sulla questione della carne "duole dirlo, ma ha ragione Trump, è l'Europa che è in difetto perché tempo fa si era impegnata con un accordo commerciale a importare 45mila tonnellate di carne americana". Il problema, che sottolinea Farinetti, è che gli Usa si erano impegnati"a priodurre carne senza ormoni in fattorie dedicate", poi però, "quella carne non è stata acquistata dall'Europa". Una ritorsione, in partica, per un indotto insignificante, aggiunge Farinetti, "lo 0,6% del consumo europeo". Per uscire dall'impasse, a giudizio del patron di Eataly, "sarebbe necessario che i diplomatici italiani del ministero degli esteri chiedessero a Bruxelles di rispettare gli impegni presi. Nell'interesse del nostro Paese", aggiunge, perché la questione interessa poco ai Paesi del Nord Europa".


Per approfondire:

 

Agi News

Made in Italy: Australia revoca dazi su pelati, soddisfazione Ue

Bruxelles – Pace fatta sui pomodori pelati fra Australia e Italia: il governo australiano ha deciso di ritornare sulla decisione del febbraio scorso di imporre dazi sulle scatole di pelati e salse di pomodoro importati dall'Italia con i marchi La Doria e Feger. La Commissaria Ue al Commercio Cecilia Malmstrom lo annuncia con soddisfazione su Twitter definendo la decisione annunciata come "uno sviluppo positivo". Meno di un anno dopo viene quindi revocata la contestata misura "antidumping", che secondo l'Australia sarebbe dovuta servire a compensare i privilegi di cui i produttori italiani godono grazie agli schemi comunitari di aiuti all'agricoltura, che permettono loro di praticare prezzi inferiori a quelli di mercato.
E' stato invece accolto il ricorso presentato dai produttori italiani, in cui si e' sottolineato che gli schemi di sussidi "green box" nell'ambito della politica agricola Ue non hanno effetti distorsivi sui prezzi dei pomodori in Italia. La Commissione fa sapere che pur considerando questa decisione come un fatto positivo, continuera' in ogni caso a vigilare "per evitare altre situazioni simili". 

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