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Trump ha ordinato l’aumento dei dazi su tutto l’import dalla Cina

Il presidente Donald Trump ha ordinato di alzare le tariffe su praticamente tutti i prodotti importati negli Usa dalla Cina che non sono ancora stati colpiti dalla politica dei dazi. La mossa è stata annunciata a meno di 24 ore dall’aumento delle tariffe dal 10% al 25% su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi importati negli Usa perché non è stato raggiunto un accordo commerciale con Pechino. “Il presidente ha anche ordinato di avviare il processo di aumento delle tariffe essenzialmente su tutte le altre importazioni dalla Cina vengono valutate in circa 300 miliardi”, è stato l’annuncio in una nota del rappresentante al Commercio Usa, Robert Lighthizer.

I dettagli sulle nuove tariffe saranno pubblicati lunedì sul sito del Rappresentante al Commercio Usa, in vista della decisione finale, ha spiegato Lighthizer. Dallo scorso anno, Usa e Cina hanno imposto dazi all’import reciproci per oltre 360 miliardi di dollari, frenando l’export di prodotti a stelle e strisce e con un impatto sulla produzione manifatturiera di entrambi i Paesi. 

Agi

L’Italia è fuori dalla recessione o no? Come leggono i giornali i dati dell’Istat

“Italia fuori dalla recessione” titola deciso dalla metà della prima pagina il Corriere della Sera. “Fine recessione, torna la crescita” registra Il Fatto Quotidiano. “Risale il Pil, ma la ripresa è lontana” avverte più cauto Il Messaggero della Capitale. “Pil +0,2% in tre mesi (metà dell’eurozona). Crescono gli occupati” la butta più sul paragone Il Sole 24 Ore. “Non è più recessione ma per Pil e lavoro solo una miniripresa” smonta la Repubblica. “Ma non c’era la crisi economica? Il Pil torna a crescere dello 0,2%” la butta un po’ sull’ironia Libero, per il quale “il 2019 inizia bene”. I dati sono certificati dall’Istat.

Le tessere da mettere a posto nel puzzle della ripresa, secondo Fubini

“L’Italia è fuori dalla recessione, l’area euro non la rischia più, ma restano tante tessere da mettere a posto nel puzzle di una ripresa ancora illeggibile” osserva Federico Fubini dalle colonne del Corriere della Sera sotto il titolo “La spinta dell’export”. Ed è “come se gli stessi italiani che hanno trovato un lavoro in questo ultimo mese o dall’inizio dell’anno non credessero ai propri occhi”, chiosa l’editorialista.

“I segnali più recenti dal mondo del lavoro sono chiaramente buoni, dopo una perdita di 120 mila posti coincisa con i primi mesi del governo giallo-verde fino a dicembre. Tuttora gli occupati restano sotto i livelli di maggio scorso, ma i 60 mila che si sono aggiunti solo a marzo sembrano averlo fatto nel modo migliore: concentrati molto più fra i nuovi dipendenti a tempo indeterminato (più 44 mila occupati) che fra quelli a termine (più duemila); concentrati nelle fasce dei giovanissimi (più 51 mila fino ai 24 anni), dei giovani (più 18 mila fra i 25 e i 34 anni), che negli adulti (solo più quattromila fra i 35 e il 49 anni), mentre fra i più che cinquantenni si registrano perdite di posti (meno 14 mila)” .

“Poi però iniziano i rebus dell’economia più debole d’Europa – va più a fondo nell’analisi Fubini – rimasta quasi ferma nell’ultimo anno. Il più vistoso riguarda il fatto che questo aumento di posti apparentemente buoni, non precari, per ora non produce ottimismo fra le famiglie. Mese dopo mese la fiducia dei consumatori continua a scendere — anche in aprile — e ormai è ai minimi da due anni. È come se dietro i nuovi contratti non ci fossero tante ore di lavoro quante ne servirebbero a molti italiani per portare a casa un salario da tempo pieno”.

Infine, “l’enigma più profondo, sui motori che hanno portato l’Italia fuori dalla recessione. Dove sono? L’Istat parla di ‘contributo negativo della componente nazionale’ — consumi, investimenti e scorte di magazzino —e di ‘apporto positivo della componente estera netta’, come se fosse stato l’export a tirare i l Paese fuori dalle secche”.

Un segnale positivo per tutti, ma con cautela, scrive Di Vico

“Un segnale positivo per tutti” è il titolo del commento di Dario Di Vico sul Corriere, che però già nell’occhiello avverte il lettore: “Ma serve cautela”.  “Vanno dunque salutati con favore i due risultati resi noti ieri dall’Istat – scrive Di Vico –, il +0,2% del primo trimestre ‘19 del Pil e un aumento di 60 mila occupati concentrati per lo più nella fascia giovanile under 24” anche se “non esiste una somma algebrica dei due dati ma si può pensare che il rimbalzo del primo trimestre testimoni comunque la tenuta della nostra manifattura dentro però uno scenario che potrebbe cambiare già nel secondo trimestre. Ad alimentare questo tipo di considerazioni pessimistiche concorrono, oltre al ristagno della domanda interna, il basso ritmo degli investimenti per la digitalizzazione, la sovracapacità di un settore-chiave come il grande commercio, le difficoltà del mondo dell’automotive a individuare tempi e modalità della transizione all’elettrico”.

Per Cerasa (Il Foglio) resta un anno tutt’altro che ‘bellissimo’

Il Foglio, per la firma del direttore Claudio Cerasa, rileva che “sotto molti punti di vista, nonostante l’entusiasmo del governo, i dati offerti ieri dall’Istat rispetto alla crescita dei primi tre mesi dell’anno (+0,2) ci ricordano ancora una volta che l’anno bellissimo immaginato dal premier Giuseppe Conte sta dando ogni giorno prova di essere un anno non solo brutto ma anche preoccupante. Le difficoltà economiche patite oggi dall’Italia (che ha scampato la recessione ma non si è allontanata di molto dalla crescita zero, registrando una crescita nel primo trimestre della metà rispetto alla media dell’Eurozona, che la fa essere ancora il fanalino d’Europa) non sono paragonabili a quelle registrate nell’autunno di otto anni fa ma giorno dopo giorno la traiettoria imboccata dal governo del cambiamento ricorda per alcuni versi i mesi che precedettero la crisi del 2011”, quella che portò al governo Monti, il quale nel colloquio con Il Foglio, lancia una frecciatina all’esecutivo gialloverde dicendo che “purtroppo il governo ha torto. Il suo contributo alla recessione o alla crescita zero l’ha dato, eccome” in questi mesi recenti. E che “altro che crescita, l’Italia sta uscendo silenziosamente dall’Ue e dall’euro” osserva il senatore a vita. 

Il Sole ricorda che l’Italia è ancora lontana dai Paesi più dinamici

Dunque, situazione “meglio delle attese – secondo il Sole 24 Ore – ma con la distanza consueta dalle più vivaci dinamiche di crescita europee”. “Così è andata – prosegue l’organo confindustriale – per l’economia nazionale nei primi tre mesi dell’anno. Il dato Istat diffuso ieri sul Pil (+0,2% in termini congiunturali; +0,1% sull’anno, variazione che coincide con la crescita acquisita) fotografa il ‘moderato recupero’ che chiude la parentesi di recessione tecnica del secondo semestre 2018. La valutazione flash si basa come al solido soprattutto sui maggiori dati disponibili sul lato dell’offerta ed è coerente con il netto recupero della produzione industriale registrata in gennaio e febbraio, cui si aggiungono ‘contributi positivi sia del settore agricolo, sia del terziario’”.

Per Repubblica non c’è niente da festeggiare

“In realtà, basta leggere il comunicato dell’Istat – fredda qualsiasi tipo di entusiasmo, ancorché flebile, la Repubblica – per capire che non c’è granché da festeggiare. Non solo perché l’incremento del prodotto interno è così risicato da risultare quasi irrilevante, e certamente insufficiente per invertire la tendenza alla crescita del rapporto debito-Pil (proprio ieri il Centro Studi Confindustria ha pubblicato un’infografica che dimostra come il rapporto debito-Pil, che negli altri Paesi è in costante ridimensionamento, in Italia è cresciuto in media di 1,5 punti all’anno negli ultimi cinque, principalmente a causa della debolezza della crescita)”. Anche perché, analizza e confronta, “il più 0,2 per cento italiano nel primo trimestre si confronta con il più 0,3 della Francia (più 1,1% anno su anno), con il più 0,7% della Spagna e con una stima di più 0,4% della media dell’Eurozona. La crescita italiana, dunque, è dimezzata rispetto a quella dei nostri partner europei”.

Il Foglio intervista il presidente dell’Istat

A Il Foglio che gli chiede (e contesta) come possano esserci crescita e nuovi posti di lavoro se non aumenta la produttività, il neopresidente dell’Istat Gian Carlo Biangiardo risponde: “Il quadro complessivo è quello di un’economia vitale, seppure esposta alle perturbazioni del ciclo internazionale, e con un gap di crescita rispetto alla media dell’area dell’euro che sembra permanere sia nelle fasi di flessione sia in quelle di recupero dei livelli di attività produttiva. Anche le recenti vicende congiunturali confermano un’elevata capacità del settore industriale di intercettare le opportunità offerte dal contesto globale. Al tempo stesso affiorano dinamiche di crescita relativamente lente in quei settori dei servizi più dipendenti dalla domanda interna. Molti dei nostri limiti sembrano riconducibili a una struttura dimensionale delle imprese ancora eccessivamente bassa e frammentata, con conseguenze negative sull’efficienza del sistema produttivo e sulla crescita della produttività, con problemi di sottoutilizzo del capitale umano”.

Agi

Cosa aspettarsi dalla trimestrale di Apple. Cinque punti chiave

Apple diffonderà i dati sul trimestre ottobre-dicembre questa sera, 29 gennaio ore 23 italiane. Dopo la lettera del 2 gennaio in cui Tim Cook annunciava i dati preliminari e una correzione al ribasso del fatturato, si sa già che non è stato un periodo brillante: gli incassi erano previsto tra gli 89 e i 93 miliardi di dollari (stime che erano già state giudicate tiepide) e saranno attorno agli 84 miliardi. Con margini e utili che invece non dovrebbero assottigliarsi. Si sa quindi molto, ma restano ancora diversi punti da guardare. Ecco quali.

Niente unità vendute

Lo scorso novembre, Apple ha annunciato che, dal 2019, non avrebbe diffuso il numero di unità vendute di alcun dispositivo. Si limiterà a fornire il fatturato prodotto da ogni famiglia (iPhone, iPad, Mac). Questa scelta, poco apprezzata dai mercati al suo annuncio, punta a concentrare l’attenzione sul dato migliore (quanto incassa Apple) distogliendola dal numero di dispositivi venduti (che cala).

Non ci sarà modo, però, di individuare un’altra informazione che – nell’ultimo anno – è stato un punto a favore di Cupertino: la spesa media per ogni iPhone, in crescita continua. Senza questo riferimento, sarà sezionata ogni dichiarazione di Cook e del cfo Luca Maestri per tentare di capire le performance dei diversi modelli. In ogni caso, ci saranno minori certezze. È da capire se l’opacità favorirà o penalizzerà Apple.

Le stime del 2019

Si sa già che gli ultimi tre mesi del 2018 sono stati negativi. Serve adesso capire se Apple si aspetta di marciare a rilento anche nel 2019 o se intravede qualche timido segnale di ripresa. Ecco perché sarà particolarmente importante il dato sulle stime del trimestre in corso. Il riferimento da prendere in considerazione è 61,1 miliardi di dollari, il fatturato registrato tra gennaio e marzo 2018. Andare sotto o rimanere lontani da questa cifra non sarebbe certo un bel segnale. Le aspettative diranno anche se la Mela si aspetta un (improbabile) ripresa in Cina e in altri mercati in via di sviluppo, una tenuta o un ulteriore deterioramento.

Una Apple con meno iPhone

Le stime sul trimestre in corso sono importanti anche per un’altra ragione. Vista la stagionalità del mercato degli iPhone, il periodo segue l’abbuffata di Natale ed è tradizionalmente debole per gli smartphone. Gli iPhone hanno quindi un peso minore sul totale del fatturato: nello stesso periodo del 2018, poco più del 60% contro quasi il 70% del trimestre precedente. Sarà quindi una sorta di test per capire quanto i servizi (che invece non hanno stagionalità) possano ammortizzare il bilancio in uno scenario nel quale gli iPhone continuino a soffrire.

La maturità dei servizi

La performance dei servizi sarà l’altro dato da cerchiare in rosso. Essendo, al momento, l’unico strumento per dare equilibrio al bilancio, non dovranno solo crescere (come è certo): dovranno dimostrare di non rallentare. Conteranno quindi le vendite, ma anche il ritmo con cui progrediscono, che non dovrà essere inferiore ai periodi precedenti. Tra luglio e settembre, i servizi sono cresciuti del 17% anno su anno. Apple si aspetta un progresso anno su anno del 28%. Da guardare è anche il riferimento al trimestre precedente (+5% tra luglio e settembre), perché, non essendo i servizi soggetti a picchi stagionali, anche il confronto nel brevissimo periodo ha un peso.

Indizi su prodotti e servizi

Come ogni compagnia, Apple proverà a sottolineare i punti forti. E tra questi ci saranno proprio i servizi. Cook potrebbe quindi svelare qualche cifra (ad esempio su Apple Pay). Oppure, vista una sua recente intervista in cui anticipava che nel 2019 sarebbe stato lanciato “più di un nuovo servizio”, potrebbe dare qualche indizio: si parla di un concorrenti di Netflix, di funzioni per la salute e di una piattaforma di videogiochi in streaming. Sempre con l’obiettivo di valorizzare il valorizzabile, da Cupertino potrebbero arrivare indicazioni sulla voce che a bilancio è definita “Altri prodotti”: si attende una decisa crescita da Apple Watch, Apple tv, HomePod e AirPods.

Agi

La questione dell’Ici dovuta dalla Chiesa, spiegata

La Chiesa deve pagare l'Ici non versata e relativa al 2008-2012: una somma pari a circa 1 miliardo l'anno, e che complessivamente ammonta a 4-5 miliardi (secondo stime Anci). Con la pronuncia di oggi della Corte di Giustizia Ue, viene così segnata un'altra tappa nella lunghissima vicenda delle esenzioni fiscali garantite agli immobili della Chiesa, che in Italia sarebbero circa 100 mila. La Commissione Ue aveva impugnato una serie di decisioni del Tribunale dell'Unione europea che avevano proprio al centro la questione delle esenzioni per gli immobili adibiti a scuole o strutture ricettive da determinati enti, come quelli ecclesiastici. 

La vicenda è molto complessa: l'Ici (Imposta comunale sugli immobili), poi sostituita dall'Imu, è stata introdotta nel 1992, esentando dal suo pagamento gli enti non commerciali. Fino al 2004 questa esenzione – di cui non beneficiava solo la Chiesa cattolica, ma tutto il vasto mondo non profit – ha sollevato un contenzioso fino a quando una sentenza della Cassazione – relativa a un immobile di proprietà di un istituto religioso utilizzato come casa di cura e pensionato per studentesse – ha affermato che per beneficiare dell'esenzione sono necessari tre requisiti uno dei quali particolarmente importanti, cioè che gli immobili venissero usati a fini non commerciali.

Leggi anche gli articoli del Post e di Tpi

L'allargamento dell'esenzione

L'esenzione fu però allargata nel 2005 dal governo Berlusconi per includere tutti gli immobili di proprietà della chiesa, anche quelli a fini commerciali. Questo allargamento fu poi giudicato dalla Commissione europea come un aiuto di Stato, perché di fatto andava a danno delle attività commerciali non di proprietà della Chiesa. A decorrere dal 1 gennaio 2012, l'Ici è stata poi sostituita dall'Imu. E la Commissione ha riscontrato che questa è conforme alle norme dell'Ue in materia di aiuti di Stato, in quanto limita chiaramente l'esenzione agli immobili in cui gli enti non commerciali svolgono attività non economiche. La Commissione, però, non ha ingiunto all'Italia di recuperare l'aiuto perché le autorità italiane avevano dimostrato che il recupero sarebbe stato assolutamente impossibile. In sostanza, non si poteva determinare quale porzione dell'immobile di proprietà dell'ente non commerciale fosse stata utilizzata esclusivamente per attività non commerciali, risultando quindi legittimamente esentata dal versamento dell'imposta.

La Corte di giustizia Europea ha ora invece accolto il ricorso promosso dalla scuola elementare Montessori di Roma contro la sentenza del Tribunale Ue del 15 settembre 2016 che in primo grado aveva ritenuto legittima la decisione di non recupero della Commissione europea nei confronti di tutti gli enti non commerciali, sia religiosi sia no profit, delle imposte sugli immobili per impossibilita' tecniche. Per la corte di giustizia Ue, il mancato recupero di quello che era già stato ritenuto un aiuto illegale di Stato non può essere infatti giustificato dall'assenza di database adeguati.

Agi News

Trump: “Noi americani veniamo spennati da tutti, anche dall’Ue e dalla Cina”

"Siamo il salvadanaio del mondo ma veniamo spennati dalla Cina, dall'Unione europea e virtualmente da tutti coloro con cui facciamo business". Così il presidente Donald Trump durante la conferenza stampa congiunta con il presidente polacco Andrzej Duda alla Casa Bianca. Ieri il presidente Usa ha annunciato nuovi dazi del 10% su 200 miliardi di importazioni cinesi.

Agi News

Dalla rottamazione bis delle cartelle all’Iva, il decreto fiscale in pillole

Nuova rottamazione delle cartelle Equitalia, riapertura dei termini per aderire alla vecchia definizione agevolata, una prima sforbiciata da un miliardo agli aumenti Iva del 2018, un nuovo pacchetto di misure a favore delle imprese, il prestito aggiuntivo all’Alitalia, la revisione dei poteri speciali del governo sulle società pubbliche e una norma 'antiscorrerie' contro le scalate ostili (che non riguarda il caso specifico Vivendi-Tim). Queste, come si legge sul Corriere della Sera, le principali novità del decreto fiscale approvato venerdì dal governo che anticipa una parte delle misure della manovra di bilancio del 2018, attesa in Consiglio dei ministri lunedì prossimo.

Decreto approvato "salvo intese"

Il provvedimento è stato varato “salvo intese” e, si legge sul Sole 24 Ore, dunque il testo potrà subire alcuni rimaneggiamenti. Il decreto fiscale prevede, tra le altre norme, anche la proroga del prestito ponte per Alitalia. È stata inoltre una norma che apre sul diritto d’autore, consentendo, a determinate condizioni, di bypassare l’obbligatoria intermediazione della Siae.

Le misure in dettaglio

Neutralizzazione aumento Iva 

Il decreto reperisce ulteriori risorse per evitare l'aumento delle aliquote Iva previsto nel 2018, che sarà completamente neutralizzato con le misure che saranno adottate con la legge di bilancio. A quanto apprende il quotidiano di Confindustria, l'ammontare sminato sarebbe di circa un miliardo di euro. Nella Nota di aggiornamento al Def, il governo si è impegnato ad eliminare totalmente le clausole che porterebbero l'anno prossimo ad aumenti dell'aliquota per 15,7 miliardi di euro.

La norma anti scalate ostili

È stata inserita anche una norma antiscorrerie contro le scalate ostili. Il provvedimento, a quanto risulta, sarà applicato per ora solo alle aziende extra europee che acquisiranno quote del capitale di società italiane superiori al 10%. In questo caso potrebbero scattare obblighi e paletti per evitare scalate ostili e al di fuori di ogni controllo. Fra le condizioni previste, potrebbe esserci anche quella di spingere l’impresa “nemica” a dichiarare in anticipo il piano industriale e gli obiettivi dell’acquisizione.

In pratica chi acquista quote in società quotate in Borsa sopra la soglia del 10% dovrà rispettare una serie di obblighi di comunicazione per chiarire le finalità dell’operazione. L’Esecutivo aveva posto la necessità di un provvedimento in materia dopo la scalata di Vivendi a Mediaset.

Rottamazione bis delle cartelle fiscali 

Per quanto riguarda la rottamazione bis, riguarda i ruoli fiscali e contributivi pendenti dal primo gennaio al 30 settembre 2017. Il pagamento può essere effettuato in massimo cinque rate di pari importo, da pagare, rispettivamente, nei mesi di luglio, settembre, ottobre, novembre e febbraio 2019. L’Agente della riscossione stilerà la proposta con gli importi da pagare, in base alle cartelle pendenti entro il 31 marzo e il contribuente potrà presentare una richiesta di adesione entro il 15 maggio 2018. Si riapre inoltre fino a tutto novembre il termine per il pagamento per chi avesse saltato le prime due rate di luglio e settembre.

Chi aveva un piano di rateizzazioni di vecchie cartelle ma non ha poi pagato gli importi alle date dovute non poteva aderire alla rottamazione. Ora questo invece sarà possibile.

Fondo per le piccole e medie imprese 

La dotazione del Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese è incrementata di 300 milioni di euro per l’anno 2017 e di 200 milioni di euro per l’anno 2018.

Proroga del prestito ponte Alitalia 

E' esteso sino al 30 aprile 2018 il termine per l'espletamento delle procedure di cessione dei complessi aziendali che fanno capo ad Alitalia e delle altre società del medesimo gruppo in amministrazione straordinaria, che sono in corso di svolgimento.

Il prestito statale oneroso, già disposto in favore di Alitalia viene integrato fino al 30 settembre 2018, nella misura di 300 milioni di euro, per garantire la continuità del servizio di trasporto aereo fino all'effettivo trasferimento dei complessi aziendali.

Gli altri provvedimenti 

  • Split payment alle società controllate dalla Pa
    Viene esteso a tutte il meccanismo della scissione dei pagamenti dell'Iva sull'acquisto di beni e servizi. 
  • Golden power rafforzata
    Tra i settori strategici sui quali il governo potrà far sentire la propria voce intervenendo con misure vincolanti e sanzioni viene conserito anche quello della sicurezza e all’ordine pubblico. Ma sarà applicabile solo per le aziende extra-Ue e, quindi, non per Vivendi.
  • Norma che apre su diritto autore 
    Tutti gli organismi di gestione collettiva operanti nel territorio dell'Unione, purché no profit e di proprietà degli autori (i cosiddetti organismi di gestione collettiva), possono procedere alla raccolta dei diritti senza intermediazione della Siae.
  • Credito d'imposta per la pubblicità sui media
    Le imprese e i lavoratori autonomi possono fruire anche per gli investimenti sostenuti nella seconda metà del 2017 del credito di imposta previsto per le campagne pubblicitarie su quotidiani, periodici, radio e tv locali.  
  • Missioni internazionale e di polizia 
    Rifinanziamento delle missioni internazionali all’estero e l’individuazione di nuove risorse per la rideterminazione del piano assunzioni straordinarie di tutte le forze di polizia.
  • Generali in carica tre anni 
    Gli incarichi per generali e ammiragli potranno durare al massimo tre anni e non potranno essere prorogati o rinnovati.
  • Missioni per migranti 
    Personale delle prefetture sarà inviato all’estero per dare attuazione agli accordi internazionali in materia di immigrazione. Stanziato un milione di euro per ciascuno degli anni del triennio 2018-20.
  • Alluvione di Livorno, sospensione rate 
    Versamenti e adempimenti tributari sospesi a Livorno e negli altri Comuni colpiti dall’alluvione del 9 e 10 settembre (Rosignano Marittimo e Collesalvetti) fino 16 ottobre 2018.
  • Bonifica Bagnoli e rigenerazione Matera 
    Nuove risorse per la bonifica e il rilancio di Bagnoli e per «la rigenerazione urbana» di Matera. A Bagnoli sono assegnati 164 milioni di euro per il 2017, a Matera 3 milioni.

 

Agi News

Storia dell’auto elettrica made in Puglia, nata dalla chiusura di una fabbrica di carrelli. Tua

Sabato 9 settembre alla Fiera del Levante è stata presentata ‘Tua’, la "prima macchina elettrica realizzata interamente in Italia". Progettata dalla Tua Industries, è realizzata interamente in alluminio – pesa soltanto 600 kg – ha un’autonomia di 200 km per ogni ricarica e dovrebbe debuttare sul mercato entro l’estate prossima. Lo stabilimento, ex Om Carrelli, inizierà in questi giorni ad assumere i 192 operai della vecchia gestione. Ma a regime la fabbrica dovrebbe occupare circa 440 addetti.  La presentazione di questa ambiziosa minicar non rappresenta soltanto un traguardo per la Puglia, dove risiede lo stabilimento in cui verrà prodotta, ma anche un giorno importante nella storia industriale italiana.

L'azienda in crisi, poi i dipendenti la salvano

Infatti le vicende di questa azienda iniziano lontano, con la Om Carrelli e una vertenza che si trascina da sei anni. A causa di previsioni economiche sfavorevoli, nel 2011 il gruppo Kion, leader mondiale nella produzione di carrelli industriali, aveva reso nota l’intenzione di abbandonare lo stabilimento di Modugno, lasciando a casa 320 operai. Dal 2008 al 2013 la società aveva perso 23 milioni di euro e, una volta usufruito di tutti i benefici economici e tenuto gli operai in cassa integrazione per mesi, aveva deciso unilateralmente di spostarsi ad Amburgo. La decisione era arrivata a casa degli operai da un momento all’altro, con una lettera. E così la tensione tra sindacati, Regione Puglia, Kion e gli operai, e a fine aprile all’occupazione dello stabilimento da parte dei lavoratori.

Ingressi presidiati e macchinari e carrelli per un valore di 12,5 milioni di euro ancora intrappolati nella fabbrica. A luglio due tir mandati dall’azienda erano riusciti a eludere la sorveglianza degli operai, tranciando un lucchetto e passando da un ingresso sul retro. Per i dipendenti l’occupazione della fabbrica e l’immobilizzazione del patrimonio al suo interno era un’azione strategica per ottenere che si discutesse del loro futuro. Il giorno intervennero le camionette della Digos e il sindaco di Modugno Nicola Magrone per riportare la calma.        

Il protocollo d'Intesa con in ministero dello Sviluppo

Ma nel 2015 un fondo statunitense ridisegna il destino di Modugno. La Lcv Capital Management, un gruppo d'investimento statunitense, inizia ad annusare l'aria su due siti chiave: Gioia Tauro e Modugno. All'inizio si era parlato di un investimento di 120 milioni per tutte e due, ma solo il progetto barese resterà in piedi. Il passo è breve: prima il protocollo d’intesa a Roma, presso il ministero dello Sviluppo Economico, che riaccende le speranze delle famiglie dei dipendenti. Poi a dicembre, con l’accordo tra il ministero e la Lcv-Tua Autoworks veniva varato il piano per la riconversione dello stabilimento di Modugno. “È stata una battaglia lunga cinque anni, non sono mancati momenti difficili, ma non abbiamo mollato mai al fianco dei lavoratori, dei sindacati e delle famiglie” aveva dichiarato Antonio Decaro, presidente della Giunta Regionale, annunciando per la prima volta che l’impianto avrebbe prodotto una “utilitaria a basso costo alimentata anche con motore elettrico”.

La nascita di Tua

Oggi ‘Tua’ è realtà e dà sollievo vedere un così felice epilogo per una storia tanto combattuta. Il lavoro tecnico è in uno stadio avanzato e la società sta procedendo con il rinforzo azionariale. “Grazie all'aiuto della Regione Puglia siamo abbastanza avanti” dice l'amministratore delegato della 'Lcv-Tua Autoworks', Giovanbattista Razelli, “a questa situazione è collegato il piano industriale e l'obiettivo è di chiudere entro questo mese con i nuovi soci, e di portare gli operai in addestramento in fabbrica prima della fine del 2017, con i relativi piani di produzione che saranno avviati e la consegna ai clienti, che, ad oggi, è possibile fissare prima delle ferie estive del prossimo anno.

La distribuzione sarà 'multicanale', dai clienti 'grandi aziende' al cosiddetto 'ultimo miglio' per i veicoli commerciali, sino ai privati che potranno acquistare 'on line'.

"Una macchina che arriva dalla cultura delle cose fatte bene"

‘Tua’ viene “dalla cultura delle cose fatte bene, ogni giorno, partendo da progetti umili e realizzabili” dice Michele Emiliano. “Come umile e realizzabile è il caso della OM carrelli, i cui operai e tecnici, che dopo aver subito la chiusura, hanno con il contributo attivo dello Stato, Regione e comuni di Bari e Modugno dato vita alla prima auto elettrica prodotta in Italia”. Non resta che fare gli auguri agli operai di Modugno, la cui tenacia è il primo carburante di cui si alimenta ‘Tua’.

Agi News

Dalla birra di Manila all’iPhone turco, Paese che vai prezzo che trovi

Milano è la città più cara al mondo dove passare un fine settimana ma se si vuole organizzare un appuntamento romantico con una cena a due è più costoso andare Zurigo con una media di 73 dollari, contro i 38,6 milanesi. L'idea è affittare un appartamento? Meglio stare alla larga da quelli di San Francisco dove una casa con due camere da letto costa in media 3.449 dollari.

In generale, le città americane stanno diventando più costose ma se si vuole acquistare un prodotto dei brand globali è proprio negli Usa che sono meno costosi rispetto ad altri mercati. Sigarette e birra, invece, costano di più in Australia, Nuova Zelanda e Singapore.

Lo studio sui prezzi globali

Questo tour attravrso i prezzi che si incontrano in 47 città di diversi Paesi del mondo lo 'offre' Deutsche Bank nel suo sesto studio sui costi globali. Uniformando i prezzi in dollari, la ricerca prende in analisi diversi fattori: dal salario medio al costo di una cena, dal prezzo del gasolio a litro all'affitto medio mensile di un appartamento con due camere, fino all'inquinamento e all'assistenza sanitaria. Prendendo in esame i fattori citati, insieme ad altri indici come quelli della criminalità e del potere d'acquisto.

Paese che vai prezzi che trovi

Dove costa di più acquistare un Iphone 7? In Turchia dove il prezzo imposto da Apple è di 1.200 dollari. Si risparmia molto se, invece, si acquista negli Stati Uniti o in Giappone dove con 815 usd si può portare a casa l'ultimo modello di smartphone marchiato con la mela.

Se invece si è a Oslo è bene sapere che due lattine di Coca-Cola costano più che nelle altre città, ben 3,94 dollari. A Kuala Lumpur, invece, le più economiche; si acquistano con soli 0,95 dollari.

Serata al pub con gli amici? A Oslo una pinta di birra costa 9,9 dollari, la più cara delle città prese in esame. Per risparmiare bisognerebbe volare a Manila dove con soli 2,3 dollari ci si può gustare 500ml di birra ghiacciata.

Le scarpe da ginnastica più care si vendono a Copenaghen a 131,3 dollari, in Italia (che si piazza al 20esimo posto in classifica) un paio di scarpe sportive di marca costa in media 98,6 dollari, le più economiche si acquistano, invece, a Mumbai (57,3 dollari).

Restando in tema di sport, un mese di abbonamento in palestra è più caro a Tokyo (129 dollari), metre a Johannesburg (Sud Africa) costa solo 33,6 Usd.

A Londra i mezzi pubblici funzionano bene ma sono decisamente i più cari; un abbonamento mensile costa 174 dollari, a Mumbai si può usufruire del ticket per 30 giorni al costo di 14,6 dollari americani. Invece dei mezzi pubblici si preferisce andare in macchina? Attenzione a fare rifornimento a Hong Kong dove un litro di gasolio costa 1,91 dollari, mentre il carburante è più conveniente si trova a Kuala Lumpur dove un litro di gasolio costa solo 0,47 Usd.

L'Australia e la Nuova Zelanda sono i Paesi che hanno i prezzi più alti per le sigarette: a Melbourne un pacchetto costa 20,7 dollari, segue Sydney (19,2 usd), Auckaland (16,3) e Wellington (15,7 dollari).

Si vive meglio dall'altra parte del mondo

Nella classifica delle città dove si vive meglio stilata dalla Deutsche Bank sono stati presi in esame una serie di parametri. Per la precisione si tratta di 8 variabili:

  1. Potere d'acquisto
  2. sicurezza
  3. sanità
  4. costo della vita
  5. i prezzi delle abitazioni
  6. pendolarismo
  7. inquinamento
  8. clima

Secondo questi parametri, Wellington, in Nuova Zelanda, è la città dove la qualità della vita è più alta, seguita da Edimburgo, Vienna, Melbourne, Zurigo e Copenaghen. Le metropoli come Tokyo (27), NYC (28), Parigi (30), Londra (33),Shanghai (37) e Mumbai (45) sono molto basse in classifica. La colpa? Soprattutto degli elevati costi di vita, crimine, inquinamento e il pendolarismo. Milano si piazza al 29esimo posto.

La top 10 delle città dove si vive meglio

  1. Wellington (Nuova Zelanda)
  2. Edimburgo (Regno Unito)
  3. Vienna (Australia)
  4. Melbourne (Australia)
  5. Zurigo (Svizzera)
  6. Copenhagen (Danimarca)
  7. Ottawa (Canada)
  8. Boston (Usa)
  9. Amsterdam (Paesi Bassi)
  10. Sydney (Australia)

Milan l'è semper un gran (e caro) Milan

Stando alla classifica di Deutsche Bank, Milano è la città più cara al mondo dove trascorrere un weekend, dato che si accompagna con il costo medio più alto per un albergo a 5 stelle (716 dollari). Nel capoluogo lombardo il costo medio di un weekend è pari a 2.092 dollari, seguono Copenaghen, Zurigo, Londra, Stoccolma, Vienna e New York. La città meno cara dove trascorrere il weekend? Istanbul, in Turchia.

  1. Milano (Italia) 2.092 dollari
  2. Copenhagen (Danimarca) 2.006 dollari
  3. Zurigo (Svizzera) 1.926 dollari
  4. Londra (Regno Unito) 1.920 dollari
  5. Stoccolma (Svezia) 1.803 dollari
  6. Vienna (Austria) 1.703 dollari
  7. New York (Usa) 1.664 dollari
  8. Amsterdam (Paesi Bassi) 1.652 dollari
  9. Edimburgo (Regno Unito) 1.649 dollari
  10. Oslo (Norvegia) 1.625 dollari

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