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Perché la quotazione del gigante dell’energia Aramco è così importante

L’Arabia Saudita ultra-conservatrice sta subendo una grande trasformazione sotto il principe ereditario Mohammed bin Salman, che intende porre fine alla dipendenza del regno dai proventi del petrolio. Mentre il paese si apre sul fronte economico, ci sono state anche alcune riforme sociali, tra cui una maggiore libertà per le donne, ma i progressi sono al momento molto lenti e piuttosto deboli. L’iniziativa economica più ambiziosa del principe ereditario è stata finora quella di spingere il gigante dell’energia statale Aramco verso un debutto in borsa. Dopo anni di ritardi, la luce verde è stata annunciata oggi.

PERCHE’ L’IPO E’ COSI’ IMPORTANTE? La vendita di una parte di Aramco costituisce la base del piano di trasformazione del principe Mohammed per l’Arabia Saudita. La dimensione della quotazione rimane nell’aria, ma in origine si sperava che potesse generare fino a 100 miliardi di dollari. Questa cifra, basata su una valutazione di 2.000 miliardi di dollari della società ormai considerata irrealistica, potrebbe non essere raggiunta, ma anche così è probabile che sia la più grande offerta di mercato azionario di tutti i tempi.

Queste risorse sono necessarie per finanziare megaprogetti come NEOM, una mega città futuristica da 500 miliardi di dollari pianificata sulla costa settentrionale del Mar Rosso, che secondo i funzionari avranno taxi volanti e robot parlanti. Visto che al momento non è prevista una quotazione sui mercati esteri, il principe ereditario si affiderà principalmente ai miliardari sauditi per sostenere l’offerta.

SARA’ UN SUCCESSO? Come sempre in questi casi, lo scetticismo abbonda e i livelli di attenzione sulla borsa saudita sarà ai massimi nelle prossime settimane. Secondo alcuni analisti interpellati da France Press, se le azioni dovessero diminuire drasticamente dopo l’inizio delle negoziazioni, sarebbe un colpo molto visibile alla credibilità delle riforme economiche così strettamente associate a Mohammed bin Salman. Non solo, ma gli investitori internazionali presteranno molta attenzione a come Aramco si comporterà sul mercato interno, soprattutto in assenza di qualsiasi dettaglio sull’ipotesi di un suo debutto internazionale.

PERCHE’ ARAMCO E’ COSI’ IMPORTANTE? Aramco pompa circa il 10% del petrolio del mondo dai suoi pozzi sotto le sabbie del deserto, soprattutto a est del regno, ma anche nel suggestivo “Quartiere Vuoto” a sud. Ci sono anche alcuni importanti giacimenti petroliferi offshore. Il colosso dell’energia ha generato l’anno scorso i più importanti risultati rispetto a qualsiasi alta società, con un utile netto di 111 miliardi di dollari, per intenderci più di Apple. Peraltro, il destino di Aramco è fondamentale per l’approvvigionamento energetico mondiale.

MBS COME STA RICOSTRUENDO L’ECONOMIA? Anche prima di diventare principe ereditario nel giugno 2017, il figlio di Re Salman – spesso conosciuto con le sue iniziali MBS – aveva annunciato un piano per diversificare l’economia e allontanarla dalla sua lunga dipendenza dal petrolio. Da allora, il regno è stato testimone di una serie di iniziative mai viste prima, per lo più legate al divertimento e al turismo, tra cui vasti progetti di destinazioni di lusso. Le donne sono state più coinvolte rispetto al passato nel mondo del lavoro, i concerti sono stati aperti ai sauditi, gli eventi sportivi internazionali hanno avuto il via libera e sono stati rilasciati i primi visti turistici.

Nonostante i bassi prezzi del petrolio, il regno ha anche aumentato i prezzi del carburante e dell’elettricità, ha imposto un’imposta sul valore aggiunto (IVA) del 5% e ha imposto dazi su 11 milioni di beni di esportazione nel tentativo di generare entrate aggiuntive.

ORGOGLIO E PAURA PER LA VENDITA DEI GIOIELLI DI FAMIGLIA. L’IPO di Aramco ha generato un sentimento di orgoglio tra i sauditi, e sono in molti ad essere preoccupati di condividere il “gioiello di famiglia” con gli stranieri. Soprattutto i dipendenti vivono completamente immersi nella realtà dell’azienda, in un paese dove le città offrono finora poche attrazioni, e l’Ipo ha esposto Aramco alla visibilità mondiale. Temono quindi un cambiamento sostanziale dell’azienda, e quindi della loro vita. 

Agi

Quello di Tangeri diventa così il porto più grande del Mediterraneo 

Il porto di Tangeri cresce e sfida i grandi del mondo. A inaugurare l’espansione che lo porta a essere il primo porto del Mediterraneo, dell’Africa e tra i primi venti a scala globale, è stato il principe ereditario Moulay Hassan in rappresentanza del re Mohammed VI . Tanger Med, che rappresenta la porta principale del continente, sorpassando Port Said in Egitto e Durban in Sudafrica, è ora in grado di accogliere nove milioni di container, triplicando i tre milioni finora gestiti.

L’investimento totale, avviato ormai dodici anni fa, ammonta a oltre 8 miliardi di euro, di cui 4,87 miliardi di privati. Nei primati di Tanger Med – snocciolati dal presidente del Gruppo, Fouad Brini – ci sono quello di essere la “prima piattaforma di import-export del Paese con flussi di merci per un totale di 30 miliardi di euro” e il “primo eco-porto dell’Africa”.

La maestosa struttura offre la base a 912 aziende nei settori industriale, logistico e dei servizi creando oltre 75 mila posti di lavoro. “La dinamica del Nord del Marocco, territorio di opportunità, conoscerà una nuova accelerazione grazie al nuovo progetto ambizioso della Città Mohammed 6 Tanger Tech, che si svilupperà in perfetta sinergia con i progetti portuali e logistici di Tanger Med”. Sul tavolo c’è un ulteriore piano di investimenti per oltre 800 milioni di euro per accompagnare la crescita dell’export marocchino, dell’industria e dell’agricoltura. 

L’infrastruttura – evidenziano da Rabat – consolida l’ancoraggio del Regno del Marocco nell’area euro-mediterranea e nella regione magrebina e araba, rafforzando la sua vocazione di polo di scambio tra Europa e Africa, tra Mediterraneo e Atlantico e, allo stesso tempo, rafforza il suo ruolo centrale come partner attivo nel commercio internazionale e ben integrato con l’economia globale.

Tanger Med è riuscito a collegare il Marocco a 77 Paesi e 186 porti, contribuendo così ad affermare il Regno sulla scena marittima internazionale e a portarlo dall’83esimo al 17esimo posto nella classifica della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad).

Con l’ampliamento inaugurato venerdì, l’investimento pubblico è stato di 1,3 miliardi di euro per 4,6 chilometri di banchine e 2,8 chilometri di moli, il terminal separato dall’Europa da una striscia di mare di 14 chilometri ha una capacità di gestione del transito di 7 milioni di passeggeri, 700 mila tir e oltre un milione di veicoli l’anno.

A confermare la strategicità dell’opera è l’importante investimento voluto dal gigante dei traporti marittimi Moller-Maersk che gestirà, con una concessione trentennale un terminale nella nuova area inaugurata. Il Vice presidente e Ceo di Apm Terminals, Morten Engelstoft, ha  confermato la fiducia nel progetto attraverso un impegno del gruppo danese per l’investimento di quasi 900 milioni di euro nel nuovo porto, trasformandolo in uno dei più strategici a livello mondiale per Maersk. Tra gli operatori che hanno scelto il porto di Tangeri come base, oltre a Renault e Nissan, vi sono anche altre grandi aziende come Bosch, Adidas e Decathlon e i big della logistica, guidati da Dhl.

Agi

Così Bruxelles vuole imporre più trasparenza alle piattaforme online

Il digitale è un canale di vendita, spesso, irrinunciabile. Tante aziende però sono obbligate a passare da alcuni “imbuti”, che si chiamano Amazon, Google, Expedia. Intermediari che danno più o meno visibilità a un articolo, un'azienda, un hotel.

Con quali criteri? Vuole capirlo meglio l'Unione europea, che ha presentato una proposta di legge rivolta alla gestione dei rapporti tra grandi piattaforme e aziende. Obiettivo: “Garantire un contesto imprenditoriale equo, prevedibile, sostenibile e affidabile nell'economia online”.

La parola chiave è “trasparenza”. Nei termini di utilizzo dei servizi, la loro gestione dei dati, le politiche di prezzo adottate, i motivi che portano all'esclusione o alla maggiore visibilità di un'impresa. Le regole si rivolgono quindi a qualsiasi piattaforma che, in base alle esigenze degli utenti, restituisce una gerarchia di offerte. Come fanno app store, motori di ricerca, siti di e-commerce e servizi di prenotazione di hotel.

“Contro l'abuso di potere”

“Piattaforme e motori di ricerca – ha spiegato la commissaria all'Economia digitale Mariya Gabriel – sono canali importanti per far sì che le imprese europee raggiungano i propri clienti. Dobbiamo essere certi che non abusino del loro potere. Stiamo facendo un passo importante – ha continuato – per introdurre regole chiare sulla trasparenza, un meccanismo efficiente per la risoluzione delle controversie”. La proposta include anche “l'avvio di un osservatorio per analizzare le pratiche delle piattaforme online in modo più dettagliato”. Si tratta, appunto, di “un passo”. Che porterà al Parlamento europeo e poi all'approvazione dei singoli Stati. Non si tratta quindi, ancora, di una legge, ma di una proposta. Ecco quello che prevede.

Aumento della trasparenza

Le piattaforme online devono garantire che le condizioni applicate siano facilmente “comprensibili e disponibili”. Devono essere indicati “in anticipo” (cioè nei termini di servizio sottoscritti quando si accede al servizio) i motivi per cui un'impresa può essere eliminata o sospesa dalla piattaforma. In questi casi, sarà comunque obbligatorio dare un preavviso per consentire alle aziende di attuare modifiche per adeguarsi.

La gestione dei dati

Le piattaforme devono formulare e pubblicare “politiche generali” che riguardano: i dati generati dai loro servizi cui è possibile accedere, chi può accedervi e a quali condizioni; il trattamento dei dati; il modo in cui utilizzano le clausole contrattuali per richiedere la gamma più favorevole o il prezzo più conveniente dei prodotti e dei servizi offerti. Gli intermediari online e i motori di ricerca dovranno “stabilire i criteri generali che determinano l'ordine in cui i beni e i servizi sono classificati”. L'Unione europea vuole quindi mettere un occhio negli algoritmi che rispondono alle domande degli utenti.

Risoluzione delle controversie

Quando aziende piattaforme arrivano allo scontro, le nuove regole puntano a un percorso che faciliti la risoluzione delle controversie. Gli intermediari devono dotarsi di un sistema interno di trattamento dei reclami. Per non favorire un punto d'incontro senza arrivare in tribunale, le piattaforme online dovranno “elencare nelle loro condizioni i nominativi dei mediatori indipendenti e qualificati con cui intendono cooperare in buona fede per la risoluzione delle controversie”. Per riequilibrare la bilancia delle forze in campo, l'Ue offrirà alle aziende uno strumento in più: “Alle associazioni che rappresentano le imprese sarà riconosciuto il diritto di agire in giudizio per conto delle imprese per ottenere l'applicazione delle nuove norme”.

L'osservatorio europeo

L'Ue battezza un osservatorio per capire se le nuove norme (quando approvate e applicate) funzionano. “Monitorerà problematiche e opportunità attuali e future nell'economia digitale” per consentire alla Commissione di sviluppare nuovi punti o correggere rotta. In base ai risultati fotografati dall'osservatorio, “la Commissione valuterà la necessità di ulteriori misure entro tre anni”.

Agi News

Così il fruttosio sostituirà il petrolio nella plastica del (prossimo) futuro

La plastica del futuro arriva dal Wisconsin, lo Stato americano ricco di foreste, laghi, terreni agricoli e fattorie. Una soluzione naturale, ricavata da zucchero e pannocchie di mais, che promette di sostituire il petrolio come materia prima. Ma la novità è soprattutto economica: produrla in grandi quantità, come riporta la rivista Science, costerebbe poco più del metodo tradizionale, circa il 3% in più. Ecco perché.

Come funziona la nuova plastica?

Per capire come poter sostituire la plastica è meglio fare un passo indietro e spiegare come nasce quella di oggi, che ufficialmente si chiama PET (polietilene tereftalato). L’origine è proprio il petrolio grezzo che, attraverso il cosiddetto cracking, viene sottoposto a una sorta di scissione delle proprie catene petrolifere fino ad arrivare a molecole con un doppio legame carbone/carbone, la base delle plastiche definite polimeri.

Le bioplastiche funzionano in maniera differente: niente petrolio, e il polimero in questo caso è fatto di glicole etilenico e un composto chiamato acido furandicarbossilico (FDCA) ricavato dalle biomasse.

Ricapitolando: l’FDCA è un prodotto ottenuto da materiale organico e non da petrolio, ed è la base per produrre l’alternativa al PET, chiamata PEF (polietilene furandicarbossilato).

Far quadrare i conti

Il nocciolo della ricerca sta nel ricavare l’FDCA in maniera economica, un obiettivo finora mai raggiunto. I ricercatori del Wisconsin sono invece riusciti a individuare una sostanza chiamata y-valerolactone(GVL) in grado di risolvere il problema. Si tratta di un liquido trasparente derivato dalle pannocchie che, grazie anche a un catalizzatore di acido organico, riesce a trasformare il fruttosio – cioè lo zucchero di frutta e verdura – in un precursore dell’FDCA.

Ecco dunque spiegata la ragione dell’abbattimento dei costi: i ricercatori hanno calcolato che, grazie alle economie di scale – cioè aumentando la produzione – l’FDCA verrebbe a costare 1495 dollari per tonnellata, appena 45 in più del metodo che oggi porta al PET.

“Un processo molto più green”

Secondo Ali Hussain Motagamwala, uno degli autori della ricerca, il nuovo meccanismo per ricavare bioplastica “è molto più green di quello normale”. In primo luogo elimina combustibili fossili dalla produzione, sostituendoli con materiali rinnovabili. Dal punto di vista dell’FDCA, poi, non richiede costosi reattori per attivare la trasformazione del fruttosio. 

Agi News

Così gli e-sport potranno aprire le porte della Cina a Google

Gli e-sport in Usa e Asia hanno generato un giro di affari di 463 milioni nel 2016, di 696 milioni nel 2017 e, secondo il report annuale di Newzoo (la mappa più autorevole dei numeri degli e-sport), la previsione è che si possa arrivare a 1,5 miliardi. Ci sono sponsor come Intel,  Samsung, MasterCard e Coca Cola che nel 2016 hanno speso circa 320 milioni per finanziare e mettere i loro nomi sulle casacche delle squadre nei tornei. Non solo gaming, l’attività di giocare ai videogame da fine ottobre per il Comitato Olimpico è uno sport a tutti gli effetti.

È questo il quadro su cui si muove Chushou, piattaforma di Mobile Game in live-stream, che ha chiuso un round serie D e su cui ha investito anche Google. Chushou ha sviluppato una una piattaforma online in cui gli utenti possono trasmettere in streaming i loro giochi per cellulari. 

Live streaming. Chushou ha sviluppato una piattaforma cinese che offre ai giocatori Mobile un modo per trasmettere in streaming i giochi che si stanno riproducendo in quel momento. In questo modo altri possono guardare ciò che si sta facendo e come si sta giocando, con la possibilità di chattare con altri utenti.

I numeri. L’azienda ha dichiarato di avere 8 milioni di streamer, 250.000 live stream al giorno, 100 mila giocatori e vanta la comunità online di Mobile Game più attiva in Cina. ”Chushou ha costruito una piattaforma impressionante, con una base in rapida crescita di creatori di contenuti e consumatori e piani di espansione intelligenti” ha dichiarato Frank Lin, che supervisiona lo sviluppo aziendale di Google nell'Asia settentrionale.

Perché Big G investe in Chushou. Per Google l’investimento in Chushou è la possibilità di aprire nuove strade per la Cina, dove il suo motore di ricerca è bloccato dal 2012, per la startup basata a Pechino il tentativo di espandersi Oltreoceano. Nel 2015, Google aveva partecipato al round di Mobvoi, startup cinese di intelligenza artificiale. Tasselli di una strategia di conquista del mercato, in cui rientrano anche lo sviluppo di un laboratorio di intelligenza artificiale in Cina e la presenza, il mese scorso, dell'amministratore delegato di Google Sundar Pichai alla Cyberspace Administration of China.

 

Agi News

Così il tribunale ferma Uber

Uber addio: il Tribunale di Roma ha ordinato, entro 10 giorni, il blocco dei servizi del gruppo Uber in Italia tramite la app Uber Black e le analoghe app Uber-Lux, Uber-Suv, Uber-X, Uber-XL, UberSelect, Uber-Van. E' stato accolto un ricorso per concorrenza sleale di alcune associazioni di categoria dei tassisti tramite l'associazione tutela legale taxi.

"Il tribunale di Roma, accertata la condotta di concorrenza sleale posta in essere sul territorio italiano da Uber, inibisce alle parti il servizio di trasporto pubblico non di linea con l'uso dell'applicazione Uber Black e delle analoghe applicazioni Uber-Lux, Uber-Suv, Uber-X, Uber-XL, UberSelect, Uber-Van, disponendo il blocco di queste applicazioni sul territorio italiano nonché di effettuare la promozione e pubblicazione di detti servizi sul territorio nazionale". E' stata inoltre fissata una penale di 10mila euro per le società resistenti per ogni giorno di ritardo dal decimo giorno a partire dalla pubblicazione della sentenza.

Codacos, si torna al Medioevo

"Una decisione abnorme che riporta l'Italia al Medioevo". Lo afferma il Codacons, commentando il blocco dei servizi del gruppo Uber in Italia, accogliendo il ricorso dei tassisti. "L'Italia viene rispedita indietro di decenni, mentre tutti gli altri paesi vanno avanti e si adeguano alle nuove offerte del mercato. A fare le spese di tale decisione saranno gli utenti, le cui possibilità di scelta saranno fortemente limitate, e che senza una reale concorrenza subiranno senza dubbio rincari delle tariffe per il trasporto non di linea. Invece di adeguare la normativa sui trasporti alle nuove possibilità offerte dalla tecnologia, in modo da offrire garanzie e certezze a tutte le parti in causa, si sceglie di danneggiare i consumatori paralizzando il mercato e l'evoluzione – prosegue l'associazione – e il Governo avrebbe dovuto già da tempo varare norme per introdurre in Italia servizi come Uber e farli convivere con i taxi tradizionali, così come avviene nel resto del mondo".

Uber, siamo allibiti

"Siamo allibiti per quanto annunciato dall'ordinanza che va nella direzione opposta rispetto al decreto Milleproroghe e alla normativa europea": è questo il commento di Uber Italia alla decisione del Tribunale di Roma che ha deciso di inibire l'erogazione del servizio UberBlack sull'intero territorio nazionale, entro 10 giorni da oggi. 

 

"Faremo appello contro questa decisione, basata su una legge vecchia di 25 anni e che non rispecchia più i tempi, per permettere a migliaia di autisti professionisti di continuare a lavorare grazie all'app di Uber e alle persone di avere maggiore scelta. – spiega Uber – Ora il governo non può perdere altro tempo ma deve decidere se rimanere ancorato al passato, tutelando rendite di posizione, o permettere agli italiani di beneficiare di nuove tecnologie come Uber".

I tassisti esultano

"Una nuova schiacciante vittoria su Uber": così in una nota Ugl taxi, Federtaxi Cisal, Uil trasporti, Fit Cisl e associazione tutela legale taxi commmentano la decisione del tribunale di Roma di bloccare il servizio UberBlack su tutto il territorio italiano "per accertata concorrenza sleale nei confronti degli operatori taxi e ncc regolari". "Nonostante l'intervento del Senato dello scorso febbraio che aveva sospeso le modifiche dell'art. 29, comma 1-quater, – spiega – il Tribunale Civile di Roma ha condiviso il ricorso". 

Agi News

Italia-Vietnam-Usa, così Vespa Piaggio supererà i dazi di Trump

Trump impone dazi sull'importanzione negli Usa della Vespa e la Piaggio studia le contromosse. Intervistato dal Corriere della Sera, il numero uno della società italiana produttrice del mitico scooter, Roberto Colaninno, commenta la decisione dell'amministrazione Usa: "Le guerre commerciali e valutarie non fanno bene a nessuno", dice il 73enne imprenditore che poi, commenta la minaccia Usa di imporre forti dazi su diversi prodotti di punta europei, fra cui la Vespa.

"Non possiamo fare la guerra all'America", dice Colaninno al Corriere della Sera. "Comunque non sono sicuro che saremo toccati. Piaggio produce le Vespe anche in Vietnam. E non è ancora chiaro se questi nuovi dazi colpiranno il marchio e i codici che identificano i prodotti o il Paese che li produce. Perche' se fosse una misura contro il Paese, noi potremmo aggirarla facilmente vendendo in America le Vespe prodotte in Vietnam".

Impatto dazi Usa su 2% del fatturato di Piaggio

L'eventuale introduzione da parte degli Usa di dazi punitivi nei confronti dell'Ue avrebbe conseguenze limitate per la Piaggio. Fonti dell'azienda di Pontedera spiegano all'Agi che l'impatto sarebbe contenuto ad appena il 2% del fatturato complessivo. La Piaggio nell'intero continente americano esporta in tutto circa 14.000 veicoli, pari al 5% del fatturato: se si escludono i veicoli esportati in Sud America e le moto di grande cilindrata, che non rientrano nell'ipotizzato provvedimento restrittivo di Trump, il numero si riduce a circa 5.000 che rappresenta appunto il 2% del fatturato. 
Gli scooter Piaggio maggiormente esportati negli Stati Uniti sono:

  • La Vespa
  • L'Mp3

La società in America ha due sedi, una a New York e l'altra a Pasadena, e non possiede una rete commerciale propria. Per la vendita dei suoi mezzi si affida a dealer e importatori locali. 


GALLERIA: dalla Vespa alla San Pellegrino, tutti i marchi nel mirino di Trump


Farinetti: questa battaglia ci farà male ma sulla carne ha ragione Trump

Intervistato da Repubblica, il patron di Eataly, Oscar Farinetti, commenta con enfasi la decisione di Trump: "La guerra dei dazi farebbe più vittime di una terza guerra mondiale. Per l'Italia sarebbe un disastro". L'azienda di Farinetti realizza più della metà del suo fatturato nei negozi Usa. Secondo Farinetti sulla questione della carne "duole dirlo, ma ha ragione Trump, è l'Europa che è in difetto perché tempo fa si era impegnata con un accordo commerciale a importare 45mila tonnellate di carne americana". Il problema, che sottolinea Farinetti, è che gli Usa si erano impegnati"a priodurre carne senza ormoni in fattorie dedicate", poi però, "quella carne non è stata acquistata dall'Europa". Una ritorsione, in partica, per un indotto insignificante, aggiunge Farinetti, "lo 0,6% del consumo europeo". Per uscire dall'impasse, a giudizio del patron di Eataly, "sarebbe necessario che i diplomatici italiani del ministero degli esteri chiedessero a Bruxelles di rispettare gli impegni presi. Nell'interesse del nostro Paese", aggiunge, perché la questione interessa poco ai Paesi del Nord Europa".


Per approfondire:

 

Agi News

La ricetta dell’Antitrust: taxi, Ncc e Uber possono funzionare così

L'Antitrust chiede una riforma complessiva del settore dalla mobilità non di linea, taxi e ncc, regolato da una legge "ormai vecchia di 25 anni" (legge n.21 del 15 gennaio 1992). Per questo ha inviato a Parlamento e governo una segnalazione per sottolineare la necessità di mettere la normativa al passo con l'evoluzione del mercato. Ecco nel dettaglio cosa chiede l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

Indubbi vantaggi per il consumatore

Nell'ultimo decennio, scrive l'Autorità, si sono verificati irreversibili fenomeni di allargamento e diversificazione dell'offerta dei servizi di mobilità non di linea, idonei ad incrementare la qualità e a ridurre i prezzi del servizio, con Indubbi vantaggi per il consumatore.

Meno vincoli

In un'ottica di massimizzazione del benessere sociale, la strada da perseguire non dovrebbe essere quella di introdurre nuovi e/o ulteriori vincoli – su base territoriale, soggettiva o altro – volti a limitare l'operatività delle nuove forme di servizi di mobilità urbana; si dovrebbe al contrario perseguire una strada di "deregolazione dal basso" dei vincoli, sviluppando le forme di servizio più innovative e benefiche per il consumatore.

Tre capisaldi

  1. L'esigenza di procedere quanto più possibile a un'equiparazione tra i servizi taxi e le altre forme di mobilità non di linea
  2. L'ingresso nel settore della mobilità non di linea di nuovi servizi a forte contenuto tecnologico che hanno modificato radicalmente il funzionamento del settore e reso obsoleto il quadro normativo attuale.
  3. L'individuazione di strumenti volti a compensare l'effetto dell'apertura e dell'allargamento del mercato della mobilita' non di linea sugli operatori sottoposti a obblighi di servizio pubblico.

Equiparazione tax-Ncc e tariffe libere

L'Autorità sottolinea il tema della carenza dell'offerta taxi rispetto alla domanda di di mobilita' urbana, carenza dovuta a un numero insufficiente di licenze emesse dai comuni. L'Antitrust chiede una piena equiparazione tra operatori taxi e Ncc, in particolare nella prospettiva di un sempre maggiore sviluppo delle modalità tecnologiche di procacciamento della clientela, cosa che potrà determinare un effetto di allargamento dell'offerta analogo a quello ottenibile con un consistente incremento delle licenze.

Taxi

Dovrebbe essere garantita una maggiore flessibilità operativa ai soggetti dotati di licenza taxi in termini di: eliminazione dei vincoli attualmente esistenti al cumulo di più licenze, garantendo la possibilità che l'attività di taxi sia esercitabile in forma di impresa; massima flessibilità di turni ed orari (da considerare come minimi e liberamente derogabili); possibilità di offrire nuovi servizi integrativi (ad es. uso collettivo dei taxi); possibilità di attuare politiche autonome dei prezzi delle corse nel rispetto del vincolo della tariffa massima (in particolare con riferimento a particolari destinazioni come aeroporti, stazioni ferroviarie, luoghi di attrazione turistica).

Ncc

Non prevedere alcuna disposizione che limiti su base territoriale l'attività degli operatori Ncc; evitare ogni formadi contingentamento della autorizzazioni Ncc rilasciate dallaamministrazioni; prevedere forme di potere sostitutivo in presenza di inerzia delle amministrazioni a rilasciare nuoveautorizzazioni (si consideri, quale esempio paradigmatico diinerzia amministrativa, il caso del Comune di Roma Capitale, che ha concesso le ultime autorizzazioni Ncc nel 1993 a fronte dioltre 5.000 noleggiatori presenti sul territorio comunale dotatidi autorizzazioni di altri comuni).

Regole minime anche per Uber Pop

Con riferimento a quella tipologia di servizi che, tramite l'impiego di piattaforme digitali, mettono in connessione autisti non professionisti e la domanda finale (come il servizio Uber Pop) sviluppati in molti paesi ma attualmente inibiti sull'intero territorio nazionale da alcune decisioni del Tribunale civile di Milano, l'Autorità  ritiene si debba approvare una regolamentazione minima, alla luce dell'esigenza di contemperare interessi meritevoli di tutela: concorrenza, sicurezza stradale e incolumità dei passeggeri, tramite la definizione di un "terzo genere" di fornitori di servizi di mobilità non di linea (in aggiunta ai taxi ed agli Ncc). Tale "regolamentazione dovrebbe essere tuttavia la meno invasiva possibile, limitandosi a prevedere una registrazione delle piattaforme in un registro pubblico e l'individuazione di una serie di requisiti e obblighi per gli autisti e per le piattaforme, anche di natura fiscale.

Strumenti di compensazione

E' chiaro che le misure proposte determinerebbero unaimmediata estensione dell'offerta di servizi di mobilità non di linea a tutto vantaggio dei consumatori finali, ma l'effetto sarebbe abbassare il valore delle licenze taxi attualmente in circolazione (circa 20.000 licenze su base nazionale di cui circa 12.600 tra Roma e Milano). Nella segnalazione quindi vengono suggerite anche alcune forme di compensazione a beneficio dei tassisti dotati di licenza

  • l'apertura di una finestra temporale all'interno della quale lo Stato potrebbe acquistare da chi decide di cessare l'attività le licenze taxi a un prezzo che tuteli dalla riduzione di valore connessa all'allargamento del mercato;
  • l'istituzione di forme di compensazione della differenza tra un valore della licenza preso a riferimento ed il valore di mercato al momento della cessazione dell'attività (purché questa avvenga entro un numero di anni limitato dall'avvio del processo).

Queste forme di compensazione sarebbero disponibili solo per i tassisti in servizio e potrebbero essere realizzate tramite la costituzione di un Fondo statale finanziato da una serie di voci: fee d'ingresso per tutte le nuove autorizzazione Ncc a partire da una certa data; forme di contribuzione ad hoc da parte delle nuove piattaforme tecnologiche di mobilità; utilizzo dei maggiori introiti fiscali derivanti sia dalla tassazione dei servizi offerti dalle piattaforme, sia dalla modifica del regime fiscale a carico dei soggetti dotati di licenza taxi, nel senso di prevedere per essi l'obbligo di emettere di rilascio dello scontrino alla fine di ogni corsa.

Agi News

Bizzarri: “Occhio ai social e un outsider direttore creativo, così è rinata Gucci”

Quando a gennaio 2015 Marco Bizzarri fu chiamato a rimpiazzare Patrizio di Marco come Ceo di Gucci, il brand era in pieno declino. Datato. Poco affascinante. La maison aveva bisogno di una svolta e per François-Henri Pinault, rampollo del gruppo francese Kering cui fa capo Gucci, l’uomo della rinascita sarebbe stato il 54enne emiliano allora a capo del segmento pelletteria e lusso di Kering.  

Da Mandarina Duck a Gucci, Bizzarri dietro le quinte della moda da oltre 20 anni

  • 2015 – Ceo di Gucci da gennaio 2015
  • 2014-2015 Ceo della divisione Kering’s Luxury – Couture & Leather Goods
  • 2009 – amministratore delegato di Bottega Veneta
  • 2005 – presidente e Ceo di Stella McCartney 
  • 1993-2004 – general manager del gruppo Mandarina Duck 

 

Una rivoluzione in stile Tom Ford

L’intuizione fu giusta. Nato a Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, ex compagno di scuola dello chef stellato Massimo Bottura, Bizzarri investirà miliardi di euro in comunicazione e nel rinnovo dei 500 negozi monomarca. A febbraio del 2017 il brand ha fatto sapere di aver chiuso il 2016 con un fatturato del +12%. Le vendite hanno toccato i 4.378 miliardi di euro, con un incremento di 500 milioni di valore. Una resurrezione di questo tipo nel mondo del fashion si era vista una sola volta, negli anni ’90, e anche quella volta a cambiare pelle fu Gucci grazie al tocco creativo di Tom Ford. Ma se tutto ciò è stato possibile, racconta il Financial Times, Bizzarri lo deve soprattutto a un compagno di lavoro sul cui talento il ceo di Gucci si è giocato l’intera partita.

La rinascita di Gucci in numeri

  • +12%, il fatturato relativo al 2016
  • 4.838, i miliardi di euro di vendite
  • 500, milioni l'incremento di valore

Alessandro Michele, il direttore creativo sconosciuto voluto dal ceo

Quando due anni fa fu scelto da Bizzarri per prendere il posto di Frida Giannini come direttore creativo, Alessandro Michele era uno sconosciuto. Capelli lunghi, abiti color confetto, Michele lavorava nel dipartimento borse. Nessuno lo avrebbe considerato un papabile successore della Giannini. Nove giorni dopo la dipartita di Di Marco, la prima collezione di Michele era già pronta. La sua nomina “è stato qualcosa di magico”, ha dichiarato al Financial Times Bizzarri. Lo stile di Michele è piaciuto anche a Vogue che ha descritto così la nuova donna Gucci: “sceglie i capi da indossare nei negozi vintage, li abbina a mocassini foderati di pelliccia e ai gioielli di famiglia”.

Social network e millennial, la sfida di Bizzarri passa per i selfie

Ma per Bizzarri non è ancora arrivato il momento per rilassarsi. La nuova missione è quella di difendere la nuova reputazione del brand Gucci in un momento in cui i social network non solo dettano i trend ma influenzano anche le millennial, decise a spendere meno per un capo ma ad acquistare più pezzi, in modo da essere sempre pronte per un selfie. Intanto Bizzarri è focalizzato su un obiettivo: rendere il gruppo ‘elastico’ e veloce a carpire le nuove tendenze e incontrare la domanda di nuovi look.

 

Agi News

Cos’è l’avanzo commerciale e perché in Italia non è mai stato così alto

Il Made in Italy traina la ripresa e porta il nostro Paese a chiudere il 2016 con un avanzo commerciale record di 51,6 miliardi di euro, in crescita di quasi 10 miliardi rispetto all’anno precedente.


Cos'è l'avanzo commerciale? E' una situazione nella quale i beni esportati superano i beni importati. Quindi vuol dire che nel 2016 il valore dei beni esportati dall'Italia ha superato di 51,6 miliardi il valore di quelli importati. 

Quando invece l'import supera le esportazioni, parliamo di deficit commerciale. Un avanzo commerciale non è sempre una buona notizia. Potrebbe essere spia di un calo della domanda interna. ​


In un periodo di recessione, minori acquisti di prodotti esteri sono spesso legati a una flessione dei consumi. I numeri dell’Istat dipingono ora un quadro differente. Negli ultimi due anni era stata infatti la ripresa della domanda interna a sostenere la manifattura.

E il balzo del 6,6% segnato dalla produzione industriale a dicembre, con il senno di poi dei dati sul commercio di giovedì, racconta che al volano della spesa domestica si è aggiunto un balzo della domanda estera, dopo la contrazione del commercio internazionale che aveva caratterizzato un 2015 di crisi valutarie e frenata dei mercati emergenti.

L'Italia esporta di più perché esporta meglio

Tendenza quest’ultima, non ancora del tutto invertitasi. Proprio per questo il dato colpisce: la bilancia commerciale italiana tocca l’avanzo massimo dal 1991, anno di inizio delle serie storiche, in un periodo che vede stagnare gli scambi internazionali e i venti del protezionismo tornare a soffiare.

Il Made In Italy vince quindi la sua scommessa: puntare non sulla quantità ma sulla qualità di beni a “domanda rigida”, che avranno sempre mercato. E senza le importazioni di energia il surplus sale addirittura a 78 miliardi.

Un successo che arriva in una congiuntura mondiale difficile

Questi numeri, ha sottolineato il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Ivan Scalfarotto “confermano un export italiano in ripresa nell'ultima parte del 2016, in un anno particolarmente difficile per gli scambi a livello globale”. “Le nostre esportazioni di beni hanno raggiunto il livello record di 417 miliardi, in crescita dell'1,1% rispetto al 2015, mentre le importazioni sono scese dell’1,4%”, prosegue Scalfarotto, “anche il saldo commerciale fa registrare un nuovo massimo, toccando i 51,6 miliardi: il 2016 è stato un anno caratterizzato da crisi e instabilità, nel quale abbiamo comunque continuato a crescere.

Nel complesso l’export si conferma la componente più dinamica della nostra economia: le nostre imprese fanno bene in settori a medio-alta tecnologia, oltre che nell’alimentare e nella moda". Un altro dato da incrociare con i numeri della produzione industriale, che hanno visto settori come l’elettronica compensare la frenata del tessile. Vento in poppa anche per l’agroalimentare: le esportazioni sono salite del 4% a 38,4 miliardi di euro, un altro record.

 

 

Le esportazioni trainate da Germania e Giappone 

Rispetto al 2015, l’export è aumentato del 5,7%, del 7,3% considerando solo l’area comunitaria. I mercati che hanno aumentato di più le importazioni di prodotti Made in Italy sono stati

  • Giappone (+9,6%),
  • Cina e Repubblica Ceca (+6,4% entrambe),
  • Spagna (+6,1%) e
  • Germania (+3,8%).

Numeri che compensano il continuo calo della domanda dalla Russia, legata al perdurare delle sanzioni economiche: l’anno scorso le esportazioni dirette verso la federazione sono scese del 26,3%.

Le categorie di beni che hanno registrato la maggior crescita delle vendite sui mercati esteri sono gli

  • articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+6,8%),
  • gli autoveicoli (+6,3%), i prodotti alimentari, le bevande e il tabacco (+4,2%).  

Di particolare interesse la crescente importanza del mercato tedesco che, nel solo mese di dicembre, ha aumentato del 10,3% gli acquisti di prodotti Made in Italy. Un dato che arriva dopo il massimo storico delle importazioni italiane di beni tedeschi toccato lo scorso settembre. L’interconnessione commerciale tra le due grandi potenze manifatturiere dell’Eurozona è quindi sempre più stretta.

 

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