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Morning Bell: cosa si aspettano i mercati

AGI – Avvio di settimana difficile e in calo per i mercati dopo un’ottava molto turbolenta. I listini asiatici sono in rosso, i future a Wall Street e in Europa arretrano e i rendimenti dei T-Bond a 10 anni salgono al 3,14%, al top dal novembre 2018. A spaventare i mercati è il crescente timore di una stagflazione in arrivo, alimentato dal rallentamento della crescita globale, dall’alta inflazione, dai persistenti lockdown in Cina e dall’aggressività delle banche centrali.

Il ‘focus’ questa settimana sarà sull’inflazione ‘bollente’, in attesa dell’uscita dei dati  sui prezzi al consumo negli Usa e in Cina di mercoledì prossimo e poi su quelli in Germania, in India, in Messico e in Brasile. Oggi in Asia, Tokyo e Hong Kong calano a picco, mentre Shanghai arretra molto meno dopo dei positivi dati sull’export ad aprile in Cina. Intanto però Pechino non molla sulla politica del ‘Covid zero’ e Shanghai stringe i lockdown, rafforzando I timori di un rallentamento dell’economia del Dragone.

A Wall Street I future sono in calo intorno all’1% e lo stesso fanno i future sull’EuroStoxx 50.  “E’ difficile prevedere cosa possa succedere – commenta Vincenzo Bova, strategist di Mts Capitalservice – dire che questa settmana e le prossime i mercati saranno turbolenti e volatili è scontato. Non è escluso che possano esserci rimbalzi temporanei, comunque i minimi, che per lo S&P 500  sono a 4.000 punti, non sono stati ancora rotti e se questo dovesse accadere, ci saranno vendite a pioggia”.

Il consuntivo della settimana scorsa ha mostrato un andamento contrastato per Wall Street, con l’indice S&P 500 che è sceso solo dello 0,21%, mentre il Nasdaq, che ha perso l’1,54%, è stato molto più penalizzato. “L’attuale contesto – spiega Bova – che vede un rallentamento della crescita economica, alta inflazione e banche centrali aggressive è il peggiore possibile per i mercati e in particolare per gli asset più rischiosi come l’azionario e l’obbligazionario. La parte a lungo dei Treasury sta continuando a salire. Prevedo una settimana difficile. Il contesto non è favorevole e i mercati continueranno a essere sotto pressione”.

Intanto prosegue l’impennata dei T-bond Usa. Il 10 anni è al top da oltre tre anni. Anche il 2 anni sale ma con minor forza, attestandosi al 2,73%, mentre la curva dei rendimenti tra il 2 e il 10 anni s’irripidisce, il che non è un bene, visto che per i mercati l’intensificarsi del rialzo del decennale, dopo un’inversione, che c’è stata non molto tempo fa, rappresenta un pericoloso segnale di recessione in arrivo.

E il tasso del Treasury a 30 anni è al 3,23%, il top dal marzo 2019. Anche dal mercato valutario arrivano cattive notizie: lo yuan ha superato quota 6,75 dollari, arretrando ai minimi dal novembre 2020, l’euro è poco sopra 1,05 dollari, lo yen a 130,94, non lontano dal minimo da 20 anni e la sterlina si è rialzata appena al di sotto dei minimi di due anni toccati la scorsa settimana dopo che la Banca d’Inghilterra aveva avvertito che l’economia britannica stava affrontando la recessione. Intanto slitta ancora a Bruxelles l’embargo sul petriolio russo, mentre al G7 ieri sera Occidente e Giappone si impegnano a mettere al bando il petrolio russo, sebbene con gradualità, e si preparano ulteriori sanzioni, dal Regno Unito anche nei confronti della Bielorussia.

Il prezzo del greggio in Asia è inm lieve calo, con il Wti sopra 109 dollari e il Brent oltre 112 dollari al barile. Intanto inizierà tra poche ore a Mosca la parata per il Giorno della Vittoria in ricordo della fine della Seconda Guerra mondiale. E il timore è che Vladimir Putin dichiari ufficialmente guerra all’Ucraina, dopo che dall’inizio dell’invasione ha sempre parlato di “operazione speciale” nei confronti di Kiev. Alla vigilia della parata di Mosca Joe Biden ha tenuto un G7 in teleconferenza alla presenza del presidente ucraino Zelensky, il quale ha chiesto che i russi si ritirino “da tutta l’Ucraina”.

I leader del G7 hanno riaffermato che Putin “non deve vincere” perchè “ha violato l’ordine internazionale basato sulle regole, in particolare la Carta delle nazioni Unite, concepita dopo la Seconda Guerra Mondiale per risparmiare alle successive generazioni la piaga della guerra”. Mario Draghi domani va a Washington, dove incontrerà Joe Biden.

Cina: surplus commerciale aprile a 51,12 mld, +3,9% export

La Cina registra ad aprile un surplus commerciale di 51,12 miliardi di dollari, in rialzo sui 47,38 miliardi di marzo e sui 50,56 miliardi attesi dagli analisti. Secondo i dati diffusi dalle Dogane, l’export sale del 3,9% annuo, battendo le stime dei mercato di +3,2% e dopo il +14,7% di marzo: si tratta della prima crescita a singola cifra degli ultimi 18 mesi, nel mezzo delle incertezze legate alla guerra tra Ucraina e Russia e alle misure draconiane per frenare la diffusione del Covid-19. L’import, invece, è rimasto invariato ad aprile, contro il -0,1% di marzo e il -3% atteso alla vigilia.

Macron in Germania

Sempre oggi poi il presidente francese, Emmanuel Macron, si recherà in Germania per incontrare il cancelliere tedesco Olaf Scholz, in quella che è la sua prima visita ufficiale dopo la rielezione. In agenda due temi caldi: difesa e politica energetica. A questo proposito c’è attesa per i negoziati sull’embargo Ue al petrolio russo che andranno avanti per tutto il weekend.

E progressi sono attesi in settimana anche per gli sforzi della Finlandia e della Svezia di aderire alla Nato. Stoccolma prevede di pubblicare un rapporto il 13 maggio con le conclusioni dei colloqui interni sulla politica di sicurezza. E la Finlandia potrebbe annunciare una decisione sulla sua intenzione di aderire all’Alleanza militare atlantica.

Insomma, dopo una settimana da infarto per i mercati, quella che comincia oggi non sarà certo di routine. I mercati sono molto nervosi.

“È difficile prevedere cosa possa succedere – commenta Vincenzo Bova – dire che nelle prossime settimane i mercati saranno turbolenti e volatili è scontato. Non è escluso che possano esserci rimbalzi temporanei; comunque i minimi, che per lo S&P 500 sono a 4.000 punti, non sono stati ancora rotti e se questo dovesse accadere, ci saranno vendite a pioggia”.

L’ultimo consuntivo ha mostrato un andamento contrastato per Wall Street, con l’indice S&P 500 che è sceso solo dello 0,21%, mentre il Nasdaq, che ha perso l’1,54%, è stato molto più penalizzato. “L’attuale contesto – spiega Bova – che vede un rallentamento della crescita economica, alta inflazione e banche centrali aggressive è il peggiore possibile per i mercati e in particolare per gli asset più rischiosi come l’azionario e l’obbligazionario. La parte a lungo dei Treasury sta continuando a salire. Prevedo una settimana difficile. Il contesto non è favorevole e i mercati continueranno a essere sotto pressione“.

Mercoledì escono dati sull’inflazione Usa

Mercoledì escono i dati sull’inflazione Usa, che a marzo ha toccato i massimi dal 1981 raggiungendo l’8,5% annuo e l’1,2% rispetto al mese precedente. Ad aprile si prevede una discesa all’8,1%. Se questa stima dovesse essere confermata sarebbe una boccata d’ossigeno per l’economia americana. In questo momento un dato favorevole è particolarmente atteso dai mercati, che si trovano con le spalle al muro.

In pratica in questa fase in cui Wall Street è in calo e i Treasury salgono gli investitori ci perdono sia a comprare i bond sia a comprare azioni. “Sono in confusione, non sanno cosa fare – spiega Bova – Normalmente se l’azionario perde il 4% compri i Treasury e stai tranquillo. Ora anche i Treasury perdono valore. E il mercato rischia di finire in preda al panico“.

Per tranquillazzarli “servirebbe un messaggio più moderato da parte delle banche centrali, ma questo al momento non sta arrivando”.

Lagarde parla al Parlamento europeo

Mercoledì Christine Lagarde parla al Parlamento europeo e bisognerà vedere se riuscirà a stemperare quello che sta succedendo sui mercati. In Italia il tasso del Btp è tornato sopra il 3% e il Bund tedesco è sopra l’1%. Questi movimenti più forti sono dipesi in gran parte dalle attese che si sono create sulle prossime mosse della Bce.

Il francese Villeroy, una delle ‘colombe’ del board, ha detto venerdi’ scorso che “è plausibile avere i tassi in positivo a fine anno”. Questo vuol dire che quest’anno la Bce farà almeno 3 rialzi dei tassi. I mercati se ne aspettavano circa 4, ma se a dire che i tassi europei torneranno in positivo a fine anno è uno dei piu’ ‘dovish’ di Francoforte inevitabilmente l’asticella dei mercati è destinata a salire.

Villeroy in pratica ha detto quello che finora chiedevano i ‘falchi’ tedeschi e olandesi. Il risultato è che adesso l’aspettativa dei mercati sui tassi di interesse è salita a 92 punti base, il che significa che i rialzi attesi sono quasi 4. E questo “inevitabilmente preoccupa i mercati” dice Bova. Finora Christine Lagarde è stata vaga, si è limitata a dire che la banca centrale è pronta a tutto e sarà flessibile.

Se anche lei mercoledì dovesse aprire la porta a un rialzo dei tassi a luglio, per i mercati potrebbe mettersi male. “Il problema è che più salgono i tassi, più peggiorano le condizioni finanziarie in Eurozona. L’aumento dei tassi in Europa indirettamente accelera il processo di frenata dell’economia”.

La stagflazione si sta avvicinando

L’Italia è quella che rischia di più di entrare in recessione, ma anche la Germania ci è vicina. E la Francia è in stagnazione. Insomma, la stagflazione si sta avvicinando, a grandi passi. Ma quando potrebbe avere inizio? “In Europa – prevede Bova – nel secondo trimestre, negli Stati Uniti nella seconda parte dell’anno. In Europa nel secondo trimestre c’è già il rischio di aver un Pil negativo, come ha già segnalato l’indice Ifo. Negli Stati Uniti invece è il settore immobiliare quello più a rischio e penso che dall’estate in poi cominceremo a verdere dati economici veramente negativi”.

“Questo significa – aggiunge – che la Fed potrebbe iniziare a moderare l’aspettativa sui tassi da settembre e che la Bce, se dovesse rialzare I tassi a luglio, bisognerà vedere come reagirà davanti a un Pil negativo”.

Ue: sullo stop al petrolio russo negoziati per tutto il weekend

Sull’embargo europeo al petrolio russo i negoziati andranno avanti per tutto il weekend. Gli ambasciatori dei Ventisette Paesi dell’Ue si riuniranno di nuovo con l’intento di arrivare a un accordo sull’embargo al petrolio. A bloccare il sesto pacchetto delle sanzioni, presentato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, è ancora una volta l’Ungheria. Per il premier Viktor Orban con questo pacchetto “l’Ue ha superato la linea rossa” sganciando “una bomba atomica” sull’economia del suo Paese.

Orban ha chiesto quindi una deroga, insieme alla Slovacchia, e anche alla Repubblica Ceca. Per soddisfarla la Commissione aveva concesso un anno in più (l’embargo per tutti entro sei mesi, per Ungheria e Slovecchia entro fine 2023) ma non è bastato.

Quindi i tecnici di Bruxelles si sono presentati al tavolo del Coreper con una nuova proposta: deroga per Ungheria e Slovacchia fino a fine 2024 e per la Repubblica Ceca fino a giugno 2024. Ma nemmeno questa concessione sembra essere sufficiente.

Le resistenze, spiega una fonte europea, permangono sulla durata delle deroghe e sulle compensazioni economiche per i Paesi che si troveranno a dover “adattare” le proprie raffinerie al momento “tarate” sul petrolio russo. Investimenti importanti che gli Stati non vogliono sostenere dai propri bilanci nazionali.

Resta sul tavolo anche l’ostacolo del divieto del trasporto del petrolio russo per le navi battenti bandiera degli Stati membri dell’Unione. Una preoccupazione non di poco conto per Grecia, Malta e Cipro. “Le prossime ore saranno dedicate alla soluzione di questi problemi attraverso contatti bilaterali fra Commissione, presidenza e Stati membri interessati”, spiega un diplomatico.

“Sono fiduciosa che riusciremo a portare questo pacchetto in carreggiata – se ci vuole un giorno in più, ci vuole un giorno in più – ma ci stiamo muovendo nella giusta direzione”, ha detto von der Leyen al quotidiano tedesco Faz. Anche l’Alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Josep Borrell, riconosce le difficoltà per l’Ungheria.

Nelle prossime ore si continuerà a lavorare a quella soluzione richiesta. E se non ci riusciranno gli ambasciatori, Borrell ha già avvertito che la discussione si svolgerà a livello di ministri.

Oggi parla Putin sulla piazza rossa

Vladimir Putin, in occasione delle celebrazioni per la vittoria sul nazismo il 9 maggio, invierà un messaggio da “giorno del giudizio” all’Occidente. Putin parlerà sulla Piazza Rossa davanti a una parata di truppe, carri armati, razzi e missili balistici intercontinentali.

Durante la parata i caccia supersonici e i bombardieri strategici Tu-160 effettueranno un sorvolo sulla Cattedrale di San Basilio. E per la prima volta dal 2010, ha fatto sapere il ministero della Difesa russo, sarà schierato l’aereo Il-80 ‘Doomsday’, che trasporterebbe i vertici russi in caso di guerra nucleare, diventando il centro di comando di Putin. Il Cremlino non ha fatto sapere cosa potrebbe dire Putin nel suo discorso. Lo scorso anno il leader del Cremlino in questa ricorrenza ha parlato di ascesa del neonazismo e della russofobia.


Morning Bell: cosa si aspettano i mercati

Morning bell: Cosa si aspettano i mercati

AGI – I mercati sono in calo, appesantiti dai timori di una caduta dell’economia globale, mentre proseguono i lockdown in Cina, cresce la prospettiva di mosse aggressive delle banche centrali, scende la fiducia degli investitori e Mosca chiude i rubinetti a del gas a Polonia e Bulgaria che si sono rifiutate di pagare in rubli.

In Asia i listini sono misti e i future a Wall Street e in Europa sono in rialzo, dopo una giornata in profondo rosso a New York, dove il Nasdaq è crollato quasi del 4%, registrando il nuovo minimo da 52 settimane, senza nemmeno la scusante di un rialzo dei rendimenti sui T-bond, scesi al 2,72%, il livello più basso da 2 settimane a questa parte. Tokyo arretra di oltre un punto e mezzo percentuale e lo stesso fa Seul, Hong Kong, Shanghai e Shenzhen salgono. In rialzo i future a Wall Street, che ieri e’ crollata sotto il ‘peso’ delle aspettative per le trimestrali delle megacap e dei colossi tech in arrivo questa settimana.

Gli investitori sono preoccupati per le stime prudenti delle società Usa, che accreditano la tesi di un rallentamento dell’economia in arrivo. Il Nasdaq ha perso il 3,95%, il Dow Jones il 2,38% e lo S&P 500 il 2,84% . C’era cautela per i risultati di Alphabet e Microsoft, usciti a listini chiusi, che hanno mostrato un andamento misto. Alphabet e Microsoft hanno chiuso in calo rispettivamente a -3,04% e -3,74%, per poi divaricarsi dopo le trimestrali, con la holding di Google giù di oltre il 2% e Microsoft che sale sopra il 4% nell’after hour, avendo chiuso meglio delle attese.

Sono stati proprio questi risultati a raddrizzare i future, in vista delle prossime trimestrali, in particolare quella di oggi di Meta (Facebook), che ieri ha lasciato sul terreno il 3,23%, e quelle di domani di Apple e Amazon di domani, che ieri hanno perso rispettivamente il 3,73%) e il 4,58%. Da sole queste cinque società pesano il 21% dell’S&P 500. 


Morning bell: Cosa si aspettano i mercati

Morning bell: cosa si aspettano i mercati

AGI – Si preannuncia una seduta negativa per i mercati globali, dopo che ieri Wall Street ha chiuso in deciso calo. Gli investitori si preparano alla stretta della Federal Reserve, pronta ad agire velocemente e in modo più aggressivo per frenare l’inflazione, e attendono di conoscere le indicazioni che proverranno dalle minute della banca centrale che verranno pubblicate nel pomeriggio. Sullo sfondo restano le preoccupazioni per l’evoluzione della guerra in Ucraina.

Oggi, 42esimo giorno del conflitto, si guardano agli effetti delle nuove dure sanzioni e azioni politiche internazionali nei confronti di Mosca come la “cacciata” del personale diplomatico russo da molte capitali, in risposta agli orrori di Bucha. Secondo il sindaco Vadym Boichenko, la situazione è diventata invivibile. “Siamo oltre la catastrofe umanitaria”, ha detto. Di questa pagina oscura del conflitto si è parlato anche al Consiglio di sicurezza Onu, dove ieri è intervenuto anche il presidente Zelensky e dove la Russia ha continuato a respingere le accuse; ma è allarme anche a Mariupol, sotto assedio da circa 40 giorni, e dove la situazione umanitaria è sempre peggiore anche dopo le pause concesse nei giorni scorsi per l’evacuazione di migliaia di civili; in città restano 120 mila persone.

Intanto tutta l’attenzione sul terreno dell’azione militare resta concentrata sull’Est del Paese: la linea del fronte del Donbass resta stabile ma gli osservatori internazionali e la difesa ucraina continuano ad essere in attesa di un’imminente offensiva russa, suggerita dai preparativi in corso e dallo spostamento delle forze dal Nord del Paese, cominciata da diversi giorni. Gli osservatori militari internazionali concordano sul fatto che la battaglia a Est sarà decisiva per l’esito della guerra. La stabilità di una delle principali linee del fronte nel Donbass, la regione dell’Est dell’Ucraina da cui è partito il conflitto, è stata constatata dai giornalisti sul posto che rilevano anche la forte pressione legata alla prospettiva di un’offensiva imminente.

In particolare, le forze ucraine tengono le posizioni difensive attorno al centro di Krasnopilia, sulla strada che collega Izyum (città conquistata dai russi) alle città di Sloviansk e Kramatorsk, che restano sotto il controllo ucraino ma sono il prossimo obiettivo, tanto che agli abitanti di Sloviansk le autorità locali hanno suggerito di lasciare le proprie abitazioni.

Secondo l’intelligence Britannica, gli ucraini hanno riconquistato una gran parte del Nord del Paese, forzando i russi a lasciare le aree di Chernihiv e del nord di Kiev. Anche nelle zone riconquistate, pero’, continuano i combattimenti anche se secondo la Difesa sono di intensità inferiore rispetto ai giorni scorsi. Nella regione di Kharkiv, l’istituto americano degli studi sulla guerra prevede che i russi si ritireranno da Sumy nel giro di pochi giorni. Restano salde le posizioni russe a Kherson, anche se le truppe di Mosca hanno subito perdite e gli ucraini hanno guadagnato terreno in qualche parte della regione.

Le attenzioni degli investitori sono quindi puntate alla riunione dei ministri Nato prevista per oggi, che potrebbe dare il via anche ad un inasprimento delle sanzioni: la stessa von der Leyen, ieri ha fatto sapere che si sta studiando anche un divieto sull’import del petrolio russo. Il presidente ucraino invece interverrà al parlamento irlandese. Conflitto a parte, il focus dei mercati di oggi è puntato agli Usa.

Minute della Fed

Oggi i verbali della riunione di marzo, quando i tassi sono stati rialzati dello 0,25%, dovrebbero dare indicazioni su quanto verrà deciso a maggio. Sono rafforzate intanto le aspettative su una mossa più vigorosa, e quindi in un ritocco all’insù dello 0,50%. Lo estesso componente del Consiglio dei governatori della Federal Reserve, Lael Brainard – che è in attesa di un voto di conferma come vicepresidente della Fed e viene generalmente annoverata tra le “colombe”, ossia tra coloro che sono più propensi a mantenere una politica accomodante – ha affermato che la banca centrale è “pronta a intraprendere un’azione più forte, se gli indicatori dell’inflazione indicano che tale azione è giustificata”. Brainaird ha anche affermato che la Fed potrebbe iniziare a “ridurre il bilancio a un ritmo rapido già nella riunione di maggio”

Rendimenti treasury

Dopo Brainard, i rendimenti dei Treasury sono schizzati, con il rendimento a 10 anni che è salito al di sopra del 2,5%, raggiungendo il massimo da quasi tre anni. BORSE ASIATICHE. Il Nikkei giapponese perde l’1,45%, mentre l’indice MSCI più ampio delle azioni dell’Asia-Pacifico al di fuori del Giappone è sceso dell’1,4%. Hong Kong cede l’1,31%, Shanghai è sotto la parità a -0,03%, e quello sulla Cina continentale perde lo 0,61%. Pesa su Shanghai anche il fatto che il lockdown proseguirà senza un termine ben definito per colpa dell’aumento dei contagi da Covid.

Borse europee

Le Borse europee si avviano ad un inizio di seduta negativa, con i future dell’Eurostoxx 50 che viaggiano in rosso cedendo lo 0,18%. Quelli sull’Ftse 100 perdono invece lo 0,04% mentre quelli sul Dax lasciano sul terreno lo 0,24%.

Petrolio

Procedono misti e contrastati i futures del petrolio, dopo che le nuove sanzioni sulla Russia hanno sollevato le preoccupazioni dell’offerta, alimentando i timori di una domanda più debole. Quelli sul Brent sono in rialzo dello 0,23% a 106,88 dollari al barile mentre quelli sul WTI cedono lo 0,06% a 101,90 dollari al barile, ma prima erano scesi fino a 100 dollari. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno preparato nuove sanzioni su Mosca per le uccisioni di civili nel nord dell’Ucraina, che il presidente Volodymyr Zelenskiy ha descritto come “crimini di guerra”. La Russia ha negato di aver preso di mira i civili.

Secondo gli analisti, le preoccupazioni sono alimentate dalla rigidità dell’offerta, dato che gli Stati Uniti e l’Europa stanno intensificando le sanzioni sulla Russia. E sono montate anche dopo i lockdown a Shanghai, nonchè dal dollaro più forte e dall’aumento delle scorte di greggio degli Stati Uniti. Secondo gli analisti, i prezzi del petrolio rimarranno probabilmente intorno ai 100 dollari al barile per un po’ di tempo per i timori circa la domanda e le aspettative di una tregua in Medio Oriente durante il mese del Ramadan, ma potrebbero salire di nuovo dopo il Ramadan e appena l’alta stagione turistica degli Stati Uniti prenderà il via.

Wall Street

I future sono ora misti, dopo la chiusura di ieri in deciso calo, con l’indice S&P 500 e il Nasdaq appesantiti dai titoli tech per l’impennata dei rendimenti dei Treasury seguita alle dichiarazioni da ‘falco’ della ‘colombà della Fed Lael Brainard. Il Dow Jones è sceso dello 0,80% a 34.642,36 punti, lo S&P 500 ha perso l’1,19% a 4.528 punti e il Nasdaq è crollato del 2,26% a 14.204,17 punti. Allo stesso tempo, le preoccupazioni per ulteriori sanzioni contro la Russia hanno continuato a pesare sul sentiment degli investitori, dopo che l’Europa si è impegnata a vietare le importazioni di carbone russo dopo le atrocità commesse alla periferia di Kiev.

Effetti sanzioni

Ieri la Commissione europea ha presentato un quinto pacchetto di sanzioni, che comprendono il divieto di importazioni di carbone, legno, prodotti chimici e altri prodotti per un valore di circa 9 miliardi di euro all’anno. Inoltre è stato proposto un divieto di esportazione verso la Russia per un valore di altri 10 miliardi di euro l’anno per semiconduttori, computer, tecnologia per il gas Gnl e altre apparecchiature elettriche e di trasporto. Gli Stati Uniti hanno annunciato che la Russia non potrà ripagare il suo debito con i dollari detenuti nelle banche statunitensi. La Borsa di Mosca ieri ha reagito cedendo a picco, di oltre il 3%. 


Morning bell: cosa si aspettano i mercati

Che cosa è una ripresa a forma di V e perché potrebbe non essere un’illusione

A maggio il mercato del lavoro Usa ha subito una brusca e positiva impennata. E una ripresa a ‘V’ dell’economia, che fino a ieri sembrava una chimera, è tornata in auge.

L’economia degli Stati Uniti, che ad aprile aveva bruciato ben 20,5 milioni di posti, a maggio ne ha creati, a sorpresa, 2,5 milioni. Anche il tasso di disoccupazione, dal 14,7% di aprile è tornato a diminuire segnando un benaugurante 13,3%, contro un atteso crollo al 19,8%.

A Wall Street il Dow Jones ha brindato con un rialzo di oltre il 3% e Donald Trump ha esultato: “Dati incredibili, la pandemia è superata”, ha subito twittato. E chi pronosticava una ripresa a forma di V – un brusco calo dell’attività seguito da un rapido e drastico rialzo – ha ripreso fiato, dopo essere stato considerato fino ai dati sull’occupazione di ieri, decisamente poco credibile.

Le ipotesi di ripresa a ‘U’, a ‘W’ e a ‘Swoosh’ 

Il dibattito sulla forma della ripresa economica negli Usa da tempo ha contrapposto economisti ed esperti, dopo lo stop delle attività dovuto al lockdown e alla chiusura delle fabbriche, dei negozi e dei servizi. Fino a ieri negli Usa la curva a V era considerata la più improbabile.

Quella a U, che prevedeva alcuni mesi di crisi prima della ripresa, era la più gettonata e la più auspicata.

Quella a W, cioé una ripresa interrotta da una seconda ondata di pandemia, era una delle ipotesi più temute, peggio della quale c’era solo la possibilità di un scenario a L, in cui non si vede un’uscita dal tunnel e quello di una curva che non è descritta da una lettera dell’alfabeto, ma dallo ‘Swoosh’, il simbolo del marchio Nike, il cosiddetto ‘fruscio’, che prevede una caduta, seguita da una ripresa, ma con una crescita lenta e tanto tempo per tornare al livello pre-crisi.

Perché la ripresa a ‘V’ è tornata in auge 

I dati di ieri sul mercato del lavoro Usa, migliori del previsto, hanno ridato coraggio a quelli che tifavano per una ripresa a V. “Questi miglioramenti nel mercato del lavoro riflettono una ripresa limitata dell’attività economica che era stata ridotta a marzo e ad aprile a causa della pandemia di coronavirus e degli sforzi per contenerla”, si legge nel commento del dipartimento al Lavoro che ha diffuso il rapporto, ricordando che l’economia Usa ha perso 22,1 milioni di posti di lavoro tra marzo e aprile ma ha riguadagnato 2,5 milioni a maggio.

Secondo gli esperti, la spiegazione di questo rimbalzo è legata al fatto molte imprese nelle grandi città Usa sono state riaperte o avevano intenzione di riaprire a metà maggio e dunque hanno ricominciato ad assumere. Tuttavia, come ha notato il Wall Street Journal, dopo il 25 maggio, e cioé dopo la morte di George Floyd, a causa delle proteste e dei saccheggi avvenuti diverse aziende hanno richiuso e ciò potrebbe ritardare di giorni o settimane le loro riaperture, causando un altro ciclo di perdite di posti di lavoro.

La gente ricomincia a viaggiare

Tuttavia i dati sul lavoro non sono i soli che vanno presi in considerazione. I dati sulla mobilità di Apple hanno mostrato che le richieste di indicazioni stradali per guidare e camminare sono quasi tornate ai livelli pre-pandemici dal primo giugno. 

Inoltre c’è stato un aumento della domanda di viaggi, che si è estesa anche ai voli, con le principali compagnie aeree che hanno annunciato questa settimana che stanno ripristinando alcuni dei i voli che avevano sospeso a causa della pandemia.

Il prezzo del petrolio sta risalendo

Il prezzo del petrolio, sulla scia dei dati Usa, ha segnato una netta V, anche grazie alla notizia che i Paesi produttori hanno fissato per oggi l’incontro per decidere l’estensione dei tagli produttivi.

Un’astronave o un’illusione?

I mercati azionari hanno brindato ai dati sull’occupazione Usa, continuando a salire, ma questo non è detto che sia per forza un segnale che va verso una ripresa a V dell’economia. 

Come ha notato il noto commentatore televisivo, Jim Cramer, conduttore della trasmissione economica “Mad Money” sulla Cnbc, “la pandemia di coronavirus ha prodotto uno dei maggiori trasferimenti di ricchezza nella storia… questa è la prima recessione che il grande business sta attraversando praticamente incolume… Penso che stiamo osservando una ripresa a forma di V nel mercato azionario, che non ha quasi nulla a che fare con una ripresa a forma di V nell’economia”.

Alle tesi di Cramer ha subito replicato Donald Trump, che in conferenza stampa, ha dichiarato: “Abbiamo parlato di V, ma questa è meglio di una V. Questa è una nave spaziale”. 

Agi

Si dimette il ceo Neumann: cosa sta succedendo a WeWork

Bella ma fragile. WeWork, la società che gestisce spazi di coworking, in pochi giorni ha rimandato l’Ipo e perso il suo ceo. Adam Neumann, fondatore della società, si è dimesso. Troppe le pressioni dopo lo slittamento della quotazione. Troppo fredda l’accoglienza degli investitori, nonostante un prezzo scontato rispetto alla valutazione in sede privata.

WeWork, prima persona singolare

Adam Neumann resterà presidente non esecutivo, mentre la poltrona di ceo è stata ceduta in coabitazione ad Artie Minson, ex direttore finanziario, e Sebastian Gunningham, ex vice-presidente del cda. Il motivo dell’addio è tutto in una frase del fondatore: “Nonostante il business non sia mai stato così forte, nelle ultime settimane l’attenzione nei miei confronti è diventata una distrazione significativa”. Mi tiro indietro per cercare di salvare la quotazione. L’organizzazione societaria è stata infatti uno dei punti che più hanno sollevato perplessità.

I documenti inviati alla Sec lo scorso agosto in vista dell’Ipo, affermavano che il ruolo di Neumann è “determinante”, che “i futuri successi dipendo in larga parte” da lui. E che, anche per questo, “controllerà la maggioranza dei diritti di voto”. Insomma: “We” Work, ma “io” decido. L’approccio dell’uomo solo al comando non è detto che sia un male per le casse di una compagnia (vedi Mark Zuckerberg). Ma negli ultimi tempi, è stato valutato dagli investitori come un fattore di rischio (vedi le fibrillazioni causate dall’instabilità di Elon Musk). Non basta questo per rimandare un’Ipo, ma è stato un di sicuro un fattore. Defilandosi, con tutta probabilità spinto dalle pressioni dei grandi azionisti come SoftBank, Neumann crea un’intercapedine tra il controllo (che al momento resta saldo) e la guida della compagnia (che abbandona). Una mossa per rendere WeWork più appetibile, l’unica possibile nell’immediato. Per riparare le altre crepe, non bastano poche ore e un cambio di ruolo.

Da zero alla conquista di Manhattan

WeWork ristruttura edifici, li trasforma in uffici privati o da condividere e li affitta. Un coworking dotato di grande appeal, grazie a sedi di design piazzate in zone prestigiose. Per capire con quanta velocità si sia allargato WeWork, ancor più dei bilanci basta questo dato: nel 2010 non esisteva, nel settembre 2018 è diventata l’entità privata che occupa più spazio a Manhattan. Fino ad allora era stata JP Morgan. Tutto era partito da un edificio di un solo piano in Grand Street, nel quartiere di Soho. Oggi, tra già aperte o in arrivo, la rete di WeWork conta 834 sedi in 126 città. Stanno arrivando anche in Italia, a Milano: cinque edifici in centro. Il primo in via Turati, a dicembre. Prezzi: per un ufficio privato, pensato per le compagnie, serve qualche migliaio di euro al mese. Per piccole società e liberi professionisti una scrivania costa quanto una stanza in affitto: 550 euro euro per un posto fisso, 400 per uno mobile.

La picchiata dopo i 47 miliardi

L’espansione ha fatto lievitare la valutazione della compagnia. WeWork ha raccolto oltre 12 miliardi di dollari, da – tra gli altri – SoftBank, Benchmark, T. Rowe Price, Fidelity e Goldman Sachs. Nell’ultimo investimento dello scorso gennaio ha raggiunto una valutazione superiore ai 47 miliardi. Come già successo con Uber e Lyft, altri due unicorni arrivati a Wall Street nel 2019, il percorso verso la borsa è stato complicato. WeWork, infatti, avrebbe ridimensionato (di molto) le aspettative, ambendo a una valutazione in sede di Ipo meno che dimezzata, tra i 15 e i 20 miliardi. Non è bastato, tanto che adesso il prezzo sarebbe ancora più basso. Le perplessità sono molte: un fondatore che mantiene grande controllo; un cassa che brucia dollari a grande velocità; il fatturato cresce, ma la perdita netta continua a sprofondare, senza che il modello scelto dal coworking offra garanzie per il futuro.

I conti di WeWork

Come sempre accade, un quadro finanziario più chiaro emerge solo quando le società inviano alla Sec i documenti richiesti prima della possibile Ipo. WeWork (o meglio The We Company, la società che la controlla) lo ha fatto ad agosto, rivelando uno scenario dove prevale un colore: il rosso. Nel 2018, il business dei coworking ha perso 1,6 miliardi di dollari, quasi il doppio dell’anno prima. Nei primi sei mesi del 2019, il passivo sfiora i 690 milioni, ma le perdite operative (un indice che suggerisce quanto sia sostenibile l’azienda) è stata di 1,37 miliardi di dollari. Colpa delle spese, lievitate a 2,9 miliardi, il doppio del primo semestre 2018. Non basta aver raddoppiato anche il fatturato, arrivato tra gennaio e giugno a 1,53 miliardi.

Spese lunghe, affitti brevi

Alle giovani società è concesso un passivo, anche pesante, a patto che mostrino capacità di sopportarlo e prospettive di crescita. Il fatturato dimostra che WeWork sa crescere e attrarre clienti: a giugno, i posti disponibili nei suoi coworking erano arrivati a 604.000, il doppio rispetto a un anno prima. E 527.000 erano già occupati. Preoccupano però altri numeri. La società ha 2,5 miliardi pronti all’uso, ma brucia tantissima cassa (2,36 miliardi tra gennaio e giugno) e ha quindi bisogno di continue iniezioni di denaro. Il dubbio è che questo sistema non sia sorretto da fondamenta equilibrate. Da un lato, infatti, ci sono spese importanti (come quelle per affitti e ristrutturazioni degli edifici) e prestiti da ripagare spalmati negli anni. Dall’altra, gli incassi arrivano dal noleggio di uffici e scrivanie che vengono decisi mese dopo mese o (nel caso delle aziende) qualcosa di più. Spese certe di lungo periodo (WeWork ha già sulla groppa 22 miliardi di debiti) si confrontano quindi con incassi incerti nel breve. È vero che il settore del coworking promette di crescere anche nei prossimi anni e che WeWork è leader del mercato, ma qualche contratto in meno potrebbe pesare su una società che non può permettersi di rallentare.

Tra prestiti e SoftBank

The We Company ha fatto sapere in una nota che “valuta con estremo favore l’imminente Ipo” e ritiene che “sarà completata entro la fine dell’anno”. Nel comunicato in cui ringraziano Neumann per i lavoro svolto, i nuovi co-ceo Minson e Gunningham affermano che valuteranno “la tempistica ottimale di un’Ipo”. WeWork avrebbe quindi solo preso tempo, ma nessun passo indietro. Ci sarebbero almeno 6 miliardi di buoni motivi che spingono verso la borsa, tanti quanti i dollari che la società potrebbe veder sfumare se la tirasse troppo per le lunghe. La compagnia avrebbe sottoscritto un accordo per un maxi-prestito con un gruppo di banche.

A condizione però che si quoti entro la fine del 2019. Certo, non sono soldi che dovrebbe restituire, ma se l’Ipo slittasse al 2020, WeWork dovrebbe trovare altrove 6 miliardi di dollari. E vista la velocità con cui brucia cassa, ne avrebbe molto bisogno. In direzione contraria, però, va un grande azionista: SoftBank e il suo Vision Fund. I giapponesi sono gli investitori che, a gennaio, hanno fatto schizzare la valutazione a 47 miliardi. Hanno quindi pagato salatissima una quota di WeWork. Approdare in borsa con una valutazione molto più bassa costringerebbe SoftBank a registrare una perdita secca. Ecco perché la società non avrebbe fretta. Meglio rimandare, in attesa di uno scenario più favorevole, senza Neumann. Tra i soggetti che avrebbero voluto alleggerire il peso dell’ex ceo, SoftBank è infatti il principale indiziato. Anche perché c’è un precedente. Quando la società nipponica entrò in Uber pretese la testa del fondatore Travis Kalanick.

Domino in Giappone (e a Wall Street?)

Uber e WeWork sono, al momento, due grane per SoftBank. La prima, dopo essere stata conquistata a colpi di miliardi, non brilla in borsa. La seconda a Wall Street non ci è neppure arrivata. Due problemi che potrebbero generare un piccolo domino nel piano d’investimenti nipponico. Dopo il primo fondo Vision, con una dotazione da 100 miliardi di dollari, SoftBank sta perfezionando il secondo, un gemello. I due principali contributori dovrebbero essere il fondo sovrano saudita e quello di Abu Dhabi, che in Vision I hanno messo 45 e 15 miliardi.

Secondo Bloomberg, però, starebbero riconsiderando la propria posizione. Non un disimpegno, ma un alleggerimento, a quanto pare indotto dai dubbi sollevati dagli investimenti in WeWork e Uber. Se i due fondi sovrani si tirassero indietro, non sarebbe un bel segnale. E non solo per qualche miliardo perso (da cercare altrove), quanto perché i potenziali investitori potrebbe iniziare a nutrire qualche dubbio su una scommessa da 100 miliardi. Soprattuto se, dopo Lyft, Uber e WeWork, passasse la moda di presentarsi a Wall Street in (profondo) rosso.    

Agi

Google avrebbe raggiunto la “supremazia quantistica”. Cos’è e cosa vuol dire

Google ha annunciato di aver costruito un computer quantistico in grado di risolvere calcoli più velocemente del più potente computer oggi in commercio. È la prima volta che accade. Chi ha avuto modo di leggere un documento apparso venerdì e poi rimosso dal blog ufficiale del motore di ricerca, ha letto che il processore sviluppato dei ricercatori di Mountain View avrebbe risolto in 3 minuti un calcolo che il Summit di Ibm, attualmente la macchina più potente al mondo, avrebbe potuto risolvere in non meno di 10.000 anni.

La società avrebbe così ottenuto per la prima volta quella viene chiamata la “supremazia quantistica”, cioè la capacità di un processore quantistico di risolvere problemi altrimenti non risolvibili se non con calcoli che necessitano tempi di elaborazione enormi: “Questo esperimento rappresenta il primo calcolo computazionale che può essere risolto solo da un processore quantistico”, si leggeva nel documento.

Google a distanza di 24 ore dalla messa online del documento non ha smentito la notizia che il Financial Times è riuscito a dare prima il documento fosse rimosso. Ma che la società fosse vicina alla supremazia quantistica era qualcosa di cui molti erano già piuttosto certi. Ora manca ancora l’ufficialità, come manca la validazione della comunità scientifica. Ma oggi è lecito pensare che quello che fino a qualche anno fa era poco più di un progetto teorico, cioè che fosse possibile creare un computer con la logica della fisica quantistica e non con quella della fisica classica, oggi sia una realtà.

“La notizia è da accogliere con cauto ottimismo. Quello che lascia intendere però è che ci sono le condizioni per la supremazia quantistica”, commenta ad Agi Raffaele Mauro, managing director di Endeavor Italia. “Da quello che risulta dal paper di Google, sembra che il il computer quantistico sia stato in grado di risolvere un problema di complessità enorme in duecento secondi. Questo però non vuol dire che possa risolvere tutte le tipologie di problemi. E ovviamente nemmeno che a breve avremo personal computer quantistici”.

 

Cos’è un computer quantistico e come funziona

Un computer quantistico usa le leggi della meccanica quantistica per fare i calcoli e risolvere problemi. Se i computer classici hanno come unità fondamentale il bit e la logica binaria (fatta di successioni di 0 e 1), i computer quantistici hanno il qubit, che grazie alla sovrapposizione di strati quantistici possono ‘essere’ 0 e 1 contemporaneamente, in strati diversi. Il numero di stati che può rappresentare un qubit è enormemente superiore ai due stati 0 e 1. Mettendo insieme più qubit il numero di stati possibili elaborati nel tempo aumenta enormemente.

Un esempio: immaginate di cercare la parola ‘quantistico’ in un documento. Anche se non ce ne accorgiamo, il computer classico procede riga per riga a cercare quella parola. E la trova un numero x di volte in un’unità di tempo. Il computer quantistico è come se avesse davanti tutte le pagine del documento contemporaneamente, su ‘strati’ diversi, riducendo di molto i tempi di risoluzione dell’operazione richiesta. Questa capacità, che può risultare non fondamentale nella ricerca di una parola nel testo, può esserlo se il problema da risolvere è molto più grande. Come il calcolo risolto dal computer di Google.

Un altro modo per immaginare un qubit – secondo un fisico intervistato da Wired – è la sfera: se i bit classici possono essere in due posizioni della sfera, i poli opposti, un qubit è come se rappresentasse tutti gli stati della la superfice della sfera nel suo complesso contemporaneamente. 

 

Storia dell’idea di un computer quantistico

“L’idea di un computer quantistico nasce negli anni 80. Alcuni fisici e matematici hanno cominciato a chiedersi: siamo nell’era dell’informazione, ma come sarebbe un computer in grado di seguire le logiche della fisica quantistica invece che quelle della fisica classica?”, ricorda Mauro, che al tema ha dedicato alcune pubblicazioni. Cominciano i primi esperimenti. “Negli anni 90 vengono scritti i primi algoritmi che potrebbero essere risolti sfruttando logica e potenza di computer quantistici”. Siamo ancora nel campo delle ipotesi. “Poi nel 2000 comincia la competizione vera dei gruppi di ricerca, pubblici e privati. Nascono le prime startup che costruiscono i circuiti quantistici. I qubit non sono più roba teorica. Nell’ultimo decennio i primi computer e una sfida che ora coinvolge le più grosse società informatiche al mondo. L’annuncio di Google sembra aver posto fine a questa sfida. E aperto una nuova era”.
 

Cosa succede ora?

Ma cosa può succedere ora? “Il problema che hanno risolto potrebbe avere nell’immediato qualche implicazione nei processi di ottimizzazione e nella crittografia. I problemi di ottimizzazione sono molto diffusi nell’industria e nella finanza, dalla logistica all’analisi dei dati. Immagino implicazioni nel lungo periodo nel machine learning (apprendimento delle macchine). Ma nel breve termine potrebbero essere risolti problemi complessi di chimica, o simulare nuovi materiali, farlo coi computer quantistici sarebbe interessante perché simulano sistemi quantistici loro stessi. Potrebbero arrivare da queste ricerche nuovi farmaci, per esempio”, ipotizza Mauro

Eppure difficile pensare che domani avremo un computer quantistico in casa: “La cosa più verosimile è che questi servizi per ora saranno accessibili nel cloud. Amazon, Google e Microsoft nel prossimo periodo potrebbero erogarli da lì”. In che modo? “Magari un’azienda ha bisogno di trovare un materiale per costruire qualcosa. Sarebbe un caso di problema complesso da risolvere: trovare il materiale perfetto per un compito particolare. L’azienda potrebbe non avere un computer quantistico suo ma allacciarsi al cloud, immettere i dati e fare in modo che il cloud computing li elabori. Ma per i consumatori diretti al momento non vedo molte possibilità di averne uno”, continua Mauro. “Anche perché si tratta di tecnologie costosissime, che lavorano a temperature vicine allo zero assoluto”. Insomma, c’è da aspettare.

 

Il contributo dell’Italia

Stati Uniti, Cina e Europa hanno già da qualche anno cominciato a creare delle istituzioni dedicate al quantum computing. E l’Italia sta facendo la sua parte: “Il nostro paese in questo momento ha molti svantaggi, ma note di primo livello: una scuola di fisica molto buona, con il primo centro italiano di quantum computing creato dalla collaborazione tra ICPT, Sissa e Università di Trieste, oppure le ricerche condotte da alcuni ricercatori del Cnr di Milano. Ma anche manager di primo livello, come Simone Severini che è il capo del Quantum computing di Amazon”, conclude.

Agi

Le banche centrali alla prova della crisi. Cosa c’è in ballo a Jackson Hole

Dal 22 al 24 agosto i banchieri centrali di tutto il mondo si riuniranno a Jackson Hole, nel Wyoming, per il tradizionale appuntamento che da 35 anni serve a fare il punto sul futuro dell’economia mondiale. Fed, Bce, Boe e Boj fin dallo scorso luglio si sono messe il casco da pompiere e si dicono pronte a spegnere l’incendio, quindi a mettere in campo tutte le strategie possibili contro il rallentamento dell’economia globale.

Tra fine luglio e agosto i timori di recessione sono cresciuti, estendendosi a macchia di leopardo in tutto il globo e in Europa. Dalla contrazione del Pil della Germania all’inversione negli Usa della curva dei rendimenti a dieci e due anni, si sono accese molte spie rosse. Il simposio sarà una tappa intermedia in vista dei futuri appuntamenti: i partecipanti saranno ansiosi di ottenere nuovi indizi da Jerome Powell sul pensiero del Fomc in vista della riunione di metà settembre. 

La Bce a settembre riarmerà il bazooka

A fine ottobre Mario Draghi terminerà il suo mandato e lascerà il testimone alla francese Christine Lagarde. A sorpresa il 15 agosto il presidente della Banca di Finlandia, Olli Rehn, uno dei ‘falchi’ del consiglio direttivo della Bce, ha giocato d’anticipo, facendo sapere che l’istituto di Francoforte riprenderà in mano il bazooka fin dalla prossima riunione del 12 settembre, varando un piano di stimoli molto più sostanzioso di quello atteso dai mercati.

Le misure allo studio sono diverse e sicuramente quelle di maggiore impatto sui mercati riguarderanno i nuovi tagli dei tassi di interesse e l’avvio di un Qe2 (potrebbe ammontare a 50 miliardi), cioè un nuovo programma di acquisto titoli, che farebbe seguito al Qe1 ritirato alla fine dello scorso anno. L’altra novità, molto attesa dai mercati, riguarda le modifiche di alcuni limiti del precedente piano di acquisti (il limite del 33%, riferito ai titoli con vita residua da 1 e 30 anni dovrebbe essere alzato intorno al 50%).

Cosa farà la Fed sui tassi?

Lo scorso 31 luglio la Federal Reserve, dopo 10 anni di pausa, ha ripreso a tagliare i tassi Usa, che ora sono tra il 2% e il 2,25%. Sul futuro però Jerome Powell non è stato chiaro: prima afferma che quello deciso a fine luglio “non è l’inizio di una lunga serie di tagli” ma rappresenta “un aggiustamento di metà ciclo economico”. Poi corregge il tiro: “Permettetemi di essere chiaro. Ho detto che non è l’inizio di una lunga serie di tagli dei tassi. Non ho detto che è solo uno o qualcosa del genere”, spiega. Insomma prima chiude e poi apre a più tagli dei tassi Usa, che probabilmente quest’anno saranno altri due. Ma secondo gli esperti l’unica chiave per evitare il peggio è annunciare una tregua tariffaria con la Cina: anche un taglio di altri 50 punti base non sarebbe sufficiente a contrastare una spirale discendente del commercio e del caos valutario, dicono gli economisti. 

La Bank of England taglia le stime

La riunione della Bank of England del 1 agosto ha confermato le attese del mercato, lasciando i tassi fermi allo 0,75%. La Boe ha anche tagliato le stime di crescita: si stima un aumento del Pil dell’1,3% nel 2019 e nel 2020, contro un +1,5% e +1,6% precedente. Da agosto 2018, il costo del denaro nel Regno Unito è stabile. La politica monetaria della Banca d’Inghilterra è strettamente legata allo scenario della Brexit. Nel caso in cui il 31 di ottobre dovesse palesarsi una ‘hard Brexit’ la Boe sarà costretta a intervenire pesantemente a sostegno dell’economia britannica, con un ampliamento del Qe.

La Banca del Giappone rimane ultra-accomodante

Lo scorso 30 luglio la Banca centrale del Giappone ha rinnovato la sua politica monetaria molto accomodante e ha lasciato i tassi d’interesse invariati, nonostante la debolezza dell’inflazione e le tensioni commerciali con gli Usa. La Banca del Giappone non dovrebbe rivedere la sua politica già oggi ultra-accomodante, piuttosto, secondo gli esperti, l’Istituto di Tokyo potrebbe mettere in atto altre opzioni, come riaccelerare gli acquisti di obbligazioni. 

Agi

Dopo il fatto in casa, ecco il derivato di serie: cosa sapere su Emui 10 di Huawei

Due prodotti, la stessa filosofia. Dopo aver presentato il sistema operativo fatto in casa (HarmonyOS), Huawei ha lanciato la sua nuova versione di Android: Emui 10. Non è certo una sorpresa: il gruppo ha ribadito più volte che la collaborazione con Google (di cui Emui è figlio) è l’opzione preferita, tanto che HarmonyOS rivolge per il momento lo sguardo altrove (smart speaker e smartwatch).

Due strade, lo stesso orizzonte

In attesa che il quadro si schiarisca, Huawei procede lungo due tracce parallele. Non si toccano ma sono molto simili, come gli slogan con cui sono stati presentati i due sistemi operativi. Se HarmonyOS doveva rispondere a “un’esperienza intelligente su tutti i dispositivi e in ogni scenario”, la nuova versione di Emui punta a “permettere una ‘smart live’ in ogni scenario”. Praticamente la stessa cosa. Che sia un sistema operativo fatto in casa o derivato di Android, l’obiettivo di Huawei non cambia: si punta a far dialogare con meno attrito possibile più dispositivi. Il gruppo ha sottolineato in una nota che il futuro sarà caratterizzato da dispositivi intelligenti diversi e, di conseguenza, le loro applicazioni sono destinate a intersecarsi, se non a fondersi: “Gli utenti devono avere la stessa esperienza e l’accesso allo stesso servizio con qualsiasi dispositivo, indipendentemente da dove si trovino. Di conseguenza, gli sviluppatori devono affrontare grandi sfide nell’adattamento multi-dispositivo”.

Arriva la modalità “dark”

Oltre ai ritocchi grafici tipici di ogni nuova versione, la funzione che forse fa meglio cogliere questo aspetto riguarda chiamate e videochiamate, che potranno essere effettuate non solo da smartphone ma anche dagli altoparlanti intelligenti. Tra le funzionalità che ambiscono a un maggiore dialogo tra dispositivi c’è il mirroring. In pratica, quello che compare sul display dello smartphone sarà utilizzabile come fosse un pc, tramite collegamento wireless. Arriva, sull’onda della tendenza che la sta portando ovunque, anche la modalità “dark”, cioè scura per le ore notturne e per far riposare gli occhi. In attesa di testare il sistema operativo con mano, Emui 10 promette di essere più veloce rispetto al suo predecessore e di avere un consumo energetico inferiore. La versione beta sarà testata su P30 e P30 Pro dall’8 settembre. I primi smartphone Huawei ad arrivare in commercio con la nuova versione definitiva saranno i nuovi dispositivi della gamma Mate.

Un messaggio a Google (e a Trump)

La presentazione di Emui 10 è stata anche l’occasione per diffondere alcuni numeri: il sistema operativo di Huawei derivato da Android ha 500 milioni di utenti attivi ogni giorno, in 216 Paesi e in 77 lingue. Le statistiche mostrano tassi di aggiornamento del 79% per di Emui 8.0 e dell’84% per Emui 9.0. Gli utenti che aggiorneranno con la versione 10 dovrebbero essere circa 150 milioni. Informazioni come queste non sono un’anomalia. Nel contesto in cui vengono pronunciate, però, potrebbero essere un messaggio. Mezzo miliardo di utenti attivi vuol dire (al netto delle metriche differenti) avere un bella fetta dei 2,5 miliardi di dispositivi su cui gira Android (dato reso pubblico da Google lo scorso maggio). Non è un messaggio ostile, anche perché il nemico non è Mountain View (che dalla rottura con Huawei ci perderebbe). Il gruppo di Shenzhen ha parlato di “atteggiamento cooperativo e aperto”. Due aggettivi che si rivolgono agli sviluppatori, ma vanno dritti negli Stati Uniti.  

Agi

“Vi racconto cosa vuol dire investire in una società di Elon Musk”

Chi ha investito nelle società di Elon Musk deve badare alle prospettive, ai fondamentali finanziari e a quelli delle proprie coronarie. “È un genio, anche se alcune sue uscite possono essere non adeguate”. Marco Valta sa cosa vuol dire perché ha puntato su Space X. Come ha fatto anche con Lime, AirBnB, la fintech Revolut, Snap prima che si quotasse.

Da BravoAvia ad AirBnB

Laureato in economia e commercio, un master a Berkeley, Valta è partito da imprenditore, fondando BravoAvia e vendendola a Bravofly. Poi è passato agli investimenti, puntando su circa 80 società e realizzato 17 exit negli ultimi sei anni. Ha creato un portafoglio fatto di early stage (cioè di investimenti su startup ai primissimi passi) e round più maturi. I primi sono più rischiosi, ma hanno ritorni potenzialmente molto maggiori. “Serve più intuito”. I secondi tendono ad avere rischio minore, ma richiedono una “quota d’ingresso” più onerosa, come quella sborsata per entrare in AirBnB quattro anni fa. In entrambi i casi, “sono fondamentali il network e il passaparola”.

Space X: investire su Elon Musk

Il miliardario americano, specie quando si è parlato di Tesla, ha regalato agli investitori gioie e sudori freddi. È stato più cauto, fino a ora, su Space X: “Se si guardano i pro e i contro di una società di Musk – spiega Valta – credo lui possa essere inserito in entrambi. È l’imprenditore più geniale del nostro tempo ma implica anche degli inconvenienti”. Non solo per le sue uscite social poco ortodosse o per le promesse che sparano in alto. Un investitore, spiega Valta, deve chiedersi: “E se succedesse qualcosa a Musk?”.

In società così legate alla figura di chi le guida, “perdere la sua vision potrebbe essere un fattore di rischio”. Meglio, allora, scavare e andare oltre Musk. “Ho puntato su Space X perché credo nel progetto. Ho avuto modo di conoscere ex founder di Paypal e altri investitori che stavano scommettendo sulla società e mi hanno fatto appassionare. I manager stanno costruendo un’azienda che si basi su diversi canali di revenue (dall’esplorazione spaziale ai satelliti) e si autosostenga”.

Lime e il futuro dei monopattini

Tra le scommesse di Valta in corso c’è quella in Lime, una delle società – assieme a Bird – che ha smosso il mercato dei monopattini elettrici in condivisione. Da Uber a Lyft fino a Ford: sono molte le società accorse per intercettare la spinta di quelli che in Usa chiamano “scooter”. Settore ad alto potenziale o bolla? “Credo che ci sarà una regolamentazione, perché i monopattini non possono essere lasciati ovunque. Dal punto di vista del business, mi spaventa il fatto che non c’è bisogno di grossi asset. Chiunque oggi raccolga capitale può lanciare una flotta con il suo software e arrivare sulle strade. Diventerà un gioco di acquisizioni. Reggerà chi si muoverà in modo più veloce, mentre chi non raccoglierà capitale sparirà”.

Da Snapchat ai nuovi social privati

Un altro investimento, più maturo, di Valta è stato quello in Snap, la società che ha portato in borsa Snapchat. Arrivata a Wall Street con promesse esorbitanti, dopo un’Ipo trionfale è colata a picco, un po’ per l’incapacità di generare profitti e un po’ perché Instagram e Facebook hanno importato la sua principale innovazione: i messaggi a scomparsa, le Storie. Valta ha evitato il tracollo post-Ipo perché ha venduto prima. “Da investitore il rischio del mercato non rientra nelle nostre competenze. Quando una società si quota o viene acquisita, creiamo liquidità”. Snap, quindi, è stato un affare: “Abbiamo realizzato un ottimo ritorno”.

Oggi il mercato è tornato a scommettere sul social guidato da Evan Spiegel, non si sa se più attratto da un conto economico non più così rosso o ingolosito dal prezzo di saldo. Snapchat è stato schiacciato da Zuckerberg, ma Valta è convinto che “ci sarà altro che farà diventare vecchio anche Instagram. Se me lo avessero chiesto quattro o cinque anni fa non avrei rinunciato a Facebook, oggi credo che potrei farlo. Zuckerberg ha detto che i social saranno sempre più ‘privati’. E questo vuol dire meno condivisione. È ancora presto per dire se diventeranno dei trend, ma negli Usa ci sono app che vogliono creare delle piccole community, costituite dai propri familiari o da un gruppo di amici”.

La presenza di un attore dominante, come Facebook nei social, non sarebbe un limite per un investitore. Tutt’altro. In un panorama in cui poche grandi società si espandono fino a includere settori lontani da quello originario (basti pensare ad Amazon con il food delivery o AirBnB con i viaggi), ci sono “grandi opportunità, perché – sottolinea Valta – se crei un servizio fatto bene e specifico che possa essere integrato, per le grandi società è meno costoso comprarlo che svilupparlo internamente. Anche perché non si acquisisce solo il servizio, ma anche le competenze, il team e gli utenti”.  

Investire è (anche) questione d’età

Metà del portafoglio di Valta è investito negli Stati Uniti e circa un terzo in Europa. Due universi che restano distanti: “In Silicon Valley c’è una propensione al rischio diversa. Il mercato statunitense è gigantesco, con una sola lingua e un marketing unico fatto per cinquanta Stati. Trovi fondi e startup che ti propongono moltissimi servizi, ci sono distretti dove trovi le professionalità capaci di farle crescere. La controparte è nei costi e nella maggiore concorrenza. Dal punto di vista delle competenze, ad esempio, l’Italia è uno dei mercati più interessanti”.

La distanza non è solo questione di risorse: “Spesso si vedono idee anche molto buone che però devono scontrarsi con la dimensione del mercato. Se è destinato solo all’Italia, quanto potrà crescere? Questo limita tantissimo gli investimenti”. Nel nostro Paese, poi, si aggiunge un altro fattore: “Credo ci sia una grossa differenza generazionale”, afferma Valta, che è un under 40. “Chi oggi ha le mani sul capitale appartiene a una generazione che, nella maggior parte dei casi, non ha propensione sufficiente a investire nel digitale. Se poi non lo fa in maniera professionale, c’è il rischio di essere attratti da chi fa un pitch migliore anche se sotto non c’è sostanza. È vero che il digital ti permette di scalare più velocemente, ma bisogna pur sempre creare un’azienda”.

Le nuove tendenze

La sfida di un investitore, come sempre, è quella di intercettare le tendenze prima che si consolidino. Quali sono quelle all’orizzonte? “Computer vision e realtà aumentata saranno un grosso trend”, afferma Valta. “Oggi se guardiamo le applicazioni di mappe, vengono fatte in 2D. Siamo ancora dei punti sulla cartina. Ci sarà una grossa innovazione con l’utilizzo della fotocamera che permetterà di collocarti in un luogo con la realtà aumentata in 3D. Oppure potrò fotografare delle scarpe e vedere subito il link per comprarle. L’altro grande trend è tutto quello che è analisi dei dati. È fondamentale per ogni azienda. Sapere cosa vuole un consumatore e cosa posso offrirgli permette di canalizzare tutto in modo vincente”.

Agi

Cosa ci aspetta con la procedura di infrazione 

La Ue ha deciso di raccomandare ai governi europei l’avvio per l’Italia di una procedura per deficit eccessivo causata dal mancato rispetto della regola del debito, un percorso mai applicato prima. Finora Bruxelles è intervenuta solo per raccomandare semplici procedure per deficit eccessivo. Il criterio del debito, aggravato dalla mancata riduzione del deficit strutturale, rischia di metterci nella scomoda posizione di “sorvegliati speciali” per un lungo periodo di tempo. Ma cosa succederà ora?

L’Italia avrà un mese di tempo per negoziare con Bruxelles

A partire da oggi per l’Italia si apre una ‘finestra’ di circa un mese per trattare con Bruxelles e dimostrare buona volontà. In pratica i governi europei avranno tempo fino a luglio per decidere sulla raccomandazione ‘tecnica’ della Commissione.

Più nel dettaglio essi dovranno esprimersi sulla necessità di aprire o meno una procedura di infrazione sul debito. Il primo gradino è il pronunciamento del Comitato economico e finanziario, l’organismo che raggruppa i direttori generali dei vari ministeri delle Finanze. Della questione discuteranno i ministri delle Finanze dell’area euro e della Ue nel doppio appuntamento Eurogruppo-Ecofin del 13 e 14 giugno a Lussemburgo, ma la sede in cui i governi prenderanno una decisione è quella dell’Ecofin, del 9 luglio, a cui spetta la parola finale sull’avvio della procedura.

Nel frattempo il nostro governo dovrà proporre misure concrete per ridurre il deficit strutturale. Un atto di buona volontà sarebbe una manovra correttiva che anticipi la legge di Bilancio per il 2020 che vedrà la luce entro fine anno. Un’altra richiesta potrebbe essere quella di rinviare tutto a settembre, in presenza di impegni aggiuntivi del nostro governo.

Il commissario Ue, Pierre Moscovici, ha già detto che la Commissione europea può cambiare la sua posizione sulla possibile procedura di infrazione contro l’Italia qualora emergessero nuovi elementi. “La mia porta è sempre aperta”, ha spiegato precisando che tocca all’Italia indicare la strada per evitare la procedura. La trattativa potrebbe anche prolungarsi fino a fine anno, oppure prendere un brutta piega già in estate, nel caso in cui non si arrivasse a un accordo.

Avvio ufficiale della procedura di disavanzo eccessivo causata dal debito

Si tratta di un percorso inedito, mai applicato a nessun altro Paese europeo, che prevede vari step. In primo luogo uno status di ‘sorvegliato speciale’ per l’Italia, con ispezioni ogni tre-sei mesi per verificare che le azioni richieste per rientrare dalla “deviazione significativa” siano effettivamente messe in pratica.

Il governo italiano e Bruxelles dovranno quindi concordare tempi e modi di un percorso di rientro dei nostri conti pubblici. La correzione, poiché riguarderà il debito e non il deficit annuale, dovrà dispiegarsi su un arco temporale di diversi anni, non meno di tre, o anche più a lungo. In caso di mancato accordo, di risultati insufficienti o addirittura di scontro, da Bruxelles potrebbe arrivare la richiesta di un nuovo piano di rientro.

In caso di ulteriore mancato accordo, dalla commissione arriverebbero altre raccomandazioni, stavolta più dure e sanzionatorie nei nostri confronti, tra cui l’obbligo di un deposito infruttifero, pari allo 0,2% del Pil (circa 3,5 miliardi di euro), convertibile in multa in caso di reiterata mancata correzione del disavanzo eccessivo.

Tra le sanzioni non è da escludere la sospensione dei fondi di coesione europei. In caso di ostinata inosservanza delle raccomandazioni, le sanzioni potrebbero crescere ulteriormente. 

Agi