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Cosa ci aspetta con la procedura di infrazione 

La Ue ha deciso di raccomandare ai governi europei l’avvio per l’Italia di una procedura per deficit eccessivo causata dal mancato rispetto della regola del debito, un percorso mai applicato prima. Finora Bruxelles è intervenuta solo per raccomandare semplici procedure per deficit eccessivo. Il criterio del debito, aggravato dalla mancata riduzione del deficit strutturale, rischia di metterci nella scomoda posizione di “sorvegliati speciali” per un lungo periodo di tempo. Ma cosa succederà ora?

L’Italia avrà un mese di tempo per negoziare con Bruxelles

A partire da oggi per l’Italia si apre una ‘finestra’ di circa un mese per trattare con Bruxelles e dimostrare buona volontà. In pratica i governi europei avranno tempo fino a luglio per decidere sulla raccomandazione ‘tecnica’ della Commissione.

Più nel dettaglio essi dovranno esprimersi sulla necessità di aprire o meno una procedura di infrazione sul debito. Il primo gradino è il pronunciamento del Comitato economico e finanziario, l’organismo che raggruppa i direttori generali dei vari ministeri delle Finanze. Della questione discuteranno i ministri delle Finanze dell’area euro e della Ue nel doppio appuntamento Eurogruppo-Ecofin del 13 e 14 giugno a Lussemburgo, ma la sede in cui i governi prenderanno una decisione è quella dell’Ecofin, del 9 luglio, a cui spetta la parola finale sull’avvio della procedura.

Nel frattempo il nostro governo dovrà proporre misure concrete per ridurre il deficit strutturale. Un atto di buona volontà sarebbe una manovra correttiva che anticipi la legge di Bilancio per il 2020 che vedrà la luce entro fine anno. Un’altra richiesta potrebbe essere quella di rinviare tutto a settembre, in presenza di impegni aggiuntivi del nostro governo.

Il commissario Ue, Pierre Moscovici, ha già detto che la Commissione europea può cambiare la sua posizione sulla possibile procedura di infrazione contro l’Italia qualora emergessero nuovi elementi. “La mia porta è sempre aperta”, ha spiegato precisando che tocca all’Italia indicare la strada per evitare la procedura. La trattativa potrebbe anche prolungarsi fino a fine anno, oppure prendere un brutta piega già in estate, nel caso in cui non si arrivasse a un accordo.

Avvio ufficiale della procedura di disavanzo eccessivo causata dal debito

Si tratta di un percorso inedito, mai applicato a nessun altro Paese europeo, che prevede vari step. In primo luogo uno status di ‘sorvegliato speciale’ per l’Italia, con ispezioni ogni tre-sei mesi per verificare che le azioni richieste per rientrare dalla “deviazione significativa” siano effettivamente messe in pratica.

Il governo italiano e Bruxelles dovranno quindi concordare tempi e modi di un percorso di rientro dei nostri conti pubblici. La correzione, poiché riguarderà il debito e non il deficit annuale, dovrà dispiegarsi su un arco temporale di diversi anni, non meno di tre, o anche più a lungo. In caso di mancato accordo, di risultati insufficienti o addirittura di scontro, da Bruxelles potrebbe arrivare la richiesta di un nuovo piano di rientro.

In caso di ulteriore mancato accordo, dalla commissione arriverebbero altre raccomandazioni, stavolta più dure e sanzionatorie nei nostri confronti, tra cui l’obbligo di un deposito infruttifero, pari allo 0,2% del Pil (circa 3,5 miliardi di euro), convertibile in multa in caso di reiterata mancata correzione del disavanzo eccessivo.

Tra le sanzioni non è da escludere la sospensione dei fondi di coesione europei. In caso di ostinata inosservanza delle raccomandazioni, le sanzioni potrebbero crescere ulteriormente. 

Agi

Per un giornale guadagnare con Internet è possibile. Cosa insegna il caso del Guardian

La crisi dei giornali tradizionali innescata dal boom di Internet e dalla vasta disponibilità di informazione presente in rete porta con sè un gigantesco paradosso. Da una parte non c’è mai stata tanta domanda di informazioni, e quindi di lavoro giornalistico, come oggi. Dall’altra queste informazioni il pubblico è abituato ad averle gratis e, se si trova di fronte a un ‘paywall‘ (ovvero un contenuto online riservato agli abbonati), ha a disposizione parecchie alternative gratuite. La conseguenza è una competizione al ribasso dove il crollo degli utili degli editori si traduce in un taglio del costo del lavoro, il che va a detrimento della qualità dei contenuti disponibili sul web. 

I limiti del ‘paywall’

Trovare un modello di business sostenibile e compatibile con la rivoluzione digitale è da tre o quattro lustri il problema che attanaglia tutti gli editori. Il meccanismo del ‘paywall’ ha rivelato presto i suoi limiti. In primo luogo perché il presupposto è spingere chi non vuole spendere soldi per il cartaceo a investirli per leggere lo stesso articolo su un dispositivo, senza quindi offrire un contenuto originale e pensato su misura per la rete. In secondo luogo perché sono davvero poche le testate così prestigiose e così insostituibili da poter sperare di avere una sufficiente base strutturale di lettori online a pagamento. I primi esempi che vengono in mente sono i grandi quotidiani finanziari, come il Wall Street Journal e il Financial Times, che limitano peraltro al massimo gli articoli consultabili gratuitamente. 

Un caso unico

La notizia è che un giornale che è riuscito a trovare questo modello di business, senza ricorrere al paywall, c’è. È il britannico The Guardian, che ha annunciato di aver chiuso l’anno fiscale 2018-2019 con un utile operativo (ovvero il denaro guadagnato solo con l’attività editoriale, al netto di altre voci come, ad esempio, investimenti finanziari o immobiliari) di 800 mila sterline, dopo vent’anni di bilanci in rosso, con perdite definite “sostanziali”. 

Un risultato che è ancora più sorprendente se si va ad analizzare il bilancio nel dettaglio. Oltre la metà del fatturato, il 55%, viene generato dal sito, un traguardo che solo il Financial Times e pochissime altre testate possono vantare (Il 60% del fatturato del New York Times arriva ancora dal cartaceo). E le entrate pubblicitarie contano solo per l’8% del totale. Come detto, inoltre, i paywall non ci sono: tutta l’edizione online del Guardian è consultabile gratis. E allora? Alla fine di ogni articolo del Guardian trovate questo box.

Un libero invito a donare (con la possibilità di una sottoscrizione fissa e periodica) al quale hanno aderito abbastanza lettori da costituire oggi il 47% del fatturato. Un caso unico. Talmente unico da essere molto difficilmente replicabile. Per più di una ragione. 

Le ragioni di un successo

Prima di tutto, il Guardian è scritto in inglese, oggi lingua universale, e ha un’edizione internazionale distinta da quella britannica e pensata per i lettori residenti fuori dal Regno Unito, che costituiscono circa i due terzi del totale. Un obiettivo al quale Handelsblatt o Yomiuri Shinbun non possono certo aspirare. El Pais e Le Monde, che invece scelgono di offrire in abbonamento una versione digitale del cartaceo, comprensiva di supplementi, potrebbero forse provarci. Lo spagnolo si parla in quasi tutta l’America Latina e il francese in mezza Africa. Ma l’inglese è un’altra cosa.

La questione della barriere linguistiche spiega però solo una piccola parte dell’unicità del caso del Guardian. Ad aver reso, sovente a ragione, l’opinione pubblica diffidente nei confronti della stampa sono gli interessi che muovono i proprietari delle testate, raramente editori puri o privi di simpatie politiche.

Il Guardian, invece, può dirsi indipendente senza il timore di suscitare ironie, può permettersi davvero di affermare che “nessuno revisiona il nostro direttore”. La proprietà è di un trust che dal 1936 ne garantisce l’indipendenza. L’altra storica voce progressista della stampa britannica, The Independent (altro caso interessante: ha chiuso l’edizione cartacea e vive solo con l’online), nell’azionariato ha persino i sauditi

La lezione che vale per tutti

Ciò non vuol dire che The Guardian non abbia una linea politica: nato contiguo ai liberali, è poi diventato una testata di sinistra. Le critiche che i laburisti ricevono dal Guardian sono spesso però ancora più virulente di quelle che giungono dai quotidiani conservatori. Un altro aspetto da non sottovalutare, poi, è che The Guardian ha saputo fare autocritica dopo essere in parte caduto anch’esso, ai tempi dell’elezione di Trump, nel gioco della polarizzazione dove ogni elettore di destra finiva per essere infilato da molte testate liberal nel “cesto dei deplorevoli” di clintoniana memoria e, qualsiasi problema geopolitico sorgesse, era sempre e comunque colpa di Putin

Oggi, invece, anche il nazionalista più acceso difficilmente potrà negare che la serie di articoli sul fenomeno populista pubblicata nei recenti mesi o le inchieste di Tobias Jones dedicate all’estrema destra italiana sono tra i contributi più approfonditi e obiettivi mai pubblicati sull’argomento. Contributi che sono solo un piccolo risvolto di un’altra scommessa vinta.

Viene spesso detto che in rete la soglia d’attenzione è bassissima e che dopo 30 righe quasi tutti gli utenti vengono distratti da altro. Esiste però un altro tipo di lettore, quello che vuole i longform (formato che viene considerato improponibile sul web ed è invece tra i fiori all’occhiello della nuova strategia del Guardian), vuole contenuti che siano davvero di qualità, vuole percepire che dietro quel pezzo ci sia un lavoro strenuo di ricerca, documentazione e revisione, non un copia e incolla distratto e raffazzonato.

In poche parole, il lettore vuole vedere che il giornalista di turno ha lavorato, si è sforzato e lo ha fatto senza le direttive di un padrone. In tal caso, è persino disposto a pagarlo sua sponte. Ed è quest’ultima la lezione del Guardian che vale davvero per tutto il settore. 

@cicciorusso_agi

Agi

Cosa si stanno giocando gli editori di giornali con Apple News+

Da Adamo ed Eva a Biancaneve, la mela è il simbolo della tentazione. E spesso ha portato guai. Apple ha fatto un’offerta agli editori: entrare in News+, una Netflix dei giornali in cui gli utenti pagano un abbonamento per avere accesso a oltre 300 tra settimanali e mensili, quotidiani (tra cui Los Angeles Times e Wall Street Journal) e contenuti di testate online (tra cui TechCrunch e Vox). Dalle parti di Cupertino hanno tante buonissime ragioni per farlo. Non è invece ancora chiaro se sia un affare per gli editori. In molti, però, ci credono: secondo il New York Times (uno di quelli che ha detto di no), News+ avrebbe raccolto 200.000 iscrizioni nelle 48 ore successive all’evento di lancio, tenutosi il 25 marzo.  

Cosa ci guadagna Apple

I pro per Apple sono solari. News+ è un servizio che apre a un flusso di entrate tutto nuovo. È quello che serve alla Mela per far lievitare (assieme alla piattaforma di streaming Tv+ e all’abbonamento per videogiochi Arcade) i servizi, unico antidoto alla dipendenza da iPhone. I servizi non sono solo fonte di incassi freschi: sono più redditizi perché hanno margini più ampi dei prodotti; e sono costanti, perché non oscillano con le stagioni (al contrario degli smartphone, che decollano nell’ultimo trimestre dell’anno, tra cyber monday e feste di Natale).

 

Tim Cook (foto Afp)

Dal punto di vista finanziario, poi, la spartizione degli incassi (metà dell’abbonamento resta a Cupertino, l’altra metà viene distribuita agli editori) sembra davvero molto conveniente. L’altro vantaggio di Apple è rinsaldare il proprio ecosistema. Cupertino sa che l’iPhone, anche se dovesse riprendere quota, non guadagnerà fette di mercato. La concorrenza di prodotti efficienti a un prezzo inferiore, specie in alcuni mercati in via di sviluppo, è troppo forte. La società deve allora diventare una “boutique”. E per farlo non bastano i dispositivi più fascinosi del globo ma occorrono servizi esclusivi: Tv+, Arcade, Card e News+. L’obiettivo è far sì che l’ecosistema valga più della somma delle sue parti.

La scommessa degli editori

Il vantaggio per gli editori è, sostanzialmente, uno: accedere a un pubblico potenziale di oltre un miliardo di persone. Cioè raggiungere chiunque abbia un dispositivo Apple. Un’opportunità unica, che molti hanno deciso di afferrare, nonostante condizioni economiche (il fifty-fifty con la società guidata da Tim Cook) obiettivamente penalizzanti. La grande scommessa dei giornali è questa: raggiungere una platea nuova, che – ormai sono convinti – non riuscirebbero a conquistare altrimenti. La speranza è arrotondare anche in un altro modo: i contenuti (che non sono copie esatte di quelli cartacei ma versioni prodotte per News+, almeno per i giornali di spicco) hanno link che portano fuori dall’app, al sito della testata. Traffico fresco.

Gli editori non riceveranno dati e non ci saranno “tracciatori” che seguiranno i lettori altrove. Ma potranno comunque ricavare alcune informazioni e pubblicare sull’app offerte dei propri prodotti, come le newsletter. L’equilibrio, tra una cosa e l’altra, non è semplice. Il primo rischio riguarda la possibile erosione dei propri abbonati. Perché un utente dovrebbe pagare 39 dollari al mese (tanto costa un abbonamento al Wall Street Journal) quando per 9,99 dollari può avere quello e molto altro? Un lettore è un lettore, ma un abbonato diretto non vale quanto uno di News+: paga un prezzo più alto, che finisce tutto o quasi nelle casse dell’editore. Un abbonamento diretto è quindi molto più redditizio, non solo in termini economici ma anche di dati: indirizzi e informazioni che, con News+ di mezzo, non saranno fruibili.

Wsj e New Yorker: in cerca di equilibrio

I giornali entrati nella scuderia Apple devono quindi cercare di modulare un’offerta tale da conquistare nuovi lettori senza far migrare quelli attuali. È un po’ come offrire un all you can eat sperando che i clienti più esigenti continuino a ordinare alla carta. Le testate più prestigiose, forti di un maggiore potere negoziale, hanno spiegato che i propri contenuti non saranno tutte su News+.

Il Wall Street Journal – ha svelato la Cnn – affiderà all’applicazione “una selezione di notizie di interesse generale”. Tradotto: ci saranno articoli, video e interviste che non riguardano il vero valore aggiunto del giornale, cioè le notizie sui mercati finanziari. Per avere quelle o si va in edicola o ci si abbona. L’approccio è chiaro: tentiamo di guadagnare in modo nuovo da un pubblico nuovo perché siamo convinti che i lettori più affezionati sono disposti a spendere di più.

Cupertino, quartiere generale di Apple (Foto Afp)

 

Anche il ceo del New Yoker, Michael Luo, ha esposto le proprie ragioni in 13 tweet: brevi messaggi che spiegano quanto sia forte la consapevolezza che il patto con Apple sia un rischio, ritenuto però necessario. Luo ha sottolineato che “il miglior modo per accedere a tutti i contenuti è abbonarsi” al giornale e non a News+. Nell’all you can eat Apple sono inclusi il settimanale cartaceo (integrale), ma solo alcuni dei “10-15 pezzi che pubblichiamo online ogni giorno”. È convinto che “l’esperienza di lettura dell’edizione stampata è difficile da battere”. Due tweet, più di altri, chiariscono motivazioni e dubbi: “Siamo molto interessati ad ampliare la platea dei nostri lettori e speriamo che Apple News+ ci aiuti a farlo”. “Ma se vuoi supportare il nostro giornalismo, il modo migliore per farlo è abbonarsi” al New Yorker e solo al New Yorker. Insomma: ci è toccato farlo perché le alternative sono poche, sappiamo bene che potrebbe essere un problema.

Cosa si stanno giocando i giornali

Il rischio, per i giornali, non è solo economico. Ha a che fare con l’indipendenza. Ogni testata continuerà ad avere un proprio editore e una propria redazione, certo. Ma tra sé e i lettori avrà un intermediario: Apple. Il rapporto diventa meno diretto, anche per una questione tecnica. News+ raccomanda contenuti in base agli interessi dell’abbonato, mettendo insieme un giornale e un suo concorrente. L’esperienza di lettura diventa un mosaico. È più fedifraga: salta definitivamente quel “patto” tra giornale e lettore, perché a garantire e consigliare è Apple. Ed è sempre Apple a orientare la lettura. Nessun algoritmo è neutrale e non lo sarà neppure quello di News+, che promette comunque di fare abbondante uso di personale umano.

Privilegerà gli articoli ad alto impatto visivo o le notizie brevi, gli argomenti leggeri o quelli che contano davvero? Tra tanti dubbi, c’è una certezza: gli editori stanno cedendo parte della propria sovranità. Si appoggiano a una piattaforma che potrebbe diventare talmente potente da rendersi necessaria. A quel punto, i giornali sarebbero molto esposti alle scelte di Apple. Non è fanta-editoria: è già successo. I giornali hanno cavalcato Facebook perché dal social network arrivava traffico, da giocarsi con gli inserzionisti. Peccato che molti siti d’informazioni siano finiti nei guai quando il social network ha deciso di modificare l’algoritmo penalizzando le pagine per premiare le “interazioni autentiche”. Risultato: meno visibilità sulle bacheche, meno utenti che cliccano sui post, meno lettori sul sito.

Il caso di News+ è diverso perché si parla di un abbonamento, ma il precedente di Facebook racconta quanto sia rischioso affidarsi a una piattaforma tecnologica esterna. Soprattutto se il rapporto è di subordinazione. Oggi e per un bel po’ di tempo ancora (forse per sempre) News+ sarà una frazione marginale del giro d’affari di Apple. Modificare il servizio, ritoccarlo, rivoluzionarlo, cambiare prezzi e condizioni (come ha fatto Netflix) sarebbe quindi una mossa quasi indolore. Alla quale i giornali, che hanno margini assai più sottili, sarebbero praticamente costretti ad accodarsi.

Ma è colpa di Apple?

Sia chiaro però: mica Apple è il diavolo. Se ha avuto il potere di imporsi è per merito suo e demerito altrui. Ha le cassa piene e oltre un miliardo di utenti che usano i suoi prodotti. Dall’altra parte ci sono gli editori, che adesso si ritrova ad aggrapparsi a un salvagente calato da un’astronave perché non sono riusciti a costruirsi una scialuppa di salvataggio. Chi ha detto “no” lo ha fatto perché ha puntato per tempo su abbonamenti ed edizioni digitali: New York Times e Washington Post. Il Times ha raggiunto i 4 milioni di abbonamenti (3 dei quali digitali), che nell’ultimo trimestre 2018 sono cresciuti a un ritmo che non si vedeva dall’elezione di Donald Trump. Il giornale dice di aver ricevuto “forti pressioni da Apple”. Ma si è negato per avere “una relazione diretta” con i lettori: l’app, ha spiegato il ceo Mark Thompson, “confonde diverse fonti di notizie in miscele superficialmente attraenti”. 

Il Post (che alle spalle ha Jeff Bezos) ha oltre 1,5 milioni di abbonati per l’edizione digitale. E ha detto no perché l’obiettivo è “aumentare la base di abbonati”. Il Wall Street Journal, che di abbonati ne ha 1,7 milioni, sta invece tentando di trovare la giusta alchimia puntando sul suo essere un giornale specializzato. Una carta che Times e Post, generalisti, non potevano giocarsi. Tutti gli altri, come spiega il quotidiano di Washington, sono editori o troppo piccoli o “che hanno appena iniziato a costruire un business digitale”. Un modo gentile per dire che sono in ritardo. Hanno deciso di mordere la mela, sperando che non sia avvelenata.       

Agi

Chi sono e cosa fanno le 10 imprenditrici italiane più cercate online

Sono stiliste, cuoche, influencer, fisiche e regine del rap. Sono tutte italiane, hanno fatto una fortuna con la loro professione e sono ricercatissime sul web. Chiara Ferragni è la regina indiscussa ma è in buona compagnia con Miuccia Prada, Sonia Peronaci ed Emma Marcegaglia, solo per citarne alcune.

Nella giornata in cui si celebra la donna SEMrush, una piattaforma SaaS per la gestione della visibilità online, rivela chi sono le 10 imprenditrici italiane più cercate on line a livello nazionale.

Chiara Ferragni

La più conosciuta imprenditrice digitale italiana è una delle donne più potenti del web di oggi. Chiara Ferragni senza dubbio occupa il primo posto della classifica. E’ nota soprattutto per la sua attività di blogger e influencer nel mondo della moda. Nata a Cremona il 7 maggio del 1987, frequenta il Liceo Classico Daniele Manin di Cremona e studia giurisprudenza all’università Bocconi, senza però terminare gli studi. Nel 2009 crea il blog The Blonde Salad, è il primo passo verso la notorietà. Grazie all’uso che fa dei social si afferma sempre di più come fashion blogger,  un’attività che si rivelerà molto proficua: nel 2014 fattura 8 milioni di dollari e nel 2015 più di 10. Nello stesso anno diventa oggetto di un caso di studio della Harvard Business School. Nel 2017 viene nominata dalla rivista Forbes “l’influencer di moda più importante al mondo”. Intanto fonda il suo brand “Chiara Ferragni” con cui amplia il suo impero.

Sofia Viscardi

Scrittrice e blogger, è una delle youtuber più seguite in Italia. Nata a Milano l’11 maggio 1998, Sofia frequenta ancora il liceo quando nel 2014 quando diventa famosa su YouTube grazie al suo canale, dove fa vlog (fusione delle parole inglesi video-blog) che raccontano la sua vita, i suoi problemi, il suo modo di vestirsi ed altro ancora. Oggi ha ben 750 mila iscritti al suo canale. Nel 2016 pubblica il suo primo libro “Succede”, che vende oltre 100 mila copie. Dal romanzo è tratto l’omonimo film del 2018. Nello stesso anno pubblica il suo secondo romanzo: “Abbastanza”.

Elisa Maino

Tra i giovani imprenditori italiani è la più piccola (ha 16 anni), ma vanta già 2 milioni di follower. Classe 2003, è arrivata al successo grazie a Musical.ly, un’applicazione che consiste nel cantare in playback le canzoni del momento. I video durano da 15 ai 60 secondi, tanto le basta per farsi conoscere: in meno di 2 anni diventa youtuber di successo e una delle prime 5 web star italiane. Elisa frequenta il Liceo Classico e ama il greco, ma il suo sogno diventare una conduttrice televisiva o partecipare ai suoi programmi preferiti: X Factor e Amici. Oppure, diventare medico.

Sonia Peronaci

Cuoca, blogger e scrittrice italiana conosciuta come la fondatrice del sito più “gustoso” in Italia: “Giallo Zafferano” che oggi vanta 65,4 milioni di traffico mensile, ed è conosciuto in tutto il mondo. Nata a Milano nel 1967 da padre calabrese di Catanzaro e madre di origine altoatesina, Sonia Peronaci inizia a cucinare nel ristorante del padre a 6 anni. Dopo aver lavorato in pub, villaggi turistici e come commercialista, apre con il marito il sito di cucina Giallo Zafferano.  Nel 2011 pubblica per Mondadori il libro “Le mie migliori ricette”, e nel 2012 pubblica per lo stesso editore un secondo libro, dal titolo “Divertiti cucinando”. Nel 2015 interrompe la collaborazione con Giallo Zafferano e lancia il suo nuovo sito.

Miuccia Prada

Non ha bisogno di presentazioni Miuccia Prada, una delle donne più ricche dell’Italia degli ultimi anni e senza dubbio una delle più conosciute a livello mondiale. Nipote di Mario Prada, insieme al marito, Patrizio Bertelli, ha guidato e trasformato Prada in una delle più blasonate case di moda del mercato internazionale. Nel 2018 è stata inserita nell’elenco di Forbes dei miliardari nel mondo con un patrimonio stimato di 3.2 miliardi, rappresentando il made in Italy nel gotha della moda internazionale.

Emma Marcegaglia

Una delle donne più conosciute del business italiano in tutto il mondo. Nata a Mantova nel 1965, Emma Marcegaglia si laurea con lode in Economia Aziendale all’Università Bocconi e durante gli anni universitari trascorre un periodo di otto mesi negli Stati Uniti dove frequenta la New York University. Ex presidente di Confindustria dal 2008 al 2012 e presidente dell’Università LUISS Guido Carli dal 2010 al 2016, Marcegaglia è dall’8 maggio 2014 presidente di Eni.

Fabiola Gianotti

Nata a Roma nel 1960, Fabiola Gianotti è una fisica di fama internazionale. Suo l’annuncio del 2012 della prima osservazione di una particella compatibile con il bosone di Higgs. Nello stesso anno la rivista TIME la colloca in quinta posizione nella graduatoria di Persona dell’anno 2012, che vede al primo posto il presidente Obama. Nel 2013 è al settantottesimo posto nella lista delle 100 donne più potenti al mondo secondo la rivista Forbes (unica italiana insieme alla stilista Miuccia Prada). Gianotti  è oggi membro del comitato consultivo per la Fisica al Fermilab di New York e all’Accademia dei Lincei per la classe delle scienze fisiche. Dal 2013 è professore onorario presso l’Università di Edimburgo. Tra gli hobby c’è la musica: è diplomata in pianoforte al Conservatorio di Milano.

Paola Zukar

50 anni, Paola Zukar è “la signora del rap”. Principale manager nel mondo rap in Italia, collabora con i nomi più importanti dell’industria. Presente sulla scena dagli anni ’90, riporta il sito Rock it, inizia con progetti indipendenti, collabora con le più grandi case discografiche e fonda la Big Picture Management, agenzia che produce artisti come Fabri Fibra, Marracash e Clementino. All’inizio del 2017 pubblica “RAP – Una storia italiana”, il suo primo libro.

Marina Salamon

Nata nel 1958 a Tradate, in provincia di Varese, Salamon è fondatrice dell’azienda Altana, specializzata nella produzione di capi d’abbigliamento. Da presidente e azionista di maggioranza dell’azienda, fa crescere Altana rilevando altre società, fino a renderla nota a livello europeo. La società assume la gestione di vari marchi, tra cui MoschinoLiu Jo, Jeckerson e, per diversi anni, Moncler. Dal 1992 detiene il controllo di Doxa, una delle principali realtà italiane specializzate in sondaggi, di cui è presidente dal 2012.

Ornella Barra

É una donna d’affari monegasca di origine italiana. Farmacista qualificata, è co-chief operating officer di Walgreens Boots Alliance. Nata a Chiavari (Genova), Ornella Barra si laurea in Farmacia presso l’Università degli Studi di Genova e intraprende la carriera nel settore healthcare. Inizia come farmacista, dapprima gestendo una farmacia e comprandone poi una propria. Nel 1984 fonda la società di distribuzione farmaceutica Di Pharma, acquisita poi da Alleanza Salute Italia. Da allora, ha avuto molteplici ruoli e responsabilità come membro dei Consigli di Amministrazione di molte delle aziende (sia quotate che non) del Gruppo. Questi successivi cicli di trasformazione hanno portato, nel 2014, alla creazione della prima realtà globale al mondo per la salute e il benessere con radici nella farmacia.

 

 

Agi

Cosa prevede la bozza di accordo sul prezzo del latte di pecora

Una bozza di accordo è il risultato della riunione di circa nove ore, in prefettura a Cagliari, con il ministro Gian Marco Centinaio, il presidente della Regione Francesco Pigliaru, pastori e industriali, per il prezzo del latte ovino sardo. Di tratta di un progetto – ha sottolineato il ministro parlando con i giornalisti al termine del vertice – che le parti, sia i pastori che gli industriali, valuteranno nelle prossime ore. L’ipotesi di accordo prevede un prezzo base, Iva compresa, di 72 centesimi al litro – 12 in più di quello pagato oggi – per febbraio, marzo e aprile. Un ‘acconto’, che a maggio è previsto venga rivalutato sulla base di una serie di misure che Governo e Regione metteranno in campo.

A fine ottobre è previsto un altra verifica che dovrebbe portare a un ulteriore aumento. Si punta a raggiungere un euro al litro o anche – nelle intenzioni di ministro e presidente della Regione – di superarlo. “Se nei mesi successivi il prezzo del pecorino salirà”, ha spiegato Pigliaru, “significa che si sta maturando un conguaglio che alla fine riconoscerà un prezzo prezzo più alto”. 

Verso il rincaro del pecorino

L’intervento di Governo e Regione prevede il ritiro di 60.000 tonnellate di produzione di pecorino romano (con diverse misure come il bando per gli indigenti) che mira a far aumentare il prezzo del formaggio e quindi del latte. Ora il pecorino è a 5,40 euro al chilo e il latte a 60 centesimi al litro. Se raggiunge a maggio i 6,50 euro – è stato ipotizzato – il latte potrà essere pagato a 80 centesimi. Sul tavolo ci sono 45 milioni di euro circa. Dieci messi a disposizione dal Banco di Sardegna, 10 dalla Regione tramite la finanziaria Sfirs e 25 dal governo. “Occorre aiutare il prezzo a crescere per far ì’ – ha spiegato Pigliaru – che quando si calcolerà il conguaglio alla fine di ottobre questo sia molto più alto dei 72 centesimi anticipati”. 

Centinaio ha ricordato inoltre l’accordo con la grande distribuzione per una serie di iniziative promozionali e la presenza dell’Ice, il 21 al tavolo di filiera, per avviare un piano di internazionalizzazione che garantisca l’aumento dell’export. L’intervento – ha spiegato Centinaio – non si esaurisce nello stanziamento dei fondi ma è anche previsto un decalogo per migliorare la produzione: rappresentanza dei pastori nei consorzi, proroga della scadenza della programmazione a marzo, monitoraggio del rispetto delle quote, aumento delle sanzioni per chi non rispetterà le regole, lavoro con le banche per gli interessi passivi sui mutui, tavolo di filiera istituzionale, apertura del Centro di intervento economico (luogo dove si definiscono i prezzi) per il latte ovino, registro telematico del latte ovino e caprino, la nomina di un prefetto per l’analisi e il monitoraggio della filiera. 

La protesta potrebbe continuare

Centinaio ha lanciato una sorta di appello ai presidi dei pastori perché questi “siano un momento di confronto e non di scontro” ma – rispondendo alle domande cronisti – ha precisato che la bozza non è stata firmata dai pastori. Occorre attendere quindi che i rappresentanti si presentino alla ‘base’ per discutere e decidere. Uno dei pastori che ha partecipato al tavolo, parlando con l’Agi, ha detto che con la proposta di oggi “si resta sotto i costi di produzione” per cui si dovranno fare tutte le valutazioni del caso, ma non è ancora possibile dire se la protesta dei pastori possa terminare.

Agi

Cosa hanno chiesto i sindacati in piazza al governo giallo-verde 

Cgil, Cisl e Uil hanno riempito piazza san Giovanni a Roma e ora chiedono al governo di ascoltare le loro richieste. Dal palco nessuno ha fornito cifre sui partecipanti ma i tre segretari generali hanno invitato l’esecutivo a contare i manifestanti e a rendersi conto che rappresentano 12 milioni di persone con idee e proposte per il Paese. “A chi governa questo Paese e va a incontrare chi protesta in altri Paesi diciamo che se hanno un briciolo di intelligenza ascoltino questa piazza e aprano il confronto: noi siamo il cambiamento”, ha dichiarato il leader della Cgil Maurizio Landini

“Qui oggi c’è l’Italia reale, lavoratori in carne ed ossa, persone che hanno fatto crescere e mandano avanti concretamente questo paese passo dopo passo. Niente a che vedere con gli slogan lanciati con i tweet e le dirette facebook. Ai professionisti della realtà virtuale diciamo: uscite dalla finzione, guardate queste bandiere”, ha detto la segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan.

 “Mandate una foto” agli esponenti di governo – ha detto il leader della Uil, Carmelo Barbagallo – e vediamo se riusciranno a contarci. Abbiamo chiesto un confronto, stiamo aspettando che ci chiamino. Non possono essere autoreferenziali, questa piazza la devono ascoltare”. E se l’esecutivo giallo-verde non darà risposte, i tre leader assicurano che la mobilitazione proseguirà: “Dopo questa giornata, se il governo ha un minimo di saggezza, dovrebbe aprire un tavolo di trattativa, ma se non dovesse succedere sappia che noi ci non fermeremo e andremo avanti finché non porteremo a casa quello che abbiamo chiesto”, ha affermato Landini. 

“Siamo determinati e diventeremo determinanti”, ha sottolineato Barbagallo. “​Il governo si fermi e cambi la sua linea economica”, ha avvertito Furlan. I sindacati chiedono investimenti per rilanciare l’economia, politiche per il Mezzogiorno, una riforma fiscale che appiani le disuguaglianze, una riforma vera delle pensioni, la garanzia degli ammortizzatori sociali, più risorse per sanità, welfare, istruzione, scuola. In una parola, dare “futuro al lavoro”, come recita lo slogan scelto per la giornata. 

Il vicepremier Luigi Di Maio ha risposto alle critiche definendo “un po’ singolare” che si scenda in piazza contro quota 100 quando non lo si era fatto contro la legge Fornero; osservazione già contestata da Cgil, Cisl e Uil, che hanno indetto scioperi e – ha detto oggi Barbagallo – fatto picchetti sotto Montecitorio. Quanto alla realtà virtuale, per Di Maio era “quella dei governi precedenti che hanno massacrato tutto quello che gli italiani avevano sull’altare dell’austerity: risparmi, lavoro, imprese”.

A nome del M5s Maria Pallini, capogruppo alla Commissione Lavoro alla Camera, ha affermato che la manifestazione non era “contro il governo, ma contro i cittadini italiani che lo scorso 4 marzo hanno votato per il cambiamento. Un cambiamento che deve necessariamente coinvolgere anche i sindacati che ormai difendono un sistema marcio di privilegi”. 

A sostegno di Cgil, Cisl e Uil hanno partecipato al corteo numerosi esponenti del Pd e di Leu: “In piazza contro un governo che sta devastando il Paese”, ha spiegato il candidato alla segreteria del Partito democratico, Maurizio Martina. “Giustamente l’Italia si sta mobilitando”, ha osservato l’altro candidato Nicola Zingaretti

Agi

L’Italia è in recessione tecnica. Ma cosa significa recessione tecnica?

Si parla di recessione tecnica quando il Prodotto interno lordo fa segnare una variazione congiunturale negativa per due trimestri consecutivi.

La variazione congiunturale prende a raffronto il trimestre precedente, mentre quella tendenziale, che pure ha un rilievo statisticamente importante per valutare l’andamento economico di un Paese, fa riferimento allo stesso trimestre dell’anno precedente.

La recessione tecnica segnala che il Paese si trova senz’altro in difficoltà economiche, in quanto i livelli dell’attività produttiva risultano inferiori rispetto a quelli che potrebbero essere raggiunti utilizzando completamente e in maniera efficiente tutti i fattori produttivi a disposizione.

Cosa non ci dice la recessione tecnica

Tale indicatore non dà però risposta su durata, gravita’ e implicazioni del rallentamento economico. Per certificare che si tratta di una recessione conclamata e non transitoria, occorre prendere in considerazione l’andamento di tutta una serie di altri indicatori: quindi, oltre al Pil, l’occupazione, il reddito di famiglie e imprese, la produzione industriale, i consumi, ma anche fattori come l’andamento demografico della popolazione. La crescita o la recessione hanno un impatto determinante sulla politica economica di uno Stato e di conseguenza sui suoi cittadini.

Basti pensare che nella manovra economica approvata a fine anno il governo ha previsto per il 2019 una crescita del Pil pari all’1,0%. Nel momento della presentazione alle Camere, in ottobre, la stima era addirittura dell’1,5% poi ridotta dopo le ‘contrattazioni’ dell’esecutivo con la Commissione europea. Certificare che un Paese cresce economicamente oppure no è fondamentale, perché sui livelli di Pil si basano altri fattori, dal debito al deficit. Il Patto di stabilità e crescita dell’Ue, ad esempio, prende in considerazione il rapporto tra debito (o deficit) e il Pil.

Di conseguenza uno Stato può avere un debito pubblico elevato, ma anche un Pil elevato (ad esempio, gli Stati Uniti) senza incorrere in situazioni di pericolo finanziario che porti al rischio di insolvenza: quello che importa è il rapporto e l’andamento reciproco delle due grandezze. Altro effetto di una recessione e’ che puo’ mettere in moto le agenzie di rating che possono tagliare il rating sul debito del Paese con conseguenze negative a cascata sul valore dei titoli di Stato.

Le quattro fasi del ciclo economico

La recessione si inquadra all’interno di quello che e’ definito ‘ciclo economico’, che comprende quattro fasi: prosperità (in cui gli investimenti iniziano ad aumentare), recessione (in cui la crescita economica rallenta), depressione (in cui la crescita dell’economia ristagna), ripresa (in cui investimenti e consumi crescono rapidamente).

Recessione tecnica

L’Italia si trova attualmente in recessione tecnica dopo che oggi l’Istat ha certificato per il quarto trimestre del 2018 una variazione negativa dello 0,2% che va ad aggiungersi al -0,1% del terzo trimestre dello stesso anno. Da tener conto che questi due trimestri negativi fanno seguito a una lunga striscia positiva protrattasi per 14 trimestri consecutivi, vale a dire tre anni e mezzo. –

Recessione economica

Si parla di recessione economica quando si e’ in presenza di una variazione negativa del Pil ‘tendenziale’, vale a dire rispetto all’anno precedente. Se tale variazione  negativa ma di entità non inferiore al -1% si parla di ‘crisi economica’. In questo momento l’Italia quindi non si trova in recessione economica, in quanto la variazione tendenziale del quarto trimestre 2018 (rispetto al quarto trimestre 2017) è risultata pari a +1,0%.

Stagflazione

 Nei periodi di recessione si assiste spesso a una parallela marcata diminuzione della domanda di beni e servizi da parte dei consumatori che a sua volta favorisce un rallentamento del tasso di inflazione. In questo caso si parla di stagflazione. Talvolta, tuttavia, alla recessione può corrispondere un aumento dei prezzi e quindi dell’inflazione.

Perché si va in recessione

Alcune teorie del ciclo economico considerano la recessione un fenomeno ‘endogeno’, non determinato cioè da particolari choc esterni: a ogni fase espansiva segue un periodo recessivo che preluderà a sua volta a una nuova fase di ripresa della crescita economica e coì via. Le fasi di recessione possono tuttavia essere causate anche da choc ‘esogeni’, vale a dire da fattori esterni al sistema economico.

Ne sono un esempio anomali incrementi dei prezzi di una materia prima (come avvenne durante la crisi petrolifera del 1972-73 per quello del petrolio) o la marcata diminuzione dei prezzi di beni dai quali dipende l’economia di un Paese di piccole dimensioni.

Anche alcune decisioni di politica economica tese a evitare il surriscaldamento dell’economia di un Paese possono tuttavia creare le basi per la manifestazione di una recessione.

Che effetti ha la recessione

Nelle fasi recessive si riscontra spesso una contrazione del tasso di crescita della produzione, un aumento della disoccupazione e una diminuzione dei tassi di interesse. Quest’ultima è di solito determinata dalle politiche monetarie espansive usualmente adottate dalle Banche centrali per favorire la ripresa economica, e dalla riduzione della domanda di credito da parte delle imprese.

Agi

Cosa aspettarsi dalla trimestrale di Apple. Cinque punti chiave

Apple diffonderà i dati sul trimestre ottobre-dicembre questa sera, 29 gennaio ore 23 italiane. Dopo la lettera del 2 gennaio in cui Tim Cook annunciava i dati preliminari e una correzione al ribasso del fatturato, si sa già che non è stato un periodo brillante: gli incassi erano previsto tra gli 89 e i 93 miliardi di dollari (stime che erano già state giudicate tiepide) e saranno attorno agli 84 miliardi. Con margini e utili che invece non dovrebbero assottigliarsi. Si sa quindi molto, ma restano ancora diversi punti da guardare. Ecco quali.

Niente unità vendute

Lo scorso novembre, Apple ha annunciato che, dal 2019, non avrebbe diffuso il numero di unità vendute di alcun dispositivo. Si limiterà a fornire il fatturato prodotto da ogni famiglia (iPhone, iPad, Mac). Questa scelta, poco apprezzata dai mercati al suo annuncio, punta a concentrare l’attenzione sul dato migliore (quanto incassa Apple) distogliendola dal numero di dispositivi venduti (che cala).

Non ci sarà modo, però, di individuare un’altra informazione che – nell’ultimo anno – è stato un punto a favore di Cupertino: la spesa media per ogni iPhone, in crescita continua. Senza questo riferimento, sarà sezionata ogni dichiarazione di Cook e del cfo Luca Maestri per tentare di capire le performance dei diversi modelli. In ogni caso, ci saranno minori certezze. È da capire se l’opacità favorirà o penalizzerà Apple.

Le stime del 2019

Si sa già che gli ultimi tre mesi del 2018 sono stati negativi. Serve adesso capire se Apple si aspetta di marciare a rilento anche nel 2019 o se intravede qualche timido segnale di ripresa. Ecco perché sarà particolarmente importante il dato sulle stime del trimestre in corso. Il riferimento da prendere in considerazione è 61,1 miliardi di dollari, il fatturato registrato tra gennaio e marzo 2018. Andare sotto o rimanere lontani da questa cifra non sarebbe certo un bel segnale. Le aspettative diranno anche se la Mela si aspetta un (improbabile) ripresa in Cina e in altri mercati in via di sviluppo, una tenuta o un ulteriore deterioramento.

Una Apple con meno iPhone

Le stime sul trimestre in corso sono importanti anche per un’altra ragione. Vista la stagionalità del mercato degli iPhone, il periodo segue l’abbuffata di Natale ed è tradizionalmente debole per gli smartphone. Gli iPhone hanno quindi un peso minore sul totale del fatturato: nello stesso periodo del 2018, poco più del 60% contro quasi il 70% del trimestre precedente. Sarà quindi una sorta di test per capire quanto i servizi (che invece non hanno stagionalità) possano ammortizzare il bilancio in uno scenario nel quale gli iPhone continuino a soffrire.

La maturità dei servizi

La performance dei servizi sarà l’altro dato da cerchiare in rosso. Essendo, al momento, l’unico strumento per dare equilibrio al bilancio, non dovranno solo crescere (come è certo): dovranno dimostrare di non rallentare. Conteranno quindi le vendite, ma anche il ritmo con cui progrediscono, che non dovrà essere inferiore ai periodi precedenti. Tra luglio e settembre, i servizi sono cresciuti del 17% anno su anno. Apple si aspetta un progresso anno su anno del 28%. Da guardare è anche il riferimento al trimestre precedente (+5% tra luglio e settembre), perché, non essendo i servizi soggetti a picchi stagionali, anche il confronto nel brevissimo periodo ha un peso.

Indizi su prodotti e servizi

Come ogni compagnia, Apple proverà a sottolineare i punti forti. E tra questi ci saranno proprio i servizi. Cook potrebbe quindi svelare qualche cifra (ad esempio su Apple Pay). Oppure, vista una sua recente intervista in cui anticipava che nel 2019 sarebbe stato lanciato “più di un nuovo servizio”, potrebbe dare qualche indizio: si parla di un concorrenti di Netflix, di funzioni per la salute e di una piattaforma di videogiochi in streaming. Sempre con l’obiettivo di valorizzare il valorizzabile, da Cupertino potrebbero arrivare indicazioni sulla voce che a bilancio è definita “Altri prodotti”: si attende una decisa crescita da Apple Watch, Apple tv, HomePod e AirPods.

Agi

Cosa se ne farà Uber dei suoi monopattini elettrici? 

Uber ha pensato bene di unire due settori molto in voga (troppo?) negli ultimi mesi: guida autonoma e monopattini condivisi. Starebbe lavorando a biciclette e “scooter” (come li chiamano negli Stati Uniti) elettrici in grado di spostarsi da soli. Con l’obiettivo di sviluppare queste funzioni, sarebbe nata una nuova divisione, Micromobility Robotics, che opera all’interno di Jump, la società specializzata in bici elettriche condivise che Uber ha acquisito lo scorso aprile.

L’annuncio di Uber (a marchio Jump)

La notizia è stata annunciata dai vertici della compagnia americana nel corso di un evento organizzato da DIY Robotics ed è stata riportata da uno dei presenti, Chris Anderson, ceo di 3D Robotics. Anderson ha pubblicato su Twitter l’immagine di un documento in cui “Uber Micromobility Robotics” rimanda a un indirizzo per candidarsi se si aspira a un lavoro nella nuova divisione: si cercano ingegneri software e hardware, product manager e addetti al marketing. Uber vuole quindi portare la guida autonoma non solo sulle auto ma anche sulle biciclette e sui monopattini. Questi ultimi, in particolare, stanno attirando enormi flussi di capitali. Jump ha lanciato il proprio servizio a Santa Monica. Anche la principale concorrente statunitense di Uber, Lyft, ha esordito sui monopattini, a Denver. Il settore è popolato da startup sostenute da venture capital (come Lime e Bird) e altre supportate dai grandi gruppi (come Spin e Jelly, controllate da Ford).

Exciting announcement from @UberATG at today’s @DIYRobocars event. “Micromobility” = autononomous scooters & bikes that can drive themselves to charging or better locations. Hiring now pic.twitter.com/sOjroo8XZI

— Chris Anderson (@chr1sa) January 20, 2019

A che servono i monopattini autonomi?

La solidità del mercato è ancora da dimostrare. Anzi, si parla già di bolla. Uber intenda sperimentare nuove strade perché – come dimostra il bike sharing – a un momento di corsa agli investimenti è probabile che ne segua uno di consolidamento dove solo pochissimi operatori riusciranno a sopravvivere. Ma quale sarebbe il vantaggio di rendere autonomi bici e monopattini? Il più importante non riguarderebbe tanto il trasporto degli utenti quanto la logistica del servizio. Oggi gli addetti trasportano i mezzi in diverse zone della città, per dare maggiore equilibrio la servizio. Se monopattini e biciclette fossero autonomi, potrebbero spostarsi da soli nelle zone dove è richiesto un flusso di traffico maggiore. La gestione sarebbe quindi più efficiente: si ridurrebbe a una supervisione centrale e a interventi di manutenzione.      

Agi

La Bce ha commissariato Carige. Cosa succede ora

La Bce ha messo in amministrazione straordinaria Carige, primo istituto italiano a subire il commissariamento da quando nel 2014 la Banca centrale europea ha assunto la vigilanza sulle principali banche italiane. Il provvedimento dell'Eurotower arriva dopo la bocciatura da parte dell'assemblea dei soci dell'aumento da 400 milioni con l'astensione della famiglia Malacalza, e la conseguente decadenza del cda, per la seconda volta in un anno, con una raffica di dimissioni di consiglieri.

Dopo gli addii di Raffaele Mincione e Lucrezia Reichlin nelle scorse settimane, stamani hanno lasciato altri 5 componenti del board, fra cui l'ad Fabio Innocenzi e il presidente Pietro Modiano, ora nominati dalla Bce commissari assieme a Raffaele Lener. I tre eserciteranno tutte le funzioni e tutti i poteri spettanti all'organo di amministrazione ai sensi dello statuto della banca e della normativa applicabile. In particolare, adotteranno tutte le decisioni necessarie per la gestione operativa, riferendo periodicamente alla Vigilanza.

I compiti dei commissari

La Bce ha inoltre nominato un Comitato di Sorveglianza composto da Gian Luca Brancadoro, Andrea Guaccero e Alessandro Zanotti. A Innocenzi, Modiano e Lener spetterà l'arduo compito di proseguire le attività di rafforzamento patrimoniale, oltre a lavorare sul rilancio commerciale attraverso recupero delle quote di mercato nei segmenti core, sul derisking attraverso la riduzione dei Non Performing Loans e sulla ricerca di possibili fusioni che mettano in salvo l'istituto da anni in difficoltà. Uno dei primi passi della terna commissariale sarà quello di avviare delle "riflessioni con lo Schema Volontario di Intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi" che ha sottoscritto il bond subordinato da 320 milioni che permette a Carige di rispettare i ratio patrimoniali chiesti dalla Bce, per rivalutare l'operazione alla luce del nuovo quadro. Il tutto sfocerà in un piano industriale la cui predisposizione è già in corso e che avrebbe dovuto essere presentato a febbraio, a valle dei conti del 2018. Lo scopo dell'amministrazione straordinaria, di fatto, è quello di rimettere la banca in sesto con i commissari che non dovranno più confrontarsi con un cda espresso da Malcalza appena lo scorso 20 settembre.

Se la missione fallisse, le strade sarebbero due. Da un lato si potrebbe considerare un intervento in stile ex popolari venete, con la creazione di una bad bank e di una good bank da far rilevare, magari a un prezzo simbolico, a una banca più grande, con i nomi di Unicredit e Ubi che circolano in ambienti finanziari. L'altra ipotesi, ancora più estrema, è la risoluzione di Carige secondo le regole del 'bail-in'. Anche in questo caso si tratterebbe di una prima volta in Italia, e a farsi carico delle perdite sarebbero, oltre gli azionisti, anche gli obbligazionisti e i clienti con oltre 100.000 euro sul conto corrente.

Un primato poco invidiabile

Quanto accaduto oggi con Carige rappresenta quindi una 'prima volta': la Bce, infatti, non aveva mai commissariato una banca italiana e i provvedimenti di questo tipo venivano, fino a pochi anni fa, presi dalla Banca d'Italia. Dal 2014 la supervisione sulle principale banche italiane, tuttavia, è passata da via Nazionale all'Eurotower: spettano alla Banca centrale europea in cooperazione con la Banca d'Italia compiti di vigilanza su banche e gruppi bancari italiani, in misura diversificata in relazione alla loro rilevanza.

È proprio a Francoforte, dunque, che, dopo l'assemblea del 22 dicembre, si sono recati per diversi colloqui i manager della banca e, separatamente, i rappresentanti di Malacalza Investimenti, primo azionista dell'istituto. La scelta della Bce, di fatto, rimuove gli organi di controllo interni al cda e formalmente è arrivata dopo la decadenza del board dovuta alle dimissioni della maggioranza dei membri del cda, compreso l'ad. Per questo, ha sottolineato la Banca centrale europea, era necessario agire: "per stabilizzare la governance e ricercare soluzioni effettive per garantire una stabile sostenibilita'" della banca.

I poteri della Vigilanza

Fra i vari poteri a disposizione della Vigilanza nazionale ed europea c'è quello di prendere misure specifiche, assunte in presenza di aspetti critici nella situazione degli operatori, che comprendono la facoltà di convocare il consiglio di amministrazione o indire l'assemblea dei soci oppure limitare alcune attività, vietare la distribuzione degli utili e disporre la rimozione di singoli esponenti aziendali quando la loro permanenza in carica è di pregiudizio per la sana e prudente gestione. In presenza di un significativo deterioramento della situazione aziendale assumere misure di intervento precoce – come la richiesta di dare attuazione ai piani di risanamento o la rimozione collettiva dei componenti degli organi di amministrazione e controllo e di uno o più componenti dell'alta dirigenza – e, nei casi più gravi, disporre l'amministrazione straordinaria al fine di rimuovere le irregolarità riscontrate e promuovere soluzioni utili nell'interesse dei depositanti, ovvero quanto è stato fatto oggi.

Se la situazione di crisi non appare altrimenti superabile, nei confronti della banca può essere disposta la riduzione del valore delle azioni e degli altri strumenti computabili nel patrimonio di vigilanza o la conversione di questi ultimi in capitale; se ciò non consente di superare la situazione di crisi, può essere avviata la procedura di risoluzione o quella di liquidazione coatta amministrativa. Compito dei commissari nominati oggi dalla Bce è prendere "misure per ripristinare l'adeguatezza dei livelli di capitale" e riportare alla Bce "in maniera continuativa".

Agi News