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Si dimette il ceo Neumann: cosa sta succedendo a WeWork

Bella ma fragile. WeWork, la società che gestisce spazi di coworking, in pochi giorni ha rimandato l’Ipo e perso il suo ceo. Adam Neumann, fondatore della società, si è dimesso. Troppe le pressioni dopo lo slittamento della quotazione. Troppo fredda l’accoglienza degli investitori, nonostante un prezzo scontato rispetto alla valutazione in sede privata.

WeWork, prima persona singolare

Adam Neumann resterà presidente non esecutivo, mentre la poltrona di ceo è stata ceduta in coabitazione ad Artie Minson, ex direttore finanziario, e Sebastian Gunningham, ex vice-presidente del cda. Il motivo dell’addio è tutto in una frase del fondatore: “Nonostante il business non sia mai stato così forte, nelle ultime settimane l’attenzione nei miei confronti è diventata una distrazione significativa”. Mi tiro indietro per cercare di salvare la quotazione. L’organizzazione societaria è stata infatti uno dei punti che più hanno sollevato perplessità.

I documenti inviati alla Sec lo scorso agosto in vista dell’Ipo, affermavano che il ruolo di Neumann è “determinante”, che “i futuri successi dipendo in larga parte” da lui. E che, anche per questo, “controllerà la maggioranza dei diritti di voto”. Insomma: “We” Work, ma “io” decido. L’approccio dell’uomo solo al comando non è detto che sia un male per le casse di una compagnia (vedi Mark Zuckerberg). Ma negli ultimi tempi, è stato valutato dagli investitori come un fattore di rischio (vedi le fibrillazioni causate dall’instabilità di Elon Musk). Non basta questo per rimandare un’Ipo, ma è stato un di sicuro un fattore. Defilandosi, con tutta probabilità spinto dalle pressioni dei grandi azionisti come SoftBank, Neumann crea un’intercapedine tra il controllo (che al momento resta saldo) e la guida della compagnia (che abbandona). Una mossa per rendere WeWork più appetibile, l’unica possibile nell’immediato. Per riparare le altre crepe, non bastano poche ore e un cambio di ruolo.

Da zero alla conquista di Manhattan

WeWork ristruttura edifici, li trasforma in uffici privati o da condividere e li affitta. Un coworking dotato di grande appeal, grazie a sedi di design piazzate in zone prestigiose. Per capire con quanta velocità si sia allargato WeWork, ancor più dei bilanci basta questo dato: nel 2010 non esisteva, nel settembre 2018 è diventata l’entità privata che occupa più spazio a Manhattan. Fino ad allora era stata JP Morgan. Tutto era partito da un edificio di un solo piano in Grand Street, nel quartiere di Soho. Oggi, tra già aperte o in arrivo, la rete di WeWork conta 834 sedi in 126 città. Stanno arrivando anche in Italia, a Milano: cinque edifici in centro. Il primo in via Turati, a dicembre. Prezzi: per un ufficio privato, pensato per le compagnie, serve qualche migliaio di euro al mese. Per piccole società e liberi professionisti una scrivania costa quanto una stanza in affitto: 550 euro euro per un posto fisso, 400 per uno mobile.

La picchiata dopo i 47 miliardi

L’espansione ha fatto lievitare la valutazione della compagnia. WeWork ha raccolto oltre 12 miliardi di dollari, da – tra gli altri – SoftBank, Benchmark, T. Rowe Price, Fidelity e Goldman Sachs. Nell’ultimo investimento dello scorso gennaio ha raggiunto una valutazione superiore ai 47 miliardi. Come già successo con Uber e Lyft, altri due unicorni arrivati a Wall Street nel 2019, il percorso verso la borsa è stato complicato. WeWork, infatti, avrebbe ridimensionato (di molto) le aspettative, ambendo a una valutazione in sede di Ipo meno che dimezzata, tra i 15 e i 20 miliardi. Non è bastato, tanto che adesso il prezzo sarebbe ancora più basso. Le perplessità sono molte: un fondatore che mantiene grande controllo; un cassa che brucia dollari a grande velocità; il fatturato cresce, ma la perdita netta continua a sprofondare, senza che il modello scelto dal coworking offra garanzie per il futuro.

I conti di WeWork

Come sempre accade, un quadro finanziario più chiaro emerge solo quando le società inviano alla Sec i documenti richiesti prima della possibile Ipo. WeWork (o meglio The We Company, la società che la controlla) lo ha fatto ad agosto, rivelando uno scenario dove prevale un colore: il rosso. Nel 2018, il business dei coworking ha perso 1,6 miliardi di dollari, quasi il doppio dell’anno prima. Nei primi sei mesi del 2019, il passivo sfiora i 690 milioni, ma le perdite operative (un indice che suggerisce quanto sia sostenibile l’azienda) è stata di 1,37 miliardi di dollari. Colpa delle spese, lievitate a 2,9 miliardi, il doppio del primo semestre 2018. Non basta aver raddoppiato anche il fatturato, arrivato tra gennaio e giugno a 1,53 miliardi.

Spese lunghe, affitti brevi

Alle giovani società è concesso un passivo, anche pesante, a patto che mostrino capacità di sopportarlo e prospettive di crescita. Il fatturato dimostra che WeWork sa crescere e attrarre clienti: a giugno, i posti disponibili nei suoi coworking erano arrivati a 604.000, il doppio rispetto a un anno prima. E 527.000 erano già occupati. Preoccupano però altri numeri. La società ha 2,5 miliardi pronti all’uso, ma brucia tantissima cassa (2,36 miliardi tra gennaio e giugno) e ha quindi bisogno di continue iniezioni di denaro. Il dubbio è che questo sistema non sia sorretto da fondamenta equilibrate. Da un lato, infatti, ci sono spese importanti (come quelle per affitti e ristrutturazioni degli edifici) e prestiti da ripagare spalmati negli anni. Dall’altra, gli incassi arrivano dal noleggio di uffici e scrivanie che vengono decisi mese dopo mese o (nel caso delle aziende) qualcosa di più. Spese certe di lungo periodo (WeWork ha già sulla groppa 22 miliardi di debiti) si confrontano quindi con incassi incerti nel breve. È vero che il settore del coworking promette di crescere anche nei prossimi anni e che WeWork è leader del mercato, ma qualche contratto in meno potrebbe pesare su una società che non può permettersi di rallentare.

Tra prestiti e SoftBank

The We Company ha fatto sapere in una nota che “valuta con estremo favore l’imminente Ipo” e ritiene che “sarà completata entro la fine dell’anno”. Nel comunicato in cui ringraziano Neumann per i lavoro svolto, i nuovi co-ceo Minson e Gunningham affermano che valuteranno “la tempistica ottimale di un’Ipo”. WeWork avrebbe quindi solo preso tempo, ma nessun passo indietro. Ci sarebbero almeno 6 miliardi di buoni motivi che spingono verso la borsa, tanti quanti i dollari che la società potrebbe veder sfumare se la tirasse troppo per le lunghe. La compagnia avrebbe sottoscritto un accordo per un maxi-prestito con un gruppo di banche.

A condizione però che si quoti entro la fine del 2019. Certo, non sono soldi che dovrebbe restituire, ma se l’Ipo slittasse al 2020, WeWork dovrebbe trovare altrove 6 miliardi di dollari. E vista la velocità con cui brucia cassa, ne avrebbe molto bisogno. In direzione contraria, però, va un grande azionista: SoftBank e il suo Vision Fund. I giapponesi sono gli investitori che, a gennaio, hanno fatto schizzare la valutazione a 47 miliardi. Hanno quindi pagato salatissima una quota di WeWork. Approdare in borsa con una valutazione molto più bassa costringerebbe SoftBank a registrare una perdita secca. Ecco perché la società non avrebbe fretta. Meglio rimandare, in attesa di uno scenario più favorevole, senza Neumann. Tra i soggetti che avrebbero voluto alleggerire il peso dell’ex ceo, SoftBank è infatti il principale indiziato. Anche perché c’è un precedente. Quando la società nipponica entrò in Uber pretese la testa del fondatore Travis Kalanick.

Domino in Giappone (e a Wall Street?)

Uber e WeWork sono, al momento, due grane per SoftBank. La prima, dopo essere stata conquistata a colpi di miliardi, non brilla in borsa. La seconda a Wall Street non ci è neppure arrivata. Due problemi che potrebbero generare un piccolo domino nel piano d’investimenti nipponico. Dopo il primo fondo Vision, con una dotazione da 100 miliardi di dollari, SoftBank sta perfezionando il secondo, un gemello. I due principali contributori dovrebbero essere il fondo sovrano saudita e quello di Abu Dhabi, che in Vision I hanno messo 45 e 15 miliardi.

Secondo Bloomberg, però, starebbero riconsiderando la propria posizione. Non un disimpegno, ma un alleggerimento, a quanto pare indotto dai dubbi sollevati dagli investimenti in WeWork e Uber. Se i due fondi sovrani si tirassero indietro, non sarebbe un bel segnale. E non solo per qualche miliardo perso (da cercare altrove), quanto perché i potenziali investitori potrebbe iniziare a nutrire qualche dubbio su una scommessa da 100 miliardi. Soprattuto se, dopo Lyft, Uber e WeWork, passasse la moda di presentarsi a Wall Street in (profondo) rosso.    

Agi

Google avrebbe raggiunto la “supremazia quantistica”. Cos’è e cosa vuol dire

Google ha annunciato di aver costruito un computer quantistico in grado di risolvere calcoli più velocemente del più potente computer oggi in commercio. È la prima volta che accade. Chi ha avuto modo di leggere un documento apparso venerdì e poi rimosso dal blog ufficiale del motore di ricerca, ha letto che il processore sviluppato dei ricercatori di Mountain View avrebbe risolto in 3 minuti un calcolo che il Summit di Ibm, attualmente la macchina più potente al mondo, avrebbe potuto risolvere in non meno di 10.000 anni.

La società avrebbe così ottenuto per la prima volta quella viene chiamata la “supremazia quantistica”, cioè la capacità di un processore quantistico di risolvere problemi altrimenti non risolvibili se non con calcoli che necessitano tempi di elaborazione enormi: “Questo esperimento rappresenta il primo calcolo computazionale che può essere risolto solo da un processore quantistico”, si leggeva nel documento.

Google a distanza di 24 ore dalla messa online del documento non ha smentito la notizia che il Financial Times è riuscito a dare prima il documento fosse rimosso. Ma che la società fosse vicina alla supremazia quantistica era qualcosa di cui molti erano già piuttosto certi. Ora manca ancora l’ufficialità, come manca la validazione della comunità scientifica. Ma oggi è lecito pensare che quello che fino a qualche anno fa era poco più di un progetto teorico, cioè che fosse possibile creare un computer con la logica della fisica quantistica e non con quella della fisica classica, oggi sia una realtà.

“La notizia è da accogliere con cauto ottimismo. Quello che lascia intendere però è che ci sono le condizioni per la supremazia quantistica”, commenta ad Agi Raffaele Mauro, managing director di Endeavor Italia. “Da quello che risulta dal paper di Google, sembra che il il computer quantistico sia stato in grado di risolvere un problema di complessità enorme in duecento secondi. Questo però non vuol dire che possa risolvere tutte le tipologie di problemi. E ovviamente nemmeno che a breve avremo personal computer quantistici”.

 

Cos’è un computer quantistico e come funziona

Un computer quantistico usa le leggi della meccanica quantistica per fare i calcoli e risolvere problemi. Se i computer classici hanno come unità fondamentale il bit e la logica binaria (fatta di successioni di 0 e 1), i computer quantistici hanno il qubit, che grazie alla sovrapposizione di strati quantistici possono ‘essere’ 0 e 1 contemporaneamente, in strati diversi. Il numero di stati che può rappresentare un qubit è enormemente superiore ai due stati 0 e 1. Mettendo insieme più qubit il numero di stati possibili elaborati nel tempo aumenta enormemente.

Un esempio: immaginate di cercare la parola ‘quantistico’ in un documento. Anche se non ce ne accorgiamo, il computer classico procede riga per riga a cercare quella parola. E la trova un numero x di volte in un’unità di tempo. Il computer quantistico è come se avesse davanti tutte le pagine del documento contemporaneamente, su ‘strati’ diversi, riducendo di molto i tempi di risoluzione dell’operazione richiesta. Questa capacità, che può risultare non fondamentale nella ricerca di una parola nel testo, può esserlo se il problema da risolvere è molto più grande. Come il calcolo risolto dal computer di Google.

Un altro modo per immaginare un qubit – secondo un fisico intervistato da Wired – è la sfera: se i bit classici possono essere in due posizioni della sfera, i poli opposti, un qubit è come se rappresentasse tutti gli stati della la superfice della sfera nel suo complesso contemporaneamente. 

 

Storia dell’idea di un computer quantistico

“L’idea di un computer quantistico nasce negli anni 80. Alcuni fisici e matematici hanno cominciato a chiedersi: siamo nell’era dell’informazione, ma come sarebbe un computer in grado di seguire le logiche della fisica quantistica invece che quelle della fisica classica?”, ricorda Mauro, che al tema ha dedicato alcune pubblicazioni. Cominciano i primi esperimenti. “Negli anni 90 vengono scritti i primi algoritmi che potrebbero essere risolti sfruttando logica e potenza di computer quantistici”. Siamo ancora nel campo delle ipotesi. “Poi nel 2000 comincia la competizione vera dei gruppi di ricerca, pubblici e privati. Nascono le prime startup che costruiscono i circuiti quantistici. I qubit non sono più roba teorica. Nell’ultimo decennio i primi computer e una sfida che ora coinvolge le più grosse società informatiche al mondo. L’annuncio di Google sembra aver posto fine a questa sfida. E aperto una nuova era”.
 

Cosa succede ora?

Ma cosa può succedere ora? “Il problema che hanno risolto potrebbe avere nell’immediato qualche implicazione nei processi di ottimizzazione e nella crittografia. I problemi di ottimizzazione sono molto diffusi nell’industria e nella finanza, dalla logistica all’analisi dei dati. Immagino implicazioni nel lungo periodo nel machine learning (apprendimento delle macchine). Ma nel breve termine potrebbero essere risolti problemi complessi di chimica, o simulare nuovi materiali, farlo coi computer quantistici sarebbe interessante perché simulano sistemi quantistici loro stessi. Potrebbero arrivare da queste ricerche nuovi farmaci, per esempio”, ipotizza Mauro

Eppure difficile pensare che domani avremo un computer quantistico in casa: “La cosa più verosimile è che questi servizi per ora saranno accessibili nel cloud. Amazon, Google e Microsoft nel prossimo periodo potrebbero erogarli da lì”. In che modo? “Magari un’azienda ha bisogno di trovare un materiale per costruire qualcosa. Sarebbe un caso di problema complesso da risolvere: trovare il materiale perfetto per un compito particolare. L’azienda potrebbe non avere un computer quantistico suo ma allacciarsi al cloud, immettere i dati e fare in modo che il cloud computing li elabori. Ma per i consumatori diretti al momento non vedo molte possibilità di averne uno”, continua Mauro. “Anche perché si tratta di tecnologie costosissime, che lavorano a temperature vicine allo zero assoluto”. Insomma, c’è da aspettare.

 

Il contributo dell’Italia

Stati Uniti, Cina e Europa hanno già da qualche anno cominciato a creare delle istituzioni dedicate al quantum computing. E l’Italia sta facendo la sua parte: “Il nostro paese in questo momento ha molti svantaggi, ma note di primo livello: una scuola di fisica molto buona, con il primo centro italiano di quantum computing creato dalla collaborazione tra ICPT, Sissa e Università di Trieste, oppure le ricerche condotte da alcuni ricercatori del Cnr di Milano. Ma anche manager di primo livello, come Simone Severini che è il capo del Quantum computing di Amazon”, conclude.

Agi

Le banche centrali alla prova della crisi. Cosa c’è in ballo a Jackson Hole

Dal 22 al 24 agosto i banchieri centrali di tutto il mondo si riuniranno a Jackson Hole, nel Wyoming, per il tradizionale appuntamento che da 35 anni serve a fare il punto sul futuro dell’economia mondiale. Fed, Bce, Boe e Boj fin dallo scorso luglio si sono messe il casco da pompiere e si dicono pronte a spegnere l’incendio, quindi a mettere in campo tutte le strategie possibili contro il rallentamento dell’economia globale.

Tra fine luglio e agosto i timori di recessione sono cresciuti, estendendosi a macchia di leopardo in tutto il globo e in Europa. Dalla contrazione del Pil della Germania all’inversione negli Usa della curva dei rendimenti a dieci e due anni, si sono accese molte spie rosse. Il simposio sarà una tappa intermedia in vista dei futuri appuntamenti: i partecipanti saranno ansiosi di ottenere nuovi indizi da Jerome Powell sul pensiero del Fomc in vista della riunione di metà settembre. 

La Bce a settembre riarmerà il bazooka

A fine ottobre Mario Draghi terminerà il suo mandato e lascerà il testimone alla francese Christine Lagarde. A sorpresa il 15 agosto il presidente della Banca di Finlandia, Olli Rehn, uno dei ‘falchi’ del consiglio direttivo della Bce, ha giocato d’anticipo, facendo sapere che l’istituto di Francoforte riprenderà in mano il bazooka fin dalla prossima riunione del 12 settembre, varando un piano di stimoli molto più sostanzioso di quello atteso dai mercati.

Le misure allo studio sono diverse e sicuramente quelle di maggiore impatto sui mercati riguarderanno i nuovi tagli dei tassi di interesse e l’avvio di un Qe2 (potrebbe ammontare a 50 miliardi), cioè un nuovo programma di acquisto titoli, che farebbe seguito al Qe1 ritirato alla fine dello scorso anno. L’altra novità, molto attesa dai mercati, riguarda le modifiche di alcuni limiti del precedente piano di acquisti (il limite del 33%, riferito ai titoli con vita residua da 1 e 30 anni dovrebbe essere alzato intorno al 50%).

Cosa farà la Fed sui tassi?

Lo scorso 31 luglio la Federal Reserve, dopo 10 anni di pausa, ha ripreso a tagliare i tassi Usa, che ora sono tra il 2% e il 2,25%. Sul futuro però Jerome Powell non è stato chiaro: prima afferma che quello deciso a fine luglio “non è l’inizio di una lunga serie di tagli” ma rappresenta “un aggiustamento di metà ciclo economico”. Poi corregge il tiro: “Permettetemi di essere chiaro. Ho detto che non è l’inizio di una lunga serie di tagli dei tassi. Non ho detto che è solo uno o qualcosa del genere”, spiega. Insomma prima chiude e poi apre a più tagli dei tassi Usa, che probabilmente quest’anno saranno altri due. Ma secondo gli esperti l’unica chiave per evitare il peggio è annunciare una tregua tariffaria con la Cina: anche un taglio di altri 50 punti base non sarebbe sufficiente a contrastare una spirale discendente del commercio e del caos valutario, dicono gli economisti. 

La Bank of England taglia le stime

La riunione della Bank of England del 1 agosto ha confermato le attese del mercato, lasciando i tassi fermi allo 0,75%. La Boe ha anche tagliato le stime di crescita: si stima un aumento del Pil dell’1,3% nel 2019 e nel 2020, contro un +1,5% e +1,6% precedente. Da agosto 2018, il costo del denaro nel Regno Unito è stabile. La politica monetaria della Banca d’Inghilterra è strettamente legata allo scenario della Brexit. Nel caso in cui il 31 di ottobre dovesse palesarsi una ‘hard Brexit’ la Boe sarà costretta a intervenire pesantemente a sostegno dell’economia britannica, con un ampliamento del Qe.

La Banca del Giappone rimane ultra-accomodante

Lo scorso 30 luglio la Banca centrale del Giappone ha rinnovato la sua politica monetaria molto accomodante e ha lasciato i tassi d’interesse invariati, nonostante la debolezza dell’inflazione e le tensioni commerciali con gli Usa. La Banca del Giappone non dovrebbe rivedere la sua politica già oggi ultra-accomodante, piuttosto, secondo gli esperti, l’Istituto di Tokyo potrebbe mettere in atto altre opzioni, come riaccelerare gli acquisti di obbligazioni. 

Agi

Dopo il fatto in casa, ecco il derivato di serie: cosa sapere su Emui 10 di Huawei

Due prodotti, la stessa filosofia. Dopo aver presentato il sistema operativo fatto in casa (HarmonyOS), Huawei ha lanciato la sua nuova versione di Android: Emui 10. Non è certo una sorpresa: il gruppo ha ribadito più volte che la collaborazione con Google (di cui Emui è figlio) è l’opzione preferita, tanto che HarmonyOS rivolge per il momento lo sguardo altrove (smart speaker e smartwatch).

Due strade, lo stesso orizzonte

In attesa che il quadro si schiarisca, Huawei procede lungo due tracce parallele. Non si toccano ma sono molto simili, come gli slogan con cui sono stati presentati i due sistemi operativi. Se HarmonyOS doveva rispondere a “un’esperienza intelligente su tutti i dispositivi e in ogni scenario”, la nuova versione di Emui punta a “permettere una ‘smart live’ in ogni scenario”. Praticamente la stessa cosa. Che sia un sistema operativo fatto in casa o derivato di Android, l’obiettivo di Huawei non cambia: si punta a far dialogare con meno attrito possibile più dispositivi. Il gruppo ha sottolineato in una nota che il futuro sarà caratterizzato da dispositivi intelligenti diversi e, di conseguenza, le loro applicazioni sono destinate a intersecarsi, se non a fondersi: “Gli utenti devono avere la stessa esperienza e l’accesso allo stesso servizio con qualsiasi dispositivo, indipendentemente da dove si trovino. Di conseguenza, gli sviluppatori devono affrontare grandi sfide nell’adattamento multi-dispositivo”.

Arriva la modalità “dark”

Oltre ai ritocchi grafici tipici di ogni nuova versione, la funzione che forse fa meglio cogliere questo aspetto riguarda chiamate e videochiamate, che potranno essere effettuate non solo da smartphone ma anche dagli altoparlanti intelligenti. Tra le funzionalità che ambiscono a un maggiore dialogo tra dispositivi c’è il mirroring. In pratica, quello che compare sul display dello smartphone sarà utilizzabile come fosse un pc, tramite collegamento wireless. Arriva, sull’onda della tendenza che la sta portando ovunque, anche la modalità “dark”, cioè scura per le ore notturne e per far riposare gli occhi. In attesa di testare il sistema operativo con mano, Emui 10 promette di essere più veloce rispetto al suo predecessore e di avere un consumo energetico inferiore. La versione beta sarà testata su P30 e P30 Pro dall’8 settembre. I primi smartphone Huawei ad arrivare in commercio con la nuova versione definitiva saranno i nuovi dispositivi della gamma Mate.

Un messaggio a Google (e a Trump)

La presentazione di Emui 10 è stata anche l’occasione per diffondere alcuni numeri: il sistema operativo di Huawei derivato da Android ha 500 milioni di utenti attivi ogni giorno, in 216 Paesi e in 77 lingue. Le statistiche mostrano tassi di aggiornamento del 79% per di Emui 8.0 e dell’84% per Emui 9.0. Gli utenti che aggiorneranno con la versione 10 dovrebbero essere circa 150 milioni. Informazioni come queste non sono un’anomalia. Nel contesto in cui vengono pronunciate, però, potrebbero essere un messaggio. Mezzo miliardo di utenti attivi vuol dire (al netto delle metriche differenti) avere un bella fetta dei 2,5 miliardi di dispositivi su cui gira Android (dato reso pubblico da Google lo scorso maggio). Non è un messaggio ostile, anche perché il nemico non è Mountain View (che dalla rottura con Huawei ci perderebbe). Il gruppo di Shenzhen ha parlato di “atteggiamento cooperativo e aperto”. Due aggettivi che si rivolgono agli sviluppatori, ma vanno dritti negli Stati Uniti.  

Agi

“Vi racconto cosa vuol dire investire in una società di Elon Musk”

Chi ha investito nelle società di Elon Musk deve badare alle prospettive, ai fondamentali finanziari e a quelli delle proprie coronarie. “È un genio, anche se alcune sue uscite possono essere non adeguate”. Marco Valta sa cosa vuol dire perché ha puntato su Space X. Come ha fatto anche con Lime, AirBnB, la fintech Revolut, Snap prima che si quotasse.

Da BravoAvia ad AirBnB

Laureato in economia e commercio, un master a Berkeley, Valta è partito da imprenditore, fondando BravoAvia e vendendola a Bravofly. Poi è passato agli investimenti, puntando su circa 80 società e realizzato 17 exit negli ultimi sei anni. Ha creato un portafoglio fatto di early stage (cioè di investimenti su startup ai primissimi passi) e round più maturi. I primi sono più rischiosi, ma hanno ritorni potenzialmente molto maggiori. “Serve più intuito”. I secondi tendono ad avere rischio minore, ma richiedono una “quota d’ingresso” più onerosa, come quella sborsata per entrare in AirBnB quattro anni fa. In entrambi i casi, “sono fondamentali il network e il passaparola”.

Space X: investire su Elon Musk

Il miliardario americano, specie quando si è parlato di Tesla, ha regalato agli investitori gioie e sudori freddi. È stato più cauto, fino a ora, su Space X: “Se si guardano i pro e i contro di una società di Musk – spiega Valta – credo lui possa essere inserito in entrambi. È l’imprenditore più geniale del nostro tempo ma implica anche degli inconvenienti”. Non solo per le sue uscite social poco ortodosse o per le promesse che sparano in alto. Un investitore, spiega Valta, deve chiedersi: “E se succedesse qualcosa a Musk?”.

In società così legate alla figura di chi le guida, “perdere la sua vision potrebbe essere un fattore di rischio”. Meglio, allora, scavare e andare oltre Musk. “Ho puntato su Space X perché credo nel progetto. Ho avuto modo di conoscere ex founder di Paypal e altri investitori che stavano scommettendo sulla società e mi hanno fatto appassionare. I manager stanno costruendo un’azienda che si basi su diversi canali di revenue (dall’esplorazione spaziale ai satelliti) e si autosostenga”.

Lime e il futuro dei monopattini

Tra le scommesse di Valta in corso c’è quella in Lime, una delle società – assieme a Bird – che ha smosso il mercato dei monopattini elettrici in condivisione. Da Uber a Lyft fino a Ford: sono molte le società accorse per intercettare la spinta di quelli che in Usa chiamano “scooter”. Settore ad alto potenziale o bolla? “Credo che ci sarà una regolamentazione, perché i monopattini non possono essere lasciati ovunque. Dal punto di vista del business, mi spaventa il fatto che non c’è bisogno di grossi asset. Chiunque oggi raccolga capitale può lanciare una flotta con il suo software e arrivare sulle strade. Diventerà un gioco di acquisizioni. Reggerà chi si muoverà in modo più veloce, mentre chi non raccoglierà capitale sparirà”.

Da Snapchat ai nuovi social privati

Un altro investimento, più maturo, di Valta è stato quello in Snap, la società che ha portato in borsa Snapchat. Arrivata a Wall Street con promesse esorbitanti, dopo un’Ipo trionfale è colata a picco, un po’ per l’incapacità di generare profitti e un po’ perché Instagram e Facebook hanno importato la sua principale innovazione: i messaggi a scomparsa, le Storie. Valta ha evitato il tracollo post-Ipo perché ha venduto prima. “Da investitore il rischio del mercato non rientra nelle nostre competenze. Quando una società si quota o viene acquisita, creiamo liquidità”. Snap, quindi, è stato un affare: “Abbiamo realizzato un ottimo ritorno”.

Oggi il mercato è tornato a scommettere sul social guidato da Evan Spiegel, non si sa se più attratto da un conto economico non più così rosso o ingolosito dal prezzo di saldo. Snapchat è stato schiacciato da Zuckerberg, ma Valta è convinto che “ci sarà altro che farà diventare vecchio anche Instagram. Se me lo avessero chiesto quattro o cinque anni fa non avrei rinunciato a Facebook, oggi credo che potrei farlo. Zuckerberg ha detto che i social saranno sempre più ‘privati’. E questo vuol dire meno condivisione. È ancora presto per dire se diventeranno dei trend, ma negli Usa ci sono app che vogliono creare delle piccole community, costituite dai propri familiari o da un gruppo di amici”.

La presenza di un attore dominante, come Facebook nei social, non sarebbe un limite per un investitore. Tutt’altro. In un panorama in cui poche grandi società si espandono fino a includere settori lontani da quello originario (basti pensare ad Amazon con il food delivery o AirBnB con i viaggi), ci sono “grandi opportunità, perché – sottolinea Valta – se crei un servizio fatto bene e specifico che possa essere integrato, per le grandi società è meno costoso comprarlo che svilupparlo internamente. Anche perché non si acquisisce solo il servizio, ma anche le competenze, il team e gli utenti”.  

Investire è (anche) questione d’età

Metà del portafoglio di Valta è investito negli Stati Uniti e circa un terzo in Europa. Due universi che restano distanti: “In Silicon Valley c’è una propensione al rischio diversa. Il mercato statunitense è gigantesco, con una sola lingua e un marketing unico fatto per cinquanta Stati. Trovi fondi e startup che ti propongono moltissimi servizi, ci sono distretti dove trovi le professionalità capaci di farle crescere. La controparte è nei costi e nella maggiore concorrenza. Dal punto di vista delle competenze, ad esempio, l’Italia è uno dei mercati più interessanti”.

La distanza non è solo questione di risorse: “Spesso si vedono idee anche molto buone che però devono scontrarsi con la dimensione del mercato. Se è destinato solo all’Italia, quanto potrà crescere? Questo limita tantissimo gli investimenti”. Nel nostro Paese, poi, si aggiunge un altro fattore: “Credo ci sia una grossa differenza generazionale”, afferma Valta, che è un under 40. “Chi oggi ha le mani sul capitale appartiene a una generazione che, nella maggior parte dei casi, non ha propensione sufficiente a investire nel digitale. Se poi non lo fa in maniera professionale, c’è il rischio di essere attratti da chi fa un pitch migliore anche se sotto non c’è sostanza. È vero che il digital ti permette di scalare più velocemente, ma bisogna pur sempre creare un’azienda”.

Le nuove tendenze

La sfida di un investitore, come sempre, è quella di intercettare le tendenze prima che si consolidino. Quali sono quelle all’orizzonte? “Computer vision e realtà aumentata saranno un grosso trend”, afferma Valta. “Oggi se guardiamo le applicazioni di mappe, vengono fatte in 2D. Siamo ancora dei punti sulla cartina. Ci sarà una grossa innovazione con l’utilizzo della fotocamera che permetterà di collocarti in un luogo con la realtà aumentata in 3D. Oppure potrò fotografare delle scarpe e vedere subito il link per comprarle. L’altro grande trend è tutto quello che è analisi dei dati. È fondamentale per ogni azienda. Sapere cosa vuole un consumatore e cosa posso offrirgli permette di canalizzare tutto in modo vincente”.

Agi

Cosa ci aspetta con la procedura di infrazione 

La Ue ha deciso di raccomandare ai governi europei l’avvio per l’Italia di una procedura per deficit eccessivo causata dal mancato rispetto della regola del debito, un percorso mai applicato prima. Finora Bruxelles è intervenuta solo per raccomandare semplici procedure per deficit eccessivo. Il criterio del debito, aggravato dalla mancata riduzione del deficit strutturale, rischia di metterci nella scomoda posizione di “sorvegliati speciali” per un lungo periodo di tempo. Ma cosa succederà ora?

L’Italia avrà un mese di tempo per negoziare con Bruxelles

A partire da oggi per l’Italia si apre una ‘finestra’ di circa un mese per trattare con Bruxelles e dimostrare buona volontà. In pratica i governi europei avranno tempo fino a luglio per decidere sulla raccomandazione ‘tecnica’ della Commissione.

Più nel dettaglio essi dovranno esprimersi sulla necessità di aprire o meno una procedura di infrazione sul debito. Il primo gradino è il pronunciamento del Comitato economico e finanziario, l’organismo che raggruppa i direttori generali dei vari ministeri delle Finanze. Della questione discuteranno i ministri delle Finanze dell’area euro e della Ue nel doppio appuntamento Eurogruppo-Ecofin del 13 e 14 giugno a Lussemburgo, ma la sede in cui i governi prenderanno una decisione è quella dell’Ecofin, del 9 luglio, a cui spetta la parola finale sull’avvio della procedura.

Nel frattempo il nostro governo dovrà proporre misure concrete per ridurre il deficit strutturale. Un atto di buona volontà sarebbe una manovra correttiva che anticipi la legge di Bilancio per il 2020 che vedrà la luce entro fine anno. Un’altra richiesta potrebbe essere quella di rinviare tutto a settembre, in presenza di impegni aggiuntivi del nostro governo.

Il commissario Ue, Pierre Moscovici, ha già detto che la Commissione europea può cambiare la sua posizione sulla possibile procedura di infrazione contro l’Italia qualora emergessero nuovi elementi. “La mia porta è sempre aperta”, ha spiegato precisando che tocca all’Italia indicare la strada per evitare la procedura. La trattativa potrebbe anche prolungarsi fino a fine anno, oppure prendere un brutta piega già in estate, nel caso in cui non si arrivasse a un accordo.

Avvio ufficiale della procedura di disavanzo eccessivo causata dal debito

Si tratta di un percorso inedito, mai applicato a nessun altro Paese europeo, che prevede vari step. In primo luogo uno status di ‘sorvegliato speciale’ per l’Italia, con ispezioni ogni tre-sei mesi per verificare che le azioni richieste per rientrare dalla “deviazione significativa” siano effettivamente messe in pratica.

Il governo italiano e Bruxelles dovranno quindi concordare tempi e modi di un percorso di rientro dei nostri conti pubblici. La correzione, poiché riguarderà il debito e non il deficit annuale, dovrà dispiegarsi su un arco temporale di diversi anni, non meno di tre, o anche più a lungo. In caso di mancato accordo, di risultati insufficienti o addirittura di scontro, da Bruxelles potrebbe arrivare la richiesta di un nuovo piano di rientro.

In caso di ulteriore mancato accordo, dalla commissione arriverebbero altre raccomandazioni, stavolta più dure e sanzionatorie nei nostri confronti, tra cui l’obbligo di un deposito infruttifero, pari allo 0,2% del Pil (circa 3,5 miliardi di euro), convertibile in multa in caso di reiterata mancata correzione del disavanzo eccessivo.

Tra le sanzioni non è da escludere la sospensione dei fondi di coesione europei. In caso di ostinata inosservanza delle raccomandazioni, le sanzioni potrebbero crescere ulteriormente. 

Agi

Per un giornale guadagnare con Internet è possibile. Cosa insegna il caso del Guardian

La crisi dei giornali tradizionali innescata dal boom di Internet e dalla vasta disponibilità di informazione presente in rete porta con sè un gigantesco paradosso. Da una parte non c’è mai stata tanta domanda di informazioni, e quindi di lavoro giornalistico, come oggi. Dall’altra queste informazioni il pubblico è abituato ad averle gratis e, se si trova di fronte a un ‘paywall‘ (ovvero un contenuto online riservato agli abbonati), ha a disposizione parecchie alternative gratuite. La conseguenza è una competizione al ribasso dove il crollo degli utili degli editori si traduce in un taglio del costo del lavoro, il che va a detrimento della qualità dei contenuti disponibili sul web. 

I limiti del ‘paywall’

Trovare un modello di business sostenibile e compatibile con la rivoluzione digitale è da tre o quattro lustri il problema che attanaglia tutti gli editori. Il meccanismo del ‘paywall’ ha rivelato presto i suoi limiti. In primo luogo perché il presupposto è spingere chi non vuole spendere soldi per il cartaceo a investirli per leggere lo stesso articolo su un dispositivo, senza quindi offrire un contenuto originale e pensato su misura per la rete. In secondo luogo perché sono davvero poche le testate così prestigiose e così insostituibili da poter sperare di avere una sufficiente base strutturale di lettori online a pagamento. I primi esempi che vengono in mente sono i grandi quotidiani finanziari, come il Wall Street Journal e il Financial Times, che limitano peraltro al massimo gli articoli consultabili gratuitamente. 

Un caso unico

La notizia è che un giornale che è riuscito a trovare questo modello di business, senza ricorrere al paywall, c’è. È il britannico The Guardian, che ha annunciato di aver chiuso l’anno fiscale 2018-2019 con un utile operativo (ovvero il denaro guadagnato solo con l’attività editoriale, al netto di altre voci come, ad esempio, investimenti finanziari o immobiliari) di 800 mila sterline, dopo vent’anni di bilanci in rosso, con perdite definite “sostanziali”. 

Un risultato che è ancora più sorprendente se si va ad analizzare il bilancio nel dettaglio. Oltre la metà del fatturato, il 55%, viene generato dal sito, un traguardo che solo il Financial Times e pochissime altre testate possono vantare (Il 60% del fatturato del New York Times arriva ancora dal cartaceo). E le entrate pubblicitarie contano solo per l’8% del totale. Come detto, inoltre, i paywall non ci sono: tutta l’edizione online del Guardian è consultabile gratis. E allora? Alla fine di ogni articolo del Guardian trovate questo box.

Un libero invito a donare (con la possibilità di una sottoscrizione fissa e periodica) al quale hanno aderito abbastanza lettori da costituire oggi il 47% del fatturato. Un caso unico. Talmente unico da essere molto difficilmente replicabile. Per più di una ragione. 

Le ragioni di un successo

Prima di tutto, il Guardian è scritto in inglese, oggi lingua universale, e ha un’edizione internazionale distinta da quella britannica e pensata per i lettori residenti fuori dal Regno Unito, che costituiscono circa i due terzi del totale. Un obiettivo al quale Handelsblatt o Yomiuri Shinbun non possono certo aspirare. El Pais e Le Monde, che invece scelgono di offrire in abbonamento una versione digitale del cartaceo, comprensiva di supplementi, potrebbero forse provarci. Lo spagnolo si parla in quasi tutta l’America Latina e il francese in mezza Africa. Ma l’inglese è un’altra cosa.

La questione della barriere linguistiche spiega però solo una piccola parte dell’unicità del caso del Guardian. Ad aver reso, sovente a ragione, l’opinione pubblica diffidente nei confronti della stampa sono gli interessi che muovono i proprietari delle testate, raramente editori puri o privi di simpatie politiche.

Il Guardian, invece, può dirsi indipendente senza il timore di suscitare ironie, può permettersi davvero di affermare che “nessuno revisiona il nostro direttore”. La proprietà è di un trust che dal 1936 ne garantisce l’indipendenza. L’altra storica voce progressista della stampa britannica, The Independent (altro caso interessante: ha chiuso l’edizione cartacea e vive solo con l’online), nell’azionariato ha persino i sauditi

La lezione che vale per tutti

Ciò non vuol dire che The Guardian non abbia una linea politica: nato contiguo ai liberali, è poi diventato una testata di sinistra. Le critiche che i laburisti ricevono dal Guardian sono spesso però ancora più virulente di quelle che giungono dai quotidiani conservatori. Un altro aspetto da non sottovalutare, poi, è che The Guardian ha saputo fare autocritica dopo essere in parte caduto anch’esso, ai tempi dell’elezione di Trump, nel gioco della polarizzazione dove ogni elettore di destra finiva per essere infilato da molte testate liberal nel “cesto dei deplorevoli” di clintoniana memoria e, qualsiasi problema geopolitico sorgesse, era sempre e comunque colpa di Putin

Oggi, invece, anche il nazionalista più acceso difficilmente potrà negare che la serie di articoli sul fenomeno populista pubblicata nei recenti mesi o le inchieste di Tobias Jones dedicate all’estrema destra italiana sono tra i contributi più approfonditi e obiettivi mai pubblicati sull’argomento. Contributi che sono solo un piccolo risvolto di un’altra scommessa vinta.

Viene spesso detto che in rete la soglia d’attenzione è bassissima e che dopo 30 righe quasi tutti gli utenti vengono distratti da altro. Esiste però un altro tipo di lettore, quello che vuole i longform (formato che viene considerato improponibile sul web ed è invece tra i fiori all’occhiello della nuova strategia del Guardian), vuole contenuti che siano davvero di qualità, vuole percepire che dietro quel pezzo ci sia un lavoro strenuo di ricerca, documentazione e revisione, non un copia e incolla distratto e raffazzonato.

In poche parole, il lettore vuole vedere che il giornalista di turno ha lavorato, si è sforzato e lo ha fatto senza le direttive di un padrone. In tal caso, è persino disposto a pagarlo sua sponte. Ed è quest’ultima la lezione del Guardian che vale davvero per tutto il settore. 

@cicciorusso_agi

Agi

Cosa si stanno giocando gli editori di giornali con Apple News+

Da Adamo ed Eva a Biancaneve, la mela è il simbolo della tentazione. E spesso ha portato guai. Apple ha fatto un’offerta agli editori: entrare in News+, una Netflix dei giornali in cui gli utenti pagano un abbonamento per avere accesso a oltre 300 tra settimanali e mensili, quotidiani (tra cui Los Angeles Times e Wall Street Journal) e contenuti di testate online (tra cui TechCrunch e Vox). Dalle parti di Cupertino hanno tante buonissime ragioni per farlo. Non è invece ancora chiaro se sia un affare per gli editori. In molti, però, ci credono: secondo il New York Times (uno di quelli che ha detto di no), News+ avrebbe raccolto 200.000 iscrizioni nelle 48 ore successive all’evento di lancio, tenutosi il 25 marzo.  

Cosa ci guadagna Apple

I pro per Apple sono solari. News+ è un servizio che apre a un flusso di entrate tutto nuovo. È quello che serve alla Mela per far lievitare (assieme alla piattaforma di streaming Tv+ e all’abbonamento per videogiochi Arcade) i servizi, unico antidoto alla dipendenza da iPhone. I servizi non sono solo fonte di incassi freschi: sono più redditizi perché hanno margini più ampi dei prodotti; e sono costanti, perché non oscillano con le stagioni (al contrario degli smartphone, che decollano nell’ultimo trimestre dell’anno, tra cyber monday e feste di Natale).

 

Tim Cook (foto Afp)

Dal punto di vista finanziario, poi, la spartizione degli incassi (metà dell’abbonamento resta a Cupertino, l’altra metà viene distribuita agli editori) sembra davvero molto conveniente. L’altro vantaggio di Apple è rinsaldare il proprio ecosistema. Cupertino sa che l’iPhone, anche se dovesse riprendere quota, non guadagnerà fette di mercato. La concorrenza di prodotti efficienti a un prezzo inferiore, specie in alcuni mercati in via di sviluppo, è troppo forte. La società deve allora diventare una “boutique”. E per farlo non bastano i dispositivi più fascinosi del globo ma occorrono servizi esclusivi: Tv+, Arcade, Card e News+. L’obiettivo è far sì che l’ecosistema valga più della somma delle sue parti.

La scommessa degli editori

Il vantaggio per gli editori è, sostanzialmente, uno: accedere a un pubblico potenziale di oltre un miliardo di persone. Cioè raggiungere chiunque abbia un dispositivo Apple. Un’opportunità unica, che molti hanno deciso di afferrare, nonostante condizioni economiche (il fifty-fifty con la società guidata da Tim Cook) obiettivamente penalizzanti. La grande scommessa dei giornali è questa: raggiungere una platea nuova, che – ormai sono convinti – non riuscirebbero a conquistare altrimenti. La speranza è arrotondare anche in un altro modo: i contenuti (che non sono copie esatte di quelli cartacei ma versioni prodotte per News+, almeno per i giornali di spicco) hanno link che portano fuori dall’app, al sito della testata. Traffico fresco.

Gli editori non riceveranno dati e non ci saranno “tracciatori” che seguiranno i lettori altrove. Ma potranno comunque ricavare alcune informazioni e pubblicare sull’app offerte dei propri prodotti, come le newsletter. L’equilibrio, tra una cosa e l’altra, non è semplice. Il primo rischio riguarda la possibile erosione dei propri abbonati. Perché un utente dovrebbe pagare 39 dollari al mese (tanto costa un abbonamento al Wall Street Journal) quando per 9,99 dollari può avere quello e molto altro? Un lettore è un lettore, ma un abbonato diretto non vale quanto uno di News+: paga un prezzo più alto, che finisce tutto o quasi nelle casse dell’editore. Un abbonamento diretto è quindi molto più redditizio, non solo in termini economici ma anche di dati: indirizzi e informazioni che, con News+ di mezzo, non saranno fruibili.

Wsj e New Yorker: in cerca di equilibrio

I giornali entrati nella scuderia Apple devono quindi cercare di modulare un’offerta tale da conquistare nuovi lettori senza far migrare quelli attuali. È un po’ come offrire un all you can eat sperando che i clienti più esigenti continuino a ordinare alla carta. Le testate più prestigiose, forti di un maggiore potere negoziale, hanno spiegato che i propri contenuti non saranno tutte su News+.

Il Wall Street Journal – ha svelato la Cnn – affiderà all’applicazione “una selezione di notizie di interesse generale”. Tradotto: ci saranno articoli, video e interviste che non riguardano il vero valore aggiunto del giornale, cioè le notizie sui mercati finanziari. Per avere quelle o si va in edicola o ci si abbona. L’approccio è chiaro: tentiamo di guadagnare in modo nuovo da un pubblico nuovo perché siamo convinti che i lettori più affezionati sono disposti a spendere di più.

Cupertino, quartiere generale di Apple (Foto Afp)

 

Anche il ceo del New Yoker, Michael Luo, ha esposto le proprie ragioni in 13 tweet: brevi messaggi che spiegano quanto sia forte la consapevolezza che il patto con Apple sia un rischio, ritenuto però necessario. Luo ha sottolineato che “il miglior modo per accedere a tutti i contenuti è abbonarsi” al giornale e non a News+. Nell’all you can eat Apple sono inclusi il settimanale cartaceo (integrale), ma solo alcuni dei “10-15 pezzi che pubblichiamo online ogni giorno”. È convinto che “l’esperienza di lettura dell’edizione stampata è difficile da battere”. Due tweet, più di altri, chiariscono motivazioni e dubbi: “Siamo molto interessati ad ampliare la platea dei nostri lettori e speriamo che Apple News+ ci aiuti a farlo”. “Ma se vuoi supportare il nostro giornalismo, il modo migliore per farlo è abbonarsi” al New Yorker e solo al New Yorker. Insomma: ci è toccato farlo perché le alternative sono poche, sappiamo bene che potrebbe essere un problema.

Cosa si stanno giocando i giornali

Il rischio, per i giornali, non è solo economico. Ha a che fare con l’indipendenza. Ogni testata continuerà ad avere un proprio editore e una propria redazione, certo. Ma tra sé e i lettori avrà un intermediario: Apple. Il rapporto diventa meno diretto, anche per una questione tecnica. News+ raccomanda contenuti in base agli interessi dell’abbonato, mettendo insieme un giornale e un suo concorrente. L’esperienza di lettura diventa un mosaico. È più fedifraga: salta definitivamente quel “patto” tra giornale e lettore, perché a garantire e consigliare è Apple. Ed è sempre Apple a orientare la lettura. Nessun algoritmo è neutrale e non lo sarà neppure quello di News+, che promette comunque di fare abbondante uso di personale umano.

Privilegerà gli articoli ad alto impatto visivo o le notizie brevi, gli argomenti leggeri o quelli che contano davvero? Tra tanti dubbi, c’è una certezza: gli editori stanno cedendo parte della propria sovranità. Si appoggiano a una piattaforma che potrebbe diventare talmente potente da rendersi necessaria. A quel punto, i giornali sarebbero molto esposti alle scelte di Apple. Non è fanta-editoria: è già successo. I giornali hanno cavalcato Facebook perché dal social network arrivava traffico, da giocarsi con gli inserzionisti. Peccato che molti siti d’informazioni siano finiti nei guai quando il social network ha deciso di modificare l’algoritmo penalizzando le pagine per premiare le “interazioni autentiche”. Risultato: meno visibilità sulle bacheche, meno utenti che cliccano sui post, meno lettori sul sito.

Il caso di News+ è diverso perché si parla di un abbonamento, ma il precedente di Facebook racconta quanto sia rischioso affidarsi a una piattaforma tecnologica esterna. Soprattutto se il rapporto è di subordinazione. Oggi e per un bel po’ di tempo ancora (forse per sempre) News+ sarà una frazione marginale del giro d’affari di Apple. Modificare il servizio, ritoccarlo, rivoluzionarlo, cambiare prezzi e condizioni (come ha fatto Netflix) sarebbe quindi una mossa quasi indolore. Alla quale i giornali, che hanno margini assai più sottili, sarebbero praticamente costretti ad accodarsi.

Ma è colpa di Apple?

Sia chiaro però: mica Apple è il diavolo. Se ha avuto il potere di imporsi è per merito suo e demerito altrui. Ha le cassa piene e oltre un miliardo di utenti che usano i suoi prodotti. Dall’altra parte ci sono gli editori, che adesso si ritrova ad aggrapparsi a un salvagente calato da un’astronave perché non sono riusciti a costruirsi una scialuppa di salvataggio. Chi ha detto “no” lo ha fatto perché ha puntato per tempo su abbonamenti ed edizioni digitali: New York Times e Washington Post. Il Times ha raggiunto i 4 milioni di abbonamenti (3 dei quali digitali), che nell’ultimo trimestre 2018 sono cresciuti a un ritmo che non si vedeva dall’elezione di Donald Trump. Il giornale dice di aver ricevuto “forti pressioni da Apple”. Ma si è negato per avere “una relazione diretta” con i lettori: l’app, ha spiegato il ceo Mark Thompson, “confonde diverse fonti di notizie in miscele superficialmente attraenti”. 

Il Post (che alle spalle ha Jeff Bezos) ha oltre 1,5 milioni di abbonati per l’edizione digitale. E ha detto no perché l’obiettivo è “aumentare la base di abbonati”. Il Wall Street Journal, che di abbonati ne ha 1,7 milioni, sta invece tentando di trovare la giusta alchimia puntando sul suo essere un giornale specializzato. Una carta che Times e Post, generalisti, non potevano giocarsi. Tutti gli altri, come spiega il quotidiano di Washington, sono editori o troppo piccoli o “che hanno appena iniziato a costruire un business digitale”. Un modo gentile per dire che sono in ritardo. Hanno deciso di mordere la mela, sperando che non sia avvelenata.       

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Chi sono e cosa fanno le 10 imprenditrici italiane più cercate online

Sono stiliste, cuoche, influencer, fisiche e regine del rap. Sono tutte italiane, hanno fatto una fortuna con la loro professione e sono ricercatissime sul web. Chiara Ferragni è la regina indiscussa ma è in buona compagnia con Miuccia Prada, Sonia Peronaci ed Emma Marcegaglia, solo per citarne alcune.

Nella giornata in cui si celebra la donna SEMrush, una piattaforma SaaS per la gestione della visibilità online, rivela chi sono le 10 imprenditrici italiane più cercate on line a livello nazionale.

Chiara Ferragni

La più conosciuta imprenditrice digitale italiana è una delle donne più potenti del web di oggi. Chiara Ferragni senza dubbio occupa il primo posto della classifica. E’ nota soprattutto per la sua attività di blogger e influencer nel mondo della moda. Nata a Cremona il 7 maggio del 1987, frequenta il Liceo Classico Daniele Manin di Cremona e studia giurisprudenza all’università Bocconi, senza però terminare gli studi. Nel 2009 crea il blog The Blonde Salad, è il primo passo verso la notorietà. Grazie all’uso che fa dei social si afferma sempre di più come fashion blogger,  un’attività che si rivelerà molto proficua: nel 2014 fattura 8 milioni di dollari e nel 2015 più di 10. Nello stesso anno diventa oggetto di un caso di studio della Harvard Business School. Nel 2017 viene nominata dalla rivista Forbes “l’influencer di moda più importante al mondo”. Intanto fonda il suo brand “Chiara Ferragni” con cui amplia il suo impero.

Sofia Viscardi

Scrittrice e blogger, è una delle youtuber più seguite in Italia. Nata a Milano l’11 maggio 1998, Sofia frequenta ancora il liceo quando nel 2014 quando diventa famosa su YouTube grazie al suo canale, dove fa vlog (fusione delle parole inglesi video-blog) che raccontano la sua vita, i suoi problemi, il suo modo di vestirsi ed altro ancora. Oggi ha ben 750 mila iscritti al suo canale. Nel 2016 pubblica il suo primo libro “Succede”, che vende oltre 100 mila copie. Dal romanzo è tratto l’omonimo film del 2018. Nello stesso anno pubblica il suo secondo romanzo: “Abbastanza”.

Elisa Maino

Tra i giovani imprenditori italiani è la più piccola (ha 16 anni), ma vanta già 2 milioni di follower. Classe 2003, è arrivata al successo grazie a Musical.ly, un’applicazione che consiste nel cantare in playback le canzoni del momento. I video durano da 15 ai 60 secondi, tanto le basta per farsi conoscere: in meno di 2 anni diventa youtuber di successo e una delle prime 5 web star italiane. Elisa frequenta il Liceo Classico e ama il greco, ma il suo sogno diventare una conduttrice televisiva o partecipare ai suoi programmi preferiti: X Factor e Amici. Oppure, diventare medico.

Sonia Peronaci

Cuoca, blogger e scrittrice italiana conosciuta come la fondatrice del sito più “gustoso” in Italia: “Giallo Zafferano” che oggi vanta 65,4 milioni di traffico mensile, ed è conosciuto in tutto il mondo. Nata a Milano nel 1967 da padre calabrese di Catanzaro e madre di origine altoatesina, Sonia Peronaci inizia a cucinare nel ristorante del padre a 6 anni. Dopo aver lavorato in pub, villaggi turistici e come commercialista, apre con il marito il sito di cucina Giallo Zafferano.  Nel 2011 pubblica per Mondadori il libro “Le mie migliori ricette”, e nel 2012 pubblica per lo stesso editore un secondo libro, dal titolo “Divertiti cucinando”. Nel 2015 interrompe la collaborazione con Giallo Zafferano e lancia il suo nuovo sito.

Miuccia Prada

Non ha bisogno di presentazioni Miuccia Prada, una delle donne più ricche dell’Italia degli ultimi anni e senza dubbio una delle più conosciute a livello mondiale. Nipote di Mario Prada, insieme al marito, Patrizio Bertelli, ha guidato e trasformato Prada in una delle più blasonate case di moda del mercato internazionale. Nel 2018 è stata inserita nell’elenco di Forbes dei miliardari nel mondo con un patrimonio stimato di 3.2 miliardi, rappresentando il made in Italy nel gotha della moda internazionale.

Emma Marcegaglia

Una delle donne più conosciute del business italiano in tutto il mondo. Nata a Mantova nel 1965, Emma Marcegaglia si laurea con lode in Economia Aziendale all’Università Bocconi e durante gli anni universitari trascorre un periodo di otto mesi negli Stati Uniti dove frequenta la New York University. Ex presidente di Confindustria dal 2008 al 2012 e presidente dell’Università LUISS Guido Carli dal 2010 al 2016, Marcegaglia è dall’8 maggio 2014 presidente di Eni.

Fabiola Gianotti

Nata a Roma nel 1960, Fabiola Gianotti è una fisica di fama internazionale. Suo l’annuncio del 2012 della prima osservazione di una particella compatibile con il bosone di Higgs. Nello stesso anno la rivista TIME la colloca in quinta posizione nella graduatoria di Persona dell’anno 2012, che vede al primo posto il presidente Obama. Nel 2013 è al settantottesimo posto nella lista delle 100 donne più potenti al mondo secondo la rivista Forbes (unica italiana insieme alla stilista Miuccia Prada). Gianotti  è oggi membro del comitato consultivo per la Fisica al Fermilab di New York e all’Accademia dei Lincei per la classe delle scienze fisiche. Dal 2013 è professore onorario presso l’Università di Edimburgo. Tra gli hobby c’è la musica: è diplomata in pianoforte al Conservatorio di Milano.

Paola Zukar

50 anni, Paola Zukar è “la signora del rap”. Principale manager nel mondo rap in Italia, collabora con i nomi più importanti dell’industria. Presente sulla scena dagli anni ’90, riporta il sito Rock it, inizia con progetti indipendenti, collabora con le più grandi case discografiche e fonda la Big Picture Management, agenzia che produce artisti come Fabri Fibra, Marracash e Clementino. All’inizio del 2017 pubblica “RAP – Una storia italiana”, il suo primo libro.

Marina Salamon

Nata nel 1958 a Tradate, in provincia di Varese, Salamon è fondatrice dell’azienda Altana, specializzata nella produzione di capi d’abbigliamento. Da presidente e azionista di maggioranza dell’azienda, fa crescere Altana rilevando altre società, fino a renderla nota a livello europeo. La società assume la gestione di vari marchi, tra cui MoschinoLiu Jo, Jeckerson e, per diversi anni, Moncler. Dal 1992 detiene il controllo di Doxa, una delle principali realtà italiane specializzate in sondaggi, di cui è presidente dal 2012.

Ornella Barra

É una donna d’affari monegasca di origine italiana. Farmacista qualificata, è co-chief operating officer di Walgreens Boots Alliance. Nata a Chiavari (Genova), Ornella Barra si laurea in Farmacia presso l’Università degli Studi di Genova e intraprende la carriera nel settore healthcare. Inizia come farmacista, dapprima gestendo una farmacia e comprandone poi una propria. Nel 1984 fonda la società di distribuzione farmaceutica Di Pharma, acquisita poi da Alleanza Salute Italia. Da allora, ha avuto molteplici ruoli e responsabilità come membro dei Consigli di Amministrazione di molte delle aziende (sia quotate che non) del Gruppo. Questi successivi cicli di trasformazione hanno portato, nel 2014, alla creazione della prima realtà globale al mondo per la salute e il benessere con radici nella farmacia.

 

 

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Cosa prevede la bozza di accordo sul prezzo del latte di pecora

Una bozza di accordo è il risultato della riunione di circa nove ore, in prefettura a Cagliari, con il ministro Gian Marco Centinaio, il presidente della Regione Francesco Pigliaru, pastori e industriali, per il prezzo del latte ovino sardo. Di tratta di un progetto – ha sottolineato il ministro parlando con i giornalisti al termine del vertice – che le parti, sia i pastori che gli industriali, valuteranno nelle prossime ore. L’ipotesi di accordo prevede un prezzo base, Iva compresa, di 72 centesimi al litro – 12 in più di quello pagato oggi – per febbraio, marzo e aprile. Un ‘acconto’, che a maggio è previsto venga rivalutato sulla base di una serie di misure che Governo e Regione metteranno in campo.

A fine ottobre è previsto un altra verifica che dovrebbe portare a un ulteriore aumento. Si punta a raggiungere un euro al litro o anche – nelle intenzioni di ministro e presidente della Regione – di superarlo. “Se nei mesi successivi il prezzo del pecorino salirà”, ha spiegato Pigliaru, “significa che si sta maturando un conguaglio che alla fine riconoscerà un prezzo prezzo più alto”. 

Verso il rincaro del pecorino

L’intervento di Governo e Regione prevede il ritiro di 60.000 tonnellate di produzione di pecorino romano (con diverse misure come il bando per gli indigenti) che mira a far aumentare il prezzo del formaggio e quindi del latte. Ora il pecorino è a 5,40 euro al chilo e il latte a 60 centesimi al litro. Se raggiunge a maggio i 6,50 euro – è stato ipotizzato – il latte potrà essere pagato a 80 centesimi. Sul tavolo ci sono 45 milioni di euro circa. Dieci messi a disposizione dal Banco di Sardegna, 10 dalla Regione tramite la finanziaria Sfirs e 25 dal governo. “Occorre aiutare il prezzo a crescere per far ì’ – ha spiegato Pigliaru – che quando si calcolerà il conguaglio alla fine di ottobre questo sia molto più alto dei 72 centesimi anticipati”. 

Centinaio ha ricordato inoltre l’accordo con la grande distribuzione per una serie di iniziative promozionali e la presenza dell’Ice, il 21 al tavolo di filiera, per avviare un piano di internazionalizzazione che garantisca l’aumento dell’export. L’intervento – ha spiegato Centinaio – non si esaurisce nello stanziamento dei fondi ma è anche previsto un decalogo per migliorare la produzione: rappresentanza dei pastori nei consorzi, proroga della scadenza della programmazione a marzo, monitoraggio del rispetto delle quote, aumento delle sanzioni per chi non rispetterà le regole, lavoro con le banche per gli interessi passivi sui mutui, tavolo di filiera istituzionale, apertura del Centro di intervento economico (luogo dove si definiscono i prezzi) per il latte ovino, registro telematico del latte ovino e caprino, la nomina di un prefetto per l’analisi e il monitoraggio della filiera. 

La protesta potrebbe continuare

Centinaio ha lanciato una sorta di appello ai presidi dei pastori perché questi “siano un momento di confronto e non di scontro” ma – rispondendo alle domande cronisti – ha precisato che la bozza non è stata firmata dai pastori. Occorre attendere quindi che i rappresentanti si presentino alla ‘base’ per discutere e decidere. Uno dei pastori che ha partecipato al tavolo, parlando con l’Agi, ha detto che con la proposta di oggi “si resta sotto i costi di produzione” per cui si dovranno fare tutte le valutazioni del caso, ma non è ancora possibile dire se la protesta dei pastori possa terminare.

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