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Caro bollette: gli italiani prelevano dai conti 50 miliardi dopo tre anni di risparmi

AGI – L’onda lunga della crisi economica causata dalla pandemia e, soprattutto, l’aumento delle bollette energetiche si fanno sentire sui risparmi di aziende e cittadini: i ‘salvadanai’ degli italiani, dopo quasi tre anni di crescita costante, invertono la tendenza alla crescita e fanno segnare una riduzione di oltre 50 miliardi di euro. Si tratta di una diminuzione del 2,4% in appena tre mesi: a luglio, infatti, l’ammontare delle riserve delle famiglie e delle imprese depositate nelle banche del Paese era a quota 2.097 miliardi, mentre a ottobre è calato a 2.047 miliardi.

È quanto emerge da una analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo la quale il deflusso improvviso potrebbe avere qualche ripercussione sulla raccolta degli istituti di credito, perché potrebbe diventare più costosa, e, quindi, in prospettiva, taluni effetti negativi sugli impieghi, in particolare sui tassi di interesse praticati sui prestiti concessi alla clientela.

“Quella che abbiamo sotto gli occhi – commenta il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara – è la fotografia di una situazione drammatica, che noi, purtroppo, avevamo prospettato da tempo. Stanno venendo meno le forze e la liquidità, sia per le famiglie sia per le imprese, specie quelle più piccole. I costi sono insostenibili, le bollette energetiche non più gestibili. Ecco perché, chi ha la possibilità attinge alle proprie riserve. Al governo riconosciamo l’impresa di aver confezionato una legge di bilancio comunque positiva e in tempi brevissimi, tuttavia segnaliamo l’urgenza di avviare un piano straordinario di interventi pubblici e di sostegni a partire da gennaio”.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha analizzato i dati della Banca d’Italia relativi, il totale delle riserve delle famiglie e delle imprese, si è attestato a 2.047 miliardi di euro a ottobre scorso, in calo di 50 miliardi (-2,4%) rispetto ai 2.097 miliardi di luglio.

Fino a quel momento, da oltre due anni si era registrata una crescita costante: 1.823 miliardi a dicembre 2019, 1.956 miliardi a dicembre 2020, 2.050 miliardi a ottobre 2021, 2.075 miliardi a dicembre 2021. Una tendenza all’accumulo che è proseguita per tutto l’anno in corso, salvo invertire la rotta da agosto in poi per calare fino ai 2047 miliardi di ottobre. Su base annua, da ottobre 2021 a ottobre 2022, la diminuzione è di 3 miliardi (-0,1%), mentre la variazione complessiva del periodo osservato, da dicembre 2019 a oggi, rivela una crescita di 252 miliardi (+13,8%).

Sono soprattutto i conti correnti, la forma di accumulo più utilizzata da aziende e cittadini, sia durante la fase di accumulo sia come fonte a cui attingere in caso di liquidità necessaria in tempi rapidi: il saldo totale era pari a 1.182 miliardi a fine 2019, a 1.349 miliardi a fine 2020, a 1.449 miliardi a ottobre 2021 e a 1.480 miliardi a dicembre 2021; e ancora in aumento fino a 1.497 miliardi fino a luglio 2022, poi la discesa di 45 miliardi (-3,0%) a 1.452 miliardi toccati a ottobre scorso; la variazione annuale, da ottobre 2021 a ottobre 2022, fa emergere un aumento lieve di 3 miliardi (+0,2%), quella complessiva del periodo osservato porta alla luce una crescita rilevante di 298 miliardi (+25,2%).

Più lineare l’andamento dei saldi totali delle altre forme di deposito e accumulo di liquidità: per quanto riguarda i depositi con durata prestabilita, il saldo era 216 miliardi a dicembre 2019, a 207 miliardi a dicembre 2020, a 186 miliardi a ottobre 2021, a 188 miliardi a dicembre 2021, a 175 miliardi a luglio 2022 e a ottobre scorso; se non si registra alcuna variazione tra luglio e ottobre, su base annuale, la diminuzione è di 11 miliardi (-5,9%) e quella complessiva del periodo osservato è di 28 miliardi (-13,0%). Per quanto riguarda i depositi rimborsabili con preavviso, il saldo era 306 miliardi a dicembre 2019, a 313 miliardi a dicembre 2020, a 316 miliardi a ottobre 2021, a 315 miliardi a dicembre 2021, a 319 miliardi a luglio 2022 e a ottobre scorso; se non si registra alcuna variazione tra luglio e ottobre, su base annuale, la crescita è di 3 miliardi (+0,9%) e quella complessiva del periodo osservato è di 9 miliardi (+2,9%). Per quanto riguarda i pronti contro termine, il saldo era 119 miliardi a dicembre 2019, a 87 miliardi a dicembre 2020, a 99 miliardi a ottobre 2021, a 92 miliardi a dicembre 2021, a 106 miliardi a luglio 2022 e a 101 miliardi a ottobre scorso; è un calo di 5 miliardi (-4,7%) la variazione tra luglio e ottobre, su base annuale, invece, c’è una la crescita è di 2 miliardi (+2,0%); complessivamente, nel periodo osservato si è registrato un calo di 27 miliardi (-22,7%).


Caro bollette: gli italiani prelevano dai conti 50 miliardi dopo tre anni di risparmi

Sui conti correnti di famiglie e imprese 100 miliardi in più in solo un anno

AGI – Dopo il Covid, la guerra tra Russia e Ucraina continua a far crescere le riserve e i risparmi di famiglie e imprese italiane: da maggio 2021 a maggio 2022, il totale delle somme lasciate in banca dalla clientela privata è cresciuto di oltre 105 miliardi di euro. Il saldo totale dei conti correnti e dei depositi ammonta a 2.101 miliardi di euro in aumento di oltre il 5% rispetto ai 1.995 miliardi di un anno fa.

Le riserve delle famiglie sono cresciute dei oltre 48 miliardi arrivando a 1.178,8 miliardi complessivi (+4%), mentre quelle delle aziende sono salite di quasi 29 miliardi fino a quota 416 miliardi (+7%). Sono questi i dati principali di un’analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo la quale sui conti correnti ci sono quasi 100 miliardi in più. Il saldo complessivo è pari a 1.481 miliardi, in crescita dal 7% rispetto ai 1.384 miliardi di maggio 2021: su questa cifra pesano i rischi legati alla crescita costante dell’inflazione che riduce sensibilmente il potere d’acquisto dei risparmi infruttiferi.

“Per far ripartire i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese servirebbe fiducia, ma le tensioni nella maggioranza e l’ormai conclamata crisi di governo rappresentano un freno clamoroso per la ripresa e, allo stesso, favoriscono gli atteggiamenti conservativi. Ci stiamo avvitando in una spirale negativa e la prospettiva della recessione nel 2022, purtroppo, è sempre più realistica. Il decreto annunciato dal governo per la fine di luglio deve rappresentare una risposta concreta ai bisogni del Paese”, commenta il presidente onorario di Unimpresa, Paolo Longobardi.

Secondo l’analisi di Unimpresa, che ha elaborato dati della Banca d’Italia, da maggio 2021 a maggio 2022 il totale delle riserve delle famiglie e delle aziende italiane è passato da 1.995,9 miliardi a 2.101,1 miliardi, in aumento di 105,1 miliardi (+5,27%) su base annua.

Nel dettaglio, sono cresciuti di 45,5 miliardi (+4,29%) da 1.130,3 miliardi a 1.170,8 miliardi i risparmi delle famiglie, mentre quelli delle aziende sono saliti di 28,9 miliardi (+7,47%), da 387,1 a 416,1 miliardi, i depositi delle imprese familiari sono aumentati di 8,8 miliardi (+11,33 %), da 78,1 a 86,9 miliardi. Su di 2,3 miliardi (+11,33%) i salvadanai delle onlus, saliti dai 32,9 miliardi della primavera 2021 ai 35,2 miliardi di maggio 2022, mentre sono aumentati di 41 milioni (+0,19%) i depositi degli enti di previdenza (da 21,42 miliardi a 21,46 miliardi).

La liquidità dei fondi d’investimento è salita di 16,8 miliardi (+5,24%), da 321,1 miliardi a 338,1 miliardi. L’incremento complessivo sarebbe stato ancora piu’ marcato se non fossero calate le riserve di due comparti: nel dettaglio, risultano in calo di 331 milioni (-1,48%) i depositi delle assicurazioni (da 16,4 miliardi a 16,1 miliardi) e di 43 milioni (-0,63%) quelli dei fondi pensione (da 8,38 miliardi a 8,32 miliardi).

Quanto all’analisi per strumento, la crescita delle riserve si deve per la quasi totalità ai 96,8 miliardi aggiuntivi (+7,00%) lasciati sui conti correnti, passati dai 1.384,4 miliardi di maggio 2021 ai 1.481,2 miliardi di maggio scorso.

L’altro strumento col saldo attivo è quello dei depositi rimborsabili, saliti di 1,8 miliardi (+0,59%) da 317,1 miliardi a 318,9 miliardi. In calo, invece, i depositi vincolati, scesi di 18,8 miliardi (-9,54%) da 197,3 miliardi a 178,5 miliardi: nel dettaglio, quelli con scadenza fino a 2 anni sono diminuiti di 9,9 miliardi (-24,30%) passati da 40,9 miliardi a 30,9 miliardi, mentre quelli con scadenza oltre due anni sono calati di 8,8 miliardi (-5,68%) da 156,4 miliardi a 147,5 miliardi.

In fortissimo incremento, invece, l’esposizione verso i pronti contro termine, salita complessivamente di 25,2 miliardi (+25,98%) da 97,1 miliardi a 122,3 miliardi. “I comportamenti delle famiglie e delle imprese, fotografabili dall’analisi per strumento, mettono in evidenza un atteggiamento orientato soprattutto alla massima prudenza. Se i cittadini proseguono nel frenare la spesa, le aziende continuano a congelare qualsiasi investimento di breve e medio periodo. Non solo: le scelte fatte dalle aziende e dalle famiglie portano alla luce, inoltre, la volonta’ di accumulare denaro con forme di deposito particolarmente liquido e, contestualmente, evidenziano la sensibile riduzione dei servizi bancari con vincoli di durata (per esempio, i depositi fino a 2 anni o oltre)”, osservano gli analisti del Centro studi di Unimpresa.


Sui conti correnti di famiglie e imprese 100 miliardi in più in solo un anno

La corsa delle imprese russe ai conti correnti in yuan  

AGI – Le imprese russe stanno cercando di aprire conti correnti presso le filiali russe delle banche cinesi per mitigare l’effetto delle sanzioni imposte a Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. Lo riferisce l’agenzia Reuters, che cita una fonte di una filiale moscovita di una banca cinese, che preferisce rimanere anonima, secondo cui tra le duecento e le trecento aziende russe si sono rivolte alla filiale della banca presso cui lavora.

La fonte bancaria si aspetta un aumento delle transazioni in yuan, anche se non è chiaro quanto diffusa sia la domanda di aprire i nuovi conti correnti presso le filiali in Russia delle banche cinesi.

A Mosca sono presenti le quattro principali banche cinesi: Industrial & Commercial Bank of China (Icbc), Agricultural Bank of China, Bank of China e China Construction Bank, che non hanno finora espresso commenti a riguardo.

Secondo un uomo d’affari cinese con importanti legami con la Russia, che preferisce rimanere anonimo, diverse aziende russe con cui lavora stanno cercando di aprire conti denominati in yuan, la divisa cinese.

“È semplice logica. Se non puoi usare i dollari o gli euro, e gli Stati Uniti e l’Europa smettono di venderti molti prodotti, non hai altre opzioni che rivolgerti alla Cina. Il trend è inevitabile”, ha dichiarato l’imprenditore citato dalla Reuters.

Il gruppo di trasporti e logistica russo Fesco ha già reso noto che accetterà pagamenti in yuan, dopo che alcune banche russe sono state bloccate dal sistema di pagamenti internazionale Swift, ma molti piccoli esportatori cinesi soffrono per il crollo del rublo – che ha perso quasi il 40% rispetto allo yuan nell’ultima settimana – e stanno sospendendo le consegne per evitare potenziali perdite.


La corsa delle imprese russe ai conti correnti in yuan  

Effetto Covid sui conti dell’Eurozona, debito per la prima volta oltre 100%

AGI – Alla fine del primo trimestre del 2021, ancora fortemente influenzato dalle misure politiche volte a mitigare l’impatto economico e sociale della pandemia di coronavirus e dalle misure di stimolo, il rapporto tra debito pubblico e Pil nell’eurozona ha superato per la prima volta il 100%: il rapporto si è attestato al 100,5% rispetto al 97,8% alla fine del quarto trimestre del 2020.     

Nell’Ue, il rapporto è passato dal 90,5% al ​​92,9%. Rispetto al primo trimestre del 2020, il rapporto tra debito pubblico e Pil è aumentato sia nell’area dell’euro (dall’86,1% al 100,5%) sia nell’Ue (dal 79,2% al 92,9%). È quanto risulta dai dati pubblicati dall’Eurostat. 

I rapporti più elevati tra debito pubblico e Pil alla fine del primo trimestre del 2021 sono stati registrati in Grecia (209,3%), Italia (160%), Portogallo (137,2%), Cipro (125,7%), Spagna (125,2%), Belgio (118,6%) e Francia (118,0%) e il più basso in Estonia (18,5%), Bulgaria (25,1%) e Lussemburgo (28,1%).     Rispetto al quarto trimestre del 2020, 23 Stati membri hanno registrato un aumento del loro rapporto debito pubblico/Pil alla fine del primo trimestre del 2021, altri due hanno mostrato una diminuzione, mentre è rimasto invariato in Slovacchia e Bulgaria. Gli aumenti più forti del rapporto sono stati osservati a Cipro (+6,5 punti percentuali), Repubblica Ceca (+6,3 pp), Spagna (+5,3 pp), Slovenia (+5,2 pp), Belgio (+4,4 pp), Malta e Italia (+4,2% ciascuno).

Nel primo trimestre del 2021, il rapporto tra deficit e Pil si è attestato al 7,4% nell’eurozona e al 6,8% nell’Ue, in calo ma comunque a un livello elevato. E’ quanto riporta l’Eurostat.     Nel primo trimestre del 2021, la maggior parte degli Stati membri ha continuato a registrare un disavanzo pubblico.


Effetto Covid sui conti dell’Eurozona, debito per la prima volta oltre 100%

L’allarme della Corte dei Conti sul debito pubblico

AGI – La Corte dei conti inaugura l’anno giudiziario 2021 in un contesto di chiaroscuri. L’ombra del Covid pesa sulla Sanità, le perdite umane sono altissime e il quadro economico assume “connotazioni gravi” e non appare di “rapida soluzione”. Anzi, i magistrati contabili evidenziano un “elevato rischio di insostenibilità del debito pubblico”.

L’unica luce che si intravede all’orizzonte proviene dal nuovo Quadro finanziario pluriennale dell’Ue 2021-2027 che, integrato dal Next Generation Eu, costituisce “il motore per rilanciare, nei prossimi anni, le economie dei Paesi membri”.

Proprio per questo bisogna adoperarsi affinché le iniziative del Pnrr vengano individuate e attuate in maniera trasparente. Dietro l’angolo c’è infatti lo spettro che “molti, per motivi criminosi, possano trarre vantaggio dalla pandemia”.

Deve esserci quindi un controllo che, come sottolinea il presidente del Consiglio, Mario Draghi, “deve essere intransigente e rapido” e le istituzioni devono marciare insieme per la rinascita economica e sociale del Paese.

L’ELEVATO RISCHIO DI INSOSTENIBILITA’ DEL DEBITO “Il sostegno, fin qui, offerto dalla Bce ai Paesi dell’Unione europea, con gli acquisti di titoli del debito pubblico è stato utile, se non determinante per l’Italia, ma, negli anni a venire, comporta necessariamente un elevato rischio di insostenibilità del debito pubblico, pervenuto ad oltre il 160 per cento del Pil, stante, altresì, la contemporanea netta riduzione delle entrate tributarie attese”, scrive la Procura generale della Corte dei conti nella relazione, sottolineando come “le aumentate necessità del sistema sanitario nazionale, la riduzione delle attività economiche, il vertiginoso aumento delle richieste di cassa integrazione, l’impellenza di garantire un sostegno al reddito anche di lavoratori autonomi, hanno prodotto abnormi incrementi della spesa pubblica, finanziata a debito”.

Per questi motivi, avverte la magistratura contabile, “risulta quanto mai necessario e urgente che la spesa pubblica – fatte salve le misure di sostegno sociale – sia indirizzata ad investimenti realmente produttivi, tali da comportare un significativo aumento del tasso di produttività e di riportare l’economia a tassi di crescita, ormai dimenticati nel nostro Paese da oltre un ventennio”. All’allarme risponde Draghi spiegando che “ai livelli attuali non sono i tassi di interesse che determinano la sostenibilità del debito pubblico, ma è il tasso di crescita di un paese. 

IL RECOVERY MOTORE DEL RILANCIO MA SERVE TRASPARENZA Pur nella critica situazione economica, finanziaria e sociale, vanno colte le opportunità offerte dal nuovo Quadro finanziario pluriennale dell’Ue 2021-2027 che, integrato dal Next Generation Eu-Recovery Fund, costituisce “il motore per rilanciare, nei prossimi anni, le economie dei Paesi membri”, dice Guido Carlino, presidente della Corte dei conti.

Con il Next Generation, l’Unione Europea “ha preso una decisione, ispirata alla solidarietà, senza precedenti”, rimarca Draghi sottolineando che “mai nella storia dell’Ue, i governi avevano tassato i loro cittadini per dare il provente di questa tassazione ai cittadini di altri paesi dell’Unione. è avvenuto con i trasferimenti a fondo perduto stabiliti dal Next Generation. Si tratta di una straordinaria prova di fiducia reciproca”.

Adesso però “occorre evitare gli effetti paralizzanti di quella che viene definita la ‘fuga dalla firma’”. In quest’ottica, secondo il presidente della Corte dei conti, le iniziative individuate per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) potranno essere utilmente attuate “nella consapevolezza che puo’ esservi ripresa solo in presenza di trasparenza, legalità finanziaria e controlli che garantiscano la realizzazione dei programmi finanziati”.

Gli fa eco il Procuratore generale, Angelo Canale, che spiega come la fase della cosiddetta ripresa richiederà “sforzi enormi e grande attenzione nell’impiego delle ingenti risorse del Next Generation Eu”. Secondo Canale, “non un euro dovrà essere sprecato; non un euro dovrà finire nelle tasche dei profittatori, dei disonesti, dei criminali”, questo deve essere “l’imperativo categorico per tutti”. In questo senso la Corte dei conti auspica iniziative normative che non riducano la propria “concreta capacità di intervento nei confronti di fattispecie di sperpero, di sviamento e cattiva gestione delle risorse pubbliche”.

IL RUOLO CRUCIALE DELLA CORTE DEI CONTI La Corte è stata “un guardiano autorevole”, sottolinea Draghi, e oggi con il tema del Recovery fund, il ruolo diventa ancora più importante, per far sì che le risorse provenienti dall’Europa “vengano impiegate correttamente”.

Secondo il premier, poi, “sta a chi governa fare le scelte strategiche, sta a chi amministra eseguirle in maniera efficace ed efficiente e a chi controlla verificare che le risorse siano impiegate correttamente. Governo, Parlamento, Amministrazione Pubblica, Corte dei Conti e tutte le Istituzioni del nostro Paese devono essere coprotagonisti di un percorso di rinascita economica e sociale”.

L’emergenza epidemiologica e la connessa crisi economica “mettono senz’altro a dura prova la richiesta di maggiore velocità e migliore trasparenza che i governati richiedono ai governanti in ogni luogo. In democrazia è più difficile rispondere a questa doppia domanda, eppure lo Stato è chiamato a farlo, pena la perdita di fiducia verso le istituzioni, che fiacca la fiducia nel futuro”, rileva ancora il premier.

Draghi si dice poi profondamente convinto che “le contrapposizioni tra istituzioni siano un gioco a somma negativa, mentre la collaborazione produce effetti moltiplicatori. è a questo principio di leale e costruttiva collaborazione che penso vada improntata la relazione tra chi agisce e chi controlla: questo principio deve guidare tutti i servitori dello Stato, controllati e controllori”.

PUNTARE SU SEMPLIFICAZIONE E DIGITALIZZAZIONE Per arginare la cattiva amministrazione, che “è il fertile terreno per illiceità, sperperi di pubblico denaro, abusi e corruzione”, bisogna, secondo i magistrati contabili, puntate sulla semplificazione di regole e processi decisionali, investire nella digitalizzazione e nell’innovazione.

Queste “sono le giuste strade”, sostiene Canale, come lo è anche “formare una dirigenza consapevole, preparata e in grado di affrontare le difficoltà con coraggio e l’orgoglio di svolgere un servizio pubblico. La deresponsabilizzazione, invece, non è mai un rimedio”. 


L’allarme della Corte dei Conti sul debito pubblico

I chiarimenti di Bankitalia sulla questione dei conti bancari in rosso

AGI  – “La nuova definizione di default non introduce un divieto a consentire sconfinamenti: come già ora, le banche, nel rispetto delle proprie policy, possono consentire ai clienti utilizzi del conto che comportino uno sconfinamento oltre la disponibilità presente sul conto ovvero, in caso di affidamento, oltre il limite di fido”. Lo precisa la Banca d’Italia in una nota in cui annuncia che dal 1 gennaio 2021 entra in vigore la nuova definizione di default prevista dal Regolamento europeo relativo ai requisiti prudenziali per gli enti creditizi e le imprese di investimento.

La nuova definizione di default”, osserva Bankitalia, “non modifica nella sostanza le segnalazioni alla Centrale dei Rischi, utilizzate dagli intermediari nel processo di valutazione del ‘merito di credito’ della clientela. Riguarda esclusivamente il modo con cui le banche e gli intermediari finanziari devono classificare i clienti a fini prudenziali, ossia ai fini del calcolo dei requisiti patrimoniali minimi obbligatori per le banche e gli intermediari finanziari”.

La nuova definizione di default può tuttavia “avere riflessi sulle relazioni creditizie fra gli intermediari e la loro clientela, la cui gestione, come in tutte le situazioni di default, può comportare l’adozione di iniziative per assicurare la regolarizzazione del rapporto creditizio”.    

La Banca d’Italia, conclude la nota, “ha inviato una comunicazione al sistema (comunicazione alle banche; comunicazione agli intermediari finanziari e alle capogruppo di gruppi finanziari): agli operatori è richiesto di adoperarsi per assicurare la piena consapevolezza da parte dei clienti sull’entrata in vigore delle nuove regole e sulle conseguenze che possono produrre sulle dinamiche dei rapporti contrattuali”.

Le nuove regole, osserva via Nazionale “sono il frutto di un compromesso negoziale europeo, con posizioni di partenza molto differenti; per l’Italia esse introducono criteri differenti da quelli attualmente utilizzati dalle banche italiane e, per alcuni aspetti, risultano più stringenti; per altri Paesi possono invece risultare più lasche”.

Ciò che non è corretto è affermare che basti uno sconfinamento di 100 euro per essere segnalati in default. Per la segnalazione, spiega l’istituto centrale, “è necessario che lo sconfinamento superi la “soglia di rilevanza”, cioè che superi contemporaneamente sia la soglia assoluta (100 o 500 euro, a seconda della natura del debitore) sia quella relativa (1% dell’esposizione) e che lo sconfinamento si protragga per oltre 90 giorni consecutivi (in alcuni casi, ad esempio per le amministrazioni pubbliche, 180 giorni)”.    

La possibilità di sconfinare, afferma ancora Bankitalia, non è tuttavia “un diritto del cliente, ma una facoltà concessa dalla banca, che può anche applicare commissioni (la cosiddetta Civ, commissione di istruttoria veloce).

Dal 1 gennaio, come già oggi, le banche potranno continuare a consentire ai clienti utilizzi del conto, anche per il pagamento delle utenze o degli stipendi, che comportino uno sconfinamento. Si tratta tuttavia di una scelta discrezionale della banca, che può consentire oppure rifiutare lo sconfinamento. È quindi importante conoscere bene il contratto stipulato con la propria banca e dialogare con essa”.    

E non è vero neanche che se un debitore è classificato a default sulla base della nuova definizione, è classificato automaticamente anche “a sofferenza” nella Centrale dei Rischi. La definizione di “sofferenze”, infatti, non viene toccata dalle nuove regole europee sul default.

Gli intermediari segnalano un cliente “in sofferenza” solo quando ritengono che abbia gravi difficoltà, non temporanee, a restituire il suo debito.

“La classificazione”, rileva Palazzo Koch, “presuppone che l’intermediario abbia condotto una valutazione della situazione finanziaria complessiva del cliente e non si sia basato solo su singoli eventi, quali ad esempio uno o più ritardi nel pagamento del debito. Non vi è dunque alcun automatismo tra la classificazione a default e la segnalazione a sofferenza in Cr. Pertanto”, conclude la Banca d’Italia, “non è vero che basta uno sconfinamento o un ritardo nei pagamenti per somme anche solo di 100 euro per dar automaticamente luogo a una segnalazione a sofferenza, con il conseguente rischio di compromettere o rendere più oneroso il futuro accesso al credito del cliente presso l’intero sistema bancario”. 


I chiarimenti di Bankitalia sulla questione dei conti bancari in rosso

La Corte conti, verificare la sostenibilità di Quota 100

AGI – Verificare la sostenibilità della spesa pensionistica sul lungo periodo vista l’introduzione di Quota 100. È quanto scrive la Corte dei conti nella Relazione sul controllo della gestione finanziaria dell’Inps per l’esercizio 2018. “In un sistema pensionistico a ripartizione e in cui la maturazione del diritto a pensione prescinde dal regolare versamento dei contributi nel corso della vita lavorativa, va verificata la sostenibilità della spesa nel lungo periodo e agli effetti che sulla adeguatezza delle prestazioni produrranno le azioni normative poste in essere nel presente, vanno altresì considerate le conseguenze di dette azioni sulla sostenibilità del modello da parte del sistema produttivo, sia con riguardo al contributo richiesto alla fiscalità generale, che nei confronti dei soggetti tenuti al versamento della contribuzione”. 

Secondo i magistrati contabili, “in un sistema previdenziale che eroga ancora gran parte delle prestazioni ad elevata componente retributiva, peraltro, misure ampliative della spesa attraverso l’anticipo dell’età di pensionamento rispetto a quella ritenuta congrua con l’equilibrio attuariale e intergenerazionale, il blocco dell’indicizzazione dell’età di uscita dal lavoro alla speranza di vita e la reintroduzione del sistema delle finestre, comportano sia esigenze di cassa immediate (tipiche, come detto, di un meccanismo a ripartizione), sia debito implicito, in quanto la componente retributiva del trattamento non viene corretta per tener conto della maggiore durata della prestazione”.

Le previsioni per il 2019 del Def, scrive ancora la Corte dei Conti, “mostrano un aumento della spesa per pensioni del 3,2 per cento che tiene conto di Quota 100 e delle altre misure correttive alla legge n.214 del 2011 e, quindi, dei tassi di cessazione stimati sulla base degli elementi più aggiornati, della rivalutazione delle pensioni in essere ai prezzi (pari, per l’anno 2019, a +1,1%), delle ricostituzioni degli importi delle pensioni, con una incidenza sul Pil del 15,6%. Incidenza che si attesta nel triennio successivo su una percentuale stimata del 15,8. “La spesa per altre prestazioni sociali in denaro è prevista in aumento dell’8,3 per cento rispetto al 2018”, aggiunge la Corte dei conti. 

Agi

Genish nascose al cda i dati di revisione dei conti 2018, dicono i sindaci di Tim

L’ex amministratore delegato di Tim, Amos Genish, avrebbe ‘nascosto’ al cda della società “un set sostanzialmente completo” di dati di previsione sull’andamento economico del 2018 (“forecast 2018”), contenuti in “un documento denominato “preliminary forecast”, che andavano a modificare il budget elaborato in precedenza. E’ quanto emerge nella relazione del collegio sindacale elaborata in vista dell’assemblea del 29 marzo.

I sindaci fanno notare che il “preliminary forecast evidenziava un significativo scostamento rispetto al budget 2018 sostanzialmente analogo a quello poi oggetto di comunicazione da parte dell’Ad (Genish, ndr.) nella riunione del 24 settembre 2018”. Il manager israeliano, sempre secondo quanto riportano i sindaci nella loro relazione, aveva poi spiegato di non aver messo a conoscenza il cda di questo documento “con la motivazione” che la previsione preliminare “non rappresentasse debitamente le azioni di recovery poste in atto dalle funzioni tecniche”. 

Agi

Dl Fisco, Corte dei Conti: valutare costituzionalità dell’aliquota del condono

La Corte dei Conti avverte che "vanno valutati i profili di costituzionalità" per l'aliquota del 20% che sarà applicata a chi aderisce al condono. Il presidente della Corte dei Conti, Angelo Buscema, a margine dell'audizione in commissione Finanze sul dl Fiscale al Senato, ha spiegato: "C'è questo aspetto di una imposta che è ontologicamente inferiore a quella che il contribuente avrebbe pagato alle scadenze ordinarie".  Durante l'audizione il presidente ha rilevato che l'aliquota "si colloca al di sotto di quella applicata sui redditi originariamente dichiarati sia ai fini dell'Irpef che dell'Ires così potendosi verificare l'ipotesi di versamento tardivo del tributo senza aggravio alcuno, con l'applicazione di un'imposta sostitutiva inferiore a quella che avrebbero dovuto corrispondere alle scadenze ordinarie, istituendo. A questo proposito la Corte dei Conti richiama i principi indicati dalla Corte Costituzionale nella sentenza n.175 del 1986.

Agi News

Conti pubblici: Mef, ‘consolidamento prosegue, Pil in lieve calo’

"La lieve decelerazione in corso, riscontrata anche dai tecnici del Mef, è imputabile all'andamento delle esportazioni e della produzione, come effetto anche dell'imposizione dei dazi Usa. Mentre non è in discussione un allentamento dell'attenzione da parte del governo sul consolidamento dei conti che proseguira'". Lo riferiscono fonti Mef. In merito agli obiettivi di deficit le stesse fonti rilevano che:  "L'Italia ha avviato un confronto positivo con la Commissione europea per valutare i possibili spazi di bilancio per il 2019 da poter utilizzare nella predisposizione della prossima legge di bilancio, fermi restando la tendenza alla riduzione del debito e il non peggioramento del saldo strutturale"

Agi News