Tag Archive: Cina

Trump ha ordinato l’aumento dei dazi su tutto l’import dalla Cina

Il presidente Donald Trump ha ordinato di alzare le tariffe su praticamente tutti i prodotti importati negli Usa dalla Cina che non sono ancora stati colpiti dalla politica dei dazi. La mossa è stata annunciata a meno di 24 ore dall’aumento delle tariffe dal 10% al 25% su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi importati negli Usa perché non è stato raggiunto un accordo commerciale con Pechino. “Il presidente ha anche ordinato di avviare il processo di aumento delle tariffe essenzialmente su tutte le altre importazioni dalla Cina vengono valutate in circa 300 miliardi”, è stato l’annuncio in una nota del rappresentante al Commercio Usa, Robert Lighthizer.

I dettagli sulle nuove tariffe saranno pubblicati lunedì sul sito del Rappresentante al Commercio Usa, in vista della decisione finale, ha spiegato Lighthizer. Dallo scorso anno, Usa e Cina hanno imposto dazi all’import reciproci per oltre 360 miliardi di dollari, frenando l’export di prodotti a stelle e strisce e con un impatto sulla produzione manifatturiera di entrambi i Paesi. 

Agi

La Cina sta usando le tecnologie di riconoscimento facciale per sorvegliare gli Uiguri

La Cina sta utilizzando il riconoscimento facciale per sorvegliare uno specifico gruppo etnico, la minoranza degli Uiguri. Lo rivela un’inchiesta del New York Times. Né la tecnologia né la possibilità di usarla nei sistemi di sorveglianza sono una novità. Ma se in occidente il controllo su base etnica è stato indicato come un effetto collaterale, in Cina è un obiettivo dichiarato.

Le fonti del giornale statunitense spiegano che, in alcune aree, vengono effettuate 500.000 scansioni del viso al mese. “Se in un quartiere dove vive di solito un uiguro ne vengono rilevati sei, scatta immediatamente un allarme”. Si tratta del primo esempio noto di un governo che usa di proposito l’intelligenza artificiale per profilare la popolazione in base all’etnia.

Il sistema intercetta i volti degli uiguri e ne traccia i movimenti in città come Hangzhou, Wenzhou e Sanmenxia. A partire dal 2018, “quasi due dozzine di dipartimenti di polizia, in 16 diverse province” hanno richiesto l’utilizzo del riconoscimento facciale. Le autorità che lo utilizzano parlano apertamente di “identificazione delle minoranze”. Anche se, secondo i testimoni del Nyt, dietro questa espressione si nasconderebbe esclusivamente la sorveglianza degli uiguri.

Per far funzionare gli algoritmi, l’intelligenza artificiale viene nutrita con gli archivi di pregiudicati e di chi ha fatto uso di sostanze stupefacenti. Dietro la fornitura del riconoscimento facciale ci sono alcune startup cinesi, come Yitu, Megvii, SenseTime e CloudWalk, che valgono oltre un miliardo di dollari ciascuna.

Il loro valore è aumentato grazie alle politiche di Pechino (dopo i programmi di investimento nel settore) e al supporto di alcuni grandi investitori occidentali. Fidelity International e Qualcomm Ventures hanno puntato su SenseTime e Sequoia su Yitu. Lo sviluppo del riconoscimento facciale non è certo un’esclusiva cinese. Amazon, tra le altre, sta esplorando la stessa strada con il servizio Rekognition.

Il sistema, sperimento sul campo negli Stati Uniti, è stato però molto discusso per le possibili derive sul controllo etnico, per la sua fallibilità (troppi, ancora, i “falsi positivi”) e per alcune distorsioni (è meno efficace sui volti di donne e persone di colore). Amazon e altre società hanno però sottolineato l’efficacia per la sicurezza pubblica, negando un utilizzo su base razziale. Quello che negli Stati Uniti e in Europa è un timore, in Cina è una realtà.

Agi

Come è andato il secondo giorno di Di Maio in Cina

Secondo giorno di visita a Chengdu, nel sud-ovest della Cina, per Luigi Di Maio. Il vicepremier e ministro per il Lavoro e lo Sviluppo Economico ha inaugurato il Padiglione Italia alla Western China International Fair, dove l'Italia è Paese ospite d'onore. Di Maio era accompagnato dal vice premier cinese, Hu Chunhua. "Per me è stato un grande onore e un grande orgoglio essere qui a rappresentare il nostro Paese", ha scritto Di Maio su Instagram.

La tappa di Di Maio a Chengdu, nella provincia del Sichuan, è stata anche l'occasione per sottolineare il valore "strategico" della relazione bilaterale. È attesa nelle prossime ore la firma dell'accordo sino-italiano sugli investimenti nei Paesi terzi, e in particolare quelli africani.  Si tratta di un accordo sui cui la diplomazia italiana, guidata dall'ambasciatore italiano a Pechino Ettore Sequi, lavorava da tempo e che il sottosegretario allo Sviluppo economico, Michele Geraci, aveva annunciato al termine della sua prima missione esplorativa in Cina

L'intesa, ha aggiunto Di Maio, "ci eleva al ruolo di partner privilegiato della Cina", con cui Di Maio punta a rafforzare i rapporti economici con un altro accordo, che ritiene possibile entro fine anno, sull'iniziativa Belt and Road (Bri) di connessione infrastrutturale euro-asiatica, lanciato dal presidente cinese, Xi Jinping, nel 2013.

Cosa scrivono i giornali cinesi sulla visita di Di Maio

La stampa cinese ha colto il messaggio. Il Quotidiano del Popolo, massimo organo del Partito Comunista Cinese, dedica alla visita un articolo sul sito online dal titolo: “Peng Qinghua incontra Di Maio, vice premier italiano. Una testimonianza congiunta per la firma degli accordi di cooperazione tra Sichuan e Italia”. L’articolo riporta fedelmente le dichiarazioni del vice premier alla stampa, e sottolinea l’importanza degli accordi bilaterali Italia-Sichuan, che Di Maio ha firmato con Peng, per la provincia sud-occidentale che Pechino ha trasformato negli ultimi anni in un hub strategico con l’obiettivo di rivitalizzare l’economia dell’Ovest della Cina, meno sviluppato rispetto alla parte orientale, e di velocizzare i traffici delle merci ferroviari e fluviali nell’ambito del mastodontico progetto Belt and Road.

La visita di Di Maio campeggia nelle colonne della stampa locale, a partire dal Sichuan Daily. Segno che la leadership ha apprezzato che la prima visita istituzionale del vicepremier italiano abbia toccato il cuore pulsante del nuovo sviluppo cinese.

Il Daily Economic News titola invece: “Vice premier italiano: auspica una proficua collaborazione tra Italia e Cina e vuole facilitare l’ingresso delle merci nei rispettivi mercati”, un articolo che coglie il senso del messaggio del governo italiano, che per bocca di Maio ha sottolineato come prima della firma del Memorandum of Understanding per la cooperazione sulla Via della Seta debbano essere risolte "alcune questioni per noi dirimenti", tra cui l'abbattimento delle barriere non tariffarie per favorire le esportazioni, soprattutto dei prodotti dell'agro-alimentare, e le possibilità di investimento sia nei porti italiani che nella tecnologia.

Leggi anche: Di Maio è andato in Cina a collegare l’Italia alla Via della Seta

Un rapporto svela i commerci tra Italia e i Paesi Bri

Dati confortanti sull’interscambio commerciale tra l’Italia e i Paesi che si stendono lungo la Via della Seta (in tutto 53), arrivano dal rapporto Nomisma – Centro Studi sulla Cina Contemporanea "L'Italia e il progetto Bri, le opportunità e le priorità del sistema paese", cofinanziato dal ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e presentato presso la Camera dei deputati. Nel decennio compreso tra 2006 e 2016 il commercio intra-paesi Bri è aumentato dell'84% tra i paesi dell'area e del 17,6% tra l'Italia e l'area Bri.

La Cina movimenta il 23% degli scambi commerciali che avvengono nell'area. Al secondo posto per rilevanza si trovano India e Singapore, con una percentuale di scambio tre volte inferiore alla Cina (7%). La Bri, emerge dallo studio, ha un ruolo fondamentale per il commercio estero dei molti piccoli paesi che ne fanno parte. Ad esempio l'export del Bhutan è esposto per il 96% verso l'area, seguito dall'Afghanistan (92%), dal Laos (91%), Tajikistan (89%), Nepal (88%), Myanmar (81%); anche i paesi che commerciano meno vantano quote comprese tra il 40 e 30%.

Il rapporto concentra lo sguardo sull'Italia, e rileva che il deficit di bilancio commerciale verso i Paesi Bri si è ridotto nel tempo dagli circa 50 miliardi di dollari del 2011 agli 11 miliardi del 2016; ciò è in gran parte dovuto al calo del costo dei prodotti energetici. Infatti all'interno dell'area Bri si trovano molti Paesi Opec e la Russia.

Tra le prime categorie di prodotto esportate dall'Italia vi sono macchinari e apparecchi (25%), prodotti tessili, abbigliamento, pelli e accessori (12%), metalli di base e prodotti in metallo (10,9%), mentre l'Italia importa dai paesi Bri molti beni a domanda rigida come commodities, prodotti agricoli, metalli. Anche se la bilancia è in deficit, secondo quanto sottolineato nella ricerca, "un'intensificazione degli scambi sarebbe da considerarsi a favore dell'Italia".

I paesi dell'area Bri in cui l'Italia ha maggiore penetrazione sono quelli "europei" (che rappresentano il 53% dell'export italiano), seguiti dalla Cina verso la quale converge il 10% dell'export italiano.

Prossima tappa Shanghai

La firma del MoU sancirebbe l'ingresso ufficiale dell'Italia nella Nuova Via Della Seta. Nel frattempo, Di Maio ha confermato che sarà a Shanghai a novembre prossimo per la prima edizione della China International Import Expo, su cui il governo cinese punta moltissimo e alla quale è previsto anche un intervento dello stesso presidente cinese, Xi Jinping, in apertura.

Le opportunità di cooperazione con il Paese asiatico passano soprattutto, per Di Maio, attraverso le relazioni tra governi. "I nostri settori di mercato reclamano una maggiore presenza del governo nei rapporti con il governo cinese per rafforzare ulteriormente sia le partnership economiche sia quelle legate all'ambiente e alla cultura", ha dichiarato il vice premier, "ed è per questo che investiremo sempre di più nei rapporti g-to-g", ha assicurato il vicepremier. 

Ha collaborato Wang Jing

Leggi anche: Non solo guerra agli scafisti sui migranti: tutti i piani strategici dell'Italia in Africa

 

Agi News

Trump: “Noi americani veniamo spennati da tutti, anche dall’Ue e dalla Cina”

"Siamo il salvadanaio del mondo ma veniamo spennati dalla Cina, dall'Unione europea e virtualmente da tutti coloro con cui facciamo business". Così il presidente Donald Trump durante la conferenza stampa congiunta con il presidente polacco Andrzej Duda alla Casa Bianca. Ieri il presidente Usa ha annunciato nuovi dazi del 10% su 200 miliardi di importazioni cinesi.

Agi News

Perché Trump ha deciso di rompere la tregua commerciale con la Cina

Donald Trump ha fatto saltare la tregua commerciale con la Cina proprio mentre chiede a Pechino un appoggio nei delicati negoziati nucleari con la Corea del Nord. La Casa Bianca annuncia che procederà sulla strada dei dazi, rinnovando l’intenzione di imporre tariffe del 25% sull’importazione di beni tecnologici cinesi per un valore di 50 miliardi di dollari. Non solo: imporrà limiti agli investimenti cinesi e all’acquisto di tecnologia.

Immediata ma composta la risposta del Ministero del Commercio di Pechino, che definisce la nuova presa di posizione del presidente americano “contraria al consenso raggiunto tra le due parti a Washington”.  Appena una settimana fa sembrava che fosse stata scongiurata la guerra commerciale tra le due principali economie del pianeta, quando il vice premier Liu He era volato a Washington per il secondo round di colloqui sul commercio; i due Paesi avevano raggiunto un accordo che prevedeva l’aumento delle importazioni Usa da parte di Pechino per ridurre il surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti (375 miliardi di dollari).

Trump, perso l’iniziale ottimismo, aveva detto di non essere contento: la tregua, per lui, era solo “all’inizio”. In quel momento era apparso chiaro come il negoziato per evitare la 'trade war' fosse entrato in una nuova fase delicata, sovrapponendosi a quello nucleare con la Corea del Nord.

Perché Trump ci ripensa

Secondo quanto scrive La Stampa, gli americani hanno raggiunto la pax commerciale per due motivi: primo, ottenere dal presidente cinese Xi Jinping un aiuto per convincere Kim Jong-un a procedere con il disarmo nucleare (lo avevamo scritto qui); secondo, la vittoria del ministro del Tesoro Steven Mnuchin  – convinto sostenitore della tregua – nella sfida interna che lo vedeva contrapposto al segretario al Commercio degli Stati Uniti, Wilbur Ross, e al consigliere Lighthizer.

Il dietrofront di Trump arriva proprio a pochi giorni dalla missione asiatica di Ross, atteso a Pechino il 2 giugno per il nuovo round di colloqui sul commercio. La Cina, ha ribadito la portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying, “non vuole una guerra ma non ha paura di combatterla”. Ma resta aperta al proseguimento dei negoziati.

L’annuncio delle nuove sanzioni da parte dell’imprevedibile presidente americano potrebbe essere volto a fare concessioni più concreti in vista della ripresa delle trattative. Una “mossa tattica”, secondo Lester Rosso, a capo dell’ufficio politico della Camera di Commercio americana in Cina.

La stampa cinese

Durissimi gli attacchi della stampa cinese. Il Global Times, uno dei giornali più intransigenti, descrive la mossa avventata degli Stati Uniti come frutta di una “delusione” e avverte che Washington potrebbe ritrovarsi a “ballare da sola”. Il China Daily torna a definire "prive di fondamento” le ripetute accuse rivolte a Pechino di forzare le aziende statunitensi che operano in Cina a trasferire la tecnologia. 

L'ombra di Kim

Non è escluso che dietro al passo indietro si celi l’ombra di Kim. Trump sospetta che Xi abbia convinto il leader nord-coreano a mettere in discussione il vertice di Singapore per ottenere maggiori concessioni sui delicati negoziati commerciali.  Dopo un tesissimo tira e molla, il summit ha ripreso quota. Usa e Corea del Nord hanno stabilito un contatto diretto: nelle ore scorse è volato a New York un emissario del dittatore, Kim Chang-son. Trump potrebbe dunque aver deciso di riaprire il fuoco con Pechino.

Nel mirino anche gli studenti cinesi

La rappresaglia si estende anche ai cittadini cinesi. Gli Usa si apprestano a imporre limiti su alcuni visti rilasciati in particolare a studenti di scienza e tecnologia  – 600 mila all’anno – per gli studi in settori che rientrano nel Made in China 2025. Del resto il piano industriale che punta sui big data è il vero bersaglio di Trump.  Gli studenti cinesi, scrive il South China Morning Post, non sono preoccupati dalle misure che saranno applicate dal prossimo 11 giugno. 

I dazi colpiranno tecnologia e strumenti per la medicina

La lista dei prodotti a cui saranno applicati dazi, secondo quanto riportato dalla Casa Bianca, sarà compilata in base all’elenco di prodotti tecnologici passibili di dazi resa nota ad aprile scorso, e verrà divulgata il 15 giugno prossimo, mentre le restrizioni agli investimenti e i controlli sulle importazioni verranno resi noti il 30 giugno prossimo. La decisione, spiega il comunicato emesso dalla Casa Bianca, è stata presa in base alla sezione 301 dello Us Trade Act del 1974, utilizzata per le indagini dello Us Trade Representative, Robert Lighthizer, su possibili violazioni della proprietà intellettuale. La mossa rientra nei passi messi in atto dagli Usa per “proteggere la tecnologia interna e la proprietà intellettuale da certe pratiche commerciali pesanti e discriminatorie della Cina”, conclude il comunicato.  

Zte e Qualcomm

La lezione di Zte, finita nel mirino di Washington (potrà tornare a fare business negli Stati Uniti a patto che paghi una multa di 1,3 miliardi di dollari e modifichi il management, mentre aumenta l’avversità dei senatori repubblicani) insegna alla Cina che deve affrettarsi a rendersi indipendente sul versante dello sviluppo tecnologico.  Uno dei settori nei quali gli americani temono di perdere l’egemonia è proprio l’intelligenza artificiale. Nel nuovo braccio di ferro tra Washington e Pechino rischia di restare stritolato anche il colosso dei processori Qualcomm, la cui proposta di acquisto dell’aziende cinese di semiconduttori NXP è in attesa dell’approvazione dell’antitrust cinese.

Agi News

Stati Uniti e Cina si stanno mettendo d’accordo per chiudere la guerra dei dazi?

La Cina definisce “costruttivi” i colloqui in corso con gli Stati Uniti sulla risoluzione delle dispute commerciali, ma smentisce l’offerta da duecento miliardi di dollari per ridurre il surplus con gli Usa, come dichiarato in forma anonima da un funzionario di Washington nelle scorse ore. “Questo rumor non è vero”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Lu Kang in conferenza stampa. 

Lu ha aggiunto, senza scendere nel dettaglio, che i colloqui di Washington tra Cina e Stati Uniti sul commercio, giunti al secondo round dopo il primo svoltosi a Pechino il 3 e 4 maggio scorsi, “a quanto so, sono in corso e sono costruttivi”.

Giunto a Washington, il vice primo ministro cinese con delega agli affari economici e finanziari, Liu He, ha incontrato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a cui ha ribadito che la Cina vuole “gestire in maniera appropriata” le divergenze sul commercio con gli Usa per un “reciproco beneficio”, secondo quanto riporta l’emittente televisiva statale cinese, China Central Television.

Pace sul sorgo

In un segnale di distensione, il ministero del Commercio aveva annunciato l’interruzione dell'inchiesta anti-dumping sulle importazioni di sorgo dagli Stati Uniti, che erano soggette, secondo misure temporanee decise il mese scorso a dazi del 178,6%.

La Cina ha deciso di terminare le indagini anti-dumping sulle importazioni di sorgo proveniente dagli Stati Uniti perché “non sono nell’interesse pubblico”.

La decisione è stata annunciata da un comunicato diffuso dal ministero del Commercio, che cita i timori di un aumento dei costi segnalati da chi lavora nel settore e crescenti difficoltà per il settore agricolo.

Le indagini erano state lanciate a febbraio, e il 17 aprile scorso il ministero aveva deciso l’applicazione di una tariffa temporanea anti-dumping del 178% sul sorgo importato dagli Stati Uniti.

Lo scorso anno la Cina ha importato sorgo dagli Usa per 1,1 miliardi di dollari e la decisione di imporre dazi avveniva nel pieno delle tensioni sul commercio tra Cina e Stati Uniti. Il sorgo è utilizzato in Cina sia come mangime che per la produzione di alcolici.

Zte sullo sfondo

L’atmosfera tra Cina e Stati Uniti sul commercio si è rasserenata negli ultimi giorni. I colloqui – che si concluderanno il 19 maggio – seguono all’apertura di Trump, rispetto al caso Zte, oggetto di un bando settennale per la vendita di componenti al gigante della tecnologia cinese sull’accusa di esportazioni illegali verso l’Iran, che verrà preso nuovamente in considerazione dal Dipartimento del Commercio di Washington su richiesta dello stesso Trump. Una decisione che ha tuttavia sollevato le critiche della fronda anti-cinese alla Casa Bianca. 

Agi News

Cina e Usa dialogano sui dazi (a Pechino). Ma le posizioni sono distanti

Sono impaziente di incontrare il presidente Xi”, ha twittato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, segnalando l’arrivo a Pechino di una delegazione di alti funzionari americani, guidati dal segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, e dallo Us Trade Representative, Robert Lighthizer.

Sono giunti alla capitale per discutere gli attriti commerciali tra Cina e Stati Uniti; dovrebbero incontrare lo stesso Xi Jinping e il vicepresidente Wang Qishan. Gli analisti ritengono che questo tweet possa contenere una indicazione sul luogo in cui si terrà l’attesissimo summit fra Trump e il leader nord-coreano, Kim Jong-un, di cui si attende di conoscere anche la data (dovrebbe svolgersi entro giugno).

Non è escluso che il presidente americano abbia in mente di incontrare il leader di Pyongyang proprio in Cina, come potrebbero suggerire le sue parole. "Sono impaziente di incontrare il presidente Xi in un futuro non lontano. Avremo sempre una buona (grande) relazione".

Proprio nelle stesse ore, Kim ha confermato l'impegno di Pyongyang per la denuclearizzazione nel corso dell'incontro con il ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, che ha riaffermato la centralità della Cina nella penisola, dopo lo storico summit inter-coreano che ha spianato la strada per un trattato di pace tra le due Coree.

“Il nostro grande team finanziario è in Cina per cercare di negoziare un piano egualitario sul commercio!", ha poi scritto il presidente Usa.

Sono passati tre mesi da quando Liu He, il consigliere economico del presidente Xi Jinping, durante la sua visita a Washington, aveva chiesto all’amministrazione Trump di indicargli i funzionari con cui avrebbe potuto confrontarsi per evitare una guerra di dazi con il maggior partner commerciale della Cina. La risposta è arrivata oggi, giovedì 3 maggio, quando Liu, a capo della delegazione cinese, si è seduto per i colloqui di due giorni con sette funzionari istruiti da Donald Trump.

"Sono eccitato dall'essere qui", ha dichiarato Mnuchin alla stampa presente all'aeroporto di Pechino, poco dopo l'atterraggio nella capitale cinese, senza aggiungere commenti sulla visita.  Oltre a Mnuchin e a Lighthizer, la delegazione speciale comprende anche il segretario al Commercio Usa, Wilbur Ross, gli adviser della Casa Bianca Peter Navarro e Larry Kudlow, l’ambasciatore americano a Pechino Terry Branstand.


L'entusiasmo per i colloqui è stato, però, molto ridimensionato negli ultimi giorni, sia da parte cinese che statunitense.

“Se la delegazione statunitense verrà in buona fede, i colloqui potranno essere costruttivi", ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying, aggiungendo che sarebbe però irrealistico aspettarsi una risoluzione dei problemi dopo un solo round di colloqui. Molto più duro il giudizio di un funzionario del governo di Pechino, che ha sottolineato al South China Morning Post che la Cina non intende soccombere nella disputa sul Commercio con gli Stati Uniti e che è pronta a combattere "fino alla fine" una guerra commerciale.

Punti di partenza diversi

In particolare, secondo fonti che hanno parlato al New York Times nei giorni scorsi, la Cina non intende cedere su due precondizioni poste da Trump per il successo delle trattative:

  1. la riduzione del deficit commerciale bilaterale a vantaggio di Pechino di cento miliardi di dollari;
  2. e il ridimensionamento del piano di sviluppo del manifatturiero avanzato, il Made in China 2025.

L'arrivo della delegazione speciale statunitense viene accolto con fermezza dalla stampa cinese. "La Cina vuole che i colloqui producano soluzioni praticabili per mettere fine alla faida in corso e alle pratiche commerciali ingiuste degli Stati Uniti, e non è la sola a volerlo", scrive il China Daily, citando anche il caso dell'Unione Europea. La Cina, prosegue l'editoriale, "rimarrà ferma contro il bullismo degli Stati Uniti se necessario, e come campione della globalizzazione, del libero scambio e lode multilateralismo, avrà un forte sostegno da parte della comunità internazionale".

Sentimenti contrastanti emergono anche da parte della delegazione Usa, composta sia da "falchi" in economia, come Navarro, che da funzionari su posizioni meno oltranziste, come lo stesso Mnuchin, che ha però cambiato atteggiamento negli ultimi mesi, sostenendo le posizioni dure sul commercio di Trump.

In un'intervista a Fox News, lunedì scorso, il segretario al Tesoro Usa si era detto cautamente ottimista sulla possibilità di avere "discussioni schiette" con la controparte cinese durante la visita a Pechino: nelle scorse ore, però, il segretario al Commercio Usa, Wilbur Ross, ha avvertito che il viaggio di due giorni potrebbe essere ulteriormente accorciato "se non soddisfacente", come dichiarato ai microfoni di Cnbc. 
  

Per lo Us Trade Representative, il rapporto tra Cina e Stati Uniti nel commercio è una "grossa sfida" e le due economie potrebbero "passare il prossimo anno a sviluppare come trattare gli uni con gli altri in un periodo di tempo", ha dichiarato Lighthizer nei giorni scorsi durante un evento della Camera di Commercio Usa a Washington.

La posta in gioco

Si parla di dazi e controdazi su merci di importazione dal valore complessivo di 150 miliardi da ambo le parti. Balzelli che in realtà, secondo gli osservatori, nessuno dei due intende perseguire (Trump è esasperato dal surplus commerciale con la Cina e dalla necessità di proteggere le tecnologie americane dai presunti furti cinesi). Secondo i produttori di soia americani interpellati dall’agenzia Bloomberg, la Cina avrebbe già smesso di comprare dagli Stati Uniti il cereale al centro della querelle.

Una breve cronologia (ripresa dal Financial Times)

Aprile 2017

Gli Usa lanciano una indagine sugli effetti delle importazioni di acciaio e alluminio sulla sicurezza economica, militare e nazionale.

Agosto 2017

Donald Trump chiede allo Us Trade Representative di esaminare il sistema di tutela della proprietà intellettuale cinese e in particolare la presunta pratica cinese di forzare le compagnie straniere a trasferire le tecnologie ai partner locali.

8 marzo 2018

Gli Usa annunciano dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio (rispettivamente al 25% e al 10%) a partire dal 23 marzo.

23 marzo 2018

Gli Usa impongo i dazi su acciaio e alluminio. Gli alleati americani, a cominciare dall'Unione Europea, vengono esonerati fino al 1 maggio. Non la Cina.

23 marzo 2018

La Cina, in risposta ai dazi Usa su acciaio e alluminio, annuncia dazi del 15-20% sulle importazioni di 128 prodotti americani, tra cui la carne di maiale, a partire dal 2 aprile.

2 aprile 2018

Entrano in vigore i dazi del 15-20% sull' importazione di 128 prodotti statunitensi.

3 aprile 2018

Gli Usa pubblicano una lista di 1333 prodotti tecnologici di importazione cinese dal valore di 50 miliardi di dollari che potrebbero essere soggetti a nuovi dazi del 25%. Nel mirino la presunta violazione della proprietà intellettuale.

4 aprile 2018

La Cina presenta un ricorso al Wto per i dazi su alluminio e acciaio e fa appello per la lista di 1333 prodotti dal valore di 50 miliardi, e minaccia di imporre balzelli del 25% sui prodotti di importazione Usa dal valore di 50 miliardi, tra cui i semi di soia.

6 aprile 2018

In risposta alla rappresaglia cinese, Trump ordina allo  US trade representative di considerare tariffe aggiuntivi su merci cinesi pari a 100 miliardi.

1 maggio 2018

Gli Usa estendono fino al 1 giugno l’esonero dalle tariffe su acciaio e alluminio a Europa, Canada, Messico, Argentina, Australia e Brasile.

Agi News

Cina e Usa si stanno mettendo d’accordo per mettere fine alla guerra dei dazi

Cina e Usa potrebbero presto accantonare le tensioni commerciali, rinfocolatesi dopo il caso Zte, e aprire un negoziato per evitare la guerra dei dazi, che nessuno dei due litiganti vuole. Pechino ha dichiarato il proprio apprezzamento per la possibilità dell'arrivo del segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, il quale sabato scorso, a margine di un meeting del Fondo Monetario Internazionale a Washington, aveva dichiarato che un viaggio in Cina per discutere le questioni economiche e commerciali è "preso in considerazione" dall'amministrazione Usa guidata da Donald Trump.

Mnuchin non si è sbilanciato in pronostici sulla tempistica, ma ha detto di essere “prudentemente ottimista” sulla possibilità di raggiungere un accordo con Pechino, stando all'agenzia Reuters. Un segnale di disgelo che trova conferma nelle dichiarazioni del governo cinese: "La Cina ha ricevuto informazioni sull'auspicio degli Stati Uniti di discutere a Pechino le questioni economiche e commerciali, cosa che la Cina accoglie con favore", ha reso noto il ministero del Commercio di Pechino attraverso un portavoce.

La Cina mete i puntini sulle i. Ribadisce la propria opposizione al protezionismo commerciale e il proprio sostegno al sistema di commercio multilaterale dalle pagine del suo giornale più rappresentativo: il Quotidiano del Popolo. Lo fa con un articolo pubblicato a firma del ministro del Commercio di Pechino, Zhong Shan. La Cina, scrive il ministro prendendo le mosse dal discorso pronunciato il 10 aprile dal presidente cinese, Xi Jinping, al Boao Forum for Asia sull'isola di Hainan, "deve opporsi fermamente a tutte le forme di protezionismo, promuovere il commercio globale e la liberalizzazione e la facilitazione degli investimenti". 

Da parte sua, Mnuchin ha speso parole di apprezzamento sulle recenti aperture di mercato ai settori assicurativo e bancario annunciate dal governatore della banca centrale cinese, Yi Gang, nei giorni scorsi; i due si sono incontrati all'incontro del del Fondo monetario, ha dichiarato lo stesso segretario al Tesoro. Parole di elogio sono giunte all’indirizzo del governo cinese anche in merito al sostegno alle sanzioni delle Nazioni Unite contro la Corea del Nord, all’indomani dell’annuncio di Kim Jong-un della sospensione dei test missilistici e nucleari, che ha avuto il plauso di Cina e degli Stati Uniti.

La posta in gioco non è altissima ma neanche irrilevante: si parla di dazi e controdazi su merci di importazione dal valore complessivo di 150 miliardi da ambo le parti. Balzelli che in realtà, secondo gli osservatori, nessuno dei due intende perseguire (Trump è esasperato dal surplus commerciale con la Cina e dalla necessità di proteggere le tecnologie americane dai presunti furti cinesi).

La Cina non ha voluto dare l’impressione di cedere alle richieste di Washington, scrive il Financial Times, ma gli americani hanno registrato come un successo l’ulteriore apertura del mercato delle auto alle compagnie a stelle e strisce, a lungo richiesta da parte americana. Donald Trump si è detto "molto grato" al presidente cinese "per le belle parole” pronunciate dal presidente cinese alla "Davos Asiatica", quando Xi ha promesso tariffe più basse per le auto straniere sul mercato cinese.

Questi passi in avanti rischiano di essere frenati da almeno due focolai accesi.

Il primo riguarda la decisione del Dipartimento del Commercio Usa di vietare alle aziende americane le vendite per sette anni di componenti al colosso delle telecomunicazioni Zte; un provvedimento bollato come “ingiusto” dal colosso di Shenzhen che, in una durissima nota, dice di essere pronto a tentare tutte le vie legali per opporsi a un blocco che potrebbe portarla a fallire.

Il secondo ha a che fare con la possibilità contemplata dalla Casa Bianca di applicare l’International Emergency Powers Act (IEEPA) per bloccare lo shopping cinese di tecnologie Usa, scrive il Sole 24 Ore. Cioè? Si tratta di una legge che risale al 1977, usata per imporre sanzioni agli “oligarchi” russi, al regime di Pyongyang e a terroristi internazionali. Ora Washington la vuole usare per fermare la corsa cinese al predominio delle tecnologie del futuro.

Gli attriti politici possono avere ripercussioni negative sulle acquisizioni cinesi all’estero, che l’anno scorso hanno registrato una brusca frenata.  Stando a un rapporto stilato da Baker McKenzie e Rhodium Group, gli investimenti diretti cinesi negli Stati Uniti sono calati del 35% nel 2017, scendendo a 30 miliardi di dollari (il calo in Europa è stato del 22%). Questa flessione è da imputare in parte ai controlli delle autorità di Pechino sul movimento di capitali (il governo ha diviso in tre categorie gli investimenti all’estero dei giganti cinesi: vietati, soggetti a restrizioni o incoraggiati), ma anche alle attività di interdizione esercitate dall’agenzia Usa sugli investimenti esteri: Cfius, che avrebbe bloccato progetti per 8 miliardi. 

“Rapporti commerciali che riguardano lo scambio di beni e servizi e investimenti diretti sono in qualche modo correlati", ha commentato all'Agi Marco Marazzi, avvocato di Baker McKenzie. "Gli Usa – ha sottolineato – probabilmente dimenticano che una parte del deficit commerciale è dovuto a società americane che producono in Cina ed esportano parti o prodotti finiti, e che non sempre potrebbero rilocalizzarsi in America. Poi ci sono le aziende americane che producono per il grande mercato cinese locale. La guerra commerciale può indirettamente colpire questi investimenti e quindi ogni mossa va valutata con attenzione"

 

Agi News

Una startup da 3 miliardi sta facendo vincere alla Cina la partita dell’intelligenza artificiale

Se il predominio cinese nell’intelligenza artificiale è sempre più tangibile lo si deve anche a una start up di Hong Kong specializzata nel riconoscimento facciale: si chiama Sense Time. Nata nel 2014 dall’idea di un ambizioso professore universitario, Tang Xiaoou, è stato però un suo ex allievo, Xu Li, 40 anni, a lanciarla due anni dopo, diventandone Ceo.

Ha appena ricevuto un finanziamento di 600 milioni da una cordata di investitori (tra cui Temasek e Suning) guidata da Alibaba, raggiungendo così il valore di 3 miliardi di dollari; pochissime società statunitensi riescono a valere tanto basandosi quasi unicamente sul riconoscimento facciale, che in Cina ha conosciuto un vero boom. La società gode anche del sostegno di altri investitori, tra cui il colosso americano dei processori, Qualcomm, e il gigante cinese del real estate, Dalian Wanda. Ha clienti in tutto il mondo (oltre 400) e si sta espandendo in altri settori, come il deep learning e la guida autonomia, scrive il Financial Times.

Il cliente più grande? Ovvio: il governo cinese (30% del portfolio, scrive Quartz), che punta a trasformare l’AI in una industria da 150 miliardi di dollari entro il 2030, e dal quale Sense Time ha ottenuto pieno accesso ai dati dei cittadini. Non c’è solo questo: la Cina ha già assunto una posizione dominante nel mercato mondiale della videosorveglianza, e sta conducendo vari esperimenti che utilizzano il riconoscimento facciale per tracciare ogni movimento della popolazione. Dei giorni scorsi la notizia dell’arresto di un uomo sospettato di reati economici individuato dalle forze dell’ordine durante un concerto pop a Nanchang, nella Cina sudorientale, in mezzo a 50mila persone.

In Cina si contano già 176 milioni telecamere di sicurezze, con un incremento annuale del 13% dal 2012 al 2017; un dato che fa impallidire il 3% che ne scandisce la crescita a livello globale.

Sense Time, che in comune con i suoi principali rivali, Megvii e Yitu, ha l’altissimo valore di mercato, non è l’unica società ad avere avviato sperimentazioni con le forze di polizia. Nel febbraio scorso, in occasione del consueto esodo di massa per i festeggiamenti del Capodanno lunare, la polizia ferroviaria di Zhengzhou (capoluogo della provincia dello Henan) arrestò sette ricercati e altri 26 truffatori in possesso di falsi documenti. Sugli occhiali degli agenti era stata montata una mini telecamera in grado di realizzare uno screening di massa quasi perfetto. Il dispositivo era stato realizzato da LLVision Technology Co.

Il ministero per la Pubblica Sicurezza nel 2015 ha lanciato un piano che punta a creare un sistema in grado di collegare in pochissimi secondi il volto di ciascun cittadino con la foto identificativa: un database utilizzato per motivi di sicurezza ma le cui immaginabili conseguenze in termini di privacy per i cittadini ha già sollevato molti dubbi.

Nella corsa a immagazzinare i dati degli utenti, inestimabile tesoro da usare in vari ambiti, dalle campagne pubblicitarie al sistema di credito sociale, il programma di rating che assegna un voto alle attività online dei cittadini e delle imprese, Alibaba, Tencent e Baidu da tempo trasferiscono alle forze dell'ordine le tracce elettroniche degli utenti, dalle chat agli acquisti online.

Il riconoscimento facciale – tema caldo in questi giorni con l’arrivo della controversa tecnologia su Facebook in Europa – sta rivoluzionando anche altri settori, dal retail banking ai pagamenti online.

Pochi cinesi hanno probabilmente sentito parlare di Sense Time. Che però di loro sa tutto. Se entri al negozio di Suning, il colosso dell’elettronica cinese (quello che ha comprato l’Inter), è possibile che una telecamera di sicurezza stia registrando ogni tuo movimento: dentro c’è un software di Sense Time.

Se apri Rong360, un’app molto popolare in Cina che serve a farsi prestare soldi da altra gente (il cosiddetto “peer-to-peer lending”: un sistema di crowdfunding individuale che sopperisce alla carenza del credito finanziario), ti verrà chiesto di fare login con il riconoscimento facciale.

Chi lo sviluppa? Sense Time. Potrebbe poi venirti voglia di farti un video e mandarlo agli amici utilizzando Snow, app simile a Snachap, indossando occhiali per la realtà aumentata – fatti da Sense Time. Dalle prigioni ai grandi magazzini, Xu Li corteggia pubblico e privato (tra i suoi clienti figura anche Walmart).

Mentre continuano le schermaglie commerciali tra le due principali economie del mondo (stando a un rapporto di Rhodium Group, gli investimenti diretti cinesi negli Stati Uniti sono calati del 35% nel 2017; flessione da imputare in parte ai controlli delle autorità di Pechino sul movimento di capitali, ma soprattutto alle attività di interdizione esercitate dall’agenzia Usa sugli investimenti esteri: Cfius), uno dei settori nei quali Washington teme di perdere l’egemonia è proprio l’intelligenza artificiale.

Il rivale asiatico potrebbe avere già vinto, a partire dal settore militare. L’innovazione è il terreno in cui si consuma uno scontro più ampio: la Cina ha già scavalcato il Giappone come seconda potenza al mondo per brevetti internazionali, e l’Onu prevede il sorpasso sugli Usa in tre anni. Donald Trump, per sabotare le ambizioni del presidente cinese Xi Jinping, ha lanciato una dura rappresaglia contro i prodotti tecnologici. Il bersaglio è il Piano Made in China 2025, il programma di innovazione manifatturiera del gigante asiatico. Pechino ha risposto con controdazi che colpiscono la base elettorale del presidente americano. 

Agi News

Qual è il gioco politico dietro la guerra dei dazi tra Usa e Cina

“La Cina ha mostrato la sua spada in meno di 24 ore, con la stessa forza e la stessa proporzione di quella degli Stati Uniti”. Lo scrive oggi, giovedì 5 aprile, il Quotidiano del Popolo, sfoderando l’orgoglio nazionale per la velocità della risposta cinese – 11 ore – alla proposta di dazi proveniente da Washington.  

Se oltre 1.300 prodotti tecnologici di importazione cinese andranno incontro ai dazi di Trump, sono 106 quelli elencati nella lista diffusa dal governo di Pechino, tra cui le maggiori voci di importazione: dai semi di soia, agli aeromobili (la Cina è tra i maggiori clienti di Boeing), alle automobili. Pechino e Washington hanno alzato barriere su 50 miliardi di dollari ciascuno. Del resto la Cina aveva promesso reciprocità in un guerra che dice di non aver mai voluto.  

Leggi anche: Xi e Trump alla grande guerra della soia

Oggi il governo cinese, per bocca dell’ambasciatore negli Usa, Cui Tiankai,  ha chiesto agli Stati Unti di accantonare l'esito delle indagini dello Us Trade Representative sulle presunte violazioni della proprietà intellettuale da parte di gruppi cinesi a danno delle imprese Usa.

L’imposizione di dazi sui semi di soia è una lama a doppio taglio: oltre a colpire i produttori americani potrebbe avere ripercussioni anche sui consumatori cinesi. Un aumento del prezzo della soia inciderebbe sul prezzo della carne di maiale (i suini si nutrono di soia). “La Cina con i dazi sull’importazione di semi di soia fa male ai consumatori cinesi, ma fa più male a Donald Trump perché colpisce la sua base elettorale”, dice Michele Geraci, economista, docente di finanza alla Nottingham University Business School China di Shanghai.

Leggi anchePechino ha pubblicato la lista dei prodotti Usa sui quali imporrà i dazi

“I produttori di soia del Midwest vengono penalizzati più di tutti”, elabora Geraci.  “La Cina – continua – può comprare più soia dal Brasile, che nel 2012 ha surclassato gli Usa come maggior fornitore. La concorrenza non è tra produttori americani e cinesi, perché la Cina produce un quarto di quello che consuma: questa mossa di Pechino piuttosto crea zizzania tra Usa e Sud America”.

C’è un grande ma: il Brasile, che si sta leccando i baffi (la quota di export di soia verso la Cina ha toccato la cifra record nel 2017), non può aumentare la produzione per sopperire alla quota che Pechino importa dagli Usa.

In questo quadro nessun Paese esce davvero vincitore.

“La Cina però può tentare la riforma agraria”, spiega Geraci. L’approvvigionamento domestico è il grande dilemma di Pechino. Guardiamo i numeri. La Cina produce 15 milioni di tonnellate di soia e ne consuma circa 70 milioni (dati del 2011). “La guerra dei dazi – sottolinea l’analista – è un’occasione da non perdere per accelerare la riconversione della propria struttura produttiva agraria”. E’ di pochi giorni fa la notizia di maggiori sussidi ai produttori cinesi di soia per tagliare le riserve di cereali (250 milioni nel 2017).  

Meno grano, più soia

Per capire bisogna fare un passo indietro, alla fine degli anni Ottanta. All'estate del 1989, per la precisione. “L’inflazione elevata – spiega Geraci – è stata tra le cause delle proteste democratiche del 4 giugno sfociate in sanguinosa repressione. Solo dopo il governo ha deciso di aumentare la produzione di grano promuovendo politiche che mirassero ad abbassare i prezzi dei cereali (riso, grano, ecc: alimenti di base)”. Sono anni in cui il reddito procapite è molto basso e l’incidenza della spese per il cibo molto alta.

Nel frattempo le riforme di apertura promosse da Deng Xiaoping hanno avviato il miracolo economico e così dieci anni dopo, alla fine degli anni novanta, “l’aumento del reddito procapite si riflette sull’incremento della domanda di carne e quindi di semi di soia. La Cina inizia a consumare i semi oleosi: commodity fondamentale per la produzione di olio (di cui i cinesi sono grandi consumatori) e per l’alimentazione dei suini (di cui la Cina è il maggior produttore e consumatore)”. E' a questo punto che la Cina si trova in deficit di soia e inizia a importarla da fuori.

Nel 2017 la Cina importa 50,93 milioni di tonnellate dal Brasile (il 54% del totale), 32,9 milioni dagli Stati Uniti (il 34,4%), la quota più bassa dal 2006, e circa 8 milioni dall’Argentina.

“La riconversione non è immediata – dice Geraci – si parla di un effetto di medio termine. Ma la Cina è una economia pianificata e per farlo le bastano due anni”.

Leggi anche: Perché i controdazi di Pechino penalizzano la base elettorale di Trump

Una guerra che costa solo 15 miliardi

I dazi sono stati annunciati, non sono ancora concreti.  “Al termine di 60 giorni avremo l'imposizione delle nuove tariffe", ha tuonato oggi il consigliere di Donald Trump alla Casa Bianca, Peter Navarro, considerato un 'falco', sottolineando che “se non agiamo ora non avremo futuro”.  

La Casa Bianca, tra i dazi su acciaio e alluminio e l'ultima lista vuole applicare balzelli per un valore complessivo di quasi 60 miliardi sulle merci importate dalla Cina. Lo stesso ammontare annunciato da Pechino, mettendo insieme le due liste (128 da 3 miliardi e 106 da 50 miliardi).  

Quanto valgono questi dazi sul totale dell’importazione? Si tratta di 60 miliardi di merci su cui vengono applicati dazi fino al 25%. Tradotto in dollari: 15 miliardi. “Non tantissimo”, spiega Geraci. La Cina ha un surplus commerciale nei confronti degli Usa di 370 miliardi, cioè 20 volte il valore dei dazi.

Leggi anche: Dazi e 'controdazi', è scattata subito la rappresaglia di Pechino contro gli Usa

Letta così, la guerra commerciale sembra una scaramuccia. “Se ci si ferma qui non succede niente di grave”, spiega Michele Geraci. 

Non è una guerra economica ma una battaglia geopolitica. Con obiettivi diversi (lo spiega qui il Foglio)

“Trump punta a ristabilire l’ordine del commercio mondiale”, dice Geraci. “Il libero commercio tende a penalizzare le fasce più deboli della società, quelle di cui Trump ha promesso di occuparsi”. Gli operai e gli agricoltori del Midwest che hanno votato il presidente americano e che la Cina sapientemente vuole colpire. “Trump – continua Geraci – colma il vuoto lasciato dalla sinistra, che da protettrice delle fasce vulnerabili, è diventata elitaria e gauche caviar”. Trump, in vista delle primarie del 2020, deve ridistribuire la ricchezza, concedere sussidi ai produttori colpiti dai dazi cinesi con i soldi che si liberano dalla riduzione del deficit.

In altre parole, l’obiettivo dell’inquilino della Casa Bianca “non è far male all’economia cinese, ma riscrivere le regole del commercio internazionale, convinto che la Cina non ne faccia parte e che gli accordi di libero scambio siano dannosi per gli Stati Uniti”, dice Geraci.

Xi Jinping porta avanti una battaglia completamente diversa. “Vuole porsi come paladino del libero mercato per continuare a esportare prodotti Made in China in giro per il mondo”, spiega l’economista.

Trump colpisce i settori strategici del piano Made in China 2025. Ma lo schiaffo è relativamente debole. “La Cina non esporta commodities, ma prodotti manifatturieri, acciaio e alluminio”. Proprio i settori nel mirino della Casa Bianca (1.333 prodotti su cui applicare tasse del 25%: la più dura iniziativa unilaterale messa in campo da Donald Trump). “La Cina, per dire, esporta solo un miliardo di acciaio”, spiega l’economista.“ E' di 450 miliardi di dollari il valore complessivo dell'export cinese negli Usa, un mercato grande per la Cina che però punta anche su altri mercati in crescita: Asia e Africa”, dice Geraci.

“Questa pseudo guerra fatta con quattro soldi e dall’impatto minimo è già quasi finita”, dice l’economista. Ragioniamo sui numeri.  “La Cina – calcola Geraci – importa dagli Usa 130 miliardi. 60 sono già oggetto di dazi, ne restano all’incirca altri 70 su cui imporre balzelli, poi la guerra è finita. I dazi dal 25% possono salire al 60%, ma la Cina ha già colpito metà delle importazioni”. Che valgono, abbiamo visto, 15 miliardi. Noccioline. E siamo già a metà. Questa guerra commerciale ha una fine naturale. “Ci si può far male ma non troppo”.

“Una guerra che ha iniziato la Cina 18 anni fa quando è entrata nel Wto senza rispettarne le regole”, ha detto Geraci. “Pechino non dovrebbe fare dumping monetario, ovvero tenere bassi i tassi di interesse come ha fatto per venti anni. Trump ha ragione. Nel botta e risposta la Cina si difende facendo appello alla reciprocità: i dazi sono più alti perché 'siamo ancora un Paese in via di sviluppo', dice Pechino, che considera ingiusta qualsiasi misura protezionistica rivolta ai propri prodotti. Una posizione inaccettabile per Trump che pretende coerenza: 'allora non fate libero scambio e comportatevi da tale'".

Mentre la Cina, scaltramente, fa appello proprio al Wto (oggi ha presentato ricorso per i dazi su alluminio e acciaio), "l’obiettivo di Trump è indebolirlo, uscire da tutti gli accordi, dal Nafta all’Organizzazione Mondiale del Commercio, e negoziare nuove intese bilaterali, come dovrà fare la Gran Bretagna dopo il Brexit", dice l'economista. 

“Trump vuole fare un world-exit”. Previsioni? “Ancora un piccolo passo e poi il conflitto si assesterà. Sarà il Wto a decidere sui dazi”, conclude Geraci.

 

Agi News