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Turismo in crisi: aziende pronte a licenziare, tonfo per le compagnie aeree

AGI – Le imprese del turismo sono al collasso e a settembre prevedono chiusure e licenziamenti. Aidit Federturismo Confindustria, Assoviaggi Confesercenti, ASTOI Confindustria Viaggi e Fto Confcommercio, lanciano un ultimo SOS e chiedono che il Governo annunci pubblicamente cosa intende fare per evitare la chiusura di agenzie di viaggi e tour operator. In assenza di interventi, gli imprenditori sono pronti ad azioni di protesta.

 “Non c’è più tempo – sostengono le associazioni del settore turismo – A settembre ci sarà la resa dei conti: molte aziende hanno già previsto di chiudere, molte altre lo faranno sicuramente nei mesi successivi. Migliaia di lavoratori e di famiglie verranno messi sul lastrico, andando comunque a gravare sulle casse dello Stato. E ciò rende ancora più incomprensibile i mancati aiuti a questo comparto”. In assenza di coinvolgimento e di aiuti concreti, le associazioni annunciamo che “il turismo organizzato non morirà nel silenzio e non accetterà questo destino senza reagire”.

Per questo, chiedono al Governo di “dare evidenza pubblica di ciò che intende fare per tour operator e agenzie di viaggi, anche con riferimento alle aziende sopra i 5 milioni di fatturato, che non hanno nemmeno beneficiato del contributo a fondo perduto di cui all’art. 25 del DL Rilancio. La pazienza dimostrata fino ad oggi da imprese e lavoratori è stata ormai sostituita da indignazione e sconcerto”. Aidit, Astoi Confindustria Viaggi, Assoviaggi e Fto “pretendono risposte urgenti. In difetto, “si renderanno promotrici di una protesta senza precedenti che coinvolgerà tutto il settore”.

 “Quelle che a marzo erano solo previsioni – fanno notare le associazioni del settore turismo – ad inizio agosto sono divenuti dati certi che, nella loro crudezza, confermano decrementi che dovrebbero portare qualsiasi Governo a introdurre con urgenza ogni misura utile. Non si è perso solo il fatturato da marzo ad agosto, è a rischio quello di un intero anno. Le associazioni plaudono al risultato ottenuto dal Governo in Europa sul Recovery Fund, ma ora “si attendono una pronta risposta alle richieste di tour operator e agenzie di viaggi, le uniche aziende ad essere rimaste sino ad oggi senza alcuna forma sostanziale di aiuto”.

“Dopo il decreto ‘Cura Italia’ – prima occasione mancata – la politica – sottolineano le imprese – aveva rassicurato le categorie affermando che il successivo decreto avrebbe previsto misure straordinarie per il turismo. Nel decreto ‘Rilancio, invece, nulla è stato previsto, a parte la ridicola e complessa misura del Bonus Vacanze che, per come è strutturato, non ha raccolto nemmeno il consenso degli albergatori. è stato chiesto di attendere gli emendamenti, ma dopo un intenso scambio di informazioni e dopo l’invio di numerose proposte elaborate dalle categorie, nessuna norma ha dato ossigeno ad un settore tra i più colpiti, che ha zero prospettive di ripresa per il prossimo anno e che, quindi, sta sostanzialmente morendo”.

“E’ davvero impossibile riuscire a capire – prosegue la nota – come il comparto di tour operator, agenzie di viaggi e agenzie di eventi, con un volume d’affari di 20 miliardi di euro e oltre 80 mila dipendenti, sia stato privato di ogni misura di sostegno, nonostante abbia subito una perdita di oltre l’80% del fatturato annuo”. “Molte imprese – vista la stagionalità e le bassissime marginalità di questo tipo di business – oltre all’Italia, programmano mete estere e, su questo fronte, sappiamo che la ripresa sarà lentissima: si stima un ritorno alla normalità, Covid permettendo, a fine 2022. Eppure, non solo non è arrivato un sostegno attraverso lo strumento del fondo perduto, ma sono stati chiusi quasi tutti i corridoi turistici extra Ue e, per i pochi rimasti aperti, è stata prevista la quarantena al rientro per soggiorni superiori a 5 giorni, quando la permanenza minima all’estero per turismo è di 7 notti. In più, non è stato fatto alcun distinguo tra Paesi esteri sostanzialmente ‘covid free ed altri”.

“Ora, da più fonti, si sente parlare di un prossimo decreto dedicato al turismo o di un pacchetto di misure mirate per il settore, a valere sul prossimo scostamento di bilancio. Auspichiamo – concludono – un immediato ed effettivo coinvolgimento delle categorie nell’elaborazione di queste misure e, soprattutto, ci auguriamo che il governo non intenda, per l’ennesima volta, riservare le ‘briciole al settore più colpito per antonomasia. Invitiamo quindi il governo a non mancare anche quest’ultima chance”.

Tonfo delle compagnie aeree

Intanto oggi i titoli delle maggiori compagnie aeree e turistiche europee sono in profondo rosso. I nuovi focolai e le conseguenti restrizioni ai viaggi deprimono il settore che ha già scontato il dramma del lockdown. Ryanair è in calo dell’8% dopo aver annunciato di aver perso 185 milioni nel trimestre aprile-giugno, il peggiore nei suoi 35 anni di vita e prevede di chiudere l’anno fiscale con un calo del 60% dei passeggeri. Il tonfo in borsa riguarda easyJet (-13%), che ha annunciato giorni fa un taglio di 4.500 posti di lavoro, Iag (che controlla British Airways, pronta a ridurre il suo personale di 12 mila unita’) e’ in perdita di oltre l’8%, Lufthansa, arretra del 6%.

Il tour operator anglo-tedesco Tui, che ha sospeso tutti i viaggi nella Spagna continentale almeno fino al 9 agosto, cede più del 13%.
Le nuove misure per frenare la pandemia hanno schiacciato la speranza di un rilancio del turismo ad agosto. Il Regno Unito e la Francia hanno messo in guardia i viaggiatori a frequentare alcune aree della Spagna. Questo perché sono scoppiati nuovi focolai e in particolare in Catalogna i casi di Coronavirus sono triplicati nelle ultime due settimane.

Il governo di Londra ha cosi’ deciso che i britannici che tornano dalle vacanze in Spagna devono stare in isolamento per 14 giorni. Naturalmente anche negli Stati Uniti la situazione delle compagnie aeree è drammatica: American Airlines ha registrato nel secondo trimestre perdite per 2,1 miliardi. Secondo la Iata, le perdite complessive del settore aereo ammontano a 84,3 miliardi di dollari, i voli cancellati a 7,5 milioni e la domanda e’ scesa del 54%. 

 

Agi

Le aziende italiane hanno già perso 18 miliardi di ricavi

Le aziende italiane sono ormai senza liquidità: il lockdown disposto per contenere i contagi ha portato a una caduta dei ricavi quantificabile in circa 18 miliardi di euro, di cui 11,5 miliardi a carico delle imprese del commercio, del turismo e della ristorazione. Per arginare questo shock è necessario agire sulla leva del credito, ma i meccanismi di agevolazione ai prestiti messi in campo dal Cura Italia non stanno funzionando. A lanciare l’allarme è Confesercenti.

L’emergenza sanitaria da coronavirus, si legge in una nota, è arrivata in una situazione già difficile: solo lo scorso anno, lo stock dei prestiti alle imprese è diminuito di circa 16 miliardi di euro. E il prosciugamento della liquidità causato dal lockdown è destinato a peggiorare: già adesso, su base annua, è plausibile attendersi una contrazione dei consumi delle famiglie di circa 30 miliardi di euro. 

Il problema del credito

“La sospensione delle attività è necessaria per vincere il contagio, e la salute pubblica rimane la priorità”, commenta la presidente di Confesercenti, Patrizia De Luise. “Occorre però sostenere le imprese con un’iniezione rilevante di liquidità, per permettere loro di far fronte all’azzeramento dei ricavi e agli obblighi nei confronti di fornitori e dipendenti. Purtroppo, nonostante il Cura Italia abbia messo a disposizione misure per favorire l’accesso ai prestiti, troppe imprese non riescono ad ottenere risposte positive dagli istituti di credito. E anche le banche disponibili si stanno scontrando con un eccesso di burocrazia che, di fatto, impedisce loro di utilizzare gli strumenti messi a disposizione con il decreto. Imprese ed autonomi sono allo stremo. Bisogna dare fiato alle imprese per aiutare anche chi lavora”, osserva ancora De Luise.

“Servono soluzioni concrete: chiediamo all’Abi un impegno per sbloccare la situazione. Al governo chiediamo invece di garantire l’attuazione delle misure adottate, ma anche di trovare ulteriori soluzioni per facilitare e velocizzare l’accesso alla liquidità delle imprese. A partire dalle garanzie: è urgente sbloccare subito la piena potenzialità del Fondo Centrale, superando i limiti imposti dal regolamento europeo ‘de minimis’ sugli aiuti di Stato. L’Unione europea si è già pronunciata favorevolmente sulla possibilità: l’esecutivo deve solo notificare la decisione. È un intervento necessario, altrimenti molte imprese saranno tagliate fuori dai benefici introdotti con il Cura Italia”, conclude la presidente di Confesercenti.

Agi

Le aziende che stanno guadagnando (involontariamente) grazie al coronavirus

Il mondo dell’economia guarda con timore al coronavirus, arrivato ormai in diversi paesi al di fuori della Cina, tra cui l’Italia. C’è però un settore che non è stato intaccato dall’epidemia in corso e, anzi, ne ha tratto dei benefici: Netflix e altre società che offrono servizi di streaming, secondo gli analisti, hanno ottenuto dei vantaggi dalla permanenza delle persone nelle proprie case per la paura del virus COVID-19. La scorsa settimana, il colosso dello streaming ha registrato una crescita dello 0,8 per cento delle proprie azioni, mentre Wall Street ha chiuso con uno dei risultati peggiori degli ultimi nove anni a causa della paura che il virus possa provocare una recessione globale.

Netflix “ovviamente beneficia del fatto che i consumatori restano a casa a causa delle preoccupazioni sul coronavirus (COVID-19), e questo riflette in una notevole sovraperformance dei prezzi delle azioni questa settimana”, ha scritto l’analista Dan Salmon, citato da Variety. A beneficiarne sono anche altre compagnie del settore tecnologico come Facebook, Amazon e Slack.

La Disney chiude i parchi tematici in Asia

Dure invece le conseguenze per le società legate a spettacoli e spazi d’intrattenimento. Dopo Shanghai e Hong Kong, anche Tokyo ha annunciato la chiusura temporanea a scopo precauzionale dei due parchi a tema della città, Disneyland e DisneySea. I parchi resteranno chiusi dal 29 febbraio al 15 marzo a causa delle misure straordinarie volute dal governo giapponese per limitare la diffusione del nuovo coronavirus.

La Disney chiude così tutti i suoi parchi tematici in Asia, con le relative conseguenze. Si stima infatti che solo la chiusura per due mesi del parco di Shanghai potrebbe costare alla Oriental Land, la società che gestisce il marchio in Asia, perdite per 135 milioni di dollari. Rimane invece in dubbio la premiere del live action ‘Mulan’ in Cina, su cui la società aveva grandi aspettative. Il paese è il secondo mercato più vasto a livello mondiale per l’industria cinematografica. La Walt Disney potrebbe puntare sul lancio di Disney+, la sua piattaforma di contenuti in streaming, in altri paesi per recuperare il terreno perduto.

Agi

La Spagna si candida ad attrarre le aziende in fuga da Londra

Potrebbe essere la Spagna il ‘deus ex machina’ per le aziende in fuga dalla Brexit. Lo fanno intendere gli indicatori economici del Paese – crescita al di sopra del 3% per tre anni consecutivi e poi del 2,6% nel 2019 – ma anche l’aumento degli incentivi, in particolare a favore dell’innovazione tecnologica in particolare per le piccole e medie imprese.

Ma ci sono pure ulteriori segnali. “Si stanno moltiplicando le richieste di assistenza per nuovi progetti industriali da realizzare qui”, afferma Marco Bolognini, avvocato d’affari italiano in Spagna dello studio Maio Legal, specializzato nel settore corporate nonché autorevole editorialista del quotidiano economico Expansion. “E sono richieste che arrivano da aziende che prima guardavano senz’altro alla Gran Bretagna come l’hub perfetto per il mercato europeo”.

I motivi sono semplici. La Spagna nel 2020 si presenta come una “alternativa valida e più economica rispetto ad altri Paesi per delocalizzarsi”, aggiunge Bolognini. Un fenomeno a tutto campo, quello che si preannuncia, non solo per le realtà industriali e le medie imprese, ma anche le attività fintech (ossia che forniscono prodotti e servizi finanziari attraverso le più avanzate tecnologie dell’informazione e della comunicazione), come suggerisce anche uno studio dell’influente think-tank spagnolo Funcas nel suo più recente outlook. “La Spagna ha visto crescere esponenzialmente le sue aziende Fintech, e da molte di queste ci si aspetta che competano direttamente con le banche più affermate nei due settori sempre più interconnessi del finanziamento e dell’innovazione”.

Poi ci sono sintomi forse meno importanti dal punto di vista numerico, ma certamente significativi come il fatto che nei primi 10 mesi del 2019 il numero di cittadini britannici che hanno chiesto di ottenere la cittadinanza spagnola è triplicato. E ancora. “Si sta muovendo qualcosa in diversi rami d’attività gestiti a Londra che guardavano all’America latina: oggi appare sempre più probabile che queste realtà decidano di deviare verso Madrid, visto come hub naturale verso oltreoceano”, continua Bolognini.

Ci sono diversi elementi che congiurano in questo senso, spiega l’avvocato italiano con base a Madrid. “La Spagna offre in generale una prospettiva di costo del lavoro più conveniente: per il momento l’ecosistema del mercato del lavoro iberico è ancora piuttosto flessibile, le aziende hanno ancora la possibilità di contrattare ma anche di ridimensionarsi, se necessario, in modo abbastanza rapido rispetto ad altri Paesi”.

E questo è importante soprattutto nei comparti manifatturiero e dell’automotive, dove persiste ancora un grande impiego di personale, ma lo stesso vale anche per il tessile e per il settore ‘food & beverage’, che ovviamente in Spagna ha una tradizione notevole. E ancora: afferma Bolognini che “le grandi estensioni di territorio con una densità di popolazione relativamente bassa rappresentano un’attrattiva notevole per chi pianifica aperture di nuove strutture anche industriali. Per di più anche qui non a caso vengono offerti sempre più incentivi, molti amministratori accolgono l’arrivo di nuove aziende a braccia aperte”.

Un altro elemento d’attrazione può essere la fiscalità relativamente leggera in certe aree, se non altro concorrenziale rispetto a quella di altre nazioni. Come ricorda anche il ministero italiano degli Esteri, “la Spagna si presenta come uno dei mercati più attraenti con 46 milioni di consumatori potenziali e un bacino supplementare di 80 milioni di turisti che visitano il Paese ogni anno”.

Inoltre, per quello che riguarda il rapporto ‘diretto’ tra Spagna e Gran Bretagna, fino al 2016 il 38% degli investimenti iberici era destinato al Regno Unito, verso cui l’export ammontava a 18 miliardi di euro.

Sempre stando al rapporto Funcas, è vero che “la crescita spagnola dovrebbe rallentare all’1,5% nel 2020 a causa di una serie di fattori internazionali che dovrebbero cominciare a farsi sentire nella seconda metà dell’anno”, ma allo stesso si prevede di registrare una nuova ripresa “nel 2021 e nel 2022”.

In altre parole, spiega Bolognini, questo 1,5% “dovrebbe rappresentare il livello più basso, per poi ripartire verso un più solido 2%”. è in particolare Madrid a mostrare più capacità d’attrattiva per aziende che volessero delocalizzarsi dopo la Brexit. Come scrive Expansion, per la regione della capitale è prevista per il 2020 una crescita record del 2,3%, segnando una notevole distanza rispetto all’1,5 della Catalogna.

Ed è La Vanguardia a definire Madrid “la locomotiva del mercato del lavoro spagnolo”, ricordando che alla fine dell’anno su 402 mila nuovi posti di lavoro un terzo sono stati creati nella capitale. L’avvocato Bolognini è d’accordo: “Ormai appare chiaro che l’appeal di Madrid stia superando quello di Barcellona per gli investimenti. Spesso lo si dimentica, ma la capitale è il centro finanziario, oltrechè politico, del Paese, e non presenta i conflitti sociali purtroppo presenti a Barcellona. Tutto questo per dire che la Spagna è un investimento a lungo termine”.

Una prospettiva che non cambia alla luce del fatto che si è appena insediato il nuovo governo guidato da Pedro Sanchez. L’esecutivo, in cui coabitano il Psoe e Podemos, si è infatti da subito profilato con scelte molto nette dal punto di vista ambientale: “Sono previsti molti investimenti al settore green”, aggiunge Bolognini, “e qui non si tratta solo dell’eolico e del solare: ci sono tutte le collateralità del caso, dalle nuove tecnologie di riciclo, alle pulizie delle spiagge, a una maggiore efficacia energetica, ai nuovi materiali edili. Su questo fronte il governo ha fatto sapere di stanziare crediti agevolati volti ovviamente anche ad attrarre aziende europee”.

Tra le imprese italiane che intendono deviare alcuni settori di interesse dalla Gran Bretagna alla Spagna ce ne sono di attive nei sistemi integrati per l’edilizia. Altri movimenti vengono segnalati nel settore ferroviario. Domanda: non è troppo presto per le aziende pensare di muoversi verso la penisola iberica? Anche se Brexit oramai è realtà, il punto è che il periodo di transizione durante il quale si dovrà trovare un accordo che regoli definitivamente i rapporti tra la Gran Bretagna e l’Unione europea è appena all’inizio. 

Appuntamento, dunque, al 2021? Per esempio, c’è chi nota che i trasferimenti dal Regno Unito di grandi nomi come Sony, Airbus o Credit Suisse vadano a rilento. “È vero, ma il problema è che moltissime aziende soprattutto di piccole o medie dimensioni temono di trovarsi tra 6 mesi oppure tra un anno a doversi scapicollare in un modo che la loro struttura non può tollerare”, ragiona ancora Bolognini, secondo il quale “si tratta di realtà che non hanno risorse come le grandi multinazionali”. La corsa post-Brexit è appena iniziata, a sorpresa il ritmo potrebbe essere quello del flamenco. 

Agi

Ecco la mappa delle 12 aziende italiane del commercio e del turismo in crisi 

Tante crisi di piccole e medie aziende diffuse sull'intero territorio nazionale, che non sempre conquistano la ribalta della cronaca ma impattano comunque fortemente sul territorio. I settori del commercio e del turismo stanno pagando le conseguenze di gestioni poco oculate, della concorrenza spietata dei giganti dell'e-commerce, dell'indifferenza della politica.

Alcune vertenze sono giunte ai tavoli del ministero dello Sviluppo economico, ma nessuna ha trovato finora una vera e propria soluzione. Dalla chiusura di una serie di negozi a marchio Trony a quelli Auchan; dalla crisi di Tuodì a quella di Mercatone Uno; dai licenziamenti di Mediamarket ai contratti di solidarietà di Conforama; dalle cessioni di Dico alla ristrutturazione di Limoni-Douglas. Fino alla cessione del marchio Valtur in ambito turistico. Sono migliaia i lavoratori a rischio, di cui dovrà occuparsi il nuovo governo.

Ecco la mappa sintetica delle situazioni più critiche 

1. Trony

Saracinesche abbassate per 35 negozi di Dps Group in fallimento in Puglia, Basilicata, Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto; 466 lavoratori prima sospesi senza retribuzione (avvertiti con un messaggio telefonico che il punto vendita aveva chiuso) poi coinvolti nella procedura di licenziamento collettivo. Al momento è stata presentata un'offerta di acquisto per 8 negozi. Prossimo incontro entro fine mese al Mise ma non è stato ancora programmato.

2. Mediamarket (Mediaworld e Saturn):

Chiusura dei punti vendita di Grosseto e Milano stazione Centrale; trasferimento della sede di Curno (Bg) a Verano Brianza; soppressione del bonus presenza e della maggiorazione economica del 90% per il lavoro domenicale (riconoscendo solo il 30% previsto dal contratto nazionale); interruzione del contratto di solidarietà in 17 punti vendita (in Liguria, Piemonte, Lazio, Campania, Puglia e Sardegna) per 115 'full time equivalent' corrispondenti a circa 200 dipendenti. Dopo l'incontro al Mise del 12 aprile, non è stata fissata una nuova data.

3. Todì 

Presentata richiesta di concordato preventivo in continuità e avviata procedura di trasferimento di 61 punti vendita in Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia e Piemonte dove sono occupati 324 addetti. Ipotesi cessione di complessivi 99 punti vendita. Per i sindacati vi è il rischio di dumping contrattuale nei passaggi del personale a nuove proprietà. Prossimo incontro al Mise entro il mese di giugno.

4. Auchan 

Chiusura degli ipermercati di Napoli Argine e Catania La Rena, dove sono occupati complessivamente circa 260 addetti. I lavoratori sono in agitazione. Contratti di solidarietà sono in corso nel gruppo che nel 2015 aveva avviato la procedura di licenziamento collettivo per 1.400 dipendenti. Prossimo incontro l'8 maggio.

5. Dico Discount

Cede parte della rete e attende l'ok sul piano concordatario; l'acquirente sarà reso noto entro il prossimo 19 aprile (fatto salvo proposte più vantaggiose). Sindacati preoccupati per il possibile peggioramento delle condizioni salariali e per la salvaguardia dei livelli occupazionali. Prossimo incontro a fine maggio. 

6. Limoni Douglas

Tra giugno e luglio 2018 è prevista la fusione per incorporazione delle società La Gardenia e LLG in Limoni e a gennaio-febbraio 2019 la fusione di Limoni in Douglas. Le società hanno previsto la chiusura di 26 negozi e la vendita di una ventina di punti vendita (per prescrizione dell'Antitrust). Prossimo incontro il 30 aprile.

7. Conbipel 

Avviata procedura di licenziamento collettivo, seconda crisi nel giro di 5 anni: previsto contratto di solidarietà per i punti vendita di Novara. Alle lavoratrici del negozio Castelvetro Piacentino, che è stato chiuso, è offerta la ricollocazione a Cesano Boscone (Mi). Possibile ricollocazione anche da Palladio e Montecchio a Bassano.

8. Mercatone Uno 

Il gruppo è in amministrazione straordinaria dal 7 aprile 2015; i commissari straordinari hanno individuato un aggiudicatario che garantirebbe la continuità aziendale dei 74 negozi (59 attivi) con 3.000 dipendenti circa. Prossimo incontro entro il mese. 

9. Conforama

Annunciati 77 esuberi in Sardegna e Sicilia evitati con il ricorso ai contratti di solidarietà: la riduzione dell'orario di lavoro fino a marzo 2019 coinvolgerà 446 lavoratori.

10. Md e Maury's

Contratti trasformati da tempo indeterminato a tempo determinato a Latina, Fondi e Terracina e stipendi dati a singhiozzo.

11. Unieuro

Apertura di nuovi negozi e chiusura di altri; contratti di solidarietà in numerosi punti vendita. Prossimo incontro l'8 maggio.

12. Valtur 

Avviata liquidazione e procedura di licenziamento collettivo per 108 dipendenti a tempo indeterminato,a cui si aggiungono 123 lavoratori a tempo determinato; cessazione delle attività in 11 villaggi e ricerca di acquirenti. Al ministero sono pervenute notizie di interesse per l'acquisizione che mantenga l'integrità del marchio ma Investindustrial di Andrea Bonomi è interessata alla cessione anche 'a spezzatino'. La prossima settimana il ministro Carlo Calenda ha annunciato "un ultimo tentativo" anche se la situazione appare "compromessa" e le possibilità di intervento limitate vista la procedura. 

Agi News

Precario il lavoro, precari i margini delle aziende. Un’analisi sulla crisi dei call center

In Italia circa 80mila persone lavorano nei call center. Di queste, la metà risponde alle chiamate dei clienti (inbound) e l’altra metà si occupa di outbound (ovvero propone agli utenti nuovi piani tariffari o prodotti da acquistare). Ma per molti di loro il posto di lavoro – che da anni rappresenta l’emblema della precarizzazione – è più a rischio che mai. E non è solo un problema dei lavoratori di Almaviva che, come ordinato dal giudice con una sentenza di pochi giorni, dovrà riassorbire (a Catania) i 153 licenziati del call center Almaviva Contact di Roma, che oggi non esiste più. La questione è ben più ampia, assorbe tutto il comparto e non solo Almaviva – che nel settore fa la parte del leone, anche perché impiega lavoratori italiani e non delocalizza all'estero – e affonda le radici nell’aumento dei costi e nei bassissimi stipendi.

I campanelli d’allarme

Secondo quanto riporta il Sole24Ore, il settore, “a sentire sia i sindacati sia le imprese, sembra avvertire un crescendo di campanelli di allarme. Nel Rapporto Asstel, che sarà presentato il 28 novembre, si quantificano in 2 miliardi – e in salita fra il 2 e il 4% – i ricavi del settore nel 2016. Dall’altra parte anche i costi sono in aumento con marginalità crollata ed Ebitda al 4,6% dei ricavi: in calo dell’11% fra 2015 e 2016 e del 6% fra 2014 e 2015. Pur trattandosi di un mercato altamente frammentato, i primi 12 player generano oltre il 60% del fatturato totale che per il 90% viene da 50 aziende”.

Ma non solo: “L’attività nel nostro settore – spiega Paolo Sarzana, presidente di Assocontact – presenta livelli di remunerazione talmente bassi che per molte realtà non ne garantiscono la sopravvivenza. E se è vero che in questo momento non ci sono crisi attive, è altrettanto vero che ci sono tantissime imprese in sofferenza, che perdono soldi, con un rischio di default in aumento”.

L’autoregolamentazione imposta dal Mise

Parlando di remunerazione – continua il Sole – il discorso finisce inevitabilmente sulla committenza. Qui il Mise ha portato 13 grandi società committenti a firmare a maggio un “Protocollo di autoregolamentazione sulle attività di call center in outsourcing”. Tra i punti qualificanti figura l’impegno a svolgere almeno l’80% delle attività in Italia. A breve ci sarà una verifica. “Vedremo i risultati. Certo è – aggiunge Sarzana – che è in arrivo anche il rinnovo contrattuale, con un inevitabile aumento dei costi. È chiaro che i futuri livelli di remunerazione dovranno tenerne conto e questi 13 grandi committenti dovranno dare l’esempio”.

Le aggregazioni nate per abbattere i costi

Nel frattempo, le tensioni sui costi stanno spingendo sempre di più alle aggregazioni. Nel settore si attendono, quindi, altri piccoli e grandi consolidamenti nei prossimi mesi sulla scia di quanto successo l’anno scorso con la fusione tra Visiant e Contacta, aziende italiane quinta e nona sul mercato, che ha dato vita a Covisian. Lo stesso Gruppo Covisian ha qualche giorno fa annunciato di aver acquisito l’88% del capitale di Vivocha, azienda italiana specializzata in sistemi digitali per il Crm.

Quella dei call center è stata per anni una giungla. La circolare Damiano – sostiene il quotidiano in un altro articolo – ha portato all'assunzione di 26mila lavoratori, con la distinzione fra inbound e outbound. “Nel settore però si è nel frattempo insinuato un tarlo che ha lavorato in profondità, intrecciandosi a una crisi economica che ha di fatto sublimato una situazione esplosiva. La globalizzazione (e le delocalizzazioni) esistono anche per i call center. Altrove ci sono costi minori, ma questo si chiama dumping se poi si va a gareggiare su commesse in Italia. Si è intervenuti nel 2012 con l'articolo 24-bis del Dl sviluppo in cui è stato previsto che chiunque si rivolga o sia contattato da call center debba sapere se sta parlando con qualcuno all'estero”.

A questo si unisce “l'obbligo di comunicazioni al ministero del Lavoro, di cui sia i sindacati sia le aziende lamentano una diffusa inottemperanza. Intanto arrivano crisi e un periodo di gare su gare, con i committenti interessati a spuntare il miglior prezzo possibile. In questo quadro disattendere le norme sulle delocalizzazioni ad alcuni ha fatto gioco, e ad altri no. Ecco che spuntano le crisi, con sindacati e istituzioni impegnati a salvare posti di lavoro. Ma la salvaguardia ha comportato spesso facilitazioni per le realtà salvate, in grado così di fare offerte competitive con l'effetto, velenoso, di abbassare il mercato”.

 

Agi News

Le aziende venete offrono 200 posti in azienda per giovani, arrivano 100 curriculum 

In Veneto le offerte di formazione con assunzione vengono snobbate. La denuncia degli imprenditori del nord est oggi è raccontata sulle pagine de Il Giornale. Sembra infatti che di oltre 200 posti offerti per tirocini con ‘quasi assicurata possibilità di assunzione’ sono stati mandati solo 100 curriculum. Un problema tanto grave nella regione da far ipotizzare, scrive il quotidiano, “campagne di marketing per ridare lustro al posto fisso”. La denuncia arriva da Unindustria Treviso. 

Il paradosso dei giovani senza lavoro

Stando alla ricostruzione del Giornale, la Confindustria di Treviso e Pordenone aveva organizzato un tirocinio professionalizzante in collaborazione con la Regione Veneto. Iniziativa destinata al sold out, pensavano gli organizzatori, visto che la disoccupazione giovanile anche nel ricco e produttivo Veneto viaggia sopra il 18%. Ma le cose non sono andate proprio così. 

Le aziende offrono 339mila posti, ma mancano le competenze

Solo la metà dei posti sono stati assegnati, ha scritto il Corriere del Veneto. Il bando era riservato a 200 under 29enni. E se ne sono presentati 100. “Evidentemente i nostri giovani continuano a sognare di diventare cuochi e magari partecipare ai molti programmi televisivi in cui vengono trattati e a volte umiliati in modo inimmaginabile in qualsiasi azienda” ha detto al quotidiano del nordest Maia Cristina Piovesana, capo di Unindustria Treviso. Insomma, il sogno di diventare Masterchef scalza quello di un'occupazione sicura, secondo gli industriali. 

Secondo i dati di Unioncamere in autunno le aziende cercheranno 339mila dipendenti ma saranno in grado di assumerne solo tre su quattro, perché non saranno in grado in trovare competenze richieste. Il problema principale? La lingua inglese, seguita dalla scarsità di ingegneri elettronici e industriali. 

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Fieragricola:partnership con Marocco funziona,44 aziende a Meknes

(AGI) _ Roma, 3 apr. – Fieragricola fa il tutto esaurito negli spazi dell’Area Italia del Padiglione Internazionale del Salone internazionale dell’agricoltura del Marocco (Siam), in programma dal 18 al 23 aprile prossimi a Mekne’s. Individuata come partner in esclusiva per la gestione degli spazi delle aziende italiane, Fieragricola ha riempito l’intera area a disposizione: 44 imprese italiane occuperanno infatti tutti i 1.200 metri quadrati della collettiva tricolore al Siam, la piu’ grande fiera agricola del continente e ponte commerciale per l’Africa.
Le aziende espositrici individuate da Fieragricola spaziano dalla meccanica agricola alle energie rinnovabili, dalla zootecnia alle sementi, fino alla componentistica e alla nutrizione animale.
“Abbiamo centrato un obiettivo significativo, tenuto conto che e’ il primo anno di collaborazione tra Fieragricola e Siam, ma la partnership ha funzionato. La consistente partecipazione conferma l’interesse delle imprese italiane nei confronti di mercati importanti come il Marocco, l’area del Maghreb e l’Africa – dichiara il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani -. Non ne siamo in verita’ sorpresi. Gia’ lo scorso anno alla 112� edizione di Fieragricola i workshop del “Progetto Africa”, con i focus sul Nord Africa, l’Africa Subsahariana e quella Australe, che furono organizzati direttamente da Veronafiere con la rete dei propri delegati in collaborazione con ICE, si rivelarono un successo e misero in luce il dinamismo del continente africano”.
Le delegazioni di buyer africani presenti a Fieragricola 2016 furono 11, provenienti da Etiopia, Mozambico, Angola, Kenia, Egitto, Sudafrica, Camerun, Uganda, Zambia, Tunisia e Algeria.
Le 44 imprese che parteciperanno al Siam provengono dal Veneto (13), dalla Lombardia (10), dall’Emilia-Romagna (8), ma anche dal Friuli Venezia Giulia, dall’Umbria, dall’Abruzzo, dal Piemonte, dalla Sicilia.(AGI)
Bru

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