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Istat: ad aprile produzione industriale -0,7% mese e -1,5% anno; auto giù del 17%

Nuovo calo della produzione industriale ad aprile, il secondo consecutivo. L’indice calcolato dall’Istat ha registrato una contrazione dello 0,7% su base mensile e dell’1,5% su base annua. Il dato di marzo è stato rivisto invece a -1% rispetto al -0,9% comunicato in precedenza. 

Nella media del trimestre febbraio-aprile, riferisce ancora l’Istat, permane una variazione positiva (+0,7%) rispetto al trimestre precedente. L’indice destagionalizzato mensile mostra un aumento congiunturale, di rilievo, solo per l’energia (+3,6%); diminuzioni si registrano, invece, per i beni strumentali (-2,5%) e, in misura più lieve, per i beni intermedi (- 0,7%) e i beni di consumo (-0,5%). Crolla, sempre ad aprile, la produzione di autoveicoli. Il dato, corretto per gli effetti del calendario, segnala una contrazione del 17,1% su base annua. Nei primi 4 mesi dell’anno la riduzione si attesta al 14,7%. 

Agi

Pil: Istat, crescita frena, +0,2% nel II trimestre +1,1% anno

Rallenta il Pil nel secondo trimestre. L'Istat stima che, tra aprile e giugno, il prodotto interno lordo corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, sia aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell'1,1% su base annua. L'Istat evidenzia la frenata sottolineando che si tratta di un incremento inferiore a quello dei 6 trimestri precedenti: il dato trimestrale e' il piu' basso dal terzo trimestre 2016. La variazione acquisita per il 2018 e' pari a +0,9%.

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Le startup che si occupano di blockchain e criptovalute hanno raccolto più soldi negli ultimi 5 mesi che in un anno e mezzo

Dopo le discussioni e i picchi speculativi, stanno arrivano gli investimenti. Dall'inizio del 2018, le startup che si occupano di blockchain e criptovalute hanno raccolto 1,3 miliardi di dollari in poco meno di 250 operazioni. La cifra segna un'accelerazione verticale rispetto allo scorso anno: in meno di cinque mesi, infatti, venture capital business angel hanno investito più di quanto non abbiano fatto nei precedenti 18 mesi (tra luglio 2016 e dicembre 2017). Sono i risultati raccolti da TechCrunch attingendo da quell'enorme serbatoio di dati che è Crunchbase.

Quanto corre la blockchain

Si tratta, comunque, di dati parziali. E che con tutta probabilità raccontano solo una parte del mercato. Sono infatti inclusi nel conteggio solo i round di venture capital e business angel, mentre sono escluse le Ico (che raccolgono dollari o criptovalute mature in cambio di monete digitali di nuova emissione), che spesso finanziano progetti legati alla blockchain. TechCrunch ha poi preso in considerazione solo le operazioni con cifre note, escludendo i round con ammontare non chiaro. 

Circle, il terzo crypto-unicorno

La corsa degli investimenti era attesa. A febbraio, Crunchbase aveva previsto il sorpasso del 2018 sul 2017. Ma quello che colpisce sono i tempi stretti in cui si è consumato e la forza dello slancio. Tra i passaggi chiave degli ultimi mesi, c'è il round da 110 milioni incassato da Circle. La startup che applica la blockchain ai pagamenti online, grazie a una valutazione che sfiora i 3 miliardi di dollari, è entrata nel ristretto gruppo dei crypto-unicorni: affianca Coinbase e Robinhood tra le società del settore con una valutazione superiore al miliardo di dollari.

La nuova geografia delle startup

Tra le altre operazioni di peso, TechCrunch ricorda i 118 milioni ottenuti da Orbs: la startup si propone come una “blockchain per i consumatori”. Offre cioè diversi servizi pensati per un mercato di massa. La terza operazione più abbondante riguarda i 75 milioni di dollari incassati da Ledger, società specializzata nello sviluppo di hardware sicuri per blockchain e criptovalute. Tre round che non raccontano solo tre storie di successo ma anche una geografia dell'innovazione fatta di blockchain ma non solo, di vecchie e nuove “startup nation”. Circle ha sede a Boston, Stati Uniti. Orbs a Tel Aviv, Israele. E Ledger a Parigi, in Francia. Forse è solo una coincidenza. Forse.

Agi News

Come sta messo il Milan dopo un anno di proprietà cinese?

Un anno fa Fininvest cedeva il 99,93% di AC Milan alla Rossoneri Sport Investments Luxembourg di Li Yonghong. Per comprare il club calcistico, e depositare nello studio “Gianni Origoni & Partners” l’ultima tranche di 370 milioni dei 740 totali, Li, rimasto solo, senza cordata, e inviso al governo cinese, aveva accettato un prestito di 303 milioni dal fondo americano Elliott.

Era il 13 aprile 2017. Fu festa grande per i tifosi rossoneri, che dopo un travagliato closing, tra la difficoltà di Li di versare le caparre da conti offshore a causa, diceva lui, del blocco cinese sull’esportazione di capitali, e i dubbi crescenti sulla solidità del suo patrimonio finanziario, quel giorno tirarono un sospiro di sollievo. “Inizia un nuovo capitolo”, aveva esultato Li. “Subito in Champions, faremo un mercato importante", gli aveva fatto eco l’ad Marco Fassone.

Da quel giorno Li, 49 anni, una moglie e due figlie, si è dissolto nel nulla. A caccia di nuovi finanziamenti.

I dubbi sulla consistenza del suo patrimonio non sono ancora stati fugati, ma in un anno di profonde ristrutturazioni una cosa è certa: la squadra ha riconquistato il cuore dei tifosi. A loro Li dedica una lettera aperta in occasione del primo anniversario della nuova proprietà, pubblicata sul sito ufficiale del club, in cui Li ribadisce la determinazione a rispettare gli impegni finanziari e a far tornare grande la squadra. Nella versione originale in cinese, due le parole lasciate volutamente in italiano all'ultimo rigo: "Forza Milan".

Entro ottobre il misterioso uomo d'affari, dalla solidità patrimoniale sempre più oscura, dovrà rifinanziare il debito: 120 milioni della società rossonera, 183 della Rossoneri Lux, a cui si aggiungono gli interessi (11,5%). Se Li fallisce, il Milan passa nelle mani dell’hedge fund americano. Una eventualità che sembra sempre più vicina: il contratto firmato con Elliott stabilisce che l’escussione del pegno sulle azioni del Milan potrebbe scattare anche prima della scadenza, qualora non venissero rispettati alcuni impegni, per esempio gli aumenti di capitale.

Gli accordi stipulati con Elliott, inoltre, prevedono un nuovo aumento di capitale di 38 mila euro entro giugno. Li fino ad oggi è sempre riuscito a rispettarli, seppur con qualche ritardo: il primo anticipo da 11 milioni (richiesto all’azionista per esigenze di cassa, come gli stipendi) è infine arrivato nelle casse rossonere la settimana scorsa, senza risonanza mediatica:  “Al Milan fa notizia la normalità”, è stata la battuta filtrata dal club. Le ultime due scadenze sono previste per fine maggio e fine giugno.

Le prossime scadenze del Milan

Entro il 16-20 aprile, l’Uefa aspetta dal Milan la documentazione completa sull’avvenuto rifinanziamento (di recente Fassone si sarebbe recato più volte a Londra per chiudere la questione). Li aveva già avuto problemi con il primo aumento di capitale: a Hong Kong ha avuto difficoltà a rifondere un prestito di 8,3 milioni di dollari (circa 7 milioni di euro), scaduto il 28 febbraio scorso, che è stato trasferito alla moglie a un tasso del 24%. Rossoneri Sport Investment Co. Limited, una delle numerose società che compongono la complessa scatola societaria facente capo a Li,  aveva chiesto e ottenuto la proroga del prestito da parte dell’azienda creditrice Teamway International Group Holding (precedentemente nota con il nome di Jin Bao), tra i cui azionisti risulta esserci il marito dell’attrice Zhao Wei, che era stata giurata al festival di Venezia del 2016. 

Non solo: dopo le polemiche per il no della Uefa al voluntary agreement, ora l’ad Fassone – scrive la Gazzetta – è pronto a presentare nuovi piani, sperando di incassare un giudizio positivo a Nyon e un patteggiamento con sanzioni meno severe, contando sul miglioramento dei conti, soprattutto riguardo la semestrale (il più buono degli ultimi 10 anni: chiuso con un rosso di 22.3 milioni euro contro i 39.4 dell’anno precedente e con 106 milioni di utili contro i precedenti 102), la crescita dei ricavi da stadio (1,2 milioni di biglietti venduti) e di quelli per i diritti tv, la conquista della finale di Coppa Italia. Sullo sfondo, Elliott è già garanzia di continuità aziendale.

I dati positivi della semestrale

Plauso per la gestione Fassone. Passato in mani cinesi, il Milan ha saldato gran parte dei debiti con le banche ereditati dall’amministrazione Fininvest, grazie al bond da 73 milioni di Elliott, e investito 240 milioni per rinnovare la squadra, alzando così il valore di mercato del club e la passione dei tifosi, scrive il Giorno. Ma tentenna il business plan, che puntava alla qualificazione alla Champions League, obiettivo che oggi risulta irraggiungibile, e alla ricerca di nuovi sponsor asiatici con il progetto commerciale Milan China, che tuttavia non sembra decollare (la stampa cinese non ne parla se non riprendendo articoli a mezzo stampa italiana).

Li alla disperata ricerca di soldi

Li Yonghong, da qui alla prossima estate dovrà rispettare una serie di impegni finanziari. Per farlo è costretto a cercare nuovi soldi. 

Il Milan non rischia il fallimento, sottolinea Carlo Festa nel suo blog Insider sul Sole 24 Ore, ma l’azionista è a rischio default. Il 21 marzo scorso la procura di Milano ha aperto un’inchiesta, per ora senza ipotesi di reato né indagati, sulla vendita del club rossonero all'imprenditore cinese. Nelle stesse ore il tribunale di Shenzhen, nel sud della Cina, avviava le procedure per il fallimento della cassaforte dell'imprenditore cinese, la Jie Ande, azionista del gruppo quotato in Borsa Zhongfu, sulla quale pendeva da tempo una richiesta di liquidazione per bancarotta da parte della Banca di Canton (lo abbiamo spiegato qui), assestando un nuovo duro colpo alla già provata credibilità finanziaria del patron del Milan. “Notizie false, tutto è sano. Voglio riportare il club al top", aveva dichiarato in un raro video messaggio Li dopo l’inchiesta di Gabanelli, che anticipava la bancarotta della società la cui proprietà viene a lui ricondotta.

Quanto ha investito 

Ai 740 milioni per l’acquisto del club rossonero, calcola Gazzetta, vanno aggiunti i 90 per ripianare le perdite della stagione 2016-17 e altri 81 quest’anno, di cui dieci di rifinanziamento e 71 di aumento di capitale complessivo.

Quanti sono i debiti

Una massa enorme: ai 303 milioni da restituire a Elliott si sommano i 7 milioni da ridare alla Teamway.

Il patrimonio

Li, poco conosciuto in Cina, è noto per le colossali truffe da cui è uscito sempre illeso e per le operazioni di trading in Borsa (comprava e rivendeva aziende in breve tempo), realizzate quasi sempre con società intestate a prestanome di cui talvolta risulta come socio. Ne è un esempio Sino Europe Sport (SES), la holding creata ad hoc per l’acquisizione del Milan, sostituita nello sprint finale da Rossoneri Lux, e che faceva capo a Chen Huanshan: sconosciuto uomo d’affari a cui risultavano intestate altre due società allo stesso indirizzo di SES, rivelatosi in seguito un professionista al fianco di Li nei “raid finanziari”, scrive Festa.

Il caso più recente riguarda proprio la Jie Ande, che farebbe capo a un certo Liu Jinzhong (刘锦钟).  Nell’atto di costituzione non compare mai il nome di Li Yonghong (李勇鸿), noto per l’uso di prestanome nella complessa scatola societaria a lui riferita; anche per questo motivo – come abbiamo spiegato più volte – risulta poco conosciuto in Cina. Per la stampa cinese, Liu è la testa di legno dietro cui si cela l’identità di Li. Registrata con un capitale di 6,5 milioni di euro, Jie Ande è il principale azionista con l’11,4% di Zhuhai Zhongfu, quotata alla Borsa di Shenzhen con un valore di 3.73 miliardi di yuan (400 milioni di euro), il cui presidente è lo stesso Liu.  Zhuhai Zhongfu, interpellato a febbraio dal Meiri Jinji Xinwen (Daily Economy News, 每日经济新闻)ha smentito qualsiasi collegamento tra Liu Jinzhong e Li Yonghong.

Proprio ieri, mercoledì 11 aprile, si è riunito il decimo Cda di Zhongfu, che ha promosso Liu Jinzhong a presidente e Zhang Haibin a vice presidente. Nessun riferimento diretto al destino di Jie Ande e al congelamento della quota (corrispondente a 60 milioni di euro) che, stando al Meiri Jinji Xinwen, è seguito alla notizia del fallimento. Se fosse confermato il ruolo di Li nella holding, il patron del Milan avrebbe un serio problema di liquidità.

Svelata l'identità di Liu Jinzhong

Non solo: il gruppo pubblica per la prima il curriculum di Liu Jinzhong, che da oggi non può più essere considerato un personaggio sconosciuto. Nato nel 1971, laurea all’Università di Shenzhen, dal 1994 al 2015 ha lavorato per diverse società, tra cui viene citata anche la Jie Ande (relegata dunque al passato: un modo indiretto per dichiararla morta); dal marzo del 2015, ha ricoperto l’incarico di direttore di Zhongfu e vicepresidente del Cda. Il nuovo direttore nonché vice-presidente di Zhongfu, è Zhang Haibin, che, a giudicare dal cv, ha fatto una carriera fulminante: classe 1964, è passato dalla carica di general manager a quella di direttore nell’arco di un anno. Anche Zhang ha lavorato in passato per la Jie Ande.

La controversa società, che per alcune fonti cinesi è una scatola vuota non più collegata a Li, inizialmente esibita nel suo cv ufficiale da cui poi era scomparsa, in realtà è sempre stata indicata come la holding personale di Li tra le attività presentate a Fininvest come garanzia di solidità finanziaria; lo dimostra il documento anticipato dal Sole 24 Ore. Il patrimonio di Li, che risulta proprietario di beni immobiliari, società di packaging, e miniere di fosfati (proprietà smentita dal New York Times), è sempre stato stimato intorno al 500-600 milioni di euro. Il patron del Milan, un imprenditore cinese come molti, vuole lasciare un segno, diventare qualcuno. I soldi continuano ad arrivare in Italia, ma la sua ambizione potrebbe costare molto cara.

Ha collaborato Wang Jing

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Agi News

Un anno fa in Finlandia è stato introdotto il reddito di cittadinanza. Cos’è e come sta andando

Ad introdurre il reddito di base in Finlandia nel 2017, primo caso in Europa, è stato un governo di centro-destra. Ma il 'Partito di centro finlandese', liberale e piuttosto attento ai temi del rigore dei conti, non voleva spendere ulteriori soldi in favore di una misura di assistenzialismo statale. Semmai il contrario: dimostrare, attraverso un esperimento sociale di due anni, che avrebbe indotto i duemila selezionati, tutti disoccupati tra i 25 e i 58 anni, a cercarsi un lavoro una volta resi liberi dal rischio di perdere il sussidio statale di disoccupazione.

Così, a dicembre del 2016, a duemila finlandesi è arrivata una lettera da parte del governo: dal prossimo mese vi daremo 560 euro al mese, direttamente sul vostro conto corrente, fatene quello che volete, non avrete più il sussidio di disoccupazione, ma nemmeno telefonate da parte dei centri per l’impiego che vi proporranno lavori che se accettate vi farebbero perdere il sussidio, e se vi trovate un lavoro meglio per voi perché nessuno vi toglierà i 560 euro, li incasserete comunque.

Insomma, tenersi quei 560 euro comunque, anche se si trova un lavoro, dovrebbe indurre le persone a cercarselo, o a crearselo. Dando un colpo definitivo al welfare, dimostrandone l’inutilità.

L’esperimento è un caso che ha destato la curiosità in tutta Europa, ma non solo. Ha suscitato l’entusiasmo di Bill Gates (Microsoft), Mark Zuckerberg (Facebook) e Elon Musk (Tesla, SpaceX), che strizzato l’occhio all’iniziativa del governo di Helsinki. In Silicon Valley i campioni della digital economy sono da tempo favorevoli a quello che alcuni vogliono sotto forma di reddito di cittadinanza, altri reddito base universale. Uno dei pionieri ‘teorici’ in California fu Paul Graham, il filosofo delle startup, che ha condotto con i soldi propri un esperimento nel suo Stato. Il motivo è semplice: per molti è uno strumento, forse l’unico strumento per cercare di arginare le disuguaglianze che le nuove tecnologie stanno creando nella società occidentale. Il vaccino del 21esimo secolo.

Reddito di cittadinanza: "il vaccino del 21esimo secolo"

Ecco perché l’esperimento finlandese ha suscitato tanto entusiasmo: per molti potrebbe contribuire a cambiare la politica e i valori dell’occidente. Allo stato finlandese questo esperimento costerà circa 20 milioni. Ma se dovesse essere esteso su scala nazionale costerebbe circa 10 miliardi, e, secondo le stime, far aumentare deficit sul prodotto interno lordo del 5 percento.

I risultati dell’esperimento finlandese saranno pubblicati solo alla fine del 2018, quando il governo tirerà le somme e darà i dati e la posizione lavorativa dei beneficiari del reddito. Il New York Times intanto ha un po' tirato le orecchie al progetto lo scorso luglio: il reddito di cittadinanza dovrebbe essere esteso a tutti i cittadini per essere tale, e per capire se il progetto funziona si dovrebbe allargarlo a tutti, o estenderlo a tutte le categorie di cittadini, non solo i disoccupati.

Ora, il governo questioni di privacy, ma anche per evitare che vengano raccolti dati nel frattempo, ha tenuto segreti i nomi dei disoccupati che l’hanno ottenuto. Ma in rete si possono trovare diverse interviste di persone che raccontano la loro esperienza, e diverse video interviste che permettono di farsi un'idea.

Due casi di persone che in Finlandia ricevono il reddito di cittadinanza

Due in particolare risultano piuttosto significative. Jarvinen è stato intervistato da Vice. Vive in una delle classiche casette rosse col tetto spiovente della campagna finlandese con sei figli, una moglie e un cane che manteneva con il suo sussidio di disoccupazione prima di convertirlo nel reddito di cittadinanza quando ha ricevuto la proposta del governo. Anarchico nella vita e nell’educazione dei figli, confessa che “per vivere con 560 euro al mese devi essere un mago”, perché con quei soldi in Finlandia si può fare ben poco considerato il loro costo della vita. 

Quindi? Ha voluto dare sfogo alla sua creatività e si è messo a costruire dei tamburi che provocano stati di trance che vende nel mondo a 400 euro l’uno. Prima non poteva farlo, il governo se avesse scoperto che aveva un lavoro gli avrebbe tolto il sussidio. Adesso invece è libero di creare e vendere i suoi prodotti: “Credo che sia una misura utile”, ha detto “con questo strumento ognuno può dare sfogo alla sua creatività e magari creare in casa la prossima Facebook o la prossima YouTube”. Lui intanto crea i suoi tamburi.

Mika Ruusunen invece è un altro caso scovato dalla Cnbc su Facebook, tra i pochissimi scoperti finora. Accoglie i giornalisti durante la sua pausa pranzo, perché da quando riceve il reddito si è trovato lavoro in un’azienda informatica di Tampere: “la cosa migliore del reddito base del governo è la totale assenza di complicazioni burocratiche, mentre la più strana è che anche se dovessi cominciare a guadagnare un milione di euro all’anno continuerebbero a darmeli”.

Una battaglia di sinistra, in Finlandia finita a destra

Un caso strano. È dal 1980 che in Finlandia si discute del reddito di cittadinanza, soprattuto a sinistra. È sempre stato una bandiera della sinistra, prima che ad approvarlo (anche se in via sperimentale) è stato il centrodestra. Ma con un’ottica completamente diversa: non vuole combattere le disuguaglianze, ma favorire l’occupazione e la voglia di cercarsi un lavoro: è scritto nero su bianco in un documento del 2016 in cui presenta il programma al parlamento. Alla sinistra finlandese il programma non piace, perché vede la possibilità concreta che si smantelli il welfare statale.

In Italia la proposta del reddito di cittadinanza del Movimento 5 stelle è assai diversa da quella finlandese: si tratterebbe di un sistema misto di reddito condizionato alla formazione e all’accettazione di lavori proposti da enti e istituzioni pubbliche e private. E non potrebbe essere altrimenti, perché chi studia questa misura ripete spesso che un caso non può valere l’altro, e che ogni stato deve immaginare un proprio modello, in relazione alle casse pubbliche e alla situazione sociale.

Perché il reddito di cittadinanza è un bene (o un male)? 

Gli argomenti a favore e contro sono diversi. Li ha sintetizzati Futurism.com in un articolo che ne ripercorre la storia politica e le discussioni che ha generato. Riassumendoli per punti:

Argomenti a favore. Il reddito di cittadinanza potrebbe:

 

  • Aumentare la stabilità e la sicurezza sociale
  • Semplificare il welfare
  • Rendere più redditizio il lavoro occasionale, o le proprie passioni
  • Ridurre la povertà
  • Aumentare la libertà delle persone, che potrebbero scegliere in maniera non condizionata la propria vita e il proprio lavoro
  • Aumentare le possibilità di migliorare la propria condizione
  • Dare maggiore forza in fase di contrattazione quando si ottiene una proposta di lavoro
  • Più libertà nei tempi che si decide di dedicare al lavoro, e al metodo di lavoro
  • Evitare di fare cose che non soddisfano il lavoratore
  • Sostegno alla piccola imprenditorialità, al lavoro autonomo e creativo, che magari non generano grossi volumi di soldi ma che danno soddisfazione personale
  • Ridurre l’esclusione sociale dando, a differenza dei sussidi, la possibilità di fare comunque attività lavorative o creative che reinseriscano nel contesto sociale

     

Argomenti contro. Il reddito di cittadinanza potrebbe:
 

  • Essere troppo costoso per le casse dello stato
  • Non essere adeguato a garantire più equità sociale degli strumenti offerti dal welfare
  • Abolire il welfare
  • Spingere le persone a cercare lavori part-time, indebolendo il potere dei contratti collettivi dei dipendenti
  • Portare ad un aumento delle tasse, e con più tasse abbassare la propensione a creare imprese
  • Dividere la società tra coloro che possono vivere senza un lavoro, e coloro che devono per forza farlo
  • Non considerare i bisogni individuali se un certo reddito è da destinare a tutti
  • Indebolire la posizione delle donne sul mercato del lavoro, perché sarebbero indotte a rimanere a casa e prendersi cura dei figli

 

@arcangeloroc

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Nonostante i guai giudiziari, niente sembra fermare Samsung in Borsa (+40% in un anno)

L'autunno scorso era scoppiato l'affare Galaxy Note 7. A causa di un di difetto di fabbricazione della batteria, l'ultimo modello del dispositivo prendeva fuoco. Samsung è costretta a ritirare dal mercato il nuovo smartphone, che nel frattempo era stato bandito da tutte le aviolinee del mondo. A novembre fu la volta delle "lavatrici-bomba", modelli con caricamento dall'alto, venduti solo negli Stati Uniti, il cui oblò si staccava durante la centrifuga rischiando di colpire il proprietario con la forza di una palla di cannone.

Il febbraio successivo scattano invece le manette per l'erede dell'impero Samsung, Lee Jae-yong, ora condannato a cinque anni di carcere per il suo coinvolgimento nel caso della "sciamana", che ha portato alla destituzione della presidente Park Geun-hye. Abbastanza da far parlare a molti di un "annus horribilis" per il colosso di Seul. E invece non solo gli investitori hanno continuato a premiare il titolo ma negli ultimi dodici mesi il valore in borsa delle azioni Samsung ha guadagnato oltre il 40%, con un aumento della capitalizzazione di mercato del gruppo pari a 85 miliardi di dollari. A ricostruire l'andamento del titolo nel corso dell'ultimo anno è Quartz.

Una performance, sottolinea il portale americano, in linea con quella di Apple e superiore a quella di Facebook, Amazon e Alphabet. Nonostante traversie che avrebbero tagliato le gambe, almeno per un po', ad aziende altrettanto stabili. Come si spiega una simile impennata sui listini? La spiegazione sta nell'evoluzione del modello di business di Samsung, oggi più incentrato sulla produzione di componenti che di dispositivi. Il 'recall' del Note 7 sarà costato pure miliardi di dollari ma ha avuto un impatto assai inferiore di quello che avrebbe avuto su Apple un ipotetico iPhone che esplode. Nessuno produce componenti così sofisticati e allo stesso tempo così economici come quelli firmati Samsung. E gli investitori lo sanno bene.

Non solo gli smartphone sono sempre più lontani dall'essere l'unico 'core business' dell'azienda ma la componentistica non è l'unico settore nel quale Samsung è all'avanguardia. La conglomerata sudcoreana detta da tempo la linea in settori come le illuminazioni Oled ed è sempre più avanzata in altri più contesi come i semiconduttori. Nè c'è da temere che la condanna inflitta a Lee, per quanto un caso senza precedenti, macchi troppo l'immagine della società: i sudcoreani, ricorda Quartz, sono abituati a vedere stimatissimi top manager finire nella bufera. Si pensi alle disavventure legali che hanno coinvolto, negli ultimi mesi, un'altra grande dinastia imprenditoriale sudcoreana come i Lotte o al caso di Sk Group, legato a sua volta allo scandalo della "sciamana". 

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Vino ‘Made in Italy’, 2017 anno di cambiamenti per export

Il 2017 sarà un anno di cambiamenti, alcuni positivi con l’acquisizione di nuovi sbocchi commerciali altri con perdite di quote di mercato, per il sistema-vitivinicolo nazionale.  “Per il mercato del vino si profila un anno di sorpassi, con l’Italia che rischia di cedere alla Francia lo storico scettro nel mercato più importante al mondo – gli Usa – mentre è in netto recupero in Cina, dove si appresta a scippare il quarto posto alla Spagna. Complessivamente l’Italia esce malconcia dai primi 5 mesi di export nei Paesi terzi rispetto ai competitor francesi e ai cileni, i primi perché riescono a impiegare meglio di noi le risorse Ue per la promozione, i secondi invece cominciano a monetizzare al massimo gli accordi di libero scambio, come in Giappone e Cina”. Lo ha detto la Ceo di Business Strategies, Silvana Ballotta, a commento dei nuovi dati elaboratii dall'osservatorio Paesi terzi di Business Strategies – realizzato in collaborazione con Nomisma Wine Monitor – sulle importazioni dei principali mercati di sbocco (Usa, Cina, Giappone, Svizzera, Brasile, Norvegia e Sud Corea) che hanno aggiornato le proprie statistiche doganali ai primi cinque mesi di quest’anno.

Nel complesso, il dato italiano nei 7 mercati – che è certamente ancora parziale ma già indicativo sull’anno – segna un incremento delle proprie quote di mercato solamente in 2 Paesi (Cina, dal 5,6% al 6,2%; Brasile, dal 9,2% al 10,5%), mentre perde in Usa, Giappone, Svizzera, Norvegia e Corea del Sud. Assieme alla Francia, che migliora le proprie quote di mercato in 5 Paesi su 7 (con perdite in Cina e Corea del Sud), è invece ottima anche la performance del Cile, che grazie ai Free trade agreement vola in Cina, a +24,3% e in Giappone (+15,6%), dove attualmente i dazi sul vino europeo sono i più alti tra i top buyer. E se nel gigante asiatico il Belpaese mette la freccia sulla Spagna grazie a una crescita del +13% in valore (a 57 milioni di euro), negli Usa la battuta d’arresto italiana (-0,1% sul pari periodo 2016 con il dollaro come valuta) pesa ancora di più perché è a tutto vantaggio della Francia, che segna un incremento del 14,2%. A oggi – secondo le elaborazioni dell’Osservatorio – il valore in dollari delle importazioni di vino italiano è di circa 727 milioni di dollari, contro i 674 milioni di quello transalpino: se il trend dovesse rimanere tale, entro il prossimo autunno potrebbe avvenire lo storico sorpasso nel principale ‘feudo’ italiano del vino.

Altro sorpasso, ancora più imminente, può verificarsi in Norvegia, e in ballo c’è la leadership di mercato che ancora una volta l’Italia rischia di cedere alla Francia. Qui il made in Italy, che cede il 22,3% in valore, ha esportato per 36,4 milioni di euro, con i cugini a 33,9 milioni. Altro rischio arriva da un mercato terzo importante come quello della Svizzera: qui la Francia (+23,9%) insidia la leadership italiana, ferma a +0,8% e un controvalore di 144milioni di euro, contro i 138 dei francesi. Infine, in Brasile l’Italia (+45,3%) prova il recupero di una posizione – questa volta ai danni della Francia al quarto posto – mentre in Corea del Sud il sorpasso è appena stato effettuato dagli Usa (+14,2%) ai danni dell’Italia (-6,7%), che scende dal podio.

I POSSIBILI SORPASSI

Vola l’export ma il mercato interno vale il 30%

Quella del vino biologico in Italia è una storia di successo: 1 italiano su 4 nel 2016 ha avuto almeno un’occasione di consumo – a casa o fuori casa –  di vino biologico e la percentuale è in continua crescita (nel 2015 era pari al 21% e, solo nel 2013, il 2%). Ma a crescere non è solo la quota di consumatori: nel 2016 le vendite di vino biologico hanno raggiunto complessivamente 275 milioni di euro, registrando un +34% rispetto al 2015. Il mercato interno (considerando tutti i canali: GDO, canali specializzati in prodotti biologici, enoteche, ristorazione/wine bar, vendita diretta …) vale il 30% del totale (83 milioni di euro, +22% rispetto al 2015). La fetta più grossa del giro d’affari complessivo è realizzata sui mercati internazionali: 192 milioni di euro, con un’impennata del +40% rispetto al 2015 (a fronte di un più tenue +4% dell’export di vino totale).  E’ quanto emerge dalla ricerca Wine Monitor Nomisma realizzata in occasione del VINO BIO DAY per ICE-Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane.

Fonte: Survey Wine Monitor Nomisma 2017 per ICE-Agenzia©

L’export di vino biologico italiano pesa per il 3,4% sul totale dell’export di vino dall’Italia, ma il trend è in continua crescita (1,9% nel 2014 e 2,6% nel 2015), grazie anche a una forte propensione all’export delle aziende bio: dall’indagine Wine Monitor Nomisma per ICE-Agenzia, emerge che, presso le aziende italiane intervistate, l’export di vino bio “pesa” per il 70% sul fatturato complessivo (contro una propensione all’export del 52% del comparto del vino italiano nel complesso). Nel 2016 il 79% delle aziende che producono vini biologici ha esportato la qualità e l’eccellenza del vino italiano fuori dai confini nazionali. Per quanto riguarda i principali mercati presidiati, l’Unione Europea rappresenta la principale destinazione (66% a valore) e come per l’agroalimentare, la Germania rappresenta il mercato di riferimento per i vini italiani bio (33% del fatturato estero realizzato nel 2016), seguita dagli Stati Uniti (12%).

Fonte: Survey Wine Monitor Nomisma 2017 per ICE-Agenzia©

Punti di forza e di debolezza delle nostre aziende? Le carte vincenti di chi esporta sono innanzitutto la qualità dei vini bio (il 30% ritiene che questo sia il principale punto di forza), un marchio aziendale apprezzato e l’affidabilità dell’azienda (17%); fondamentali anche le garanzie offerte dalla tracciabilità del prodotto (14%). Le imprese italiane che oggi non esportano non hanno a disposizione gli strumenti per commercializzarli (lo dichiara l’85% delle imprese non export-oriented). Dimensioni ridotte, quindi, – il 27% non possiede adeguate risorse finanziarie per conquistare i mercati esteri, un ulteriore 23% non ha le capacità in termini di volumi – ma anche mancato interesse da parte dell’impresa stessa (8%) o del mercato estero (8%). Tra i principali ostacoli di sistema che contribuiscono a frenare la presenza delle imprese vitivinicole sui mercati esteri vi sono vincoli doganali e tariffari (27%), e la mancanza di un’adeguata capacità di promozione dell’azienda (19%).

Cosa prevedono le aziende per i prossimi anni? Per il prossimo triennio a trainare le vendite italiane all’estero saranno soprattutto i mercati terzi, primo fra tutti quello statunitense (lo pensa il 28% degli operatori); ottime aspettative anche per il mercato UE, su cui si manterrà alto l’interesse. La maggior parte delle imprese sono ottimiste anche per il futuro: 1 su 4 prevede un forte aumento (di oltre il +10%) del proprio fatturato sui mercati esteri nei prossimi 3 anni, un ulteriore 54% prevede comunque una crescita (seppur compresa tra +2% e +10%). Più dei 2 terzi delle aziende scommette sulla crescita dell’export e le imprese rimanenti non prevedono per il futuro variazioni sostanziali del proprio giro d’affari, ma nessuna si attende una diminuzione delle vendite futuro.

Vino Bio italiano all’estero piace

Il successo del vino biologico oltrepassa quindi i confini nazionali: come ben testimoniano i risultati della Survey Wine Monitor Nomisma realizzata per ICE-Agenzia che analizza le abitudini e i comportamenti di acquisto di due mercati rilevanti per i vini biologici: Germania e Regno Unito. Questi mercati presentano grandi prospettive per il nostro paese essendo innanzitutto perché sono tra i primi importatori di vino italiano (il 22% del vino importato in UK è italiano, il 36% in Germania). In UK, secondo i dati Global Snapshot NIELSEN le vendite di vino bio nella GDO nel 2016 si attestano a 21 milioni di Euro, con uno share di biologico dello 0,4% sul totale dei vini venduti. La crescita sul totale dei vini venduti nell’ultimo anno è significativa e si attesta intorno al +24% a fronte di un lieve decremento del vino in generale, -0,1%. Dall’analisi delle vendite della GDO deriva un altro elemento positivo per il vino bio: in UK un quarto delle bottiglie bio vendute è italiano.

Fonte: WINE MONITOR Nomisma su dati Global Snapshot NIELSEN per ICE-Agenzia©

L’interesse per il vino bio è confermato anche dall’opinione e dalle preferenze del consumatore, sia nel Regno unito sia in Germania: la quota di consumatori che negli ultimi 12 mesi ha bevuto almeno una volta un vino biologico è del 12% in Germania e del 9% in UK (dove è molto più alta la quota di chi lo consuma fuori casa: il 34% dei wine user bio rispetto al 18% in Germania). Come per l’Italia, la preferenza sul vino bio ricade soprattutto su rossi e bianchi fermi in entrambi i mercati, seguono in UK il rosso frizzante e in Germania il bianco frizzante. In entrambi i mercati i vini bio vengono acquistati principalmente in Iper e supermercati (38% in UK, 33% in Germania). In UK il consumatore di vino bio spende in media per una bottiglia da 750 ml intorno alle 13 sterline, in Germania 8 euro. Secondo i consumatori (42% in UK e 40% in Germania), i vini bio Made in Italy hanno qualità mediamente superiore rispetto ai vini bio di altri paesi. Qualità che ricorre nuovamente tra gli attributi evocativi: in entrambi i mercati, nel pensare al vino biologico italiano il 19% indica “alta qualità”, mentre un ulteriore 15% individua nell’ autenticità il principale valore. Senza dubbio il vino biologico Made in Italy gode di un’ottima reputazione oltre i confini nazionali, con un potenziale ancora non del tutto valorizzato: l’84% dei consumatori di vino – sia in UK che in Germania – è interessato ad acquistare un vino biologico Made in Italy se lo trovasse presso i ristoranti/negozi abituali.

Agi News