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Gli assegni scaduti li incassa lo Stato. In 9 anni 630 milioni, scrive Repubblica

In 9 anni lo Stato italiano ha portato a casa 634 milioni di euro grazie agli assegni non incassati dai beneficiari. È quanto emerge dalla Relazione diffusa dai magistrati contabili lo scorso 27 giugno. Si tratta di titoli di credito, spesso utilizzati come cauzione o deposito in diverse tipologie di transazione.

Dal 2007, scrive il quotidiano Repubblica, una legge prevede che i conti correnti non movimentati per dieci anni, le polizze vita non riscosse, così come gli assegni circolari non incassati entro tre anni, finiscano nelle casse dello Stato. Stando alla Relazione, 320.346.684 euro – meno della metà del totale – sono entrati da polizze non riscosse dai beneficiari, specialmente famigliari ignari dei contratti di assicurazione stipulati dai loro congiunti.

A prevalere però sono gli assegni circolari in cui ordinante e beneficiario coincidono. È il caso – si spiega – di casi in cui si sceglie di fatto di ritirare dal proprio conto corrente delle somme che non si vuole figurino sul proprio conto, ad esempio per ottenere un Isee più basso, o più generalmente per tenere le somme nascoste e non “aggredibili” ad esempio in caso di riscossione.

Più o meno come ritirare i propri risparmi e nasconderli in banconote sotto il  materasso o in una cassetta di sicurezza. Con la differenza però che le banconote occupano spazio, e quindi richiedono un luogo dove essere nascoste, ma anche però che mantengono inalterato il loro valore. L’assegno circolare invece dopo tre anni “scade”: e così molti, ignari, perdono la disponibilità dei propri fondi.

La legge, spiega ancora Repubblica, imporrebbe agli intermediari, cioè alle banche, entro 180 giorni dallo scattare della “dormienza”, l’obbligo di informare i titolari con una raccomandata all’ultimo indirizzo conosciuto ma a distanza di anni, o in caso di morte, le banche si trincerano dietro la difficoltà tecnica di effettuare la ricerca e spesso la prescrizione finisce per essere disattesa.

Agi

“Esiste una Teoria per ridare un’anima al capitalismo. È stata scritta molti anni fa”

“Il problema è sempre quello: salvare il capitalismo da se stesso”. Il libretto è sottile, più un pamphlet che un trattato, e le pagine hanno preso col tempo un tono di colore che dà sul paglierino. Sul frontespizio il simbolo della casa editrice: un lupo. “L’editore era il marito di Virginia Woolf, Leonard. Si conoscevano dai tempi di Cambridge”, racconta Giorgio La Malfa, anche lui uscito da Cambridge, ma sessant’anni dopo i fatti. 

The End of Lassez-faire, il libro che sfoglia con cura (è un pezzo ormai raro) è solo uno dei tremila volumi della sezione economica della fondazione dedicata a suo padre Ugo, partigiano azionista, segretario del Partito Repubblicano. Uno dei padri laici dell’Italia democratica.

Libri ovunque, nella sede della Fondazione Ugo La Malfa: un bel contrasto con la politica dell’urlo che si è venuta imponendo negli anni, fatta di scarsa riflessione e intensa adrenalina, problemi complessi e soluzioni semplici.

Semplici solo apparentemente, se non addirittura impraticabili. E i dilemmi di un capitalismo che ha portato alla crisi del 2008, senza generare gli anticorpi necessari ad impedire il suo ripetersi, restano tutti insoluti.

Anche per questo La Malfa, con il suo inglese parlato come una lingua madre e la sua profonda conoscenza dei processi dell’economia, riporta all’attenzione di politici e intellettuali gli insegnamenti di un grande padre dimenticato del Novecento. Si tratta di quel John Maynard Keynes che tratteggiò, profeta allora ascoltato, la riforma del capitalismo puro e duro.

Ne scaturì il “Trentennio d’oro” delle economie occidentali, dal ’45 al ’75: ricchezza creata e distribuita, conquiste sociali, vittoria sul modello marxista del socialismo reale. Che tempi.

Oggi gli scritti più importanti di Keynes, fra cui la Teoria generale dell’ocupazione dell’interesse e della moneta, tornano in Italia raccolti in un volume de I Meridiani Mondadori. Lo ha curato lo stesso La Malfa: oltre ai testi (valorizzati da una traduzione che rende giustizia al bell’inglese dell’originale) si possono sfogliare un approfondito saggio introduttivo ed una ricca annotazione dei testi di La Malfa e di Giovanni Farese.

“La ragione di fondo che ha portato alla pubblicazione di questo libro è duplice”, spiega La Malfa all’Agi, “Da una parte si tratta di dare ai giovani studiosi e intellettuali italiani un’opera dotata di un adeguato apparato critico. Dall’altra c’è un’esigenza di carattere politico. Di Keynes si deve tornare a valorizzare la visione complessiva dell’uomo, all’interno della quale proponeva soluzioni per i problemi dell’economia e della società. Era sì un economista, e di formazione era un matematico. Ma mentre si laureava in matematica studiava la filosofia. Non è un caso”.

Si direbbe il contrario dell’iperspecializzazione in voga adesso. Quasi una figura rinascimentale che riesce ad andare oltre i presunti dogmi della propria materia. 

“Giovedì prossimo verrà presentato questo volume all’Accademia dei Lincei. Ci sarà anche il Presidente della Repubblica. E questo mi fa molto piacere, è una presenza che ha un significato preciso rispetto al messaggio non solo economico ma anche sociale del pensiero di Keynes”.

Mattarella fin dall’inizio del settennato ha sottolineato l’idea della responsabilità sociale dell’impresa.

“Il punto di fondo del pensiero keynesiano è il rifiuto del fondamento utilitaristico dell’economia. Si può costruire una vera teoria economica sul concetto dell’uomo come puro homo economicus, ma si rischia di trascurare degli aspetti essenziali. L’economia, diceva Keynes, non è una scienza naturale, ma morale. Insomma: è parente dell’etica”.

E il capitalismo?

“Il capitalismo è una macchina molto efficiente, ma non efficiente in modo assoluto. Ha bisogno di un volante per essere indirizzato, per essere corretto nei suoi eccessi e nelle sue insufficienze. Non garantisce necessariamente la piena occupazione e la giustizia sociale, ad iniziare dai redditi. Spesso genera la stortura di redditi molto alti per pochi e molto bassi per molti. Senza considerare la disoccupazione”.

Una teoria quasi degna di Marx, che parlava dell’accumulazione di ricchezze sempre maggiori in un numero sempre minore di mani. Tutte mani capitaliste.

“In realtà Keynes conosce poco Marx e ne dà un giudizio sommariamente negativo. Conosce, però, e capisce bene Russia”.

La Russia comunista?

“Keynes, che nella prima parte della vita era stato omosessuale, a un certo punto conosce Lydia Lopokova, una bellissima ballerina classica dei Ballets Russes di Sergej Djagilev, la sposa e con lei visita e conosce a fondo la Russia”. 

Potenza dell’amore. E che impressione ha della Russia?

“Keynes ricostruisce bene due aspetti essenziali del comunismo: la sua totale inefficienza in termini economici pratici e la sua formidabile capacità di attrarre quanti, a partire dalle classi operaie, hanno di che lamentarsi del capitalismo. E dice: o troviamo il modo per rendere efficiente il capitalismo o l’attuazione del comunismo sarà irresistibile. Lo scriverà anche a Franklin Delano Roosevelt, poco dopo la sua elezione alla Casa Bianca: “Se lei dovesse fallire, in tutto il mondo sarà gravemente pregiudicato il cambiamento su basi razionali e in campo rimarranno a scontrarsi solo l’ortodossia e la rivoluzione”.

Roosevelt non fallì, per fortuna. Anzi, indicò la strada ad una intera generazione di politici del dopoguerra, anche in Italia.

“In Italia tutti i partiti del secondo dopoguerra sono keynesiani: democristiani, repubblicani, socialisti …  Tutti vogliono dare un’anima al capitalismo. Fanfani vara il piano casa all’interno di un progetto di società ben preciso, e anche per non far scivolare i meno abbienti verso il comunismo. Ora quello che deve emergere, anche da questo libro, è l’ispirazione politica del pensiero keynesiano, incentrata su un’idea ben precisa: come salvare il capitalismo da se stesso”.

Una volta il pericolo era che gli esclusi scivolassero verso il comunismo. Oggi si direbbe che il rischio è quello del populismo che invoca la propria sovranità sul bilancio dello Stato.

“A mio giudizio è lecito fare una spesa pubblica in deficit, ma per delle buone ragioni, cioè per degli investimenti. Ma non lo si può fare solo per ottenere due voti. Esiste anche un’altra lettera di Keynes, questa volta ad Hayek: in realtà la stima reciproca dei due era molto maggiore di quanto non si pensi. Keynes aveva appena finito di leggere “La strada per la schiavitù” di Hayek, e gli scriveva di essere d’accordo con lui sui pericoli della spesa pubblica: chi somministra alla società la medicina dell’intervento deve avere la cautela che hai tu”.

Comunque una posizione ben lontana dal reaganismo e dal thatcherismo. O dall’adorazione del pareggio di bilancio fine a se stesso.

“Anche chi in passato sosteneva l’austerità a tutti i costi adesso riconosce che quella cura non è servita a bloccare il debito pubblico. Questo è un punto.  Ma questo non costituisce una giustificazione per la dissipazione delle risorse pubbliche. Come in tutte le cose, bisogna avere capacità di discernimento”.

 Certo, in questi anni la sinistra ha molto ridotto la sua critica al capitalismo

“Oggi la più forte voce critica riguardo gli automatismi del mercato è rappresentata dal mondo cattolico. Una volta era il socialismo, ora non lo è più. Ho visto con molto interesse questa iniziativa di Papa Bergoglio, che ha convocato ad Assisi per una tre giorni, il prossimo anno, il mondo dell’economia e dell’impresa per dare un nuovo volto alla materia. Se venissi invitato ci andrei con grandissimo piacere a parlare di questi problemi.  La Chiesa una volta poteva apparire come portatrice di un rifiuto del capitalismo. Nel mondo contemporaneo, per l’appunto, si tratta di dargli un’anima”.

Colpisce, in Keynes, questa comunanza di sensibilità tra la cultura laica e quella cattolica o comunque religiosa.

“Nella biografia di Keynes ho ricordato che lui da parte di madre discendeva da una famiglia di predicatori battisti, usciti quindi dalla Chiesa Anglicana perché ispirati ad una visione più severa del cristianesimo. Lui non era credente, ma mantenne probabilmente un’impronta di questo tipo. Quanto alla madre, era una figura di grande spessore: il primo sindaco donna di Cambridge. Il cammino della modernità segue molte strade”.

E Giorgio La Malfa torna a sfogliare La fine del Lasseiz-faire. Un’idea, quella dell’“Arricchitevi!” di Guizot, che pare appartenere ad un mondo vecchio e lontano. O comunque non più in grado di rassicurare l’uomo contemporaneo.

Agi

In Italia l’età effettiva di pensionamento è 62,1 anni. Uno studio

In Italia l’età effettiva di pensionamento è di 62,1 anni, al momento tra le più basse in Europa: nel nostro Paese si va in pensione 7 anni prima che in Portogallo, 5 prima che in Irlanda e un anno prima rispetto alla media europea. Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su dati OCSE (“Ageing and Employment Policies – Statistics on average effective age of retirement”) e disponibile qui.

Per età “effettiva” di pensionamento s’intende l’età effettiva media di uscita dal mercato del lavoro, beneficiando anche di eventuali anticipi pensionistici/eccezioni (l’OCSE ha considerato i dati tra il 2011 e il 2016). L’età “normale” di pensionamento è invece quella prevista dalla normativa vigente nei vari Paesi europei senza anticipi di alcun tipo, quindi l’età a cui un individuo può uscire dal mercato del lavoro senza subire una riduzione dell’assegno e dopo una carriera lavorativa senza interruzioni a partire dai vent’anni d’età (l’OCSE ha effettuato questa valutazione considerando l’anno 2014).

Leggi anche: Il governo prova a chiudere su reddito di cittadinanza e quota 100

In Italia l’età effettiva di pensionamento – che come detto è di 62,1 anni – risulta inferiore di 4,5 anni rispetto a quella normale (66,6). Un trend simile si riscontra anche per quanto riguarda le lavoratrici, che vanno in pensione a un’età effettiva di 61,3 anni contro una normale di 65,6. Lo stesso vale per Paesi come la Slovacchia (60,8 effettiva e 66,2 normale), la Polonia (62,6 effettiva e 67 normale) e il Belgio (61,3 effettiva e 65 normale).

Ordinando la classifica per età “effettiva” di pensionamento l’Italia si colloca nella seconda metà della stessa, ossia al 15° posto sul totale di 22 Paesi europei considerati. Si scopre così che da noi si va in pensione molto prima che in Portogallo (69 anni), Irlanda (66,9 anni), Svezia (65,8 anni), Regno Unito (64,6 anni), Paesi Bassi (63,5 anni) e Germania (63,3 anni).

Il risultato si ribalta se invece si prende in considerazione l’età di pensionamento “normale”, ossia quella risultante dalla legislazione vigente senza considerare anticipi pensionistici. L’Italia sale al secondo posto con 66,6 anni, superata solamente dalla Polonia con 67 anni. L’ultimo posto se lo aggiudica invece la Spagna, dove il valore è pari solamente a 59,3.

“L’Italia non è quindi al momento uno dei Paesi in cui si va in pensione più tardi e questo avviene soprattutto perché la maggior parte dei lavoratori utilizza i requisiti stabiliti per la pensione anticipata”, osserva Massimo Blasoni, presidente del Centro studi ImpresaLavoro. “In futuro il discorso sarà completamente diverso. I giovani iniziano a lavorare più tardi e in maniera spesso discontinua, così accumulando “vuoti” contributivi. Non soltanto andranno in pensione a un’età più avanzata ma soprattutto godranno di assegni previdenziali più bassi. Secondo il report OCSE Pensions at a Glance 2017 un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2016, quando aveva 20 anni, dovrà attendere i 71,2 anni per ottenere la pensione”.

Agi

È morto Gilberto Benetton, aveva 77 anni

Gilberto Benetton, fondatore con i fratelli Luciano, Giuliana e Carlo dell'omonimo gruppo di famiglia è morto. Aveva 77 anni. L'imprenditore è mancato al termine di una breve ma aggressiva malattia. Qualche mese fa dopo aver chiuso con successo l’operazione di Atlantia su Abertis, che lo aveva tenuto impegnato per tutto il 2017, aveva perso il fratello minore Carlo. Era nel Consiglio di Atlantia e per lui anche il durto colpo del crollo del Ponte Morandi.

Agi News

Cosa significa per i greci tornare al prelievo libero al bancomat (dopo 8 anni)

Il primo ottobre, in Grecia, i cittadini torneranno ad assaporare un nuovo scampolo di normalità. Il ministero delle Finanze guidato da Euclid Tsakalotos, scrive Reuters, ha annunciato “la fine delle restrizioni sui prelievi di contante e l’incremento dell’importo massimo di denaro che è possibile trasferire all’estero”. Gli anni peggiori della crisi sembrano ormai alle spalle e la decisione, che rientra nell’ambito di una serie di misure volte a ridurre i controlli sui movimenti di capitale, permetterà ai greci di poter prelevare i propri risparmi in maniera più libera e immediata.

La crisi del debito greco, scoppiata nel 2010, è stata seguita da una serie di pacchetti di austerità adottati dal parlamento e da numerosi aiuti forniti dalla Commissione europea, dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale. Lo scorso agosto si è conclusa la terza fase di quest’assistenza finanziaria che ha permesso al paese di riprendere lentamente a camminare. I controlli sui capitali erano stati imposti dal governo di Atene, nel 2015, quando la Grecia si era trovata ad un passo dall’uscita dell’euro. Allora la quantità di soldi che i cittadini potevano prelevare era di appena 420 euro a settimana, una scelta radicale per evitare possibili “assalti“ ai bancomat. Oggi la situazione appare molto diversa. Dal ministero dell’economia fanno sapere che “la decisione è un ulteriore passo nella roadmap che porterà alla graduale ma costante eliminazione delle restrizioni sui trasferimenti di capitale“. Una decisione che Tsipras spera di ottenere nel tempo più breve possibile.

Quanto potranno ritirare e investire i greci?

Le cifre in questo discorso hanno un ruolo di primissimo piano. Il limite mensile di prelievo dai conti bancari nazionali è stato portato a 5 mila euro mentre la cifra che i cittadini ellenici potranno portare al di fuori dei confini del paese è stata aumentata da 3 mila a 10 mila euro. Novità anche per le imprese: il limite giornaliero di trasferimento all’estero è passato da 40 mila a 100 mila euro con le transazioni che potranno essere elaborate all’interno delle filiali bancarie senza ulteriori permessi. La decisione, dice infine Reuters, consente inoltre il trasferimento all'estero di profitti e dividendi sul capitale straniero investito in Grecia, per una cifra pari al 100% dell'importo investito.

I nuovi nodi: pensioni e Macedonia

La decisione di Tsipras, scrive Ettore Livini su Repubblica, è un’ulteriore mossa del premier per convincere il popolo greco del superamento della crisi. I prossimi appuntamenti per il governo, infatti, non saranno affatto semplici: domenica prossima la Macedonia deciderà se adottare un nuovo nome e, se vincerà il sì, toccherà poi al parlamento di Atene ratificare la decisione. I numeri però sembrano non esserci e la situazione politica potrebbe ulteriormente complicarsi. A gennaio, infine, è previsto un nuovo taglio delle pensioni, previsto dagli accordi con Bruxelles, che Tsipras vorrebbe rinviare senza trovare grande disponibilità di ascolto dall’Europa. i prossimi mesi restano delicati e decisivi per il futuro del governo e della Grecia.

Agi News

Da 10 anni Sant’Anna usa bottiglie biodegradabile. Ma nessuno l’ha imitata

Compie 10 anni la “Sant’anna Bio Bottle”, la prima bottiglia di acqua minerale da 1,5 litri, ossia nel  formato più venduto, completamente biodegrabile. A lanciarla a fine 2008 l’azienda piemontese “Fonti di Vinadio Spa”, indissolubilmente legata al marchio “Sant’Anna”, leader nel settore delle acque minerali. “Siamo stati pionieri – ricorda il presidente Alberto Bertone – e allora pensavamo che altri ci avrebbero seguiti, invece continuiamo ad essere stati gli unici a proporre questo prodotto , realizzato in bioplastica con un particolare biopolimero che si ricava dalla naturale fermentazione degli zuccheri contenuti nelle piante”.

Nel suo ufficio di Torino, seduto ad un tavolo in cui sono esposti i diversi prodotti che in poco più di 20 anni hanno portato l’azienda cuneese ad entrare nella classifica top 25 nazionale delle maggiori aziende del food & beverage,  Bertone, 52 anni, dal 1996 presidente ed amministratore delegato della società, racconta la sua avventura fatta anche da intuizioni come appunto quella legata ad una politica imprenditoriale che punta sempre più all’ecosostenibilità. Un’avventura, la sua, ora descritta anche nel libro “I custodi della sorgente”, scritto con il giornalista Adriano Moraglio, per le edizioni “Rubettino”.

Come nasce l’azienda “Fonti di Vinadio?

Nasce per un’intuizione di mio padre, Giuseppe Bertone, imprenditore edile che da tempo aveva deciso di diversificare la propria attività anche nel settore del food & beverage.  Nel 1995 viene a conoscenza della qualità superiore dell’acqua che sgorga nelle valli sopra Vinadio. Decide quindi di entrare nel settore delle acque e, in breve tempo, mi coinvolge, nonostante io fossi allora molto riluttante in quanto avrei voluto percorrere la carriera nell’edilizia di mio papà. Quasi una sfida, quella che mi propone, che io da vero ‘leone ascendente leone’ decido di accettare. E in poco tempo questa avventura diventa la mia vita e i risultati arrivano. Se mi guardo indietro posso dire che è stata la mia ignoranza, ossia la non conoscenza di questo settore a consentire di buttarmi in questo modo in un business che non conoscevo e che già allora era praticamente tutto in mano alle multinazionali”.

Come si colloca, oggi, l’azienda nel panorama nazionale ed internazionale?

Siamo l’unico marchio nel settore delle acque minerali ad essere italiano al 100% e proprietà di un’azienda familiare. Negli anni la nostra è stata una crescita costante: nel 2017 il gruppo ha chiuso con un fatturato di circa 300 milioni di euro, e vendite per 1,1 miliardi di pezzi venduti tra bottiglie di acqua minerale e bevande, the freddo e mix di frutta e verdura.

Quanto ha contato nella vostra crescita aziendale l’attenzione all’ecosostenibilità?

Moltissimo. Come racconto anche nel mio libro, già nel 2008 ero convinto che occorresse trovare un’alternativa all’utilizzo della plastica anche nel consumo di acqua minerale. Venuto a conoscenza del lavoro che stava portando avanti un’azienda americana, la Natureworks, nel realizzare un biopolimero 100% vegetale e commercializzato con il nome di Ingeo, decido di tentare questa avventura. Anche in questo caso, come molte volte mi è capitato , capisco poco della materia, non ho molte conoscenze, ma voglio realizzare questa idea. In realtà poi le difficoltà non sono mancate, nell’introdurre sul mercato la biobottle, c’è stato un certo scetticismo da parte della grande distribuzione. E forse anche per questo fino ad oggi siamo stati gli unici a muoverci in questa direzione.

Pioniere dunque anche nella lotta alla plastica?

In un certo senso, io ho cannibalizzato la plastica anche se sono convinto che questo materiale con le giuste politiche di riciclo potrebbe diventare una grande risorsa. Sarebbero necessarie leggi che impongono il giusto riciclo, anche dal punto di vista economico. Allo stesso modo ci vorrebbe una legislazione che obblighi, ad esempio, la grande distribuzione ad avere una quota di prodotti ecosostenibili sui propri scaffali. E’ facile abbracciare battaglie che, specie per quanto riguarda l’ambiente, rischiano di essere molto ideologiche ma  forse con un atteggiamento più razionale si potrebbero ottenere maggiori risultati ed aiutare chi si impegna realmente in questo campo, a partire dalle imprese.

E dopo la bio bottle avete pensato ad altri prodotti ‘no plastica’?

Abbiamo realizzato anche l’etichetta della bottiglia in materiale biodegrabile e ora stiamo studiando di fare lo stesso anche con il tappo e il collarino, ultimi step per arrivare al primo pack del settore 100% biodegrabile. Inoltre, stiamo studiando il cosiddetto ‘fardello invisibile’ , ossia sostituire la plastica che avvolge le confezioni da sei bottiglie con un semplice filo di raccordo in materiale biodegrabile , in grado di abbattere notevolmente il consumo di materiali da smaltire. Allo stesso tempo abbiamo cercato di organizzare lo stabilimento e il lavoro all’insegna di questa filosofia. Lo stabilimento di Vinadio è stato, infatti, ristrutturato con scelte architettoniche ecocompatibili con l’ambiente , con materiali di legno e pietra e, ad esempio, il magazzino e tutta la movimentazione delle merci sono gestiti da robot a guida laser elettrici e sono stati introdotti robot fasciatori che consentono un risparmio consistente di plastica negli imballi. E’ un impegno cresciuto  sempre più in maniera convinta, tanto da coinvolgere anche i fornitori. Con i partner della logistica, ad esempio, abbiamo inserito nell’ultimo anno 11 mezzi LNG, molto più ecologici del normali Tir. E’ un aspetto che si può sempre migliorare. In generale, ritengo sia necessario fare crescere ancora di più una cultura su questi temi affiancata però da una giusta legislazione.

Per i prossimi anni quali obiettivi vi proponete?

Ci stiamo guardando attorno, soprattutto all’estero per continuare a crescere. E lo stabilimento, come dico nella chiusura del libro, “sarà sempre più tecnologicamente avanzato, con un obiettivo sopra tutti: arrivare nel giro di cinque-sei anni a sostituire interamente le bottiglie in plastica con la nostra bio-bottiglia. Un gesto d’amore verso l’ambiente”.

Agi News

Nuove accuse contro Amazon: nei centri britannici 600 ambulanze in 3 anni

Un numero e una testimonianza rinfocolano le accuse contro Amazon per le condizioni di lavoro imposte ai dipendenti. Partiamo dal numero: i 14 centri di distribuzione di Amazon in Gran Bretagna hanno chiesto l'intervento di un'ambulanza per 600 volte negli ultimi tre anni. Si tratta di cifre ufficiali, chieste e ottenuto dal sindacato GMB passando dal Freedom of Information Act, la legge che tutela il diritto di accesso agli atti amministrativi.

Le richieste di soccorso

I soccorsi includono tre chiamate per soccorso a donne in stato di gravidanza, tre per gravi traumi e 14 per problemi respiratori. 115 chiamate sono arrivate dal solo magazzino di Rugeley. Nella cittadina inglese ha sede anche un altro centro di dimensioni simili, quello di Tesco. Dove però – sottolinea il sindacato – nello stesso periodo le chiamate di emergenza sono state appena otto. Secondo GMB, sarebbe la prova che Amazon tratti i dipendenti “come robot”. “Non ho mai visto nulla del genere”, ha affermato il sindacalista Mick Rix. Che ha definito Rugeley “uno dei posti di lavoro più pericolosi della Gran Bretagna" e detto ad Amazon che "dovrebbe vergognarsi”.

L'accusa di una donna incinta

“Ci sono centinaia di chiamate – ha affermato il sindacato – e alcune donne ci hanno raccontato di essere state forzate a stare in piedi dieci ore al giorno”. GMB ha infatti riportato la testimonianza di una fonte, che ha chiesto di rimanere anonima: “Quando ho scoperto di essere incinta, ho chiesto al mio manager di trasferirmi in un altro reparto. Mi è stato detto che non era possibile, che avrei dovuto continuare a raccogliere e smistare i pacchi e a trasportare un pesante carrello, percorrendo chilometri ogni giorno. Dopo un po' – continua la donna – ho detto loro che non potevo più percorrere così tanti chilometri. Ho avuto un incontro con un responsabile della sicurezza e mi è stato anche detto 'non importa quello voglio io ma ciò che vogliono loro'”.

La versione di Amazon

I dati sulle ambulanze sono ufficiali. Quindi da Amazon non è arrivata una smentita. Il gruppo ha però fornito la propria versione al Guardian. Un portavoce ha definito “scorretto suggerire che non ci sia sicurezza sul lavoro sulla base di questi dati e di aneddoti”. “La richiesta di ambulanze – ha proseguito – sono associate soprattutto a problemi personali e non legati al lavoro. Inoltre, le chiamate di soccorso sono state 0,00001 per ora lavorata, che è un livello estremamente basso”. Quanto alle accuse della donna incinta, Amazon ha ribattuto dicendo che “se la salute del dipendente o del bambino sono a rischio a causa del lavoro, cambieremo le mansioni o metteremo la donna in congedo retribuito”. 

Agi News

Per estinguere il mutuo sulla casa a un friulano servono 6 anni in meno di un siciliano  

Il 2017 è stato un anno positivo per chi ha scelto di acquistare casa: i tassi di interesse dei mutui ai minimi, il prezzo degli immobili sostanzialmente stabile e l’aumento del reddito a disposizione delle famiglie hanno creato condizioni favorevoli per comprare.

Ma chi ha presentato domanda di mutuo prima casa, quanti anni di stipendio dovrà versare per restituire alla banca il capitale richiesto?  Al netto degli interessi e considerando che oggi le famiglie italiane cercano mediamente di destinare alle rate del mutuo circa il 25% del reddito annuale, Facile.it e Mutui.it hanno calcolato che occorrono in media 17 anni e 10 mesi. Il risultato emerge dall’analisi di circa 40.000 richieste di mutuo prima casa raccolte dai due portali da gennaio 2013 a dicembre 2017 i cui valori sono stati incrociati con i dati Istat disponibili relativi ai redditi delle famiglie italiane.

Aumentano gli anni e gli importi

Il valore risulta in crescita rispetto al 2013, quando le famiglie che richiedevano un mutuo dovevano mettere in conto di destinare alla banca in media 16 anni e 10 mesi di stipendi. Brutte notizie? In realtà no, se si considera che dietro all’aumento degli anni necessari a ripagare il capitale non vi è una riduzione dei redditi medi delle famiglie italiane, bensì un aumento della cifra richiesta agli istituti di credito. Nel 2013 l’importo medio che gli aspiranti mutuatari cercavano di ottenere per acquistare la prima casa era pari a 123.583 euro, mentre nel 2017 la richiesta media è aumentata dell’8% raggiungendo i 133.456 euro.

"Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito ad una consistente diminuzione dei tassi di interesse e degli spread applicati dalle banche, che ha determinato un alleggerimento della rata mensile", spiega Ivano Cresto, Responsabile BU mutui di Facile.it. "Questo ha consentito alle famiglie di richiedere in prestito importi più elevati, mantenendo comunque una rata mensile contenuta, che non impattasse troppo sul reddito complessivo".

La dinamica spiegata da Cresto risulta chiara se si guarda a come è cambiato negli ultimi quattro anni il valore medio della rata e il suo il rapporto con il reddito mensile delle famiglie richiedenti; nel 2013 la rata media richiesta era pari a 663 euro, con un impatto del 27% sullo stipendio mensile, mentre nel 2017, nonostante gli importi richiesti alle banche siano aumentati, la rata media è diminuita arrivando a 606 euro, con un impatto del 24% sul reddito mensile medio.

Se per assurdo fosse possibile destinare alle rate del mutuo il 100% del reddito annuale, alle famiglie italiane basterebbero oggi mediamente 4 anni e mezzo per restituire alla banca la quota capitale presa in prestito al netto degli interessi, mentre nel 2013 servivano 4 anni e 2 mesi.

Le differenze regionali

Analizzando in ottica territoriale le richieste di mutuo prima casa raccolte dai due portali nel 2017, emergono importanti differenze tra le aree del Paese. Gli aspiranti mutuatari della Campania risultano essere quelli che dovranno mettere in conto più anni, e stipendi, per restituire il capitale richiesto al netto degli interessi; 21 anni, ipotizzando, come detto, che ogni anno confluisca nel mutuo una somma pari al 25% dello stipendio. Seguono in classifica i richiedenti mutuo del Lazio (20 anni e 3 mesi) e della Sicilia (19 anni e 11 mesi)

Di contro, le aree dove i valori si riducono notevolmente sono il Friuli Venezia Giulia, qui i richiedenti mutuo impiegano in media 13 anni e 10 mesi, l’Umbria (14 anni e 7 mesi) e l’Emilia Romagna (14 anni e 11 mesi).

Quanti anni servono, regione per regione (al netto degli interessi e destinando ogni anno il 25% del reddito familiare)

Abruzzo

17 anni e 2 mesi

Basilicata

19 anni e 5 mesi

Calabria

17 e 2 mesi

Campania

21 anni

Emilia-Romagna

14 anni e 11 mesi

Friuli-Venezia Giulia

13 anni e 10 mesi

Lazio

20 e 3 mesi

Liguria

16 anni e 9 mesi

Lombardia

16 e 5 mesi

Marche

15 anni e 3 mesi

Molise

n.d.

Piemonte

16 anni e 8 mesi

Puglia

17 anni e 3 mesi

Sardegna

17 anni e 2 mesi

Sicilia

19 anni e 11 mesi

Toscana

16 anni e 8 mesi

Trentino-Alto Adige

n.d.

Umbria

14 anni e 7 mesi

Valle d'Aosta

n.d.

Veneto

15 anni e 3 mesi

Italia

17 e 10 mesi

Agi News

Privacy, la spina nel fianco di Facebook è questo avvocato austriaco di 30 anni

Max Schrems è un legale austriaco, 30enne, che da sette anni punta il dito contro Facebook. Schrems sta portando avanti una battaglia contro il network di Mark Zuckerberg per violazione dei diritti sulla protezione dei dati degli utenti. Il giovane Max si è ritrovato quasi per caso a fare il Davide contro Golia. Tutto è iniziato quando appena 23enne, decise di fare un semestre di studio per la laurea all'università di Santa Clara, nel bel mezzo della Silicon Valley, e, mosso dalla curiosità su come Facebook proteggeva i dati degli utenti, ha focalizzato la sua tesi proprio sul tema del rispetto della privacy da parte del social nel Vecchio continente.

Indagando per la tesi, Max ha scoperto che la società di Zuckerberg era a conoscenza di tantissime informazioni private degli utenti, che non scomparivano neppure con la cancellazione dal social network. In particolare, Schrems è rimasto scioccato nell'apprendere che il social network aveva accumulato 1.200 pagine sul suo conto, rastrellando tutti i suoi Like e ogni messaggio privato che avesse mai inviato.

Dopo la tesi l'avvocato ha presentato 22 denunce contro Facebook, sostenendo che il gruppo operava in aperta violazione della legge europea sulla protezione dei dati, minando il diritto fondamentale alla privacy. Già nel 2011, Schrems sosteneva che Facebook era un "monopolio" e che per contrastarla occorreva un'attenzione particolare da parte dei regolatori. Poi ha messo in piedi il gruppo "Europe versus Facebook", aprendo nei Tribunali di mezza Europa lo scontro contro Facebook, accrescendo via via la sua fama e diventando per il gruppo di Zuckerberg una specie di incubo.

Ovviamente l'affaire Facebook-Cambridge Analytica, che ha visto salire a 87 milioni i profili di utenti Facebook violati e manipolati, ha contribuito a rafforzare la fama di Schrems. Nell'agosto 2014 ben 25 mila utenti si sono affidati al lui, per intentare una class action contro il gigante Usa. La Corte Suprema austriaca interpellata sulla possibilità di intentare una class action a Facebook, ha chiesto alla Corte di Giustizia Ue un parere, per sapere se la magistratura austriaca avesse competenza sull'argomento. E lo scorso dicembre la Corte del Lussemburgo ha fatto sapere che l'avvocato trentenne di Salisburgo può rivolgersi a un tribunale austriaco per fare causa a Facebook Irlanda, ma solo a titolo personale e non per contro di altri soggetti e cioè non tramite una class action.

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Schrems non è però tipo da perdersi d'animo. Ora ha lanciato None of Your Business, un'organizzazione non-profit che ha l'obiettivo di sfidare più aziende con azioni legali sulla privacy, autorizzate dalla minaccia di nuove multe più pesanti in base alla legislazione che entrerà in vigore in Europa a maggio. Intervistato dal Financial Times, Schrems si è messo a ridere quando gli hanno chiesto se con le sue cause intendesse fare la morale a Facebook.

"No, non la penso così", ha risposto, spiegando che i Tribunali non servono per dare lezioni di morale, ma possono limitare la capacità delle grandi aziende di manipolare le nostre vite private e possono incrinare la convinzione tipica di quelli come Facebook che "noi siamo della Silicon Valley e sappiamo cosa è giusto per tutti gli altrì. Il modo con cui Cambridge Analytica ha violato i dati degli utenti Facebook non lo sorprende. "Ora dicono che è una hack – spiega al Ft – sette anni fa la chiamavano configurazione. Se fin da allora avessero seguito la legge, non saremmo a questo punto".

Già nel 2015 Facebook ha limitato l'accesso ai dati da parte degli sviluppatori e, a seguito delle ultime rivelazioni, ha promesso ulteriori miglioramenti in difesa della privacy. Ma secondo Schrems non basta, perchè il problema è nell'enorme quantità di dati posseduti da Facebook. "Cambridge Analytica – osserva – è un reparto per bambini rispetto a quello che è realmente fa Facebook", "il vero problema – ribadisce – è quello della privacy".

Cosa cambierà con la nuova legge sulla privacy

La legge sulla privacy in Europa sta per subire un cambiamento decisivo. Il regolamento generale sulla protezione dei dati entrerà in vigore il 25 maggio, armando i regolatori della possibilità di imporre multe extra-large, che potranno superare i 20 milioni di dollari, o arrivare fino al 4% del fatturato globale, che per Facebook significherebbe sanzioni superiori agli di 1,5 miliardi di dollari. Inoltre, la nuova normativa consentirà azioni legali sul modello delle class action, cioè permetterà ai consumatori di unirsi per proteggere il loro diritto alla privacy. Una class action, rileva Schrems, potrebbe rivelarsi mortale anche per un colosso come Facebook: "Se 50 milioni di persone le facessero causa per 2.000 dollari ciascuna, l'effetto sarebbe letale" perchè l'azienda dovrebbe far fronte a un risarcimento danni di cica 100 miliardi di dollari.

"Anche per Facebook – dice l'avvocato – questa sarebbe una quantità di soldi semplicemente folle". E anche per questo ora Facebook "sta esaminando più da vicino i dati che sta raccogliendo". In passato Schrems ha sempre avuto difficoltà a pagare gli avvocati e a far fronte alle spese legali nella sua battaglia contro Facebook: la creazione di None of Your Business, punta proprio a superare questa impasse e a rendere più facile in futuro avviare le cause giudiziarie collettive a protezione della privacy.

Parte del problema, osserva Schrems, è che le questioni legali riguardanti la privacy e i termini di servizio delle aziende in proposito sono spesso incomprensibili per una persona di media cultura. "Come può un utente lavorare per 10 ore al giorno, poi tornare a casa e capire come funziona l'algoritmo di Facebook? Non lo capisco io che me ne occupo da sette anni".

Come emerge dall'intervista al Ft, Schrems non è un tipo anti-tech: usa ancora Facebook e impiega molte emoji su Twitter. Per la sua campagna anti-Facebook ha adottato un'app che aiuta gli utenti a richiedere i propri dati da Facebook. Inoltre, ha appena tre anni in meno di Mark Zuckerberg, il fondatore del social network. A parte questo però c'è ben poco che lo avvicina al capo di Facebook. Zuckerberg è pieno di soldi ed è convinto che connettere le persone su un social network globale diffonda la democrazia. Schrems invece è cresciuto a Salisburgo e forse queste sue radici mitteleuropee lo rendono così sensibile alla privacy. Inoltre non è per niente ricco, ha due appartamenti, uno in cui vive e un altro che affitta e col quale integra il suo reddito.

Finora, conclude, "sono stato l'unico europeo che ha cercato di far rispettare i suoi diritti con Facebook. Ma se dimostro che un'azione del genere può essere eseguita da uno studente dal suo ufficio di casa, allora tutti potranno capire quanto sia assurda questa realtà" e fare causa sulla privacy ad aziende come Facebook diventerà una cosa normale. 

Leggi anche: Oltre Cambridge Analytica. Così funziona il mercato della sorveglianza distribuita

Agi News

Secondo l’Ocse chi comincia a lavorare oggi andrà in pensione dopo i 71 anni. L’analisi

In Italia, a chi entra oggi nel mercato del lavoro, la flessibilità per accompagnare l'uscita dal lavoro "sarà offerta solo dopo i 67 anni". Chi ha iniziato a lavorare in Italia nel 2016 a 20 anni, in base alla legge che lega l'età pensionabile alle aspettative di vita, andrà in pensione a 71,2 anni, contro i 74 anni della Danimarca e i 71 dell'Olanda. In Irlanda e Finlandia andrà in pensione a 68 anni, mentre in tutti gli altri Paesi Ocse l'età pensionabile sarà raggiunta prima. È quanto emerge dal rapporto Ocse 'Pension at Glance', come si legge sul Quotidiano Nazionale.

Attualmente l'età pensionabile in Italia è di 66,6 anni, ma salirà a 67 anni a partire dal 2019 proprio in base all'ultima revisione sulle aspettative di vita dell'Istat. L'organizzazione di Parigi invita invece tutti i governi a introdurre più flessibilità in vista dell'accesso alla pensione. In particolare, secondo l'Ocse, per alcuni paesi questa necessità "diventa urgente". 

L'Ocse rileva che nei 35 Paesi membri dell'organizzazione solo Italia, Danimarca, Finlandia, Olanda Portogallo e Slovacchia hanno introdotto il calcolo dell'aspettativa di vita nella legislazione previdenziale e che questo aumenterà l'età pensionabile in media di 1,5 anni per gli uomini e di 2,1 anni per le donne. Lo scrive anche Il Sole 24 Ore.

L'Ocse evidenzia anche che il tasso di sostituzione, cioè la percentuale di stipendio medio accumulato nel corso di una vita lavorativa che va a formare la pensione, nei 35 Paesi Ocse è attualmente del 63%, mentre il Italia sale al 93,2%, contro un minimo del 29% in Gran Bretagna e un massimo del 102% in Turchia. Ocse evidenzia che negli ultimi due anni il passo delle riforme previdenziali nei 35 Paesi membri ha "rallentato" e che gli interventi sono stati "meno ampi". Ciò è avvenuto perchè il "miglioramento delle finanze pubbliche ha diminuito le pressioni" sulla necessità di rivedere i parametri per accedere alla pensione.

"In alcuni Paesi – si legge nel rapporto – in un contesto di invecchiamento della popolazione e di incombente riduzione del lavoro, questa necessità diventa urgente. Solo così le politiche previdenziali possono rispondere alle domande di flessibilità senza mettere a repentaglio la sicurezza economica degli anziani".  Nel rapporto l'Ocse evidenzia che "quasi i due terzi dei cittadini dell'Ue" chiedono più part time e di unire pensioni parziali e lavoro, piuttosto che andare definitivamente in pensione. Tuttavia i tassi di adozione di queste richieste sono "relativamente bassi".

In Europa, secondo l'Ocse, "circa il 10% delle persone tra i 60 e i 69 anni combina lavoro e pensione" e nei Paesi Ocse "circa il 50% dei lavoratori sopra i 65 anni lavoro part time". "Questi livelli sono stati stabili negli ultimi 15 anni" si legge nel rapporto Ocse.  La spesa previdenziale nei 35 Paesi dell'Ocse è aumentata del 2,5% a partire dal 1990. è quanto si legge nel rapporto Ocse sulle pensioni. In Italia la spesa per le pensioni è già oltre il 15%, anche se "le prospettive di lungo termine sono migliorate e il ritmo della spese già anticipate è notevolmente diminuito".

 

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