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Sono crollati i prestiti delle banche alle imprese italiane

Chiudono ancora i rubinetti le banche italiane: sono crollati di 51 miliardi di euro i prestiti alle aziende italiane negli ultimi 12 mesi. Lo stock di finanziamenti alle imprese societarie è sceso di 46 miliardi da 696 miliardi a 650 miliardi, mentre sono diminuiti di quasi 6 miliardi i crediti alle imprese familiari, da 83 a 77 miliardi (-7%). In leggera crescita i prestiti alle famiglie di 9 miliardi da 536 miliardi a 545 miliardi. Questi i dati principali del rapporto mensile sul credito del Centro studi di Unimpresa, secondo cui le sofferenze nette sono calate di 8 miliardi a quota 32 miliardi.

“Purtroppo le banche italiane, anche negli ultimi 12 mesi, hanno confermato la tendenza ad aver messo in secondo piano – se non abbandonato – l’attività tradizionale ovvero finanziare la cosiddetta economia reale”, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Andrea D’Angelo. “Adesso ci preoccupa la prospettiva di tassi negativi sui depositi che potrebbe aumentare significativamente il costo dei rapporti con le banche. Il nostro sistema economico non è ancora pronto a utilizzare alternative a quella bancaria”, aggiunge D’Angelo.

Secondo il Centro studi dell’associazione, che ha rielaborato i dati della Banca d’Italia, da agosto 2018 ad agosto 2019, lo stock di prestiti a famiglie e imprese è diminuito complessivamente di 43 miliardi di euro (sul risultato incidono anche le cartolarizzazioni, cioè la cessione di crediti malati) da 1.324 miliardi a 1.281 miliardi (-3,3%).

Sul dato negativo pesa il calo dei finanziamenti alle aziende, sia alle imprese familiari (meno 5 miliardi, con un calo del 7% da 83 miliardi a 77 miliardi ) sia alle imprese societarie (meno 46 miliardi, con un calo del 6% da 696 miliardi a 650 miliardi). Le aziende complessivamente hanno subito un taglio di 51 miliardi di euro.

Sono leggermente cresciuti, invece, i prestiti alle famiglie di 9 miliardi (mutui e credito al consumo) in lieve aumento dell’1,7% da 536 miliardi a 545 miliardi. La pulizia dei bilanci dai crediti deteriorati è proseguita con la solita velocità registrata negli ultimi tre, quattro anni: le sofferenze lorde (che nel 2014-2015 avevano superato quota 200 miliardi di euro) sono ulteriormente diminuite, negli ultimi 12 mesi, di 38 miliardi passando da 126 a 87 miliardi (-30%).

Le sofferenze nette (quelle coperte da garanzie reali) sono scese di 8 miliardi da 40 miliardi a 32 miliardi (-20%). Per quanto riguarda la raccolta, le banche hanno assistito a una crescita del 6% complessiva delle somme detenute sui loro depositi da tutte le categorie di clienti: in totale, sui depositi (ad agosto scorso) risultano 1.481 miliardi in aumento di 91 miliardi (più 6%) rispetto ai 1.390 miliardi di agosto 2018.

I conti correnti sono oggetto di forte attenzione dopo l’annuncio di un importante gruppo bancario intenzionato ad applicare tassi negativi sui saldi superiori a 100.000 euro, con l’obiettivo dichiarato di trasferire con maggiore efficacia le decisioni di politica monetaria della Banca centrale europea; sui conti correnti sono depositati ben 1.168 miliardi da parte della clientela bancaria, un dato in crescita di 88 miliardi (più 8%) in un solo anno (ad agosto il totale si era fermato a 1.079 miliardi).

Il calo dello spread ha reso meno rischioso investire nel debito pubblico italiano, ragion per cui le banche ne hanno approfittato per aumentare la sottoscrizione di bot e btp. Gli istituti hanno comprato massicciamente sia sul mercato secondario le obbligazioni del Tesoro già in circolazione sia sottoscrivendo le nuove emissioni alle aste: nell’ultimo anno, il totale dei titoli di Stato italiani detenuti dalle banche del nostro Paese è saliti di 36 miliardi (più 10%) da 372 miliardi a 409 miliardi.

Agi

Commercio, Di Maio: entro l’anno stop alle aperture domenicali

"Abbiamo tantissimi progetti allo studio, oltre al reddito di cittadinanza che resta il punto cardine e si deve fare, abbiamo misure per i commercianti per i piccoli imprenditori, per medi e per i grandi. In materia di commercio sicuramente entro l'anno approveremo la legge che impone lo stop nei fine settimana e nei festivi a centri commerciali, con delle turnazioni e l'orario che non sarà più liberalizzato, come fatto dal governo Monti. Quella liberalizzazione sta infatti distruggendo le famiglie italiane. Bisogna ricominciare a disciplinare orari di apertura e chiusura". Lo ha detto il vicepresidente del Consiglio e Ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio, a margine della visita all'82' Fiera del Levante. 

Leggi anche: Cosa sapere sui piani del governo per chiudere i negozi la domenica

Agi News

Altro che salvataggio. Gli aiuti alla Grecia sono finiti quasi tutti alle banche

La 'troika' abbandona la Grecia dopo otto anni di commissariamento che lasciano un Paese stremato da tagli durissimi al welfare e una popolazione impoverita dagli effetti recessivi della dottrina dell'austerità. Certo, due anni fa l'economia ha ripreso a crescere e quest'anno dovrebbe raggiungere un'espansione superiore al 2%. I conti sono tornati in ordine, con un deficit sceso lo scorso anno sotto l'1% del Pil. Il costo sociale delle riforme imposte da Ue, Bce e Fmi è stato però elevatissimo. Secondo l'ultimo rapporto Eurostat sulle povertà estreme, un cittadino greco su cinque non riesce a pagare le utenze di luce e gas o acquistare carne regolarmente. Ci sono studi secondo i quali dal 2010 al 2015 la percentuale di greci che ha dovuto rinunciare a spese mediche per mancanza di denaro, potendo contare sempre meno sul sistema sanitario pubblico, è più che raddoppiata, dal 10% al 22%. Il tasso di suicidi, in precedenza bassissimo, e il numero di persone colpite da depressione, nel frattempo, sono aumentati. 

Una vulgata da confutare

Ovviamente Atene ha le sue responsabilità, nelle spese allegre per le Olimpiadi che spinsero i governi di allora a truccare i conti per nascondere la voragine nei bilanci. Ciò non rende però meno inaccettabile la vulgata sugli operosi nordeuropei costretti a mettere mano al portafoglio per "salvare" gli scialacquatori levantini. E non solo perché, a conti fatti, il governo di Berlino ha guadagnato 1,3 miliardi dai prestiti concessi durante la crisi ellenica. I tre piani di prestiti alla Grecia, un totale di 241 miliardi dal 2010 al 2018, sono stati prima di tutto uno strumento per consentire alle banche francesi e tedesche (minima era l'esposizione di quelle italiane) di salvaguardare i propri investimenti nel Paese egeo, investimenti che una 'Grexit' avrebbe ridotto in poltiglia con i prevedibili effetti domino sulle rispettive economie nazionali. A confermarlo fu uno studio dell'European School of Management and Technology di Berlino risalente al maggio 2016, che analizzò la destinazione dei 216 miliardi di prestiti erogati fino ad allora.

I contribuenti europei hanno salvato i privati

Dallo studio risulta che il 95% della somma era stata assorbita dalle banche dell'Eurozona e solo il 5% era concretamente finito nelle casse statali di Atene. "L'Europa e il Fondo Monetario Internazionale negli anni scorsi hanno salvato soprattutto le banche europee e altri creditori privati", spiegò ad Handelsblatt Jorg Rocholl, direttore dell'istituto. Gli economisti che hanno partecipato allo studio hanno esaminato singolarmente ogni prestito per stabilire dove sia finito il denaro e hanno concluso che solo 9,7 miliardi di euro sono stati messi a bilancio dal governo greco a beneficio dei cittadini laddove 86,9 miliardi di euro sono stati utilizzati per rimborsare vecchi debiti, 52,3 miliardi per il pagamento degli interessi e 37,3 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche elleniche. "È un qualcosa che tutti sospettavano ma che pochi sapevano davvero. Ora uno studio lo conferma: per sei anni l'Europa ha tentato invano di porre fine alla crisi in Grecia attraverso i prestiti e chiedendo riforme e misure sempre più dure", sottolineò il quotidiano tedesco, "del fallimento, come ovvio, è maggiormente responsabile la pianificazione dei programmi di salvataggio che il governo greco". In sostanza, chiosò Rocholl, "i contribuenti europei hanno salvato gli investitori privati".

L'Italia ha pagato il conto per gli altri

Buona parte dell'esposizione – attraverso i fondi salva-Stati europei Efsf ed Esm – è passata quindi dalle banche agli Stati. Il problema è che la cifra concretamente versata dagli Stati come quota dei prestiti non ha corrisposto certo all'esposizione del proprio sistema bancario, bensì alla propria partecipazione nei suddetti fondi. Pertanto la Francia, che nel 2011 risultava la più esposta con 60 miliardi di crediti a rischio, se l'è cavata sborsando 46 miliardi di euro, (considerando prestiti bilaterali e quote in Bce, Efsf ed Esm) laddove l'Italia, sempre al 2015, aveva versato ben 40 miliardi a fronte di un'esposizione pari ad appena 10 miliardi. Ancora peggio è andata alla Spagna, che è passata da un'esposizione quasi nulla a 25 miliardi. La Germania – secondo i dati della Banca internazionale dei regolamenti – risultava esposta per 40 miliardi e ne avrebbe versati in totale 60. Ci ha perso pure Berlino, quindi? Non è così semplice, e non solo perché questi dati, non tengono conto dei successivi, complessi spostamenti delle esposizioni e delle plusvalenze sui prestiti realizzate nei tre anni successivi.

"A guardare più da vicino, la ripartizione del credito per tipologia mostra che in realtà sono le banche tedesche le più esposte perché hanno 22,7 miliardi di debito governativo ellenico contro i 15 miliardi della Francia", spiegava allora Formiche, "ed è proprio il debito governativo quello su cui focalizzarsi, come specifica Boris Groendahl in un articolo di Bloomberg". Non solo. Se a settembre 2014, “in valore assoluto solo Belgio e Germania avevano incrementato la loro esposizione al settore pubblico greco", sottolineò Bruegel, "l’unico Paese dove l’esposizione pubblica è aumentata in maniera massiccia come percentuale sul totale è l’Italia”. Tutto questo oggi non potrebbe più accadere. Con la direttiva sul bail-in, a sopportare il prezzo di una crisi bancaria sarebbero i creditori degli istituti, non i contribuenti europei.

@CiccioRusso_Agi

Agi News

La singolare richiesta di Pechino alle compagnie aree americane 

Scoppia una nuova polemica tra Washington e Pechino ma questa volta non riguarda i dazi sulle merci, al centro dei recenti colloqui bilaterali finiti (per ora) con un buco nell’acqua. Nel mirino ci sono 36 compagnie aeree straniere, prevalentemente statunitensi, alle quali il governo cinese ha chiesto di rimuovere qualsiasi riferimento a Macao, Taiwan e Hong Kong – che Pechino considera parte integrante del suo territorio – come Paesi indipendenti. In una nota emessa sabato scorso, la Casa Bianca ha accusato il governo cinese di “assurdità orwelliana”, scrive l'agenzia Reuters

Immediata la replica di Pechino, giunta domenica per bocca del portavoce del ministro degli Esteri Geng Shuang, il quale ha ricordato alle aziende straniere che fare business in Cina ha un prezzo: obbedire alle leggi cinesi, “rispettare la sovranità cinese e l’integrità territoriale” e non ferire “i sentimenti del Popolo cinese”.

“Non importa cosa dicano gli americani”, scrive puntuto Geng Shuang sul sito del suo ministero. “Nulla può alterare il fatto oggettivo che c’è una sola Cina nel mondo, e che Hong Kong, Macao e Taiwan sono parti inseparabili del territorio cinese”.

Sebbene il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbia più volte sottolineato il rapporto di amicizia che lo lega al presidente cinese, Xi Jinping, le tensioni commerciali tra le due prime economie del pianeta sono ben lontane da una soluzione. Cina e Stati Uniti sono divisi dalla minaccia di dazi sulle esportazioni, e dalle accuse di Washington di sussidi alle industrie statali e di trasferimento forzato di tecnologia a danno dei gruppi statunitensi.

Leggi anche: La guerra dei dazi non sta per niente finendo

Sotto la lente di ingrandimento soprattutto il deficit commerciale statunitense, che la delegazione Usa giunta, a Pechino la settimana scorsa per le due giornate di colloqui bilaterali, ha chiesto di tagliare di 200 miliardi entro il 2020. Le posizioni restano distanti ma il dialogo va avanti, recitava lo stringato comunicato diffuso dall’agenzia Xinhua al termine del round di trattative sulle dispute commerciali. 

Nessun accordo ma salve le apparenze: Yang Jiechi, top diplomat e membro del Politburo del Pcc, si è intrattenuto al telefono con il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, domenica scorsa, per parlare di rapporti bilaterali che sono entrati in una “fase importante”, stando a quanto ha riferito il ministero degli Esteri. Non è chiaro, scrive il New York Times, se questa telefonata sia giunta a seguito del comunicato emesso dal governo americano.

Stando alla Casa Bianca, il governo cinese ha spedito una lettera all’indirizzo delle compagnie aeree, incluse quelle basate negli Stati Uniti, con la richiesta di cancellare ogni menzione di Taiwan, Hong Kong e Taiwan, che, agli occhi cinesi, rischia di diffondere una versione falsificata dell’unità territoriale (dai siti internet ai menù). 

Hong Kong, ex colonia britannica tornata alla Cina nel 1997, gode dello status di regione amministrativa speciale ed è regolata dal principio “Una Cina, due sistemi”. Nel 2014 è stata teatro del movimento degli ombrelli (Occupy Central), contrario alla proposta di riforma avanzata da Pechino per l’elezione della massima autorità di Hong Kong: la più grande manifestazione mai avvenuta nell'isola, durata 79 giorni, e il più grande movimento di protesta contro il governo cinese dai tempi delle proteste di piazza Tian’anmen, a Pechino, nel 1989. 

Gode dello stesso status anche Macao, ex colonia portoghese, tornata sotto la sovranità cinese nel 1999.

A tendere i nervi di Pechino è soprattutto la questione di Taiwan. La Cina arrivò ai ferri corti con gli Stati Uniti, quando Donald Trump, all’inizio del suo mandato presidenziale, aveva messo in discussione il principio di “unica Cina”, sfiorando la crisi diplomatica. Fortemente difeso dal governo cinese, esso prevede che tutti i cinesi che vivono da un lato o dall'altro dello Stretto di Formosa (che divide la Cina continentale da Taiwan) appartengono a una sola Cina.

"Taiwan è parte della Cina", nonostante si sia dichiarata indipendente nel 1949, quando le forze nazionaliste del Guomindang, sconfitte dai comunisti, si rifugiarono sull'isola, proclamando la Repubblica di Cina. Da allora, entrambe le sponde dello stretto si definiscono un'unica Cina, con Pechino che punta da sempre a riannettere quella che considera "l'isola ribelle", e Taiwan, una democrazia sin dal 1990, che difende la propria autonomia. Le tensioni con Taipei si sono riaccese da quando nel 2016 è salita al potere l’attuale presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, marcatamente indipendentista.

La Cina punta alla “piena riunificazione” entro il 2050. Le rivendicazioni di Pechino verso l’ex Formosa, spiega Limes, si sono rinfocolate a fine marzo, quando gli Usa hanno adottato il Taiwan Travel Act, che “incoraggia” lo scambio di visite tra funzionari di alto livello statunitensi e taiwanesi. Sulla scia del summit inter-coreano, Tsai ha manifestato il desiderio di incontrare Xi Jinping per raggiungere "pace e stabilità". 

I segnali di una crescente pressione delle autorità cinesi sulle compagnie straniere erano già emersi a gennaio scorso, quando il governo aveva oscurato il sito della catena di hotel Marriott, con l’accusa di aver indicato Tibet, Hong Kong, Macao e Taiwan come paesi separati. Marriott aveva immediatamente pubblicato scuse ufficiali. Il Quotidiano del Popolo, il massimo giornale cinese, affidò la posizione ufficiale a un editoriale dal titolo "Per fare affari in Cina, non farti nemico il popolo cinese".

Agi News

Così Bruxelles vuole imporre più trasparenza alle piattaforme online

Il digitale è un canale di vendita, spesso, irrinunciabile. Tante aziende però sono obbligate a passare da alcuni “imbuti”, che si chiamano Amazon, Google, Expedia. Intermediari che danno più o meno visibilità a un articolo, un'azienda, un hotel.

Con quali criteri? Vuole capirlo meglio l'Unione europea, che ha presentato una proposta di legge rivolta alla gestione dei rapporti tra grandi piattaforme e aziende. Obiettivo: “Garantire un contesto imprenditoriale equo, prevedibile, sostenibile e affidabile nell'economia online”.

La parola chiave è “trasparenza”. Nei termini di utilizzo dei servizi, la loro gestione dei dati, le politiche di prezzo adottate, i motivi che portano all'esclusione o alla maggiore visibilità di un'impresa. Le regole si rivolgono quindi a qualsiasi piattaforma che, in base alle esigenze degli utenti, restituisce una gerarchia di offerte. Come fanno app store, motori di ricerca, siti di e-commerce e servizi di prenotazione di hotel.

“Contro l'abuso di potere”

“Piattaforme e motori di ricerca – ha spiegato la commissaria all'Economia digitale Mariya Gabriel – sono canali importanti per far sì che le imprese europee raggiungano i propri clienti. Dobbiamo essere certi che non abusino del loro potere. Stiamo facendo un passo importante – ha continuato – per introdurre regole chiare sulla trasparenza, un meccanismo efficiente per la risoluzione delle controversie”. La proposta include anche “l'avvio di un osservatorio per analizzare le pratiche delle piattaforme online in modo più dettagliato”. Si tratta, appunto, di “un passo”. Che porterà al Parlamento europeo e poi all'approvazione dei singoli Stati. Non si tratta quindi, ancora, di una legge, ma di una proposta. Ecco quello che prevede.

Aumento della trasparenza

Le piattaforme online devono garantire che le condizioni applicate siano facilmente “comprensibili e disponibili”. Devono essere indicati “in anticipo” (cioè nei termini di servizio sottoscritti quando si accede al servizio) i motivi per cui un'impresa può essere eliminata o sospesa dalla piattaforma. In questi casi, sarà comunque obbligatorio dare un preavviso per consentire alle aziende di attuare modifiche per adeguarsi.

La gestione dei dati

Le piattaforme devono formulare e pubblicare “politiche generali” che riguardano: i dati generati dai loro servizi cui è possibile accedere, chi può accedervi e a quali condizioni; il trattamento dei dati; il modo in cui utilizzano le clausole contrattuali per richiedere la gamma più favorevole o il prezzo più conveniente dei prodotti e dei servizi offerti. Gli intermediari online e i motori di ricerca dovranno “stabilire i criteri generali che determinano l'ordine in cui i beni e i servizi sono classificati”. L'Unione europea vuole quindi mettere un occhio negli algoritmi che rispondono alle domande degli utenti.

Risoluzione delle controversie

Quando aziende piattaforme arrivano allo scontro, le nuove regole puntano a un percorso che faciliti la risoluzione delle controversie. Gli intermediari devono dotarsi di un sistema interno di trattamento dei reclami. Per non favorire un punto d'incontro senza arrivare in tribunale, le piattaforme online dovranno “elencare nelle loro condizioni i nominativi dei mediatori indipendenti e qualificati con cui intendono cooperare in buona fede per la risoluzione delle controversie”. Per riequilibrare la bilancia delle forze in campo, l'Ue offrirà alle aziende uno strumento in più: “Alle associazioni che rappresentano le imprese sarà riconosciuto il diritto di agire in giudizio per conto delle imprese per ottenere l'applicazione delle nuove norme”.

L'osservatorio europeo

L'Ue battezza un osservatorio per capire se le nuove norme (quando approvate e applicate) funzionano. “Monitorerà problematiche e opportunità attuali e future nell'economia digitale” per consentire alla Commissione di sviluppare nuovi punti o correggere rotta. In base ai risultati fotografati dall'osservatorio, “la Commissione valuterà la necessità di ulteriori misure entro tre anni”.

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Cosa rischia ora Ryanair se non si adegua alle disposizioni dell’Antitrust

Ryanair continua a non dare informazioni sui diritti dei passeggeri dopo la cancellazione dei voli e l'Antitrust avvia un procedimento per inottemperanza. "L'Autorità garante della concorrenza e del mercato – informa una nota – ha deliberato in data 29 novembre l'avvio di un procedimento di inottemperanza nei confronti di Ryanair per non aver dato seguito a quanto prescritto nel provvedimento cautelare adottato lo scorso 25 ottobre 2017 con la quale l' Autorità ha imposto al vettore irlandese, a seguito delle cancellazioni dei voli operate negli scorsi mesi di settembre e ottobre – in larga misura riconducibili a ragioni organizzative e gestionali del vettore – l'adozione di specifiche misure volte a fornire informazioni chiare, trasparenti e immediatamente accessibili sui diritti dei consumatori italiani. 

Il procedimento di inottemperanza avviato potrà condurre all'irrogazione di una sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra 10.000 e 5 milioni di euro.  In particolare, l'Antitrust, con il proprio provvedimento cautelare, ha ordinato a Ryanair – sia attraverso una comunicazione specificamente diretta ai consumatori italiani che attraverso informazioni facilmente reperibili a partire dalla home page del sito Internet in lingua italiana della compagnia – di informare i consumatori italiani, con chiarezza, dei diritti nascenti dalla cancellazione dei voli, in modo da consentire loro di acquisire piena ed adeguata consapevolezza relativamente: alla immediata accessibilità e comprensione dell'informazione circa la sussistenza non solo del diritto al rimborso e/o alla modifica gratuita del volo cancellato ma anche alla compensazione pecuniaria, ove dovuta; all'elenco completo delle date, delle tratte e del numero di ogni volo cancellato in relazione al quale è sorto non solo il diritto al rimborso e/o alla modifica gratuita del volo ma anche alla compensazione pecuniaria, ove dovuta; alla connessa e immediata fruibilità della procedura da seguire per richiedere il rimborso e/o la modifica gratuita del volo e la compensazione pecuniaria ad essi spettante. 

Leggi anche l'articolo del Sole 24 Ore

Entro il termine di 10 giorni previsto dalla delibera del 25 ottobre, Ryanair non ha comunicato l'avvenuta esecuzione di quanto prescritto dal provvedimento cautelare e le relative modalità di attuazione. Tale comportamento, prosegue l'Autorità, si è protratto anche dopo che il Tar del Lazio, con ordinanza del 22 novembre 2017, ha respinto la domanda incidentale di sospensione dell'esecuzione del provvedimento cautelare dell'Autorità presentata da Ryanair; infatti, la compagnia irlandese non ha trasmesso alcuna comunicazione al riguardo, né risulta che abbia posto in essere azioni volte a ottemperare al provvedimento dell'Autorità.

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Quanti soldi deve il mondo del calcio alle banche venete?

Tre banche, cinquecento nomi, 10,3 miliardi. Di prestiti andati a male. Sono i numeri da capogiro di una inchiesta condotta da La Stampa sugli elenchi dei grandi debitori delle tre banche – Monte dei Paschi, Popolare di Vicenza e Veneto Banca – per salvare le quali i contribuenti hanno cacciato 10,6 miliardi di euro. Elenchi in cui compaiono  tanti nomi familiari al grande pubblic perché legati al mondo più popolare che c'è: quello del calcio.

Secondo l'inchiesta, tra i grandi debitori delle banche ci sono alcuni campioni dello sport – tra tutti Roberto Bettega, debitore con Veneto Banca, e Sebastian Giovinco e Vincenzo Iaquinta, soci di una partecipata esposta nei confronti di Popolare di Vicenza – ma anche imprenditori del mondo del pallone come la famiglia Sensi e Maurizio Zamparini, proprietario del Palermo, del Venezia e del Pordedone. La Italpetroli, all'epoca in cui apparteneva ai Sensi (ora è di Unicredit) si espose, secondo il quotidiano, per 73 milioni di euro per sostenere la Roma. Due invece le società che fanno capo a Zamparini: la Mare Monte Grado, che deve 60 milioni di euro alla Bpvi, e la Gasda, che deve altri 60 milioni d Monte Paschi. Con la banca senese sono esposti anche i Mezzaroma, costruttori e propietari del Siena quando militava in serie A (per 27 milioni) e Fabrizio Lori, proprietario del Mantova attraverso la Nuova Pansac, che ha lasciato un buco di 31,7 milioni.

Altri debitori che non sono nel pallone

Non sono ovviamente solo le società sportive ad aver affossato i conti delle banche. Secondo l'inchiesta della Stampa ci sono  pezzi di enti locali, come Riscossione Sicilia, che deve a Mps 237 milioni, o la romanissima Atac, esposta per 49,5 milioni. Bazzecole in confronto agli 85 milioni che la società Bagnolifutura – incaricata della riqualificazione dell'area e che fa capo a Comune di Napoli e Regione Campania – deve alla banca senese.

Un discorso a parte merita Sorgenia: pesa sui conti di Mps per 318 (Sorgenia Power), 41 (Sorgenia Spa) e 49,5 milioni (Tirreno Power, al 50% in quota Sorgenia). Ma anche il mondo delle Coop non scherza: grava per 183 milioni tra esposizioni del colosso edile Unieco e quelle della  di Holmo, la holding che controlla Unipol 

Con Veneto Banca sono esposti la Saia di Verbania, che avrebbe dovuto – senza successo – rilanciare il polo industriale piemontese e ora deve all'istituto 5,3 milioni.

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Ecco come Apple farà concorrenza alle major di Hollywood (e sfiderà Amazon)

Apple è pronta a investire un miliardo di dollari, a partire dal 2018, per realizzare e produrre contenuti media originali, in concorrenza con i grandi studio di Hollywood. Lo rivela il Wall Street Journal, secondo il quale si tratta di una cifra considerevole, pari a quanto ha speso nel 2013 Amazon nell'annunciare il suo ingresso nel campo della programmazione video e la metà di quanto ha speso l'anno scorso Time Warner per la tv ad alta qualità Hbo. Secondo fonti vicine all'operazione, Apple si appresterebbe a produrre in proprio almeno dieci grandi programmi televisivi, tipo "Game of Thrones" della Hbo. Gli show verrebbero trasmessi sul servizio di streaming musicale, oppure su un nuovo servizio di video che verrebbe creato ad hoc.

Progetto 'visionario' di Eddy Cue

Il progetto va incontro ai piano di programmazione video più volte annunciato da uno dei leader più visionari del gruppo, Eddy Cue. Il budget del progetto verrebbe gestito da due veterani di Hollywod, Jamie Erlichet e Zack Van Amburg, ingaggiati nel giugno scorso dalla Sony, proprio in vista di una futura programmazione video a livello globale della Apple. I due riportano direttamente a Cue, il quale gestisce il budget da 24 miliardi di dollari dei servizi Apple, nel quale è incluso iTunes.

Il business dei contenuti media negli Usa, si va facendo molto affollato, poichè oltre alle tv tradizionali e alle major di Hollywood, in pista ci sono Amazon, Netflix e, ora, anche Apple. Nella stagione 2016 almeno 17 grandi catene televisive, che trasmettono da diverse piattaforme, hanno realizzato 500 nuovi show di grande rilievo, il doppio rispetto rispetto a quelli prodotti nel 2011.

Le risorse illimitate di Apple

Apple, affacciandosi per ultima sulla scena, ha bisogno un grande 'hit', ciò di un grande colpo televisivo, per guadagnare visibilità. A giugno Apple ha lanciato su Apple Music "Planet of Apes", la nuova versione del "Pianeta delle Scimmie", e la scorsa settimana ha immesso sul mercato "Carpool Karaoke", ma entrambi i video hanno subito forti critiche. Tuttavia con i suoi 260 miliardi di dollari di liquidità e ricavi che nel 2016 hanno raggiunto di 215 miliardi di dollari, Apple dispone di risorse praticamente illimitate per il suo debutto sulla scena dei contenuti media.

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“La politica non può più pensare alle startup come ammortizzatori sociali”

Loro Macron, noi micron. Sarebbe il titolo perfetto per raccontare la distanza tra noi e la Francia in tema di startup. Su Agi.it Riccardo Luna ha scritto questo post "Startup, sveglia Italia! Siamo fermi al palo". La nostra è una vera "Emergenza Innovazione", che da oggi proviamo a indagare, coinvolgendo i massimi esperti sull'argomento. Ma ci piacerebbe coinvolgere tutti, anche quelli che massimi esperti non sono. Se volete contribuire scriveteci qui: dir@agi.it A presto.

"Il venture? Un passatempo. La politica smetta di guardare alle startup come ammortizzatore sociale, non può essere così". Renato Gianlombardo è un'avvocato milanese. Di recente ha costituito un gruppo di lavoro specializzato nel venture capital (GOP4 Venture), e si occupa di raccolta di capitali, assistenza agli imprenditori, ai centri di ricerca. Ha commentato ad Agi i risultati sugli investimenti italiani nel primo semestre. 

 

Sono stati 75 milioni nel primo semestre gli investimenti in startup primo calo del 13% dopo 3 anni. Che succede? 
“Succede che il settore del venture capital non è ancora stato preso sul serio. Schiacciato da una cultura bancaria che finanzia l’impresa con un solido track record o con solide garanzie e dal fatto che gli operatori finanziari non sono interessati alle micro-operazioni. E nel settore l’operazione di maggior valore del 2016 è stata di 7 milioni di euro. Insignificante per il mondo della finanza. Inoltre, l’interesse degli operatori con grandi disponibilità finanziarie è assente e spesso è un passatempo per coloro che operano da business angels. 

Un passatempo? 
“E’ un po’ come giocare al casino. Il settore finanziariamente è del tutto irrilevante. Quanto all’intervento pubblico, dopo alcune iniziative, invero molto limitate nell’ammontare messo a disposizione del settore, il flusso di investimenti in fondi si è fermato e le risorse dei venture capital si stanno prosciugando”.

Si parla molto di startup come volano per la crescita economica, ma serve a poco. Quali sono le cause secondo lei? 
“Una seria politica sulle startup e sull’innovazione richiede misure ed incentivi che insistano per un lungo periodo di tempo sia sui sistemi principali che a livello di sottosistema. Gli operatori e gli investitori li devono conoscere, ne devono apprezzare i benefici e si devono fidare che non vengano rimessi in discussione l’anno successivo. Nel Regno Unito ci sono voluti vent’anni. Le startup immettono nella nostra società una nuova cultura d’impresa che è indiscutibilmente parte integrante del terzo millennio. Piuttosto bisogna capire cosa si sa fare senza inseguire illusioni o immaginare di avere un ruolo dove invece ci sono già giganti planetari”. 

Ci fa un esempio di "illusione"?
“E il caso dell’ICT dove largamente importiamo idee che spesso non sono innovative ma comunque utili ad un aggiornamento del livello dei servizi del nostro Paese. Credo invece che si possa giocare un ruolo nel settore degli spin off di ricerca. Purché si avvii in tempi rapidi un processo di riforma normativa, disinnescando il conflitto di interesse che condiziona lo spin off accademico”. 

Quale conflitto di interesse? 
“Mi spiego. Vanno rese autonome le unità di valorizzazione della ricerca in modo che i migliori brevetti siano disponibili per il mercato degli investitori in tempi compatibili con le loro aspettative. Oggi invece il processo di valorizzazione è lento è troppo spesso sottoposto a logiche accademiche allineate più alla ricerca di base che alla creazione di un’impresa. Insomma nella nostra università si coltivano ancora principalmente due o tre cose: il sogno di concorrere per il Nobel, il posto fisso del ricercatore e, in qualche caso,  anche l’esigenza di finanziare le proprie cattedre. Comprende che con questi presupposti il mercato degli spin off è assolutamente incapace di esprimere le potenzialità pur rilevanti che possiede. Sono stato recentemente in Silicon Beach nel sud della California dove stanno implementando un modello di startup che valorizza le vocazioni culturali e imprenditoriali, sociali di quel territorio: gaming, entertainment, social media company. Ecco questo può essere un modello. Evitare di inseguire i fasti della Silicon Valley e concentrarsi sulle proprie competenze e sulle vocazioni del proprio territorio”.

Come mai è così difficile trovare investitori per sviluppare un'infrastruttura di venture capital adeguata al mercato italiano?
“I capitali viaggiano insieme alla credibilità di chi li usa. Se non abbiamo un ecosistema che dimostra di avere le idee chiare non avremo investitori che affideranno le proprie risorse al sistema Italia. La comunità del venture capital si è fino ad oggi sviluppata essenzialmente tramite attività pro-bono, di soggetti visionari che hanno immaginato di poter supportare gli startupper agendo come menthor, tutor, incubatori, angels, legali, advisor finanziari. Quanto all’intervento pubblico abbiamo forse la legge sulle startup più avanzata in Europa, crowdfunding incluso. Ciononostante non riusciamo ad essere attrattivi. Questa è la prova il pubblico può essere una condizione necessaria ma non sufficiente. Anzi questa tipologia di intrvento può essere controproducente se comincia a giocare la partita in concorrenza con i venture capital o con gli altri operatori finanziari. Comunque a mio parere le difficoltà sono analoghe a quelle che vedono l’Italia in difficoltà nell’attrazione degli investimenti. Con un’aggravante. Il nostro Paese negli ultimi vent’anni non è mai stato percepito come una start up nation neanche in Italia”.

Molti lamentano l'assenza di investitori istituzionali, è vero? 
“Ci sono. Ma dobbiamo intenderci altrimenti generiamo confusione. Questi, sono investitori che impiegano le loro risorse in funzione degli scopi istituzionali dell’ente. E’ di tutta evidenza come ci sia una differenza tra gli investimenti di una banca e gli investimenti di una cassa di previdenza o di un fondo pensione. Se non si comprende che la prima tende a generare profitto per i propri azionisti e i secondi mirano a mantenere il capitale per pagare le pensioni non abbiamo chiaro il quadro di riferimento”. 

C'è un'idea che comincia a diffondersi: le startup italiane non valgono molto, sono scarse. Quanto c'è di vero? 
"Una startup può valere poco, molto o anche nulla. Dipende da vari fattori e dagli obiettivi che ci si propone. Se si immagina di investire ogni volta in una potenziale Google, allora le startup italiane valgono quasi tutte nulla, ma se si immagina di farle fare un dignitoso percorso imprenditoriale con politiche di marketing corrette e una visione imprenditoriale adatta al nostro mercato con una proiezione internazionale, ove possibile, allora può valere il giusto o anche molto rispetto al capitale iniziale. Il dato culturale più complicato da superare nel nostro Paese è l’insuccesso”. 

Ovvero?
“Chi ha insuccesso è bannato, messo fuori gioco, isolato. Mentre, il fallimento è un elemento naturale delle startup. Tutte le classifiche o i report non parlano mai di quante start up sono fallite e di cosa hanno fatto i founders nell’esperienza successiva. Questo sarebbe il dato più significativo anche per esorcizzare la paura del fallimento e credo sia anche utile per poter investire proprio su coloro che hanno imparato di più dagli errori. Una frase celebre recita: non perdo mai, o vinco o imparo”.

Piccola sintesi: cosa manca secondo lei all’Italia? 
“Abbiamo detto che la legislazione e all’avanguardia e la politica fiscale può essere una leva ma non sarà il motivo principale per il quale investire. Parlare di barriere culturali in questo Paese è come parlare di frigoriferi al polo nord. Il resto non ha un valore rilevante. Io penso invece che ci siano alcune cose da fare o evitare. La politica deve evitare di immaginare che le startup siano un ammortizzatore sociale ed evitare di creare ecosistemi in modo randomico. Ci sono due poli che si stanno cominciando lentamente ad affermare Roma e Milano".

Milano ok, ma anche Roma? 
“Certo. Roma comincia ad essere attraente per startup e investitori e mentre Milano esercita la sua vocazione finanziaria. Si pensi che a fronte della quasi totale presenza di venture capital sulla piazza di Milano, nel 2016 nel Lazio si sono realizzati 16 investimenti in start up mentre in Lombardia solo 30. Quindi si tratta di puntare e qualificare e far conoscere l’offerta di start up. Per invertire la tendenza bisogna offrire un prodotto di elevata qualità sia sul piano tecnologico o innovativo sia sul piano delle risorse e del capitale umano disponibile. Inoltre penso che si debba decisamente puntare sugli spin off accademici o di ricerca. Nel 2016 si sono registrati 92 deals per un ammontare complessivo di 200 milioni, l’85% dei quali sono private enterprises, il 5% corporate venture e il 10% university spin off. Abbiamo settori di grande valore nei quali dovremmo cominciare a specializzarci e farci conoscere a livello internazionale e nei quali l’università e i centri di ricerca possono dare un contributo essenziale. Cito i settori a maggior crescita nel 2016 (ICT escluso): filiera della salute, alimentazione, robotica e meccatronica, turismo”.   

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Da Lancia alle banche, quando per la salvezza vale un euro

L'ha inventate, manco a dirlo, il diritto romano. Si chiamavano "atti nummo uno" e sono le vendite a prezzo simbolico che avvengono soprattutto in caso di fusioni. Con il salvataggio di un'azienda (all'epoca "negotio") da parte di un'altra, generalmente dello stesso settore. L'esempio classico è quello della cessione nel 1969 della Lancia da Carlo Pesenti, che l'aveva rilevata da Gianni Lancia nel 1955, alla Fiat di Agnelli per "una lira" con contemporanea liberazione dai debiti.

Una tecnica che dura da millenni

La storia si ripete: nella vita di un'azienda possono arrivare momenti in cui si è troppo piccoli per continuare a svilupparsi o, semplicemente, per stare sul mercato. La soluzione viene dai Romani, si aggiorna ma rimane la stessa: un rivale più grande o meglio in salute offre il prezzo simbolico per un'azienda o per la parte dell'azienda che abbia ancora un minimo di prospettiva di vita e crescita.

Le banche in Italia

Il 10 maggio si è formalizzata l'aquisizione delle 'good bank' di Nuova Banca Etruria, Nuova Banca Marche e Nuova CariChieti da parte di Ubi-Banca. Un euro il prezzo pagato per le sole attività sane. Su cui poi è calato un piano di ulteriore ristrutturazione con cui entro il 2020 si avrà un taglio del 32% del personale: escono 1.569 persone sul totale di circa 4.900, appunto circa il 32% della forza lavoro.

Di queste, 530 hanno già aderito al fondo di solidarietà prima dell'acquisto di Ubi. Ora se ne dovrà andare un altro 22%, ovvero ben 1.000 dipendenti sugli attuali 4.400. La quarta banca, la Popolare di Ferrara, segue la stessa strada, direzione Banca Popolare dell'Emilia Romagna

Le banche venete

Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca andranno, per un euro, a Intesa Sanpaolo. O meglio, la banca ha fatto l'offerta per le sole parti sane. Per il resto, sarà lo Stato a intervenire. La vicenda è in corso ed è una soluzione strettamente subordinata all'approvazione del decreto varato dal governo domenica 25 giugno.

Leggi anche: Le banche sono salve, ma quanto ci costa?

Il caso Barclay's

La Banca inglese è uscita l'anno scorso dal mercato italiano, lasciando a CheBanca! del gruppo Mediobanca la sua rete di sportelli e le attività, pagando 237 milioni alla società acquirente.

Il salvataggio del Banco Popular

In Spagna, il Banco Santander, il primo istituto creditizio spagnolo, ha acquisito per un euro il Banco Popular, sull'orlo del fallimento. Poi lo ha ricapitalizzato con oltre 7 miliardi di euro. Senza l'intervento dello Stato. Ma, come scrive l'Associazione degli Ispettori della Banca centrale in una nota pubblicata nei giorni scorsi, "Esser soddisfatti perché un intervento si sia realizzato senza costi diretti per il contribuente è come essere contenti che un paziente sia morto senza contagiare nessuno".

 

 

 

 

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