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Le banche centrali alla prova della crisi. Cosa c’è in ballo a Jackson Hole

Dal 22 al 24 agosto i banchieri centrali di tutto il mondo si riuniranno a Jackson Hole, nel Wyoming, per il tradizionale appuntamento che da 35 anni serve a fare il punto sul futuro dell’economia mondiale. Fed, Bce, Boe e Boj fin dallo scorso luglio si sono messe il casco da pompiere e si dicono pronte a spegnere l’incendio, quindi a mettere in campo tutte le strategie possibili contro il rallentamento dell’economia globale.

Tra fine luglio e agosto i timori di recessione sono cresciuti, estendendosi a macchia di leopardo in tutto il globo e in Europa. Dalla contrazione del Pil della Germania all’inversione negli Usa della curva dei rendimenti a dieci e due anni, si sono accese molte spie rosse. Il simposio sarà una tappa intermedia in vista dei futuri appuntamenti: i partecipanti saranno ansiosi di ottenere nuovi indizi da Jerome Powell sul pensiero del Fomc in vista della riunione di metà settembre. 

La Bce a settembre riarmerà il bazooka

A fine ottobre Mario Draghi terminerà il suo mandato e lascerà il testimone alla francese Christine Lagarde. A sorpresa il 15 agosto il presidente della Banca di Finlandia, Olli Rehn, uno dei ‘falchi’ del consiglio direttivo della Bce, ha giocato d’anticipo, facendo sapere che l’istituto di Francoforte riprenderà in mano il bazooka fin dalla prossima riunione del 12 settembre, varando un piano di stimoli molto più sostanzioso di quello atteso dai mercati.

Le misure allo studio sono diverse e sicuramente quelle di maggiore impatto sui mercati riguarderanno i nuovi tagli dei tassi di interesse e l’avvio di un Qe2 (potrebbe ammontare a 50 miliardi), cioè un nuovo programma di acquisto titoli, che farebbe seguito al Qe1 ritirato alla fine dello scorso anno. L’altra novità, molto attesa dai mercati, riguarda le modifiche di alcuni limiti del precedente piano di acquisti (il limite del 33%, riferito ai titoli con vita residua da 1 e 30 anni dovrebbe essere alzato intorno al 50%).

Cosa farà la Fed sui tassi?

Lo scorso 31 luglio la Federal Reserve, dopo 10 anni di pausa, ha ripreso a tagliare i tassi Usa, che ora sono tra il 2% e il 2,25%. Sul futuro però Jerome Powell non è stato chiaro: prima afferma che quello deciso a fine luglio “non è l’inizio di una lunga serie di tagli” ma rappresenta “un aggiustamento di metà ciclo economico”. Poi corregge il tiro: “Permettetemi di essere chiaro. Ho detto che non è l’inizio di una lunga serie di tagli dei tassi. Non ho detto che è solo uno o qualcosa del genere”, spiega. Insomma prima chiude e poi apre a più tagli dei tassi Usa, che probabilmente quest’anno saranno altri due. Ma secondo gli esperti l’unica chiave per evitare il peggio è annunciare una tregua tariffaria con la Cina: anche un taglio di altri 50 punti base non sarebbe sufficiente a contrastare una spirale discendente del commercio e del caos valutario, dicono gli economisti. 

La Bank of England taglia le stime

La riunione della Bank of England del 1 agosto ha confermato le attese del mercato, lasciando i tassi fermi allo 0,75%. La Boe ha anche tagliato le stime di crescita: si stima un aumento del Pil dell’1,3% nel 2019 e nel 2020, contro un +1,5% e +1,6% precedente. Da agosto 2018, il costo del denaro nel Regno Unito è stabile. La politica monetaria della Banca d’Inghilterra è strettamente legata allo scenario della Brexit. Nel caso in cui il 31 di ottobre dovesse palesarsi una ‘hard Brexit’ la Boe sarà costretta a intervenire pesantemente a sostegno dell’economia britannica, con un ampliamento del Qe.

La Banca del Giappone rimane ultra-accomodante

Lo scorso 30 luglio la Banca centrale del Giappone ha rinnovato la sua politica monetaria molto accomodante e ha lasciato i tassi d’interesse invariati, nonostante la debolezza dell’inflazione e le tensioni commerciali con gli Usa. La Banca del Giappone non dovrebbe rivedere la sua politica già oggi ultra-accomodante, piuttosto, secondo gli esperti, l’Istituto di Tokyo potrebbe mettere in atto altre opzioni, come riaccelerare gli acquisti di obbligazioni. 

Agi

Tria presenta denuncia alla Procura per la diffusione della bozza della lettera all’Ue

“Lunedì il generale Fabrizio Carrarini, vice-capo di gabinetto del ministro e responsabile della sicurezza cibernetica, depositerà alla Procura della Repubblica in nome e per conto del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, una denuncia per divulgazione di atti secretati e violazione di segreto d’ufficio”: lo si legge in una nota del Mef.

“La decisione – aggiunge la nota – fa seguito alla diffusione a mezzo stampa di una bozza di lettera del ministro in risposta alle richieste di spiegazioni da parte della Commissione europea circa l’evoluzione del debito italiano nel 2018”. 

Agi

Pronta la lettera dell’Ue che porterà alla contestazione della manovra

La lettera con cui la Commissione Ue dovrebbe avviare la consultazione con l'Italia per contestare formalmente la manovra è pronta, anche se non è stata ancora presa una decisione sul giorno in cui inviarla al governo. Secondo quanto si apprende a Bruxelles, un'ipotesi è quella di inviare la lettera già domani o dopodomani, anche se per la concomitanza del Consiglio europeo, la Commissione potrebbe decidere di rinviarla al fine settimana. "Abbiamo ricevuto ieri il quadro programmatico di bilancio dell'Italia, come di molti altri paesi. Lo stiamo valutando", ha detto il vicepresidente della Commissione responsabile dell'euro, Valdis Dombrovskis: "Normalmente se richiediamo informazioni addizionali a uno Stato membro lo facciamo entro una settimana", ha aggiunto.
La lettera è il primo passo formale che potrebbe portare alla bocciatura della manovra. Il Patto di Stabilità e Crescita prevede che la Commissione avvii una "consultazione" nel caso sospetti "un'inosservanza particolarmente grave degli obblighi" europei.

Agi News

Manovra, Juncker: altre concessioni all’Italia portano alla fine dell’euro

Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha escluso ulteriori concessioni all'Italia, perché potrebbero portare alla fine della zona euro. "Dobbiamo evitare che l'Italia reclami condizioni speciali che, se concesse a tutti, significherebbero la fine dell'euro", ha detto Juncker in un evento a Friburgo, in Germania, rispondendo a una domanda sulla manovra. Il presidente della Commissione ha spiegato di non volere che l'Italia sia "una nuova crisi greca". 

"Non ci sarà nessuna fine dell'euro", ha replicato il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, "io ho parlato con i commissari Moscovici e Dombrovskis, non con Juncker. Sarà una sua opinione".

Agi News

L’uomo che ha rilanciato Jeep ora è alla guida di Fiat Chrysler. Chi è Mike Manley

Sergio Marchionne non è più l'amministratore delegato di Fiat Chrysler. Al suo posto è stato designato Mike Manley, responsabile del marchio Jeep e membro del Group executive council (Gec) dal primo settembre scorso. La guida della Ferrari va invece a Louis Camilleri, attuale numero uno di Philip Morris e già membro del cda della Rossa.

Peggiorano le condizioni di Marchionne

L'era Marchionne termina quindi con un anno di anticipo rispetto alle previsioni. Il manager italo-canadese è ricoverato, secondo le informazioni ufficiali, in una clinica svizzera per un intervento chirurgico e la sua degenza sembra protrarsi più delle previsioni.

Dopo che in settimana "sono sopraggiunte " complicazioni inattese durante la convalescenza post – operatoria, "si sono ulteriormente aggravate nelle ultime ore" le condizioni del manager, comunica "con profonda tristezza" una nota di Fca in cui si dice che "il dottor Marchionne non potrà riprendere la sua attività lavorativa".

Il Consiglio di Amministrazione di Fca ha espresso "innanzitutto la sua vicinanza a Sergio Marchionne e alla sua famiglia sottolineando lo straordinario contributo umano e professionale che ha dato alla società in questi anni".

Chi è il nuovo ad

Responsabile dal 2009 del marchio Jeep e, dall'ottobre del 2015, del brand Ram, Manley, 54 anni, nato in Gran Bretagna, è anche membro del Group Executive Council (GEC) di Fca dal primo settembre 2011.

In precedenza, ha ricoperto il ruolo di Chief operating officer Asia (Apac) e ha diretto diretto le attività internazionali di Chrysler fuori dell'area Area Nafta con la responsabilità di implementare gli accordi di cooperazione per la distribuzione dei prodotti del gruppo Chrysler attraverso il network internazionale di Fiat. Da dicembre 2008, inoltre, è stato Executive vice president – International sales e global product planning operations: in questa posizione, è stato responsabile della pianificazione prodotto e di tutte le attività di vendita al di fuori del Nord America. 
Ha un Master of Business administration (Mba) conseguito presso l'Ashridge Management College. 

La svolta della carriera di Manley, sottolinea il Corriere, arriva proprio quando viene nominato presidente e ad del marchio Jeep: "Lo aveva ammesso anche lui in una recente intervista: «La vera svolta della mia carriera c’è stata quando mi hanno dato l’incarico di guidare Jeep». Il marchio, aveva spiegato, «aveva grandi potenzialità di crescita e le abbiamo sfruttate bene, in meno di un decennio siamo passati da poco più di 300 mila veicoli venduti l’anno a 1,4 milioni e l’obiettivo è di salire ancora». Il merito del rilancio, insomma, in parte va proprio a lui".

"Tanto che nel 2011 gli viene offerto di entrare a far parte del Group executive council, l’organismo decisionale responsabile della supervisione dell’andamento operativo del business e delle decisioni su alcune scelte operative", prosegue il quotidiano, "si tratta del più alto organo decisione dopo il consiglio di amministrazione di FCA. Dal 2015 è anche a capo del marchio Ram, brand specializzato nella produzione di pickup e van. E anche qui Manley ha consolidato i buoni risultati: come ha spiegato qualche mese fa, dal 2009 il brand ha registrato una crescita del 163%".

Elkann: Marchionne un mentore e soprattutto un amico

L'amministratore delegato uscente di Fiat Chrysler, Sergio Marchionne, "per me è stato una persona con cui confrontarsi e di cui fidarsi, un mentore e soprattutto un amico. Ci ha insegnato a pensare diversamente e ad avere il coraggio di cambiare, spesso anche in modo non convenzionale, agendo sempre con senso di responsabilità per le aziende e per le persone che ci lavorano". Così il presidente del gruppo, John Elkann, nella nota in cui il Lingotto ha ufficializzato la sostituzione del manager italo-canadese con Michael Manley.

Marchionne "ci ha insegnato che l’unica domanda che vale davvero la pensa farsi, alla fine di ogni giornata, è se siamo stati in grado di cambiare qualcosa in meglio, se siamo stati capaci di fare una differenza. E Sergio ha sempre fatto la differenza, dovunque si sia trovato a lavorare e nella vita di così tante persone. Oggi, quella differenza continua a farla la cultura che ha introdotto in tutte le aziende che ha gestito e ne è diventata parte integrante. Le transizioni che abbiamo appena annunciato, anche se dal punto di vista personale non saranno prive di dolore, ci permettono di garantire alle nostre aziende la massima continuità possibile e preservarne la cultura. Per me – ha concluso Elkann – è stato un privilegio poter avere Sergio al mio fianco per tutti questi anni. Chiedo a tutti di comprendere l’attuale situazione, rispettando la privacy di Sergio e delle persone che gli sono più vicine".

Agi News

Altro che salvataggio. Gli aiuti alla Grecia sono finiti quasi tutti alle banche

La 'troika' abbandona la Grecia dopo otto anni di commissariamento che lasciano un Paese stremato da tagli durissimi al welfare e una popolazione impoverita dagli effetti recessivi della dottrina dell'austerità. Certo, due anni fa l'economia ha ripreso a crescere e quest'anno dovrebbe raggiungere un'espansione superiore al 2%. I conti sono tornati in ordine, con un deficit sceso lo scorso anno sotto l'1% del Pil. Il costo sociale delle riforme imposte da Ue, Bce e Fmi è stato però elevatissimo. Secondo l'ultimo rapporto Eurostat sulle povertà estreme, un cittadino greco su cinque non riesce a pagare le utenze di luce e gas o acquistare carne regolarmente. Ci sono studi secondo i quali dal 2010 al 2015 la percentuale di greci che ha dovuto rinunciare a spese mediche per mancanza di denaro, potendo contare sempre meno sul sistema sanitario pubblico, è più che raddoppiata, dal 10% al 22%. Il tasso di suicidi, in precedenza bassissimo, e il numero di persone colpite da depressione, nel frattempo, sono aumentati. 

Una vulgata da confutare

Ovviamente Atene ha le sue responsabilità, nelle spese allegre per le Olimpiadi che spinsero i governi di allora a truccare i conti per nascondere la voragine nei bilanci. Ciò non rende però meno inaccettabile la vulgata sugli operosi nordeuropei costretti a mettere mano al portafoglio per "salvare" gli scialacquatori levantini. E non solo perché, a conti fatti, il governo di Berlino ha guadagnato 1,3 miliardi dai prestiti concessi durante la crisi ellenica. I tre piani di prestiti alla Grecia, un totale di 241 miliardi dal 2010 al 2018, sono stati prima di tutto uno strumento per consentire alle banche francesi e tedesche (minima era l'esposizione di quelle italiane) di salvaguardare i propri investimenti nel Paese egeo, investimenti che una 'Grexit' avrebbe ridotto in poltiglia con i prevedibili effetti domino sulle rispettive economie nazionali. A confermarlo fu uno studio dell'European School of Management and Technology di Berlino risalente al maggio 2016, che analizzò la destinazione dei 216 miliardi di prestiti erogati fino ad allora.

I contribuenti europei hanno salvato i privati

Dallo studio risulta che il 95% della somma era stata assorbita dalle banche dell'Eurozona e solo il 5% era concretamente finito nelle casse statali di Atene. "L'Europa e il Fondo Monetario Internazionale negli anni scorsi hanno salvato soprattutto le banche europee e altri creditori privati", spiegò ad Handelsblatt Jorg Rocholl, direttore dell'istituto. Gli economisti che hanno partecipato allo studio hanno esaminato singolarmente ogni prestito per stabilire dove sia finito il denaro e hanno concluso che solo 9,7 miliardi di euro sono stati messi a bilancio dal governo greco a beneficio dei cittadini laddove 86,9 miliardi di euro sono stati utilizzati per rimborsare vecchi debiti, 52,3 miliardi per il pagamento degli interessi e 37,3 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche elleniche. "È un qualcosa che tutti sospettavano ma che pochi sapevano davvero. Ora uno studio lo conferma: per sei anni l'Europa ha tentato invano di porre fine alla crisi in Grecia attraverso i prestiti e chiedendo riforme e misure sempre più dure", sottolineò il quotidiano tedesco, "del fallimento, come ovvio, è maggiormente responsabile la pianificazione dei programmi di salvataggio che il governo greco". In sostanza, chiosò Rocholl, "i contribuenti europei hanno salvato gli investitori privati".

L'Italia ha pagato il conto per gli altri

Buona parte dell'esposizione – attraverso i fondi salva-Stati europei Efsf ed Esm – è passata quindi dalle banche agli Stati. Il problema è che la cifra concretamente versata dagli Stati come quota dei prestiti non ha corrisposto certo all'esposizione del proprio sistema bancario, bensì alla propria partecipazione nei suddetti fondi. Pertanto la Francia, che nel 2011 risultava la più esposta con 60 miliardi di crediti a rischio, se l'è cavata sborsando 46 miliardi di euro, (considerando prestiti bilaterali e quote in Bce, Efsf ed Esm) laddove l'Italia, sempre al 2015, aveva versato ben 40 miliardi a fronte di un'esposizione pari ad appena 10 miliardi. Ancora peggio è andata alla Spagna, che è passata da un'esposizione quasi nulla a 25 miliardi. La Germania – secondo i dati della Banca internazionale dei regolamenti – risultava esposta per 40 miliardi e ne avrebbe versati in totale 60. Ci ha perso pure Berlino, quindi? Non è così semplice, e non solo perché questi dati, non tengono conto dei successivi, complessi spostamenti delle esposizioni e delle plusvalenze sui prestiti realizzate nei tre anni successivi.

"A guardare più da vicino, la ripartizione del credito per tipologia mostra che in realtà sono le banche tedesche le più esposte perché hanno 22,7 miliardi di debito governativo ellenico contro i 15 miliardi della Francia", spiegava allora Formiche, "ed è proprio il debito governativo quello su cui focalizzarsi, come specifica Boris Groendahl in un articolo di Bloomberg". Non solo. Se a settembre 2014, “in valore assoluto solo Belgio e Germania avevano incrementato la loro esposizione al settore pubblico greco", sottolineò Bruegel, "l’unico Paese dove l’esposizione pubblica è aumentata in maniera massiccia come percentuale sul totale è l’Italia”. Tutto questo oggi non potrebbe più accadere. Con la direttiva sul bail-in, a sopportare il prezzo di una crisi bancaria sarebbero i creditori degli istituti, non i contribuenti europei.

@CiccioRusso_Agi

Agi News

Ma Savona vuole davvero il ritorno alla Lira? Breve storia del “Piano B”

Con una lettera Paolo Savona ha provato il 27 maggio a fugare i dubbi sulla sua posizione anti europeista. In un testo affidato a Scenarieconomici.it, sito a cui spesso il professore ha affidato le proprie riflessioni su economia, finanza e innovazione, dice: "Le mie posizioni sono note. Voglio un' Europa diversa, più forte ma più equa". Savona ha parlato di “polemiche scomposte” auspicando inoltre l'attribuzione "al Parlamento europeo di poteri legislativi sulle materie che non possono essere governate con pari efficacia a livello nazionale". Propone di "creare una scuola europea di ogni ordine e grado per pervenire a una cultura comune che consenta l'affermarsi di consenso alla nascita di un'unione politica". 

Parole però che non hanno tranquillizzato fino in fondo. Non sul tema più caldo, quello su cui molti si aspettavano qualche riga. Nella lettera infatti non si fa riferimento diretto all’euro, né alle sorti dell'Italia dentro o fuori la moneta unica. Savona è in questi giorni indicato da molti come l’ideatore di un piano B per risolvere la crisi dell’eurozona. Il primo, il piano A, prevedeva una riforma dell’area euro ma una sostanziale sopravvivenza della moneta unica. Il secondo, quello B appunto, una rottura ordinata dell’euro e un ritorno alla sovranità monetaria nazionale, alla libertà di creare moneta, di svalutare per favorire le esportazioni, in sintesi un ritorno ad una moneta nazionale come fu la Lira.

 

Ma Savona preferisce davvero la rottura dell'Euro?

In realtà Savona non sarebbe l’ideatore di questo piano di uscita ordinata dell’Italia dall’Euro, anche se ne parlò in alcune occasioni, come una puntata de L’infedele di Gad Lerner del 2012 che sta circolando molto sui social in queste ore. Savona, al minuto 8 di questo video ancora disponibile su Youtube, spiega alle telecamere che un piano per l'uscita ordinata dall'Euro e un ritorno ad una moneta nazionale, come era la Lira, era qualcosa che già l'ex ministro dell'economia Giulio Tremonti aveva preparato, dicendosi sicuro che anche Bankitalia, "conoscendola bene" aveva pronto un piano alternativo all'Euro in caso di emergenza: il famoso Piano B, che però non dice mai di preferire ad una riforma dell'Euro stando dentro l'Euro. 

In articolo sempre su Scenarieconomici.it pubblicato il 27 maggio si ricostruisce la storia del Piano B e della sua relazione con Savona, che oggi si dà per scontata: emerge che nel 2015, durante una conferenza alla Link University di Roma intitolata proprio “Un piano B per l’Italia, Paolo Savona fece solo l’introduzione alla discussione, dove però si concentrò solo sul piano A, quello che spesso ha detto di preferire, ovvero una serie di misure necessarie  “per rendere l’Euro una moneta veramente comune ed unitaria europea”.

Mentre in realtà il Piano B sarebbe stato il frutto del lavoro di un team di economisti non concepito come “una strada da percorrere, ma come un piano di emergenza a fronte di eventi monetari improvvisi e di rottura”. Una sorta di “Lancia di salvataggio” o di “Uscita d’emergenza” economica, spiega l’articolo che ricorda l’evento, “che viene progettata non per un suo normale utilizzo, ma per far fronte ad eventi imprevedibili ed indesiderati che, comunque, potrebbero accadere non per nostra volontà”.

 

@arcangeloroc

Agi News

Cina e Usa si stanno mettendo d’accordo per mettere fine alla guerra dei dazi

Cina e Usa potrebbero presto accantonare le tensioni commerciali, rinfocolatesi dopo il caso Zte, e aprire un negoziato per evitare la guerra dei dazi, che nessuno dei due litiganti vuole. Pechino ha dichiarato il proprio apprezzamento per la possibilità dell'arrivo del segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, il quale sabato scorso, a margine di un meeting del Fondo Monetario Internazionale a Washington, aveva dichiarato che un viaggio in Cina per discutere le questioni economiche e commerciali è "preso in considerazione" dall'amministrazione Usa guidata da Donald Trump.

Mnuchin non si è sbilanciato in pronostici sulla tempistica, ma ha detto di essere “prudentemente ottimista” sulla possibilità di raggiungere un accordo con Pechino, stando all'agenzia Reuters. Un segnale di disgelo che trova conferma nelle dichiarazioni del governo cinese: "La Cina ha ricevuto informazioni sull'auspicio degli Stati Uniti di discutere a Pechino le questioni economiche e commerciali, cosa che la Cina accoglie con favore", ha reso noto il ministero del Commercio di Pechino attraverso un portavoce.

La Cina mete i puntini sulle i. Ribadisce la propria opposizione al protezionismo commerciale e il proprio sostegno al sistema di commercio multilaterale dalle pagine del suo giornale più rappresentativo: il Quotidiano del Popolo. Lo fa con un articolo pubblicato a firma del ministro del Commercio di Pechino, Zhong Shan. La Cina, scrive il ministro prendendo le mosse dal discorso pronunciato il 10 aprile dal presidente cinese, Xi Jinping, al Boao Forum for Asia sull'isola di Hainan, "deve opporsi fermamente a tutte le forme di protezionismo, promuovere il commercio globale e la liberalizzazione e la facilitazione degli investimenti". 

Da parte sua, Mnuchin ha speso parole di apprezzamento sulle recenti aperture di mercato ai settori assicurativo e bancario annunciate dal governatore della banca centrale cinese, Yi Gang, nei giorni scorsi; i due si sono incontrati all'incontro del del Fondo monetario, ha dichiarato lo stesso segretario al Tesoro. Parole di elogio sono giunte all’indirizzo del governo cinese anche in merito al sostegno alle sanzioni delle Nazioni Unite contro la Corea del Nord, all’indomani dell’annuncio di Kim Jong-un della sospensione dei test missilistici e nucleari, che ha avuto il plauso di Cina e degli Stati Uniti.

La posta in gioco non è altissima ma neanche irrilevante: si parla di dazi e controdazi su merci di importazione dal valore complessivo di 150 miliardi da ambo le parti. Balzelli che in realtà, secondo gli osservatori, nessuno dei due intende perseguire (Trump è esasperato dal surplus commerciale con la Cina e dalla necessità di proteggere le tecnologie americane dai presunti furti cinesi).

La Cina non ha voluto dare l’impressione di cedere alle richieste di Washington, scrive il Financial Times, ma gli americani hanno registrato come un successo l’ulteriore apertura del mercato delle auto alle compagnie a stelle e strisce, a lungo richiesta da parte americana. Donald Trump si è detto "molto grato" al presidente cinese "per le belle parole” pronunciate dal presidente cinese alla "Davos Asiatica", quando Xi ha promesso tariffe più basse per le auto straniere sul mercato cinese.

Questi passi in avanti rischiano di essere frenati da almeno due focolai accesi.

Il primo riguarda la decisione del Dipartimento del Commercio Usa di vietare alle aziende americane le vendite per sette anni di componenti al colosso delle telecomunicazioni Zte; un provvedimento bollato come “ingiusto” dal colosso di Shenzhen che, in una durissima nota, dice di essere pronto a tentare tutte le vie legali per opporsi a un blocco che potrebbe portarla a fallire.

Il secondo ha a che fare con la possibilità contemplata dalla Casa Bianca di applicare l’International Emergency Powers Act (IEEPA) per bloccare lo shopping cinese di tecnologie Usa, scrive il Sole 24 Ore. Cioè? Si tratta di una legge che risale al 1977, usata per imporre sanzioni agli “oligarchi” russi, al regime di Pyongyang e a terroristi internazionali. Ora Washington la vuole usare per fermare la corsa cinese al predominio delle tecnologie del futuro.

Gli attriti politici possono avere ripercussioni negative sulle acquisizioni cinesi all’estero, che l’anno scorso hanno registrato una brusca frenata.  Stando a un rapporto stilato da Baker McKenzie e Rhodium Group, gli investimenti diretti cinesi negli Stati Uniti sono calati del 35% nel 2017, scendendo a 30 miliardi di dollari (il calo in Europa è stato del 22%). Questa flessione è da imputare in parte ai controlli delle autorità di Pechino sul movimento di capitali (il governo ha diviso in tre categorie gli investimenti all’estero dei giganti cinesi: vietati, soggetti a restrizioni o incoraggiati), ma anche alle attività di interdizione esercitate dall’agenzia Usa sugli investimenti esteri: Cfius, che avrebbe bloccato progetti per 8 miliardi. 

“Rapporti commerciali che riguardano lo scambio di beni e servizi e investimenti diretti sono in qualche modo correlati", ha commentato all'Agi Marco Marazzi, avvocato di Baker McKenzie. "Gli Usa – ha sottolineato – probabilmente dimenticano che una parte del deficit commerciale è dovuto a società americane che producono in Cina ed esportano parti o prodotti finiti, e che non sempre potrebbero rilocalizzarsi in America. Poi ci sono le aziende americane che producono per il grande mercato cinese locale. La guerra commerciale può indirettamente colpire questi investimenti e quindi ogni mossa va valutata con attenzione"

 

Agi News

Una startup da 3 miliardi sta facendo vincere alla Cina la partita dell’intelligenza artificiale

Se il predominio cinese nell’intelligenza artificiale è sempre più tangibile lo si deve anche a una start up di Hong Kong specializzata nel riconoscimento facciale: si chiama Sense Time. Nata nel 2014 dall’idea di un ambizioso professore universitario, Tang Xiaoou, è stato però un suo ex allievo, Xu Li, 40 anni, a lanciarla due anni dopo, diventandone Ceo.

Ha appena ricevuto un finanziamento di 600 milioni da una cordata di investitori (tra cui Temasek e Suning) guidata da Alibaba, raggiungendo così il valore di 3 miliardi di dollari; pochissime società statunitensi riescono a valere tanto basandosi quasi unicamente sul riconoscimento facciale, che in Cina ha conosciuto un vero boom. La società gode anche del sostegno di altri investitori, tra cui il colosso americano dei processori, Qualcomm, e il gigante cinese del real estate, Dalian Wanda. Ha clienti in tutto il mondo (oltre 400) e si sta espandendo in altri settori, come il deep learning e la guida autonomia, scrive il Financial Times.

Il cliente più grande? Ovvio: il governo cinese (30% del portfolio, scrive Quartz), che punta a trasformare l’AI in una industria da 150 miliardi di dollari entro il 2030, e dal quale Sense Time ha ottenuto pieno accesso ai dati dei cittadini. Non c’è solo questo: la Cina ha già assunto una posizione dominante nel mercato mondiale della videosorveglianza, e sta conducendo vari esperimenti che utilizzano il riconoscimento facciale per tracciare ogni movimento della popolazione. Dei giorni scorsi la notizia dell’arresto di un uomo sospettato di reati economici individuato dalle forze dell’ordine durante un concerto pop a Nanchang, nella Cina sudorientale, in mezzo a 50mila persone.

In Cina si contano già 176 milioni telecamere di sicurezze, con un incremento annuale del 13% dal 2012 al 2017; un dato che fa impallidire il 3% che ne scandisce la crescita a livello globale.

Sense Time, che in comune con i suoi principali rivali, Megvii e Yitu, ha l’altissimo valore di mercato, non è l’unica società ad avere avviato sperimentazioni con le forze di polizia. Nel febbraio scorso, in occasione del consueto esodo di massa per i festeggiamenti del Capodanno lunare, la polizia ferroviaria di Zhengzhou (capoluogo della provincia dello Henan) arrestò sette ricercati e altri 26 truffatori in possesso di falsi documenti. Sugli occhiali degli agenti era stata montata una mini telecamera in grado di realizzare uno screening di massa quasi perfetto. Il dispositivo era stato realizzato da LLVision Technology Co.

Il ministero per la Pubblica Sicurezza nel 2015 ha lanciato un piano che punta a creare un sistema in grado di collegare in pochissimi secondi il volto di ciascun cittadino con la foto identificativa: un database utilizzato per motivi di sicurezza ma le cui immaginabili conseguenze in termini di privacy per i cittadini ha già sollevato molti dubbi.

Nella corsa a immagazzinare i dati degli utenti, inestimabile tesoro da usare in vari ambiti, dalle campagne pubblicitarie al sistema di credito sociale, il programma di rating che assegna un voto alle attività online dei cittadini e delle imprese, Alibaba, Tencent e Baidu da tempo trasferiscono alle forze dell'ordine le tracce elettroniche degli utenti, dalle chat agli acquisti online.

Il riconoscimento facciale – tema caldo in questi giorni con l’arrivo della controversa tecnologia su Facebook in Europa – sta rivoluzionando anche altri settori, dal retail banking ai pagamenti online.

Pochi cinesi hanno probabilmente sentito parlare di Sense Time. Che però di loro sa tutto. Se entri al negozio di Suning, il colosso dell’elettronica cinese (quello che ha comprato l’Inter), è possibile che una telecamera di sicurezza stia registrando ogni tuo movimento: dentro c’è un software di Sense Time.

Se apri Rong360, un’app molto popolare in Cina che serve a farsi prestare soldi da altra gente (il cosiddetto “peer-to-peer lending”: un sistema di crowdfunding individuale che sopperisce alla carenza del credito finanziario), ti verrà chiesto di fare login con il riconoscimento facciale.

Chi lo sviluppa? Sense Time. Potrebbe poi venirti voglia di farti un video e mandarlo agli amici utilizzando Snow, app simile a Snachap, indossando occhiali per la realtà aumentata – fatti da Sense Time. Dalle prigioni ai grandi magazzini, Xu Li corteggia pubblico e privato (tra i suoi clienti figura anche Walmart).

Mentre continuano le schermaglie commerciali tra le due principali economie del mondo (stando a un rapporto di Rhodium Group, gli investimenti diretti cinesi negli Stati Uniti sono calati del 35% nel 2017; flessione da imputare in parte ai controlli delle autorità di Pechino sul movimento di capitali, ma soprattutto alle attività di interdizione esercitate dall’agenzia Usa sugli investimenti esteri: Cfius), uno dei settori nei quali Washington teme di perdere l’egemonia è proprio l’intelligenza artificiale.

Il rivale asiatico potrebbe avere già vinto, a partire dal settore militare. L’innovazione è il terreno in cui si consuma uno scontro più ampio: la Cina ha già scavalcato il Giappone come seconda potenza al mondo per brevetti internazionali, e l’Onu prevede il sorpasso sugli Usa in tre anni. Donald Trump, per sabotare le ambizioni del presidente cinese Xi Jinping, ha lanciato una dura rappresaglia contro i prodotti tecnologici. Il bersaglio è il Piano Made in China 2025, il programma di innovazione manifatturiera del gigante asiatico. Pechino ha risposto con controdazi che colpiscono la base elettorale del presidente americano. 

Agi News