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Alitalia: accordo per Cigs per 830 lavoratori ​

Alitalia e sindacati hanno raggiunto un accordo per il rinnovo della cassa integrazione straordinaria per 830 lavoratori: 700 addetti ai servizi di terra, 60 assistenti di volo e 70 piloti. L’accordo entra in vigore il 24 marzo per scadere il 23 settembre. L’intesa arriva dopo una giornata di trattative sulla proposta aziendale che prevedeva la cassa per 1.010 lavoratori (850 addetti ai servizi di terra, 90 piloti e 70 assistenti di volo). La precedente tornata di Cigs aveva coinvolto 1.360 dipendenti, 530 in più dell’intesa di oggi. 

Agi

Cosa prevede la bozza di accordo sul prezzo del latte di pecora

Una bozza di accordo è il risultato della riunione di circa nove ore, in prefettura a Cagliari, con il ministro Gian Marco Centinaio, il presidente della Regione Francesco Pigliaru, pastori e industriali, per il prezzo del latte ovino sardo. Di tratta di un progetto – ha sottolineato il ministro parlando con i giornalisti al termine del vertice – che le parti, sia i pastori che gli industriali, valuteranno nelle prossime ore. L’ipotesi di accordo prevede un prezzo base, Iva compresa, di 72 centesimi al litro – 12 in più di quello pagato oggi – per febbraio, marzo e aprile. Un ‘acconto’, che a maggio è previsto venga rivalutato sulla base di una serie di misure che Governo e Regione metteranno in campo.

A fine ottobre è previsto un altra verifica che dovrebbe portare a un ulteriore aumento. Si punta a raggiungere un euro al litro o anche – nelle intenzioni di ministro e presidente della Regione – di superarlo. “Se nei mesi successivi il prezzo del pecorino salirà”, ha spiegato Pigliaru, “significa che si sta maturando un conguaglio che alla fine riconoscerà un prezzo prezzo più alto”. 

Verso il rincaro del pecorino

L’intervento di Governo e Regione prevede il ritiro di 60.000 tonnellate di produzione di pecorino romano (con diverse misure come il bando per gli indigenti) che mira a far aumentare il prezzo del formaggio e quindi del latte. Ora il pecorino è a 5,40 euro al chilo e il latte a 60 centesimi al litro. Se raggiunge a maggio i 6,50 euro – è stato ipotizzato – il latte potrà essere pagato a 80 centesimi. Sul tavolo ci sono 45 milioni di euro circa. Dieci messi a disposizione dal Banco di Sardegna, 10 dalla Regione tramite la finanziaria Sfirs e 25 dal governo. “Occorre aiutare il prezzo a crescere per far ì’ – ha spiegato Pigliaru – che quando si calcolerà il conguaglio alla fine di ottobre questo sia molto più alto dei 72 centesimi anticipati”. 

Centinaio ha ricordato inoltre l’accordo con la grande distribuzione per una serie di iniziative promozionali e la presenza dell’Ice, il 21 al tavolo di filiera, per avviare un piano di internazionalizzazione che garantisca l’aumento dell’export. L’intervento – ha spiegato Centinaio – non si esaurisce nello stanziamento dei fondi ma è anche previsto un decalogo per migliorare la produzione: rappresentanza dei pastori nei consorzi, proroga della scadenza della programmazione a marzo, monitoraggio del rispetto delle quote, aumento delle sanzioni per chi non rispetterà le regole, lavoro con le banche per gli interessi passivi sui mutui, tavolo di filiera istituzionale, apertura del Centro di intervento economico (luogo dove si definiscono i prezzi) per il latte ovino, registro telematico del latte ovino e caprino, la nomina di un prefetto per l’analisi e il monitoraggio della filiera. 

La protesta potrebbe continuare

Centinaio ha lanciato una sorta di appello ai presidi dei pastori perché questi “siano un momento di confronto e non di scontro” ma – rispondendo alle domande cronisti – ha precisato che la bozza non è stata firmata dai pastori. Occorre attendere quindi che i rappresentanti si presentino alla ‘base’ per discutere e decidere. Uno dei pastori che ha partecipato al tavolo, parlando con l’Agi, ha detto che con la proposta di oggi “si resta sotto i costi di produzione” per cui si dovranno fare tutte le valutazioni del caso, ma non è ancora possibile dire se la protesta dei pastori possa terminare.

Agi

Eni, accordo negli Emirati per l’acquisizione del 20% di Adnoc Refining

Eni e Adnoc hanno firmato un accordo (Share Purchase Agreement) che consente a Eni di acquisire da Adnoc la quota del 20% della società Adnoc Refining.

Alla firma dell’accordo erano presenti lo Sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan, Principe della Corona di Abu Dhabi e Vice Comandante Supremo delle forze Armate degli Emirati Arabi Uniti, e Giuseppe Conte, presidente del Consiglio italiano.

L’accordo è stato firmato da Sultan Ahmed Al Jaber, ministro di Stato degli Emirati Arabi Uniti e amministratore delegato di Adnoc, e da Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni. Adnoc ha annunciato contestualmente di aver ceduto a OMV la quota del 15% di Adnoc Refining, rimanendo così detentrice della quota del 65%.

Operazione da 3,3 miliardi di dollari

Adnoc, Eni e OMV hanno concordato altresì di costituire una Joint Venture dedicata alla commercializzazione dei prodotti petroliferi con le medesime quote azionarie stabilite per Adnoc Refining.     

I termini concordati per l’acquisizione da parte di Eni delle quote del 20% implicano un corrispettivo cash pari a circa 3,3 miliardi di dollari al netto del debito netto e passibile di aggiustamenti al momento del closing, ammontare che corrisponde a un valore di impresa (enterprise value) pari a circa 3,9 miliardi di dollari (quota Eni). Il completamento dell’acquisizione è soggetto al verificarsi di alcune condizioni sospensive, inclusa l’autorizzazione da parte degli Emirati Arabi Uniti a altre autorità regolatorie. 

Quella firmata oggi è una delle operazioni più rilevanti mai condotte nel settore della raffinazione e riflette la dimensione, la qualità e il potenziale di crescita degli asset di Adnoc ​Refining, unitamente alla posizione geografica che le consente di rifornire i mercati di Africa, Asia ed Europa. 

Adnoc Refining opera tre raffinerie, situate nelle aree di Ruwais (Ruwais East e Ruwais West) e Abu Dhabi (Abu Dhabi Refinery), con una capacità di raffinazione complessiva che supera i 900 mila barili al giorno. Il complesso di raffinazione di Ruwais è il quarto a livello mondiale in termini di capacità produttiva e garantisce un elevato livello di conversione grazie all’adozione delle migliori tecnologie disponibili e di uno schema di processo a elevatissima conversione.

Il complesso industriale ha già dimostrato di avere un margine di raffinazione resiliente, grazie a importanti vantaggi competitivi in termini di integrazione, economie di scala, complessità ed efficienza degli impianti, vicinanza ai giacimenti upstream (che forniscono il greggio e l’alimentazione di gas naturale) e posizione baricentrica rispetto ai mercati orientali e occidentali. Inoltre, è stato già definito un piano di sviluppo per aumentare la competitività e profittabilità del complesso attraverso l’incremento della flessibilità della selezione di greggi processabili e dell’efficienza energetica.      

Eni contribuirà allo sviluppo tecnologico degli impianti, avendo già maturato, nelle proprie raffinerie europee, un’ampia esperienza nella gestione dei processi utilizzati da Adnoc Refining (quali quelli relativi al cracking catalitico a letto fluido, all’hydrocracking, alla conversione e desolforazione dei residui, al cocking e altri) e nelle azioni di ottimizzazione volte a massimizzare il margine dei barili raffinati. L’operazione consentirà a Eni di rafforzare ulteriormente la resilienza del proprio business di raffinazione, riducendo l’obiettivo relativo al breakeven del margine di raffinazione del 50%, a circa 1,5 dollari al barile. 

Una nuova joint venture dedicata alla commercializzazione dei prodotti petroliferi

Eni e Omv, inoltre, si uniranno ad Adnoc nel costituire una nuova Joint Venture dedicata alla commercializzazione dei prodotti petroliferi, con le stesse quote azionarie stabilite per Adnoc Refining, creando ulteriore valore. Una volta costituita, la Joint Venture esporterà a livello internazionale i prodotti di Adnoc Refining, per un volume pari al 70% della produzione complessiva. Le forniture domestiche nell’ambito degli Emirati Arabi Uniti continueranno a essere gestite da Adnoc.

Il ministro di Stato degli Emirati Arabi Uniti e ad di Adnoc, Sultan Ahmed Al Jaber, ha commentato: “Siamo lieti di questa partnership con Eni e Omv nel nostro business della raffinazione e nella nuova compagnia dedicata al trading. Questa partnership si inquadra nella nostra visione volta a creare e indirizzare sempre maggior valore nei vari ambiti del nostro business.

Questa partnership innovativa – ha proseguito – ci supporta nella nostra ambizione di diventare leader nel downstream, con una flessibilità che ci metta in grado di rispondere rapidamente ai cambiamenti delle richieste e delle dinamiche del mercato. I partner ci aiuteranno a raggiungere il nostro obiettivo di creare sempre più valore da ogni singolo barile che produciamo. Lavorando congiuntamente con i nostri partner, genereremo ulteriore efficienza nell’ambito delle operazioni, migliorando la performance dei nostri asset e del nostro business”.     

Descalzi, con Adnoc Refining +35% capacità raffinazione

“Questi accordi consolidano la nostra forte partnership con Adnoc – ha commentato Claudio Descalzi – nell’arco di meno di un anno, siamo stati in grado di creare un hub con attività upstream d’eccellenza e una capacità di raffinazione efficiente, di grandi dimensioni e con ulteriore potenziale di crescita”. E ha spiegato: “Questa operazione, che ci consente di entrare nel settore downstream degli Emirati Arabi Uniti e che rappresenta per Eni un incremento del 35% della propria capacità di raffinazione, è in linea con la nostra strategia volta a rendere il portafoglio di Eni maggiormente diversificato dal punto di vista geografico, più bilanciato lungo la catena del valore, più efficiente e più resiliente rispetto alla volatilità del mercato”. 

Eni è presente nel settore upstream degli Emirati Arabi Uniti da marzo 2018, quando si è aggiudicata da Adnoc il 10% delle concessioni di Umm Shaif e Nasr e il 5% di quella di Lower Zakum, seguite nel novembre dello stesso anno dall’assegnazione del 25% della concessione di Ghasha, mega progetto offshore di Adnoc. Il 12 gennaio scorso, Eni si è aggiudicata il 70% nelle concessioni esplorative offshore denominate Blocco 1 e Blocco 2. Eni in Medioriente, oltre che negli Emirati Arabi Uniti, è presente anche in Oman, Bahrain, Libano e Iraq. 

Agi

Borse europee aprono in rialzo dopo accordo Usa-Messico, Milano +0,06%

Le Borse europee aprono in rialzo dopo l'accordo commerciale tra Stati Uniti e Messico per una ridefinizione del Nafta, l’area di libero scambio nordamericana che comprende anche il Canada. L'intesa prevede revisioni ogni sei anni, in cui possono essere aggiunte estensioni di altri sedici anni, se le parti concordano. Il presidente Trump ha parlato ieri di "grande giorno per il commercio", definendolo "un accordo veramente buono per entrambi i Paesi".
    A Parigi il Cac 40 avanza dello 0,19% a 5.489,51 punti, a Londra l'indice Ftse 100 dello 0,77% a 7.635,77 punti e a Francoforte il Dax guadagna lo 0,32% a a 12.578,65 punti. L'indice Ftse Mib di piazza Affari esordisce a +0,06% a 20.811 punti

Agi News

Accordo storico in Germania: i metalmeccanici potranno lavorare 28 ore

Accordo storico in Germania sull'orario di lavoro di 28 ore settimanali tra il sindacato dei metalmeccanico IG Metall e gli industriali. Le parti hanno siglato un'intesa pilota, che fa da apripista in Europa e sta già suscitando reazioni e interesse in tutta l'area comunitaria. Previsto anche un incremento del salario pari al 4,3%.

L'accordo è stato firmato nel Baden-Wurttemberg (la regione che ospita gli impianti di Porsche e e Daimler) e riguarderà 900mila lavoratori, ma il sindacato punta ad estenderlo ai 3,9 milioni di operai del Paese. Gli addetti con contratti a tempo indeterminato potranno ridurre, su base volontaria, la loro settimana lavorativa da 40 a 28 ore per un periodo limitato di 6 a 24 mesi, tornando poi al lavoro alle stesse condizioni che avevano in precedenza. Chi sceglierà le 28 ore per occuparsi dei figli piccoli o di parenti malati o perché svolge un lavoro usurante non subirà neanche il taglio dello stipendio, a fronte del taglio delle ore. Un punto, quest'ultimo, sul quale sindacati e aziende si erano scontrati duramente. Le imprese hanno ottenuto dal canto loro la possibilità di estendere la settimana lavorativa a 40 da 35 ore sempre per i dipendenti che vorranno farlo su base volontaria. I sindacati avevano minacciato uno sciopero a tempo indeterminato se le loro richieste non fossero state soddisfatte, una protesta che nel settore non si sarebbe vista dal 2003. 

In Italia è arrivato un deciso apprezzamento per l'accordo dalla segretaria generale della Cgil Susanna Camuso: "Da tempo diciamo che i salari devono crescere e dal punto di vista dell'orario, siamo di fronte ad una novità importante, cioè che la flessibilità viene vissuta in ragione delle scelte dei lavoratori e non unicamente delle esigenze della produzione, senza riduzione del salario. Mi pare che questa sia una interessante sperimentazione". 

Agi News

Petrolio: Opec, tutti stanno rispettando accordo su tagli

(AGI) – Parigi, 14 mar. – I paesi Opec e non Opec stanno rispettando l'accordo sui tagli di produzione decisi a novembre dello scorso anno. Lo riferisce il cartello nel suo bollettino mensile spiegando che i prezzi nel mese di febbraio sono saliti del 2% a una media di 53,37 dollari al barile. La ripresa dei prezzi, sottolinea l'organizzazione, e' in ogni caso minacciata dai produttori shale americani che hanno ricominciato a trivellare, incoraggiati proprio dalla risalita delle quotazioni e dall'aumento della produzione canadese. Dopo l'accordo di fine novembre in seno all'organizzazione, a dicembre l'Opec ha raggiunto una seconda intesa con 11 Paesi non membri, compresa la Russia, per un taglio aggiuntivo. Nel bollettino l'organizzazione ha poi rivisto al rialzo le propie stime sulla domanda per il 2017 a 1,26 milioni di barili al giorno, in crescita di 70.000 barili al giorno rispetto al report precedente. L'incremento dovrebbe derivare dall'aumento della domanda in Europa e nella regione dell'Asia Pacifico. I 13 membri dell'Opec producono un terzo della produzione mondiale di petrolio. (AGI)
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Agi News

Clima: Descalzi, non credo Trump metterà in crisi accordo

Firenze – "Non credo che Trump metterà in crisi Parigi". E' quanto ha affermato l'amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, partecipando a un incontro a Firenze con gli studenti organizzato dall'Osservatorio giovani editori, riferendosi all'accordo sul clima di Parigi, la Cop 21. "L'Europa ha impiegato molte risorse per ridurre le emissioni e non ce l'ha fatta, gli Usa non ci hanno provato ma ci sono riusciti perche' hanno trovato molto gas diminuendo l'utilizzo di carbone", ha osservato il manager. "O Trump decide di dare sussidi al carbone ma essendo un imprenditore e un uomo concreto non credo che lo fara' o gli Usa continueranno a usare il gas visto che ne hanno tanto", ha aggiunto. 

Iran: "ci siamo e torneremo a operare"
"Non siamo in ansia, ci siamo e riprenderemo a lavorare in Iran", ha detto poi l'ad rispondendo alle domande degli studenti. "Siamo ancora in Iran, non ce ne andiamo perché ci devono ancora un sacco di soldi", ha aggiunto scherzando. "Torneremo" a operare nel paese "quando avremo recuperato i soldi e conosceremo i contratti", ha sottolineato. 

Sviluppo, "bisogna cambiare modello occidentale"
Bisogna cambiare il modello di sviluppo del mondo occidentale, provando a ridurre il gap tra paesi che non hanno e aree del pianeta ricche ma oggi sempre più in crisi. E' il messaggio che ha quindi lanciato Descalzi in un teatro Odeon gremito di ragazzi e ragazze: "oggi questo modello sta portando il conto. E' quindi normale che chi non ha si dirige verso le zone del mondo dove c'e' lo sviluppo.Il modello occidentale dove gli Stati vanno a prendere risorse ed energia in altri Stati, piu' poveri, per esportare, non funziona piu' e va messo in discussione".
Descalzi ha parlato dell'Africa "sempre piu' povera, eppure ricchissima di risorse, e dell'Europa che nonostante tutto, oggi, appare indebolita. Non ha energia, la deve comprare ma allo stesso tempo e' statura di domanda". Questo ha provocato una situazione paradossale: "L'Europa che ha speso piu' di tutti per ridurre le emissioni di CO2 ha visto aumentare del 10% l'utilizzo del carbone" che rappresenta la fonte energetica piu' inquinante. Tale modello di sviluppo in crisi, ha rimarcato l'ad, "ha provocato una catena di problemi da quello ambientale, a tensioni sociali e politiche".
Focalizzandosi in particolare sulla questione climatica, Descalzi ha sottolineato l'importanza che con l'accordo sul clima di Parigi, "196 Stati abbiano riconosciuto che il cambiamento c'e' ed e' un problema. Ma il punto e' che senza leggi e disposizioni vincolanti a decidere e' il mercato che sceglie sempre le soluzioni piu' economiche". "L'utilizzo del carbone in Europa e' aumentato, tale situazione va affrontata in modo serio. Per questo sono necessarie scelte politiche coraggiose che puntino su gas e rinnovabili garantendo, allo stesso tempo, la competitivita' delle imprese europee", ha concluso.

Agi News