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Caixa e Bankia studiano la fusione, nascerebbe la più grande banca spagnola

AGI – Le banche spagnole Bankia e CaixaBank hanno annunciato che stanno valutando la possibilità di una fusione. L’ufficializzazione è arrivata nella notte dopo che per tutta la giornata di ieri si erano susseguite le voci sulle possibili nozze. La conferma dei rumors circolati nelle ultime ore ha messo le ali ai due titoli in Borsa e acceso l’interesse degli investitori sull’intero settore bancario. Le azioni di Caixa stanno salendo di quasi il 15%, mentre quelle di Bankia avanzano di oltre il 27%

Il matrimonio tra la terza e la quarta banca del Paese darebbe vita al primo istituto di credito spagnolo, con una capitalizzazione di Borsa pari a circa 16 miliardi e attivi per 650 miliardi. La fusione sarebbe dominata da Caixa che non solo detiene circa il doppio degli attivi di Bankia, ma ha anche una capitalizzazione di mercato tripla rispetto alla rivale: 12,2 contro 3,95 miliardi di euro.

Le nozze, per il momento da celebrare soltanto tramite scambio azionario senza intervento di contanti, avrebbero anche un grosso significato politico, con Bankia controllata al 61,8% dal governo di Madrid dopo il salvataggio del 2012 e Caixa da una fondazione locale strettamente legata all’estabishment politico catalano. Il successo o il fallimento dei colloqui sono dunque strettamente legati anche all’evoluzione delle relazioni tra Catalogna e governo centrale.

La speculazione di una possibile nuova ondata di fusioni nel settore bancario spagnolo ha spinto al rialzo tutti i  titoli del comparto, in particolare quelli delle banche minori che potrebbero essere oggetto di ulteriori tentativi di scalata: Banco de Sabadell sale di oltre l’11% e Bankinter sfiora una balzo del 7%. Ma del movimento stanno beneficiando anche i due colossi del credito iberico, Bbva e Santander, con guadagni attorno al 5%.

La Banca di Spagna ha fatto sapere di essere a conoscenza dell’intenzione annunciata dai consigli di amministrazione di CaixaBank e Bankia di negoziare una fusione e che la analizzerà insieme alle autorità di vigilanza europee se i colloqui “daranno frutti”. “Il ruolo delle autorità di vigilanza è quello di valutare la fattibilità dei progetti di fusione che vengono presentati”, hanno spiegato fonti dell’istituto centrale spagnolo. Se i negoziati avranno esito positivo, la Banca analizzerà l’operazione nel quadro del meccanismo di vigilanza, hanno concluso le stesse fonti. 

Agi

Per Grillo l’accordo sulla rete unica è soltanto un primo passo

AGI – Sta cambiando tutto”, ed “eravamo lì, a un passo per fare convogliare tutte le tecnologie, in un’autostrada pubblica”, si era “a un passo per farlo ed è rimasto un po’ così in bilico, per carità si tratta di un buon inizio, ma non si parla di cose essenziali: io vorrei sapere la cosa più importante a chi viene dato il diritto di accedere ai miei dati“. Lo dice, in un video Facebook, Beppe Grillo, a proposito della Rete unica.(o vorrei sapere a chi viene dato il diritto di accedere ai miei dati, a nostri dati”. Lo dice Beppe Grillo a proposito della Rete Unica. 

Ma “non si riesce a fare un database dove si raccolgono tutti i dati degli italiani che rimangono a disposizione degli italiani…”, osserva e aggiunge : “Possiamo fare un tentativo. Lo lancio qui. Io sono matto, sono un comico, sono chiunque però vorrei capire se si può fare per una città, ad esempio, come Roma, un database di tutti i dati dei romani, in mano al comune di Roma e ogni volta che una società di marketing vuole dei dati dei romani paga e questi soldi vengono restituiti ai romani, sarebbe un modo per finanziare la Capitale d’Italia senza gravare sul debito”, prosegue. Sarebbe “un miracolo”, osserva.

Agi

I big tech trainano Wall Street, verso miglior agosto dal 1986

AGI – Con un balzo del 6,8% l’S&P 500 si appresta a chiudere il miglior agosto dal 1986, quando l’indice mise a segno un rialzo del 7,1%. Dal picco negativo di marzo, in pieno lockdown, Wall Street ha guadagnato il 56%, spinta dagli aggressivi stimoli fiscali e monetari messi in campo da governo e banche centrali. S&P 500 e Nasdaq viaggiano sui loro massimi storici, mentre il Dow Jones ha cancellato tutte le perdite accumulate durante la pandemia e, con i suoi 28,653 punti della chiusura di venerdì, si trova a circa il 2,5% dal picco di 29.390 toccato a febbraio.

Tra i titoli più acquistati del mese spiccano quelli di alcune delle aziende maggiormente colpite dal Covid. Mgm Resort è salita del 44%. E forti rimbalzi, superiori al 20%, sono stati messi a segno anche da gruppi crocieristici come Royal Caribbean e compagnie aeree come Delta airlines. 

Ma i veri protagonisti sono stati i titoli tecnologici, con Apple capace di spingere la propria capitalizzazione sopra i 2.000 miliardi di dollari in virtù di un balzo del 18%. Un andamento che ha influenzato anche Microsoft, Amazon, Alphabet e Facebook. Da sole le cinque big tech hanno pesato per circa un terzo del rimbalzo complessivo dello Standard & Poor’s e, tutte insieme, capitalizzano oltre 7.000 miliardi di dollari, più dell’intero Topix, l’indice esteso della Borsa giapponese.

Ed è proprio su questa divergenza tra ‘vincitori’ e ‘perdenti’ che si concentra ora l’attenzione degli analisti. Nonostante i nuovi record, i titoli di circa il 20% delle aziende quotate sullo S&P 500 viaggiano su valori inferiori di oltre il 50% rispetto ai propri massimi storici. Appena tre settori hanno sovraperformato l’indice finora quest’anno, con i tecnologici, trainati da Apple, e i “consumer dicretionary”, ‘drogati’ da Amazon, a fare la parte del leone. 

Per molti altri c’è poco da festeggiare e il timore degli esperti è che il rimbalzo abbia forma di K, con un piccolo gruppo di titoli a correre e una larga parte degli altri incapace di tenere il passo. Il rischio è che il dominio delle ‘Big five’ renda il recupero del listino vulnerabile, legato com’è al destino, e alla forza, di una ristretta elite di compagnie. 

Agi

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Cibo per cani Trainer Natural Sensitive No Gluten Medium e Maxi Adult con Agnello

 

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Kkr, il fondo Usa  da 200 miliardi di dollari quotato a New York

AGI  – Più di 200 miliardi di dollari amministrati, un ‘team’ composto da quasi 1.500 impiegati e consulenti, oltre 470 analisti capaci di pilotare e consigliare investimenti tramite una rete dislocata in 20 città di 16 diverse nazioni in 4 continenti. Sono i numeri che tracciano il profilo di Kkr, il fondo statunitense in procinto di acquistare una partecipazione nella rete secondaria di Tim per un importo stimato in circa 1,8 miliardi di euro.

Fondato nel 1976 a New York da Jerome Kohlberg Jr. e dai cugini Hwenry e George R. Roberts, in quasi 45 anni di storia Kkr ha effettuato investimenti in oltre 160 società che spaziano dai settori delle infrastrutture (uno dei più gettonati dal fondo) all’energia, dal real estate al credito. Nel suo portafoglio figurano investimenti in società del calibro di Alliance Boots, Del Monte, Kodak, Prosiebensat1 e Axel Springer, il gruppo media tedesco di cui nell’agosto dello scorso anno KKr è diventato il maggiore azionista staccando un assegno di 3,2 miliardi di dollari per una quota del 43,54% del capitale.

Nel 2007, invece, Kkr fu artefice dell’acquisizione di Txu, un’operazione che risultò fino a quel momento il più grande buyout della storia. Dal luglio del 2010 è quotato alla Borsa di New York. 

 

Agi

Ci vorrà un secolo per colmare il ‘gender gap’ dei salari nel mondo

AGI – La parità di salario è stabilita dalle leggi, ma nei fatti la differenza retributiva tra uomini e donne è di oltre 3.000 euro lordi annui a sfavore delle lavoratrici. Secondo i dati dell’Osservatorio JobPricing, ma anche del Global Gender gap Report del World Economic Forum, di Eurostat e del Parlamento europeo, l’Italia resta in fondo alle classifiche.

Senza interventi almeno 70 anni per chiudere il gap

Secondo il Cnel, senza interventi normativi, l’assorbimento del differenziale sarà conseguito nell’arco di almeno 70 anni. Per ridurre il gender pay gap, il ministero del Lavoro intende allora mettere in campo degli incentivi sulla retribuzione di risultato che portino le imprese ad adottare indici di produttività gender oriented. L’empowerment femminile è uno degli argomenti su cui la ministra Nunzia Catalfo si sta maggiormente concentrando in vista del piano di riforme da presentare all’Europa per avere accesso agli stanziamenti del Recovery Fund.

La strategia del ministro Catalfo

L’obiettivo è favorire l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro attraverso la programmazione di incentivi alle assunzioni, con contratti di lavoro a tempo indeterminato, a tempo determinato, di apprendistato professionalizzante o di mestiere, per il triennio 2020-2022. Catalfo punta anche alla creazione di percorsi formativi fondati sull’acquisizione di nuove competenze, con particolare riguardo all’accesso alle discipline Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria, matematica), in grado di rispondere ai nuovi fabbisogni occupazionali. Al tempo stesso, per Catalfo va incentivata la permanenza nel mercato del lavoro delle lavoratrici madri.

Ciò mediante la creazione di specifici incentivi al mantenimento occupazionale al rientro dalla maternità, il contrasto al part-time involontario, alle dimissioni “in bianco” e la promozione di strumenti di condivisione delle responsabilità genitoriali e dei carichi di cura, come il rafforzamento del sistema dei servizi socio-educativi per la prima infanzia (nidi e micronidi) e di servizi per la long-term care.

Le proposte del Cnel

Il presidente del Cnel ed ex ministro del Lavoro Tiziano Treu ritiene che la proposta di Catalfo di incentivi sulla retribuzione di risultato possa “andare bene” ma “bisogna capire come fare”. “Si deve procedere con attenzione, coinvolgendo le parti sociali”, avverte. “I premi sono calcolati spesso con sistemi complessi e alcuni indici di calcolo della produttività possono avere pregiudizi maschilisti. Occorre quindi vedere i criteri di produttività nei contratti nazionali e aziendali, coinvolgendo molto le parti: se si riscontrano pregiudizi non favorevoli bisognerebbe correggerli”.

Il Cnel si è occupato del problema e vi dedicherà un forum il 22 settembre: “La nostra proposta spiega Treu – è di far sì che le aziende forniscano i dati su retribuzioni e inquadramenti, in modo da conoscere realmente la condizione lavorativa delle donne in Italia e far aumentare la consapevolezza dei divari”. Ma fondamentale è potenziare l’offerta di servizi per l’infanzia, per favorire il mantenimento dell’occupazione femminile.

Cosa pensano i sindacati

Due proposte che trovano l’approvazione del sindacato: secondo la segretaria confederale della Uil Ivana Veronese, per superare le differenze salariali tra uomini e donne bisogna assicurare i servizi sociali necessari alle donne lavoratrici, raccogliere e analizzare i dati sulle retribuzioni e gli inquadramenti dalle imprese ma anche prevedere premialità per le aziende che mettono in atto politiche paritarie. La vice segretaria generale della Cgil, Gianna Fracassi, ritiene “positivo che la ministra del Lavoro si prenda in carico il tema della differenza salariale di genere” e assicura la disponibilità del sindacato “ad aprile un tavolo di confronto”. Secondo Fracassi per aumentare la partecipazione delle donne al lavoro e ridurre il divario di genere vanno ora utilizzate parte delle risorse del Recovery fund. 

Agi

Alleggerite o differite ecco le tasse in Europa al tempo del coronavirus

AGI.- Imposte sospese, differite o alleggerite: così nei principali Paesi Ue i governi sono venuti incontro a famiglie, imprese e lavoratori per attutire il colpo economico-finanziario della pandemia di Covid-19, riprogrammando anche il calendario dei pagamenti fiscali.

Francia

Parigi ha disposto un differimento di 3 mesi dei versamenti delle imposte dirette, dietro la compilazione di un semplice modulo da presentare in formato cartaceo all’Amministrazione fiscale, direttamente o per il tramite del proprio commercialista. Artigiani, liberi professionisti, micro imprenditori, dirigenti di piccole e medie imprese con meno di 250 dipendenti hanno fino al 31 dicembre per pagare le tasse – quelle dovute tra il 1 marzo e lo scorso 31 maggio, già rinviate una prima volta al 30 giugno – oltre alla possibilità di scaglionare i pagamenti sui prossimi tre anni. Per l’imposta sul reddito dei lavoratori, se il saldo dovuto è inferiore ai 300 euro, l’amministrazione fiscale lo preleverà dal conto bancario il 25 settembre. Se l’importo è superiore a 300 euro, procederà a quattro prelievi uguali tra il 25 settembre e il 25 dicembre.

Germania

In Germania, due leggi sull’assistenza fiscale hanno introdotto una serie di misure ad hoc. Con formale richiesta ogni contribuente può richiedere, entro il 31 dicembre, uno o più rinvii delle scadenze fiscali. Tra i principali punti delle leggi, c’è la possibilità per le aziende di richiedere una detrazione forfettaria del 30% dell’importo totale del reddito su cui è stata calcolata la base imponibile per i pagamenti anticipati 2019, quale riporto delle perdite registrate. È prevista una riduzione dell’imposta sul reddito in relazione al reddito da negoziazione a quattro volte la base imponibile commerciale, disponibile per il periodo di valutazione 2020. L’aliquota IVA è stata ridotta dal 19% al 16% e dal 7% al 5% per un periodo limitato dal 1 luglio al 31 dicembre 2020, oltre al posticipo della scadenza dell’IVA all’importazione, al 26 del mese successivo. è stato aumentato l’importo esentasse delle maggiorazioni fiscali commerciali a 200 mila euro.

Gran Bretagna

 A favore di tutte le imprese, in Gran Bretagna è stata predisposta una sospensione dei versamenti dell’imposta sul valore aggiunto in scadenza fino al 30 giugno, con possibilità di “recuperarli” entro la fine del 2020. A favore di tutti i lavoratori autonomi, il governo ha optato per lo slittamento di sei mesi della scadenza di versamento delle imposte sui redditi, dal 31 luglio 2020 al 31 gennaio 2021.

Spagna

In Spagna è stata disposta una sospensione dei versamenti in scadenza nel periodo compreso tra il 13 marzo e il 30 maggio 2020, a favore delle imprese e dei lavoratori autonomi con volume di affari fino a 6 milioni. Il provvedimento è stato applicato a tutti i versamenti – imposte sul reddito, Iva, ritenute – ma nel limite massimo di 30 mila euro.

La procedura di dichiarazione dei redditi, per quanti hanno entrate superiori a 22 mila euro, si è conclusa il 30 giugno. Nel contesto di una riforma fiscale “inevitabile” per ridurre debito e deficit pubblici e incrementare il gettito fiscale, come annunciato dal premier Pedro Sanchez, multinazionali e aziende più grandi vedranno le loro imposte aumentare. Il governo ha già dato il via libera a due nuove tasse, sui servizi digitali (Impuesto sobre Determinados Servicios Digitales – IDSD), ovvero una ‘tassa Google’, e sulle transazioni finanziarie che riguardano società quotate in borsa.

Agi

Dal Giappone agli Usa, l’impatto choc del Covid sull’economia mondiale

AGI – Con il dato di oggi del Giappone, tutte le principali economie mondiali hanno messo nero su bianco gli effetti del coronavirus sul loro Pil. Il crollo generalizzato dell’economia mondiale ha un’intensità maggiore di quello che seguì la crisi finanziaria del 2008. Ecco, nel dettaglio, l’andamento del prodotto interno lordo delle maggiori economie mondiali.

L’Ue e l’Italia

Dopo i dati dei vari Paesi, usciti alla spicciolata, è stata Eurostat a mettere ordine e a far capire l’impatto del Coronavirus sulla zona Euro: il calo del Pil sul trimestre precedente è stato del 12,1% dopo il 3,6% del periodo gennaio marzo.

Il dato dell’Italia è sostanzialmente in linea con quello dell’Eurozona, con un calo del 12,4%; peggio della Germania (-10,1%) ma meglio di Francia e Spagna, che rispettivamente hanno perso il 13,8 e il 18,5%. Per un Paese come la Polonia il Coronavirus ha significato la prima recessione dalla caduta del Comunismo, interrompendo 30 anni di crescita ininterrotta.

Il Regno Unito e gli Usa

Non è andata meglio ai Paesi anglosassoni. La principale economia mondiale, quella statunitense, è scivolata del 9,5% nel secondo trimestre, entrando ufficialmente in recessione e interrompendo un ciclo espansivo fra i più lunghi della storia.

La Gran Bretagna è fra gli Stati che sono stati colpiti più duramente dal virus, complice anche la gestione da parte del governo di Boris Johnson: nel secondo trimestre dell’anno, il pil del Regno Unito si è contratto di oltre un quinto, con un calo del 20,4%. 

I giganti asiatici

Ovviamente la pandemia da coronavirus non ha risparmiato l’economia cinese, nel Paese che è stato di fatto la ‘culla’ dell’epidemia che da mesi sconvolge il mondo. Al tempo stesso la Cina è l’unico Paese che e’ sfuggito alla recessione: il Pil è rimbalzato dell’11,5% nel secondo trimestre, dopo essere sceso del 10% nel primo. Rispetto all’anno precedente, il calo è stato del 6,8% nel primo trimestre, con un rimbalzo del 3,2% nel secondo: si tratta di livelli di crescita molto inferiori a quelli registrati da Pechino negli ultimi decenni.

Maxi calo anche per il Giappone: il governo di Tokyo ha annunciato stamattina che il Pil è sceso del 7,8%, terzo trimestre di fila di contrazione.

La Russia e gli altri del Brics

Anche a Mosca, da dove Putin ha annunciato il primo vaccino contro il Covid-19, i morsi del coronavirus si sono fatti sentire. Il calo del prodotto interno lordo nel secondo trimestre è stato dell’8,5% anno su anno, complice anche l’impatto che lo stop dell’economia mondiale ha avuto sull’industria petrolifera.

Brasile, India e Sud Africa devono ancora fornire i dati sul secondo trimestre dell’anno ma anche per loro le previsioni non sono rosee. Per il Brasile le stime indicano una caduta del Pil fra il 5,7 e il 6,5% per il 2020, dopo un primo trimestre a -1,5%. Il Sud Africa, fra gennaio e marzo, ha registrato una contrazione dell’economia del 2%, che rappresenta il terzo trimestre di fila in calo per il Paese. Anche in India, dopo un inizio d’anno ancora in crescita, con un aumento del Pil del 3,1%, le stime per l’intero 2020 prevedono una contrazione del 4,5%. 

Agi

Il Pil dell’Eurozona è calato del 12,1% nel secondo trimestre

AGI – Il Coronavirus e le misure prese dagli stati europei per frenarne la diffusioni hanno affossato il pil dell’area euro nel secondo trimestre, con un calo, rispetto a quello precedente, del 12,1%. A certificarlo è Eurostat,  che evidenzia anche un calo dell’11,7% del prodotto interno lordo dell’Unione Europea. Si tratta dei cali più ampi dal 1995, quando ha inizio la serie storica. Considerato che nel primo trimestre c’era già stata una contrazione dell’economia del 3,6% nell’area euro e del 3,2% nell’Ue, l’Europa è ufficialmente in recessione. 

Gli effetti su occupazione e commercio

Una frenata simile del Pil si fa sentire anche sulle dinamiche del mondo del lavoro: il numero di occupati nell’area euro è sceso nel secondo trimestre del 2,8% rispetto al primo trimestre, mentre nell’intera Ue il calo è stato del 2,6%; nei primi tre mesi dell’anno il tasso di occupazione era sceso rispettivamente dello 0,2 e dello 0,1%. 

Sul fronte delle esportazioni, invece, a giugno 2020 le misure di contenimento del Covid-19 messe in atto dagli Stati europei continuano hanno continuato ad avere un impatto significativo sul commercio internazionale, anche se “ci sono segni di miglioramento sul mese precedente”. La prima stima di Eurostat per l’export dell’area euro a giugno parla di un calo del 10% sullo stesso mese del 2019 a quota 170 miliardi. In calo del 12,2% le importazioni, pari a 149,1 miliardi. Con queste dinamiche l’Eurozona ha registrato 21,2 miliardi di surplus commerciale con in resto del mondo in lieve aumento sui 19,4 miliardi del giugno 2020. Il commercio all’interno dell’area euro è calato a 150,6 miliardi a giugno, con un calo del 7,3% sullo stesso mese del 2019. 

I dati Bankitalia su debito ed entrate tributarie

Sul fronte italiano da registrare i dati pubblicati dalla Banca d’Italia sul debito pubblico e sulle entrate nei primi sei mesi dell’anno. A fine giugno il debito delle Amministrazioni pubbliche era pari a 2.530,6 miliardi, con un incremento di 20,5 miliardi rispetto al mese precedente che riflette sostanzialmente il fabbisogno del mese (20,6 miliardi). Il debito delle Amministrazioni centrali è aumentato di 21,7 miliardi, quello delle Amministrazioni locali è diminuito di 1,2 miliardi e quello degli Enti di previdenza e’ rimasto sostanzialmente stabile. Rispetto al mese precedente, la vita media residua del debito è rimasta costante a 7,3 anni e la quota del debito detenuta dalla Banca d’Italia è aumentata di 0,7 punti percentuali, al 19,2 per cento.

Con la sospensione di alcuni versamenti fiscali disposta dai decreti approvati a partire dal mese di marzo e del peggioramento del quadro macroeconomico legata alla pandemia da Coronavirus, rallentano invece le entrate tributarie. A giugno quelle contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 26,2 miliardi, in diminuzione del 19,9 per cento (-6,5 miliardi) rispetto al corrispondente mese del 2019. Nei primi sei mesi del 2020 le entrate tributarie sono state pari a 169,9 miliardi, in diminuzione del 10,3 per cento (-19,4 miliardi) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. 

Agi

Stretto di Messina, il Mit conferma: in corso analisi tecnica sul progetto di un tunnel

AGI – E’ in corso l’analisi tecnica di una proposta progettuale ricevuta dal Mit sul tunnel fra la Calabria e la Sicilia. E’ quanto si apprende da fonti del ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, che fanno sapere come su tale progetto sia impegnata la struttura tecnica di missione del dicastero. L’idea di un tunnel sullo Stretto, al posto di un ponte, era stata ipotizzata ieri dal premier, Giuseppe Conte, che aveva parlato della necessità di realizzare “un miracolo di ingegneria, una struttura leggera ed ecosostenibile e nel caso anche sottomarina”.

Parla l’ingegnere che ha presentato il progetto del tunnel

Il progetto del tunnel sotto lo Stretto di Messina, all’esame dei tecnici del Mit è quello presentato da presentato a metà giugno 2017 dall’ingegnere Giovanni Saccà, quando a guidare il ministero c’era Graziano Del Rio, che indicò come l’ipotesi del ponte non fosse la “principale” tra quelle da considerare per l’attraversamento dello Stretto di Messina. “E’ rimasto agli atti – spiega Saccà all’AGI – ma guardi che, semplicemente, noi abbiamo oggi la possibilità e gli strumenti per mettere in atto ciò che scrisse nel 1870 l’ingegnere Albero Carlo Navone”, quando ipotizzò “un tunnel sottomarino da realizzarsi tra Villa San Giovanni e Ganzirri, con una visione che, 150 anni dopo, consideriamo ancora moderna”.  L’ipotesi si fonda, dal punto di vista geormorfologico, sull’esistenza, nello Stretto, della Sella tra Villa San Giovanni e la Contrada Arcieri di Messina. “E’ una zona poco profonda – prosegue Saccà – che indica una continuità montuosa tra l’Aspromonte in Calabria e i Peloritani in Sicilia”. Alla profondità di soli 170 metri questa fascia continua di terreno è larga più di 2 km e può consentire, con copertura maggiore di 50 metri, la costruzione di tunnel subalvei (Tunnel Boring Machine), come aveva anche evidenziato la Società Stretto di Messina nel libro “The Messina Strait Bridge” Ed. Crc Press 2010.  Il tunnel costituirebbe un prolungamento del contratto di programma che riguarda la galleria Gioia Tauro-Villa San Giovanni. “Si tratta di allungarla per 4 km – spiega ancora all’AGI Saccà, dirigente a.r. del gruppo Fs e presidente della commissione Infrastrutture dell’ordine degli ingegneri della Lombardia – e farla risalire in Sicilia per altri 17, fino a farla collegare con i binari ferroviari per Catania e Palermo, con due stazioni sotterranee nel comune di Messina”. Quanto all’attraversamento per i veicoli, Saccà ipotizza “un secondo tunnel, ma più corto”, da realizzare dopo quello ferroviario.

Quanto ai tempi di realizzazione e ai costi, il tunnel verrebbe realizzato in circa 5 anni, con un esborso di 1,5 miliardi di euro, a cui “bisognerà aggiungere il costo di tutte le opere accessorie che dovranno essere realizzate sia in Calabria sia in Sicilia (nuove stazioni eccetera) e ovviamente le opere compensative che per queste verranno richieste”.     Il progetto solo tunnel, rispetto al ponte a campata unica di 3.300 metri, prevede “una riduzione consistente degli espropri, un minore impatto ambientale” rispetto al ponte a campata unica di 3.300 metri, non approvato dal Cipe, minori costi di gestione e manutenzione e di manutenzione ordinaria e straordinaria; minore dipendenza da condizioni meteorologiche”.    

Ma perchè, se è così conveniente, è stato finora scartato? “Mussolini voleva il ponte – risponde Saccà – Berlusconi voleva il ponte, il ponte è un simbolo. Il tunnel non lo vede nessuno”. 

Il no del presidente dell’Ordine degli Ingegneri

 Non è il caso di buttare all’aria “venti anni di studi di fattibilità” sul Ponte sullo Stretto: “dal punto di vista ingegneristico non ci sono stati progressi esterni tali” da cambiare la situazione. E’ l’opinione di Bruno Finzi, presidente dell’ordine ingegneri di Milano in merito all’idea di un tunnel sullo Stretto di Messina ipotizzata dal premier Giuseppe Conte. “Mio papà si rivolterebbe nella tomba perchè ha fatto più di venti anni di lavoro sulle varie analisi di fattibilità dell’attraversamento dello Stretto di Messina – afferma Finzi in un’intervista all’Agi – Si è parlato di ponte a più campate, ponte a campata unica, tunnel sotterraneo e tunnel sommerso, cosiddetto di Archimede”.

Ci sono stati, aggiunge, “venti anni di studio molto accurato che sono poi finiti nel determinare che la soluzione migliore era quella del ponte a campata unica, anche perchè non dimentichiamo che la Sicilia e la Calabria si staccano di staccano di tre centimetri all’anno. C’è una faglia sismica importante che li separa”. 

Gli architetti: “Ponte o tunnel, purché si faccia”

Un ponte o un tunnel purché si faccia. Lo afferma all’AGI Rino La Mendola, vicepresidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori in merito alla proposta lanciata ieri dal premier Giuseppe Conte di realizzare un tunnel sottomarino tra Sicilia e Calabria. “Al momento una posizione ufficiale degli architetti non c’è perché l’idea è stata lanciata ieri e non c’è stato il tempo di un confronto. Posso dire che riteniamo assolutamente necessaria una infrastruttura di collegamento con la Sicilia, che sia un ponte o un tunnel sottomarino. Sarebbe di grandissima importanza per lo sviluppo del Sud, per far arrivare l’Alta velocità ferroviaria sull’isola”.     

Tuttavia, evidenzia La Mendola, “non posso non manifestare la mia perplessità che se ne parli ora dopo aver speso 320 milioni di euro di soldi dei contribuenti” per gli studi di fattibilità sul ponte, “dopo una discussione che dura da decine di anni e più di 30 governi”.  Si tratta, evidenzia, “di un collegamento importante, imprescindibile perché la Sicilia possa esercitare il ruolo di cerniera mediterranea, di porto d’Europa. Oggi le imbarcazioni che arrivano dall’Asia attraversano il canale di Suez, ignorano la Sicilia e l’Italia, oltrepassano Gibilterra e raggiungono i paesi del Nord Europa. Questo significa ignorare e mortificare la posizione strategica dell’Italia come cerniera del Mediterraneo. Tutto questo perché mancano le infrastrutture, non ci sono collegamenti, mancano i porti. I mercantili fanno prima ad andare per mare piuttosto che scaricare la merce in Sicilia sapendo che ci vorrà un secolo per raggiungere il Nord Europa”.

Per Legambiente anche il tunnel sarebbe l’ennesima cattedrale nel deserto

“Il governo Conte punta sul tunnel mentre i governi Berlusconi puntavano sul ponte ma” per quanto riguarda lo Stretto di Messina “nulla cambia: il problema è sempre uguale. Una volta che arrivi a Messina o a Reggio Calabria ti muovi nello stesso paese che c’era tra gli anni ’60 e ’70. Questo Paese, più che di parole e di annunci, ha bisogno di grande concretezza. È un Paese che non vuole più essere preso per i fondelli”. Così Stefano Ciafani, ingegnere ambientale e presidente nazionale di Legambiente, commenta con AGI la proposta del Premier di realizzare “un miracolo di ingegneria, una struttura leggera ed eco-sostenibile e nel caso anche sottomarina”. 

Agi