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Decreti in Gazzetta Ufficiale,scattano sconti su benzina e diesel

AGI – Sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale i decreti che danno il via alla riduzione delle accise sui carburanti e quindi ai prezzi al distributore.

Il decreto ‘Misure urgenti per contrastare gli effetti economici e umanitari della crisi ucraina’ contiene le norme per gli sconti: “Riduzione delle aliquote di accisa sulla benzina e sul gasolio impiegato come carburante” l’articolo 1. Il provvedimento entra in vigore da oggi. L’adeguamento del taglio di 25 centesimi di euro al litro sull’accise di benzina e gasolio entrerà in vigore domani, il giorno successivo della pubblicazione in Gazzetta.

La riduzione di aliquota delle accise, si legge, “si applica dal giorno di entrata in vigore del presente decreto e fino al trentesimo giorno successivo alla medesima data”. Ma è previsto che fino al 31 dicembre 2022 le aliquote di questi tributi potranno essere rideterminate senza dover ricorrere a un decreto legge ma solo con un provvedimento ministeriale.

Il decreto contiene anche aiuti in favore delle imprese per l’acquisto di energia, con misure specifiche per le imprese energivore e gasivore. Ci sono poi misure per l’accoglienza dei profughi.


Decreti in Gazzetta Ufficiale,scattano sconti su benzina e diesel

 La guerra in Ucraina potrebbe cambiare per sempre l’agricoltura italiana

AGI – La guerra in corso in Ucraina potrebbe provocare conseguenze a lungo termine per l’agricoltura italiana. A spiegarlo all’AGI è il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, intervenuto a LetExpo, la fiera del trasporto e della logistica sostenibile a Verona.

“Per anni – sottolinea Prandini – abbiamo avuto un sistema europeo spinto dalla logica della globalizzazione accelerata, che ci ha fatto puntare spesso sulla delocalizzazione di produzioni e aziende. Una logica sbagliata e fallimentare. In Europa abbiamo avuto dei sostegni contributivi erogati quando le imprese non producevano”.

Adesso, con la guerra scatenata dalla Russia, “capiamo l’importanza di essere aperti ma senza delocalizzare risorse e settori strategici”. Insomma, secondo Prandini, “l’Italia deve puntare ad aumentare la sua autosufficienza produttiva”.

La guerra tra Mosca e Kiev penalizza le filiere di grano e mais, ma non per quello che si pensa. “Da questi due Paesi – sottolinea il presidente della Coldiretti – importiamo il 5% di grano tenero e il 18-20% di mais. Sugli aumenti di pasta e pane il vero problema non è il grano, ma il boom del costo energetico, che impatta anche sul settore dei fertilizzanti, dove Russia e Ucraina sono tra i maggiori produttori al mondo”.

In questo campo “gli aumenti dei concimi chimici sono già superiori al 180%. E c’è un rischio approvvigionamento“. E poi “è vero che importiamo poco in termini percentuali sul grano tenero da Russia e Ucraina, ma sono il terzo produttore mondiale quindi la situazione va a incidere su altri mercati e, di riflesso, sul nostro”.

Dallo sblocco dei terreni agricoli ‘a riposo’, decisa dall’Ue, Coldiretti ha “stimato che si può recuperare un milione di ettari di superficie, su 12 milioni totali di terre coltivabili”. Poi creando “dei bacini di accumulo dell’acqua, nell’arco di 6-7 anni possiamo pensare di arrivare a una buona autosufficienza dall’estero”. Ora, conclude Prandini, “bisogna sfruttare il Pnrr” e “incentivare la capacità produttiva, investendo su temi come digitalizzazione, agricoltura di precisione, cisgenetica e Nbt”. 


 La guerra in Ucraina potrebbe cambiare per sempre l’agricoltura italiana

Si parla di un’accisa mobile per frenare il costo del carburante

AGI – Il governo “sta valutando l’ipotesi di praticare sui carburanti un’accisa mobile” “al fine di contenere l’impatto sui consumatori finali” dell’aumento dei prezzi legato alla guerra in Ucraina. Lo ha sottolineato il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, nel corso dell’informativa nell’Aula del Senato. “Poiché c’è stato un maggior gettito Iva questo potrebbe essere utilizzato per ridurre le accise e ottenere una riduzione del prezzo alla pompa”, ha spiegato Cingolani. Ma, ha aggiunto “sappiamo che operare sui carburanti è molto complesso”.

Come funziona l’accisa mobile

La misura semplifica (ma soprattutto rende vincolante nella sua applicazione) il meccanismo di sterilizzazione dei perversi effetti moltiplicatori degli aumenti del prezzo industriale dei carburanti sull’Iva, che insiste in percentuale fissa sulla sommatoria tra prezzo industriale e accisa. È un meccanismo già introdotto con la legge Finanziaria del 2008 ma rimasto finora inapplicato.

Tre anni per fare a meno del gas russo

“Nel lungo termine, a partire dal prossimo inverno, sarebbe necessario sostituire completamente 30 bcm di gas russo con altre fonti. Sebbene questo sia possibile in un orizzonte minimo di 3 anni, tramite misure strutturali, per almeno i prossimi due inverni sarebbe complesso assicurare tutte le forniture al sistema italiano” ha sottolineato Cingolani.

“In questo momento il flusso di gas dalla Russia è il più alto mai registrato. La fornitura è assolutamente costante in tutta Europa, l’Europa sta continuando ad acquistare gas, la fornitura continua”, ha assicurato il ministro. “Se la materia è la stessa non e possibile mi costi cinque volte di più perché stiamo mettendo in ginocchio gli operatori. Certo, non c’è qualcuno in Italia che sta facendo una cosa sbagliata, il problema è di questi hub che non lavorano sulla materia prodotta ma scambiando certificati. È solo una grande speculazione da parte di certi hub. È un problema molto serio che non sta mettendo in ginocchio solo l’Italia ma tutti Paesi europei”, perché “a parità di gas oggi pago un euro mezzo a metro cubo mentre un anno fa 30 cent, e questo sta mettendo tutti in ginocchio”, ha aggiunto il ministro.

“Si è sollevata una riflessione sul fatto che l’Europa continua a comprare gas dalla Russia, la fornitura è continua e si parla di pagamenti da oltre un miliardo di euro giorno, che in periodo di guerra ha implicazioni che vanno oltre il settore energetico. Il price cap sul gas uguale per tutta l’Europa sarebbe una grande notizia”.

Per ridurre di 20 miliardi di metri cubi le importazione di gas dalla Russia nel breve medio termine il governo valuta “un incremento fino a 9 miliardi di metri cubi l’anno”. “Per far questo – ha spiegato il ministro – è indispensabile un accordo con il Governo algerino per ottenere forniture aggiuntive via gasdotto all’Italia al posto dell’attuale export di Gnl verso altri mercati. La missione del Ministro degli esteri in Algeria del 28 febbraio ha esplorato con successo tale possibilità, prevedendo anche la possibilità di future importazioni addizionali di gas a fronte di nuovi investimenti in attività di produzione di gas nel territorio algerino”.

Il contingentamento della domanda

Il Governo “potrebbe intervenire anche con misure di contingentamento della domanda e di accelerazione dell’efficientamento energetica” ha sottolineato il ministro della Transizione ecologica, “sono ipotizzabili misure di flessibilità sui consumi di gas (ad esempio l’interrompibilità nel settore industriale, che però può agire per brevi periodi settimanali in caso di picchi della domanda) e sui consumi di gas del settore termoelettrico (dove pure esistono misure di riduzione del carico in modo controllato) e misure di contenimento dei consumi negli altri settori”.

Inoltre, ha proseguito Cingolani, “si potrebbe avere un “incremento delle importazioni di energia elettrica dal Nord Europa, per ridurre il consumo di gas del parco termoelettrico italiano”. “C’è una riflessione avviata su possibili misure strutturali per eliminare la dipendenza totale di importazioni dalla Russia” (in linea con il pacchetto europeo RePower Eu che è in corso di finalizzazione) e tra queste “c’è la possibilità di un raddoppio della capacità Tap“.

Il nodo dei rigassificatori

Le misure strutturali che il governo sta valutando, ha spiegato Cingolani, comprendono: “nuova capacità di rigassificazione su unità galleggianti ancorate in prossimità di porti, realizzabile in 12-18 mesi (dall’ottenimento delle autorizzazioni) per circa 16-24 miliardi di metri cubi. Tale soluzione è più rapida e flessibile rispetto a terminali onshore, e di minore costo per il sistema; nuova capacità di rigassificazione onshore. In particolare, sono anche realizzabili progetti per due terminali per complessivi circa 20 bcm anno di capacità, già autorizzati, in circa 36-48 mesi; raddoppio della capacità Tap. Questo ci permetterebbe di incrementare di circa 10 miliardi di metri cubi all’anno i flussi. Per far questo, sono necessari circa 45 mesi per incremento dei primi 2 bcm (tramite interventi in Albania) e circa 65 mesi per l’incremento di ulteriori 8 bcm (ulteriori interventi in Albania e Grecia e alcuni interventi sulla rete italiana)”. 

 


Si parla di un’accisa mobile per frenare il costo del carburante

Dal grano al pane, il prezzo aumenta fino a 13 volte

AGI – Dal grano al pane il prezzo aumenta di 13 volte tenuto conto che per fare un chilo di pane occorre circa un chilo di grano, dal quale si ottengono 800 grammi di farina da impastare con l’acqua per ottenere un chilo di prodotto finito. È quanto lamenta la Coldiretti nel commentare l’analisi di Assoutenti che rileva un prezzo medio del pane in Italia di 5,31 euro al kg con punte di 9,8 euro al chilo.

Un chilo di grano tenero ha raggiunto infatti in Italia – sottolinea la Coldiretti – il valore massimo di 40 centesimi al chilo su valori influenzati direttamente dalle quotazioni internazionali a differenza del pane che evidenzia una estrema variabilità dei prezzi lungo la penisola.

Una dimostrazione che a pesare sul prezzo finale del pane per oltre il 90% sono altri fattori come l’energia, l’affitto degli immobili e il costo del lavoro piuttosto che la materia prima agricola.

Peraltro il prezzo del grano per effetto della speculazione è sceso dell’8,5% nell’ultima settimana nonostante il permanere delle tensioni internazionali con lo stop alle esportazioni deciso dall’Ungheria e dall’Ucraina e l’annuncio della Russia di sospendere le esportazioni fino al 31 agosto, secondo l’analisi della Coldiretti alla chiusura settimanale della borsa merci di Chicago che evidenzia come in una situazione di difficoltà dei mercati la speculazione si estende dall’energia alle materie prime agricole.

Una netta inversione di tendenza con il calo settimanale più rilevante dall’agosto 2016 che segue però – sottolinea la Coldiretti – il balzo del 40,1% delle quotazioni del grano nella settimana precedente. Un andamento – sottolinea la Coldiretti – che non significa il superamento delle difficoltà, ma piuttosto l’accresciuto interesse sul mercato delle materie prime agricole della speculazione che ha approfittato degli alti valori raggiunti per realizzare profitti.

Le speculazioni – spiega la Coldiretti – si spostano dai mercati finanziari in difficoltà ai metalli preziosi come l’oro fino ai prodotti agricoli dove le quotazioni dipendono sempre meno dall’andamento reale della domanda e dell’offerta e sempre più dai movimenti finanziari e dalle strategie di mercato che trovano nei contratti derivati “future” uno strumento su cui chiunque può investire acquistando e vendendo solo virtualmente il prodotto. Una speculazione sulla fame che nei paesi più ricchi provoca inflazione ma anche gravi carestie e rivolte nei Paesi meno sviluppati.


Dal grano al pane, il prezzo aumenta fino a 13 volte

Morning Bell: l’altalena della paura sui prezzi delle materie prime

AGI – I mercati salgono per il forte calo del prezzo del petrolio e in vista dell’incontro in Turchia tra i ministri degli Esteri di Russia e Ucraina, Lavrov e Kuleba. La situazione resta comunque molto incerta e caratterizzata da una forte volatilità. “Le azioni sono state vendute in modo piuttosto aggressivo per diversi giorni. Non so se”, rivela un analista, questo rialzo “cambierà in modo permanente la direzione delle cose”.

A guidare i ribassi del greggio è stata l’apertura dell’Opec a un aumento dell’offerta e la possibilità che l’Aie possa attingere nuovamente alle riserve strategiche. “Il mondo sta lavorando insieme per far fronte all’impennata dei prezzi del petrolio e questo ha messo una ‘toppa’ a breve termine sui rialzi del greggio” ha scritto in una nota Ed Moya, analista senior di Oanda.

Negli Usa primo voto al Congresso per approvare il budget, che finanzierà le attività del governo fino a settembre, nel provvedimento ci sono anche 14 miliardi di dollari per l’Ucraina. Intanto oggi c’è attesa sui mercati per la riunione della Bce e per l’uscita dei dati sull’inflazione Usa a febbraio,

I negoziati sull’Ucraina non saranno facili ma riprendono piede e questo piace ai mercati, dove è ritornata un po’ di propensione al rischio. Il prezzo dell’oro è sceso sotto i 2.000 dollari ed è in calo dello 0,8% a 1.975 dollari l’oncia. Chiusura in forte discesa per il gas naturale, che sulla piazza di Amsterdam, perde il 27,35% a 155,88 euro, dopo aver ceduto oltre il 5% martedì scorso. Lo spread tra Btp e Bund scende sotto quota 148 punti, mentre il rendimento del decennale tedesco torna positivo. 

Gli analisti restano scettici sulla durata della flessione del prezzo del petrolio. “L’incertezza su dove e quando l’offerta riuscirà a sostituire la mancanza del greggio proveniente dalla Russia, il secondo più grande esportatore al mondo, in un mercato ristretto, non cambia le previsioni sull’andamento dei prezzi del petrolio, che oscillano tra 100 e 200 dollari al barile. Quindi, dire che il mercato del petrolio è confuso è un eufemismo: siamo in una situazione senza precedenti”, commenta Stephen Innes, managing partner di SPI Asset Management.

La forte volatilità dei mercati è legata al timore che le vicende belliche e i prossimi rialzi dei tassi possano frenare la crescita senza riuscire a raffreddare l’inflazione. Questo spiega anche l’andamento altalenante dei rendimenti dei Treasury decennali Usa che viaggiano all’1,94%, dopo essere scesi questa settimana sotto l’1,7%  e aver superato 4 settimane fa il 2% per la prima volta dall’agosto 2019. Tuttavia la vera preoccupazione dei mercati è un’altra: il rendimento del biennale Usa si attesta all’1,67% e lo spread tra il rendimento del Treasury a 2 anni e quello a 10 anni è ai minimi dall’inizio del 2020, il che è un brutto segno per i mercati che interpretano l’appiattimento della curva dei rendimenti come un segnale di recessione.

Negli scorsi anni le “recessioni” sono sempre state anticipate dall’inversione della curva dei tassi negli Usa. Per ora l’inversione sembra lontana, ma la curva si fa sempre meno “inclinata” e questo indica che il mercato vede all’orizzonte un rallentamento economico e di conseguenza la temibile stagflazione.

Che significa? Diciamo che un’economia è in stagflazione, quando soffre non solo per l’assenza di crescita ma anche per un forte rincaro dei prezzi. Gli economisti dell’istituto Kiplinger ora si aspettano che il Pil Usa quest’anno cresca solo del 4% quest’anno, dopo il 5,7% dedl 2021. BoFa invece prevede una crescita del 3,6% nel 2022 e Goldman Sachs si tiene ancora più bassa al 3,2%. Anche il 30% dei gestori di fondi ora si attendono una situazione di stagflazione entro i prossimi 12 mesi, contro il 22% del mese scorso.

“La stagflazione – sostiene Antonio Cesarano, chief strategist di Intermonte Partners – in questo contesto diventa uno scenario sempre più probabile almeno per l’Europa, anche se successivamente potrebbe interessare anche gli Usa”. In questa fase l’Europa è più a rischio in quanto risente maggiormente dei crescenti prezzi dell’energia, mentre a proteggere gli Stati Uniti è la sua autonomia in termini energetici.

L’effetto stagflazione comporterà un cambio di rotta nella politica delle banche centrali, che dovranno pensare di meno alle strette monetarie e di più a far ripartire l’economia. “Per prima comincerà la Bce – dice Cesarano – tra qualche mese potrebbe essere il turno anche della Fed, che prima però potrebbe tentare di avviare una breve fase di rialzo tassi/riduzione del bilancio”. 

È una giornata clou per i mercati. Nel pomeriggio, nel giro di poche ore, si riunisce la Bce, parla Christine Lagarde ed escono i dati sull’inflazione Usa a febbraio, che a loro volta saranno indicativi in vista della riunione della Federal Reserve del prossimo 16 marzo. Cosa farà oggi la Bce? Intanto probabilmente dirà che l’impatto della guerra renderà più soft la normalizzazione monetaria e potrebbe ritardare fino al 2023 la svolta restrittiva.

In altre parole potrebbe omettere di dare indicazioni sulla fine del Qe, cancellando l’ipotesi di uno stop agli acquisti da ottobre. Inoltre la Bce rivedrà le sue stime di crescita e di inflazione. Finora è trapelato che la crescita del Pil europeo quest’anno potrebbe subire un taglio dello 0,3-0,4% per via della guerra. Riguardo all’inflazione, che nell’area euro a febbraio ha toccato il massimo storico del 5,8%, la Bce dovrà dire se i prezzi saliranno intorno al 2% nei prossimi tre anni, o meno.

Sui tassi di interesse recentemente la Bce non aveva più escluso un rialzo dei tassi a fine anno. Tuttavia ha sempre detto che prima occorre finire il Qe e poi rialzare i tassi. Se però non verrà indicata una data di fine del Qe, allora implicitamente il rialzo dei tassi si allontanerebbe. Oggi c’è attesa anche per i dati sull’inflazione Usa, che a febbraio è prevista in rialzo dal 7,5% al 7,9% annuale.

L’inflazione ‘core’, quella con l’esclusione dei dati più volatili dei beni energetici e di quelli alimentari, dovrebbe salire dal 6% al 6,4% annuo. I riflessi sui mercati “Se uscirà un dato in linea con le attese – spiega Cesarano – la Fed a marzo rialzerà i tassi di un quarto di punto, come auspica Powell, se invece dovesse uscire un dato superiore all’8%, allora i mercati potrebbero entrare in fibrillazione, ipotizzando un rialzo dei tassi di 50 punti base”.


Morning Bell: l’altalena della paura sui prezzi delle materie prime

Perché pane, pasta e pizza sono diventati così cari negli ultimi giorni

AGI – Non solo metalli, gas e petrolio. Le tensioni innescate dal protrarsi della guerra in Ucraina impattano anche su alcune delle più importanti materie prime alimentari con un’offerta più limitata. Il conflitto solleva infatti problemi di approvvigionamento a lungo termine. Volano i prezzi del grano e dell’olio di palma. Rialzi anche per riso, zucchero e mais.

In particolare il grano tocca i massimi di 14 anni, al top da marzo 2008. I futures sul grano di Chicago sono saliti del 7,5% a 12,59 dollari per bushel. Da quando la Russia ha lanciato la campagna che chiama “operazione militare speciale” il 24 febbraio, i mercati delle materie prime sono aumentati.

Il mercato del grano è salito di oltre il 40% la scorsa settimana, il suo piu’ grande aumento settimanale. Il mais è salito del 2,7% a 7,75 dollari a bushel, la soia è salita del 2,1% a 16,95 dollari a bushel: entrambi sono ai massimi da settembre 2012. “Finché i combattimenti in Ucraina non finiscono, non ci si può aspettare che le esportazioni di grano e mais dall’Ucraina e dalla Russia riprendano”, ha detto un trader europeo che preferisce restare anonimo a Reuters.

La Russia e l’Ucraina forniscono anche l’80% delle esportazioni mondiali di olio di girasole, che compete con l’olio di soia. Balza anche l’olio di palma (+5,19%). I porti ucraini rimangono chiusi e i commercianti sono riluttanti a commerciare il grano russo dopo le sanzioni occidentali, cosi’ gli acquirenti stanno cercando fornitori alternativi. La domanda di esportazione di grano dell’Unione europea è aumentata la scorsa settimana e ci si aspetta che continui a crescere.


Perché pane, pasta e pizza sono diventati così cari negli ultimi giorni

La guerra in Ucraina fa impennare i prezzi di metalli e materie prime

AGI – L’invasione russa dell’Ucraina e le crescenti, dure sanzioni economiche contro Mosca hanno fatto salire alle stelle i prezzi di gas, oro e dei metalli come alluminio, rame, palladio e nichel, spingendoli a nuovi massimi storici.

Il barile del Brent del Mare del Nord ha sfiorato nella giornata di lunedì 7 marzo i 140 dollari all’inizio della seduta asiatica, vicino al record assoluto di 147,50 dollari raggiunto a luglio 2008, prima che le quotazioni dell’oro nero si calmassero un po’. Stati Uniti e Unione europea stanno “discutendo molto attivamente” la possibilità di fermare le importazioni di petrolio russo in risposta all’invasione dell’Ucraina, ha affermato domenica il ministro degli Esteri americano Antony Blinken.

Più cauta la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che ha evitato sinora di menzionare i divieti di importazione poiché la Russia fornisce il 40% del gas consumato nell’Ue. Il prezzo del gas di riferimento europeo, l’olandese Ttf, è balzato al nuovo record di 345 euro per megawattora (MWh) per poi ripiegare in mattinata a 260 euro, +34%.

Sulla scia dei prezzi dell’energia sono saliti anche quelli dei metalli prodotti in Russia, con l’alluminio che ha superato per la prima volta la soglia dei 4.000 dollari per tonnellata, mentre rame e palladio hanno toccato nuovi massimi storici rispettivamente a 10.845 dollari per tonnellata e 3.442,47 dollari per oncia.

All’apertura degli scambi, una tonnellata di alluminio con consegna in tre mesi ha raggiunto il picco di 4.073,50 dollari sul mercato dei metalli di base di Londra (London Metal Exchange, Lme). Il palladio e’ salito del 5,6% a 3.170,49 dollari l’oncia, dopo aver toccato il massimo storico di 3.172,22 dollari a inizio seduta.

La Russia rappresenta il 40% della produzione mondiale del metallo utilizzato dalle case automobilistiche nei convertitori catalitici per ridurre le emissioni. Anche i metalli industriali sono aumentati, trainati da forti guadagni. Il nichel, senza raggiungere gli ultimi picchi risalenti al 2007, è cresciuto di oltre il 25%, fino a toccare i 37.800 dollari, mentre le catene di approvvigionamento globali hanno cercato di valutare la possibile assenza di forniture dalla Russia, il terzo maggior produttore di nichel.

La situazione in Ucraina ha fatto impennare anche l’oro, bene rifugio per eccellenza, che ha superato i 2.000 dollari l’oncia, toccando il livello più alto da settembre 2020. Il forte aumento dei prezzi delle materie prime ha suscitato preoccupazioni per la crescita economica nei paesi che si stanno ancora riprendendo dalla pandemia di Covid.

“Purtroppo, in un ambiente stagflazionario, questo non è vero – ha osservato Jeffrey Halley, senior analyst di Oanda – il timore è che le proiezioni di crescita per il 2022 in tutto il mondo dovranno essere drasticamente riviste al ribasso e sarà interessante vedere cosa faranno le banche centrali del mondo”.

E ha spiegato: “La stagflazione si riferisce a paesi che stanno sperimentando un aumento simultaneo dell’inflazione e una produzione economica in stallo”. Ieri i combattimenti hanno impedito a circa 200.000 persone di evacuare la città ucraina assediata di Mariupol per il secondo giorno consecutivo, quando il presidente russo Vladimir Putin ha promesso di portare avanti la sua invasione a meno che Kiev non si arrenda.

Le partecipazioni del più grande fondo negoziato in borsa al mondo e garantito dall’oro, lo Spdr Gold Trust, sono aumentate dello 0,4% a 1.054,3 tonnellate venerdì scorso, al top da meta’ marzo 2021. 


La guerra in Ucraina fa impennare i prezzi di metalli e materie prime

La corsa delle imprese russe ai conti correnti in yuan  

AGI – Le imprese russe stanno cercando di aprire conti correnti presso le filiali russe delle banche cinesi per mitigare l’effetto delle sanzioni imposte a Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. Lo riferisce l’agenzia Reuters, che cita una fonte di una filiale moscovita di una banca cinese, che preferisce rimanere anonima, secondo cui tra le duecento e le trecento aziende russe si sono rivolte alla filiale della banca presso cui lavora.

La fonte bancaria si aspetta un aumento delle transazioni in yuan, anche se non è chiaro quanto diffusa sia la domanda di aprire i nuovi conti correnti presso le filiali in Russia delle banche cinesi.

A Mosca sono presenti le quattro principali banche cinesi: Industrial & Commercial Bank of China (Icbc), Agricultural Bank of China, Bank of China e China Construction Bank, che non hanno finora espresso commenti a riguardo.

Secondo un uomo d’affari cinese con importanti legami con la Russia, che preferisce rimanere anonimo, diverse aziende russe con cui lavora stanno cercando di aprire conti denominati in yuan, la divisa cinese.

“È semplice logica. Se non puoi usare i dollari o gli euro, e gli Stati Uniti e l’Europa smettono di venderti molti prodotti, non hai altre opzioni che rivolgerti alla Cina. Il trend è inevitabile”, ha dichiarato l’imprenditore citato dalla Reuters.

Il gruppo di trasporti e logistica russo Fesco ha già reso noto che accetterà pagamenti in yuan, dopo che alcune banche russe sono state bloccate dal sistema di pagamenti internazionale Swift, ma molti piccoli esportatori cinesi soffrono per il crollo del rublo – che ha perso quasi il 40% rispetto allo yuan nell’ultima settimana – e stanno sospendendo le consegne per evitare potenziali perdite.


La corsa delle imprese russe ai conti correnti in yuan  

I mercati restano instabili ma si riprendono dallo choc del lunedì nero

AGI – I mercati restano instabili, ma si riprendono dal terremoto del lunedì nero, anche perchè, dopo le dure sanzioni alla Russia e l’allerta nucleare, le truppe russe non sfondano in Ucraina, si comincia a intravedere qualche spiraglio diplomatico e l’esclusione di Mosca dallo Swift è allentata dalle deroghe al settore energetico, introdotte per proteggere gli acquisti di gas.

In Asia i listini salgono, con Tokyo che avanza dell’1,2%, Sydney dell’1,3%, Shanghai dello 0,4% e Hong Kong giù dello 0,1%. I future a Wall Street sono misti e poco mossi, dopo che ieri New York ha chiuso ancora volatile, anche se il Nasdaq è salito a +0,4%, grazie alla frenata del rendimento sui Treasury, sceso all’1,83%. A febbraio comunque Wall Street ha perso complessivamente il 3% a causa dell’invasione in Ucraina.

In Europa i future sull’EuroStoxx salgono dello 0,6%, dopo una chiusura in calo ma sopra i minimi di giornata. Intanto il peso della guerra comincia a farsi sentire soprattutto in Russia: code ai bancomat, carenza di dollari e rublo a picco. Il valore della moneta russa oggi si stabilizza, dopo aver chiuso ieri in calo del 22% e aver perso in precedenza circa un quarto del suo valore. Intanto la Banca Centrale è stata costretta a raddoppiare il tasso d’interesse dal 9,5% al 20% e ha chiudere la Borsa di Mosca.

Domani giornata clou, con Powell, Opec+ e inflazione Ue

Al di là della crisi ucraina i riflettori dei mercati restano puntati sulla giornata di domani, in cui si concentreranno i maggiori eventi della settimana. Nel pomeriggio, nel giro di poche ore, interverranno il ‘falco’ della Fed, James Bullard, il numero uno della Federal Reserve, Jerome Powell e il capo economista della Bce, Philip Lane. Poi avremo il comunicato finale della riunione dell’Opec+, che lascerà invariati gli aumenti di 400 mila barili al mese, anche se la Russia, vista la situazione, farà probabilmente solo finta di aderire a questi aumenti produttivi, continuando a estrarre greggio a suo piacimento. Inoltre usciranno i dati sull’inflazione preliminare dell’area euro, che a febbraio è attesa salire dal 5,1% al 5,3% annuale.  

 A guidare i prossimi passi dei mercati sarà soprattutto la Federal Reserve, la quale in qualche modo dovrà tener conto del conflitto in Ucraina, anche se con meno urgenza della Bce, visto che l’Europa risente dell’impatto economico della guerra più degli Stati Uniti. Il 16 marzo la Fed rialzerà i tassi e probabilmente lo farà di 25 punti base e non di mezzo punto percentuale, anche se ieri il presidente della Fed di Atlanta Raphael Bostic ha detto che, se l’alta inflazione persiste, la Federal Reserve potrebbe aver bisogno di rialzare i tassi di interesse di mezzo punto percentuale nella sua prossima riunione. “Oggi – ha detto Bostic – mentre parliamo, sono ancora a favore di una mossa di 25 punti base a marzo, ma le cose stanno cambiando in fretta, specie riguardo all’inflazione”. I mercati si apettano che nel 2022 la Fed rialzi i tassi almeno sei volte. Sui tagli del bilancio invece, che attualmente pesano circa il 40% del Pil Usa, c’è meno chiarezza. Domani, nella sua audizione davanti al Congresso, Powell qualcosa in proposito dovrà dirla. E qualcosa dovrà dirla anche sulla guerra, anche se per la Fed non rappresenta un problema grave come quello dell’inflazione, il quale resta il ‘nemico pubblico numero uno’. Intanto ieri Christine Lagarde ha ribadito il suo mantra che la Bce farà tutto ciò che “è necessario per garantire la stabilità dei prezzi e quella finanziaria nella zona euro“. Che significa? Di fatto, spiega Antonio Cesarano, global strategist di Intermonte Partners, la Bce “apre a un’ipotesi, che è ancora da definire, di fare qualcosa di straordinario in nome dell’emergenza. In altre parole la Bce, a causa della crisi ucraina, ammorbidirà il processo di normalizzazione monetaria”. Come ancora non si sa, lo sapremo alla riunione del prossimo 10 marzo. I mercati comunque danno per scontato che la Bce continuerà a comprare titoli del debito pubblico e non stabilirà una scadenza precisa agli acquisti. Lo dimostra la discesa dello spread, che ieri è sceso sotto i 160 punti.

Tuttavia Sberbank, Lukoil e Vtb quotate a Londra, hanno paurosamente sbandato. Sberbank è crollata di oltre il 75%, Gazprom ha dimezzato il suo valore e le azioni di Vtb a Londra verranno sospese se la banca russa resterà nella lista statunitense delle società sanzionate.
    Intanto il prezzo del petrolio vola, con il Brent intorno a quota 101 dollari, dopo aver toccato un nuovo massimo da 7 anni sopra 105 dollari. Si sgonfiano invece le quotazioni del gas, che ieri ha chiuso in rialzo del 5% dopo un’impennata a +37% in avvio di contrattazioni. Sempre alle stelle i prezzi di grano, mais e soia, i cui rialzi però rallentano a +1-2%. Cala dello 0,3% il prezzo dell’oro dopo il rally di ieri.

I russi cominciano a pagare il costo della guerra ed è salato

I russi cominciano a pagare i costi dell’invasione in Ucraina, un conflitto che finora il Cremlino aveva perfino evitato di chiamare ‘guerra’. E scoprono che i conti sono molto salati, sia quelli economici, sia quelli sociali. Il rublo è crollato, ieri in poche ore ha perso un quarto del suo valore. La gente è corsa a ritirare i contanti ai bancomat. I dollari sono scomparsi dalle principali banche del Paese. Aeroflot, la compagnia aerea nazionale, ha cancellato tutti i suoi voli verso l’Europa, dopo che decine di Paesi hanno chiuso il loro spazio aereo ai voli dalla Russia, isolando il Paese. Ad aggravare queste sofferenze è arrivata la decisione della Banca centrale russa, che ha più che raddoppiato il suo tasso di interesse chiave per ammorbidire l’impatto di potenziali sanzioni e rendendo difficile per la banca sostenere il rublo.

Inoltre l’istituto ha vietato agli stranieri di vendere titoli russi, ha ordinato agli esportatori di convertire in rubli la maggior parte delle loro entrate in valuta estera e ha chiuso la Borsa di Mosca per un giorno a causa della “situazione in via di sviluppo”. Come se non bastase, Shell, una società che per anni ha aiutato la Russia a trarre profitto dalle sue ricchezze energetiche, ha annunciato l’uscita da tutte le sue joint venture con Gazprom, la più grande società di gas naturale di proprietà statale della Russia, dopo che BP nel weekend ha fatto sapere di essere pronta a vendere la sua partecipazione nel gigante del petrolio Rosneft. Volvo ha reso noto che avrebbe interrotto la produzione presso la sua fabbrica di camion in Russia, e Mercedes-Benz l’ha imitata abbandonando la sua partnership con un produttore di camion russo.

Perfino Walt Disney, Sony e Warner Bros hanno bloccato le loro future uscite cinematografiche in Russia. “La realtà economica è cambiata”, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ai giornalisti, annunciando che Putin aveva indetto una riunione di emergenza con i suoi alti funzionari finanziari. Tutte queste mosse frenetiche sono il segno che le sanzioni imposte alla Russia dall’Occidente nel fine settimana stanno scuotendo le fondamenta dell’economia russa. Le decisioni degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’Unione europea che limitano l’accesso della Banca centrale russa a gran parte dei suoi 643 miliardi di dollari di riserve in valuta estera hanno vanificato gli sforzi del Cremlino per attenuare l’impatto di potenziali sanzioni. Di fronte alle difficoltà che le sue armate trovano ad avanzare vittoriosamente in Ucraina e all’instabilità economica, alcuni analisti temono che Putin, che ha già alzato i toni ordinando l’allerta nucleare, possa intensificare il conflitto con l’Occidente utilizzando nuove minacce militari, o altri mezzi, come gli attacchi informatici.


I mercati restano instabili ma si riprendono dallo choc del lunedì nero

La Russia fuori dallo Swift si rischia un’arma a doppio taglio

AGI –  L’esclusione della Russia dal circuito di pagamenti Swift è una delle misure sul tavolo per punire il paese dopo l’invasione dell’Ucraina, ma la sanzione potrebbe non essere così efficace come si pensa per le sue ramificate implicazioni sul sistema degli scambi internazionali, tanto da poter diventare un’arma a doppio taglio.

A fare il punto sull’argomento è uno studio pubblicato nei giorni scorsi dall’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, firmato da Luca Fantacci e Lucio Gobbi. La Russia, puntualizzano gli autori, si sta già di fatto preparando a questa eventualità, avendo sviluppato dal 2014 a questa parte dei circuiti alternativi di pagamento che attenuerebbero gli effetti negativi della sanzione, che anzi potrebbe finire per ritorcersi contro i paesi occidentali.

Lo Swift (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) è un consorzio internazionale di banche con sede in Belgio che collega attraverso una rete informatica circa 11.000 istituzioni finanziarie in oltre 200 paesi di tutto il mondo. Il consorzio fu costituito nel 1977 per evitare che l’infrastruttura dei pagamenti internazionali fosse monopolizzata dall’americana Citibank e ha sempre agito come una società privata. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle del 2001 però gli Stati Uniti ne chiesero l’accesso per rintracciare la rete di finanziamento dei fondamentalisti islamici. 

L’importanza dell’uso di Swift in un quadro sanzionatorio è emersa nel 2012, quando su pressione degli Usa venne disconnesso il sistema bancario dell’Iran, nell’ambito delle misure studiate per fermarne il programma nucleare. Swift blocca non solo i paesi ma anche gli intermediari che, in violazione delle sanzioni, effettuino transazioni con i soggetti colpiti, diventando così un’arma economica potente.

Il caso russo presenta però caratteristiche diverse. Già nel 2014, con l’invasione in Crimea, alcune banche locali sono state inserite dagli Stati Uniti in una lista nera. La banca centrale russa sviluppò allora un proprio sistema di pagamento, Mir, che intermedia circa il 25% di tutte le transazioni nazionali con carta, ma che è difficilmente utilizzabile all’estero.

In seguito il governo russo ha sviluppato un’altra rete di pagamenti, il System for Transfer of Financial Messages (SPFS) che nel 2021 ha intermediato circa 13 milioni di messaggi tra i più di 400 intermediari finanziari aderenti al sistema (tra cui Unicredit e Deutsche Bank) per un totale pari al 20% dei trasferimenti nazionali. Nel caso in cui le banche russe fossero disconnesse da Swift il sistema finanziario russo potrebbe appoggiarsi inoltre al sistema di pagamento interbancario transfrontaliero cinese (CIPS), gestito dalla People’s Bank of China, che ha utenti in oltre cento Paesi.

Nel 2014, ricorda lo studio dell’Ispi, quando l’Europa chiese che la Russia fosse sconnessa da Swift le autorità russe stimarono che il provvedimento avrebbe comportato una riduzione del Pil del 5%. “Oggi – si afferma – il quadro è diverso. Grazie a Mir, i pagamenti interni al Paese non sarebbero colpiti. E anche gli effetti sulle relazioni esterne sarebbero parzialmente attenuati dal ricorso a Spfs e Cips. Tanto che lo stesso Medvedev, che nel frattempo è diventato vicepresidente del Consiglio di Sicurezza, ha dichiarato che le transazioni finanziarie ‘diventeranno più difficili, ma non sarà una catastrofe’.

In compenso, l’esclusione di un Paese da Swift avrebbe ripercussioni sugli Stati che comminano le sanzioni. Il blocco dei pagamenti in entrata e in uscita imporrebbe un’interruzione non soltanto dei traffici commerciali, ma anche delle transazioni finanziarie. Perciò l’ipotesi di un’esclusione della Russia ha suscitato la preoccupazione delle banche europee, in particolare di quelle francesi e italiane, che sono esposte complessivamente per circa 50 miliardi di dollari ugualmente ripartiti fra i due Paesi e che, nell’evenienza di un blocco, non potrebbero ottenere il pagamento di quei crediti. Un blocco indiscriminato rischierebbe così di tradursi in una moratoria dsui debiti esteri della Russia”. 

Inoltre, come ricorda il Wall Street Journal, le valute digitalizzate della banca centrale o altri token come il bitcoin potrebbero essere accelerati per svolgere un ruolo più importante nei pagamenti globali.

Alla lunga, l’utilizzo del sistema dei pagamenti come arma – conclue lo studio Ispi “rischia di essere costoso per i Paesi che la utilizzano assai più che per quelli che la subiscono: il ricorso sistematico a questo strumento, non solo colpisce tanto gli uni quanto gli altri, ma incentiva la ricerca di alternative e finisce per minare alla radice l’utilizzo del dollaro come moneta internazionale e l’assetto geopolitico che su tale egemonia monetaria si regge”.

La difficoltà di procedere in questo senso è stata confermata oggi da un portavoce del governo tedesco, secondo cui sospendere la Russia avrebbe un impatto enorme sulle transazioni per la Germania e le imprese tedesche in Russia. La Germania non è l’unico paese ad avere riserve sull’esclusione della Russia da Swift, ha spiegato, affermando che anche l’Italia e la Francia ne avevano alcune.


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