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Nell’edilizia è diventato più conveniente fermare i cantieri che tenerli aperti

AGI – “Non è chiaro ancora a tutti, ma molto presto ogni cittadino se ne renderà conto: con i prezzi dei materiali fuori controllo, per le imprese edili è diventato più vantaggioso fermare i cantieri avviati piuttosto che proseguirli“. Lo ha detto il presidente di Ance Fermo, Massimiliano Celi, parlando dell’aumento incontrollato dei prezzi delle materie prime e dei contratti “blindati da prezzari di riferimento di per sé già bassi”.

Per spiegare l’impatto, il presidente degli edili fa alcuni esempi: “Il legno, arrivando dal nord Europa, subisce il rincaro dei trasporti. Normalmente il tavolame per i ponteggi costa 280 euro al metro cubo, ora è passato a 500 euro. Il costo del ferro è passato da circa 1.05 al chilo dal fornitore a 1,60. Sembra poco, ma il ferro non si compra a chili, quindi l’aumento è grande”.

E poi il cemento, “su cui impattano il costo del gas dovuto al conflitto in Ucraina e la speculazione finanziaria”, e il calcestruzzo, “che dal primo maggio aumenterà di 15 euro al metro cubo”. L’Ance ha chiesto un incontro al commissario straordinario per la ricostruzione post sisma, Giovanni Legnini: “Ha parlato di un aumento massimo del 15% rispetto al prezzario cratere 2018, ma noi avevamo chiesto il 25%, altrimenti è impossibile coprire i costi”.

Celi ha evidenziato un ulteriore problema: “Non ha senso un prezzario unico per quattro regioni. Se in Abruzzo la manodopera ha un costo minore, chiaro che gli aumenti impattano meno. Aggiungiamoci pure gli sgravi fiscali ed ecco che le Marche sono doppiamente penalizzate”. “È preferibile non lavorare e attendere a tempo indeterminato che i prezzi delle materie prime diminuiscano tornando ai livelli di fine 2020“, ribadisce il presidente di Ance Fermo.


Nell’edilizia è diventato più conveniente fermare i cantieri che tenerli aperti

Pagamenti e prelievi con il bancomat bloccati in tutta Italia

AGI – Sono stati segnalati problemi per i pagamenti e i prelievi con carte bancomat in tutta Italia. Molti cittadini hanno lamentato sui social malfunzionamenti: non hanno potuto effettuare pagamenti sui Pos presso gli esercizi, con carte bancomat o carte di credito di numerosi istituti di credito.

Il gruppo Nexi, contattato dall’Agi, fa sapere che si è trattato di un malfunzionamento tecnico dovuto a un problema del fornitore Ibm. Problema che ha provocato blocchi per circa mezz’ora. Il servizio, assicura il gruppo, è ora regolare ed è stato garantito il massimo impegno “per fare ripartire il prima possibile” il sistema.

(Aggiornato alle ore 13.34)


Pagamenti e prelievi con il bancomat bloccati in tutta Italia

Parte da Ravenna la nuova iniziativa Prosumer Road di Eni

AGI – Con la prima tappa di Ravenna, Eni lancia “Prosumer Road”: un ciclo di incontri con le associazioni dei consumatori, le Istituzioni e i rappresentanti di Confindustria sui temi dell’energia, della transizione e dell’economia circolare. L’iniziativa intende promuovere il confronto tra le diverse componenti della società civile e industriale in un’ottica di sostenibilità e integrazione, attraverso degli incontri nei territori in cui Eni è presente.

L’obiettivo è quello di riflettere sul ruolo del cittadino quale protagonista della dimensione energetica, avviando un dialogo sulle soluzioni disponibili e sulle prospettive a breve e medio termine per accelerare il processo di transizione nell’attuale contesto energetico e ambientale e garantendo al contempo la sicurezza nella disponibilità di fonti energetiche accessibili a tutti e a costi competitivi.

La prima tappa ha aperto le porte del distretto centro-settentrionale Eni a Ravenna, dove si sono affrontate soluzioni per la decarbonizzazione e per la sicurezza energetica. I temi dell’incontro sono stati il contesto energetico, il ruolo del gas e le innovazioni tecnologiche: dalla cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica alla produzione dell’elettricità attraverso il modo ondoso.

Al termine dell’incontro si è svolta la visita presso la centrale di Casalborsetti. Attraverso questi workshop, informa l’azienda, Eni vuole raccontare le proprie attività mostrando come queste siano improntate al rispetto per l’ambiente, alla sicurezza e all’economia circolare, coinvolgendo le realtà locali per fornire il proprio contributo alla transizione ecologica. Eni opera a Ravenna dal 1952, anno della prima scoperta di gas, e da allora si è sviluppato un distretto industriale di rilevanza internazionale, in equilibrio con le altre eccellenze del territorio quali il turismo e le tipicità agro-alimentari.


Parte da Ravenna la nuova iniziativa Prosumer Road di Eni

Per il gas la Lombardia dipende dall’estero per il 54%. La media nazionale è del 40% 

AGI – La Lombardia dipende dall’energia estera più della media del resto delle regioni italiane. Secondo i dati forniti all’AGI dall’assessorato lombardo all’Ambiente, infatti, la quota di energia importata è dell’85%, mentre per quanto riguarda l’Italia è del 77%. Ed è soprattutto l’esposizione sul gas che è molto sbilanciata: il 54% del fabbisogno regionale, rispetto al 40% a livello nazionale.

“La maggiore dipendenza dal gas – dichiara all’AGI l’assessore lombardo all’Ambiente e Clima, Raffaele Cattaneo – è legata a due fattori: innanzitutto abbiamo già metanizzato tutte le centrali termoelettriche, che non vanno più a carbone e quindi inquinano meno; la seconda ragione è che abbiamo ‘metanizzato’ il territorio regionale e quindi aumentato consumo gas sia per usi civili che industriali”.

Questo “potenzialmente crea al momento una situazione di maggiore debolezza: se si bloccano i rubinetti dalla Russia, in Lombardia sono a rischio circa 6,5 miliardi di metri cubi di gas sul totale di 16,3 miliardi del nostro fabbisogno”. Dunque, secondo Cattaneo, “dobbiamo spingere verso una maggiore autonomia energetica, che in Lombardia vuol dire innanzitutto investire sulle fonti rinnovabili”. Un’operazione che “serve per ragioni ambientali e serve anche per ragioni geopolitiche, per ridurre la dipendenza dall’estero. Questa è la politica su cui vogliamo investire di più, ovviamente con un equilibrio necessario nel mix energetico”. 

In Italia, nel 2020, la domanda primaria di energia (prodotti energetici estratti o ricavati direttamente da risorse naturali), è stata pari a 143,5 Mtep, di cui circa i 3/4 oggetto di importazione. La domanda di gas naturale è stata pari a 71,3 miliardi di metri cubi, di cui il 40% di importazione russa (pari a circa 28,5 miliardi di mc). In totale la domanda primaria di gas copriva il 40% del fabbisogno, il petrolio il 33% e le rinnovabili il 20%.

In Lombardia, invece, la domanda primaria di gas naturale era pari al 54% del fabbisogno totale regionale (pari a 24,5 Mtep), superiore al livello medio nazionale. Seguivano il petrolio al 21% e le rinnovabili al 15%. 

Gli ambiti di utilizzo del gas naturale in Lombardia, la cui domanda primaria nel 2020 è stata pari a 16,3 miliardi di metri cubi (pari a circa il 23% del valore nazionale), riguardano: per 8,2 miliardi di mc (50,4%) la rete di distribuzione (utenze civili e piccola industria); per 5,6 miliardi (34,3%) l’industria (grandi utenze industriali e impianti di produzione energetica industriali per autoconsumo; per 2,5 miliardi (15,3%) il termoelettrico (parco impiantistico di produzione energia elettrica).


Per il gas la Lombardia dipende dall’estero per il 54%. La media nazionale è del 40% 

Morning bell: cosa si aspettano i mercati

AGI – Si preannuncia una seduta negativa per i mercati globali, dopo che ieri Wall Street ha chiuso in deciso calo. Gli investitori si preparano alla stretta della Federal Reserve, pronta ad agire velocemente e in modo più aggressivo per frenare l’inflazione, e attendono di conoscere le indicazioni che proverranno dalle minute della banca centrale che verranno pubblicate nel pomeriggio. Sullo sfondo restano le preoccupazioni per l’evoluzione della guerra in Ucraina.

Oggi, 42esimo giorno del conflitto, si guardano agli effetti delle nuove dure sanzioni e azioni politiche internazionali nei confronti di Mosca come la “cacciata” del personale diplomatico russo da molte capitali, in risposta agli orrori di Bucha. Secondo il sindaco Vadym Boichenko, la situazione è diventata invivibile. “Siamo oltre la catastrofe umanitaria”, ha detto. Di questa pagina oscura del conflitto si è parlato anche al Consiglio di sicurezza Onu, dove ieri è intervenuto anche il presidente Zelensky e dove la Russia ha continuato a respingere le accuse; ma è allarme anche a Mariupol, sotto assedio da circa 40 giorni, e dove la situazione umanitaria è sempre peggiore anche dopo le pause concesse nei giorni scorsi per l’evacuazione di migliaia di civili; in città restano 120 mila persone.

Intanto tutta l’attenzione sul terreno dell’azione militare resta concentrata sull’Est del Paese: la linea del fronte del Donbass resta stabile ma gli osservatori internazionali e la difesa ucraina continuano ad essere in attesa di un’imminente offensiva russa, suggerita dai preparativi in corso e dallo spostamento delle forze dal Nord del Paese, cominciata da diversi giorni. Gli osservatori militari internazionali concordano sul fatto che la battaglia a Est sarà decisiva per l’esito della guerra. La stabilità di una delle principali linee del fronte nel Donbass, la regione dell’Est dell’Ucraina da cui è partito il conflitto, è stata constatata dai giornalisti sul posto che rilevano anche la forte pressione legata alla prospettiva di un’offensiva imminente.

In particolare, le forze ucraine tengono le posizioni difensive attorno al centro di Krasnopilia, sulla strada che collega Izyum (città conquistata dai russi) alle città di Sloviansk e Kramatorsk, che restano sotto il controllo ucraino ma sono il prossimo obiettivo, tanto che agli abitanti di Sloviansk le autorità locali hanno suggerito di lasciare le proprie abitazioni.

Secondo l’intelligence Britannica, gli ucraini hanno riconquistato una gran parte del Nord del Paese, forzando i russi a lasciare le aree di Chernihiv e del nord di Kiev. Anche nelle zone riconquistate, pero’, continuano i combattimenti anche se secondo la Difesa sono di intensità inferiore rispetto ai giorni scorsi. Nella regione di Kharkiv, l’istituto americano degli studi sulla guerra prevede che i russi si ritireranno da Sumy nel giro di pochi giorni. Restano salde le posizioni russe a Kherson, anche se le truppe di Mosca hanno subito perdite e gli ucraini hanno guadagnato terreno in qualche parte della regione.

Le attenzioni degli investitori sono quindi puntate alla riunione dei ministri Nato prevista per oggi, che potrebbe dare il via anche ad un inasprimento delle sanzioni: la stessa von der Leyen, ieri ha fatto sapere che si sta studiando anche un divieto sull’import del petrolio russo. Il presidente ucraino invece interverrà al parlamento irlandese. Conflitto a parte, il focus dei mercati di oggi è puntato agli Usa.

Minute della Fed

Oggi i verbali della riunione di marzo, quando i tassi sono stati rialzati dello 0,25%, dovrebbero dare indicazioni su quanto verrà deciso a maggio. Sono rafforzate intanto le aspettative su una mossa più vigorosa, e quindi in un ritocco all’insù dello 0,50%. Lo estesso componente del Consiglio dei governatori della Federal Reserve, Lael Brainard – che è in attesa di un voto di conferma come vicepresidente della Fed e viene generalmente annoverata tra le “colombe”, ossia tra coloro che sono più propensi a mantenere una politica accomodante – ha affermato che la banca centrale è “pronta a intraprendere un’azione più forte, se gli indicatori dell’inflazione indicano che tale azione è giustificata”. Brainaird ha anche affermato che la Fed potrebbe iniziare a “ridurre il bilancio a un ritmo rapido già nella riunione di maggio”

Rendimenti treasury

Dopo Brainard, i rendimenti dei Treasury sono schizzati, con il rendimento a 10 anni che è salito al di sopra del 2,5%, raggiungendo il massimo da quasi tre anni. BORSE ASIATICHE. Il Nikkei giapponese perde l’1,45%, mentre l’indice MSCI più ampio delle azioni dell’Asia-Pacifico al di fuori del Giappone è sceso dell’1,4%. Hong Kong cede l’1,31%, Shanghai è sotto la parità a -0,03%, e quello sulla Cina continentale perde lo 0,61%. Pesa su Shanghai anche il fatto che il lockdown proseguirà senza un termine ben definito per colpa dell’aumento dei contagi da Covid.

Borse europee

Le Borse europee si avviano ad un inizio di seduta negativa, con i future dell’Eurostoxx 50 che viaggiano in rosso cedendo lo 0,18%. Quelli sull’Ftse 100 perdono invece lo 0,04% mentre quelli sul Dax lasciano sul terreno lo 0,24%.

Petrolio

Procedono misti e contrastati i futures del petrolio, dopo che le nuove sanzioni sulla Russia hanno sollevato le preoccupazioni dell’offerta, alimentando i timori di una domanda più debole. Quelli sul Brent sono in rialzo dello 0,23% a 106,88 dollari al barile mentre quelli sul WTI cedono lo 0,06% a 101,90 dollari al barile, ma prima erano scesi fino a 100 dollari. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno preparato nuove sanzioni su Mosca per le uccisioni di civili nel nord dell’Ucraina, che il presidente Volodymyr Zelenskiy ha descritto come “crimini di guerra”. La Russia ha negato di aver preso di mira i civili.

Secondo gli analisti, le preoccupazioni sono alimentate dalla rigidità dell’offerta, dato che gli Stati Uniti e l’Europa stanno intensificando le sanzioni sulla Russia. E sono montate anche dopo i lockdown a Shanghai, nonchè dal dollaro più forte e dall’aumento delle scorte di greggio degli Stati Uniti. Secondo gli analisti, i prezzi del petrolio rimarranno probabilmente intorno ai 100 dollari al barile per un po’ di tempo per i timori circa la domanda e le aspettative di una tregua in Medio Oriente durante il mese del Ramadan, ma potrebbero salire di nuovo dopo il Ramadan e appena l’alta stagione turistica degli Stati Uniti prenderà il via.

Wall Street

I future sono ora misti, dopo la chiusura di ieri in deciso calo, con l’indice S&P 500 e il Nasdaq appesantiti dai titoli tech per l’impennata dei rendimenti dei Treasury seguita alle dichiarazioni da ‘falco’ della ‘colombà della Fed Lael Brainard. Il Dow Jones è sceso dello 0,80% a 34.642,36 punti, lo S&P 500 ha perso l’1,19% a 4.528 punti e il Nasdaq è crollato del 2,26% a 14.204,17 punti. Allo stesso tempo, le preoccupazioni per ulteriori sanzioni contro la Russia hanno continuato a pesare sul sentiment degli investitori, dopo che l’Europa si è impegnata a vietare le importazioni di carbone russo dopo le atrocità commesse alla periferia di Kiev.

Effetti sanzioni

Ieri la Commissione europea ha presentato un quinto pacchetto di sanzioni, che comprendono il divieto di importazioni di carbone, legno, prodotti chimici e altri prodotti per un valore di circa 9 miliardi di euro all’anno. Inoltre è stato proposto un divieto di esportazione verso la Russia per un valore di altri 10 miliardi di euro l’anno per semiconduttori, computer, tecnologia per il gas Gnl e altre apparecchiature elettriche e di trasporto. Gli Stati Uniti hanno annunciato che la Russia non potrà ripagare il suo debito con i dollari detenuti nelle banche statunitensi. La Borsa di Mosca ieri ha reagito cedendo a picco, di oltre il 3%. 


Morning bell: cosa si aspettano i mercati

Tra pandemia e guerra non c’è pace per ristoranti e bar

AGI – Ci mancava solo che la guerra, dopo due anni di pandemia. È il refrain di queste settimane che si rincorre di bocca in bocca in tutti i settori economici e commerciali. E dove le prospettive di ripresa ancora languono. In particolare nel mondo della ristorazione, che i due anni di pandemia hanno particolarmente avvilito nelle consuetudini: ci si continua a muovere meno da casa e si consumano preferibilmente pranzi e cene tra le mura domestiche mentre sembra aver preso piede anche l’abitudine a sfruttare il delivery.

Tutto questo è anche dovuto al protrarsi della pandemia, visti i progressivi aumenti dei contagi delle ultime settimane. Il quadro attuale lo fotografa bene il Rapporto Ristorazione 2021 di Fipe Confcommercio secondo cui ad oggi sono “oltre 23mila le aziende che hanno cessato la loro attività nel solo 2021, una cifra che – sommata a quella del 2020 – arriva a un totale di 45mila locali che hanno chiuso i battenti nel periodo della pandemia, confermando l’andamento dell’anno precedente”.

Tutte chiusure che hanno come contraltare anche una compressione delle nuove imprese: solo 8.942 nel 2021. E quelle che ci sono state, hanno risentito enormemente della stagione pandemica: oltre il 30% delle attività aperte nel 2019 non ci sono più. Del resto, turismo e ristorazione i settori più colpiti dall’emergenza coronavirus, con perdite (rispetto al 2019) che sfiorano i 34 miliardi di euro nel 2021, che diventano 56 miliardi se si considera il biennio appena trascorso.

Per quanto riguarda il turismo internazionale, le perdite si assestano a meno 23 miliardi di euro e colpiscono soprattutto le città d’arte. Si tratta di cifre che solo in minima parte risultano bilanciate dalla crescita dei consumi domestici: appena 7 miliardi. Si stima infatti che queste perdite interessino la produzione agroalimentare per un valore di circa 15 miliardi.

Tutti questi numeri incidono anche sulla perdita di posti di lavoro e la riduzione degli impiegati nell’intero comparto: sono 193mila in meno rispetto al 2019, in particolare donne e giovani, gli anelli più fragili della catena lavorativa. Almeno un terzo delle imprese denuncia infatti di aver perso personale, cifra da leggere alla luce d’una ristorazione – quella italiana – fatta principalmente di aziende a conduzione familiare, in cui solo il 40% ha dipendenti.

Alla perdita di posti di lavoro, s’accompagna la difficoltà di trovare personale, soprattutto professionalizzato e formato: il rapporto parla di 4 aziende su 10 che lamenta la mancanza di candidati validi. Tuttavia, si legge nell’indagine Fipe, nella paralisi del settore incide anche il caro materie prime e l’energia ha la sua incidenza: l’87% degli imprenditori registra aumenti della bolletta energetica fino al 50% e del 25% per i prodotti alimentari mentre i rincari sono assorbiti, allo stato attuale, dagli esercenti: a febbraio 2022, lo scontrino medio è salito del 3,3% rispetto a un incremento generale dei prezzi del 5,7%.

Oltre metà (56,3% di bar e ristoranti) non rivedrà a breve al rialzo i propri listini, ma sarà a breve inevitabile, oltre che necessario, per poter remunerare correttamente i dipendenti. Le prospettive sono poi ancora più incerte dallo scenario di guerra che impatta sulle produzioni alimentari, materie prime energetiche.


Tra pandemia e guerra non c’è pace per ristoranti e bar

L’inflazione aumenta ancora: +1,2% a marzo su febbraio, +6,7% sull’anno

AGI – Continua a correre l’inflazione, che a marzo accelera per il nono mese consecutivo. Secondo le stime preliminari dell’Istat, questo mese l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dell’1,2% su base mensile e del 6,7% su base annua (da +5,7% del mese precedente). Un aumento che non si registrava dal 1991.

L’accelerazione dell’inflazione su base tendenziale è dovuta anche questo mese prevalentemente ai prezzi dei beni energetici (la cui crescita passa da +45,9% di febbraio a +52,9%), in particolare a quelli della componente non regolamentata (da +31,3% a +38,7%), e, in misura minore, ai prezzi dei beni alimentari, sia lavorati (da +3,1% a +4,0%) sia non lavorati (da +6,9% a +8,0%) e a quelli dei Beni durevoli (da +1,2% a +1,9%); i prezzi dei beni energetici regolamentati continuano a essere quasi doppi di quelli registrati nello stesso mese dello scorso anno (+94,6%, come a febbraio).

I Servizi relativi ai trasporti, invece, registrano un rallentamento (da +1,4% a +1,0%). L'”inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, accelera da +1,7% a +2,0% e quella al netto dei soli beni energetici da +2,1% a +2,5%.

Su base annua accelerano in misura ampia i prezzi dei beni (da +8,6% a +10,2%), mentre quelli dei servizi rimangono stabili (+1,8%%); si allarga quindi il differenziale inflazionistico negativo tra questi ultimi e i prezzi dei beni (da -6,8 punti percentuali di febbraio a -8,4).

L’aumento congiunturale dell’indice generale è dovuto, per lo più, ai prezzi dei beni energetici non regolamentati (+8,9%) e in misura minore dei beni alimentari lavorati (+1,0%), dei servizi relativi ai trasporti (+0,9%), dei beni durevoli (+0,7%) e degli alimentari non lavorati (+0,6%).

L’inflazione acquisita per il 2022 è pari a +5,3% per l’indice generale e a +1,6% per la componente di fondo. Secondo le stime preliminari, infine, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) aumenta del 2,6% su base mensile, prevalentemente per effetto della fine dei saldi invernali, di cui il Nic non tiene conto, e del 7,0% su base annua (da +6,2% di febbraio). 

 


L’inflazione aumenta ancora: +1,2% a marzo su febbraio, +6,7% sull’anno

Il lockdown di Shanghai manda giù i prezzi del petrolio, occhi sull’Opec

AGI – I prezzi del petrolio si indeboliscono, appesantiti da una chiusura parziale di Shanghai per la nuova ondata di Covid, che potrebbe giustificare la politica dell’Opec di aprire modestamente le valvole del greggio. Il Brent del Mare del Nord, con consegna a maggio, cede il 3,6% a 116,24 dollari. Il Wti scende del 4% a 109,34 dollari. “Il calo dei prezzi di oggi è dovuto principalmente alle preoccupazioni sulla domanda, ora che la metropoli cinese di Shanghai è entrata in una fase di parziale restrizione” per il coronavirus, ha detto Carsten Fritsch, un analista di Commerzbank.

La capitale economica cinese che conta 25 milioni di persone sta affrontando la peggiore impennata di Covid-19 da due anni. La città ha scelto di imporre un blocco in due fasi: gli abitanti di Shanghai che vivono nella parte orientale della città sono confinati nelle loro case fino al 1 aprile mattina. Da quella data sarà il turno della parte occidentale. “La rigida politica cinese di Covid zero porterà a ripetuti blocchi nei principali centri d’affari, il che difficilmente lascerà indenne la domanda di petrolio della Cina”, ha aggiunto Carsten Fritsch.

L’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) e i suoi alleati (Opec+), che si riuniscono giovedì, “presterà particolare attenzione alla situazione del Covid in Cina”, ha affermato Victoria Scholar, analista di Interactive investor. I membri dell’Opec+ si rifiutano di aumentare significativamente la loro produzione per alleggerire il mercato, attenendosi a un aumento graduale di 400.000 barili al giorno ogni mese. “Un ulteriore contenimento potrebbe essere usato per giustificare la strategia del cartello di aumentare lentamente e costantemente l’offerta al mercato, nonostante le richieste di accelerazione”, ha aggiunto. 


Il lockdown di Shanghai manda giù i prezzi del petrolio, occhi sull’Opec

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I videogiochi in Italia valgono 2,2 miliardi di euro

AGI – Il settore dei videogiochi in Italia vale 2 miliardi e 243 milioni di euro, in crescita del 2,9% rispetto al 2020. L’avanzamento non era scontato, visto il confronto con un’ annata – causa pandemia – da record. Sono i dati dell’IIDEA, l’Associazione che rappresenta l’industria dei videogiochi in Italia.

Software e hardware

Il segmento software si riconferma il più forte del mercato, con un valore di 1,8 miliardi di euro, ossia l’80% del totale. Rispetto al 2020 è rimasto sostanzialmente piatto, a causa – ha spiegato Juan Insausti Alonso De Celada, account manager Iberia & Italy di Sparkers – di un leggero calo nelle vendite. La flessione non è dovuta tanto alla disaffezione dei giocatori quanto alla mancanza di nuove uscite. “Da un lato gli editori sono in attesa di un maggior numero di console distribuite sul mercato, dall’altro si sono accumulati ritardi dovuti alla pandemia”.

A sorreggere il segmento sono stati i giochi per smartphone e tablet. Con una crescita dell’8,7%, le app valgono 762 milioni di euro, a un soffio dal valore combinato dei software per pc e console (771 milioni). Restano invece ancora una nicchia le piattaforme di streaming.

L’hardware, con 442 milioni di euro, costituisce il 20% del mercato. ma nel 2021 ha registrato una crescita a doppia cifra (+12,1%). Merito soprattutto dell’ultima generazione di console. Positivo anche l’andamento degli accessori (+3,3%). Lo scorso anno, ad esempio, i videogiocatori italiani hanno speso quasi 58 milioni in gamepad, poco meno di 20 per gadget audio, circa 12 per volanti e altrettanti per sedute e postazioni.

Meno giocatori, più tempo di gioco

Il numero dei videogiocatori è leggermente diminuito. Probabile che alcuni si siano avvicinati durante il lockdown a un mondo che hanno abbandonato poco dopo. I videogiocatori restano comunque 15,5 milioni, più di una persona su tre fra i 6 e i 64 anni.

Se la platea si è ristretta, è aumentato il suo coinvolgimento: ogni utente ha giocato, in media, per 8,7 ore a settimana, mezz’ora in più rispetto al 2020. Chi ha una console ci ha giocato in media per 8 ore (con un picco di 9 sulla Nintendo Switch). Più contenuto il tempo dedicato alle app (oltre 5 ore), che comunque supera quello speso davanti ai pc (quasi 4 ore e mezza).

I dispositivi mobili sono però i più utilizzati, con 9 milioni di videogiocatori italiani. Seguono pc e console domestiche, con 6,9 milioni di utenti. Resiste il segmento delle console portatili, utilizzate da 1,4 milioni di persone.

Donne e trentenni: dove crescere

Il 56% dei giocatori è composto da uomini e il 44% da donne. La differenza di genere resta pronunciata per quanto riguarda l’uso di console e pc (i maschi sfiorano il 60%). C’è invece molto più equilibrio nei giochi per smartphone e tablet, dove il 47% degli utenti è donna.

Il “fattore D” potrebbe non solo aumentare la platea ma anche cambiare la geografia dei titoli di maggior successo. Nelle console, infatti, i videogiochi più venduti sono tipicamente maschili: azione e sport, con Fifa 2022, Grand Theft Auto V e Fifa 21 in cima alle vendite.

Sulle app, per ragioni di utilizzo ma anche di pubblico, il quadro cambia. Il riequilibrio di genere è quindi uno degli spazi di crescita. L’altro riguarda l’età. C’è infatti una forte polarizzazione in due fasce: 15-24 e 45-64 anni si spartiscono – praticamente alla pari – quasi la metà dei videogiocatori italiani.

È l’ennesima conferma (se mai ce ne fosse bisogno) che i videogame non sono un passatempo per ragazzini ma, come afferma Marco Saletta, Presidente di IIDEA, “uno dei più interessanti e innovativi media di intrattenimento”. LA polarizzazione conferma anche, come sottolineato da Eduardo Mena, research director di Ipsos MORI, che c’è grande margine, soprattutto tra i 25 e i 44 anni.  


I videogiochi in Italia valgono 2,2 miliardi di euro