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NATURAL TRAINER Sensitive in Vendita

Cibo per cani Trainer Natural Sensitive No Gluten Medium e Maxi Adult con Agnello

 

NATURAL TRAINER Sensitive

Alimento completo ed equilibrato per cani adulti di taglia media e grande.

Per un’alimentazione ottimale giorno dopo giorno: Natural Trainer Sensitive No Gluten Adult Medium/Maxi con Agnello fa sì che il vostro cane assuma tutti i nutrienti di cui ha bisogno per una vita attiva. Le crocchette sono preparate per cani adulti appartenenti a razze di taglia media e grande e grazie alla loro ricetta priva di glutine sono anche adatte per cani con sensibilità digestive.
Natural Trainer Sensitive No Gluten Adult Medium/Maxi con Agnello è formulato con agnello come sola fonte di proteine animali e componenti che supportano la funzionalità digestiva tra cui i cereali integrali, i prebiotici e l’estratto di ananas 100% naturale. La spirulina, insieme ai minerali, alle vitamine e alle proteine, aiuta a supportare la vitalità del cane. È privo di zuccheri aggiunti, coloranti e conservanti ed è indicato come alimento completo per l’alimentazione quotidiana.

Tutte le caratteristiche di Natural Trainer Sensitive No Gluten Adult Med/Max con Agnello:

  • pregiato alimento secco per cani adulti di taglia media e grande
  • indicato per cani con sensibilità digestiva
  • formulato con una sola fonte di proteine animali: agnello come sola fonte proteica animale
  • con cereali integrali, prebiotici ed estratto d’ananas 100% naturale: aiuta la funzionalità digestiva
  • senza glutine
  • con spirulina, che insieme alle proteine, ai minerali e alle vitamine, supporta la vitalità del cane
  • con semi di lino, alga, magnesio e Boswellia serrata: aiutano a prendersi cura delle articolazioni
  • completo ed equilibrato: adatto come alimento completo per l’alimentazione quotidiana
  • senza: zuccheri aggiunti, coloranti e conservanti
  • nutrizione senza cruelty test

 

Natural trainer sensitive in vendita

Kkr, il fondo Usa  da 200 miliardi di dollari quotato a New York

AGI  – Più di 200 miliardi di dollari amministrati, un ‘team’ composto da quasi 1.500 impiegati e consulenti, oltre 470 analisti capaci di pilotare e consigliare investimenti tramite una rete dislocata in 20 città di 16 diverse nazioni in 4 continenti. Sono i numeri che tracciano il profilo di Kkr, il fondo statunitense in procinto di acquistare una partecipazione nella rete secondaria di Tim per un importo stimato in circa 1,8 miliardi di euro.

Fondato nel 1976 a New York da Jerome Kohlberg Jr. e dai cugini Hwenry e George R. Roberts, in quasi 45 anni di storia Kkr ha effettuato investimenti in oltre 160 società che spaziano dai settori delle infrastrutture (uno dei più gettonati dal fondo) all’energia, dal real estate al credito. Nel suo portafoglio figurano investimenti in società del calibro di Alliance Boots, Del Monte, Kodak, Prosiebensat1 e Axel Springer, il gruppo media tedesco di cui nell’agosto dello scorso anno KKr è diventato il maggiore azionista staccando un assegno di 3,2 miliardi di dollari per una quota del 43,54% del capitale.

Nel 2007, invece, Kkr fu artefice dell’acquisizione di Txu, un’operazione che risultò fino a quel momento il più grande buyout della storia. Dal luglio del 2010 è quotato alla Borsa di New York. 

 

Agi

Ci vorrà un secolo per colmare il ‘gender gap’ dei salari nel mondo

AGI – La parità di salario è stabilita dalle leggi, ma nei fatti la differenza retributiva tra uomini e donne è di oltre 3.000 euro lordi annui a sfavore delle lavoratrici. Secondo i dati dell’Osservatorio JobPricing, ma anche del Global Gender gap Report del World Economic Forum, di Eurostat e del Parlamento europeo, l’Italia resta in fondo alle classifiche.

Senza interventi almeno 70 anni per chiudere il gap

Secondo il Cnel, senza interventi normativi, l’assorbimento del differenziale sarà conseguito nell’arco di almeno 70 anni. Per ridurre il gender pay gap, il ministero del Lavoro intende allora mettere in campo degli incentivi sulla retribuzione di risultato che portino le imprese ad adottare indici di produttività gender oriented. L’empowerment femminile è uno degli argomenti su cui la ministra Nunzia Catalfo si sta maggiormente concentrando in vista del piano di riforme da presentare all’Europa per avere accesso agli stanziamenti del Recovery Fund.

La strategia del ministro Catalfo

L’obiettivo è favorire l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro attraverso la programmazione di incentivi alle assunzioni, con contratti di lavoro a tempo indeterminato, a tempo determinato, di apprendistato professionalizzante o di mestiere, per il triennio 2020-2022. Catalfo punta anche alla creazione di percorsi formativi fondati sull’acquisizione di nuove competenze, con particolare riguardo all’accesso alle discipline Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria, matematica), in grado di rispondere ai nuovi fabbisogni occupazionali. Al tempo stesso, per Catalfo va incentivata la permanenza nel mercato del lavoro delle lavoratrici madri.

Ciò mediante la creazione di specifici incentivi al mantenimento occupazionale al rientro dalla maternità, il contrasto al part-time involontario, alle dimissioni “in bianco” e la promozione di strumenti di condivisione delle responsabilità genitoriali e dei carichi di cura, come il rafforzamento del sistema dei servizi socio-educativi per la prima infanzia (nidi e micronidi) e di servizi per la long-term care.

Le proposte del Cnel

Il presidente del Cnel ed ex ministro del Lavoro Tiziano Treu ritiene che la proposta di Catalfo di incentivi sulla retribuzione di risultato possa “andare bene” ma “bisogna capire come fare”. “Si deve procedere con attenzione, coinvolgendo le parti sociali”, avverte. “I premi sono calcolati spesso con sistemi complessi e alcuni indici di calcolo della produttività possono avere pregiudizi maschilisti. Occorre quindi vedere i criteri di produttività nei contratti nazionali e aziendali, coinvolgendo molto le parti: se si riscontrano pregiudizi non favorevoli bisognerebbe correggerli”.

Il Cnel si è occupato del problema e vi dedicherà un forum il 22 settembre: “La nostra proposta spiega Treu – è di far sì che le aziende forniscano i dati su retribuzioni e inquadramenti, in modo da conoscere realmente la condizione lavorativa delle donne in Italia e far aumentare la consapevolezza dei divari”. Ma fondamentale è potenziare l’offerta di servizi per l’infanzia, per favorire il mantenimento dell’occupazione femminile.

Cosa pensano i sindacati

Due proposte che trovano l’approvazione del sindacato: secondo la segretaria confederale della Uil Ivana Veronese, per superare le differenze salariali tra uomini e donne bisogna assicurare i servizi sociali necessari alle donne lavoratrici, raccogliere e analizzare i dati sulle retribuzioni e gli inquadramenti dalle imprese ma anche prevedere premialità per le aziende che mettono in atto politiche paritarie. La vice segretaria generale della Cgil, Gianna Fracassi, ritiene “positivo che la ministra del Lavoro si prenda in carico il tema della differenza salariale di genere” e assicura la disponibilità del sindacato “ad aprile un tavolo di confronto”. Secondo Fracassi per aumentare la partecipazione delle donne al lavoro e ridurre il divario di genere vanno ora utilizzate parte delle risorse del Recovery fund. 

Agi

Alleggerite o differite ecco le tasse in Europa al tempo del coronavirus

AGI.- Imposte sospese, differite o alleggerite: così nei principali Paesi Ue i governi sono venuti incontro a famiglie, imprese e lavoratori per attutire il colpo economico-finanziario della pandemia di Covid-19, riprogrammando anche il calendario dei pagamenti fiscali.

Francia

Parigi ha disposto un differimento di 3 mesi dei versamenti delle imposte dirette, dietro la compilazione di un semplice modulo da presentare in formato cartaceo all’Amministrazione fiscale, direttamente o per il tramite del proprio commercialista. Artigiani, liberi professionisti, micro imprenditori, dirigenti di piccole e medie imprese con meno di 250 dipendenti hanno fino al 31 dicembre per pagare le tasse – quelle dovute tra il 1 marzo e lo scorso 31 maggio, già rinviate una prima volta al 30 giugno – oltre alla possibilità di scaglionare i pagamenti sui prossimi tre anni. Per l’imposta sul reddito dei lavoratori, se il saldo dovuto è inferiore ai 300 euro, l’amministrazione fiscale lo preleverà dal conto bancario il 25 settembre. Se l’importo è superiore a 300 euro, procederà a quattro prelievi uguali tra il 25 settembre e il 25 dicembre.

Germania

In Germania, due leggi sull’assistenza fiscale hanno introdotto una serie di misure ad hoc. Con formale richiesta ogni contribuente può richiedere, entro il 31 dicembre, uno o più rinvii delle scadenze fiscali. Tra i principali punti delle leggi, c’è la possibilità per le aziende di richiedere una detrazione forfettaria del 30% dell’importo totale del reddito su cui è stata calcolata la base imponibile per i pagamenti anticipati 2019, quale riporto delle perdite registrate. È prevista una riduzione dell’imposta sul reddito in relazione al reddito da negoziazione a quattro volte la base imponibile commerciale, disponibile per il periodo di valutazione 2020. L’aliquota IVA è stata ridotta dal 19% al 16% e dal 7% al 5% per un periodo limitato dal 1 luglio al 31 dicembre 2020, oltre al posticipo della scadenza dell’IVA all’importazione, al 26 del mese successivo. è stato aumentato l’importo esentasse delle maggiorazioni fiscali commerciali a 200 mila euro.

Gran Bretagna

 A favore di tutte le imprese, in Gran Bretagna è stata predisposta una sospensione dei versamenti dell’imposta sul valore aggiunto in scadenza fino al 30 giugno, con possibilità di “recuperarli” entro la fine del 2020. A favore di tutti i lavoratori autonomi, il governo ha optato per lo slittamento di sei mesi della scadenza di versamento delle imposte sui redditi, dal 31 luglio 2020 al 31 gennaio 2021.

Spagna

In Spagna è stata disposta una sospensione dei versamenti in scadenza nel periodo compreso tra il 13 marzo e il 30 maggio 2020, a favore delle imprese e dei lavoratori autonomi con volume di affari fino a 6 milioni. Il provvedimento è stato applicato a tutti i versamenti – imposte sul reddito, Iva, ritenute – ma nel limite massimo di 30 mila euro.

La procedura di dichiarazione dei redditi, per quanti hanno entrate superiori a 22 mila euro, si è conclusa il 30 giugno. Nel contesto di una riforma fiscale “inevitabile” per ridurre debito e deficit pubblici e incrementare il gettito fiscale, come annunciato dal premier Pedro Sanchez, multinazionali e aziende più grandi vedranno le loro imposte aumentare. Il governo ha già dato il via libera a due nuove tasse, sui servizi digitali (Impuesto sobre Determinados Servicios Digitales – IDSD), ovvero una ‘tassa Google’, e sulle transazioni finanziarie che riguardano società quotate in borsa.

Agi

Dal Giappone agli Usa, l’impatto choc del Covid sull’economia mondiale

AGI – Con il dato di oggi del Giappone, tutte le principali economie mondiali hanno messo nero su bianco gli effetti del coronavirus sul loro Pil. Il crollo generalizzato dell’economia mondiale ha un’intensità maggiore di quello che seguì la crisi finanziaria del 2008. Ecco, nel dettaglio, l’andamento del prodotto interno lordo delle maggiori economie mondiali.

L’Ue e l’Italia

Dopo i dati dei vari Paesi, usciti alla spicciolata, è stata Eurostat a mettere ordine e a far capire l’impatto del Coronavirus sulla zona Euro: il calo del Pil sul trimestre precedente è stato del 12,1% dopo il 3,6% del periodo gennaio marzo.

Il dato dell’Italia è sostanzialmente in linea con quello dell’Eurozona, con un calo del 12,4%; peggio della Germania (-10,1%) ma meglio di Francia e Spagna, che rispettivamente hanno perso il 13,8 e il 18,5%. Per un Paese come la Polonia il Coronavirus ha significato la prima recessione dalla caduta del Comunismo, interrompendo 30 anni di crescita ininterrotta.

Il Regno Unito e gli Usa

Non è andata meglio ai Paesi anglosassoni. La principale economia mondiale, quella statunitense, è scivolata del 9,5% nel secondo trimestre, entrando ufficialmente in recessione e interrompendo un ciclo espansivo fra i più lunghi della storia.

La Gran Bretagna è fra gli Stati che sono stati colpiti più duramente dal virus, complice anche la gestione da parte del governo di Boris Johnson: nel secondo trimestre dell’anno, il pil del Regno Unito si è contratto di oltre un quinto, con un calo del 20,4%. 

I giganti asiatici

Ovviamente la pandemia da coronavirus non ha risparmiato l’economia cinese, nel Paese che è stato di fatto la ‘culla’ dell’epidemia che da mesi sconvolge il mondo. Al tempo stesso la Cina è l’unico Paese che e’ sfuggito alla recessione: il Pil è rimbalzato dell’11,5% nel secondo trimestre, dopo essere sceso del 10% nel primo. Rispetto all’anno precedente, il calo è stato del 6,8% nel primo trimestre, con un rimbalzo del 3,2% nel secondo: si tratta di livelli di crescita molto inferiori a quelli registrati da Pechino negli ultimi decenni.

Maxi calo anche per il Giappone: il governo di Tokyo ha annunciato stamattina che il Pil è sceso del 7,8%, terzo trimestre di fila di contrazione.

La Russia e gli altri del Brics

Anche a Mosca, da dove Putin ha annunciato il primo vaccino contro il Covid-19, i morsi del coronavirus si sono fatti sentire. Il calo del prodotto interno lordo nel secondo trimestre è stato dell’8,5% anno su anno, complice anche l’impatto che lo stop dell’economia mondiale ha avuto sull’industria petrolifera.

Brasile, India e Sud Africa devono ancora fornire i dati sul secondo trimestre dell’anno ma anche per loro le previsioni non sono rosee. Per il Brasile le stime indicano una caduta del Pil fra il 5,7 e il 6,5% per il 2020, dopo un primo trimestre a -1,5%. Il Sud Africa, fra gennaio e marzo, ha registrato una contrazione dell’economia del 2%, che rappresenta il terzo trimestre di fila in calo per il Paese. Anche in India, dopo un inizio d’anno ancora in crescita, con un aumento del Pil del 3,1%, le stime per l’intero 2020 prevedono una contrazione del 4,5%. 

Agi

Il Pil dell’Eurozona è calato del 12,1% nel secondo trimestre

AGI – Il Coronavirus e le misure prese dagli stati europei per frenarne la diffusioni hanno affossato il pil dell’area euro nel secondo trimestre, con un calo, rispetto a quello precedente, del 12,1%. A certificarlo è Eurostat,  che evidenzia anche un calo dell’11,7% del prodotto interno lordo dell’Unione Europea. Si tratta dei cali più ampi dal 1995, quando ha inizio la serie storica. Considerato che nel primo trimestre c’era già stata una contrazione dell’economia del 3,6% nell’area euro e del 3,2% nell’Ue, l’Europa è ufficialmente in recessione. 

Gli effetti su occupazione e commercio

Una frenata simile del Pil si fa sentire anche sulle dinamiche del mondo del lavoro: il numero di occupati nell’area euro è sceso nel secondo trimestre del 2,8% rispetto al primo trimestre, mentre nell’intera Ue il calo è stato del 2,6%; nei primi tre mesi dell’anno il tasso di occupazione era sceso rispettivamente dello 0,2 e dello 0,1%. 

Sul fronte delle esportazioni, invece, a giugno 2020 le misure di contenimento del Covid-19 messe in atto dagli Stati europei continuano hanno continuato ad avere un impatto significativo sul commercio internazionale, anche se “ci sono segni di miglioramento sul mese precedente”. La prima stima di Eurostat per l’export dell’area euro a giugno parla di un calo del 10% sullo stesso mese del 2019 a quota 170 miliardi. In calo del 12,2% le importazioni, pari a 149,1 miliardi. Con queste dinamiche l’Eurozona ha registrato 21,2 miliardi di surplus commerciale con in resto del mondo in lieve aumento sui 19,4 miliardi del giugno 2020. Il commercio all’interno dell’area euro è calato a 150,6 miliardi a giugno, con un calo del 7,3% sullo stesso mese del 2019. 

I dati Bankitalia su debito ed entrate tributarie

Sul fronte italiano da registrare i dati pubblicati dalla Banca d’Italia sul debito pubblico e sulle entrate nei primi sei mesi dell’anno. A fine giugno il debito delle Amministrazioni pubbliche era pari a 2.530,6 miliardi, con un incremento di 20,5 miliardi rispetto al mese precedente che riflette sostanzialmente il fabbisogno del mese (20,6 miliardi). Il debito delle Amministrazioni centrali è aumentato di 21,7 miliardi, quello delle Amministrazioni locali è diminuito di 1,2 miliardi e quello degli Enti di previdenza e’ rimasto sostanzialmente stabile. Rispetto al mese precedente, la vita media residua del debito è rimasta costante a 7,3 anni e la quota del debito detenuta dalla Banca d’Italia è aumentata di 0,7 punti percentuali, al 19,2 per cento.

Con la sospensione di alcuni versamenti fiscali disposta dai decreti approvati a partire dal mese di marzo e del peggioramento del quadro macroeconomico legata alla pandemia da Coronavirus, rallentano invece le entrate tributarie. A giugno quelle contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 26,2 miliardi, in diminuzione del 19,9 per cento (-6,5 miliardi) rispetto al corrispondente mese del 2019. Nei primi sei mesi del 2020 le entrate tributarie sono state pari a 169,9 miliardi, in diminuzione del 10,3 per cento (-19,4 miliardi) rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. 

Agi

Stretto di Messina, il Mit conferma: in corso analisi tecnica sul progetto di un tunnel

AGI – E’ in corso l’analisi tecnica di una proposta progettuale ricevuta dal Mit sul tunnel fra la Calabria e la Sicilia. E’ quanto si apprende da fonti del ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, che fanno sapere come su tale progetto sia impegnata la struttura tecnica di missione del dicastero. L’idea di un tunnel sullo Stretto, al posto di un ponte, era stata ipotizzata ieri dal premier, Giuseppe Conte, che aveva parlato della necessità di realizzare “un miracolo di ingegneria, una struttura leggera ed ecosostenibile e nel caso anche sottomarina”.

Parla l’ingegnere che ha presentato il progetto del tunnel

Il progetto del tunnel sotto lo Stretto di Messina, all’esame dei tecnici del Mit è quello presentato da presentato a metà giugno 2017 dall’ingegnere Giovanni Saccà, quando a guidare il ministero c’era Graziano Del Rio, che indicò come l’ipotesi del ponte non fosse la “principale” tra quelle da considerare per l’attraversamento dello Stretto di Messina. “E’ rimasto agli atti – spiega Saccà all’AGI – ma guardi che, semplicemente, noi abbiamo oggi la possibilità e gli strumenti per mettere in atto ciò che scrisse nel 1870 l’ingegnere Albero Carlo Navone”, quando ipotizzò “un tunnel sottomarino da realizzarsi tra Villa San Giovanni e Ganzirri, con una visione che, 150 anni dopo, consideriamo ancora moderna”.  L’ipotesi si fonda, dal punto di vista geormorfologico, sull’esistenza, nello Stretto, della Sella tra Villa San Giovanni e la Contrada Arcieri di Messina. “E’ una zona poco profonda – prosegue Saccà – che indica una continuità montuosa tra l’Aspromonte in Calabria e i Peloritani in Sicilia”. Alla profondità di soli 170 metri questa fascia continua di terreno è larga più di 2 km e può consentire, con copertura maggiore di 50 metri, la costruzione di tunnel subalvei (Tunnel Boring Machine), come aveva anche evidenziato la Società Stretto di Messina nel libro “The Messina Strait Bridge” Ed. Crc Press 2010.  Il tunnel costituirebbe un prolungamento del contratto di programma che riguarda la galleria Gioia Tauro-Villa San Giovanni. “Si tratta di allungarla per 4 km – spiega ancora all’AGI Saccà, dirigente a.r. del gruppo Fs e presidente della commissione Infrastrutture dell’ordine degli ingegneri della Lombardia – e farla risalire in Sicilia per altri 17, fino a farla collegare con i binari ferroviari per Catania e Palermo, con due stazioni sotterranee nel comune di Messina”. Quanto all’attraversamento per i veicoli, Saccà ipotizza “un secondo tunnel, ma più corto”, da realizzare dopo quello ferroviario.

Quanto ai tempi di realizzazione e ai costi, il tunnel verrebbe realizzato in circa 5 anni, con un esborso di 1,5 miliardi di euro, a cui “bisognerà aggiungere il costo di tutte le opere accessorie che dovranno essere realizzate sia in Calabria sia in Sicilia (nuove stazioni eccetera) e ovviamente le opere compensative che per queste verranno richieste”.     Il progetto solo tunnel, rispetto al ponte a campata unica di 3.300 metri, prevede “una riduzione consistente degli espropri, un minore impatto ambientale” rispetto al ponte a campata unica di 3.300 metri, non approvato dal Cipe, minori costi di gestione e manutenzione e di manutenzione ordinaria e straordinaria; minore dipendenza da condizioni meteorologiche”.    

Ma perchè, se è così conveniente, è stato finora scartato? “Mussolini voleva il ponte – risponde Saccà – Berlusconi voleva il ponte, il ponte è un simbolo. Il tunnel non lo vede nessuno”. 

Il no del presidente dell’Ordine degli Ingegneri

 Non è il caso di buttare all’aria “venti anni di studi di fattibilità” sul Ponte sullo Stretto: “dal punto di vista ingegneristico non ci sono stati progressi esterni tali” da cambiare la situazione. E’ l’opinione di Bruno Finzi, presidente dell’ordine ingegneri di Milano in merito all’idea di un tunnel sullo Stretto di Messina ipotizzata dal premier Giuseppe Conte. “Mio papà si rivolterebbe nella tomba perchè ha fatto più di venti anni di lavoro sulle varie analisi di fattibilità dell’attraversamento dello Stretto di Messina – afferma Finzi in un’intervista all’Agi – Si è parlato di ponte a più campate, ponte a campata unica, tunnel sotterraneo e tunnel sommerso, cosiddetto di Archimede”.

Ci sono stati, aggiunge, “venti anni di studio molto accurato che sono poi finiti nel determinare che la soluzione migliore era quella del ponte a campata unica, anche perchè non dimentichiamo che la Sicilia e la Calabria si staccano di staccano di tre centimetri all’anno. C’è una faglia sismica importante che li separa”. 

Gli architetti: “Ponte o tunnel, purché si faccia”

Un ponte o un tunnel purché si faccia. Lo afferma all’AGI Rino La Mendola, vicepresidente del Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori in merito alla proposta lanciata ieri dal premier Giuseppe Conte di realizzare un tunnel sottomarino tra Sicilia e Calabria. “Al momento una posizione ufficiale degli architetti non c’è perché l’idea è stata lanciata ieri e non c’è stato il tempo di un confronto. Posso dire che riteniamo assolutamente necessaria una infrastruttura di collegamento con la Sicilia, che sia un ponte o un tunnel sottomarino. Sarebbe di grandissima importanza per lo sviluppo del Sud, per far arrivare l’Alta velocità ferroviaria sull’isola”.     

Tuttavia, evidenzia La Mendola, “non posso non manifestare la mia perplessità che se ne parli ora dopo aver speso 320 milioni di euro di soldi dei contribuenti” per gli studi di fattibilità sul ponte, “dopo una discussione che dura da decine di anni e più di 30 governi”.  Si tratta, evidenzia, “di un collegamento importante, imprescindibile perché la Sicilia possa esercitare il ruolo di cerniera mediterranea, di porto d’Europa. Oggi le imbarcazioni che arrivano dall’Asia attraversano il canale di Suez, ignorano la Sicilia e l’Italia, oltrepassano Gibilterra e raggiungono i paesi del Nord Europa. Questo significa ignorare e mortificare la posizione strategica dell’Italia come cerniera del Mediterraneo. Tutto questo perché mancano le infrastrutture, non ci sono collegamenti, mancano i porti. I mercantili fanno prima ad andare per mare piuttosto che scaricare la merce in Sicilia sapendo che ci vorrà un secolo per raggiungere il Nord Europa”.

Per Legambiente anche il tunnel sarebbe l’ennesima cattedrale nel deserto

“Il governo Conte punta sul tunnel mentre i governi Berlusconi puntavano sul ponte ma” per quanto riguarda lo Stretto di Messina “nulla cambia: il problema è sempre uguale. Una volta che arrivi a Messina o a Reggio Calabria ti muovi nello stesso paese che c’era tra gli anni ’60 e ’70. Questo Paese, più che di parole e di annunci, ha bisogno di grande concretezza. È un Paese che non vuole più essere preso per i fondelli”. Così Stefano Ciafani, ingegnere ambientale e presidente nazionale di Legambiente, commenta con AGI la proposta del Premier di realizzare “un miracolo di ingegneria, una struttura leggera ed eco-sostenibile e nel caso anche sottomarina”. 

Agi

Taranto, 233 milioni per la ripresa produttiva della città

AGI – Con i decreti legge “Rilancio” ( già convertito) e “Agosto” (appena varato “salvo intese”), nonché con la seduta del Cipe del 28 luglio e il Consiglio dei ministri di ieri sera, taranto ha portato a casa, nel giro di un mese, un pacchetto di provvedimenti importanti per il rilancio della città e per cominciare a costruire una prospettiva di sviluppo diversa, meno condizionata dal siderurgico ArcelorMittal, ex Ilva, che resta comunque il problema numero 1. Sbloccati fondi per 233 milioni tra mobilità sostenibile, trasporti, mitigazione del rischio idraulico e base navale della Marina Militare, l’avvio del Tecnopolo per la ricerca, più 315 assunzioni per l’Arsenale Militare di Taranto. Intanto, nel decreto legge “Agosto” si mette un tassello anche per favorire la soluzione della vicenda ArcelorMittal prevedendo il coinvestimento dello Stato, attraverso Invitalia, accanto all’investitore privato. Vengono infatti liberate pro Invitalia risorse pari a 470 milioni di euro per entrare nella società siderurgica che non sarà più solo in capo al privato. Resta da vedere – ma questo lo si stabilirà prossimamente, dopo la ‘due diligence’ in corso sullo stato dei conti della società – se ArcelorMittal sarà in maggioranza o se invece questa apparterrà a Invitalia. I 470 milioni che Invitalia impiegherà nell’ex Ilva fanno parte del plafond di 900 milioni che tempo fa fu dato per intervenire nella crisi della Banca Popolare di Bari attraverso il Mediocredito centrale. Ma ne sono stati usati per l’operazione PopBari solo 430, quindi ne residuano 470 che ora Invitalia metterà nel capitale di ArcelorMittal dando così via al riassetto del gruppo, da perfezionarsi, in base all’accordo di marzo, entro novembre prossimo.  

La crisi del centro siderurgico resta grave 

    La crisi dell’azienda siderurgica resta intanto acuta e a soffrire molto è l’indotto-appalto che non viene pagato rispetto alle fatture scadute, tant’e che da ieri sera alle 23 una delle aziende di pulizia industriale, Alliance Green Service, ha sospeso le attività, tranne le urgenti, e lunedì mattina ci sarà, con la modalità call conference, un vertice tra ArcelorMittal, Confindustria Taranto, Camera di Commercio Taranto e i sottosegretari Mario Turco (presidenza del Consiglio) e Alessandra Todde (Mise). Le 315 assunzioni per l’Arsenale della Marina – che avverranno in un triennio – permettono invece di rafforzare la più antica industria della città, che, tra quota 100 e pensionamenti ordinari, stava ormai perdendo quote importanti di personale, soprattutto tecnico,  mettendo così a rischio la sua capacità di intervenire, per manutenzioni  e lavori, sulle navi della Marina. 

    Nei mesi scorsi, proprio in Arsenale, con l’apporto di personale diretto e delle aziende private, tra cui Fincantieri, è stato portato a termine l’ammodernamento della portaerei Cavour, nave ammiraglia, destinata ad ospitare sul ponte di volo gli F35. Un intervento da circa 70 milioni di euro. E Taranto, per la sua collocazione nel Mediterraneo, è la più importante base navale della Marina. Ruolo ora rafforzato con l’ok del Cipe, lo scorso 28 luglio, ai primi 79 milioni, su 200, per il potenziamento infrastrutturale della base di Mar Grande anche nella prospettiva dell’arrivo delle nuove unità.
   

Si consolida il polo della Marina Militare

   Tra Arsenale e base, si può dire che il polo di Taranto della Marina si consolida molto. Guarda invece alla ricerca scientifica, alla prospettiva di un’industria green e al coinvolgimento di ricercatori e Università, il Tecnopolo del Mediterraneo, per il quale ieri sera il Governo ha approvato lo statuto. Il Tecnopolo dovrà ora avere una sede e strutturarsi come attività, personale e iniziative da svolgere. Intanto, con la legge di bilancio 2020-2022 ha avuto una dote di 9 milioni. Nell’ottica della sostenibilità, infine, ma relativamente ai trasporti, i 150 milioni che Taranto ha avuto, divisi in più anni, col recente decreto “Rilancio”. Con l’intervento del ministero Infrastrutture e trasporti, 130 serviranno per la costruzione della prima delle due linee di Bus rapid transit (linee elettriche veloci che uniranno la città da un capo all’altro) e 20 infine per il potenziamento del parco bus tra elettrici e ibridi.  

Agi

Sempre più italiani si rivolgono a credito su pegno e compro oro

AGI – Complice la crisi legata alla pandemia da Coronavirus sono molti gli italiani che stanno cercando forme di credito alternative ai classici prestiti bancari o alla cessione del quinto. Negli ultimi mesi, a partire dal lockdown, è cresciuto dunque nettamente il numero di persone che si rivolgono al credito su pegno o che cercano di ottenere liquidità vendendo i propri oggetti preziosi ai compro oro.

Banca Sistema, tramite la propria controllata Pronto Pegno, è fra i principali operatori italiani su questo fronte e, recentemente, ha perfezionato anche l’acquisizione delle attività di pegno di Intesa Sanpaolo. “C’è sicuramente una netta accelerazione dei volumi se andiamo a fare un confronto con lo scorso anno”, spiega all’AGI il direttore di ProntoPegno, Giuseppe Gentile, partendo dai dati semestrali del gruppo.

I dati dei primi sei mesi

“Sul fronte dei volumi, al 30 giugno, la crescita è aumentata del 39% sull’anno precedente, con oltre 10,6 milioni erogati nel periodo e un totale di pegni che ammonta a 13,3 milioni”, dice Gentile, che osserva come a crescere siano sia “i pegni emessi che quelli rinnovati”. “Se a marzo e ad aprile, con il lockdown, vedevamo solo un forte impulso sui nuovi pegni, perché siamo stati i primi a spostare scadenze e gli interessi, a maggio e giugno abbiamo visto anche un’accelerazione dei rinnovi e dei riscatti”, racconta il direttore di ProntoPegno. 

Il mercato, nel 2019, valeva fra i 900 milioni e il miliardo di euro e solamente il 5% degli articoli finisce poi all’asta, mentre il 95% (ma oltre il 99% per la società del gruppo Banca Sistema) viene riscattato. “Dobbiamo vedere cosa succederà a ottobre”, continua Gentile. Se gli effetti negativi della pandemia sull’economia dovessero prolungarsi, potremmo assistere a un’ulteriore crescita, dopo un luglio (che storicamente è un buon mese per l’attività) a +15%. Affide, fra i principali operatori italiani ed europei, non fornisce numeri aggiornati: nel solo mese di maggio, tuttavia, è cresciuto del 18% il numero di operazioni registrate dal gruppo rispetto a febbraio.

I compro oro

Un netto aumento delle attività, secondo il presidente di Antico (l’Associazione Nazionale Tutela Comparto dell’Oro, ndr), Nunzio Ragno, si registra anche presso i ‘compro oro’. “Tengo a precisare che è un’attività molto diversa dal credito su pegno – premette – In ogni caso c’è un aumento delle richieste rispetto al periodo pre-Covid del 30-40%, con un’impennata dovuta a una fase di ristrettezze economico finanziarie”. A spingere al ricorso ai compro oro anche le quotazioni ai massimi storici del metallo prezioso, che porta “anche persone che non hanno bisogno di venderlo, ma che sono consapevoli di avere degli oggetti in disuso, a proporlo ai negozi o anche ai gioiellieri, magari sotto forma di permuta”, conclude Ragno. 

Agi

Le città d’arte non ripartono, 34 mln di presenze dall’estero in meno nel 2020

AGI – Le grandi città d’arte non ripartono. L’assenza dei turisti stranieri sta mettendo in ginocchio la loro economia, in particolare di quelle maggiori. Roma, Venezia, Firenze, Torino e Milano, che insieme valgono oltre un terzo del turismo italiano, si apprestano a perdere nel 2020 quasi 34 milioni di presenze dall’estero, con conseguenze importanti per tutta l’economia cittadina, soprattutto per le imprese dei centri storici. Lo stop dei visitatori causerà infatti una perdita di 7 miliardi di euro circa di spese turistiche complessive, di cui 4,9 miliardi a carico del settore alloggio, della ristorazione e delle attività commerciali e dei servizi.  A lanciare l’allarme è Confesercenti, su elaborazioni condotte sulla base delle previsioni di Tourism economics. Stime conservative, sottolinea una nota, che potrebbero rivelarsi ottimistiche in assenza di un avvio del recupero del flusso di viaggiatori entro la fine dell’anno.

– Il calo di visitatori, maglia nera a Venezia
La maglia nera va a Venezia: per la millenaria Serenissima, simbolo del turismo Made in Italy e solitamente tra le mete più ambite a livello globale, si prevede una diminuzione di 13,2 milioni di presenze, per un totale di 3 miliardi di euro di spesa turistica perduta. Segue Roma: per la Capitale le previsioni sono di 9,9 milioni circa di presenze in meno e 2,3 miliardi di consumi dei viaggiatori sfumati. A Firenze le perdite si attesteranno su -5 milioni di presenze e -1,2 miliardi circa di consumi. A Milano la contrazione di presenze dovrebbe invece arrivare sfiorare i 4 milioni, mentre per i consumi la riduzione sarà superiore ai 900 milioni di euro. A Torino, si stima un calo di oltre 800mila presenze e di 186 milioni di euro di spese turistiche.  

– L’aggravante smartworking
Alla flessione dei turisti stranieri – non compensati dagli italiani, che hanno preferito mete balneari e borghi – va sommato il contributo negativo derivante dal permanere di una quota elevata di lavoratori ancora in smartworking. Una quota destinata a non diminuire troppo fino alla fine dell’anno, visto il prolungarsi dello stato di emergenza e le incertezze complessive. In queste 5 città, che registrano oltre 6,5 milioni di occupati totali, Confesercenti stima un 13% di lavoratori agili, la cui assenza dai luoghi di lavoro sta causando la perdita di circa 250 milioni di euro al mese di spese per alloggio e ristorazione. Fino a fine anno, l’effetto smartworking farebbe perdere a queste imprese 1,76 miliardi di euro.

– De Luise, istituire zone zone franche urbane speciali
“Il turismo sta pagando un prezzo molto alto per l’emergenza scatenata dal Covid. Un duro colpo che si avverte in modo particolare nelle grandi città d’arte. Qui il combinato disposto di frenata dei viaggiatori e allungamento del lavoro agile rischia di far saltare i sistemi imprenditoriali locali. Soprattutto quelli legati alla spesa turistica: dai ristoranti ai bar, fino ai negozi dei centri storici”, spiega Patrizia De Luise, presidente nazionale Confesercenti.  “E’ una situazione di gravità eccezionale, che richiede misure straordinarie”, aggiunge De Luise, che chiede di “istituire delle zone franche urbane speciali nei centri storici dei Comuni di interesse culturale ad alto flusso turistico, che sono i più colpiti dall’onda lunga della crisi scatenata dall’emergenza Covid. Le zone franche dovrebbero consentire alle imprese che vi operano di godere di un sostegno speciale, sotto forma di un contributo da usare in compensazione dei versamenti tributari e contributivi. In questo modo”, conclude, “daremmo un po’ di ossigeno ad attività ricettive, servizi turistici, imprese del commercio e di ristorazione e bar, adesso in asfissia. Senza un intervento, migliaia di Pmi rischiano di saltare come birilli”.

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