Ultime news

Troppe pressioni su Libra: Mastercard, Visa e PayPal mollano Zuckerberg?

Libra cerca ancora equilibrio. Visa, Mastercard, Paypal e altri partner finanziari starebbero “riconsiderando” il proprio supporto alla moneta digitale promossa da Facebook. Nei giorni scorsi il Wall Street Journal ha riportato i dubbi delle prime due. Adesso il Financial Times aggiunge all’elenco la compagnia di servizi di pagamento digitali.

Tutte e tre, assieme ad altri 24 partner, fanno parte della Libra Association, l’organizzazione incaricata di gestire la valuta. I dubbi deriverebbero dai possibili contraccolpi legati a indagini e restrizioni imposte dai governi, sia negli Stati Uniti che in Europa. Eventulità che preoccupa soprattutto i partner finanziari, che si muovono in un ambiente molto regolamentato.

I dubbi di Visa, Mastercard e Paypal

Non sono arrivate conferme, né smentite. Ma ci sono diversi segnali. Primo fra tutti il silenzio di Mastercard e Visa. Le due società avrebbero scelto di tenere un profilo basso proprio per non fomentare l’attenzioni dei regolatori, nonostante Facebook abbia chiesto loro di supportare pubblicamente il progetto. All’interno di Libra Association sarebbe quindi in corso un dibattito sulla direzione da prendere. Sempre secondo il Wall Street Journal, i vertici dell’organizzazione e i rappresentanti dei partner si sono incontrati a Washington il 3 ottobre. E qui arriva il secondo segnale. Il Financial Times scrive che Paypal non si è presentata. A questo punto diventa cruciale l’appuntamento del 14 ottobre, quando i partner si riuniranno a Ginevra (dove Libra Association ha sede) per nominare il consiglio di amministrazione e rivedere lo statuto. È qui che potrebbe arrivare una formale adesione o un passo indietro ufficiale.

Gli occhi dei regolatori

Facebook ha pubblicato il documento su cui si fonda Libra a giugno, lasciando però molte incognite sui dettagli. Governi e banchieri centrali hanno criticato il progetto, preoccupati che possa intaccare la sovranità monetaria degli istituti e sollevando perplessità sull’intreccio tra potere finanziario e privacy che Facebook (anche indirettamente) deterrebbe.

David Marcus, fedelissimo di Zuckerberg e a capo del progetto Libra, è stato protagonista di un’audizione al Congresso. Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell ha espresso “serie preoccupazioni”, Trump si è detto contrario. L’Antitrust europeo sta indagando su possibili pratiche anticoncorrenziali.

Anche il governo italiano, prima della crisi estiva, aveva dichiarato di voler guardare il fenomeno da vicino. Il Dipartimento del Tesoro americano ha inviato alle società coinvolte, tra le quali Visa, Mastercard e PayPal, la richiesta di informazioni dettagliate sui loro progetti legati a Libra e sulle politiche anti-riciclaggio.

La linea Zuckerberg: discussioni nell’ombra

Dante Disparte, responsabile comunicazione di Libra Association, ha dichiarato al Wall Street Journal che l’organizzazione ha tenuto incontri regolari con le autorità per discutere la conformità della moneta digitale alle leggi. È la stessa linea che emerge dai colloqui privati tra Mark Zuckerberg e i dipendenti, finiti su The Verge.

Tra le altre cose, il ceo parla di Libra. Dice che “la finanza è uno spazio fortemente regolato”. E che “ci sono molte questioni importanti che devono essere affrontate, come la prevenzione del riciclaggio e del finanziamento al terroristi”. Per questo è necessario “avere un approccio più consultivo”.

Zuckerberg ha spiegato ai dipendenti che questo processo passa “dagli incontri con i regolatori, ascoltando le loro preoccupazioni, quello che pensano che dovremmo fare, assicurandoci che gli altri membri del consorzio lo gestiscano in modo appropriato”. Il ceo però preferirebbe che le discussioni si tenessero all’ombra, salvo quando strettamente necessario, perché “quelle pubbliche tendono a essere drammatizzate”. Il grosso dovrebbe invece passare da “incontri privati”, “più concreti” e “senza telecamere” che rischierebbero di portare la discussione su dettagli in realtà poco utili.

Perché sarebbe un problema per Libra

Se molti partner si tirassero indietro, il progetto di Facebook potrebbe subire una battuta d’arresto. Resterebbero intatte le possibilità di diventare uno strumento per trasferire denaro in modo economico, ma potrebbe affievolirsi l’ambizione (chiara anche se mai dichiarata) di far nascere una moneta digitale globale. Il ruolo degli aderenti a Libra Association è infatti fondamentale, per almeno tre ragioni. Primo: contribuiscono finanziariamente a Libra.

L’accesso all’associazione prevede un “gettone d’ingresso” da 10 milioni di dollari. Al momento i partner hanno firmato una dichiarazione d’intenti, senza sborsare nulla. Secondo: i soci e il loro prestigio costituiscono un’intercapedine tra chi ha sviluppato la moneta (Facebook) e chi la gestirà. Permettono così al social di dire che la moneta è aperta e indipendente da Menlo Park. Non è un espediente formale, ma un modo per rendere Libra più spendibile e meno esposta dal punto di vista normativo. Terzo: il successo è legato alla diffusione della moneta. E per quanto Facebook abbia già una platea enorme, l’adozione da parte di partner come Visa, Mastercard e Paypal permetterebbe di avere un impatto molto più ampio.

I dubbi riguarderebbero soprattutto i partner che si muovono in ambito finanziario, ma non si sa quanti stiano pensando di slegarsi da Facebook. A oltre tre mesi dalla pubblicazione del white paper, però, sembra ancora vero quello che il ceo di Visa Al Kelly ha dichiarato a luglio, durante la conferenza per la trimestrale: “Nessuno ha ancora aderito ufficialmente” a Libra. 

Agi

Per i pagamenti elettronici l’Italia guarda al modello portoghese

A Lisbona, chiedere la fattura elettronica permette di ottenere una detrazione del 15% dell’importo pagato. La detrazione, l’anno successivo, potrà essere utilizzata al momento della dichiarazione dei redditi. Ed è proprio al modello portoghese, a quanto risulta dalla nota di aggiornamento al Def, che guarda il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. 

Dal documento che disegna la cornice di una manovra da circa 29 miliardi, approvato il 30 settembre,  emerge che il governo giallo-rosso si sta quindi ispirando a un sistema che, introdotto nel 2013, ha consentito allo stato che si affaccia sull’Atlantico di far crescere in un anno il gettito Iva del 13%.

Si tratta di una procedura sperimentata anche in Italia con i bonifici per le spese di ristrutturazione edilizia, riqualificazione energetica degli edifici o per l’acquisto di mobili per ottenere detrazioni in seguito alla dichiarazione dei redditi.

Con l’approvazione della nota di aggiornamento, il campo d’azione potrebbe allargarsi e riconoscere detrazioni o deduzioni di spese mediche, canoni di locazione prima casa, istruzione, spese funebri e spese per addetti all’assistenza personale o per le attività sportive dei giovani. E questo a patto che il pagamento sia tracciabile, quindi emesso con moneta elettronica o bonifico.

Scongiurare il rischio di evasione

L’idea di base è quella di limitare l’utilizzo del contante per abbassare il rischio di evasione, favorendo i metodi di pagamento tracciabili e stimolando l’uso delle carte di credito e debito. Su queste ultime attualmente grava il peso delle commissioni, che agiscono anche sui piccoli pagamenti.

Per risolvere questo problema, l’abbattimento dei costi, è stato proposto di sottoscrivere con l’Associazione delle banche italiane (ABI) un protocollo a cui dovrebbero aderire, su base volontaria, i principali circuiti di pagamento e di emittenti carte di debito/credito.

L’idea del ministro Gualtieri

Il ministro dell’economia suggerisce l’introduzione di uno stimolo, per chi paga con strumenti elettronici, garantendo un rimborso di una percentuale dell’importo speso. Si tratta del “cashback”. Una sorta di sconto in base al quale, anziché far pagare un prodotto il 10% o il 20% in meno, questa stessa medesima percentuale viene restituita una volta effettuato l’acquisto.  A pagare questo rimborso sarebbe il governo stesso, disposto a concedere uno sconto fiscale ai clienti che acquistano servendosi di bancomat o carta di credito.

Si tratta di uno sconto, di cui si beneficerà in sede di dichiarazione dei redditi, che il governo conta di recuperare con il maggior gettito fiscale generato da questa emersione dei pagamenti. La digitalizzazione dei pagamenti viene proposta anche come strumento per contrastare il riciclaggio, le mafie e la criminalità organizzata. 

Come incentivare la moneta elettronica

S tratta di una misura che non può prescindere da altre due azioni mirate e imprescindibili per incentivare l’uso della moneta elettronica. Da una parte l’eliminazione delle commissioni per gli esercenti per i pagamenti al di sotto di determinate soglie e dall’altra l’introduzione di sanzioni mirate per chi non accetta pagamenti elettronici e non attiva il Pos.

Pur esistendo già l’obbligo per tutti gli esercenti di dotarsi di Pos e quindi di accettare pagamenti con carte di credito e debito, al momento non esiste l’importo della sanzione: è stato bocciato dal Consiglio di Stato in quanto privo di una norma specifica.

Infine, per incentivare la moneta elettronica potrebbe essere reso obbligatorio, per la pubblica amministrazione, accettare solo pagamenti elettronici. Una pratica in realtà già attiva preso alcuni sportelli dell’anagrafe in molte città italiane. Un obbligo, questo, che potrebbe essere esteso anche alle società che forniscono servizi pubblici.

Agi

La manovra inizia a prendere forma

Trattativa ancora aperta con Bruxelles ma alla fine l’asticella del deficit per il prossimo anno dovrebbe fermarsi al 2,1% del Pil. Entro ieri il governo avrebbe dovuto varare la Nota di aggiornamento al Def con il nuovo quadro dei conti che farà da cornice alla legge di bilancio ma ha preso più tempo per portare avanti il negoziato con la Ue. Il via libera alla Nadef in Consiglio dei ministri è in programma lunedì nel tardo pomeriggio e fino ad allora proseguirà il confronto politico – anche ieri il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è stato a colloquio con il premier Giuseppe Conte a palazzo Chigi – e il lavoro dei tecnici del Mef impegnati in verifiche e limature.

L’obiettivo è di strappare margini di flessibilità per 10-12 miliardi portando il deficit al 2,2% ma al momento, riferiscono fonti di governo, appare più probabile che venga indicato un target programmatico del 2,1% per il 2020. Mentre la crescita del Pil dovrebbe essere rivista allo 0,5- 0,6%. 

Lo sguardo quindi è rivolto a Bruxelles ma l’intento è evitare un nuovo braccio di ferro con la Commissione europea dopo il rischio di infrazione scongiurato in extremis a luglio con una correzione dei conti in corsa.
Non a caso il commissario europeo designato agli Affari economici, Paolo Gentiloni, presentando il suo programma, ha assicurato che la Commissione Ue “applicherà il Patto di Stabilità e Crescita facendo pieno uso della flessibilità permessa dalle regole”.

Dove trovare i fondi per disinnescare le clausole di salvaguardia?

La prossima legge di bilancio parte da una base di 27 miliardi tra il blocco dell’aumento dell’Iva e le spese indifferibili. L’esecutivo dovrà trovare almeno altri 10 miliardi circa per mettere in campo misure espansive.
L’obiettivo prioritario è disinnescare l’aumento dell’Iva, previsto a legislazione vigente, e che, senza contromisure, porterebbe da gennaio l’aliquota ordinaria dal 22 al 25,2% e quella ridotta dal 10 al 13%. Un’operazione che vale oltre 23 miliardi, circa 1,3 punti di Pil.

Le risorse dovrebbero arrivare dalla minor spesa per interessi derivante dal calo dello spread (3-4 miliardi) e dai risparmi delle misure bandiera del governo gialloverde, quota 100 e reddito di cittadinanza, che potrebbero garantire risorse fino a 6 miliardi. L’esecutivo punta anche su un nuovo round di spending review per 4-5 miliardi, un miliardo dovrebbe arrivare dai tagli ai ministeri. Il pacchetto delle misure anti evasione potrebbe portare in dote tra i 3 e i 4 miliardi. Dovrebbe invece essere rivisto al ribasso l’obiettivo d’incasso delle privatizzazioni: il nuovo target dovrebbe attestarsi intorno ai 5-6 miliardi.

La sterilizzazione delle clausole di salvaguardia assorbirà il grosso delle coperture, di conseguenza i margini per ulteriori interventi sono ridotti. Il governo giallorosso punta a una riduzione delle tasse sul lavoro nei prossimi tre anni a totale vantaggio dei lavoratori. Quindi l’operazione potrebbe assumere una fisionomia diversa rispetto a quello a cui puntava il M5s, ovvero una sforbiciata dei contributi a carico delle imprese.

E come ridurre il cuneo fiscale?

Le strade percorribili sono due: o il taglio del cuneo fiscale vero e proprio o il rafforzamento del bonus Renzi di 80 euro. L’intenzione, viene riferito, sarebbe quella di riuscire a stanziare almeno 5 miliardi di euro per avere effetti tangibili sulle buste paga. Tra le ipotesi quella di agire attraverso una detrazione sull’Irpef che grava sul costo del lavoro in modo da aumentare il salario netto. Ma resta in campo anche l’ipotesi di un ampliamento del bonus di 80 euro introdotto da Renzi, allargando la platea dei beneficiari e aumentando l’importo. La misura vale circa 10 miliardi all’anno, con un massimo di 960 euro per chi lo riceve in formula piena: a beneficiarne oggi sono 11 milioni di contribuenti che hanno redditi fino a 25.000 euro con un decalage fino 26.000 euro.

Tra gli interventi allo studio anche sgravi alle imprese e semplificazioni fiscali, a partire dall’accorpamento di Imu e Tasi. A rischio l’estensione della flat tax alle partite Iva con ricavi tra 65.000 e 100.000 euro, prevista dal governo M5s-Lega, che dovrebbe scattare dal 2020. 

“Vogliamo aumentare le buste paga e premiare le imprese che investono”, ha ribadito oggi il viceministro dell’Economia, Antonio Misiani ricordando che “la manovra si presenta come particolarmente impegnativa in relazione alle clausole di salvaguardia che mai erano state cosi’ alte”.

“Lo sforzo di abbattere l’evasione fiscale è – ha sottolineato Misiani – assolutamente cruciale da questo punto di vista. Produce risultati non immediati nel medio periodo ma è un atto di giustizia nei confronti dei contribuenti onesti. Vogliamo farlo incentivando l’uso della moneta elettronica. Attueremo un significativo sconto per chi la usa, questa è una delle soluzioni insieme ad altre misure per abbattere l’evasione fiscale che è poi la premessa per ridurre le tasse a tutti. Perché noi vogliamo nell’arco del triennio ridurre in misura importante le tasse ai lavoratori per aumentare le buste paga”. 

Agi

Campagne Pubblicitarie, Selezione Delle Riviste, Calendario Delle Uscite, Servizio Stampa

In poco tempo ebbe successo grazie al suo carismatico protagonista. Le campagne pay per click o pay per lead ti permettono invece di ottimizzare il tuo investimento grazie alla possibilità di pagare per quello che ottieni. Campagna Multicanalita’ (dic 2013): due grandi concorsi che danno la possibilità di vincere subito 500 euro al giorno ciascuno in buoni Media World. MICHAEL Michael Kors ha scelto Bella Hadid per la sua nuova campagna pubblicitaria. La star ha posato per una serie di scatti in bianco e nero che la vedono sfoggiare i must-have della nuova collezione, come i blazer dress e i capi d’ispirazione sportiva con stampa animalier. Stai aprendo una nuova attività? Alla pubblicità di specifici prodotti su riviste di settore e quotidiani locali, abbiamo alternato la comunicazione istituzionale sull’evento dei 40 anni di attività unito all’aumento della garanzia di ben 10 anni rispetto a prima. Per esempio, puoi decidere in quali aree rendere visibili i tuoi annunci: se a pochi km di distanza dalla tua attività o dall’altra parte del mondo. In questo preciso istante, mentre stai leggendo questo articolo, milioni di persone in tutto il mondo stanno interrogando Google. Come ben sappiamo è una delle feste più legate al suo aspetto commerciale e durante gli anni è entrato a gran passo anche nel mondo della pubblicità. The Gunn Report è stato fondato da Donald Gunn nel 1999, dopo una carriera di oltre 30 anni in Leo Burnett, dove è stato direttore di Creative Resources Worldwide. Farsi trovare, o meglio, essere nel posto giusto al momento giusto è diventato l’obiettivo principale di grandi e piccole imprese che sfruttano la Rete per accrescere la propria visibilità online e raggiungere nuovi potenziali clienti.

A volte è proprio vero che fare sport allunga la vita.

Un’enorme opportunità che potrai sfruttare appieno se sarai in grado di far percepire ai tuoi potenziali clienti un valore aggiunto rispetto ai competitors. Come avrai intuito, questo strumento offre moltissimi vantaggi e opportunità per il tuo business. Non ci sono costi fissi, pertanto si tratta di uno strumento accessibile a tutti, anche a piccole-medie imprese che vogliono far crescere il proprio business. Fai crescere il tuo business con gli annunci online! La prima scelta che devi fare è relativa alla rete su cui far comparire i tuoi annunci. Puoi pianificare più campagne contemporaneamente e, per ognuna di esse, diversi tipi di annunci a seconda della categoria di prodotto e delle specifiche di target. Abbiamo raccolto 42 campagne pubblicitarie sul cibo realizzate partendo da idee molto creative e che trattano temi come la promozione di snack, condimenti, bevande, ristoranti e tutti i tipi di prodotti alimentari. Non ti resta che impostare il tuo budget giornaliero: la cifra che sei disposto a spendere per pubblicizzare i tuoi prodotti e servizi su Google. AdWords ti chiederà di indicare il tetto massimo che sei disposto a spendere in un giorno, ma non è detto che il denaro venga speso tutto. Perché fare pubblicità con Google AdWords? AdWords è il modo migliore per fare pubblicità su Internet in modo efficace, ottimizzando tempi e investimenti. A volte è proprio vero che fare sport allunga la vita. Oggi le campagne pubblicitarie su Google rappresentano il modo più immediato e veloce per attrarre visitatori sul proprio sito web, lanciare un nuovo prodotto, raccogliere lead di qualità e incrementare le vendite.

In più, un superpremio finale ad estrazione per chi è anche iscritto a Formula UBI.

La Campagna Pubblicitaria puಠinoltre riguardare un prodotto, un servizio o una pubblicità progresso – anche inerente la realtà Aziendale concreta – da concordare previamente con la committenza. Significa, piuttosto, pianificare la campagna pubblicitaria giusta per te, per il tuo brand e per il tuo target di riferimento. I brand lo sanno bene e per questo realizzano sempre più spesso Campagne pubblicitarie ispirate alle serie del momento che hanno fatto perdere la testa a milioni di persone. Il purpose: funziona solo quando un brand ha un ruolo credibile (in classifica ci sono 3 campagne purpose driven, e l’impegno assunto dall’azienda è intrinsecamente connesso con il prodotto stesso. La creatività gioca un ruolo fondamentale nella creazione e realizzazione grafica delle campagne pubblicitarie, il testo e l’immagine da utilizzare deve essere creato per rimanere impressa nella mente del consumatore finale. In più, un superpremio finale ad estrazione per chi è anche iscritto a Formula UBI. Le campagne pubblicitarie digitali danno anche la concreta possibilità di misurare gli andamenti e l’efficacia della campagna in corso d’opera, ritoccando alcuni aspetti per favorirne altri. Nel corso degli anni ne sono state realizzate di numerose, con un livello di crudezza che è andando crescendo insieme a quello del danno che stiamo causando alla Terra e non solo. Altri vantaggi sono da ricercare nella convenienza economica, il ritorno sull’investimento è molto elevato, e nella possibilità di personalizzazione delle campagne online che possono essere costruite “su misura” in base alle esigenze e agli obiettivi della aziende. Ciò non toglie che in accordo col cliente possiamo poi studiare il media planning in base al budget.

Neanche se state per cadere da un tetto.

Tutto ciò che butti via torna indietro. Il protagonista inventa migliaia di scuse per non andare al lavoro, ma tutte hanno un comune denominatore, sua nonna. La prima è una di Nike, che sfrutta quelle classiche scene dei film horror in cui il protagonista scappa da un mostro o da un assassino. Una delle campagne di successo del mercato spagnolo riguarda la canzone che il gruppo Happiness ha reso virale nel 2006, “Amo a Laura” Di fatto è considerata la prima grande campagna di marketing virale della penisola iberica. La campagna di Versace riprende la dicotomia tra il lusso e il grunge presentata per la prima volta durante le sfilate Autunno Inverno 2019 2020. Dietro l’obiettivo c’è il fotografo Steven Meisel. Balenciaga, invece, ha scelto Robert Yager, un fotografo dall’animo inquieto, noto per le sue foto che ritraggono gang e rock star. Neanche se state per cadere da un tetto. Le campagne pubblicitarie, per queste due case, sono state terreno di battaglia: in questa, risalente a qualche anno prima, una cannuccia si rifiuta addirittura di entrare in una lattina di Coca Cola. Ci sono diversi balli in cui diversi elfi compaiono realizzando varie coreografie. Ci sono molti strumenti che possiamo utilizzare per questo scopo. Per esempio le campagne pubblicitarie online come Google Adwords consentono agli inserzionisti di raggiungere la propria utenza nel momento stesso in cui questa è alla ricerca del prodotto/servizio pubblicizzato. L’inserzionista paga solo nel momento in cui il visitatore clicca su un annuncio pubblicitario e visita il tuo sito o nel momento in cui compie una determinata azione (richiesta preventivo, acquisto ecc.).

Per ogni albero tagliato, il Pianeta paga un caro prezzo. Infatti Netflix per il lancio della terza stagione in Italia ha investito per una programmazione speciale proprio sulla tv generalista, catapultando per un giorno intero Italia 1 nei fantastici anni ’80 e trasmettendo ET, I Goonies e i Gramelins. Le sponsorizzazioni su Google ti permettono di intercettare nuovi clienti che proprio in questo momento stanno cercando un prodotto o un servizio simile al tuo. Ti suggeriamo di partire dalle buyer personas, ovvero dai tuoi clienti ideali. Un grande vantaggio per le aziende, che possono così intercettare le richieste dei propri clienti e proporre soluzioni specifiche per soddisfare i loro bisogni. Così come ho apprezzato la capacità de L’Ippogrifo di contribuire all’ideazione e alla progettazione di nuovi modelli di business, legando i propri profitti ai risultati. Con AdWords puoi misurare l’efficacia di ogni elemento della tua campagna (annunci, parole chiave, query di ricerca) e modificare le impostazioni per ottenere risultati migliori. Grazie al suo contenuto dinamico e originale, basato su un tema iniziale divertente, la campagna ha avuto riscontro anche sui social. In questo caso la ragazza nello spot riesce magistralmente a fuggire da un killer armato di sega elettrica grazie alle Nike che ha ai piedi. Reportistiche: potrai consultare i risultati delle campagne quando preferisci, grazie a reportistiche mirate sugli obiettivi prestabiliti, per mantenere costantemente monitorati tutti i KPI dei tuoi investimenti digitali. Più sarà minuzioso il tuo lavoro di ricerca, migliori saranno i risultati che riuscirai ad ottenere. Pagherai, infatti, solo quando l’utente cliccherà sul tuo annuncio e non quando questo verrà visualizzato in cima alla lista dei risultati.

L’ultimo, il mio preferito è di ZonaJobs, un sito spagnolo che aiuta nella ricerca di un lavoro.

L’efficacia di una campagna pubblicitaria su Google è determinata non solo dall’ottima pianificazione ma anche dalla qualità dei contenuti. Se stai leggendo questo articolo è perché probabilmente sei intenzionato a mettere in piedi la tua prima campagna AdWords e vuoi sapere come muoverti per sfruttare al meglio questo strumento. Vuoi ottimizzare la tua campagna su Google? Una delle fasi più delicate è la scelta dei termini di ricerca che renderanno visibile il tuo annuncio su Google. La selezione delle keyword non può prescindere da un accurato studio di settore. Studio strategie di comunicazione e marketing? Xonex è una web agency che può curare ogni aspetto della vostra azienda, in special modo l’attività di web marketing. In particolare ho apprezzato la caratteristica dell’agenzia di pubblicità di essere un partner a trecentosessanta gradi: nella comunicazione, nella progettazione e realizzazione delle campagne di marketing e nell’attivazione delle iniziative commerciali. Gli esperti di pubblicità lo sanno bene: se vuoi davvero attirare l’attenzione delle persone su un messaggio che non ha risvolti divertenti ma solo molto seri, le devi in qualche modo scioccare. Ti piacerebbe conoscere i costi della pubblicità in Tv? La possibilità di intercettare la domanda consapevole e controllare l’investimento (e il suo effettivo ritorno!) rende questo strumento estremamente versatile e funzionale. Una domanda a questo punto può sorgerti spontanea: “Da cosa dipenderà il ranking del mio annuncio? L’ultimo, il mio preferito è di ZonaJobs, un sito spagnolo che aiuta nella ricerca di un lavoro. In generale, questo tipo di campagne permette di mostrare l’annuncio del tuo sito web, sui motori di ricerca o direttamente sui siti dei Publisher.

Di più su agenzia pubblicitaria sulla nostra home page.

Si dimette il ceo Neumann: cosa sta succedendo a WeWork

Bella ma fragile. WeWork, la società che gestisce spazi di coworking, in pochi giorni ha rimandato l’Ipo e perso il suo ceo. Adam Neumann, fondatore della società, si è dimesso. Troppe le pressioni dopo lo slittamento della quotazione. Troppo fredda l’accoglienza degli investitori, nonostante un prezzo scontato rispetto alla valutazione in sede privata.

WeWork, prima persona singolare

Adam Neumann resterà presidente non esecutivo, mentre la poltrona di ceo è stata ceduta in coabitazione ad Artie Minson, ex direttore finanziario, e Sebastian Gunningham, ex vice-presidente del cda. Il motivo dell’addio è tutto in una frase del fondatore: “Nonostante il business non sia mai stato così forte, nelle ultime settimane l’attenzione nei miei confronti è diventata una distrazione significativa”. Mi tiro indietro per cercare di salvare la quotazione. L’organizzazione societaria è stata infatti uno dei punti che più hanno sollevato perplessità.

I documenti inviati alla Sec lo scorso agosto in vista dell’Ipo, affermavano che il ruolo di Neumann è “determinante”, che “i futuri successi dipendo in larga parte” da lui. E che, anche per questo, “controllerà la maggioranza dei diritti di voto”. Insomma: “We” Work, ma “io” decido. L’approccio dell’uomo solo al comando non è detto che sia un male per le casse di una compagnia (vedi Mark Zuckerberg). Ma negli ultimi tempi, è stato valutato dagli investitori come un fattore di rischio (vedi le fibrillazioni causate dall’instabilità di Elon Musk). Non basta questo per rimandare un’Ipo, ma è stato un di sicuro un fattore. Defilandosi, con tutta probabilità spinto dalle pressioni dei grandi azionisti come SoftBank, Neumann crea un’intercapedine tra il controllo (che al momento resta saldo) e la guida della compagnia (che abbandona). Una mossa per rendere WeWork più appetibile, l’unica possibile nell’immediato. Per riparare le altre crepe, non bastano poche ore e un cambio di ruolo.

Da zero alla conquista di Manhattan

WeWork ristruttura edifici, li trasforma in uffici privati o da condividere e li affitta. Un coworking dotato di grande appeal, grazie a sedi di design piazzate in zone prestigiose. Per capire con quanta velocità si sia allargato WeWork, ancor più dei bilanci basta questo dato: nel 2010 non esisteva, nel settembre 2018 è diventata l’entità privata che occupa più spazio a Manhattan. Fino ad allora era stata JP Morgan. Tutto era partito da un edificio di un solo piano in Grand Street, nel quartiere di Soho. Oggi, tra già aperte o in arrivo, la rete di WeWork conta 834 sedi in 126 città. Stanno arrivando anche in Italia, a Milano: cinque edifici in centro. Il primo in via Turati, a dicembre. Prezzi: per un ufficio privato, pensato per le compagnie, serve qualche migliaio di euro al mese. Per piccole società e liberi professionisti una scrivania costa quanto una stanza in affitto: 550 euro euro per un posto fisso, 400 per uno mobile.

La picchiata dopo i 47 miliardi

L’espansione ha fatto lievitare la valutazione della compagnia. WeWork ha raccolto oltre 12 miliardi di dollari, da – tra gli altri – SoftBank, Benchmark, T. Rowe Price, Fidelity e Goldman Sachs. Nell’ultimo investimento dello scorso gennaio ha raggiunto una valutazione superiore ai 47 miliardi. Come già successo con Uber e Lyft, altri due unicorni arrivati a Wall Street nel 2019, il percorso verso la borsa è stato complicato. WeWork, infatti, avrebbe ridimensionato (di molto) le aspettative, ambendo a una valutazione in sede di Ipo meno che dimezzata, tra i 15 e i 20 miliardi. Non è bastato, tanto che adesso il prezzo sarebbe ancora più basso. Le perplessità sono molte: un fondatore che mantiene grande controllo; un cassa che brucia dollari a grande velocità; il fatturato cresce, ma la perdita netta continua a sprofondare, senza che il modello scelto dal coworking offra garanzie per il futuro.

I conti di WeWork

Come sempre accade, un quadro finanziario più chiaro emerge solo quando le società inviano alla Sec i documenti richiesti prima della possibile Ipo. WeWork (o meglio The We Company, la società che la controlla) lo ha fatto ad agosto, rivelando uno scenario dove prevale un colore: il rosso. Nel 2018, il business dei coworking ha perso 1,6 miliardi di dollari, quasi il doppio dell’anno prima. Nei primi sei mesi del 2019, il passivo sfiora i 690 milioni, ma le perdite operative (un indice che suggerisce quanto sia sostenibile l’azienda) è stata di 1,37 miliardi di dollari. Colpa delle spese, lievitate a 2,9 miliardi, il doppio del primo semestre 2018. Non basta aver raddoppiato anche il fatturato, arrivato tra gennaio e giugno a 1,53 miliardi.

Spese lunghe, affitti brevi

Alle giovani società è concesso un passivo, anche pesante, a patto che mostrino capacità di sopportarlo e prospettive di crescita. Il fatturato dimostra che WeWork sa crescere e attrarre clienti: a giugno, i posti disponibili nei suoi coworking erano arrivati a 604.000, il doppio rispetto a un anno prima. E 527.000 erano già occupati. Preoccupano però altri numeri. La società ha 2,5 miliardi pronti all’uso, ma brucia tantissima cassa (2,36 miliardi tra gennaio e giugno) e ha quindi bisogno di continue iniezioni di denaro. Il dubbio è che questo sistema non sia sorretto da fondamenta equilibrate. Da un lato, infatti, ci sono spese importanti (come quelle per affitti e ristrutturazioni degli edifici) e prestiti da ripagare spalmati negli anni. Dall’altra, gli incassi arrivano dal noleggio di uffici e scrivanie che vengono decisi mese dopo mese o (nel caso delle aziende) qualcosa di più. Spese certe di lungo periodo (WeWork ha già sulla groppa 22 miliardi di debiti) si confrontano quindi con incassi incerti nel breve. È vero che il settore del coworking promette di crescere anche nei prossimi anni e che WeWork è leader del mercato, ma qualche contratto in meno potrebbe pesare su una società che non può permettersi di rallentare.

Tra prestiti e SoftBank

The We Company ha fatto sapere in una nota che “valuta con estremo favore l’imminente Ipo” e ritiene che “sarà completata entro la fine dell’anno”. Nel comunicato in cui ringraziano Neumann per i lavoro svolto, i nuovi co-ceo Minson e Gunningham affermano che valuteranno “la tempistica ottimale di un’Ipo”. WeWork avrebbe quindi solo preso tempo, ma nessun passo indietro. Ci sarebbero almeno 6 miliardi di buoni motivi che spingono verso la borsa, tanti quanti i dollari che la società potrebbe veder sfumare se la tirasse troppo per le lunghe. La compagnia avrebbe sottoscritto un accordo per un maxi-prestito con un gruppo di banche.

A condizione però che si quoti entro la fine del 2019. Certo, non sono soldi che dovrebbe restituire, ma se l’Ipo slittasse al 2020, WeWork dovrebbe trovare altrove 6 miliardi di dollari. E vista la velocità con cui brucia cassa, ne avrebbe molto bisogno. In direzione contraria, però, va un grande azionista: SoftBank e il suo Vision Fund. I giapponesi sono gli investitori che, a gennaio, hanno fatto schizzare la valutazione a 47 miliardi. Hanno quindi pagato salatissima una quota di WeWork. Approdare in borsa con una valutazione molto più bassa costringerebbe SoftBank a registrare una perdita secca. Ecco perché la società non avrebbe fretta. Meglio rimandare, in attesa di uno scenario più favorevole, senza Neumann. Tra i soggetti che avrebbero voluto alleggerire il peso dell’ex ceo, SoftBank è infatti il principale indiziato. Anche perché c’è un precedente. Quando la società nipponica entrò in Uber pretese la testa del fondatore Travis Kalanick.

Domino in Giappone (e a Wall Street?)

Uber e WeWork sono, al momento, due grane per SoftBank. La prima, dopo essere stata conquistata a colpi di miliardi, non brilla in borsa. La seconda a Wall Street non ci è neppure arrivata. Due problemi che potrebbero generare un piccolo domino nel piano d’investimenti nipponico. Dopo il primo fondo Vision, con una dotazione da 100 miliardi di dollari, SoftBank sta perfezionando il secondo, un gemello. I due principali contributori dovrebbero essere il fondo sovrano saudita e quello di Abu Dhabi, che in Vision I hanno messo 45 e 15 miliardi.

Secondo Bloomberg, però, starebbero riconsiderando la propria posizione. Non un disimpegno, ma un alleggerimento, a quanto pare indotto dai dubbi sollevati dagli investimenti in WeWork e Uber. Se i due fondi sovrani si tirassero indietro, non sarebbe un bel segnale. E non solo per qualche miliardo perso (da cercare altrove), quanto perché i potenziali investitori potrebbe iniziare a nutrire qualche dubbio su una scommessa da 100 miliardi. Soprattuto se, dopo Lyft, Uber e WeWork, passasse la moda di presentarsi a Wall Street in (profondo) rosso.    

Agi

Google avrebbe raggiunto la “supremazia quantistica”. Cos’è e cosa vuol dire

Google ha annunciato di aver costruito un computer quantistico in grado di risolvere calcoli più velocemente del più potente computer oggi in commercio. È la prima volta che accade. Chi ha avuto modo di leggere un documento apparso venerdì e poi rimosso dal blog ufficiale del motore di ricerca, ha letto che il processore sviluppato dei ricercatori di Mountain View avrebbe risolto in 3 minuti un calcolo che il Summit di Ibm, attualmente la macchina più potente al mondo, avrebbe potuto risolvere in non meno di 10.000 anni.

La società avrebbe così ottenuto per la prima volta quella viene chiamata la “supremazia quantistica”, cioè la capacità di un processore quantistico di risolvere problemi altrimenti non risolvibili se non con calcoli che necessitano tempi di elaborazione enormi: “Questo esperimento rappresenta il primo calcolo computazionale che può essere risolto solo da un processore quantistico”, si leggeva nel documento.

Google a distanza di 24 ore dalla messa online del documento non ha smentito la notizia che il Financial Times è riuscito a dare prima il documento fosse rimosso. Ma che la società fosse vicina alla supremazia quantistica era qualcosa di cui molti erano già piuttosto certi. Ora manca ancora l’ufficialità, come manca la validazione della comunità scientifica. Ma oggi è lecito pensare che quello che fino a qualche anno fa era poco più di un progetto teorico, cioè che fosse possibile creare un computer con la logica della fisica quantistica e non con quella della fisica classica, oggi sia una realtà.

“La notizia è da accogliere con cauto ottimismo. Quello che lascia intendere però è che ci sono le condizioni per la supremazia quantistica”, commenta ad Agi Raffaele Mauro, managing director di Endeavor Italia. “Da quello che risulta dal paper di Google, sembra che il il computer quantistico sia stato in grado di risolvere un problema di complessità enorme in duecento secondi. Questo però non vuol dire che possa risolvere tutte le tipologie di problemi. E ovviamente nemmeno che a breve avremo personal computer quantistici”.

 

Cos’è un computer quantistico e come funziona

Un computer quantistico usa le leggi della meccanica quantistica per fare i calcoli e risolvere problemi. Se i computer classici hanno come unità fondamentale il bit e la logica binaria (fatta di successioni di 0 e 1), i computer quantistici hanno il qubit, che grazie alla sovrapposizione di strati quantistici possono ‘essere’ 0 e 1 contemporaneamente, in strati diversi. Il numero di stati che può rappresentare un qubit è enormemente superiore ai due stati 0 e 1. Mettendo insieme più qubit il numero di stati possibili elaborati nel tempo aumenta enormemente.

Un esempio: immaginate di cercare la parola ‘quantistico’ in un documento. Anche se non ce ne accorgiamo, il computer classico procede riga per riga a cercare quella parola. E la trova un numero x di volte in un’unità di tempo. Il computer quantistico è come se avesse davanti tutte le pagine del documento contemporaneamente, su ‘strati’ diversi, riducendo di molto i tempi di risoluzione dell’operazione richiesta. Questa capacità, che può risultare non fondamentale nella ricerca di una parola nel testo, può esserlo se il problema da risolvere è molto più grande. Come il calcolo risolto dal computer di Google.

Un altro modo per immaginare un qubit – secondo un fisico intervistato da Wired – è la sfera: se i bit classici possono essere in due posizioni della sfera, i poli opposti, un qubit è come se rappresentasse tutti gli stati della la superfice della sfera nel suo complesso contemporaneamente. 

 

Storia dell’idea di un computer quantistico

“L’idea di un computer quantistico nasce negli anni 80. Alcuni fisici e matematici hanno cominciato a chiedersi: siamo nell’era dell’informazione, ma come sarebbe un computer in grado di seguire le logiche della fisica quantistica invece che quelle della fisica classica?”, ricorda Mauro, che al tema ha dedicato alcune pubblicazioni. Cominciano i primi esperimenti. “Negli anni 90 vengono scritti i primi algoritmi che potrebbero essere risolti sfruttando logica e potenza di computer quantistici”. Siamo ancora nel campo delle ipotesi. “Poi nel 2000 comincia la competizione vera dei gruppi di ricerca, pubblici e privati. Nascono le prime startup che costruiscono i circuiti quantistici. I qubit non sono più roba teorica. Nell’ultimo decennio i primi computer e una sfida che ora coinvolge le più grosse società informatiche al mondo. L’annuncio di Google sembra aver posto fine a questa sfida. E aperto una nuova era”.
 

Cosa succede ora?

Ma cosa può succedere ora? “Il problema che hanno risolto potrebbe avere nell’immediato qualche implicazione nei processi di ottimizzazione e nella crittografia. I problemi di ottimizzazione sono molto diffusi nell’industria e nella finanza, dalla logistica all’analisi dei dati. Immagino implicazioni nel lungo periodo nel machine learning (apprendimento delle macchine). Ma nel breve termine potrebbero essere risolti problemi complessi di chimica, o simulare nuovi materiali, farlo coi computer quantistici sarebbe interessante perché simulano sistemi quantistici loro stessi. Potrebbero arrivare da queste ricerche nuovi farmaci, per esempio”, ipotizza Mauro

Eppure difficile pensare che domani avremo un computer quantistico in casa: “La cosa più verosimile è che questi servizi per ora saranno accessibili nel cloud. Amazon, Google e Microsoft nel prossimo periodo potrebbero erogarli da lì”. In che modo? “Magari un’azienda ha bisogno di trovare un materiale per costruire qualcosa. Sarebbe un caso di problema complesso da risolvere: trovare il materiale perfetto per un compito particolare. L’azienda potrebbe non avere un computer quantistico suo ma allacciarsi al cloud, immettere i dati e fare in modo che il cloud computing li elabori. Ma per i consumatori diretti al momento non vedo molte possibilità di averne uno”, continua Mauro. “Anche perché si tratta di tecnologie costosissime, che lavorano a temperature vicine allo zero assoluto”. Insomma, c’è da aspettare.

 

Il contributo dell’Italia

Stati Uniti, Cina e Europa hanno già da qualche anno cominciato a creare delle istituzioni dedicate al quantum computing. E l’Italia sta facendo la sua parte: “Il nostro paese in questo momento ha molti svantaggi, ma note di primo livello: una scuola di fisica molto buona, con il primo centro italiano di quantum computing creato dalla collaborazione tra ICPT, Sissa e Università di Trieste, oppure le ricerche condotte da alcuni ricercatori del Cnr di Milano. Ma anche manager di primo livello, come Simone Severini che è il capo del Quantum computing di Amazon”, conclude.

Agi

In tre regioni il numero di domande di reddito di cittadinanza è molto alto

Sono oltre 960 mila le domande accolte pari alla metà dei nuclei familiari in Italia in condizione di povertà assoluta. Il maggiore livello di copertura al Sud, con in testa Campania, Calabria e Sicilia, realtà che presentano, però, anche la più elevata presenza di occupati non regolari.

È quanto emerge da un’anticipazione del Rapporto BCC Mediocrati sull’economia regionale realizzato da Demoskopika. La misura bandiera del Movimento 5 stelle – si legge – ha raggiunto in questi primi mesi esattamente 1 famiglia su 2 della platea potenzialmente più bisognosa. Su circa 1,8 milioni di famiglie stimate dall’Istat in condizione di povertà assoluta in Italia nel 2018, il numero dei nuclei percettori del reddito di cittadinanza, ossia le domande accolte, secondo gli ultimi dati disponibili aggiornati allo scorso 4 settembre, sono stati circa 960mila, coinvolgendo oltre 2,3 milioni di individui.

In Campania, Calabria e Sicilia il reddito ha raggiunto l’80%

Un maggiore successo si è generato principalmente nel Mezzogiorno con in vetta Campania, Calabria e Sicilia dove il livello di copertura del Reddito di cittadinanza ha raggiunto mediamente oltre l’80% dei nuclei familiari in povertà assoluta, incapaci di poter acquisire un paniere di beni necessari per vivere.

A fare da contrappeso al tasso di successo il possibile “condizionamento” del lavoro irregolare al crescere del quale sembrerebbe aumentare anche il numero delle domande per il reddito di cittadinanza. Non è un caso che, ancora una volta, Calabria, Sicilia e Campania si posizionino sul podio delle realtà regionali anche con il più elevato tasso di irregolarità generato dalla presenza di ben 817 mila occupati non regolari.

Al 4 settembre 2019 risultano pervenute all’Inps 1,5 milioni di domande di cui 960 mila sono state accolte, 90 mila sono in lavorazione e 410 mila sono state respinte o cancellate. Delle 960 mila domande accolte, 843 mila riguardano nuclei percettori del Reddito di cittadinanza con 2,2 milioni di persone coinvolte, e le restanti 117mila sono nuclei percettori di Pensione di cittadinanza con 134 mila persone coinvolte.

La classifica delle regioni: Calabria prima

Al primo posto nella classifica regionale, ottenuta analizzando il peso percentuale sulla popolazione residente e consentendo in tal modo un confronto omogeneo, si colloca la Calabria con un valore pari a 33,45 domande accolte per ogni 1.000 residenti e con 65.458 nuclei percettori in valore assoluto. Seguono, per incidenza delle domande accolte, altre due realtà del Mezzogiorno: Sicilia con 32,88 domande accolte e Campania con 31,21 domande accolte. Una minore attenzione, in rapporto alla popolazione residente, si è verificata principalmente nelle regioni del Nord-est: Trentino Alto Adige con 2,76 domande accolte, Veneto con 6,00 domande accolte e, infine, Emilia Romagna con 7,69 domande accolte.

La povertà assoluta in Italia

Nel 2018, l’Istat stima oltre 1,8 milioni di famiglie in povertà assoluta per un totale di 5 milioni di individui. Non si rilevano variazioni significative rispetto al 2017 nonostante il quadro di diminuzione della spesa complessiva delle famiglie in termini reali. In gran parte questo si deve al fatto che soltanto le famiglie con minore capacità di spesa, a maggiore rischio di povertà, mostrano una tenuta dei propri livelli di spesa, con un conseguente miglioramento in termini relativi rispetto alle altre.

Nel tentativo, infine, di comprendere una reale, seppur preliminare, risposta delle regioni italiane al reddito di cittadinanza – si legge nell’anticipazione del rapporto BCC Mediocrati – si è pensato di rapportare i valori assoluti delle domande di reddito di cittadinanza accolte, nel periodo di riferimento, alla quota delle famiglie stimata per regione in condizione di povertà assoluta.

Le domande accolte al 4 settembre 2019 consentirebbero, già in questa prima fase il raggiungimento della metà (52,7%) dei nuclei familiari in Italia stimati da Istat in condizione di povertà assoluta. Nel solo Mezzogiorno, inoltre, la misura riguarderebbe ben 7 famiglie povere su 10: 579 mila domande accolte su un universo di 824 mila famiglie in povertà assoluta con un coinvolgimento di ben 1,5 milioni di individui.

In questo caso sul podio, come era prevedibile, si collocano tre regioni meridionali. E, in particolare, in Campania sarebbe pari all’86,9% il livello di copertura del reddito di cittadinanza sulle 209 mila famiglie stimate in povertà, immediatamente seguita da Calabria con un’incidenza dell’84,7% sulle 77 mila famiglie povere e la Sicilia con una copertura pari al 76,4% sui 216 mila nuclei in condizione di grave disagio economico. Un risultato sul versante del contrasto al disagio economico, ancora più evidente se si considera che soltanto nelle tre realtà regionali, appena menzionate, il numero delle persone coinvolte dalla misura – secondo i dati più recenti dell’Inps – è pari a oltre un milione di individui, circa la metà dell’intero universo ad oggi interessato dal provvedimento.

Sul versante opposto, un minor livello di copertura si verificherebbe in quasi tutte le realtà del nord dell’Italia con Trentino Alto Adige (12,2%), Veneto (26,8%), Valle d’Aosta (28,7%) e Lombardia (29,6%) a guidare la tendenza. Nel 2016 – secondo i dati dell’Istat richiamati nello studio – i lavoratori irregolari in Italia hanno registrato un incremento di oltre 188 mila unità, passando dai circa 3,1 milioni di lavoratori irregolari del 2011 ai 3,3 milioni del 2016.

Se si sposta l’analisi sul livello regionale si scopre che, con il 22,3%, a presentare il tasso di irregolarità più alto, calcolato per occupati e unità di lavoro come rapporto tra la tipologia di occupazione non regolare e la corrispondente occupazione totale, moltiplicato per cento, è la Calabria generando circa 141 mila occupati non regolari. A seguire, con quote rilevanti di lavoratori irregolari in percentuale sul totale dei lavoratori, altre tre realtà territoriali del Mezzogiorno: Campania con un tasso di irregolarità pari al 20,1% (373 mila occupati non regolari), Sicilia con un tasso di irregolarità pari al 19,8% (304 mila occupati non regolari) e, infine, Puglia con un tasso di irregolarità pari al 16,7% (227 mila occupati non regolari).

Sul versante opposto, sono tutte al Nord le realtà meno esposte al fenomeno: Veneto con un tasso di irregolarità pari all’ 8,9% (198 mila occupati non regolari), Trentino-Alto Adige con un tasso di irregolarità pari al 9,6% (52mila occupati non regolari) e, infine, Emilia-Romagna con un tasso di irregolarità pari al 10,0% (208 mila occupati non regolari). A questo punto, l’interesse dello studio è centrato a comprendere se la diffusione del fenomeno del lavoro irregolare può, in qualche modo, condizionare l’ammontare delle domande inoltrate per il reddito di cittadinanza.

Lo studio evidenzia il modo in cui agiscono le due variabili prese in considerazione, ossia il tasso di irregolarità e il numero delle domande per il reddito di cittadinanza, su un insieme di elementi, nel caso specifico le regioni.

La ricerca indica l’esistenza di una “correlazione lineare significativamente positiva”: al crescere del tasso di irregolarità aumenta il numero delle domande per il reddito di cittadinanza. A presentare una numerosità maggiore delle richieste di reddito di cittadinanza sono tutte le realtà territoriali del Mezzogiorno che, presentano anche i tassi di irregolarità più elevati.

In testa, in assoluto, la Calabria che il cui elevato tasso irregolarità, pari al 22,3% sembra condizionare anche il maggiore numero di domande presentate: 47,57 richieste di reddito di cittadinanza per ogni 1.000 residenti. A seguire la Sicilia e Campania rispettivamente con 44,72 e 43,13 domande presentate. In tutt’altra direzione, si posiziona, di fatto, l’intero Nord collocato nella parte bassa del diagramma di dispersione, nel quale, a tassi di irregolarità bassi ,corrispondono anche minori richieste presentate per l’ottenimento del reddito di cittadinanza. 

Agi

Le vendite di Gucci sono calate la prima volta dal 2016. Forse colpa di un maglione

Gucci ha potenziato il suo marchio e le vendite, utilizzando i social media, ma la scelta si è rivelata un boomerang, e le vendite negli Usa sono calate nel primo trimestre, per la prima volta dal 2016.

La responsabilità, rileva il Wall Street Journal, è stata di un maglione della collezione autunno/inverno 2018 finito al centro delle critiche su Twitter perché, a dire di alcuni, faceva esplicito riferimento esplicito al blackface, lo stile di make up teatrale con il quale gli attori bianchi interpretavano i personaggi neri caricaturizzandone i tratti somatici.

Il maglione è stato ritirato dal mercato, ma la mossa non è bastata ad evitare un contraccolpo nelle vendite Usa, a dimostrazione che le aziende di lusso che prosperano su Instagram e sugli altri social media possano inciampare altrettanto rapidamente a causa di una strategia di marketing sbagliata. La ricerca di attenzione da parte delle piattaforme social, ideata dal designer di Gucci, Alessandro Michele, è infatti scivolata sulla buccia di banana del maglione che richiamava il blackface, sul quale negli Usa e in Canada si è scatenata la polemica su Twitter, che ha innescato una campagna di boicottaggio e conseguentemente un calo delle vendite negli Stati Uniti.

Inizialmente il design appariscente di Michele aveva suscitato l’attenzione degli influencer dei social media e degli artisti hip-hop che stabiliscono le tendenze che dominano l’industria della moda. Le sue sfilate – tra cui una l’anno scorso a Milano, dove modelle si sono lanciate in passerella con repliche realistiche delle loro stesse teste – sono diventate virali.

Tuttavia l’ondata di elogi si è infranta contro lo scoglio del maglione da 890 dollari coi riferimenti al blackface. Tra le celebrità che hanno puntato l’indice contro questo capo di abbigliamento, c’è anche il rapper T.I., che su Instagram si è dichiarato “un cliente a 7 cifre l’anno e un sostenitore di lunga data” di Gucci. Ora, nota il Wsj, il prossimo show di Michele è fissato per il 22 settembre durante la settimana della moda di Milano. E alcuni esperti del settore della moda si chiedono se Gucci e il suo designer non siano entrati in una fase declinante.

“Per quanto innovativo sia Alessandro, il suo stile sta diventando un po ‘stagnante'”, ha detto al Wsj Nicole Fischelis, ex direttore creativo di Saks Fifth Avenue e di Macy’s, ora messosi in proprio come consulente delle grandi case di moda. 

Agi

Il traffico aereo continua a salire. Ma non riempie le casse delle compagnie 

Gli aerei si riempiono, le casse non sempre. Il trasporto aereo continua a ospitare sempre più passeggeri, ma deve ancora fare i conti con bilanci precari, specie se si appartiene a quella che la International Air Transport Association (Iata) definisce “la coda lunga” del mercato europeo. Cioè quell’insieme di compagnie alle spalle delle “big four”: Iag, Air France-KLM, Lufthansa e Ryanair.

Alitalia, agosto positivo

Di questa coda lunga fa parte anche Alitalia, reduce da un agosto in crescita. I ricavi da traffico di passeggeri sono aumentati del 2,5% rispetto allo stesso mese del 2018. Anche allargando il perimetro ai primi otto mesi dell’anno, il progresso si attesta al 2%. Il numero dei passeggeri fa un piccolo passo avanti: +0,4%, superando i 2 milioni di viaggiatori.

L’incasso cresce quindi più dei passeggeri. Il motivo è dovuto soprattutto ai risultati dei collegamenti di lungo raggio: +5,4%. Sono saliti a bordo di un volo Alitalia per andare lontano 288.667 passeggeri. Mai così tanti da dieci anni. Ne beneficiano i ricavi, cresciuti del 4,3% nel lungo raggio (+4,7% nei primi otto mesi dell’anno).

Una conferma, in questa direzione, arriva anche da Assaeroporti, l’associazione che riunisce i gestori degli scali. A luglio, i passeggeri su voli nazionali sono aumentati solo dello 0,4%. In quelli internazionali (dei quali il lungo raggio è una componente) c’è invece un balzo del 5%.

Il settore rallenta

L’ultimo rapporto della Iata, relativo a luglio, indica un aumento del traffico globale, seppure con un ritmo in frenata rispetto a giugno. Ecco perché si parla di un “inizio morbido” per la stagione estiva, la più ricca dell’anno. La metrica con cui viene misurato il traffico (la Rpk, cioè il numero di passeggeri per ogni chilometro di volo) è cresciuta del 3,6%, meno del 5,1% del mese precedente. Colpa, spiega il rapporto, anche della crescita debole di molte regioni (che pesa sui viaggi) e sulle incognite legate alle tensioni internazionali.

Pagano, in particolare, i voli internazionali delle compagnie aeree europee. Brexit e crescita economica modesta anche della locomotiva tedesca sono tra le cause di un Rpk cresciuto a luglio del 3,3%, il passo avanti più corto dalla metà del 2016.

Il paradosso europeo

Il quadro è complesso e, come ha spiegato la Iata in un commento all’andamento del primo trimestre dell’anno, in apparenza contraddittorio: “Il settore aereo in Europa è stato raramente così redditizio come lo è oggi, eppure negli ultimi due anni numerose compagnie aeree sono fallite”. La spiegazione è nell’impatto delle “big four”: i loro risultati pesano sulle statistiche di settore, che irrobustendo medie che (come spesso accade) raccontano solo una parte della storia. “Più della metà dei profitti del settore aereo europeo – afferma la Iata – è generata da Ryanair (sebbene si trovi ora ad affrontare nuove sfide in termini di costi), Iag, Air France-KLM e Lufthansa”.

Alle loro spalle, c’è una “lunga coda di compagnie aeree” che “genera performance finanziaria molto più frammentate rispetto, ad esempio, al trasporto aereo nordamericano. Le quattro grandi d’Europa hanno generato rendimenti per gli investitori comparabile con le principali compagnie aeree del Nord America” e “un margine operativo medio del 6%, che è eccellente rispetto agli standard storici”. Tra il 1994 e il 2014, infatti, la media era poco oltre il 2%. Ma il dato, continua il rapporto, lievita proprio grazie alle big four.

La compagnia europea mediana (cioè quella che si trova a metà strada tra la migliore e la peggiore) ha risultati decisamente meno brillanti di quanto non lasci intendere la media di settore. Ecco spiegati i fallimenti in un momento di buoni profitti e incremento dei passeggeri. Per chi fa parte della coda lunga in Europa, competere è più difficile che altrove. Perché deve far fronte a un ambiente più frammentato, con “intensa concorrenza”, “economie indebolite” e costi elevati che rendono “il 2019 un anno difficile”.

L’estate delle “big four”

A luglio (mese a cui si riferiscono i dati più recenti) le compagnie aeree del gruppo Lufthansa hanno ospitato 14,6 milioni di passeggeri, con un incremento del 2,5% rispetto all’anno precedente. Segno più anche per le vendite, in crescita del 3,1%. Per l’intero 2019, il gruppo si aspetta una crescita “a una cifra percentuale”. Ad agosto gli aerei di AirFrance-Klm hanno ospitato il 2,3% di passeggeri in più anno su anno. Il traffico (sempre misurato in passeggeri per ogni chilometro di volo) è cresciuto del 2,1%.

Questa leggere discrepanza è probabilmente dovuta a un dato coerente con l’analisi di Iata e in controtendenza con Alitalia: il traffico sui voli di lungo raggio è cresciuto dello 0,8%, molto meno del medio-corto (+2,7%). Motivo: a una buona performance verso il Nord America si contrappone un deciso calo di Africa, Medio Oriente, Caraibi e Oceano Indiano. Cresce in modo vigoroso il traffico di Iag (il gruppo di British Airway, Aerlingus e Iberia) ad agosto: +6,6%, grazie soprattutto a Caraibi, America Latina e voli interni, ma con passi avanti in tutte le aree dove opera.

Ryanair, infine, deve fare i conti con un aumento dei costi che continua ad assottigliare i margini. La compagnia irlandese trasporta sempre più passeggeri: ad agosto sono stati 14,9 milioni, l’8% in più rispetto al 2018. E il load factor (cioè il rapporto tra posti disponibili e biglietti comprati) è arrivato al 97%. Manca poco al tutto esaurito. Il traffico del trimestre chiuso a giugno è aumentato dell’11%, anche grazie alle tariffe tagliate del 6%.

Un sacrificio compensato dai cosiddetti acquisti “ancillari” (cioè, in sostanza, tutto quello che non è biglietto). Grazie a priorità e profumi a bordo – quindi – la media di spesa per passeggero (55 dollari) è rimasta costante. Risultato: anche se salire su Ryanair costa meno, il fatturato è cresciuto allo stesso ritmo del traffico: +11%. Non è bastato, però, a bilanciare i costi, lievitati a causa del carburante e dell’incorporazione del vettore Lauda. Ecco perché i profitti sono calati del 21%, mantenendosi però su livelli notevoli: 243 milioni di euro. 

Agi

Secondo Brunetta l’Italia non otterrà nessuna maggiore flessibilità dall’Ue

Dalla Ue l’Italia non avrà nessuna maggiore flessibilità sul Patto di Stabilità e “sugli italiani è pronta ad abbattersi una vera e propria manovra lacrime e sangue”. A paventarlo è Renato Brunetta, deputato e responsabile economico di Forza Italia.

“La notizia dell’instaurazione del governo giallorosso e della nomina di Paolo Gentiloni a commissario europeo, che ha immediatamente proposto la revisione del Patto di Stabilità e Crescita e un allentamento delle politiche fiscali comunitarie, attualmente orientate alla sobrietà di bilancio – ha spiegato Brunetta in una nota – sta cominciando a creare i primi malumori nelle cancellerie europee dove governa il Partito Popolare Europeo. Proprio oggi, infatti, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, autorevole membro del PPE, ha scritto su Twitter che l’Austria ‘non è disposta a pagare i debiti dell’Italia’ e che ‘Respingiamo categoricamente un ammorbidimento delle regole di Maastricht come chiesto dall’Italia. L’attuale dibattito mostra ancora una volta la necessita’ di un nuovo Trattato dell’Ue che preveda sanzioni in caso di violazione delle norme. Il mancato rispetto delle norme sul debito deve comportare automaticamente sanzioni’, ha aggiunto Kurz. Altro che maggior flessibilità”.

“Una presa di posizione netta, quella di Kurz, che intende sin da subito – aggiunge Brunetta – combattere la linea delle politiche economiche ‘tassa e spendi’ che Paolo Gentiloni, divenuto nuova icona dei socialisti europei, vorrebbe imporre al resto d’Europa. Una entrata in scena presa malissimo dai paesi del Nord Europa, che dopo lo spauracchio del sovranismo a trazione leghista si trovano ora ad affrontare il pauperismo di bilancio tipico del Partito Democratico italiano. Anche la Germania della neo presidentessa della Commissione Europa, Ursula Von der Leyen, si trova già in difficoltà nel sostenere il governo italiano, dal momento che è schiacciata dalla continua crescita dell’estrema destra di AfD, partito di ispirazione fortemente anti-italiana. Il vice-ministro dell’Economia tedesco ha anch’egli affermato di non voler concedere spazi alla proposta italiana”.

“Considerando poi tutto l’asse della Lega Anseatica, capeggiata dall’Olanda, il più conservatore sul tema dei conti pubblici, possiamo già intuire – sostiene Brunetta – come le proposte di riforma presentate dall’Italia saranno subito accantonate a livello comunitario e, anzi, probabilmente osteggiate ancora di più. Il che vuol dire che nulla è cambiato per il nostro Paese, il quale non avrà concessione alcuna da Bruxelles, come tutto l’establishment della sinistra italiana sperava. Così, il neo ministro dell’Economia Gualtieri dovrà trovare subito tutte le risorse necessarie per affrontare una delle più difficili manovre finanziarie degli ultimi anni, senza poter contare su nuova flessibilità”, conclude Brunetta.

Agi