Come sarà la web tax italiana e come funziona nel resto d’Europa

La web tax è la tassazione sui giganti delle multinazionali del mercato digitale. Punta a raggiungere un maggiore equilibrio tra profitti (enormi) e tassazione (fino a ora minima grazie all'esistenza di regimi fiscali di favore in alcuni Stati).

L'Italia ha già una propria web tax, che però non è mai entrata in vigore per la mancanza dei decreti attuativi. Una lacuna dovuta in parte all'avvicendamento dei governi (da Gentiloni a Conte), in parte a un precisa volontà politica. La norma, nonostante l'approvazione, non ha mai avuto larghi consensi, né l'appoggio delle associazioni di categoria.

Il governo ha inoltre rallentato in prospettiva di una web tax europea, trattata a lungo, ma naufragata definitivamente all'Ecofin del 4 dicembre. Ecco il punto dell'iter della normativa in Italia e in Europa. 

Dalla proposta Mucchetti alla web tax

La proposta originaria era firmata dall'ex senatore del Partito Democratico Massimo Mucchetti. L'imposta sui servizi "effettuati tramite mezzi elettronici" aveva un'aliquota del 6%. Gli effetti potenzialmente negativi sulle società che pagano le tasse in Italia erano sterilizzati da un credito d'imposta pari a quanto versato.

La norma è però stata modificata, abbassando l'aliquota al 3% ed eliminando il credito d'imposta. La formulazione attuale (che è stata sostituita con un emendamento nella legge di Bilancio) prevede che la tassa sia applicata come ritenuta alla fonte sulle transazioni e colpisca esclusivamente i soggetti che effettuano oltre 3.000 transazioni nell'anno solare.

Secondo Iab Italia, l'associazione che raggruppa oltre 170 aziende della pubblicità digitale, l'effetto sarebbe un ulteriore aggravio, sommato alla tassazione ordinaria, penalizzando ulteriormente le imprese locali nei confronti dei giganti esteri.

Le mosse del governo

La Lega si è dimostrata aperta alla revisione della web tax, presentando anche un emendamento a firma Giulio Centemero, poi ritirato in vista dell'Ecofin. Nei mesi scorsi, infatti, l'iter delle web tax nazionali è stato sospeso per la negoziazione di una tassa europea.

La Francia si era detta favorevole. Davanti alla resistenze dei Paesi del Nord, assieme alla Germania aveva anche proposto un compromesso: il 3% da applicare solo sulle vendite pubblicitarie e non sull'intero fatturato. Sul fronte dei favorevoli anche Austria, Spagna e Italia. A bloccare la norma (che per essere approvata richiede l'unanimità dei 28 membri) è stata soprattutto l'Irlanda, ufficialmente preoccupata che potesse acuire le tensioni commerciali tra Ue e Stati Uniti.

Dublino è parte molto interessata, perché le condizioni fiscali vantaggiose offerte alle grandi imprese hanno attirato le multinazionali, come Apple e Facebook. Dopo l'Ecofin di inizio dicembre, però, lo scenario è cambiato. In assenza di un accordo europeo, la Francia ha confermato una web tax nazionale dal primo gennaio.

Una mossa che ha spinto anche l'Italia (che già a novembre si era detta favorevole a una legge nazionale in caso di mancato accordo Ue) a riprendere in mano la tassa sul digitale. Che adesso il governo Conte ha deciso di reintrodurre, superando la formulazione attuale.

La proposta dello Iab

Lo Iab spinge perché ci sia un'aliquota del 6% sull'ammontare dei servizi. Da applicare alle imprese che superano questi due limiti: 500 milioni di euro di fatturato globale nel periodo d'imposta; 50 milioni di euro in servizi realizzati in Italia. Lo Iab ha proposto poi che ulteriori dettagli siano definiti da un decreto: il suo compito sarebbe indicare alcuni parametri che definiscano se la compagnia sia già soggetta altrove a un "livello congruo di tassazione". 

Agi News