Economia

Per Alitalia presentate offerte da Atlantia, Toto, Claudio Lotito e Avianca

Il primo passo per la nascita della nuova Alitalia è stato fatto. Sul tavolo di Mediobanca, advisor di Fs, sono arrivate le offerte per la costituzione della newco da parte di Atlantia, il gruppo Toto, l’azionista di maggioranza dell

Le proposte ora saranno valutate sotto il profilo industriale e finanziario da Fs, nel corso del Cda fissato per la giornata di lunedì 15 luglio alle 12,30, con il supporto dell’istituto di credito. Dopo di che tali valutazioni saranno portate al Mise e ai commissari di Alitalia per la costituzione del consorzio che potrebbe non essere, in un primo momento, diviso in quote.

Oltre alle quattro proposte ci sono anche Fs, Mef e Delta, con Ferrovie e Tesoro che costituiranno il ‘nocciolo’ pubblico, voluto fortemente dal ministro Di Maio. 

“C’è l’auspicio che il Cda di Fs decida quanto prima e che scelga l’offerta più ambiziosa. Alitalia ha bisogno di tornare a giocare in attacco e non in difesa”, ha commentato il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio. “Bene le quattro offerte. Ci sono tutti i margini per decidere il consorzio e rilanciare definitivamente la compagnia. Le numerose offerte arrivate dimostrano la bontà dell’operazione di mercato”, commentano al Mise

Le offerte, che non sono vincolanti, permetteranno ai proponenti che supereranno l’esame di Fs, di mettere a punto la futura governance societaria e il piano industriale. Dopo le polemiche tra l’ala cinque stelle del governo e Autostrade per il crollo del Ponte Morandi, la settimana scorsa, Atlantia (che controlla Autostrade) ha dato mandato all’ad Giovanni Castellucci di approfondire il piano industriale di Alitalia “preso atto dell’interesse della società controllata Aeroporti di Roma per una compagnia di bandiera competitiva e generatrice di traffico”.

Il commento di Luigi Di Maio

“Voglio essere l’ultimo ministro che si occupa di Alitalia. Torniamo a farla volare in tutto il mondo, a testa alta!”. Lo scrive su Facebook, il ministro dello Sviluppo economico. “Oggi sono state presentate quattro offerte per la nuova Alitalia. Hanno avanzato un’offerta economica il patron della compagnia aerea Avianca, il gruppo Toto, il gruppo Atlantia e il patron della Lazio Claudio Lotito. È una buona notizia. Ci sono più possibilità di scelta. Auspico che si scelga tra le offerte più ambiziose e non tra quelle piu’ conservative”.

 

Agi

Atlantia ha rotto gli indugi su Alitalia

Nella partita Alitalia, a quattro giorni dalla scadenza del termine per presentare le offerte, Atlantia rompe gli indugi e ha dato mandato all’amministratore delegato, Giovanni Castellucci, “di approfondire la sostenibilità e l’efficacia del piano industriale relativo ad Alitalia – inclusa la compagine azionaria e il team manageriale – e gli opportuni e necessari interventi per un duraturo ed efficace rilancio della stessa, riferendo in una prossima riunione consiliare per le opportune valutazioni ed eventuali connesse deliberazioni”.

Atlantia ha inoltre “preso atto dell’interesse della società controllata Aeroporti di Roma per una compagnia di bandiera competitiva e generatrice di traffico”. Oggi in Borsa la holding della famiglia Benetton ha brillato (+2,57% a 24,33 euro per azione) proprio per le aspettative degli investitori che il salvataggio dell’ex compagnia di bandiera possa agevolare la vicenda delle concessioni autostradali anche se il governo tiene il punto a quasi un anno dal crollo del Ponte Morandi.

Al question time, il ministro delle Infrastrutture e trasporti, Danilo Toninelli, ha ripetuto: “Per quanto riguarda il caso specifico di Autostrade per l’Italia, ribadisco la convinzione di procedere con la risoluzione unilaterale” della convenzione, “ma al tempo stesso quella di farlo con gli strumenti e le valutazioni opportune, stante il quadro normativo in cui agiamo in conseguenza delle scelte dei Governi precedenti. Vogliamo infatti tutelare al massimo l’interesse pubblico e scongiurare qualsiasi ricaduta sulle casse dello Stato, cioè sulle tasche dei cittadini, a differenza di quanto fatto dai nostri predecessori”.

A questo proposito dal Mise fanno trapelare che non ci sarà alcun rinvio della data, fissata in lunedì prossimo, per la presentazione delle offerte. Sul fronte degli altri potenziali azionisti del consorzio, si affievoliscono le possibilità di vedere Claudio Lotito e German Efromovich come partner della newco. Mentre il gruppo Toto resta alla finestra, Atlantia resta il partner preferito da Fs e Delta per la solidità finanziaria e industriale che darebbe alla nuova società.

Agi

La sconfitta di Tsipras spiegata dagli economisti

Finisce travolta dall’austerity l’era di Alexis Tsipras in Grecia. La parabola del rivoluzionario che si fa realista e che dalle grida contro l’Europa finisce al tavolo con la Troika. E’ lungo il percorso tra Atene e Bruxelles, sottolineano gli economisti interpellati dall’Agi, a prescindere dalle loro posizioni accademiche e politiche, che si scorgono responsabilità e errori.

Il tonfo, brutalmente, è il risultato di una scommessa mancata. La Grecia ha voluto voltare pagina: nel vecchio salvatore ha finito per vedere lo sforbiciatore della spesa sociale. Ma forse una storia diversa avrebbe potuto essere scritta. Tsipras, osservano gli analisti, è vittima innanzitutto di se stesso.

“Quando fu eletto nel 2015”, rileva Lorenzo Bini Smaghi che dal 2005 al 2011 ha fatto parte del direttivo della Bce, “la Grecia stava uscendo dall’austerità. Il Pil era tornato, sebbene di poco, positivo e il Paese aveva cominciato di nuovo a emettere sui mercati. In quella fase Tsipras scelse di andare allo scontro con l’Europa e, alla fine, dopo aver perso quasi un anno, ha dovuto fare più austerità di quanta sarebbe stata necessaria all’inizio”.

I costi pagati dalla Grecia sono stati altissimi. “La classe media è stata distrutta, non c’è più occupazione stabile, il lavoro nero ha avuto un incremento immenso”, rileva Giulio Sapelli. Per l’economista, “l’errore cruciale di Tsipras è stata la richiesta di ristrutturazione del debito. E’ passato dal grido ‘usciamo dall’euro’, dice, “all’accettazione totale dei diktat della Troika. Si sono comportati come un Paese sottosviluppato, da economia sudamericana”.

Sulle responsabilità di Tsipras si sofferma anche Veronica De Romanis. Il leader di Syriza, osserva la titolare della cattedra di European economics della Luiss, “ha imposto al suo Paese dosi di austerità massicce perché nel gennaio 2015 ha deciso di sospendere il programma in corso, nonostante il Pil fosse in ripresa e i mercati assorbissero il debito. E i sei mesi successivi, di messaggi discordanti, hanno fatto ripiombare la Grecia nella recessione e hanno spinto i mercati a chiudere i rubinetti”.

In sintesi, commenta Lorenzo Castellani, ricercatire della Luiss, “Tsipras ha perso non tanto, o quanto meno non solo, per la situazione economica, ma perché ha promesso un cambio di regime con l’Europa che non è riuscito a realizzare. Era andato al governo per combattere la troika e ha pagato lo scontro con l’imposizione di misure ancora piu’ pesanti”.

In quelle condizioni, sostiene Sapelli, bisognava “muoversi lungo un crinale di negoziazione aperta con l’Europa, essere creativi, cercare spazi di manovra. Bisognava, ad esempio, fare quello che ha fatto Tremonti in Italia con la Cdp, che non entra nel bilancio pubblico. Invece la scelta è stata fare una battaglia ideologica, tipica di chi non sa fare politica. Bisogna sempre guardarsi dal dominio dei professori”, esorta l’economista riferendosi all’ex ministro dell’Economia greco, Gianis Varoufakis, “che”, afferma, “ha condotto il governo in modo astratto”.

Per De Romanis, tuttavia, dalla disciplina di bilancio non si può derogare. “In Europa”, osserva, “ci sono diversi Paesi in surplus di bilancio, che hanno condotto il risanamento dei conti e messo le risorse dove servono. Al limite, è l’Italia che oggi coniuga zero crescita e politiche fiscali espansive. E a chi critica l’Europa”, aggiunge, “dico che invece l’Europa potrebbe fare tanto per un Paese come il nostro. Cito soltanto due dossier: il completamento dell’Unione bancaria, a partire dalla garanzia unica dei depositi, e la discussione sull’Eurobudget, che potremmo proporre finanziasse anche la disoccupazione in caso di choc”.

Se una lezione va imparata, riprende Bini Smaghi, “è che se c’è una crisi bisogna lavorare insieme alle istituzioni europee e non contro per costruire il mix di politiche fiscali e aggiustamento di bilancio più equilibrato possibile. Forse in Grecia si è insistito troppo sui conti e poco sulle politiche. Ma una cosa deve essere chiara”, rileva, “nessun governo sarebbe stato disponibile a tirar fuori un euro in più per Atene: nessun cittadino europeo avrebbe voluto pagare per la spesa pubblica greca, dove il deficit era esploso dal 4 al 15% in un anno”.

Eppure qualcosa deve cambiare per evitare che risanamento finisca inevitabilmente per far rima con sconfitta elettorale e disgregazione del tessuto sociale. “Un’Europa meno rigida sarebbe utile per evitare tensioni”, osserva Castellani. “Con questa crescita asfittica”, prosegue, “l’esacerbazione del conflitto è sempre dietro l’angolo. Servirebbe un grande piano infrastrutturale, lo scorporo degli investimenti pubblici dai bilanci o almeno una maggiore flessibilità legata a determinati tipi di investimenti o defiscalizzazioni. Ma purtroppo”, conclude, “manca qualsiasi accordo su politiche in grado di gettare acqua sul fuoco”. 

Agi

Eni ottiene i diritti di esplorazione e produzione nell’area di Abay, in Kazakhstan 

Il ministero dell’Energia del Kazakhstan, KazMunayGas (KMG) ed Eni hanno firmato un protocollo che assegna alla società il diritto d’uso del sottosuolo per l’esplorazione e produzione di idrocarburi attraverso operazioni congiunte nell’area di Abay, nell’offshore del Mar Caspio. È quanto si legge in una nota dell’Eni, in cui si precisa che il blocco di Abay è situato nella parte settentrionale kazaka del Mar Caspio, approssimativamente a 50 km dalla costa, in acque profonde meno di 10 metri. Si stima che il blocco abbia un potenziale significativo di risorse di idrocarburi.

Eni e KMG deterranno entrambe una quota del 50% del blocco di Abay ed Eni si farà carico della quota dei costi di KazMunayGas durante il periodo esplorativo. Il blocco sarà operato dalla “Isatay Operating Company”, una joint venture equamente partecipata da Eni e KMG e grazie alla quale le due società, che operano anche nel blocco di Isatay, riusciranno a massimizzare ulteriormente le sinergie e l’efficienza operativa.

Questo è il primo caso in Kazakhstan in cui una Joint venture opera in due progetti. La “Isatay Operating Company” beneficerà delle tecnologie proprietarie di Eni, leader globale sia nel settore dell’esplorazione sia nello sviluppo accelerato dei progetti e con una vasta esperienza in ambito tecnico e ambientale in zone remote come il bacino del Caspio. Questo nuovo progetto rafforzerà ulteriormente le attività di Eni in Kazakhstan e consoliderà l’alleanza strategica con KazMunayGas, un partner fondamentale per Eni.

Eni è presente in Kazakhstan dai primi anni ’90. È co-operatore nel campo di Karachaganak (FPSA) ed è partner nel North Caspian Sea Production Sharing Agreement (NCSPSA) per il super-giant di Kashagan. Congiuntamente alla compagnia di stato KazMunayGas, Eni è operatore del blocco di Isatay e produce attualmente nel paese circa 170 mila barili di petrolio equivalenti al giorno. Eni sta lavorando alla realizzazione di un progetto di energia rinnovabile, Badamsha, un parco eolico da 48 MW nel Kazakistan nordoccidentale. 

Agi

Antitrust accusa Fca: “Da trasferimento sede rilevante danno economico per l’Italia”

Il trasferimento della sede fiscale di Fca a Londra ha causato per l’Italia “un rilevante danno economico”. Lo ha detto il presidente dell’Antitrust, Roberto Rustichelli, durante la relazione annuale.  “L’Italia è uno dei Paesi piu’ penalizzati” dalla concorrenza fiscale, ha proseguito sottolineando “il rilevante danno economico per le entrate dello Stato causato dal recente trasferimento della sede fiscale a Londra di quella che era la principale azienda automobilistica italiana, nonché dal trasferimento della sede legale e fiscale in Olanda della sua società sua controllante”.

Agi

Quello di Tangeri diventa così il porto più grande del Mediterraneo 

Il porto di Tangeri cresce e sfida i grandi del mondo. A inaugurare l’espansione che lo porta a essere il primo porto del Mediterraneo, dell’Africa e tra i primi venti a scala globale, è stato il principe ereditario Moulay Hassan in rappresentanza del re Mohammed VI . Tanger Med, che rappresenta la porta principale del continente, sorpassando Port Said in Egitto e Durban in Sudafrica, è ora in grado di accogliere nove milioni di container, triplicando i tre milioni finora gestiti.

L’investimento totale, avviato ormai dodici anni fa, ammonta a oltre 8 miliardi di euro, di cui 4,87 miliardi di privati. Nei primati di Tanger Med – snocciolati dal presidente del Gruppo, Fouad Brini – ci sono quello di essere la “prima piattaforma di import-export del Paese con flussi di merci per un totale di 30 miliardi di euro” e il “primo eco-porto dell’Africa”.

La maestosa struttura offre la base a 912 aziende nei settori industriale, logistico e dei servizi creando oltre 75 mila posti di lavoro. “La dinamica del Nord del Marocco, territorio di opportunità, conoscerà una nuova accelerazione grazie al nuovo progetto ambizioso della Città Mohammed 6 Tanger Tech, che si svilupperà in perfetta sinergia con i progetti portuali e logistici di Tanger Med”. Sul tavolo c’è un ulteriore piano di investimenti per oltre 800 milioni di euro per accompagnare la crescita dell’export marocchino, dell’industria e dell’agricoltura. 

L’infrastruttura – evidenziano da Rabat – consolida l’ancoraggio del Regno del Marocco nell’area euro-mediterranea e nella regione magrebina e araba, rafforzando la sua vocazione di polo di scambio tra Europa e Africa, tra Mediterraneo e Atlantico e, allo stesso tempo, rafforza il suo ruolo centrale come partner attivo nel commercio internazionale e ben integrato con l’economia globale.

Tanger Med è riuscito a collegare il Marocco a 77 Paesi e 186 porti, contribuendo così ad affermare il Regno sulla scena marittima internazionale e a portarlo dall’83esimo al 17esimo posto nella classifica della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad).

Con l’ampliamento inaugurato venerdì, l’investimento pubblico è stato di 1,3 miliardi di euro per 4,6 chilometri di banchine e 2,8 chilometri di moli, il terminal separato dall’Europa da una striscia di mare di 14 chilometri ha una capacità di gestione del transito di 7 milioni di passeggeri, 700 mila tir e oltre un milione di veicoli l’anno.

A confermare la strategicità dell’opera è l’importante investimento voluto dal gigante dei traporti marittimi Moller-Maersk che gestirà, con una concessione trentennale un terminale nella nuova area inaugurata. Il Vice presidente e Ceo di Apm Terminals, Morten Engelstoft, ha  confermato la fiducia nel progetto attraverso un impegno del gruppo danese per l’investimento di quasi 900 milioni di euro nel nuovo porto, trasformandolo in uno dei più strategici a livello mondiale per Maersk. Tra gli operatori che hanno scelto il porto di Tangeri come base, oltre a Renault e Nissan, vi sono anche altre grandi aziende come Bosch, Adidas e Decathlon e i big della logistica, guidati da Dhl.

Agi

Tav, Alitalia, Ponte Morandi: il bandolo della matassa che Lega e M5s non trovano

Parte la gara anche per il versante italiano della Tav. Notizia fresca, oggi sui giornali. Lo ha deciso ieri il consiglio d’amministrazione di Telt, la società dei governi italiano e francese che ha il compito di realizzare la linea ferroviaria Torino-Lione. E la gara riguarda l’intero tratto del tunnel in Italia, che vale un miliardo di euro. Anche se per far partire le gare è necessario prima il nullaosta dei rispettivi governi, italiano e francese.

Ed è proprio sul fronte italiano di quest’aspetto che si registrano alcune novità. “Tav, Conte pronto al sì. Di Maio spalle al muro”, titola sicura La Stampa di Torino, città che si trova proprio lungo la direttrice ferroviaria veloce. “Tav, via libera ai bandi italiani. La Lega esulta: non sarà leggera” titola il Corriere mentre Il Fatto Quotidiano registra: “Telt fa un altro passo verso il Tav”. “Tav: sì ai bandi per i lavori in Italia, al 55% fondi europei” informa Il Sole 24 Ore.

E su questo ultimo aspetto dei fondi e dei finanziamenti mette l’accento il quotidiano sabaudo, perché “se si segue la traccia dei soldi, ieri a Parigi, nel Cda di Telt, è stato fatto un nuovo passo avanti per la realizzazione della Torino-Lione”. Infatti l’Unione Europea ha ufficializzato la volontà di alzare la quota di finanziamento comunitario anche per le tratte nazionali, e questa notizia per l’Italia significa “uno sconto complessivo di 1, 6 miliardi”.

Cosicché la spesa per il governo di Roma scenderebbe da 3,104 miliardi per il tunnel di base a 2, 367 miliardi mentre la spesa per il collegamento che da Bussoleno, nella piana della Valsusa, arriva a Torino verrebbe dimezzata scendendo da 1, 7 miliardi a 850 milioni.  E anche Parigi avrebbe i suoi vantaggi: dovrebbe spendere 1,764 miliardi contro 2,289 rivedendo il progetto iniziale per opere da 7 miliardi complessivi, con l’idea “di individuarne un altro low cost, sul modello italiano”.

Fin qui gli aspetti tecnici mentre sul piano politico si registrano delle novità. Luigi Di Maio confida in Conte e dice di fidarsi di lui auspicando una “soluzione”. Ma di quale soluzione si possa trattare non sa dirlo nemmeno lui. Sta di fatto che prima delle elezioni il premier aveva avocato a se il dossier Tav e il neogovernatore leghista ora la chiama direttamente in causa sollecitando “una parola chiara” dall’esecutivo sulla volontà di proseguire l’opera.

Tuttavia per i 5Stelle si è aperto anche un altro fronte, quello del nuovo Ponte Morandi a Genova. Ieri, infatti, nel giorno della prima colata di calcestruzzo per la costruzione del nuovo tratto di strada sospeso sul Polcevera, i 5Stelle hanno rilanciato l’idea della revoca delle concessioni ad Autostrade per l’Italia. Ciò che rischia di creare un cortocircuito pericoloso e incrinare i rapporti con la stessa società, resi al moment ancora più complicati dal possibile coinvolgimento del Gruppo Atlantia impegnato nel salvataggio di Alitalia. E sulla revoca la Lega ha già detto la sua: “Follia”. Anche se fonti 5Stelle “non escludono comunque che di fronte all’opposizione della Lega possa scattare una sorta di piano B. Ovvero la richiesta di revoca della concessioni solo per la tratta genovese”, si può leggere su Il Messaggero cartaceo, che oggi dedica un ampio resoconto all’argomento.

E se “il conto per lo Stato si aggirerebbe sui 25 miliardi, euro più euro meno, quello politico rischia di essere ancora più salato”. Ma il vicepremier Luigi di Maio, “forte di una relazione tecnica elaborata da una Commissione instituita presso il Mit, vale a dire un’opinione di parte, ha comunque rotto gli indugi, aprendo di fatto un nuovo incandescente fronte. (…) Una mossa dirompente ma tutto sommato scontata visto che il leader dei 5Stelle, dopo il dramma della caduta del Ponte Morandi, ha ripetuto a cadenze regolari che la convenzione va stracciata. E che i 3 mila chilometri di rete devono passare dai privati all’Anas”. Mentre sul fronte opposto, “Matteo Salvini non ha nessuna intenzione di infilarsi nella complessa procedura d revoca della concessione”, si legge ancora sul quotidiano della Capitale.

Ma tornando alla Tav, è chiaro che la mossa di Bruxelles di ieri, improntata a incentivi e maxi-sconti, cambia il quadro della situazione spingendo il premier “verso il sì”, si legge in un retroscena ancora sul quotidiano torinese, mentre il Movimento 5 Stelle prova ancora a resistere evitando una Caporetto sulla battaglia anti-Tav. E se Salvini è sempre contro la Tav leggera, “perché a me piacciono i treni che corrono”, sul Fatto si legge che “ieri è arrivato, via Facebook, il no definitivo pure del l’altro vicepremier, Luigi Di Maio: ‘Non abbiamo mai pensato a un progetto di Tav leggero. Parliamo piuttosto di cose serie. Ho fiducia nel fatto che il presidente Conte trovi una soluzione’.

Post subito approvato da Alessandro Di Battista, riunendo così le due anime dei Cinquestelle”. Ma è chiaro che “la notizia dell’innalzamento del contributo comunitario fino al cinquanta per cento della tratta nazionale della Tav mette in enorme difficoltà il M5s, sempre più stretto fra la pressione dell’Europa e della Lega da un lato, e dei No Tav dall’altra”.

Quindi? “Per il Movimento è la prova fatale: dopo aver costretto gli elettori pugliesi ad accettare il gasdotto Tap e il rilancio dell’Ilva, sul tavolo ora c’è la più simbolica delle battaglie Cinque Stelle sul territorio contro le grandi infrastrutture”, si legge ancora nel retroscena su La Stampa. Di Maio e i 5Stelle si impunteranno o abdicheranno?

Agi

I sindacati ripartono dal Sud

Almeno ventimila persone hanno partecipato a Reggio Calabria alla manifestazione nazionale unitaria organizzata da Cgil, Cisl e Uil. “Ripartiamo dal Sud per unire il Paese” è lo slogan. Circa trecento i pullman provenienti da ogni parte d’Italia. Nonostante il centro cittadino completamente paralizzato, lo spiegamento di forze dell’ordine ha garantito la sicurezza della manifestazione che si eèsvolta senza problemi di ordine pubblico.

Sul palco allestito in piazza Duomo, si sono alternati i tre segretari generali confederali, di Cgil, Cisl e Uil, rispettivamente Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo. Unico comune denominatore la richiesta al governo di cambiare la politica economica del Paese, soprattutto per aiutare il Sud in gravissima difficoltà.

“Salvini ha raccontato per mesi che si cambiava il Paese chiudendo i porti. Diciamoglielo – ha affermato Landini – quello che è successo, hanno chiuso i porti ma sono i giovani del Sud che continuano ad andarsene fuori dal nostro Paese, sono più di 200 mila che se ne vanno e vorrei fargli notare che gli altri Paesi d’Europa che sono un po’ più intelligenti di noi non hanno chiuso le frontiere, anzi usano l’intelligenza dei nostri ingegneri e dei nostri giovani per far funzionare meglio i loro Paesi. La vera sicurezza di cui abbiamo bisogno – ha scandito Landini – è la lotta contro la malavita organizzata. In un Paese diviso com’è il nostro, con grandi diseguaglianze, l’unico elemento che lo unisce davvero è che oggi la mafia, la ‘ndrangheta, e la malavita organizzata sono al Nord come al Sud, uguale”.

Il segretario generale della Cgil si è rivolto anche al ministro del Lavoro, Luigi Di Maio “che dal balcone – ha ricordato – annunciò che il governo con un provvedimento aveva cancellato la povertà, gli dovremmo far vedere che al contrario, non i sindacati, ma l’Istat nei giorni scorsi ha certificato che la povertà purtroppo è aumentata, sia quella relativa che il resto. Ma il dato con cui fare i conti – ha concluso Landini – è che oggi si è poveri lavorando, per questo il problema è che combattere la povertà vuol dire affermare i diritti, vuol dire cambiare la politica economica”.

Barbagallo ha definito “immondizia” l’autonomia differenziata e ha ironizzato sui navigator “sono assunti come precari e dovrebbero offrire lavoro a tempo indeterminato agli altri?” e sulla manutenzione delle grandi opere “l’unico ponte che non cadrà è quello sullo Stretto di Messina, perché non l’hanno fatto”, ammonendo il governo che con quella di oggi finisce la fase delle grandi manifestazioni, “se non ci convocano sarà sciopero“. A stretto giro di posta è comunque arrivata la dichiarazione di Salvini: “Entro luglio saranno invitati al Viminale“.

La Furlan ha sottolineato che “oggi il Mezzogiorno invece di essere al centro dell’agenda politica, invece di essere la priorità assoluta, continua a essere completamente dimenticato”. Infine Furlan ha dedicato la manifestazione ad Agostino Filandro, il 42enne morto per un incidente sul lavoro venerdì nell’area del porto di Gioia Tauro. Ai bordi del palco il segretario nazionale del Partito democratico, Nicola Zingaretti, parlando coi giornalisti ha osservato che la manifestazione dei sindacati dimostra “che si può riprendere non solo una battaglia politica e una lotta, ma si può soprattutto ricostruire un’alternativa che manca a questo Paese, siamo qui per dare rappresentanza a chi ha capito che Di Maio e Salvini con i loro selfie hanno preso in giro questa grande nostra comunità italiana”.

In corteo anche il governatore della Calabria, Mario Oliverio, con una delegazione di Giunta, il quale ha sottolineato la necessità che il Governo riaccenda i fari sul Mezzogiorno. 

Agi

La Fed lascia i tassi invariati tra il 2,25% e il 2,5%

La Federal Reserve ha lasciato invariato i tassi di riferimento all’interno della forchetta compresa tra il 2,25 e il 2,50%. Un componente del Fomc, il direttivo dell’istituto centrale statunitense, ha votato contro la decisione. 

Aumenta “l’incertezza” sulla crescita dell’economia statunitense, si legge nella nota della Fed, che agirà “in modo appropriato per sostenere l’espansione economica”. Il linguaggio utilizzato lascia intendere che il taglio dei tassi arriverà a luglio.

Dal comunicato della Fed sparisce la parola “paziente” legata all’aumento dei tassi. E l’attesa ora è di una riduzione complessiva di mezzo punto nella seconda metà dell’anno. A favore di questa ipotesi si sono espressi 7 componenti su 17 del direttivo, mentre un ottavo ritiene sufficiente un ritocco dello 0,25%. Il membro dissenziente del Fomc, James Bullard della filiale di St Louis, avrebbe voluto che il processo di riduzione del costo del denaro venisse avviato sin da questa riunione con una riduzione di un quarto di punto.

A sostenere l’ipotesi di un taglio dei tassi sono anche le nuove previsioni economiche. La Fed si attende ora che la crescita dell’inflazione si fermi quest’anno all’1,5% contro l’1,8% inizialmente previsto. E l’incremento dei prezzi al consumo si fermerà all’1,8%, al di sotto quindo dell’obiettivo del 2%, anche l’anno prossimo. Confermata al 2,1% invece la crescita del Pil quest’anno, mente sale dall’1,9% al 2% la stima per il prossimo.

Agi

Perché gli americani non comprano più automobili italiane?

Il settore dell’automotive da sempre al centro dell’economia nazionale è in seria difficoltà. I dati Istat sulla produzione industriale descrivono ad aprile un crollo a doppia cifra per la fabbricazione di autoveicoli rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (-17,1%). Incide su questa preoccupante flessione sicuramente lo stallo delle vendite di auto nel mercato interno. Al di là del lieve aumento registrato ad aprile (+1,47), a maggio (-1,19%) le immatricolazioni sono tornate a scendere, consolidando una contrazione che dura ormai da sedici mesi.

In controtendenza soltanto i veicoli a trazione elettrica, sempre di più scelti dagli italiani per motivi ecologici, complice l’ecobonus varato dal governo. Frenano quest’anno anche le esportazioni (-5,4%) in difficoltà per il delicato clima internazionale che non accenna a migliorare. Il 18 maggio il comparto automobilistico europeo è riuscito a scongiurare i dazi di Trump ottenendo una tregua di sei mesi. Se alla fine dovessero essere introdotti, per l’Italia sarebbe una vera stangata.

Quanto potrebbero costarci i dazi di Trump

A marzo secondo i dati dell’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica (Anfia) gli Stati Uniti hanno drasticamente ridotto lo shopping di Fiat, Ferrari e di tutte le altre auto prodotte in Italia (-17,5%). Con l’eventuale entrata in vigore delle tariffe gli acquisti degli americani potrebbero ulteriormente diminuire. Un bel problema per il comparto, considerato che oggi per quanto riguarda le automobili sono il nostro principale importatore.

Varca l’Atlantico circa il 17,6%% delle vetture prodotte in Italia e destinate all’export. Significa che su un valore totale a marzo di 2 miliardi di esportazioni di veicoli, gli Stati Uniti hanno inciso per 340 milioni. Il rischio per la tenuta del settore è alto perché non sono da escludere crolli repentini come quello che si è verificato a febbraio nello scambio commerciale con la Turchia (-50,2%) per la svalutazione della lira. Se il bilancio dell’export nel 2018 si è chiuso in negativo (-5,4%), quindi, il 2019 procede in maniera ancora meno incoraggiante.

Come chiarisce l’Anfia, d’altronde, è destinata all’export più della metà di tutte le vetture prodotte (56,7%) in Italia, a fronte del 42,4% di dieci anni fa. Questi numeri sottolineano il ruolo sempre più cruciale delle esportazioni per il settore. Tuttavia, la bilancia commerciale resta pesantemente negativa a favore delle importazioni. A differenza della Francia e della Germania, infatti, dove non c’è una grande penetrazione delle case automobilistiche straniere, gli italiani preferiscono acquistare brand esteri, che detengono il 75% della quota del mercato interno.

Produzione italiana in affanno

Con un giro d’affari superiore ai 51 miliardi di fatturato e 162 mila addetti tra produzione di auto e componentistica, un’indagine dell’Istat del 2016 indica il comparto automobilistico come un perno dell’economia nazionale. Proprio per questo gli ultimi dati sulla produzione destano più di una preoccupazione. Il bollettino dell’istituto di statistica di maggio alla voce fabbricazione di autoveicoli (codice Ateco 29.1) è in rosso sia per questi primi quattro mesi del 2019 (-14,7%) che su base annuale (-17,1%).

Il trend negativo è confermato anche dalle indagini di Anfia che effettua una sua rilevazione contattando direttamente le case automobilistiche. Secondo i dati dell’associazione di categoria, nel 2018 sono state fabbricate 670 mila macchine, il 9,7% in meno rispetto al 2017 e se il confronto sui dodici mesi prende in considerazione il periodo aprile 2018 – aprile 2019, la riduzione raggiunge addirittura il 22%.

L’Italia non è isolata nel contesto europeo. Non stanno facendo meglio gli altri Paesi, in particolare la Germania e il Regno Unito che registrano un calo del 9% nel 2018. Sembra invece tenere la Spagna (-1,1%), seconda per volumi produttivi in Europa, e soprattutto la Francia (0,9%), l’unica col segno più nell’ultimo anno.

L’Italia, però, parte da premesse differenti rispetto a questi paesi perché osservando l‘indice di produzione delle auto elaborato dall’Eurostat per ogni singolo Stato, è evidente che solo l’Italia non sia riuscita a recuperare i livelli produttivi precedenti alla crisi economica. Al contrario, Germania e Spagna ormai hanno raggiunto la stessa produzione del 2008 e il Regno Unito ha addirittura migliorato le proprie performance. Oggi, quindi, il nostro è il sesto Paese produttore nell’Unione, superato anche dalla Repubblica Ceca che ha visto in questo decennio un vero e proprio boom.

Tra le varie anime del comparto nazionale, c’è però una filiera che resta competitiva nonostante l’ondata che ha travolto l’Europa. Si tratta del settore delle carrozzerie, il cui indice di produzione calcolato dall’Istat e riportato da Anfia si è impennato ad aprile (9,9%), ed è stato comunque positivo negli ultimi quattro mesi (6,3%), in netto contrasto come abbiamo visto con l’indice della fabbricazione di autoveicoli (-14,7%). Le carrozzerie fanno ben sperare anche per le ultime rilevazioni sugli ordinativi (+4,2%). Nessun segnale di ripresa, invece, per la fabbricazione dei componenti (-14,7%) e il prodotto finito (-11,1%).

Quante auto vengono immatricolate in Italia?

Secondo ANFIA, le nuove auto immatricolate nel maggio 2019 sono state 193.733, un dato che fa segnare un -1 % rispetto al maggio 2018 (il Ministero dei Trasporti si discosta leggermente da questi numeri, parlando di 193.307 auto per un -1,19%). Il dato si inserisce in un contesto che ormai da 16 mesi manifesta difficoltà, con rari segnali incoraggianti (come il timido segno positivo di aprile 2019) e diverse batoste, come quella dello scorso settembre quando la variazione percentuale tendenziale sul mese di settembre 2017 fu -25%.

Così, il “più” registrato ad aprile è il primo dato in attivo dallo scorso dicembre (+2%), seguito da tre mesi di variazione percentuale tendenziale negativa: -7% a gennaio, -2% a febbraio e -9,6% a marzo. Anche i numeri assoluti di immatricolazioni degli ultimi 12 anni mostrano la contrazione dei volumi del mercato dell’auto.

Come riporta Anfia, il 2007 è l’anno record delle vendite con due milioni e mezzo di vetture nuove, ma la crisi economica dell’anno successivo ha lasciato un segno ben visibile che, nel 2013, ha portato le nuove immatricolazioni a 1,3 milioni, poco più della metà delle auto nuove di sei anni prima. Secondo Anfia, la proiezione per il 2019 è di 1 milione e 850 mila nuove immatricolazioni, dato che confermerebbe il trend negativo per il secondo anno consecutivo.

La Fiat Panda, nelle sue varie versioni, è l’auto più venduta in Italia nel 2018 (più di 122 mila esemplari) e vede confermata la sua leadership anche nel mese di maggio, risultando il modello nuovo più immatricolato (13.631 unità), nettamente davanti a Fiat 500 (6.361) e Renault Clio (6.192). Fiat si conferma il costruttore con il maggior numero di auto immatricolate, davanti a Volkswagen e Renault, con i francesi che si piazzano sul podio di poco davanti a Ford. Rispetto a dodici mesi fa Fiat è stabile (-0,39%) mentre frena bruscamente Alfa Romeo (-51%). Arretra anche Renault (-14%), mentre crescono Mitsubishi (102%), Dacia (42%), Seat e Porsche (33%).

Il crollo del diesel

Maggio 2019 si dimostra in continuità anche sul versante delle scelte legate all’alimentazione dei veicoli. Per il secondo mese consecutivo il benzina vende più del diesel, mentre le ibride ormai hanno raggiunto le auto a gpl.

I motori a benzina sono il 44% delle nuove auto immatricolate contro il 41% del diesel: un effetto collaterale, scrive Anfia, della “demonizzazione” tout-court del diesel ma che non ha un riscontro positivo sulle emissioni, visto che i motori a benzina “hanno livelli emissivi più alti rispetto alle corrispondenti versioni diesel”. Gli ecobonus che premiamo le auto a emissioni massime di 70 grammi di CO2 per chilometro spingono la crescita delle auto elettriche e ibride: nell’ultima rilevazione mensile, Anfia le considera ormai appaiate al Gpl (13 mila a gpl contro 12 mila auto ibride/elettriche), con il metano ormai ampiamente staccato con sole 3700 immatricolazioni.

Gli effetti dell’ecobonus sul mercato delle ricaricabili

Stando ai numeri di Anfia, gli effetti dell’ecobonus entrato in vigore il 1° marzo sono ben visibili, dal momento che sono proprio le auto ricaricabili a crescere di più rispetto a dodici mesi fa. A maggio le auto elettriche sono date in crescita del 95% rispetto all’anno precedente, le ibride plug-in del 62,8%. I numeri dell’auto elettrica degli ultimi mesi sono notevoli: tra gennaio e aprile 2019 sono state immatricolate 300 auto elettriche in più rispetto a tutto il 2017 (2384 contro 2022), con maggio le elettriche sono arrivate a 3579: probabilmente, questi numeri sono conseguenza diretta dell’ecobonus. Inoltre, a maggio 2019, ANFIA riporta l’immatricolazione da parte di privati di 577 auto ricaricabili contro le 138 di maggio 2018.

Auto elettriche, ibride plug-in ed extended-range (autonomia estesa) sono auto ricaricabili, ovvero possono essere collegate alla rete elettriche per essere caricate al fine di circolare. Nei motori ibridi plug-in la trazione avviene congiuntamente grazie a motore elettrico e motore a combustione, nelle extended-range il motore a combustione è una sorta di appoggio. Queste categorie sono quelle probabilmente favorite dall’ecobonus introdotto dal Governo, visto che per accedere agli incentivi occorre scegliere un’automobile che emetta meno di 70 grammi di diossido di carbonio per chilometro.

Stando alla Guida sul risparmio di carburanti e sulle emissioni di CO2 delle autovetture disponibile sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico – la cui versione più aggiornata è del 2016 – sono proprio queste categorie di autoveicoli quelle che rientrano più facilmente nei parametri previsti dalla legge. Nella guida nessuno dei veicoli a benzina, a gasolio, a benzina/gpl e a benzina/metano riesce a rientrare nella soglia di 70 g/km di CO2. Calcolando una media dei veicoli ad alimentazione alternativa, solo le ricaricabili rientrano tranquillamente in questi parametri. I termini della legge, inoltre, specificano che possono accedere all’ecobonus mezzi che comunque abbiano una “motorizzazione elettrica finalizzata alla trazione”.

Tuttavia, è bene specificare che le pur basse emissioni delle auto elettriche o più in generale delle ricaricabili non sono totalmente zero: l’impatto complessivo sull’ambiente dipende da come viene generata l’elettricità che le muove. In ogni caso, come ricorda l’Agenzia Europea dell’Ambiente, i veicoli elettrici sono più efficienti, sprecano meno energia, non producono ossidi di azoto e particolato, se si esclude quello derivante dai freni e dall’usura delle gomme. 

Agi