Economia

Dazi, clima e Soros. Il forum di Davos visto dai social 

Dalle Alpi svizzere, a Davos, dove si è appena conclusa la cinquantesima edizione del World Economic Forum 2020, le visioni contrapposte sul problema del cambiamento climatico non hanno trovato alcuna sintesi che possa assomigliare a un buon compromesso: gli attivisti che mettono in guardia dal climate change e dal riscaldamento globale sono stati bollati come “profeti di sventura” da Donald Trump.

 

Nelle stesse ore la giovanissima attivista per l’ambiente Greta Thunberg apriva i lavori del Forum puntando il dito contro l’inefficacia delle politiche per la lotta ai problemi ambientali, al punto da archiviare l’evento con disappunto categorico: “Questione clima completamente ignorata a Davos. Ma ce lo aspettavamo”. E sui social ritroviamo esattamente le stesse posizioni, amplificate e cristallizzate nell’audience, senza tuttavia diventare un trending topic.

“I wonder, what will you tell your children was the reason to fail and leave them facing the climate chaos you knowingly brought upon them?”
Here’s a clip from my speech addressing the #WorldEconomicForum in Davos today. Full speech here: https://t.co/qAJIqYXxhd#WEF2020 pic.twitter.com/8Ev3HqRY7d

— Greta Thunberg (@GretaThunberg) January 21, 2020

Le parole di Greta sembrano trovare conferma anche sulle piattaforme web, almeno in Italia dove l’attenzione ai fatti di Davos è stata bassa (probabilmente anche a causa del forte interesse sulle elezioni in Emilia-Romagna), a giudicare dalle conversazioni e dai thread pubblicati: appena 7 mila conversazioni con circa 20 mila condivisioni, e scarsissima voglia di interagire: appena lo 0,391% di engagement rate. Volumi di conversazioni costanti per tutta la settimana, ma da parte di poche persone.

Evidentemente una soglia di attenzione è garantita da attivisti, persone interessate al tema, ma certamente la discussione sul climate change non è diventata mainstream, nonostante il coinvolgimento di personalità di grande rilievo mediatico come Greta e Trump.

Heading back to Washington from @Davos , Switzerland. Very successful (for USA) trip!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) January 22, 2020

Tuttavia il Forum #WEF può vantare un grosso seguito sui social: 7,8 milioni di follower su Facebook, 704 mila follower su Twitter, 2,7 milioni su Instagram, confermandosi un evento mondiale di grande interesse. Numeri però che non hanno scaldato le conversazioni “online”. Si seguono i temi, certo, ma senza interagire troppo. 

Il sentiment presente nei contenuti inerenti Greta conferma una contrapposizione senza vinti né vincitori, e restituisce l’immagine di un mondo diviso in due nelle sue opinioni principali: 55% negativo, 45% positivo. Percentuali di gradimento e affinità pressoché identiche per il presidente Trump.

 

Greta e Trump sono entrambe personalità che fanno discutere, dividono, ma nessuno dei due persuade l’audience attirando una netta prevalenza di gradimento; semmai osserviamo una visione che è nettamente contrapposta e statica tra opinioni. Un campo di discussione ormai definito dove nulla sembra cambiare.

Non sono mancati toni forti. Il Segretario al tesoro USA, Steven Mnuchin, ha invitato Greta a “studiare prima di dirci cosa fare” innescando, in thread, conversazioni su Twitter a cui hanno partecipato specialmente attivisti per il clima pronti a sostenere le posizioni della giovane attivista, alle quali si è aggiunta Angela Merkel: “La riduzione delle emissioni è una questione di sopravvivenza”.

Ma proprio Mnuchin trova spazio su Twitter anche grazie ad alcuni suoi annunci. La frase più usata nei tweet è “metteremo nuovi dazi”, in proposito all’avvertimento del Segretario all’Italia sul tema Web tax. La piazza social sembra attenta e preoccupata pensando al rischio di nuovi dazi; Donald Trump è molto sensibile al tema riaffermando il concetto “America first”.

Ripetete : #Trump è amico dell’ #Italia, Trump è nostro amico… #dazi https://t.co/mLBlPAyRnb

— Il Gufo (@IlGufo19) January 21, 2020

“L’America è tornata a vincere”, ha affermato Trump, elencando i risultati economici favorevoli degli USA degli ultimi anni. Quello di Davos è stato un Forum che secondo il Presidente è stato un successo per gli USA, come ha scritto su Twitter. Purtroppo Greta e gli attivisti non possono dire la stessa cosa… Visioni contrastanti non solo tra Trump e Greta ma anche tra il Presidente USA e Christine Lagarde. 

La prossima presidente della Bce ha parlato del tema dei cambiamenti climatici dopo il Consiglio direttivo: “Il cambiamento climatico è una minaccia per la stabilità. Sono felice che il tema dell’ambiente trovi il suo spazio nella revisione sulla strategia che effettueremo”. E infatti proprio Lagarde rientra nel panel degli speaker più menzionati sui social in concomitanza del Forum.

Nella contesa per la visibilità social e Soros a vincere, ben di più dei protagonisti attesi come Greta e Trump. E lo fa agganciandosi alla discussione tutta Italiana sul movimento di piazza delle Sardine: “C’è speranza nei movimenti spontanei giovanili, come la rivolta di Hong Kong, o come in Italia le Sardine, che hanno trovato il modo di affrontare i dittatori nazionalisti, o un aspirante dittatore come Salvini. Ci sono più sardine che squali come Salvini e dunque le Sardine avranno la meglio”.

Per il finanziere paladino della società aperta (spesso bersaglio proprio del leader leghista) il sentiment delle conversazioni è nettamente negativo al 72% e l’account più menzionato in sua concomitanza è proprio quello di @matteosalvini, a conferma del fatto che l’audience li percepisce in forte antagonismo. 

Da #Davos Trump avverte la #UE: “misure dolorose” (alias nuovi dazi) senza nuovi accordi commerciali in tempi brevi. I Pil di UE e USA sono quasi pari. Grazie Trump per averci ricordato che solo un’Europa unita può contare in un mondo globalizzato e resistere alle minacce.

— Carlo Cottarelli (@CottarelliCPI) January 23, 2020

Agi

Secondo Stiglitz, il Green New Deal salverà l’euro

“Con gli investimenti verdi finisce la lunga austerity Adesso l’euro ha un futuro”. Ne è certo, Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, adesso vede un futuro per l’euro, lui che è stato forse l’euroscettico più noto nel campo progressista. In un’intervista a La Stampa di Torino dice infatti che il Green New Deal, il piano verde per un Europa ecosostenibile “può salvare la moneta unica, e soprattutto aiutare l’Italia” perché la sua attuazione “richiederà enormi investimenti, che renderanno necessaria una maggiore flessibilità di bilancio, consentendo finalmente gli stimoli per la crescita di cui il vostro paese aveva bisogno da anni”. Un’apertura di credito, la sua, che appare sorprendente.

Secondo il professore alla Columbia University, le cose stanno cambiando e “ci sono dei segnali positivi, che lasciano intravedere la possibilità di un mutamento di linea utile a tutti” cosicché l’impegno per il Green Deal “può rappresentare una svolta epocale” in quanto “promette di portare con sé una riforma della politica adottata finora da Bruxelles”. Infatti, per realizzare i nuovi obiettivi ambientalisti, “sempre più necessari dal punto di vista della sopravvivenza del nostro pianeta”, spiega il professore, “serviranno miliardi di euro, se non qualche trilione alla fine. È una scelta sensata, perché non punta solo all’obiettivo di ripulire l’ambiente e contrastare i cambiamenti climatici, ma promette di creare una nuova economia”.

Una tale prospettiva, a suo avviso, sarebbe pertanto “meglio della dissoluzione della moneta unica, che secondo me alle condizioni precedenti era necessaria, ma chiaramente sarebbe stata traumatica”. E la ragione principale per cui criticava l’euro “era che non aveva aiutato la crescita del continente” ma se questo problema verrà meno “cadrà forse il difetto principale della moneta unica, aiutando la crescita, che poi sarebbe anche il rimedio migliore contro l’emergere del populismo e del sovranismo” chiosa.

Agi

Al via il forum di Davos, riflettori su Greta e Trump

Si accendono i riflettori su Davos dove domani prenderà il via ufficialmente il World Economic Forum. L’evento, ormai cinquantenario, avrà quest’anno al centro delle discussioni il clima e l’ambiente. Il titolo, “Stakeholders for a cohesive and sustainable world“, azionisti responsabili per un mondo coeso e sostenibile, già anticipa un ‘brainstorming’ di geopolitica ‘green’ e ‘social’ come mai nella storia del Forum.

Sugli spalti, già domani ci saranno due campioni mediatici, Greta Thunberg e Donald Trump. Le stoccate tra i due si sono susseguite negli ultimi mesi e forse le nevi di Davos potrebbero fornire il palcoscenico di un nuovo scontro. La baby-attivista svedese, Greta Thunberg, sarà la prima (alle 8.30 del mattino) a prendere la parola in una prima sessione tutta ambientalista. La giovane è arrivata marciando nel resort dei Grigioni insieme ai Verdi elvetici partiti da Landquart, cittadina svizzera a 40 chilometri da Davos.

Con lei altri 9 giovanissimi leader ‘verdi’ invitati dal Wef tra cui Autumn Peltier, detta anche la ‘guerriera dell’acqua’, per la sua lotta per l’acqua pulita nel mondo.

Poche ore dopo Greta sarà il presidente Usa Donald Trump a parlare con uno ‘special address’ alla platea di Davos. Il presidente americano lo scorso anno non partecipò al Forum per via dello shutdown in Usa. Quest’anno arriva in un momento di grandi tensioni internazionali e a pochi mesi dalle elezioni.

Il Forum durerà fino a venerdì e sono previsti la cancelliera tedesca Angela Merkel, il premier italiano Giuseppe Conte, quello spagnolo Pedro Sanchez, il premier olandese Mark Rutte, il presidente dell’Iraq Barham Salih, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, il presidente dell’Afghanistan Mohammad Ashraf Ghanila, la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen, la presidente della Bce Christine Lagarde, il direttore generale del Fmi Kristalina Georgieva. Arriveranno anche dei monarchi: il principe del Galles Carlo d’Inghilterra ma anche il re Filippo del Belgio e sua moglie, la regina Mathilde, e il principe ereditario norvegese Haakon e la principessa Mette-Marit sono sulla lista degli ospiti. In tutto 3000 leader, tra cui 53 capi di Stato e di governo, da 117 paesi del mondo.

La delegazione italiana sarà capeggiata dal premier Giuseppe Conte che terrà uno ‘special address’ giovedi’ 23. Con lui il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e il ministro degli Affari Europei Vincenzo Amendola. Il parterre degli imprenditori nazionali sarà ancora piu’ nutrito. Ci saranno la presidente di Eni Emma Marcegaglia, il ceo di Generali Philippe Donnet, il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina, il ceo di Mediobanca Alberto Nagel, i presidenti di Saipem Francesco Caio, di Geox Mario Moretti Polegato, di Illycaffe’ Andrea Illy, e di Ariston Thermo Paolo Merloni. Il titolo del Forum di quest’anno non permette equivoci. Sarà un Wef tutto all’insegna della sostenibilità, della protezione dell’ambiente, della finanza etica e della lotta alle diseguaglianze sociali. Finiti i tempi delle proteste ‘no global’, l’appuntamento piu’ esclusivo del pianeta cambia abito e si converte in un nuovo paradigma.

Lo ‘stakeholder capitalism’ sarà il tormentone della quattro giorni sulle nevi svizzere. E saranno innumerevoli le dichiarazioni di intenti ‘verdi’ dei leader. “Il business ha ormai pienamente abbracciato il capitalismo degli stakeholder – ha detto il fondatore del Wef Klaus Schwab nella sua presentazione del Forum – che significa non solo massimizzarne i profitti, ma anche utilizzarne le capacità e le risorse in collaborazione con i governi e la società civile”.

Altro argomento principe sarà il clima. Greta Thunberg farà di prima mattina il suo appello per salvare il pianeta. D’altro canto il sondaggio annuale del Global Risk Report 2020, per la prima volta dalla pubblicazione dieci anni fa, ha segnalato i rischi climatici e ambientali tra quelli ritenuti più rilevanti in termini di probabilità dell’impatto nei prossimi 10 anni. “I principali rischi di lungo termine sono interamente ricondotti a gravi minacce alla nostra situazione climatica”, avverte il rapporto. E uno studio pubblicato alla vigilia il Wef avverte: i cambiamenti climatici potrebbero ‘bruciare’ una somma pari alla metà del pil mondiale.

Si parlerà poi delle diseguaglianze sociali. L’appello dell’Oxfam alla vigilia del Forum non lascia dubbi sulla necessità di intervenire: nel mondo oltre 2000 ‘Paperoni’ gestiscono una ricchezza maggiore di quella complessiva di 4,6 milioni di persone. E l’Italia non fa eccezione: l’1% delal popolazione gestisce una ricchezza pari a quelal detenuta dal 70%. Il Wef avverte in un altro rapporto che la chiave di volta non puo’ essere per i governi che quella di fare leva su una maggiore mobilità sociale. Intanto è tutto pronto per quello che verrà ricordato come “uno degli eventi più eco-sostenibili mai tenuti al mondo”, come hanno annunciato gli stessi organizzatori.

Energie rinnovabili per alimentare gli edifici, materiali riciclabili, veicoli elettrici, cibo a chilometro zero e al 70% vegetariano. Certo non mancheranno i jet privati e gli elicotteri (l’ultima edizione ha visto 1.500 dei suoi ospiti raggiungere la località svizzera in questo modo). Per questo gli organizzatori hanno lanciato un appello, invitando i partecipanti a usare i voli di linea o – meglio ancora – il treno. Chi sceglierà la ferrovia avrà anche un rimborso parziale dei costi del viaggio. 

Agi

Il gigante del legno

* Davide Tabarelli

Con il cambiamento climatico diventato emergenza globale, la politica internazionale si fa carico di impegni di riduzione delle emissioni di CO2 con trattati come quello di Kyoto del 1997 o quello di Parigi del 2015. A loro volta, i governi dei singoli Stati annunciano obiettivi altrettanto ambiziosi, seguiti spesso dalle amministrazioni delle singole città. Gli obiettivi sono a lungo termine, oltre i venti o trent’anni, molto più lontano della scadenza degli incarichi che i politici hanno ricevuto con le elezioni.

Sono passati 22 anni dall’accordo di Kyoto, oggi un po’ dimenticato, anche perché sostituito da quello di Parigi, ma l’obiettivo di allora è stato completamente mancato, in quanto le emissioni, invece di diminuire secondo le intenzioni, sono aumentate di quasi il 50 percento. Nonostante siano passati solo 4 anni dall’accordo di Parigi, il trend è sempre di crescita ed evidenzia tutte le difficoltà nel fare conciliare le grandi parole della politica con azioni più efficaci. Una maggiore consapevolezza di tale distacco fa sì che le politiche si facciano più evolute, con gli obiettivi che da semplice riduzione si spostano sui bilanciamenti, sulla neutralità. In sostanza, una volta che le emissioni di CO2, se inevitabili, vengono compensate da assorbimenti, allora l’obiettivo è comunque raggiunto. 

Le tecniche per assorbire le emissioni, un work​ in progress

Le tecniche per assorbire dall’atmosfera la CO2 non sono semplici. Da decenni si prova con la cattura e lo stoccaggio sotterraneo, attraverso filtri dell’aria o dei fumi dei camini delle centrali elettriche, con successiva iniezione nel sottosuolo, in una sorta di circolo che rimette il carbonio là dove era stato prelevato con l’estrazione delle fonti fossili. Il processo, però, è tanto facile da descrivere quanto difficile da attuare.

La CO2 è troppo dispersa in atmosfera e conta, come dicono le statistiche, per 420 parti per milione, vale a dire lo 0,042 percento dell’aria. Catturare una sostanza con tale bassa densità è molto costoso. Anche se si riuscisse a catturare con strumenti più efficaci grazie alle nuove tecnologie, rimane il fatto che, in alte concentrazioni, la CO2 è pericolosa da trasportare e diventa anche un prodotto tossico.

Iniettarla nel sottosuolo equivale a stoccare una sostanza pericolosa, in pratica un rifiuto speciale, che richiederebbe una sorta di presidio permanente del giacimento, con vincoli di controllo che dovrebbero durare per decenni. Constatata la difficoltà della cattura e dello stoccaggio, la ricerca ha intrapreso la via del riuso della CO2, attraverso la sperimentazione, sulle superfici degli edifici, di cementi in grado di assorbirla dall’atmosfera. Altrettanto interessante è la coltivazione di alghe, dove la fotosintesi, il processo chimico alla base di tutta la vita sulla terra, usa la CO2 per produrre clorofilla. La fotosintesi sintetica, realizzata in laboratorio, potrebbe presto guidare il processo verso la crescita di piante particolari in grado di assorbire CO2 in grandi quantità e ovunque, contribuendo allo stesso tempo a risolvere il problema della scarsità di cibo per la crescente popolazione mondiale.

Il contributo delle foreste, i numeri

In attesa che la ricerca dia risultati più efficaci, si riscoprono le potenzialità offerte dall’espansione delle foreste dove l’uomo ha vissuto per millenni, raccogliendone i frutti, usando il legno come materiale per costruire case e utensili e per fare il fuoco, la sua prima e più grande innovazione tecnologica. Puntare sugli assorbimenti delle piante obbliga però a fare riflessioni sui bilanci di carbonio e sui suoi cicli in atmosfera, per comprendere meglio la complessità della questione. Le emissioni da combustibili fossili antropiche, in forte crescita, sono dell’ordine dei 32 miliardi di tonnellate all’anno, mentre quello che assorbono le piante con la fotosintesi è stimato intorno ai 225 miliardi, compensato da emissioni per decadimento delle stesse piante per 220 miliardi, con un effetto netto positivo di cattura di 5 miliardi, circa un sesto delle emissioni umane da combustibili.

È inevitabile che ogni sforzo sull’aumento della superficie risulta positivo in termini di assorbimenti. La Food and Agriculture Organization (FAO) dell’ONU stima che la deforestazione globale stia rallentando. Mentre prosegue nelle aree dove maggiore è la popolazione povera, che vive nelle foreste, in particolare nell’Africa Subsahariana o nell’Amazzonia, si è invertita la tendenza in alcune aree ricche, in particolare in Europa.  Qui, da un po’ di tempo si parla di economia circolare, volta a ridurre l’impatto sullo sfruttamento delle risorse. Quello della cura delle foreste è da sempre modello di economia circolare che tiene conto della rigenerazione e dell’uso complessivo della materia, con effetti positivi correlati quali il mantenimento della biodiversità, la protezione del suolo, la purificazione dell’acqua, il sostegno a comunità locali in aree periferiche rurali, in territori difficili, deboli economicamente.

Le recenti visioni dell’Unione europea, contenute nel pacchetto clima ed energia verso la totale decarbonizzazione nel 2050, fanno proprio riferimento alle comunità dell’energia, dove i consumatori si producono la loro energia anche con biomasse, ovvero con legno, per impieghi tradizionali di riscaldamento o per la produzione di biogas da cui estrarre biometano. Sarà un ritorno a comportamenti di millenaria tradizione delle comunità che vivono presso i boschi, dove il legno diventa la principale fonte di energia e anche materiale da costruzione. Al di là delle suggestioni, la coltivazione del legno attraverso la riforestazione si adatta bene a questo modello, lo rafforza e lo potenzia.

I casi di Italia e Finlandia, modelli a confronto

In Europa, dopo secoli di disboscamento per far spazio all’agricoltura e all’allevamento, le foreste si stanno ampliando velocemente, notizia positiva nella speranza che anche nel resto del mondo possa accadere lo stesso.

Tale miglioramento non libera l’Europa dal paradosso che la vede oggi fortemente critica verso la deforestazione in paesi dove si è obbligati a ricorrervi per espandere l’agricoltura. Le regole dello sviluppo sono molto chiare e insegnano che il passaggio da un’agricoltura rurale di sostentamento ad una intensiva è il primo passo dello sviluppo. Ciò serve anche a rallentare il processo, comunque inevitabile, del passaggio di miliardi di persone dalle campagne alle città. Peraltro, in Europa, il ritorno dei boschi non è così virtuoso come sembra, ma è originato dall’abbandono dell’agricoltura perché non più profittevole, a volte perché si importano derrate da quei paesi che stanno uscendo lentamente dalla povertà assoluta.

Le statistiche evidenziano che dal 1990 al 2015 le aree boschive europee sono aumentate di 8 milioni di ettari, un’area pari all’intera Scozia. Chi più ha contribuito è l’Italia, paese relativamente piccolo, che in 25 anni ha visto aumentare le sue foreste di 2 milioni di ettari ad oltre 11 milioni, più di un terzo della sua intera superficie di quasi 30 milioni di ettari.  In media, le foreste italiane hanno assorbito circa 30 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, il 7 percento delle emissioni totali.

Come in tutta Europa, anche in Italia il ritorno dei boschi è l’effetto dell’abbandono dell’agricoltura, la conseguenza di un processo di impoverimento, che porta ad un incremento disordinato con l’emergere di altri problemi. La crisi dell’agricoltura è anche la crisi della selvicoltura e dell’economia montana, che soffre di spopolamento e di disoccupazione. L’incuria facilita gli incendi, in quanto i rami caduti non vengono più raccolti, nel sottobosco cresce la sterpaglia, più soggetta ad incendiarsi, mentre improvvise piogge intense vanno a intasare i corsi d’acqua e peggiorano il dissesto idrogeologico. L’abbondanza di legno in altri paesi europei, in particolare in quelli dell’est, ha originato il paradosso che la produzione in Italia cala a favore delle importazioni, mentre i boschi vengono lasciati sempre di più in stato di abbandono.

Chi, invece, in Europa ha conosciuto un processo virtuoso nella gestione delle proprie foreste è la Finlandia, paese che vive da sempre in simbiosi con il legno prodotto e coltivato nei suoi boschi. La Finlandia è il terzo paese per estensione delle foreste in Europa, dopo Svezia e Spagna, e, nonostante la costante crescita della produzione di legno, in gran parte esportato, la superficie dei suoi boschi aumenta. È il paese di riferimento per le politiche forestali per tutto il mondo, sia per gli aspetti più tradizionali, che per quelli collegati all’innovazione tecnologica.

L’economia del legno

Lo sfruttamento del bosco da sempre è condotto in forma di cooperative a beneficio delle comunità rurali che vivono in paesi che, senza l’economia del legno, non potrebbero sopravvivere. Äänekoski è una piccola cittadina di 20 mila abitanti a 300 chilometri a nord di Helsinki ed è la sede di uno dei più grandi stabilimenti al mondo per la lavorazione di alberi, per lo più conifere, tagliati nelle vicine foreste. La società Metsä ha la proprietà dello stabilimento e ha appena completato una ristrutturazione con  1,3 miliardi di euro di investimento. La Metsä a sua volta è  posseduta da una cooperativa di 103 mila soci che sono anche i piccoli proprietari dei terreni nelle foreste dove si taglia il legno.

Nel 2018 ha fatturato, con stabilimenti in 15 paesi, 2,5 miliardi di euro. Il nuovo stabilimento è quello più avanzato, dove fanno profitti e aiutano la foresta a crescere. Per ogni albero che viene tagliato, ne vengono piantati 4, poi, con il trascorrere degli anni, quelli meno rigogliosi vengono tagliati e solo i più forti vengono lasciati crescere, fino a quando hanno fra i 60 e i 70 anni. Quelli che vengono tagliati finiscono in fabbrica per fare truciolato e polpa di cellulosa per la carta. Nella fabbrica nulla viene sprecato. La parte più ricca sono le assi da destinare agli edifici e all’industria del mobile, ma poi ci sono le potature e la segatura che finiscono nei compensati.

Il calore e l’elettricità che usa lo stabilimento vengono prodotti dalla combustione di altri scarti. La fabbrica ha un reparto ricerca che già ha messo in produzione nuovi fogli, fatti con scarti, particolarmente adatti per stampe di alta qualità. Gli sviluppi più interessanti sono sul versante dei nuovi impieghi, a cominciare dalla sostituzione del cemento e dell’acciaio negli edifici di grande dimensione. In questi casi, non solo il legno stocca il carbonio assorbito nella crescita, ma permette anche di sostituire due dei materiali che più emettono CO2 nei processi di loro produzione.

L’ambizione è addirittura quella di sostituire la plastica negli imballaggi, con materiale da legno sviluppato in modo da essere completamente asettico, come richiesto dalla normativa sulla conservazione degli alimenti. Questo permetterebbe ai contenitori di liberarsi della plastica, oggi combinata con il legno, e di riciclarle interamente senza doverle bruciare. Ancora più innovativa è la ricerca sullo sviluppo di nuove fibre tessili, capaci di competere con quelle derivate dal petrolio e, soprattutto, con il cotone, che necessita di vaste aree agricole e di enormi volumi d’acqua.

Alla fabbrica non mancano le critiche, che arrivano dalla parte della comunità locale più attenta all’ambiente e che vorrebbe un minor uso di sostanze chimiche e di gasolio diesel, mentre altri, più integralisti, vorrebbero che le foreste fossero lasciate intatte, completamente vergini. Si tratta di critiche che alimentano la discussione e impongono la diretta partecipazione delle famiglie socie della cooperativa. Gli investimenti che ne conseguono consolidano un’avanguardia mondiale nell’economia del legno che si estende, in maniera spontanea all’ambiente circostante, in un circolo virtuoso che dura da millenni.

 

* Davide Tabarelli è presidente e cofondatore di Nomisma Energia, società indipendente di ricerca sull’energia e l’ambiente con sede a Bologna. Ha sempre lavorato come consulente per il settore energetico in Italia e all’estero, occupandosi di tutti i principali aspetti di questo mercato. Pubblica sulle principali riviste dedicate ai temi energetici.

** Questo articolo è apparso sul numero di dicembre 2019 della rivista World Energy

Agi

Blackrock voterà contro i cda che non fanno progressi sul clima

Blackrock, la più grande società d’investimento del mondo, è pronta a votare contro i consigli di amministrazione delle società di cui è azionista “se non svolgeranno progressi sufficienti in materia di informativa sulla sostenibilità e non predisporranno linee guida e piani aziendali ad essa connessi”.

Lo ha scritto l’ad del gruppo, Larry Fink, a conclusione di una lettera pubblicata oggi sul sito dell’azienda. “Riteniamo che quando una società non affronta efficacemente un problema materiale, i suoi amministratori debbano essere ritenuti responsabili”, ha spiegato; “laddove riteniamo che le società e i consigli di amministrazione non stiano producendo informative efficaci sulla sostenibilità o non stiano implementando procedure per la gestione di questi problemi, considereremo i membri del consiglio di amministrazione responsabili”. 

I rischi collegati al cambiamento climatico cambieranno per sempre il mondo della finanza, osserva il numero uno di Blackrock. “Il cambiamento climatico è divenuto per le società un fattore determinante da prendere in considerazione nell’elaborare le strategie di lungo periodo”, ha sottolineato

“Lo scorso settembre, quando milioni di persone si sono riversate per le strade per richiedere un intervento in merito al cambiamento climatico, molte di loro hanno evidenziato l’impatto significativo e duraturo che questo fenomeno avrà sulla crescita e sulla prosperità economica, un rischio che i mercati fino ad oggi sono stati più lenti a recepire”.

“Ma – prosegue la lettera di Fink – la consapevolezza sta cambiando rapidamente e credo che siamo sull’orlo di una completa trasformazione della finanza. I dati sui rischi climatici obbligano gli investitori a riconsiderare le fondamenta stesse della finanza moderna”.

Per questo “sempre più gli investitori sono costretti a confrontarsi con questi interrogativi e sempre più si rendono conto che rischio climatico significa rischio d’investimento. In effetti, i cambiamenti climatici sono quasi invariabilmente la prima problematica che i clienti, in tutto il mondo, ci pongono innanzi. Questi interrogativi stanno comportando una profonda rivalutazione del rischio e del valore degli asset. E poiché i mercati dei capitali anticipano il rischio futuro, registreremo i cambiamenti nell’allocazione di capitali più rapidamente rispetto a quelli nel clima. In un futuro vicino – prima di quanto anticipato da molti – avrà luogo una significativa riallocazione del capitale“, prevede l’ad di Blackrock.

Agi

Da metà gennaio dazi per 3 miliardi su pasta, vino e olio italiani

Sono pronti a scattare nuovi dazi Usa su prodotti base della dieta mediterranea con la conclusione il 13 gennaio della procedura di consultazione avviata dal Dipartimento del Commercio (USTR) sulla nuova lista allargata dei prodotti europei da colpire che si allunga tra l’altro a vino, olio e pasta Made in Italy oltre ad alcuni tipi di biscotti e caffè esportati negli Stati Uniti per un valore complessivo di circa 3 miliardi.

È quanto emerge da una analisi della Coldiretti in occasione della scadenza del termine fissato dal Federal Register nell’ambito della disputa nel settore aereonautico che coinvolge l’americana Boeing e l’europea Airbus dopo che il Wto ha autorizzato gli Usa ad applicare un limite massimo di 7,5 miliardi di dollari delle sanzioni alla Ue.

Con la nuova black list Trump – sottolinea la Coldiretti – minaccia di aumentare i dazi fino al 100% in valore e di estenderli a prodotti simbolo del Made in Italy, a quasi tre mesi dall’entrata in vigore il 18 ottobre 2019 dei dazi aggiuntivi del 25% che hanno colpito per un valore di mezzo miliardo di euro prodotti italiani come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.

La nuova lista ora interessa i 2/3 del valore dell’export del Made in Italy agroalimentare in Usa che è risultato pari al 4,5 miliardi in crescita del 13% nei primi nove mesi del 2019, secondo l’analisi della Coldiretti. Il vino – precisa la Coldiretti – con un valore delle esportazioni di quasi 1,5 miliardi di euro in aumento del 5% nel 2019 è il prodotto agroalimentare italiano più venduto negli States mentre le esportazioni di olio di oliva sono state pari a 436 milioni anch’esse in aumento del 5% nel 2019 ma a rischio è anche la pasta con 305 milioni di valore delle esportazioni con un aumento record del 19% nel 2019 secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat relativi ai primi nove mesi dell’anno.

Gli Stati Uniti – continua la Coldiretti – sono il principale consumatore mondiale di vino e l’Italia è il loro primo fornitore con gli americani che apprezzano tra l’altro il prosecco, il pinot grigio, il lambrusco e il chianti che a differenza dei vini francesi erano scampati alla prima black list scattata ad ottobre 2019.

Se entrassero in vigore dazi del 100% ad valorem sul vino italiano una bottiglia di prosecco venduta in media oggi al dettaglio in Usa a 10 dollari ne verrebbe a costare 15, con una rilevante perdita di competitività rispetto alle produzioni non colpite. Allo stesso modo si era salvato anche l’olio di oliva Made in Italy anche perché – riferisce la Coldiretti – la proposta dei dazi aveva sollevato le critiche della North American Olive Oil Association (NAOOA) che aveva avviato l’iniziativa “Non tassate la nostra salute” per chiedere al Dipartimento Usa al commercio estero (USTR) di escludere l’olio d’oliva europeo dalla lista di prodotti colpiti.

Nella petizione si sottolinea che l’olio d’oliva è uno degli alimenti più salutari tanto che la stessa Food and Drug Administration statunitense (FDA) lo ha riconosciuto come un alimento benefico per la salute cardiovascolare, oltre che componente principale della dieta mediterranea che, se fosse seguita secondo studi scientifici, comporterebbe un risparmio di 20 miliardi dollari in trattamento per molti disturbi oltre alle malattie cardiache, tra cui cancro, diabete e demenza.

Ora però con la pubblicazione della nuova black list Trump sembra aver ignorato fino ad ora le sollecitazioni dall’interno e dall’esterno degli Usa e mette a rischio – denuncia la Coldiretti – il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari e sul terzo a livello generale dopo Germania e Francia.

“Una eventualità devastante per il Made in Italy agroalimentare contro la quale la Coldiretti si è immediatamente attivata all’indomani dell’avvio della procedura lo scorso 12 dicembre con un serrato confronto a livello nazionale, comunitario ed internazionale per scongiurare una deriva dannosa per gli stessi consumatori americani per i quali sarebbe più caro garantirsi cibi di alta qualità importanti per la salute come dimostra con l’iscrizione della dieta mediterranea nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanita’ dell’Unesco il 16 novembre 2010” ha affermato Ettore Prandini il presidente della Coldiretti che in vista della missione della prossima settimana a Washington è in costante contatto con il Commissario UE al Commercio Phil Hogan per sensibilizzarlo sull’importanza della difesa di un settore strategico per l’UE che sta pagando un conto elevatissimo per dispute commerciali che nulla dovrebbero avere a che vedere con il comparto agricolo.

“L’Unione Europea ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che come ritorsione ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari, come i formaggi, che e’ costato al Made in Italy oltre un miliardo in cinque anni ed e’ ora paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato, con pesanti ipoteche sul nostro export negli Usa” ha concluso Prandini nel sottolineare che “per l’Italia al danno si aggiunge la beffa poiché il nostro Paese si ritrova ad essere punito dai dazi Usa nonostante la disputa tra Boeing e Airbus, causa scatenante della guerra commerciale, sia essenzialmente un progetto franco-tedesco al quale si sono aggiunti Spagna ed Gran Bretagna”.

Agi

Perché Lufthansa non vuole comprare Alitalia

Nessun investimento diretto in Alitalia ma la proposta di una partnership commerciale. Lufthansa rilancia la sua proposta per la compagnia aerea italiana e, al momento, di una acquisizione tout court non ne vuole sentir parlare. Dalla partnership commerciale Alitalia potrebbe avere più vantaggi, ha spiegato il responsabile per Lufthansa del dossier Alitalia, Joerg Eberhart, presidente e ceo di Air Dolomiti, in audizione in commissione Trasporti della Camera.

“Con Fs e Atlantia abbiamo condotto incontri positivi e svolto un intenso lavoro ma non abbiamo trovato un piano comune che consentisse di proporre un investimento. Per questo proponiamo una partnership commerciale che avrebbe più vantaggi rispetto a un investimento”, ha spiegato aggiungendo che questa “potrebbe generare per Alitalia un risultato annuale di 100 milioni di euro in più”.

Perché il matrimonio non s’è mai fatto

Il manager tedesco ha svelato poi i motivi per cui le nozze tra le due società non sono mai state celebrate: cambi di governo e di interlocutori, oltre agli interessi, spesso confliggenti, tra i vari attori. “Non c’era un piano Lufthansa, c’era un piano Fs e c’erano i commenti nostri e di Atlantia. Non potevamo investire perché il piano non era concordato e per mancanza di capacità manageriale. Capacita’ manageriale che avremmo potuto mandare a Roma, dedicare al progetto”, ha osservato Eberhart, ma “senza accordo con gli stakeholder principali, commissari, governo, sindacati sulla direzione in cui sviluppare l’azienda per chi viene da fuori è abbastanza difficile”.

Nel periodo del commissariamento si sono succeduti tre differenti governi (Gentiloni, Conte I e Conte II, ndr): “Anche come continuità del governo era una sfida anche per noi durante gli ultimi due anni e mezzo trovare gli interlocutori giusti. Era difficile ogni volta ricominciare da zero con nuove persone. Questi i motivi per cui abbiamo proposto una partnership commerciale” e non un investimento.

Per Lufthansa inoltre è necessaria una forte ristrutturazione della compagnia italiana: “Siamo fortemente convinti che un profondo risanamento di Alitalia sia inevitabile. Solo così con il tempo necessario e partendo da una posizione di forza potrà scegliere tra Lufthansa, British Airways ed Air France-Klm, facendo una scelta libera”. Ultima ratio taglio di rotte ed esuberi. “Se tutte le misure messe in campo non bastassero si dovrà pensare a un ridimensionamento ma questo non è il fine. La cancellazione di tratte, flotta e personale navigante sarebbe solo l’ultima ratio. Prima bisognerebbe provare tutto”, ha rassicurato Eberhart.

Arriva un nuovo direttore generale

Dopo il manager tedesco a sedersi davanti alla Commissione Trasporti della Camera, il commissario straordinario, Giuseppe Leogrande che ha subito annunciato Giancarlo Zeni come nuovo direttore generale. “Con lui metteremo mano al piano industriale e alle misure di efficientamento e di riorganizzazione”, ha assicurato. Il nuovo dg lascerà la carica di amministratore delegato di Blue Panorama e guadagnerà 250.000 euro lordi all’anno. “All’interno dell’azienda ci sono figure retribuite di più. Non è una cosa clamorosa considerando la riduzione dell’organo commissariale”, lo ha difeso Leogrande dai malumori dei parlamentari. La strada tracciata dal commissario comunque è indicata. “L’obiettivo è chiudere entro il 31 maggio. È chiaro che può essere raggiunto o con la cessione o anche attraverso il conferimento” di Alitalia “a una newco”.

Anche la ministra delle Infrastrutture e Trasporti, Paola De Micheli si è soffermata sui tempi. “Sono assolutamente convinta che si debbano rispettare i tempi previsti dal decreto. Gli interventi dovranno rispettare quella tempistica e quella copertura finanziaria”, ha detto.

Circa un nuovo coinvolgimento di Fs, la ministra ha spiegato che “è evidente che la partecipazione” delle Ferrovie nell’aviolinea “sarà valutata da Fs nel momento in cui sarà realizzato il mandato di questo decreto da parte del commissario e si saranno generate le nuove condizioni per poter eventualmente partecipare a un altra cordata. Ma sono condizioni che Fs dovrà valutare nel momento in cui sarà terminato il mandato. Non credo che sia giusto e corretto verso Fs prevedere allo stato attuale una determinazione di imperio”, ha sottolineato De Micheli aggiungendo che “la preoccupazione” principale del governo è “il mantenimento dei livelli occupazionali”. 

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Quante tasse paga una piccola impresa rispetto a un gigante del web

Se le nostre piccole e medie imprese (Pmi) hanno un carico fiscale complessivo che si attesta al 59,1 per cento dei profitti le multinazionali del web presenti in Italia, o meglio le controllate di questi giganti economici ubicate nel nostro Paese, registrano un tax rate del 33,1 per cento. Lo afferma la Cgia di Mestre, spiegando che entrambi i dati si riferiscono al 2018.

Tra i Paesi dell’Area dell’euro, infatti, i dati della Banca Mondiale ci dicono che solo la Francia (con il 60,7 per cento) registra una pressione fiscale sui profitti delle imprese superiore alla nostra, contro una media dei 19 Paesi che utilizzano la moneta unica pari al 42,8 per cento. Un dato, quest’ultimo, di oltre 16 punti percentuali inferiore al dato medio presente in Italia.

Tornando alla comparazione iniziale, quali sono le ragioni per cui le controllate italiane delle principali multinazionali del web possono beneficiare di un tax rate del 33,1 per cento ? Per il semplice motivo che la metà dell’utile ante imposte è tassato in Paesi a fiscalità agevolata che procura un risparmio fiscale che, nel periodo 2014-2018, ha sfiorato complessivamente i 50 miliardi di euro. Poi oltre ad avere la pressione fiscale sulle imprese tra le più elevate d’Europa, l’Italia è il Paese, assieme al Portogallo, dove pagare le tasse è più difficile.

Sempre dai dati presentati recentemente dalla Banca Mondiale (Doing Business 2020), da noi sono necessari 30 giorni all’anno (pari a 238 ore) per raccogliere tutte le informazioni necessarie per calcolare le imposte dovute; per completare tutte le dichiarazioni dei redditi e per presentarle all’Amministrazione finanziaria; per effettuare il pagamento on line o presso le autorità preposte.

Il coordinatore dell’Uffici studi Paolo Zabeo sottolinea che “è comunque verosimile ritenere che sulle piccole imprese il carico fiscale sia quasi doppio rispetto a quello che grava sui giganti tecnologici presenti in Italia. Un’ingiustizia che grida vendetta, non tanto perché su questi ultimi grava un peso fiscale relativamente contenuto, ma per il fatto che sulle nostre Pmi il peso delle tasse e dei contributi è tra i più elevati d’Europa”.

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La sindrome cinese che fa volare le borse europee

Le Borse europee stanno brindando al nuovo anno. Giornata molto positiva per tutte le piazze finanziarie del Vecchio Continente che, sulla scia dell’entusiasmo proveniente dalla Cina, macinano guadagni. Alla base di tutto c’è la mossa di ieri della Banca centrale cinese che ha deciso di tagliare i requisiti delle riserve per le banche, liberando così circa 114 miliardi di dollari per sostenere il credito e spronare l’economia.

La People Bank of China infatti allenterà il coefficiente di riserva (RRR) dal prossimo 6 gennaio di 50 punti base, riducendo l’ammontare di liquidità che le banche devono detenere. Abbassando tale indice vengono liberate risorse per il credito alle piccole e medie imprese. La banca centrale nel 2019 è già intervenuta tre volte per ridurre il coefficiente e sostenere l’economia cinese che, lo scorso anno, è cresciuta al tasso più lento degli ultimi tre decenni.

L’intervento è stato preso bene dagli investitori che hanno giudicato positivamente anche il dato sull’attivitaà manifatturiera cinese che si conferma in espansione. L’indice Pmi, elaborato da Markit/Caixin, si è attestato a 51,5 punti a dicembre, in leggero calo rispetto ai 51,8 punti di novembre e dai 51,7 di ottobre, ma sopra la soglia dei 50 punti, linea di confine tra fase di contrazione e di espansione. Tutto questo ha dato sprint alle borse con Shanghai che ha segnato un +1,15% e Shenzhen un +2%. In scia Francoforte sale dello 0,68%, Londra dello 0,91%, Madrid dell’1,18%, Parigi dell’1,02%, Milano dell’1,3%. 

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Come sarà il 2020 delle borse europee?

I mercati azionari europei chiudono il 2019 al top da un decennio ma, secondo gli analisti, gli investitori devono stare attenti al prossimo anno. L’economia europea continua a rallentare e mostra segnali contrastanti. I record di Wall Street e l’ormai prossima firma della fase uno dell’accordo tra Cina e Usa stanno trainando i listini europei verso l’alto anche in quest’ultima parte del 2019.

L’indice Stoxx Europe 600, che comprende le azioni del Regno Unito, venerdì guadagnava lo 0,39% e si appresta a chiudere l’anno in rialzo del 23%, mentre il Dax di Francoforte, nonostante il Pil della Germania stia continuamente sull’orlo della recessione, senza però mai esserci entrato, è in crescita del 26% quest’anno, al top da sei anni.

“Per un investitore statunitense – spiega a MarketWatch Andrea Cicione, global strategist di TS Lombard – l’Europa sta recuperando in questo momento, il che è positivo, quindi ci sono opportunitaàa breve termine, ma a lungo termine il trend europeo sarà legato a doppio filo a quello della crescita economica. Pertanto, gli investitori dovranno essere agilmente e pronti a uscire dalla regione il prossimo anno se la ripresa risulterà in calo”. Poi Cicione, con una sorta di post scriptum, avverte: “Non bisogna fare troppo affidamento sui governi europei per allontanare la regione da una crisi nel 2020”.

Uno dei motivi per cui l’analista vede buone opportunità a breve termine è perché la crescita degli utili europei nel 2019è stata peggiore di quella degli Stati Uniti, quindi le aspettative sono basse e le valutazioni sono piu’ ragionevoli. Andrew Milligan, global strategist di Standard Life Investments, guardando al futuro, punta piu’ sulle azioni statunitensi che su quelle europee, poich[, secondo lui, l’Europa rimane un luogo in cui occorre selezionare attentamente le azioni.

Perché ciò cambi, secondo Milligan occorrerebbe che le aziende del settore finanziario funzionassero meglio e servirebbero dei segnali che la Banca centrale europea e le politiche di bilancio nazionali promuovessero maggiormente l’attività economica e che si verificasse un aumento della domanda dei mercati emergenti. “Se vedessimo forti stimoli di bilancio in Europa, che è un segnale che probabilmente vedremo più nel 2021 che nel 2020, saremmo più ottimisti. E lo stesso avverrebbe se arrivasse un maggiore stimolo dalla Cina a sostegno dell’industria automobilistica tedesca”. 

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