Economia

Gli hotel cercano di salvarsi trasformandosi in spazi per lo smart working

Salvare gli alberghi convertendo le stanza in spazi di lavoro temporaneo. È la soluzione che  DayBreakhotels.com, la start up nata nel 2014 per rendere disponibili anche di giorno stanze e servizi di hotel di lusso, ha trovato per coniugare le esigenze dello smart working e l’emergenza coronavirus che ha messo in ginocchio l’hotellerie

Il mondo degli hotel è in una crisi senza precedenti che solo in Italia ha evidenziato perdite di 100 milioni di euro al mese – come ha riferito il presidente di Federalberghi Roma, Giuseppe Roscioli – con molte strutture rimaste chiuse e con le altre che ancora fanno fatica a ripartire. Per far fronte a questa crisi e aiutare lavoratori e aziende a rispettare le nuove norme anti-Covid, DayBreakHotels.com ha deciso di rivoluzionare di nuovo il ruolo dell’hotel, trasformandolo in un luogo di lavoro agile.

Anziché lavorare da casa, le persone potranno ricreare il loro ambiente lavorativo in una lussuosa stanza d’hotel: camera con scrivania e wi-fi, zone business per riunioni e conference call, senza dimenticare gli standard di igiene e rispetto di protocolli di sanificazione, con la possibilità di fare un break sfruttando i servizi degli hotel, come palestra, piscina, giardini e ristoranti. Le strutture affiliate sono più di 5.000 in Italia e nel mondo. 

Le camere e gli appartamenti sono prenotabili per lo smart working per 1 giorno (offerte da 49 euro con orario dalle 8 alle 20), 1 settimana lavorativa (offerte da 199 euro per 5 giorni) o anche 1 mese. 
“La sfida è rivoluzionare il concetto dell’hotel, rendendolo uno spazio liquido in grado di trasformarsi in ciò di cui il cliente ha bisogno e sfruttando così tutto ciò che queste strutture hanno da offrire: pensiamo a piscine, sale meeting, spa e ristoranti per a una clientela più ampia che non va in hotel solo per pernottare – dice Simon Botto, CEO di DayBreakHotels.com – Oggi la nostra visione ci permette di aiutare sia le strutture partner, per alcune delle quali siamo attualmente il principale canale distributivo, sia le molte società con cui collaboriamo, interessate ad offrire ai loro dipendenti la possibilità di usare i nostri hotel per il loro smart-working. Innovare generando nuovo valore e assecondando i bisogni nascenti degli hotel e dei clienti è sempre stato il nostro obiettivo e lo è oggi più che mai”. 

Agi

Come cambierà lo shopping dopo l’epidemia

Sono 16,4 milioni gli italiani convinti che cambieranno in maniera permanente le proprie abitudini di acquisto in seguito all’epidemia di Coronavirus e soprattutto in conseguenza alla percezione del rischio di contagio.

È quanto emerge dal nuovo report realizzato dalla società di consulenza globale Alvarez & Marsal in collaborazione con Retail Economics e basato su un campione di 6,000 consumatori appartenenti a 6 paesi  europei: Italia, Germania, Gran Bretagna, Francia, Spagna e Svizzera.

Ma come devono essere letti questi dati? “I consumatori Italiani e Spagnoli sono molto più preoccupati dei loro omologhi Nord Europei – dice Alberto Franzone, managing director di Alvarez & Marsal – sia sulle loro disponibilità finanziarie, sia sul mantenimento del posto di lavoro. Questo ha comportato un drastico taglio di tutti i consumi giudicati non essenziali”.

Per cosa hanno continuato a spendere gli italiani

Gli italiani, infatti, hanno continuato a spendere solo per il cibo (+15%) mentre hanno decurtato tutte le altre categorie d’acquisto: giù del 75% vestiti e scarpe, -50% per i mobili, -20% libri e giornali: hanno resistito solo i consumi di quei prodotti legati al maggior tempo trascorso tra le mura domestiche, come ad esempio elettronica di consumo, pc portatili o attrezzature per la ginnastica in casa. 

Sul versante del digitale l’Italia e la Spagna soffrivano di un notevole ritardo negli acquisti on line, rispetto ai paesi del Nord Europa: la percentuale sul totale è pari soltanto al 6.3% e 5.4% rispettivamente, confrontati con il 20.4% del Regno Unito e l’11.7% della Germania. “In Italia la pandemia ha accelerato la transizione, con 1 miliardo di euro di maggiori acquisti on line previsti nel 2020 – proseguono da Alvarez & Marsal –  del campione di consumatori intervistati, ben il 55% ha dichiarato di aver fatto acquisti su Internet per la prima volta durante questo periodo”.

Cosa cercano i consumatori

Nel post-pandemia i bisogni dei consumatori sono mutati, ma cosa cercano oggi le persone durante la loro esperienza di acquisto? “Il primo rilevante aspetto è la ricerca di sicurezza – risponde Franzone – devono essere garantite le condizioni igieniche, con priorità anche su convenienza di prezzo, qualità e ampiezza di scelta”.

E in questo cambiamento d’approccio l’età non rappresenta un elemento secondario, secondo il managing director della società di consulenza globale “i consumatori hanno approcci all’acquisto molto diversi : i gruppi di consumatori più giovani (ad esempio Gen Z e Millennial) apprezzano ancora molto l’esperienza fisica in negozio, utilizzato per scoprire prodotti di nicchia e poi condividerli sui social.

Per i consumatori più anziani che ancora apprezzano l’interazione interpersonale durante lo shopping, un’esperienza più impersonale (ad esempio un assistente che indossa una maschera) potrebbe rivelarsi più problematica. Questo è un ulteriore elemento che potrebbe dare ancora più spinta al passaggio agli acquisti online”.

Cosa fare delle giacenze?

Un passaggio che appare sempre più fluido, dove i confini tra store online e store offline sono sempre meno definiti “Questo percorso era sicuramente già in atto – commenta Franzone – con la diffusione del cosiddetto omnichannel, e l’utilizzo di piattaforme come Farfetch che utilizzano le giacenze e le logistiche dei negozi fisici. Sicuramente la digitalizzazione farà ulteriori grandi progressi, a partire da un maggior utilizzo della realtà aumentata per migliorare la customer experience, fino all’utilizzo dei data analytics e di sistemi di CRM per meglio conoscere le esigenze del consumatore e migliorare la sua esperienza in negozio”.

Ora non resta che domandarsi se esiste una “ricetta”, un indirizzo per i retailer che oggi si trovano davanti al cambiamento “Senza dubbio i retailer devono rinegoziare i contratti di affitto, indicizzandoli ai corrispettivi (come è successo in Gran Bretagna con un utilizzo enorme delle procedure di CVA – Company Voluntary Arrangement) – affermano da Alvarez & Marsal – devono poi ripensare gli spazi, e conseguentemente l’offerta di prodotto, per adeguarla alla minore disponibilità sugli scaffali. Devono adeguare l’esperienza in negozio (il “cerimoniale di vendita”), anche attraverso nuovi strumenti tecnologici (disponibilità di magazzino su tablet) e attraverso strumenti di realtà aumentata. Infine devono conoscere meglio le esigenze e i comportamenti della loro clientela: in questo contesto l’utilizzo di sistemi di CRM e Big Data diventerà decisivo”.

Agi

Si allunga la lista dei marchi che “tolgono l’amicizia” a Zuckerberg

Continua ad allungarsi la lista di compagnie che, sull’onda della mobilitazione di Black Lives Matter (e in vista delle elezioni presidenziali), stanno ritirando le loro campagne pubblicitarie da Facebook e dalla sua controllata Instagram, accusando la compagnia di non fare abbastanza per contrastare l’odio online. A un elenco dove figurano pesi massimi come Unilever e Honda, si sono appena aggiunte Adidas e Rebook, scrive Cnbc. Hewlett-Packard, in un comunicato, ha poi fatto sapere che sospenderà la pubblicità su Facebook ed è in procinto di “rivedere” la propria strategia sui social media. Reuters riporta infine che Ford è in procinto di fermare gli spot per tutto luglio. 

La notizia più clamorosa riguarda però Microsoft, che ha sospeso la sua pubblicità su Facebook e Instagram negli Stati Uniti a maggio e recentemente ha esteso il provvedimento a livello globale. È quanto scrive in esclusiva Axios che cita una chat interna del gruppo. Tuttavia, a differenza dei molti inserzionisti che hanno recentemente aderito alla campagna di boicottaggio di Facebook, Microsoft è preoccupata per dove vengono mostrati i suoi annunci, non per le politiche di Facebook. Il risultato – scrive Axios – è comunque che un altro grande inserzionista in questo momento non sta rimpinguando le casse della piattaforma social.

Agi

Per il lavoro sarà l’autunno peggiore di sempre?

AGI – L’Inps ha calcolato che nel primo trimestre 2020 l’input di lavoro misurato in termini di Ula ha subito una eccezionale diminuzione sia sotto il profilo congiunturale (-6,9%) sia su base annua (-6,4%), come conseguenza della riduzione delle ore lavorate a seguito del sopraggiungere dell’emergenza sanitaria a partire dall’ultima settimana di febbraio.

Dopo una sostanziale tenuta nei mesi di gennaio e febbraio 2020, ha evidenziato a marzo una progressiva perdita di circa 220 mila posizioni lavorative a marzo, un andamento negativo dovuto essenzialmente alla contrazione delle assunzioni, misurabile in 239 mila attivazioni di rapporto di lavoro dipendente in meno (-44 mila a tempo indeterminato e -195 mila a termine).

Le rilevazioni dell’Anpal dicono che dall’inizio dell’anno fino al 3 maggio c’è stata una riduzione di 882 mila contratti avviati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Con l’avvio della cosiddetta fase 2 si è registrata una progressiva ripresa dei flussi contrattuali, per quanto su dinamiche comunque molto distanti da quelle del 2019 e dell’inizio del 2020, ma l’inversione non consente, ovviamente, di recuperare il gap precedentemente accumulato: al 31 maggio, il 2020 sconta, in termini di posizioni lavorative nette, un differenziale di oltre 583 mila posizioni rispetto al 2019.

“Abbiamo davanti un autunno molto impegnativo dal punto di vista occupazionale. La scommessa di dire blocchiamo i licenziamenti perché poi il mercato riprenderà, più passano i giorni più si dimostra lontana dalla realtà. Giochiamo nel campionato dell’incertezza ma dai numeri degli ordinativi estivi e dalle difficoltà che ancora attraversano mercati importanti come quelli di Usa e Cina, non torneremo alla normalità dopo l’estate. Non possiamo continuare a pensare che dopo il blocco tutto tornerà come prima: a un certo punto ci sveglieremo e sarà dura. Sicuramente i giovani e le donne pagheranno di più ma è necessario averne consapevolezza e ripartire”.

Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt

L’autunno peggiore di sempre

L’autunno peggiore di sempre. Così si prospetta il mercato del lavoro a settembre, quando finirà il blocco dei licenziamenti stabilito per decreto. Le stime circolate sono da far tremare i polsi ma nessuno sa esattamente cosa ci aspetti.

Secondo Confindustria, l’occupazione in termini di Ula seguirà il Pil, con un -7,6%. Confcommercio, basandosi su una previsione di crollo del Pil dell’8%, calcola che andrà perso almeno un un milione di posti di lavoro. Federmeccanica parla di scenario “drammatico”. L’Istat, nelle Prospettive per l’economia italiana, nota che l’evoluzione dell’occupazione, misurata in termini di Ula (Unità di lavoro equivalenti a tempo pieno), è prevista evolversi in linea con il Pil, con una brusca riduzione nel 2020 (-9,3%) e una ripresa nel 2021 (+4,1%).

Leggi anche: La sorpresa che attende i manager a ottobre

Diversa appare la lettura della crisi del mercato del lavoro attraverso il tasso di disoccupazione, il cui andamento rifletterebbe anche la decisa ricomposizione tra disoccupati e inattivi e la riduzione del numero di ore lavorate.

Ma i dati più allarmanti sono quelli dell’Istat che indicano la diminuzione delle persone in cerca di lavoro (-467 mila) e la crescita degli inattivi (+290 mila). Ad aprile la tendenza è proseguita e, fa notare Confindustria, gli occupati sono calati (-274 mila), gli inattivi sono saliti molto (+746 mila).

Nella Congiuntura flash di maggio la confederazione osserva che “l’estensione eccezionale della Cig quest’anno permetterà un forte aggiustamento al ribasso delle ore lavorate e la salvaguardia di posti di lavoro. L’occupazione in termini di Ula seguirà il Pil, con un -7,6% nel 2020 (e +3,5% nel 2021), ma terrà in termini di teste. Il tasso di disoccupazione crescerà meno che altrove, anche per l’aumento degli inattivi ma faticherà a scendere nel 2021 (11,3%), quando la creazione di posti di lavoro sarà spiazzata dal riallungamento degli orari e più persone cercheranno un impiego.

“In tutti i paesi i provvedimenti dei governi riguardanti il mercato del lavoro, come quelli per evitare licenziamenti (blocchi, salari pagati dallo stato, prestiti legati alla mantenimento dell’occupazione) sono stati varati con una scadenza  e ovunque ci si chiede cosa accadrà dopo. Penso che si andrà ovunque verso un rinnovo di tali misure, magari seguendo un processo di graduale riduzione. Teniamo presente che si sta navigando a vista perché in nessuna carta nautica dell’economia c’è scritta la rotta da tenere in una situazione che è senza precedenti. E ovunque le misure sono state aggiustate nella qualità e nella quantità in base all’evoluzione dell’epidemia e delle restrizioni per contrastarla”.

Luca Paolazzi, economista e partner Ref ricerche

Federmeccanica ha già avvertito che le prospettive per l’autunno saranno drammatiche: la fase recessiva del comparto “dovrebbe protrarsi anche nel corso del secondo trimestre” e il “34% delle imprese ritiene di dover ridimensionare, nel corso dei prossimi sei mesi, gli attuali livelli occupazionali”.

Ma la situazione potrebbe essere peggiore in altri settori, come il turismo, il commercio, i servizi. Secondo un sondaggio di Confesercenti il 59% degli albergatori ridurrà il personale. Resta quindi da capire cosa succederà con gli ammortizzatori sociali: i dati di maggio sulla cassa integrazione mostrano numeri mai visti in precedenza. 

Le ore autorizzate con causale “emergenza sanitaria Covid19” sono state ad aprile-maggio 2020 pari a circa 1,7 miliardi. Ciò significa aver salvaguardato 5 milioni di posti di lavoro. I sindacati chiedono proroghe e non vogliono sentir parlare di licenziamenti: i metalmeccanici sono già scesi in piazza e annunciano scioperi. Potrebbe essere solo l’inizio. 

Agi

È l’Italia l’economia che pagherà più caro per il virus: “Pil giù del 12,8%”

Sarà l’Italia a pagare lo scotto maggiore alla pandemia di coronavirus, con un crollo del Pil del 12,8% nel 2020, pari soltanto a quello dell’economia spagnola. È la stima contenuta nell’aggiornamento del World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, che taglia del 3,7% la previsione pubblicata nel Rapporto di aprile. Nel 2021, l’attività economica italiana rimbalzerà invece del 6,3%, l’1,5% in più rispetto a quanto l’istituto di Washington si attendesse in primavera.

A preoccupare è anche l’andamento dei conti pubblici. Secondo l’Fmi il rapporto tra deficit e Pil nel nostro Paese risulterà pari al 12,7% quest’anno e al 7% il prossimo. Il rapporto tra debito e Pil salirà invece sino al 166,1% nel 2020 per poi calare al 161,9% nel 2021.

L’impatto dell’epidemia di coronavirus sull’economia ha avuto effetti “catastrofici” sul mercato del lavoro, si legge nell’aggiornamento, secondo cui la perdita di ore lavorate nel secondo trimestre dell’anno equivale alla cancellazione di 300 milioni di posti di lavoro a tempo pieno nel Mondo rispetto all’ultimo trimestre del 2019.

Agi

Oltre 134 mila persone aspettano l’assegno Inps della cassa integrazione

AGI – Al 17 giugno, sono 134.358 le persone che ancora attendono di ricevere la cassa integrazione per far fronte all’emergenza legata alla pandemia. A certificarlo è l’Inps che ha pubblicato i dati relativi alle domande di integrazioni salariali Covid-19 spiegando che la maggior parte però (108.590) sono riferite a domande ricevute a giugno. In base alle domande presentate entro il 31 maggio, invece, sono 25.768 il numero dei lavoratori che, al 17 giugno, non ha mai preso almeno un pagamento. Sulla base di domande regolarmente presentate dopo il 31 di maggio, sono in attesa di essere pagati 356.939 lavoratori, che tuttavia hanno già ricevuto almeno un pagamento riferito a integrazioni mensili di periodi precedenti.
L’Inps stima inoltre che al 17 giugno ammonta a 11 milioni la quota totale dei beneficiari delle diverse prestazioni per Covid per una spesa complessiva di 15 miliardi di euro. Il conteggio comprende tutti i diversi tipi di bonus erogati dai 600 euro ai congedi parentali, dalla cassa integrazione al Reddito di emergenza.

Sulla base delle domande per le integrazioni salariali Covid-19 regolarmente presentate, il numero di lavoratori che non hanno ricevuto almeno un pagamento al 17 giugno sono 134.358. L’Inps spiega che per la maggior parte però (108.590) sono riferite a domande ricevute a giugno. Sulle domande presentate entro il 31 maggio, invece, sono 25.768 il numero dei lavoratori che, al 17 giugno, non ha mai preso almeno un pagamento. Sulla base di domande regolarmente presentate dopo il 31 di maggio, sono in attesa di essere pagati 356.939 lavoratori, che tuttavia hanno già ricevuto almeno un pagamento riferito a integrazioni mensili di periodi precedenti. 
 

Agi

Bank of England potenzia il bazooka con 100 miliardi di sterline

La Banca d’Inghilterra lascia il tasso d’interesse invariato allo 0,1% ma potenzia nuovamente il suo ‘bazooka’ aggiungendo al Quantitative Easing altri 100 miliardi di sterline (oltre 111 miliardi di euro) per aiutare l’economia britannica a rialzare la testa dalla crisi innescata dalla pandemia di coronavirus.

Il board della Boe, presieduto dal neo governatore Andrew Bailey, ha dato il via libera al programma d’incremento dell’acquisto di bond con 8 voti favorevoli e uno solo contrario. Per mantenere invariato il costo del denaro, invece, il voto è stato unanime e il Monetary Policy Committee ha deciso di lasciare i tassi d’interesse al minimo storico dello 0,1%. Dall’inizio della pandemia, l’istituto centrale ha tagliato due volte i tassi di interesse portandoli dallo 0,75% allo 0,1%.

Secondo la Boe, l’inflazione rimarrà bassa, mentre il mercato del lavoro soffrirà per diverso tempo. Inoltre l’istituto centrale britannico ritiene che, sebbene le previsioni economiche rimangano “eccezionalmente incerte”, la caduta delle attività nel secondo trimestre nel Regno Unito causata da Covid-19 e dalle misure di contenimento sarà “meno grave del previsto”, grazie ai dati che già a maggio segnalano una ripresa dei consumi e dei servizi. Dopo le decisioni della Boe il cambio tra sterlina e dollaro viaggia a 1,2485 (-0,54%). 

Agi

Quante sono le imprese che possono garantire il distanziamento fisico

AGI – Il 56,3% delle imprese (63,2% in termini di occupazione) ha già adottato l’adeguamento degli spazi di lavoro per assicurare il distanziamento fisico dei lavoratori, il 29,3% (26,7% degli addetti) non ha ancora provveduto ma afferma di poterlo fare, ma il 14,4% (10,1% di addetti) dichiara che gli spazi di lavoro risultano impossibili da adeguare. Lo riferisce l’Istat nel rapporto su situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria.

Dal punto di vista settoriale – fa notare l’Istat – l’adozione di questa misura risulta particolarmente difficoltosa nelle costruzioni, dove il 41,9% delle imprese ha provveduto all’adeguamento mentre il 29,4% afferma di non essere nella condizione di farlo. Le difficolta’ sono decisamente minori nel comparto del commercio: ha provveduto ad adeguare gli spazi lavorativi il 68,1% delle imprese e solo il 10,2% ritiene che non sia possibile.

La difficoltà a riadattare gli spazi di lavoro dipende poi molto dalla dimensione aziendale. A dichiararsi impossibilitate a farlo sono il 15,3% delle micro-imprese e l’11,6% delle piccole (che insieme rappresentano il 7,2% dell’occupazione complessiva). Fra le medie e le grandi, più di due imprese su tre hanno già provveduto alla riorganizzazione degli spazi (30,7% dell’occupazione) mentre solo il 7,4% delle medie e il 4,3% delle grandi affermano di non poterli adeguare (2,8% degli occupati).

A livello territoriale non emergono differenze significative, malgrado il lieve ritardo dell’Italia centrale e del Mezzogiorno dove è piu’ alta la quota di imprese che non si sono ancora adeguate pur essendo nelle condizioni di poterlo fare (31,6% e 34,0%) rispetto al Nord-ovest (26,2%) e al Nord-est (26,1%).

Agi

Crollo record della produzione industriale nell’Eurozona

Crollo della produzione industriale della zona euro ad aprile: secondo Eurostat, nel mese di totale lockdown legato alla pandemia di coronavirus la produzione industriale nell’area euro è calata del 17,1% rispetto a marzo e del 28% rispetto all’aprile del 2019. Nell’intera Unione la produzione industriale di aprile è scesa del 17,3% rispetto a marzo e del 27,2% rispetto all’aprile del 2019.

Secondo Eurostat “le misure di contenimento legate a Covid-19, ampiamente attuate dagli Stati membri, hanno continuato a incidere in modo significativo sulla produzione industriale”. I dato di aprile sulla produzione industriale, aggiunge l’ufficio di Statistica europeo, segnano le maggiori diminuzioni mensili registrate dall’inizio della serie, “ben al di sopra delle diminuzioni dal 3% al 4% osservate alla fine del 2008 e all’inizio del 2009 durante la crisi finanziaria”.

Anche il dato annuo è a livelli record: si tratta della la maggiore diminuzione annuale dall’inizio della serie, superando il -21,3% nell’area dell’euro e il -20,7% nell’UE osservato nell’aprile 2009. Nel complesso, la produzione industriale nell’area euro e nella UE sono scese ai livelli osservati l’ultima volta a metà degli anni ’90.

Quanto ai singoli settori nell’aprile 2020, rispetto a marzo, nell’area dell’euro, la produzione è diminuita del 28,9% per i beni di consumo durevoli, del 26,6% per i beni strumentali, del 15,6% per beni intermedi, 11,9% per beni di consumo non durevoli e 4,8% per energia. Nell’UE la produzione è diminuita del 27,8% per i beni di consumo durevoli, del 27,3% per i beni strumentali, del 14,9% per i beni intermedi, del 10,7% per beni di consumo non durevoli e 5,0% per energia.

La produzione industriale è diminuita in tutti gli Stati membri per i quali sono disponibili dati. I maggiori decrementi sono stati registrati in Ungheria (-30,5%), Romania (-27,7%) e Slovacchia (-26,7%). 

Agi

Nel 2020 la spesa delle famiglie è calata del 4% 

AGI – Nel 2019 la stima della spesa media mensile delle famiglie italiane è di 2.560 euro mensili in valori correnti, sostanzialmente invariata rispetto al 2018 (-0,4%) e sempre lontana dai livelli del 2011 (2.640 euro mensili), cui avevano fatto seguito due anni di forte contrazione non recuperata negli anni successivi. Lo rileva l’Istat in un report dedicato, sottolineando che le stime preliminari del primo trimestre 2020 “mostrano che le misure di contenimento della diffusione del Covid-19 hanno prodotto un calo di circa il 4% della spesa media mensile rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”. In particolare, la marcata riduzione dell’offerta e della domanda commerciale al dettaglio ha determinato una flessione delle spese diverse da quelle per prodotti alimentari e per l’abitazione di oltre il 12% rispetto al primo trimestre 2019.

Il gap della spesa tra Nord e Sud è di 740 euro 

Nel 2019, anche se in lieve attenuazione, restano ampi i divari territoriali sul fronte delle spese per i consumi delle famiglie, rileva l’Istat, spiegando che nel Nord-ovest si spendono circa 740 euro in più (800 nel 2018) rispetto a Sud e Isole.

I livelli di spesa più elevati, e superiori alla media nazionale, continuano a registrarsi nel Nord-ovest (2.810 euro), nel Nord-est (2.790) e nel Centro (2.754 euro); più bassi, e inferiori alla media nazionale, nelle Isole (2.071 euro) e nel Sud (2.068 euro). Nel Sud e nelle Isole, dove le disponibilità economiche sono generalmente minori, a pesare di più sulla spesa delle famiglie sono le voci destinate al soddisfacimento dei bisogni primari quali, ad esempio, quelle per Alimentari e bevande analcoliche: rispetto alla media nazionale (18,1%), questa quota di spesa pesa il 23,3% nel Sud e il 21,4% nelle Isole mentre si ferma al 15,9% nel Nord-est. Nel Sud si registra tradizionalmente anche la quota di spesa più elevata per Bevande alcoliche e tabacchi rispetto al resto del Paese (mediamente pari, tra il 2014 e il 2019, al 2,2%, contro l’1,8% a livello nazionale); tuttavia, nel 2019 questa spesa scende nel Sud da 48 a 45 euro mensili (-6,8% rispetto al 2018), fondamentalmente a causa del calo della spesa per sigarette, che passa da 27 a 24 euro mensili, segnando dunque una contrazione del 9,8% rispetto all’anno precedente.

Le regioni più care

Le regioni con la spesa media mensile più elevata nel 2019 sono Trentino-Alto Adige (2.992 euro), Lombardia (2.965 euro) e Toscana (2.922); in particolare, nel Trentino-Alto Adige si registra, rispetto al resto del Paese, la quota di spesa più alta destinata a Servizi ricettivi e di ristorazione (6,8%; la media nazionale è 5,1%). Puglia e Calabria sono le regioni con la spesa più contenuta, rispettivamente 1.996 e 1.999 euro mensili, quasi mille euro in meno del Trentino-Alto Adige. In Puglia si osserva la quota più bassa destinata a Ricreazione, spettacoli e cultura (3,2%, contro una media nazionale del 5,0%) e in Calabria la quota più alta per Alimentari e bevande analcoliche (25,0%).

In città si spende di più

I livelli e la composizione della spesa variano a seconda della tipologia del comune di residenza. Anche nel 2019, nei comuni centro di area metropolitana le famiglie spendono di più: 2.909 euro mensili, +328 euro rispetto alle famiglie residenti nei comuni periferici delle aree metropolitane e in quelli con almeno 50mila abitanti (cioè il 12,7% in più, nel 2018 era l’8,6%) e +466 euro rispetto alle famiglie residenti nei comuni fino a 50mila abitanti che non appartengono alla cerchia periferica delle aree metropolitane (il 19,1% in più, nel 2018 era il 17,0%). Rispetto al 2018, i divari tra i comuni centro delle aree metropolitane e tutti gli altri comuni si sono dunque leggermente ampliati. Nei comuni centro di area metropolitana si registra anche nel 2019 la quota di spesa più bassa destinata ad Alimentari e bevande analcoliche (15,2%, contro il 19,2% dei comuni fino a 50mila abitanti che non appartengono alla cerchia periferica delle aree metropolitane); lo stesso vale per le quote di spesa destinate ad Abbigliamento e calzature (rispettivamente 3,7% e 4,8%) e Trasporti (9,3% contro 12,1%).

Al contrario, nei comuni centro di area metropolitana si registrano le quote più elevate di spesa per Abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili (40,5%, molto sopra il dato medio nazionale, contro il 32,9% dei comuni fino a 50mila abitanti che non appartengono alla cerchia periferica delle aree metropolitane) e per Servizi ricettivi e di ristorazione (rispettivamente 5,4% e 4,9%). Le quote di spesa destinate alle altre tipologie di beni e servizi non registrano, invece, particolari differenze al variare del tipo di comune di residenza. 

Agi