Economia

Viaggi, trasporti e cibo: la stangata sulle vecanze degli italiani

AGI – Le vacanze estive si tradurranno in un vero e proprio salasso per gli italiani. Il Codacons fa i conti e sottolinea come gli aumenti dei prezzi riguardano tutte le voci di spesa, dai voli ai traghetti, alla pizza e ai gelati. Per quanto riguarda i trasporti, nell’ultimo mese l’associazione dei consumatori fa notare che le tariffe dei biglietti aerei internazionali sono salite del +160,2% su base annua, addirittura del +168,4% i voli europei (+26,9% quelli nazionali); i prezzi dei traghetti salgono del 9,1%, la benzina è aumentata del 10,5% e il gasolio del 20%.

Proibitivo noleggiare un’automobile: le tariffe dei noleggi sono aumentate quasi del +25% rispetto al 2021. Per dormire in albergo si spende in media il 16,6% in più rispetto al 2021, mentre un pacchetto vacanza completo è rincarato in media del 5,7%.

Costosissimo mangiare: i prezzi degli alimentari sono saliti nell’ultimo mese del 10%, mentre bar e ristoranti hanno ritoccato i listini in media rispettivamente del +4,6% e +4,8%. Non si salvano nemmeno pizza e gelati: una cena in pizzeria costa il 5,4% in più, gelaterie e pasticcerie hanno alzato i prezzi del 5%.

Anche la cultura è più cara: visitare musei, monumenti storici costa in media il 3,6% in più. “Le vacanze estive 2022 saranno un salasso per gli italiani, e chi parte dovrà mettere mano al portafogli spendendo sensibilmente di più rispetto allo scorso anno – afferma il presidente Carlo Rienzi – Basti pensare che in base alle stime del Codacons il costo di una vacanza di 10 giorni, tra spese per spostamenti, pernottamenti, cibi e servizi, passerà da una media di 996 euro a persona del 2021 ai circa 1.195 euro del 2022, con un incremento che potrebbe raggiungere i 199 euro procapite”. 


Viaggi, trasporti e cibo: la stangata sulle vecanze degli italiani

Rinnovabili, la cinese Zonergy sbarca in Italia: nel mirino il mercato europeo  

AGI –  Zonergy, fornitore cinese di soluzioni per le energie rinnovabili, è sbarcata in Italia, più esattamente a Milano, dove ha aperto una nuova sede e dove lavorerà in collaborazione con Desasolar, unità di Desa (società specializzata nella distribuzione di prodotti elettronici con un fatturato di 130 milioni di euro), sotto il coordinamento del Gruppo Obor. Per Zonergy l’obiettivo poi è entrare nel settore europeo delle energie rinnovabili offrendo soluzioni in fatto di pannelli solari, moduli fotovoltaici e soluzioni di accumulo di energia ai professionisti del settore dell’energia attivi nel settore residenziale e commerciale. 

“Le fonti di energia rinnovabile sono il futuro – ha dichiarato Kevin Changbin Qiu, vicepresidente esecutivo di Zonergy, in occasione della presentazione dell’accordo, il 26 luglio – dopo anni di ricerca e sviluppo, siamo più che pronti per entrare nel mercato europeo. In effetti, questo settore acquisirà più trazione nel tempo con un fabbisogno energetico sempre crescente, motivo per cui intendiamo ospitare un ambizioso piano di crescita per l’Europa che sarà lanciato nei prossimi mesi”.

Dello stesso avviso Francesco Desantis, CFO di Desasolar- “Quello dell’energia – ha detto – è uno dei più importanti temi dei nostri tempi. I valori a cui Desa Srl si ispira impongono di fare la nostra parte nel tentativo di consegnare, alle future generazioni, un mondo migliore rispetto a quello ricevuto. Siamo onorati di poter collaborare con Zonergy e siamo certi di poter dare un grandissimo contributo, stanziando le necessarie risorse, affinché la partnership possa decollare in tempi rapidissimi creando valore, oltre che per gli stakeholders, anche per l’Italia intera oggi alle prese con grandi difficoltà energetiche”.

Fondata nel 2007, Zonergy è un’impresa high-tech internazionale specializzata in soluzioni integrate di microgrid intelligenti. L’azienda si è impegnata nel fornire ai clienti soluzioni di microgrid intelligenti di prima classe, realizzati grazie ai propri team che operano nella ricerca e sviluppo, produzione, vendita e commercio, progettazione e implementazione di progetti, gestione dell’energia e ottimizzazione dell’utilizzo complementare dell’energia in varie forme (energia eolica, energia solare, idroelettrica, così come accumulo di energia e ricarica). Nel settore dello stoccaggio e della distribuzione di energia solare, 

Zonergy ha realizzato un importante impianto fotovoltaico a terra della capacità di 9*100 MW in Punjab, Pakistan. In questo impianto, il progetto On-grid commissionato nel 2016 da 3*100 MW di potenza è diventato il Produttore di Potenza Indipendente (PPI) di maggiori dimensioni nel settore del fotovoltaico in Pakistan.


Rinnovabili, la cinese Zonergy sbarca in Italia: nel mirino il mercato europeo  

Il Nordest torna a trainare la ripresa con export e costruzioni

AGI – Il Nordest torna a trainare l’economia del Paese. Nel 2022, infatti, il Pil del Veneto è destinato ad aumentare del 3,4 per cento. Nessuna altra regione italiana è destinata a fare meglio.

Subito dopo scorgiamo la Lombardia con il 3,3% e l’Emilia Romagna, altra regione nordestina, con il 3,21%. In coda, invece, scorgiamo le Marche con un aumento del 2,4%, la Basilicata con il 2,3% e, infine, la Calabria con il 2,1%.

I dati emergono da un’analisi realizzata dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre. Entro quest’anno, inoltre, solo 7 regioni su 20 recupereranno il livello di Pil che avevano prima dell’avvento della pandemia (2019). Esse sono: Lombardia, Emilia Romagna, Valle d’Aosta, Puglia, Abruzzo, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.

Le altre 13, invece, ancora no. Le realtà territoriali che hanno faticato più delle altre a recuperare il terreno perduto sono la Toscana (-1,4%), la Calabria (-1,8%) e, infine, la Sardegna (-2,1%).

Nel 2022, ricorda la Cgia, la crescita media del Pil italiano è stimata al 2,9%. Un livello inferiore a quello ipotizzato, ad esempio, nelle settimane scorse dalla Banca d’Italia (+3,2%) o al dato sulla crescita acquisita dall’Istat (+3,4%).

L’Ufficio studi della CGIA ritiene, infatti, che nel prossimo autunno lo scenario economico/sociale sarà particolarmente difficile. Il caro energia, l’inflazione galoppante, gli sviluppi della guerra in Ucraina e una possibile recrudescenza del Covid rischiano di “frenare” con più forza di quanto previsto lo slancio economico maturato in Italia nella prima parte di quest’anno.

La Cgia sottolinea che gli aiuti pubblici erogati dal Governo Draghi per contrastare la crisi, il buon andamento delle presenze turistiche, gli investimenti (in particolar modo nelle costruzioni) e l’export sono le voci più significative che stanno puntellando la ripresa economica in atto.

Per quanto concerne i consumi delle famiglie che, ricordiamo, costituiscono il 60 per cento circa dell’intero Pil nazionale, dovrebbero salire, rispetto al 2021, del 2,8%, anche se rispetto al 2019 sono ancora inferiori del 4,1%.

A livello regionale, le variazioni 2022 su 2021 più importanti si segnalano in Lombardia, e Veneto (ambedue +3,4%) e in Valle d’Aosta (+3,3%). Per quanto concerne gli investimenti, quest’anno aumentano del 9,9%, con punte del 10,4% in Lombardia, del 10,3% in Emilia Romagna e del 10,2% in Sicilia, Piemonte, Campania e Puglia.

Rispetto alla situazione pre-Covid, il dato medio nazionale è aumentato addirittura del 16,9%. In merito all’export, infine, quest’anno il dato nazionale dovrebbe aumentare del 6,3%, con picchi particolarmente positivi in Sicilia (+15,5%), Liguria (+12,3%), Valle d’Aosta (+12,2%) e Calabria (+11,8%).

Rispetto a 3 anni fa, le nostre vendite all’estero sono incrementate del 9%. In merito alla crescita economica, misurata a livello provinciale dal valore aggiunto, svetta la Venezia Giulia: Gorizia con il +4,4% e Trieste con il +4,3% guidano la classifica nazionale.

Sondrio, invece, con il +4,1% occupa il terzo gradino del podio. Altrettanto significativo il risultato previsto a Barletta, Caserta e Monza-Brianza (tutte con il 4%), Brindisi e Verona (entrambe con il +3,9%). Sebbene la crescita sia comunque positiva, chiudono la graduatoria a livello nazionale Pordenone, Cagliari e Viterbo (con il +1,9%) e, infine, Vibo Valentia e Reggio Calabria (ambedue con il +1,7%).

Rispetto al 2019, 51 province su 107 devono ancora recuperare la perdita del Pil causata dalla crisi pandemica. Le situazioni più critiche si registrano a Pisa (-3,5%), Rovigo (-3,8%), Brindisi (- 4,0%), Macerata (-4,1%), Vibo Valentia (-4,3%) e Belluno (-5,2%).


Il Nordest torna a trainare la ripresa con export e costruzioni

La Bce: l’economia sta rallentando, la guerra è un freno alla crescita

AGI – L’economia della zona euro sta rallentando, l’alta inflazione e la guerra in Ucraina inoltre “gettano più di un’ombra sulle prospettive per la seconda metà del 2022 e oltre“. Sono le previsioni della Bce contenute nel bollettino mensile. Il turismo dovrebbe favorire l’attività economica nel terzo trimestre e le “condizioni del mercato del lavoro si mantengono solide”, ma tanti sono i rischi che gravano sulla crescita. Quanto alla politica monetaria l’Eurotower inoltre si dice pronta ad alzare i tassi di interesse nelle prossime riunioni.

“Sarà opportuna – si legge nel bollettino – un’ulteriore normalizzazione dei tassi di interesse. Anticipare l’uscita dai tassi di interesse negativi consente al Consiglio direttivo di passare a un approccio in cui le decisioni sui tassi vengono prese volta per volta. L’evoluzione futura dei tassi di riferimento definita dal Consiglio direttivo continuerà a essere dipendente dai dati e contribuià al conseguimento dell’obiettivo di inflazione del 2 per cento nel medio termine”, si spiega.

Invece il Tpi (Transmission Protection Instrument) “assicurerà che l’orientamento di politica monetaria sia trasmesso in modo ordinato in tutti i paesi dell’area dell’euro”. La portata degli acquisti del Tpi “dipenderà dalla gravità dei rischi per la trasmissione della politica monetaria. Gli acquisti non sono soggetti a restrizioni ex ante. Salvaguardando il meccanismo di trasmissione, il Tpi consentirà al Consiglio direttivo di adempiere più efficacemente il mandato di preservare la stabilità dei prezzi”, aggiunge la Bce.

L’attività economica nell’area dell’euro sta rallentando. L’aggressione ingiustificata della Russia verso l’Ucraina rappresenta un persistente freno alla crescita“, scrive la Bce. “L’impatto dell’elevata inflazione sul potere d’acquisto, i perduranti vincoli dal lato dell’offerta e la maggiore incertezza esercitano un effetto frenante sull’economia. – si legge nel bollettino – Le imprese continuano a fronteggiare costi più elevati e interruzioni nelle catene di approvvigionamento, sebbene vi siano timidi segnali di un allentamento di alcune strozzature dal lato dell’offerta”.

Infine sullo spread la Bce evidenzia che “negli ultimi giorni del periodo compreso tra il 9 giugno e il 20 luglio 2022, i differenziali di rendimento dei titoli di Stato dell’area dell’euro sono tornati su livelli più elevati, con l’evolversi della crisi politica in Italia“.

Nel dettaglio dei singoli paesi, “il calo maggiore dei differenziali è stato osservato per la Grecia, con una diminuzione di 55 punti base del differenziale sul rendimento dei titoli di Stato decennali nel periodo di riferimento. La diminuzione dei differenziali sui titoli di Stato decennali di Spagna e Francia è stata meno pronunciata, con valori pari, rispettivamente, a 1,5 e 4,5 punti base. Anche il differenziale sul rendimento dei titoli di Stato decennali per l’Italia è diminuito complessivamente di 8 punti base, ma la sua volatilità è aumentata verso la fine del periodo in esame, di riflesso alla crisi politica in atto nel paese”, si aggiunge. 


La Bce: l’economia sta rallentando, la guerra è un freno alla crescita

L’indice manifatturiero sprofonda nell’Eurozona

AGI – Peggiora il declino manifatturiero nell’Eurozona a luglio e all’inizio del terzo trimestre è allarme recessione. A metterlo nero su bianco sono i dati sui Pmi del blocco e di alcune tra le sue principali economie (Germania in testa) che hanno segnalato il più forte calo della produzione dall’ondata iniziale di rigide restrizioni anti Covid a maggio 2020.

Il declino è peggiorato a causa della riduzione dei nuovi ordini che, a parte quelli registrati durante la pandemia, è stato il più acuto dai tempi della crisi del debito sovrano dell’eurozona nel 2012, con una forte inflazione che ha schiacciato la domanda.

Paesi al di sotto della soglia di espansione

Il mese scorso l’indice S&P Global Pmi per il settore manifatturiero dell’Eurozona è sceso al di sotto della soglia di espansione di 50 punti, passando a 49,8 dai 52,1 punti di giugno e segnalando il primo peggioramento delle condizioni generali del settore in poco più di due anni.

A eccezione delle scorte di acquisti, ciascuno dei sottoindici che compone il Pmi ha avuto un’influenza direzionale negativa sul valore finale. Germania, Francia, Italia e Spagna hanno tutte registrato letture inferiori a 50 punti nei rispettivi Pmi manifatturieri, con l’Italia maglia nera a 48,5 punti.

Anche la Grecia ha registrato di nuovo una contrazione dopo poco più di un anno e mezzo. “L’industria manifatturiera dell’Eurozona sta sprofondando in una crisi sempre più marcata, aumentando il rischio di recessione della regione”, afferma Chris Williamson, Chief Business Economist presso S&P Global Market Intelligence, aggiungendo che “i nuovi ordini stanno già calando a un ritmo che, escludendo i mesi di blocco per la pandemia, è il più forte dalla crisi del debito del 2012, e ci si può ancora aspettare di peggio”.

La produzione sta calando “a ritmi particolarmente preoccupanti in Germania, Italia e Francia”, prosegue l’esperto nella sua analisi, ma “è in declino anche in tutti gli altri Paesi monitorati, a eccezione dei Paesi Bassi, e anche qui il tasso di crescita ha subito un forte rallentamento”.

Previsioni in zona pessimismo

E aggiunge: “Con la crisi energetica aumentano i rischi. Non solo di un indebolimento della domanda e di riduzione delle scorte che nei prossimi mesi provocheranno un’accelerazione del tasso di contrazione della produzione manifatturiera, ma anche di una riduzione degli approvvigionamenti di energia che agiranno da ulteriore freno al settore”.

A luglio si è registrata una certa attenuazione delle pressioni sui prezzi, in quanto i tassi di inflazione dei costi e dei prezzi di vendita sono rallentati rispettivamente ai minimi in 17 e 15 mesi.

Ciononostante, per la prima volta da maggio 2020, le previsioni sulla produzione manifatturiera per i prossimi dodici mesi sono scivolate in zona pessimismo a causa delle preoccupazioni legate alla catena di approvvigionamento, alla guerra in Ucraina e all’economia.

Per il secondo mese consecutivo, la produzione manifatturiera dell’eurozona è diminuita. Il tasso di calo è accelerato ed è stato il più forte dalle prime fasi della pandemia a maggio 2020.

Secondo le aziende, la carenza di forniture ha continuato a ostacolare l’operatività industriale, mentre altre hanno rilevato un aumento delle assenze del personale a causa del Covid.

A eccezione dei Paesi Bassi, tutti i Paesi dell’area dell’euro monitorati hanno registrato un calo dei livelli di produzione nel corso del mese. Un altro importante ostacolo alla produzione è stata la domanda, con il forte declino dei nuovi ordini.

Infatti, escludendo le contrazioni registrate durante la pandemia, il volume degli ordini del settore manifatturiero è diminuito al ritmo più sostenuto dai tempi della crisi del debito sovrano nell’eurozona nel 2012.

In calo i nuovi ordini

Gli intervistati hanno spesso sottolineato l’impatto distruttivo che l’inflazione sta avendo sulla richiesta di nuovi ordini. Secondo alcune aziende, i livelli sufficienti di scorte dei clienti, dovuti a precedenti sforzi di accumulo, hanno anch’essi pesato sulle condizioni della domanda.

Similmente, i nuovi ordini destinati ai mercati esteri (inclusi quelli intra eurozona) sono diminuiti, e a un tasso più marcato. Infine, i produttori dell’eurozona sono diventati pessimisti nella valutazione delle prospettive di crescita per i prossimi dodici mesi, dato che l’Indice della Produzione Futura è sceso al di sotto della soglia dei 50 punti.

L’inflazione elevata, la guerra in Ucraina, i timori per i futuri approvvigionamenti energetici e la recessione sono stati citati dalle aziende come ragioni per le prospettive negative.

Fuori del blocco, rallenta anche il Pmi manifatturiero della Gran Bretagna, che cala a 52,1 punti in discesca dal 52,8 di giugno e lievemente sotto le attese di 52,2. La produzione britannica si è contratta per la prima volta in oltre due anni.

Hanno continuato a diminuire anche le nuove assunzioni e le attività di esportazione. In Asia a luglio l’attività manifatturiera frena anche in Cina, in Corea del Sud e in Giappone a causa dei lockdown in molte città cinesi e dell’indebolimento della domanda globale.

Questo non è un buon segnale in vista dei dati Usa dell’Ism manifatturiero e del Pmi di luglio, due importanti indici anticipatori, che usciranno oggi e mercoledì. 


L’indice manifatturiero sprofonda nell’Eurozona

Eni, vola l’utile netto nel primo semestre. Descalzi: approvvigionamenti garantiti

AGI – Eni archivia il secondo trimestre dell’anno con un balzo dell’utile netto adjusted a 3,808 miliardi di euro contro i 929 milioni dello stesso periodo del 2021. Il dato del primo semestre vola a 7,078 miliardi da 1,199 miliardi. Una prima parte dell’anno dominata dall’impegno messo in campo per garantire all’Italia la sicurezza degli approvvigionamenti enegetici e che consente di aumentare la remunerazione degli azionisti, attraverso il rafforzamento del programma di buyback 2022 e il lancio di un nuovo piano di acquisto di azioni proprie da concludersi entro aprile 2023.

Impegno per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti

“In un contesto di incertezza e volatilità dei mercati”, sottolinea l’ad Claudio Descalzi, “ci siamo attivati rapidamente per garantire nuovi flussi di approvvigionamento. Dopo gli accordi sulle forniture di gas con i nostri partner in Algeria, Congo ed Egitto nella prima parte dell’anno, a giugno Eni è entrata nel progetto North Field East in Qatar, il più grande sviluppo di Gnl al mondo. In Africa orientale, abbiamo avviato la produzione di gas del progetto Coral South Flng operato da Eni, il primo a valorizzare il grande potenziale del Mozambico. In Italia, ci siamo proattivamente impegnati nella ricostituzione degli stoccaggi di gas in previsione della prossima stagione invernale e le nostre raffinerie hanno aumentato significativamente i tassi di lavorazione per garantire un adeguato flusso di prodotti petroliferi per soddisfare la richiesta di mercato”.

L’Eni, rileva l’ad, ha “profuso il massimo impegno nel garantire la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, continuando nel mentre ad attuare la nostra strategia di decarbonizzazione”. L’obiettivo, spiega una nota, è stato “assicurate fonti alternative di approvvigionamento di gas naturale all’Italia e all’Europa, facendo leva sulle alleanze strategiche dell’Eni, accelerando la crescita di una componente chiave della strategia di lungo termine di Eni costituita dal ruolo crescente del gas equity”.

Le iniziative intendono conseguire fino a 20 miliardi di metri cubi di forniture alternative di gas entro il 2025, coprendo effettivamente il 100% delle importazioni annue di gas russo.

Aumenta la remunerazione degli azionisti

“I solidi risultati conseguiti e l’aggiornamento delle nostre previsioni sul mercato di riferimento”, annuncia Descalzi, “ci consentono di migliorare la remunerazione degli azionisti aumentando il programma 2022 di acquisto di azioni proprie a 2,4 miliardi”. Non solo: in esecuzione dell’autorizzazione conferita dall’assemblea degli azionisti dell’11 maggio scorso, il consiglio di amministrazione ha anche approvato un nuovo programma di buyback da realizzarsi entro aprile 2023, che prevede un esborso minimo di 1,1 miliardi, incrementabile fino a un massimo di 2,5 miliardi in funzione dell’andamento dello scenario.

Descalzi, costante attenzione a efficienza e costi

I risultati finanziari conseguiti, sostiene ancora Descalzi, “sono sostenuti dalla costante attenzione all’efficienza e al controllo dei costi. L’Ebit adjusted del Gruppo nel trimestre è stato di 5,8 miliardi trainato dai business E&P e R&M; l’utile netto adjusted è stato di 3,8 miliardi. Con un flusso di cassa adjusted di 10,8 miliardi abbiamo finanziato investimenti organici per 3,4 miliardi e la politica di distribuzione dell’intero anno”.

Ipo Plenitude rimandata ma resta nei piani

“In Plenitude, il programma di espansione della capacità di generazione da fonti rinnovabili prosegue verso l’obiettivo di superare i 2 GW entro la fine dell’anno; date le condizioni di mercato, l’Ipo è stata rimandata ma rimane nei nostri piani”, fa sapere Descalzi.

Produzione ed esplorazione

Il segmento E&P ha conseguito un Ebit adjusted di 4,87 miliardi nel secondo trimestre 2022, in crescita sequenziale dell’11% e più che raddoppiato rispetto al secondo trimestre 2021, catturando appieno il miglioramento dello scenario. La produzione del trimestre è stata pari a 1,58 milioni di boe/giorno, in calo dell’1% rispetto al trimestre precedente per effetto della forza maggiore principalmente in Libia, Nigeria e Kazakhstan.

Gas, raffinazione e Versalis

Dopo un robusto primo trimestre grazie al contributo del business Gnl e della flessibilità del portafoglio, il settore Ggp ha conseguito il break-even nel secondo trimestre, per effetto della normale stagionalità del business. Il business R&M ha conseguito risultati molto positivi, registrando un Ebit adjusted di 979 milioni trainato dal significativo rialzo dei margini di raffinazione, ma con prestazioni migliori dello scenario grazie al maggiore tasso di utilizzo degli impianti, all’ottimizzazione delle produzioni, alle azioni di efficienza per ridurre il consumo di gas naturale, nonostante maggiori costi sostenuti per sostituire il greggio russo nei processi di lavorazione delle raffinerie.

Nonostante l’aumento dei costi delle materie prime petrolifere e l’andamento dei costi delle utilities industriali indicizzate ai prezzi del gas, il business della chimica, gestito da Versalis, ha conseguito un risultato positivo di 125 milioni nel secondo trimestre, rispetto alla perdita di 115 milioni del primo trimestre 2022, grazie alle iniziative di efficienza e di ottimizzazione dei volumi di produzione.

Plenitude e Power

Nel secondo trimestre Plenitude (che include il business retail, renewable & mobilità elettrica) ha conseguito l’Ebit adjusted di 112 milioni (+58% vs. trimestre 2021) per effetto delle maggiori produzioni di energia elettrica rinnovabile e dei maggiori prezzi di vendita all’ingrosso, nonché della gestione attiva della base clienti confermando la resilienza del nostro modello di business integrato.

Il business Power ha conseguito un Ebit adjusted in riduzione (-24% vs. trimestre 2021) per effetto dello scenario meno favorevole, parzialmente compensato dai maggiori proventi da servizi (capacità e dispacciamento). Finalizzata a fine luglio la cessione del 49% del business ad azionisti di minoranza con un incasso in quota Eni di 0,55 miliardi. 


Eni, vola l’utile netto nel primo semestre. Descalzi: approvvigionamenti garantiti

Morning bell: in attesa della Fed le borse vacillano

AGI – I mercati vacillano e s’indeboliscono in vista del nuovo pesante rialzo dei tassi di domani della Fed e dopo il profit warning del colosso del retail Usa WalMart, che avverte l’inflazione sta erodendo i bilanci delle famiglie e sta spingendo la sua vasta clientela a ridurre gli acquisti. Più in generale la paura della recessione assorbe sempre più le preoccupazioni dei mercati, anche se la necessità di far retrocedere l’alta inflazione resta l’obiettivo primario delle banche centrali.

In Asia i listini sono misti, mentre i future cedono a Wall Street e sono constrastati in Europa, in attesa che si sviluppi la settimana più importante, o almeno la più trafficata, dell’estate. Domani la Fed deciderà un nuovo aumento dei tassi di almeno tre quarti di punto.

Giovedì uscirà in prima lettura il dato del Pil Usa del secondo trimestre, stimato in lieve crescita, anche se il modello della Fed di Atlanta si attende un calo dell’1,6% congiunturale che, se confermato, determinerebbe una recessione tecnica negli Stati Uniti.

Di diverso avviso è il presidente Joe Biden, il quale ieri si è detto convinto che il prossimo rapporto dell’Ufficio federale di analisi economica non certificherà lo scivolamento dell’economia Usa in una fase recessiva. “A mio modo di vedere, non saremo in recessione” ha assicurato Biden.

Intanto entra sempre più nel vivo la stagione delle trimestrali e, in attesa di Alphabet di oggi e di quelle di Apple e Amazon di giovedì, WalMart perde quasi il 10% nell’after hour dopo il suo secondo allarme utili in 10 settimane.

Il dollaro si è indebolito e il prezzo del petrolio è in rialzo per l’aspettativa di una riduzione delle forniture di gas russo all’Europa. 


Morning bell: in attesa della Fed le borse vacillano

Per le imprese la stangata luce-gas sfiorerà i 106 miliardi

AGI – Sfiora i 106 miliardi di euro il costo aggiuntivo che le imprese italiane subiranno quest’anno a causa dei rincari di energia elettrica e gas. La stima è dell’Ufficio studi Cgia che è giunto a questo risultato ipotizzando, per l’anno in corso, gli stessi consumi registrati nell’anno pre-pandemia, applicando però per l’intero 2022 le tariffe medie di luce e gas sostenute in questi ultimi sei mesi. “Una stangata che rischia di provocare una vera debacle al nostro sistema produttivo”, secondo l’associazione.

I 106 miliardi di extra costo, tuttavia, potrebbero essere addirittura sottostimati; se dal prossimo autunno la Russia dovesse chiudere ulteriormente le forniture di gas verso l’Europa, è probabile che il prezzo di questa materia prima subirà un’impennata che spingerà il costo medio dell’ultima parte dell’anno a un livello molto superiore a quello registrato nei primi sei mesi del 2022.

Per la Cgia, seppur ancora “insufficienti” le misure di mitigazione, va comunque segnalato che il governo Draghi ha in parte smorzato l’impennata dei costi energetici. I soldi messi a disposizione per mitigare i rincari nel biennio 2021-22, infatti, ammontano, includendo anche il decreto Aiuti, a 22,2 miliardi di euro (di cui 16,6 nel 2022). Di questi, 3,2 hanno ristorato le famiglie, 7,5 le imprese e 11,5 sosterranno sia le prime sia le seconde. Se nel 2019 il costo medio dell’energia elettrica ammontava a 52 euro per MWh, nei primi sei mesi del 2022, invece, si è attestato a 250 euro (+378 per cento).

Pertanto, a fronte di un consumo di 217.334 GWh, il costo totale in capo alle imprese nel 2019 ha toccato i 35,9 miliardi di euro. Quest’anno, invece, la bolletta toccherà i 108,5 miliardi di euro (differenza + 72,6 miliardi). Per il gas, viceversa, se tre anni fa il costo medio era di quasi 16 euro per MWh, nel primi sei mesi del 2022 il prezzo ha sfiorato i 100 euro (+538 per cento).

Perciò, a fronte di un consumo medio annuo di 282.814 GWh, nel 2019 le imprese hanno sostenuto un costo medio complessivo pari a 9,5 miliardi di euro, contro i 42,8 miliardi del 2022 (differenza +33,3 miliardi di euro). Ebbene, sommando i 72,6 miliardi di extra costi per la luce e i 33,3 per il gas otteniamo i 105,9 miliardi di costi aggiuntivi che le aziende dovranno farsi carico quest’anno rispetto al 2019 (anno pre-Covid).

A livello territoriale le realtà che più delle altre subiscono i rincari maggiori sono, ovviamente, quelle dove la concentrazione delle attività imprenditoriali è più elevata. Se, rispetto al 2019, in Lombardia il costo aggiuntivo per far fronte ai rincari di luce e gas toccherà quest’anno i 24,4 miliardi di euro, in Emilia Romagna sarà di 12,4, in Veneto di 11,8 e in Piemonte di 9,8 miliardi. Oltre il 63 per cento dell’extra costo totale nazionale di luce e gas è in capo alle aziende del Nord.

Nell’ultimo anno. sottolinea la Cgia, gli incrementi di prezzo per le imprese sono stati “spaventosi”. Quello dell’energia elettrica è aumentato del 220 per cento; infatti, se a giugno 2021 la media mensile del Prezzo Unico nazionale era pari a 84,8 euro per MWh, lo scorso giugno è salito a 271,3 euro.

E l’associazione segnala che a marzo aveva toccato il picco massimo di 308,1 euro. Il prezzo del gas, invece, sempre nell’ultimo anno è cresciuto addirittura del 274 per cento; se nel giugno dell’anno scorso di attestava sui 28,1 euro al MWh, 12 mesi dopo si è attestato a 105,2 euro, anche se a marzo di quest’anno aveva toccato la punta massima di 128,3 euro. Con aumenti dell’energia elettrica e del gas che nell’ultimo anno sono stati rispettivamente del 220 e del 274 per cento, i settori energivori sono più a rischio degli altri.

Per quanto riguarda il consumo del gas, segnaliamo le difficoltà che da mesi stanno colpendo le imprese del vetro, della ceramica, del cemento, della plastica, della produzione di laterizi, la meccanica pesante, l’alimentazione, la chimica etc.

Per quanto concerne l’energia elettrica, invece, rischiano il blackout le acciaierie/fonderie, l’alimentare, il commercio (negozi, botteghe, centri commerciali, etc.), alberghi, bar-ristoranti, altri servizi (cinema, teatri, discoteche, lavanderie, etc.). 


Per le imprese la stangata luce-gas sfiorerà i 106 miliardi

Su Instagram Usa arrivano i pagamenti in chat

Gli utenti di Instagram, piattaforma social di proprietà di Meta, potranno acquistare e pagare beni direttamente all’interno dei messaggi privati (Direct Messages).

Ad annunciare  Payments in chat, questo il nome del servizio, è stato il CEO di Meta Mark Zuckerberg, che in un post sul suo profilo personale Instagram ha scritto: “Ora sarà possibile acquistare prodotti da piccole imprese e monitorare il proprio ordine in chat su Instagram negli Stati Uniti. Paga con Meta Pay e fai il checkout in pochi tocchi”.

La funzione, per ora disponibile solo negli Stati Uniti, permette agli utenti di finalizzare l’acquisto di un bene, effettuare il pagamento, tracciare l’ordine e ricevere assistenza (in-app) legata al proprio acquisto senza mai lasciare la conversazione con il venditore.

Uno screenshot di Meta ha illustrato il meccanismo: dopo che l’utente ha deciso di effettuare un acquisto, il venditore crea una richiesta di pagamento, che, una volta accettata dall’acquirente, viene processata tramite PayPal e Meta Pay, il servizio di pagamenti online di Meta, originariamente Facebook Pay.

Secondo i dati di Meta, ogni settimana fino a un miliardo di utenti tra Facebook e Instagram contattano online piccole imprese per avere informazioni riguardo l’acquisto di beni e prodotti.

Il lancio della nuova funzionalità arriva un mese dopo che Meta ha ufficialmente ribattezzato Facebook Pay in Meta Pay.

Le funzionalità del prodotto e l’esperienza utente complessiva a cui le persone sono abituate con Facebook Pay rimangono le stesse su Facebook, Instagram, WhatsApp e Messenger.

Zuckerberg ha però dichiarato in quell’occasione che, sebbene il servizio rimarrà lo stesso, il nuovo nome rappresenta il primo passo di Meta verso la creazione di un portafoglio digitale per il Metaverso


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Le aziende e startup italiane che rendono il food delivery più sostenibile

AGI – Quanto incide il lavoro di distribuzione delle grandi multinazionali del delivery sulla sostenibilità complessiva, sull’ambiente e la qualità della vita complessivamente? Non ultima, quella dei rider che ci lavorano e che recentemente hanno dato vita ad un movimento di rivendicazione dei propri diritti ottenendo pronunce giuridiche favorevoli che ne tutelano i tempi e le modalità del lavoro.

Alla domanda iniziale risponde un’indagine dell’Osservatorio eCommerce B2C del Politecnico di Milano, secondo il quale il mercato del Food delivery è in forte espansione, in seguito ai due anni di pandemia e solo nel 2020 è arrivato a occupare una quota compresa tra il 20 e il 25% dell’intero mercato delle consegne a domicilio.

Ciò ha delle conseguenze dirette e immediate sul settore della logistica, che ha un’incidenza fino al 30% per esempio sul traffico urbano, specie per quanto riguarda l’ultimo miglio delle consegne. I furgoni sono ingombranti e occupano spazio pubblico non indifferente, specie nei centri storici, aumentando le criticità del traffico e quindi della viabilità urbana. Ma tutto questo ha anche una ripercussione direttamente proporzionali sulla qualità dell’aria, a causa delle emissioni degli scarichi.

Tuttavia il mercato del Food delivery, sempre secondo il Politecnico di Milano, vale sul piano complessivo 1,5 miliardi di euro e nel 2021 ha avuto un’impennata del 59%, complice appunto la pandemia che già aveva dato il suo contributo di spinta al settore. Ancora poco regolamentato, quello del delivery enogastronomico rischia però di diventare sempre più centrale nella nostra dimensione quotidiana, ciò che richiama la necessità di una maggiore sostenibilità complessiva del settore, attraverso azioni di innovazione.

Piccoli esempi di sostenibilità possibile

Nell’ottica di una maggiore efficienza, alcune piattaforme di distribuzione si sono mosse per cercare di rendere più agevole e meno impattante l’ultimo miglio, che si rivela anche il momento più costoso dell’intera consegna. Perciò c’è chi ha deciso di usare solo mezzi leggeri come bici e motorini per far arrivare nelle nostre case i prodotti che vengono ordinati dai clienti (l’azienda è la milanese Blink).

E se in Italia oggi come oggi circa il 67% ha di fatto solo potenzialmente accesso ai servizi di delivery, la bergamasca TvbEat-Almé punta a coprire le zone soprattutto provinciali dalle quali le multinazionali se ne stanno un po’ alla larga per difficoltà di copertura. Nata inizialmente nella provincia di Bergamo, TvbEat è poi cresciuta fino a coprire Lodi, Cremona, Tortona, Alessandria e più di 50 comuni più piccoli.

Insomma, c’è chi come la romana Deliverart, cerca di creare soluzioni per rendere più efficiente il servizio di asporto: aggrega tutti gli ordini che arrivano da sito web, app, telefono e piattaforme di delivery in un’unica piattaforma, automatizza il processo suggerendo l’orario migliore in base al carico di lavoro, crea il percorso più veloce per la consegna e mette a disposizione una banca dati con statistiche, storico ordini, performance dei corrieri, prodotti più venduti e clienti più affezionati, e chi per esempio nel campo delle bevande punta a cambiare il paradigma con cui vengono acquistate acqua e bevande proponendo un servizio ecologico a prezzi competitivi organizzando anche un servizio di ritiro del vuoto a rendere. Come la milanese Bevy. Insomma, l’esigenza estrema di sostenibilità, alla fine aguzza l’ingegno.  


Le aziende e startup italiane che rendono il food delivery più sostenibile