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Scadono i termini per Alitalia. Si profila una nuova proroga

Il consorzio che dovrebbe dar vita alla nascita della nuova Alitalia per ora non parte. Oggi scade il termine indicato dal governo per la presentazione delle offerte vincolanti, e ieri Fs, pur “confermando la disponibilità a proseguire le negoziazioni per il costituendo consorzio”, ha affermato che “ad oggi non sono maturate le condizioni”. La palla a questo punto, dopo il passo indietro di Atlantia, torna ai commissari e quindi al governo che ufficialmente ostenta tranquillità.

Il titolare del dossier, Stefano Patuanelli, ha detto che ci sono le condizioni per un parziale ottimismo. “C’è la scadenza dell’ultima proroga concessa al consorzio e autorizzata ai commissari, attendo di leggere ciò che il costituendo consorzio scriverà ai commissari. Ritengo ci siano le condizioni che mi fanno essere parzialmente ottimista nelle prossime ore ma devo attendere che il consorzio scriva ai commissari e poi i commissari mi diranno”, aveva dichiarato il ministro dello Sviluppo Economico. Ma le frenate di tutti i potenziali partner fanno presagire una nuova proroga. 

Nonostante i tempi siano agli sgoccioli, anche la titolare dei Trasporti, Paola De Micheli, evita toni allarmistici: “Lufthansa ha un approccio più morbido, il tema vero è che ci aspettiamo nei prossimi giorni una risposta dal consorzio che deve avere un partner industriale, Lufthansa o Delta. Siamo con un po’ di realismo ragionevolmente ottimisti e positivi sulla chiusura positiva della vertenza”. La compagnia di bandiera tedesca ha però ribadito, dopo il cda dei giorni scorsi, di non essere interessata a investire nell’Alitalia attuale ma solo in una compagnia ristrutturata. 

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, nell’esecutivo c’è preoccupazione per una situazione che sembrava avvicinarsi a una soluzione ma che ha avuto un nuovo stop. A questo punto appare scontata l’ottava proroga e si spera che la faccenda possa chiudersi entro la fine di marzo del 2020. Concetto ribadito da Patuanelli: “Abbiamo un provvedimento – ha spiegato – che presenta all’interno un’ulteriore parte di prestito di 400 milioni che ci ha dato modo di fare un ragionamento sui tempi di conclusione del procedimento con un closing entro marzo, quello è il momento da mantenere fisso”. La scadenza di marzo per chiudere l’operazione “è ferma”, ha aggiunto.

Dal canto suo, Fs conferma che “sono state esaminate le comunicazioni inviate nei giorni scorsi da Delta, che ha confermato la disponibilità a partecipare al capitale della nuova compagnia, nonché la lettera trasmessa da Lufthansa che ha prospettato la disponibilità ad un accordo commerciale, ma non ad un ingresso immediato nel capitale della nuova Alitalia”.

“Atlantia – scrive ancora Ferrovie – ha reso noto che allo stato non si sono ancora realizzate le condizioni necessarie per l’adesione al progetto, ferma la disponibilità a proseguire il confronto per l’individuazione del partner industriale”. Una disponibilità che è strettamente intrecciata alla vicenda della revoca delle concessioni autostradali, minacciata dopo la tragedia del Ponte Morandi. 

Agi

Manovra: Misiani assicura che le tasse su plastica e auto aziendali saranno riviste “profondamente”

 In parlamento saranno ripensate “profondamente alcune misure come quelle sulla tassazione delle auto aziendali e la plastica monouso, sulla base delle valutazioni e delle proposte avanzate dalle associazioni di categoria, dal mondo ambientalista, dalle istituzioni territoriali”. Lo afferma su Facebook il viceministro all’Economia Antonio Misiani, facendo riferimento al piano della regione Emilia Romagna per ridurre l’uso della plastica monouso. “Oggi – spiega Misiani – inizia una fase cruciale per la manovra di bilancio”.

“In Parlamento lavoreremo per migliorare una serie di norme del decreto fiscale e del disegno di legge di bilancio, dialogando con i gruppi parlamentari e le forze economiche e sociali. Lavoreremo per semplificare e migliorare alcuni punti del decreto fiscale, tenendo conto delle osservazioni sollevate nel corso delle audizioni parlamentari”.   

“Cercheremo di aiutare gli enti locali – aggiunge – che beneficeranno di stanziamenti senza precedenti per gli investimenti ma continuano a soffrire difficoltà per la parte corrente dei loro bilanci. Ci occuperemo di altri importanti temi che saranno proposti dai parlamentari di maggioranza e opposizione. Li vaglieremo con la massima attenzione e apertura – conclude – cercando il confronto più costruttivo possibile con il Parlamento”. 

Agi

Il giorno in cui il Dow Jones è rimasto fermo

Le azioni vanno su e giù, ma martedì l’indice Dow Jones non è andato da nessuna parte e ha chiuso la giornata perfettamente invariato. Esattamente dove aveva finito lunedì, a 27.691,4854488934 punti: 0,00%. Negli ultimi 123 anni e 33.000 giorni di contrattazione, ricorda in un lungo articolo il Wall Street Journal, l’indicatore principale della Borsa di Wall Street ha chiuso senza variazioni appena 167 volte.

Il Dow è un indice dei 30 principali titoli trattati a New York. Si calcola sommando i loro prezzi e dividendoli per un fattore, il “Dow divisor“. Martedì e lunedì la somma dei 30 prezzi dava 4.082,99, il divisore, pubblicato nella sezione finanziaria del Wall Street Journal, era 0,14744568353097: il risultato è stato, per l’appunto, 27.691,4854488934.

La gran parte dei precedenti casi di Dow invariato, si legge sul quotidiano, risalgono al secolo scorso, quando la media era più bassa e i prezzi delle azioni erano espressi prima in ottavi e poi in sedicesimi di dollari. Quella di martedì è la terza volta che il Dow segna una variazione zero nel 2000. “E’ come se le stelle si fossero allineate”, ha commentato Howard Silverblatt, senior index analista a S&P Dow Jones Indices.

Lo statistico Salil Mehta, esperto in analisi del rischio, ha calcolato che le possibilità che il Dow resti perfettamente fermo sono una su 2.000 ogni giorno. Sebbene l’indice finale sia rimasto immobile, i terminali dei trader non hanno però registrato la stessa sensazione. Tra le azioni che compongono l’indice, 16 hanno chiuso in rialzo e 14 in ribasso. Tra i minimi e i massimi di seduta sono passati 136 punti.

Vicino a chiudere invariato il Dow è andato anche mercoledì, quando ha ceduto 0,07 punti, pari a una variazione negativa dello 0,0003% rispetto alla sessione precedente. Che è poi lo scostamento minore registrabile, pari per la precisione a 0,06782158528. Vale a dire un cambiamento di un penny nella somma dei valori dei 30 titoli inseriti nell’indicatore divisa per il divisore.

“Questi giorni con bassi volumi sono l’equivalente di guardare una pittura asciugarsi o l’erba crescere”, ha osservato con il Wall Street Journal Kevin Giddis, responsabile degli investimenti sul reddito fisso alla Raymond James. Ma per i trader sono i movimenti nell’intraday che contano e, dunque, ha concluso, non ci sarà comunque tempo per addormentarsi. 

Agi

La crisi si è mangiata 200 mila negozi

Rispetto al 2007, anno pre-crisi, le famiglie italiane hanno “tagliato” i consumi per un importo pari a 21,5 miliardi di euro e quasi 200.000 negozi di vicinato hanno chiuso i battenti. Il dato emerge da uno studio della Cgia secondo cui l’anno scorso, la spesa complessiva dei nuclei familiari del nostro Paese è stata pari a poco più di 1.000 miliardi di euro.

Sud il più colpito

Nonostante la contrazione, questa voce continua comunque ad essere la componente più importante del Pil nazionale (pari al 60,3 per cento del totale). Il Sud è stato la ripartizione geografica che ha registrato la riduzione più importante. Dal 2007 al 2018 le famiglie meridionali hanno “tagliato” la spesa mensile media di 131 euro (mediamente di 1.572 euro all’anno), quelle del Nord di 78 euro (936 euro all’anno) e quelle del Centro di 31 euro (372 euro all’anno).

A pagare il conto sono stati anche gli artigiani e i piccoli negozianti, afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo. “I piccoli negozi e le botteghe artigiane“, osserva, “faticano a lasciarsi alle spalle la crisi. Queste imprese vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie e, sebbene negli ultimi anni ci sia stata una leggerissima ripresa, i benefici di questa inversione di tendenza non si sentono.

Dal 2007, anno pre-crisi, al 2018 il valore delle vendite al dettaglio nei negozi di vicinato è crollato del 14,5 per cento, nella grande distribuzione, invece, è salito del 6,4 per cento. Questo trend è proseguito anche nei primi 9 mesi del 2019: mentre nei supermercati, nei discount e nei grandi magazzini le vendite sono aumentate dell’1,2 per cento, nelle botteghe e nei negozi sotto casa la contrazione e’ stata dello 0,5 per cento”.

A livello regionale le situazioni più negative, in termini assoluti ed espressi in valore nominali medi, si sono verificate in Umbria (-443 euro al mese), in Veneto (-378 euro) e in Sardegna (-324 euro). In controtendenza, invece, i risultati ottenuti in Liguria (+333 euro al mese), in Valle d’Aosta (+188 euro) e in Basilicata (+133 euro).

La situazione di difficoltà è proseguita anche nell’ultimo anno, in particolar modo al Nord: in Lombardia, in Trentino Alto Adige, in Emilia Romagna, in Piemonte, in Veneto e in Friuli Venezia Giulia la spesa mensile media delle famiglie nel 2018 e’ stata inferiore a quella relativa al 2017.

Su acquisto beni la contrazione più durevole

Dall’analisi delle funzioni di spesa invece, sempre tra il 2007 e il 2018 la contrazione più importante ha riguardato l’acquisto dei beni (-10,3 per cento), mentre i servizi sono cresciuti del 7 per cento. Nel dettaglio, i beni non durevoli sono crollati del 13,6 per cento, quelli semidurevoli si sono ridotti del 4,5 per cento e quelli durevoli del 2,8 per cento. La caduta dell’acquisto dei beni è proseguita anche quest’anno: tra il primo semestre 2019 e lo stesso periodo del 2018 la contrazione è stata dello 0,4 per cento con una punta del -1,1 per cento dei beni non durevoli. Interessante, invece, l’esito dei beni durevoli: quest’anno la crescita è stata del 2,9 per cento.

Tra le voci di spesa più significative va segnalata quella dei trasporti: tra il 2007 e il 2018 la caduta è stata addirittura del 16,8 per cento ed è proseguita anche quest’anno con un preoccupante -1 per cento. Diversamente, le telecomunicazioni hanno segnato risultati fortemente positivi: negli ultimi 10 anni +20,1 per cento e nell’ultimo anno +7,7 per cento. 

Persi 200 mila negozi in 10 anni

Le vendite al dettaglio, che costituiscono il 70 per cento circa del totale dei consumi delle famiglie, negli ultimi 11 anni, sono scese del 5,2 per cento. Tuttavia, quelle registrate presso la grande distribuzione sono aumentate del 6,4 per cento, mentre nella piccola distribuzione (botteghe artigiane e piccoli negozi) sono precipitate del 14,5 per cento. Sebbene il gap si sia decisamente ridotto, anche in questi primi 9 mesi del 2019 i segni sono rimasti gli stessi: +1,2 per cento nella grande e -0,5 per cento nella piccola distribuzione.

Secondo il ricercatore dell’Ufficio studi, Daniele Nicolai, “anche a seguito di questa forte diminuzione dei consumi delle famiglie, la platea delle imprese artigiane e del piccolo commercio è scesa di numero. Tra il settembre 2009 e lo stesso mese di quest’anno le aziende/botteghe artigiane attive”, calcola lo studio, “sono diminuite di 178.500 unità (-12,1 per cento), mentre lo stock dei piccoli negozi è sceso di quasi 29.500 unita’ (-3,8 per cento). Complessivamente, pertanto, abbiamo perso oltre 200 mila negozi di vicinato in 10 anni”.

In Sardegna la moria più grave di aziende artigiane

In termini percentuali la regione più colpita dalla moria di aziende artigiane è stata la Sardegna che negli ultimi 10 anni ha visto scendere il numero del 19,1 per cento. Seguono l’Abruzzo con il 18,3 per cento e l’Umbria con il 16,6 per cento. L’andamento delle imprese attive nel piccolo commercio, invece, ha subito la riduzione più significativa in Valle d’Aosta con il 18,8 per cento, in Piemonte con il 14,2 per cento e in Friuli Venezia Giulia con l’11,6 per cento. Di segno opposto l’andamento in Calabria (+3 per cento), Lazio (+3,3 per cento) e Campania (+4,6 per cento).

“Sebbene la manovra 2020 abbia scongiurato l’aumento dell’Iva e dal prossimo luglio i lavoratori dipendenti a basso reddito beneficeranno del taglio del cuneo fiscale”, sottolinea il segretario della Cgia, Renato Mason, “il peso del fisco continua essere troppo elevato. L’aumento della disoccupazione registrato con la crisi economica sta condizionando negativamente i consumi. Inoltre, come dimostrano i dati relativi all’artigianato e al piccolo commercio, è diventato sempre piu’ difficile fare impresa, anche perché il peso della burocrazia e la difficoltà di accedere al credito hanno costretto molti piccolissimi imprenditori a gettare definitivamente la spugna”. 

Agi

Perché Scholz vuole l’unione bancaria dell’Eurozona

Il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz spinge per completare il piano di unione bancaria dell’Eurozona. Lo ha scritto lo stesso Scholz in un articolo sul Financial Times, nel quale sostiene che le banche europee devono dotarsi di un sistema comune di assicurazione sui depositi. Secondo Scholz il ruolo globale dell’Europa sarebbe compromesso se non venisse completata l’integrazione del settore finanziario dell’Eurozona.

Perché è necessaria l’integrazione

“La necessità di approfondire e completare l’unione bancaria europea è innegabile. Dopo anni di discussioni, la situazione di stallo deve finire “, ha scritto Scholz, il quale evidenzia che con la Brexit, l’Ue perderà la City londinese – il suo più grande centro finanziario – e ciò significa che è giunto il momento di promuovere una migliore integrazione delle banche dell’area euro.

La Bce e i leader europei hanno più volte sollecitato governi dell’Ue a porre fine alle divisioni politiche sul completamento dell’unione bancaria, più nel dettaglio hanno sempre sostenuto che questo progetto è essenziale per rendere l’Eurozona più resistente agli shock economici e per consentire alle banche fallite di essere liquidate in sicurezza, senza la necessità di pesare sulle tasche dei contribuenti.

Proteggere i depositanti durante un collasso bancario

L’elemento più sorprendente contenuto nelle proposte di Scholz è il suo piano per creare un sistema comune europeo a protezione dei depositanti durante un collasso bancario. La Germania ha sempre respinto tali piano, i in mezzo all’ostilità pubblica nei confronti di qualsiasi tentativo percepito di mettere i contribuenti in pericolo per le banche instabili in altri Paesi.

Il sistema di riassicurazione fungerebbe da sostegno ai fondi nazionali, contribuendo a garantire che i governi possano onorare il loro obbligo legale di proteggere i depositi fino a 100.000 euro in caso di collasso bancario.

Merkel accetterà la proposta?

Accettare una qualche forma di meccanismo europeo comune di assicurazione dei depositi non è stato “un piccolo passo per un ministro delle finanze tedesco”, ha scritto Scholz.

Tuttavia, le sue proposte presentano pesanti avvertimenti e condizioni, che sono suscettibili di suscitare preoccupazione negli Stati membri dell’Ue con le finanze più deboli e i settori bancari fragili. Le sue proposte rischiano di trovare opposizione anche in Germania. Il Ft nota che gli amministratori pubblici tedeschi considerano l’iniziativa di Scholz un ‘non-paper‘, cioè una proposta personale del ministro, avanzata solo per favorire la discussione e che non è stata coordinata con il cancelliere tedesco Angela Merkel, il quale non è certo se appoggerà o meno questo piano. 

Agi

Perché la quotazione del gigante dell’energia Aramco è così importante

L’Arabia Saudita ultra-conservatrice sta subendo una grande trasformazione sotto il principe ereditario Mohammed bin Salman, che intende porre fine alla dipendenza del regno dai proventi del petrolio. Mentre il paese si apre sul fronte economico, ci sono state anche alcune riforme sociali, tra cui una maggiore libertà per le donne, ma i progressi sono al momento molto lenti e piuttosto deboli. L’iniziativa economica più ambiziosa del principe ereditario è stata finora quella di spingere il gigante dell’energia statale Aramco verso un debutto in borsa. Dopo anni di ritardi, la luce verde è stata annunciata oggi.

PERCHE’ L’IPO E’ COSI’ IMPORTANTE? La vendita di una parte di Aramco costituisce la base del piano di trasformazione del principe Mohammed per l’Arabia Saudita. La dimensione della quotazione rimane nell’aria, ma in origine si sperava che potesse generare fino a 100 miliardi di dollari. Questa cifra, basata su una valutazione di 2.000 miliardi di dollari della società ormai considerata irrealistica, potrebbe non essere raggiunta, ma anche così è probabile che sia la più grande offerta di mercato azionario di tutti i tempi.

Queste risorse sono necessarie per finanziare megaprogetti come NEOM, una mega città futuristica da 500 miliardi di dollari pianificata sulla costa settentrionale del Mar Rosso, che secondo i funzionari avranno taxi volanti e robot parlanti. Visto che al momento non è prevista una quotazione sui mercati esteri, il principe ereditario si affiderà principalmente ai miliardari sauditi per sostenere l’offerta.

SARA’ UN SUCCESSO? Come sempre in questi casi, lo scetticismo abbonda e i livelli di attenzione sulla borsa saudita sarà ai massimi nelle prossime settimane. Secondo alcuni analisti interpellati da France Press, se le azioni dovessero diminuire drasticamente dopo l’inizio delle negoziazioni, sarebbe un colpo molto visibile alla credibilità delle riforme economiche così strettamente associate a Mohammed bin Salman. Non solo, ma gli investitori internazionali presteranno molta attenzione a come Aramco si comporterà sul mercato interno, soprattutto in assenza di qualsiasi dettaglio sull’ipotesi di un suo debutto internazionale.

PERCHE’ ARAMCO E’ COSI’ IMPORTANTE? Aramco pompa circa il 10% del petrolio del mondo dai suoi pozzi sotto le sabbie del deserto, soprattutto a est del regno, ma anche nel suggestivo “Quartiere Vuoto” a sud. Ci sono anche alcuni importanti giacimenti petroliferi offshore. Il colosso dell’energia ha generato l’anno scorso i più importanti risultati rispetto a qualsiasi alta società, con un utile netto di 111 miliardi di dollari, per intenderci più di Apple. Peraltro, il destino di Aramco è fondamentale per l’approvvigionamento energetico mondiale.

MBS COME STA RICOSTRUENDO L’ECONOMIA? Anche prima di diventare principe ereditario nel giugno 2017, il figlio di Re Salman – spesso conosciuto con le sue iniziali MBS – aveva annunciato un piano per diversificare l’economia e allontanarla dalla sua lunga dipendenza dal petrolio. Da allora, il regno è stato testimone di una serie di iniziative mai viste prima, per lo più legate al divertimento e al turismo, tra cui vasti progetti di destinazioni di lusso. Le donne sono state più coinvolte rispetto al passato nel mondo del lavoro, i concerti sono stati aperti ai sauditi, gli eventi sportivi internazionali hanno avuto il via libera e sono stati rilasciati i primi visti turistici.

Nonostante i bassi prezzi del petrolio, il regno ha anche aumentato i prezzi del carburante e dell’elettricità, ha imposto un’imposta sul valore aggiunto (IVA) del 5% e ha imposto dazi su 11 milioni di beni di esportazione nel tentativo di generare entrate aggiuntive.

ORGOGLIO E PAURA PER LA VENDITA DEI GIOIELLI DI FAMIGLIA. L’IPO di Aramco ha generato un sentimento di orgoglio tra i sauditi, e sono in molti ad essere preoccupati di condividere il “gioiello di famiglia” con gli stranieri. Soprattutto i dipendenti vivono completamente immersi nella realtà dell’azienda, in un paese dove le città offrono finora poche attrazioni, e l’Ipo ha esposto Aramco alla visibilità mondiale. Temono quindi un cambiamento sostanziale dell’azienda, e quindi della loro vita. 

Agi

In tre mesi sono stati persi 60 mila occupati

“Dopo la crescita dell’occupazione registrata nel primo semestre dell’anno e il picco raggiunto a giugno, a partire da luglio i livelli occupazionali risultano in lieve ma costante calo, con la perdita di 60 mila occupati tra luglio e settembre”. E’ quanto spiega l’Istat. Risale a settembre il tasso di disoccupazione, che cresce di 0,3 punti percentuali al 9,9%.

Secondo l’istituto, le persone in cerca di occupazione sono in aumento del 3% e che la crescita della disoccupazione riguarda entrambe le componenti di genere e coinvolge tutte le classi d’età tranne i 25-34enni. In questa fascia, infatti, il tasso di disoccupazione sale di 1,1 punti percentuali a settembre su agosto, portandosi al 28,7%. 

Agi

Il giorno in cui Draghi lascerà Francoforte, da vincitore 

Dal “whatever it takes” (“tutto ciò che serve”) al “dialogue with adults in the room” (“dialogo fra adulti”). Tre anni esatti separano le due formule, pronunciate rispettivamente nel luglio 2012 a Londra dal presidente uscente della Bce Mario Draghi e nel giugno 2015 a Lussemburgo da Christine Lagarde, che lo sostituirà dal primo novembre.

Entrambe, in qualche modo, hanno contribuito alla sopravvivenza della moneta unica e dell’Europa così come la conosciamo, ma entrambe hanno provocato anche polemiche e molte conseguenze non tutte positive. Lunedì 28 ottobre è il giorno in cui in una cerimonia formale molto attesa, nel grattacielo di Francoforte avverrà il passaggio del testimone dal banchiere centrale italiano alla signora dell’economia francese, alla presenza dei leader europei Angela MerkelEmmanuel Macron e Sergio Mattarella

Lagarde ha diretto oltreoceano il Fondo monetario internazionale proprio negli stessi anni della presidenza Draghi alla Banca centrale europea. I due hanno gestito in parallelo i lunghi anni della crisi greca, quella che ha quasi provocato la fine dell’Europa esattamente in quell’estate di quattro anni fa in cui Lagarde chiese ai suoi interlocutori dell’Eurogruppo di comportarsi da adulti. Evitato il trauma, si è però aperta una fase di grandi sacrifici per i greci, che ha preparato il terreno, assieme ad altre importanti crisi come quella dei migranti, per la crescita dell’euroscetticismo che ancora oggi pende sulla stabilità della costruzione europea. 

Draghi lascia Francoforte da “vincitore”: nonostante le resistenze di alcuni paesi e in particolare della Germania che ospita la sede dell’istituto centrale, è riuscito a mettere in campo gli strumenti di politica monetaria che hanno sostenuto l’economia europea, anche se secondo i detrattori questo è avvenuto al costo di una maggiore divisione fra paesi del nord “virtuosi” e quelli del sud a più alto debito.

Il divario rimane, ed è ancora motivo di preoccupazione per i vertici di Francoforte, assieme al rallentamento della crescita economica che si sta verificando proprio a partire dalla Germania dopo alcuni anni di ripresa. Berlino ha nei giorni scorsi sostituito la sua rappresentante nel consiglio direttivo Sabine Lautenschlaeger, dimissionaria in disaccordo con gli ultimi annunci di Draghi, con la più moderata Isabel Schnabel, considerata comunque anche lei non favorevole alla politica monetaria di stimolo condotta finora, che ha portato ai tassi negativi senza riuscire a far risalire l’inflazione al livello obiettivo di “sotto, ma vicino, al 2%”. 

In questo contesto non facile inizia il mandato di Christine Lagarde, prima donna a guidare un’istituzione europea dopo essere stata la prima donna a svolgere i suoi altri due lavori “al top” (ministro dell’Economia francese, direttore del Fondo monetario internazionale). Alla cerimonia di lunedì, definita sobriamente dal protocollo come “evento di addio in onore di Mario Draghi alla fine del suo mandato da presidente della Banca centrale europea”, sono previsti gli interventi della cancelliera tedesca Angela Merkel, del presidente francese Emmanuel Macron, del presidente della Repubblica italiano Sergio Mattarella, dello stesso Draghi e di Lagarde.

Gli invitati sono qualche centinaio, scelti soprattutto fra i collaboratori e gli ex collaboratori dell’istituto centrale. Fra gli altri, il predecessore di Draghi Jean-Claude Trichet e l’ex presidente francese Valery Giscard d’Estaing, la prossima presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, e il ministro dell’Economia italiano Roberto Gualtieri, che in quanto presidente della Commissione Affari economici del Parlamento europeo negli ultimi 5 anni tante volte ha accolto a Bruxelles e Strasburgo il connazionale presidente della Bce in occasione dei periodici “dialoghi politici e monetari” e audizioni. 

Agi

Il trimestre deludente che ha fatto crollare Twitter

Qualcosa è andato storto: “Venti contrari”, così li definisce la società, hanno condizionato il terzo trimestre di Twitter, chiuso con un fatturato inferiore alle attese e con un utile in calo del 95% rispetto allo stesso periodo del 2018. Il titolo cede quasi il 20% nelle contrattazioni di pre-apertura.

Il fatturato 

Tra luglio e settembre, Twitter ha incassato 823,7 milioni di dollari, decisamente al di sotto delle stime degli analisti, che toccavano gli 874 milioni. Si tratta comunque di un incremento del 9% anno su anno, grazie “alla forza del mercato Usa di settembre”. Un mese che ha attutito la caduta, provocata da “venti contrari”. Di mezzo c’è stata una stagionalità di luglio e agosto “maggiore del previsto”, ma anche intoppi sulle performance di alcuni prodotti.

“Abbiamo scoperto alcuni bug”, fa sapere Twitter, cui dice di aver “rimediato”. Nel trimestre hanno però condizionato la capacità di raggiungere gli utenti con annunci mirati e quella di condividere i dati con i partner. “Abbiamo anche scoperto che alcune personalizzazioni e impostazioni dei dati non hanno performato come atteso”. Lo confermano gli incassi pubblicitari, cresciuti a un ritmo inferiore rispetto al fatturato di gruppo (+8%, a 702 milioni di dollari). L’insieme dei guai, secondo le stime della compagnia, avrebbero ridotto la crescita del fatturato “almeno del 3%”.

Utili a picco

Il fatturato deludente è arrivato, a cascata, fino all’ultima riga di bilancio. Passando per i margini: il risultato operativo è stato di 44 milioni (più che dimezzato anno su anno), anche perchè le spese del trimestre (780 milioni) sono aumentate del 17% rispetto al 2018. Il margine operativo lordo è così passato dal 12 al 5%. Twitter resta in utile, ma dopo gli ultimi periodi di vacche grasse, il risultato netto è striminzito: 36,5 milioni. Tra luglio e settembre 2018 era stato di 789 milioni.

I venti contrari continueranno 

Ad appesantire il quadro ci sono anche le previsioni per il trimestre in corso. I “venti contrari” continueranno. Anzi, saranno più forti. Nonostante Twitter sia intervenuta e abbia osservato un miglioramento a settembre, si attende comunque che le folate proseguano tra ottobre e novembre. Tanto da ridurre la crescita del 4%, un punto percentuale in più rispetto a luglio-settembre. Il peggio deve, quindi, ancora venire. Motivo: i problemi sono sorti nel corso del terzo trimestre e non lo hanno coperto completamente. Mentre si faranno sentire sull’intero quarto periodo. Il fatturato atteso è tra i 940 e il miliardo di dollari, con un risultato operativo tra i 130 e 170 milioni.

Gli utenti accelerano

Dati finanziari così negativi hanno offuscato un elemento positivo: la crescita degli utenti. Quelli “quotidiani paganti” (cioè chi usa Twitter ogni giorno e viene raggiunto da pubblicità) sono stati 145 milioni. Corrispondono a un progresso del 4% rispetto al trimestre precedente e del 17% anno su anno. La crescita degli utenti sta quindi accelerando: era stato del 9 e del 14% nei primi due trimestri del 2019.

Azioni in picchiata

Il titolo di Twitter è andato in picchiata, con un calo attorno al 20%. Pesano i dati finanziari, ma il tonfo è così fragoroso anche perché la società era reduce da trimestri positivi che avevano permesso al titolo di apprezzarsi del 35% da inizio 2019, portando la capitalizzazione oltre i 30 miliardi. La trimestrale è quindi costata quasi 6 miliardi di dollari. 

Agi

Il governo trova l’intesa sul carcere ai grandi evasori. Si tratta sulla flat tax per le partite Iva

Sono servite oltre due ore e mezzo di vertice e diversi incontri bilaterali per sciogliere alcuni dei nodi ancora aperti, ma alla fine il governo giallorosso sembra aver trovato una quadra sul Dl fisco. Dopo l’approvazione del Consiglio dei Ministri la scorsa settimana ‘salvo intese’, nella notte è arrivato il disco verde, e nei prossimi giorni si valuteranno gli ultimi elementi della legge di bilancio.

Posticipate a luglio 2020 sia le multe sul mancato uso del Pos – nell’attesa di un accordo sull’abbassamento dei costi delle commissioni delle carte di credito e dei dispositivi per il pagamento – sia le nuove norme per la riduzione della soglia sul contante. Questo slittamento, viene spiegato, è dovuto ai tempi tecnici per la creazione di una piattaforma informatica dove dovranno confluire tutti i dati utili al funzionamento di tutto il pacchetto anti evasione.

Si lavora anche alle misure sul cashback. In manovra dovrebbe arrivare il ritorno del 19% delle spese effettuate tramite pagamenti con carte di credito e bancomat. Si sta cercando, fanno sapere fonti di governo, di ampliare l’elenco dei settori interessati, si andrà dai ristoranti al parrucchiere, dall’ estetista all’elettrauto. Si punta inoltre ad allargare anche ai dentisti e ai medici.

Fonti di governo spiegano che occorre a questo proposito creare un sistema informatico in grado raccogliere i dati dei vari circuiti di carte di credito e inviarli a una sorta di centrale che calcolerà quanto il possessore della carta vedrà tornare indietro attraverso il sistema del cashback.

Il carcere ai grandi evasori e la confisca per sproporzione trovano spazio nel decreto fiscale e “ambedue le norme entreranno in vigore dopo la conversione in legge da parte del Parlamento. D’ora in avanti chi evaderà centinaia e centinaia di migliaia di euro sarà finalmente punito con il carcere. Colpiamo i pesci grossi”, scrive il ministro Luigi Di Maio su Facebook al termine del vertice di maggioranza a Palazzo Chigi.

Secondo quanto trapela da fonti della presidenza del Consiglio, il premier Giuseppe Conte si è detto soddisfatto per l’accordo raggiunto. È previsto il carcere da 4 a 8 anni per chi evade più di 100 mila euro. Il decreto contiene anche la confisca per sproporzione.

Resta da risolvere il tema della flat tax per le partite Iva. Se da un lato è stato trovato l’accordo per evitare l’introduzione del calcolo analitico per le partite Iva con fatturato sotto i 65 mila euro restano da risolvere alcuni dettagli a partire dal limite relativo ai beni strumentali.

Le osservazioni di Bruxelles

Entro il 23 ottobre, la Commissione Europea attende nuovi chiarimenti dall’Italia “per giungere ad una valutazione finale” sulla manovra. Questo è uno dei passaggi contenuti all’interno della lettera fatta pervenire al governo italiano, non l’unico a ricevere richieste simili. “Saremmo lieti di ricevere ulteriori informazioni sulla composizione precisa del saldo strutturale”. Non solo, ma la Commissione chiede anche maggiori chiarimenti sulle modalità di spesa previste nel Documento Programmatico di Bilancio. “Queste informazioni ci aiuterebbero a capire se c’è un rischio di deviazione significativa” dal percorso di aggiustamento di bilancio che l’Italia si è prefissata di seguire.

Il tutto attraverso la ricerca di una collaborazione tra Roma e Bruxelles: “Tenendo conto del dibattito svoltosi nella riunione dell’Eurogruppo del 9 ottobre sulla situazione economica e sulla politica di bilancio nell’area dell’euro, la Commissione europea cerca di proseguire un dialogo costruttivo con l’Italia per giungere ad una valutazione finale”:

Agi